Il patriarcato è la trama che
plasma il linguaggio con cui pensiamo, i criteri con cui giudichiamo, le
gerarchie che consideriamo naturali. Liberarci da questa gabbia culturale è il
nostro compito.
Paolo
Cugini
Verrà un giorno in cui
ci accorgeremo che il patriarcato non abitava soltanto nei palazzi del potere,
nei codici scritti dagli uomini o nelle esclusioni più evidenti. Ci accorgeremo
che era nell’aria. Avvolgeva tutto: le parole pronunciate e quelle trattenute,
i gesti ammessi e quelli proibiti, i sogni incoraggiati e quelli soffocati
prima ancora di nascere. Era un clima, una temperatura morale, un paesaggio
invisibile nel quale abbiamo imparato a vivere fino a scambiarlo per il mondo
stesso.
Ricordiamolo: il
patriarcato è, prima di tutto, un habitat culturale. Non un’ideologia confinata
in un libro, non una colpa individuale da attribuire a qualcuno, ma un ambiente
che si respira senza vederlo. È la trama che plasma il linguaggio con cui
pensiamo, i criteri con cui giudichiamo, le gerarchie che consideriamo
naturali. Decide chi può parlare con autorità e chi deve chiedere permesso; chi
è educato a occupare spazio e chi a farsi piccolo; chi viene riconosciuto per
ciò che produce e chi scompare dentro ciò che dona.
Le relazioni umane sono
il luogo in cui questo habitat lascia le ferite più profonde. Per secoli ha
codificato comportamenti, stili di vita, modi di essere e di fare: la forza
separata dalla tenerezza, l’autorità dalla reciprocità, la cura dal riconoscimento,
il desiderio dalla libertà dell’altro. Ha insegnato a molti a comandare senza
ascoltare e a molte a servire senza essere viste; ma ha impoverito tutti,
perché ogni relazione fondata sul dominio perde la possibilità dell’incontro.
La politica ha
trasformato la competizione in destino e il comando in virtù. L’economia ha
misurato il valore sulla produttività, relegando la cura ai margini, come se
nutrire, accompagnare, educare e custodire non sostenesse ogni altra attività.
I sistemi educativi hanno spesso premiato l’obbedienza più della coscienza
critica, riproducendo ruoli antichi sotto nomi nuovi. Persino gli spazi nati
per liberare hanno finito per amministrare gerarchie, confondendo la stabilità
con la giustizia.
Fa specie soprattutto
la religione, e in particolare quella cristiana. Nel cuore del Vangelo risuona
infatti uno degli annunci di uguaglianza più radicali della storia: nessuna
persona è riducibile al rango, al sesso, alla provenienza o alla funzione; l’ultimo
viene posto al centro, il potere è rovesciato in servizio, la grandezza si
misura nella capacità di chinarsi davanti alla vita. Eppure, anche le comunità
cristiane si sono lasciate ingannare dalle logiche del patriarcato. Hanno
custodito parole di liberazione dentro strutture di esclusione; hanno
proclamato la dignità universale mantenendo accessi diseguali alla decisione,
alla parola autorevole e alla rappresentanza.
Questa contraddizione
non può essere nascosta dietro la consuetudine. Non basta venerare figure
femminili se poi le donne reali restano ai margini; non basta predicare l’amore
se l’ordine ecclesiale continua a temere la reciprocità; non basta dire che tutti
sono uguali davanti a Dio se, sulla terra, alcuni conservano il privilegio di
interpretare, decidere e benedire per tutti. Il messaggio non è debole: sono le
nostre istituzioni ad averne attenuato la forza.
Ma nessun habitat è
eterno. Ciò che è stato costruito può essere riconosciuto, nominato e
trasformato. Verrà il tempo di una disobbedienza paziente e radicale:
disimparare il dominio, sottrarre la cura all’invisibilità, restituire dignità
ai corpi e autorevolezza alle voci escluse. Non si tratta di sostituire un
potere con un altro, ma di spezzare la grammatica stessa del possesso per
imparare quella della relazione.
Come uscire, allora, da
questo abbraccio mortale che soffoca la fede e la riduce a custode del passato?
Da dove cominciare la ricostruzione delle mura crollate? La riforma non
inizierà dai nostri sinodi di soli uomini, né dai decreti scritti con
l'inchiostro del compromesso. Il cammino d'uscita comincia dal deserto, là dove
l'invisibile si mostra per ciò che è. Bisogna profanare l'idolo del patriarcato
che abbiamo seduto sul trono dell'Altissimo. La terra da cui ripartire è il
linguaggio della preghiera e del rito: strappiamo i veli che nascondono il
volto materno e fraterno del divino. Riconosciamo l'uguaglianza radicale nei
gesti più semplici, restituendo la parola e la guida a chi è stato messo ai
margini per secoli. Solo quando avremo liberato Dio dalla gabbia del
patriarcato, l'essere umano potrà finalmente camminare libero.
Allora la politica
tornerà a essere cura della casa comune, l’economia servizio alla vita,
l’educazione esercizio di libertà e la fede memoria viva di un’uguaglianza che
non ammette padroni. Allora comprenderemo che liberarsi dal patriarcato non
significa muovere guerra contro qualcuno, ma restituire a ciascuno la pienezza
della propria umanità. E forse, finalmente, respireremo un’aria nuova.
Bellissima riflessione che mi trova del tutto d'accordo
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