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mercoledì 17 dicembre 2014

IDENTITA' E AUTENTICITA'





IDENTITA’ E AUTENTICITA’ NELL’EPOCA DELLA POSTMODERNITA’

 Paolo Cugini
Diceva Zygmunt Bauman che nel mondo postmoderno non è bene assumere una identità, identificarsi con un ruolo, una situazione. Nella velocità dei cambiamenti postmoderni, che esigono una costante agilità di movimento per non correre il rischio di rimanere esclusi dalle nuove proposte, fissarsi su di una identità, come accadeva nell'epoca moderna, sarebbe una specie di suicidio esistenziale. La sfida che la cultura postmoderna sta ponendo alla dimensione esistenziale dell’individuo è sul significato dell’identità personale così com'è stata intesa e pensata sino ad ora. Oltre a ciò, in gioco c’è anche il tema dell’autenticità, considerata nell'epoca moderna come un riflesso dell’identità personale. Nella modernità, grazie all'influenza di autori come Cartesio e Rousseau, si è fatta strada l’dea che c’è un certo modo di essere uomo che è il mio modo. Fedeltà a se stessi, a ciò che si è colto come fondante nel cammino della propria esistenza, diviene un elemento fondamentale nell'idea di identità personale. C’è una sorta di voce interna con la quale non posso assolutamente perdere il contatto, se non voglio correre il rischio di perdermi e, così, di non essere più fedele a me stesso. E’ chiaro che questo discorso fa riferimento a valori morali percepiti o nella natura o nell'ambito religioso, che vengono sempre colti nell'ambito della dimensione interiore della persona.

 Charles Taylor, il pensatore canadese che più di ogni altro ha studiato di recente questo problema, ha mostrato la forza che l’idea di una voce interiore come riferimento valoriale del soggetto, ha preso piede nell'epoca moderna. “Essere fedele a me stesso – così scrive Taylor -  significa essere fedele alla mia propria originalità, la quale è qualcosa che io solo posso articolare e scoprire”. Trasferire questo discorso sul piano sociale conduce all'idea che l’identità personale, che fa riferimenti a valori morali colti nell'interiorità della persona, non deve farsi influenzare dall'esterno, non deve adattarsi alle richieste della conformità esteriore. L’uomo autentico, in questa prospettiva tipicamente idealista e moderna, è l’uomo che non cambia mai, è l’uomo fedele a se stesso, che obbedisce solamente alla voce della propria coscienza e ai valori colti nell'interiorità. La realizzazione personale sarà, allora, nell'ordine della fedeltà a se stesso e cioè ai valori colti nella propria interiorità e percepiti come assoluti.

Se il percorso che il cammino della ricerca dell’identità personale moderna compie è guidato dall'interiorità intesa come dimensione originale dell’universo personale, ben diverso è il percorso che la cultura postmoderna sta proponendo alle nuove generazioni. La velocità con la quale vengono immesse sul mercato le proposte, esige la mobilità della persona per potervi accedere. Per questo, come diceva Bauman, colui che è appesantito da identità fisse viene automaticamente tagliato fuori.  I criteri di formazione dell’identità personale nella postmodernità sono esattamente agli antipodi di quello che si riteneva valido nell’epoca moderna. Come, infatti, abbiamo visto, mentre l’identità dell’uomo moderno si costruisce nella dimensione interiore della persona, in costante difesa delle conformità ai modelli provenienti dall'esterno, l’identità personale nella post modernità vive e si alimenta delle continue provocazioni provenienti dall'esterno. Per questo nella post modernità non si può parlare di valori assoluti colti nell'interiorità e percepiti come obbligatorietà, ma di proposte relative che durano il tempo della loro validità sociale e che richiedono una capacità di assimilazione rapida. Ci si può chiedere se è possibile essere autentici all'interno di una simile cultura nella quale l’essere fedeli a se stessi non è più colto come un valore, ma un limite. E’ possibile, poi, essere felici, raggiungere la felicità che è lo scopo di ogni esistenza, in un quadro esistenziale nel quale non esiste alcun tipo di valore assoluto sul quale fondare le proprie scelte e orientare il proprio futuro?
Nella prospettiva postmoderna il futuro non esiste, perché ciò che esiste è unicamente il presente. E se l’unico spazio di realizzazione personale è il presente vale solamente ciò che può essere utile qui ed ora.  Diviene sempre più chiaro come la prospettiva postmoderna stia, giorno dopo giorno, cambiando il significato di ciò che è valore o disvalore per la vita. Valore è ciò di cui il soggetto ha bisogno, ciò che gli torna utile nella vita presente.


Quello che ho scritto sino ad ora può sembrare un gioco di parole, ma in realtà non lo è. Si tratta di capire dove viviamo e dove stiamo andando. C’è in atto uno scontro di generazioni. Da una parte ci sono i padri e le madri che sono nati in un contesto moderno, che ritiene autentica l’identità personale fondata su valori eterni trovati nella propria interiorità. Dall’altra ci sono le nuove generazioni, imbevute di cultura postmoderna, che dai valori passati non sono per niente attratti e che hanno appreso a vivere sfruttando al massimo le possibilità che il presente offre. E’ un dialogo tra sordi, che spesso e volentieri sfocia in incomprensioni; dialogo che potrà avvenire a patto di trovare una piattaforma comune nella quale si stabiliscano, come voleva Habermas, i codici di un discorso nel quale nessuno può trincerarsi dietro a pareri parziali e/o confessionali, e che ci sia lo sforzo e il desiderio di risolvere i problemi messi sul piatto della discussione. Il problema a questo punto è: chi potrà mediare un tale dialogo?

PER SEMPRE?





La relativizzazione dei valori assoluti e la perdita di significanza del fine

Paolo Cugini
E’ questo che oggi più che mai fa paura: il per sempre. Non solo fa paura, ma, ed è questo a mio avviso l’aspetto più inquietante e sul quale vale la pena fermarsi per riflettere, non è più sentito come qualcosa di necessario. Se infatti, un tempo non molto lontano l’identità personale, come ha spiegato il filosofo canadese Charles Taylor, si costituiva su delle scelte definitive e tutta la giovinezza era impostata per giungere a questi traguardi, oggi questo modello esistenziale non sembra più reggere. I diversi aspetti di quella che è chiamata la cultura postmoderna, che plasma giorno dopo giorno il tessuto del vivere quotidiano, sembra che vadano tutti nella stessa direzione, vale a dire la frammentazione dell’esistenza e un costante schiacciamento sul presente. La crisi delle ideologie moderne, la loro perdita di significato sul piano sociale va di pari passo con l’edonismo materiale prodotto dal consumismo dilagante su scala planetaria. Non si riesce più a capire, allora, a che cosa serva lo spirito e, di conseguenza, i significati profondi che da lui derivano, anche perché lo spirito e i suoi valori spingono l’uomo e la donna su quel piano che oggi sembra più che mai messo in discussione: l’eterno.
 La storia quotidiana delle giornate postmoderne si alimenta e si accontenta dell’immediato, non sente il bisogno di guardare avanti, di sacrificare quel presente del quale vuole usufruire il più possibile. Forse è questo uno degli aspetti nei quali è possibile verificare il passaggio epocale, vale a dire il modo di considerare il presente, di viverlo. Che cosa è avvenuto da modificare in modo così radicale la percezione del tempo? La caduta delle ideologie forti che avevano dominato la modernità da un lato e, dall’altro, la perdita di orizzonti ha progressivamente ripiegato gli sguardi sul tempo presente. Non è un caso se agli inizi degli anni novanta, immediatamente dopo il crollo del muro di Berlino, considerato come il simbolo del di tutta un’epoca, sono uscite varie opere che parlavano di fine della storia (tra gli altri posso segnalare i testi di J.  Fest, F. Fukuyama, G. Morra). Se non ci sono obiettivi per cui valga la pena investire la vita, se non rimane nient’altro che l’orizzonte delle nostre azioni quotidiane, allora la storia è svuotata di senso. Si avverano in questa prospettiva le parole di Nietzsche, il quale sosteneva che il senso della storia fosse la più machiavellica invenzione del cristianesimo che, riempendo di significato la storia, riusciva non solo ad ingannare gli uomini, ma anche e soprattutto a distoglierli dalla terra e dalle loro responsabilità.
Che cosa significa e quali conseguenze comporta lo schiacciamento esistenziale sul tempo presente, soprattutto in un tempo presente che non riesce a vedere all’orizzonte nessun futuro? Le nuove generazioni che sono nate in questo nuovo contesto culturale, assorbono ogni giorno gli stimoli del mondo consumista, che attrae anche nei paesi poveri. Se non ci sono più ideali, rimane la materia e quello che lei può stimolare, vale a direi sensi. L’anima riempita di materia lentamente, ma progressivamente, si svuota. Di questo processo di materializzazione culturale ne risentono tutti i livelli di una società. Prima fra tutte le relazioni interpersonali, non più basate sulla gratuità e il disinteresse, ma dalla quantità e dall'interesse. Ce lo ha ricordato in questi ultimi anni il sociologo polacco Bauman, il quale sostiene che, se è vero che i nuovi mezzi di comunicazione hanno aumentato esponenzialmente il numero di conoscenze, allo stesso tempo, però, ne hanno drasticamente minacciato la qualità. Non è vero, quindi, che la quantità non dice nulla; rivela invece un certo tipo di qualità. Nel mondo consumista, che trova sempre più spazio a causa dello svuotamento dei valori forti della cultura moderna, la quantità sostituisce giorno dopo giorno la qualità, e la pesantezza della vita si fa sentire nel vuoto che la materia crea lentamente dentro l’anima che l’accoglie. Per questo, forse, cerchiamo cose sempre più sofisticate, costruiamo cose sempre più grandi, cerchiamo la qualità della vita nella quantità della materia identificando in questo modo, qualità con quantità, l’essere con l’avere.
Come essere segno di valori eterni in un contesto in cui l’eterno non trova più spazio? Come annunciare la vita eterna, in un mondo nel quale esiste solamente la vita presente? Come essere segno di qualcosa di altro, quando il trascendente non trova posto nel quotidiano postmoderno? Soprattutto: come decidersi “per sempre” quando nel mondo postmoderno esiste solamente l’oggi? Come camminare verso scelte definitive quando non si riesce a vedere al di là del sensibile contingente?

Non possiamo più permetterci il lusso di ascoltare risposte sommarie e sbrigative, solo per toglierci di dosso il peso dell’angoscia dovuta all'insicurezza che l’attuale cultura porta con sé. E’ necessario cercare, percorrere nuove cammini, battere nuove strade per riuscire a cogliere quella novità che lo Spirito suggerisce nell'oggi della storia.  E, per questo cammino, occorre il coraggio di guardare avanti.