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giovedì 17 novembre 2022

Realtà e verità. Dov’è Dio?

 




Paolo Cugini

 

 Ce ne accorgiamo lentamente, forse davvero troppo lentamente, quando la realtà ci mostra un lato nuovo e mai considerato delle nostre presunte conoscenze. È in questi frangenti in cui le nostre presunte verità si scontrano con la forza dell’evidenza che la realtà porta con sé, che siamo obbligati a scegliere.  Stare con le nostre ragioni oppure accettare la novità che la realtà manifesta? La scelta non è facile. Richiede, infatti, la capacità e la disponibilità a mettersi in discussione, la disponibilità a cambiare, spesso radicalmente. Da quello che si vede in giro la tendenza è quella di rimanere seduti comodamente sul sofà delle verità apprese e mai verificate. Perché è importante ascoltare la realtà? Che cos’è questa realtà? Non è possibile identificare la realtà con il semplice dato oggettivo della materia. La realtà è qualcosa di più della materia. All’interno della realtà, degli eventi, agisce lo Spirito di Dio. Ascoltare la realtà significa, allora, ascoltare Dio. Come dice Papa Francesco in un passaggio della Laudati Sii: “Il Creatore è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, è la continuazione dell’azione creatrice” (LS, n. 80). La presenza di Dio nel creato non è, dunque, qualcosa di distinto da Dio. Potremmo dire che lo Spirito di Dio è immanente e intimo nelle creature (Gamberini, 2022, p.61).

 Le pseudo verità apprese sin da piccoli e che plasmano il nostro vissuto, verità ricevute e mai messe in discussione, hanno comunque una forza, che viene dall’essere condivise dalla maggioranza. Permettere alla realtà di smantellare le ideologie e le interpretazioni assimilate dall’infanzia: è questo il compito di un’autentica vita spirituale.  Il lavoro non è facile ed esige un cammino serio, un’educazione. I preconcetti assimilati, sono infatti, così radicati da renderli inaccessibili al pensiero critico. Gli eventi sono portatori della verità che si manifesta nella realtà e che sono in grado di smantellare le menzogne assimilate. È un lavoro lento, che richiede pazienza e tempo. Il contatto con la realtà è l’antidoto alla menzogna, alla vita falsa. Prima iniziamo questo cammino di smantellamento delle false verità assimilate, meglio riusciamo a creare uno stile nuovo di vita, basato non più su quello che pensa la massa, ma su quello che abbiamo colto ponendo attenzione alla realtà che si è manifestata nel presente della nostra vita.

 

mercoledì 17 agosto 2022

LA REALTA’ E L’IDEA

 




Paolo Cugini

È la realtà che sbriciola la durezza. Sei cresciuto, cresciuta in un ambiente che ti ha trasmesso valori inossidabili, e allora carissimo amico, carissima amica, sappi che se vorrai diventare uomo, donna, dovrai imparare a soffrire. Perché è solo la realtà che, mostrandoti il senso delle cose, è la sola capace a spezzare le durezze dei legami duri che l’idea che ti è stata trasmessa. Se si viene da un’educazione religiosa borghese, che ha impastato il messaggio evangelico con la passività di coloro che cercano sicurezze materiali più che il rischio di una vita creativa, allora occorre prepararsi a soffrire. La realtà, infatti, prima o poi presenta il suo conto. È vero che è possibile proteggersi dalla forza della realtà e, forse, non c’è sistema che più ha perfezionato le proprie capacità di resistenza che non sial il sistema borghese. In ogni modo, chi ad un certo punto del cammino quando incominciamo a percepire che la vita è un’altra cosa da quello che ci hanno insegnato, se accettiamo di provare, di rischiare ad uscire dalla prigione che ci è stata costruita intorno e, soprattutto dentro di noi, allora dovremo imparare a soffrire. La realtà preme, infatti, sui punti duri che le idee hanno strutturato nel tempo. Apprendere ad ascoltare la realtà, perché è proprio in essa che si manifesta la divinità, significa fermarsi dinanzi alle sofferenze che il contatto con la realtà provoca.

Molti esempi di ciò che sto dicendo si trovano nei vangeli. Gesù, infatti, pone dinanzi ai suoi discepoli e discepole, delle situazioni in cui diviene visibile il contrasto tra la vitalità della realtà e la morte prodotte da idee anchilosate e mai attualizzate. È il caso, solo per fare un esempio, delle guarigioni fatte in giorno di sabato. Da una parte c’è la legge e dall’altra la realtà di una persona ammalata, il tutto all’interno di un contesto temporale determinato dal giorno di sabato. È lo scontro tra una realtà costruita con delle leggi umane e l’altra che viene dalla verità che sgorga dalla realtà della vita. Sono degli snodi fondamentali in cui ad ogni persona viene data la possibilità di crescere, di entrare in un cammino di liberazione.

Concentrarsi sulla realtà per smettere di cullarsi nelle illusioni e farsi del male. Stare fermi sul presente, cogliendo la realtà. Accettare la realtà e partire da quello che dice, che rivela. Solo con i piedi conficcati nella realtà è possibile cogliere i tratti della trascendenza incarnata che di rivelano, meglio, che si donano. Solo il contatto, il tocco con la realtà può smascherare le illusioni che l’idea porta con sé, spacciandola per reale. 

giovedì 28 gennaio 2021

A PIEDI NUDI SULLA NUDA TERRA

 


Paolo Cugini

 

       I piedi per terra che camminano sulla nuda terra, per sentire la vita che scorre, per sentire la vita così com’è nella realtà e non come la raccontano. Sentire il freddo d’inverno salire dai piedi, camminando sulla terra nuda. Non ci sono filtri, scarpe, sandali: solo i piedi sulla nuda terra, che sentono il fastidio dei grumi di terra. Senza filtri, appunto, si percepiscono le cose così come sono e non come te le raccontano. Mantenere un contatto nudo e crudo con la realtà aiuta a coglierla così com’è, nella sua verità, nella sua immediatezza, nella sua genuinità, per avere un’esperienza diretta, così diretta che nessuno te la può scalfire, perché nessuno potrà mettere in discussione ciò che avrai sentito quando avevi i piedi nudi sulla nuda terra.

      Qualcuno che ha fatto la stessa esperienza potrà dire che ha avuto sensazioni diverse. Già questa è un’indicazione importante sulla realtà che si manifesta attraverso le sensazioni nel tempo diverso: è molteplice, viva, creativa, plurale. E così, ponendo i piedi nudi sulla nuda terra potrai scoprire, carissima amica, che non c’è un’unica narrazione su ciò che vedi dinanzi a te, ma tante narrazioni quante sono le persone che la guardano, e nessuna contraddice l’altra, perché la molteplicità è l’essenza della vita reale.

    Forse è questo il problema, che non tocchiamo più per terra. Siamo sui social, ma non nel sociale. Cerchiamo le notizie su internet e non siamo più capaci di fare due passi per la strada. Sappiamo tutto, ma non capiamo più nulla e ci sfugge il senso profondo delle cose. Tornare a mettere i piedi nudi sulla nuda terra: è questo il cammino.

giovedì 7 gennaio 2021

PENSIERI DALL'ESILIO

 



Paolo Cugini

 

Pensare positivo. Guardare avanti con i piedi fissi nel presente.

Quando parliamo di Dio di che cosa stiamo parlando? Come si fa a dare un contenuto a questa parola? Il contenuto di quella parola per un cristiano si chiama Gesù di Nazareth, che ha dato un nome, una forma, un contenuto a ciò che prima di lui si diceva di Dio.

Il modo in cui si reagisce all’ingiustizia, al torto subito, nella pena dell’innocente, rivela lo spessore della coscienza che si ha di sé stessi.

Non importa dove siamo, ma l’amore che ci mettiamo nel luogo in cui viviamo.

Dove cerchiamo la consolazione nella vita quotidiana? È la domanda che rivela il sentimento religioso, la radice profonda del rapporto con Dio. Dimmi come ti consoli e ti dirò chi è il tuo Dio.

È il contatto con la realtà che aiuta a comprendere il senso della vita.

venerdì 30 ottobre 2020

VENGONO TUTTI IN ITALIA: TRA FAKE NEWS E QUALCHE VERITA'

 




Dietro ad affermazioni stereotipate come: “Vengono tutti in Italia. Non possiamo accoglierli tutti”, bisogna stare attenti a non correre il rischio di lasciarsi standardizzare al contrario, di dare per scontato che si tratti di un’affermazione falsa e, di conseguenza, di non ascoltare ciò che vuole indicare. Senza dubbio, affermazioni così categoriche e perentorie, dicono di un immaginario standardizzato e strumentalizzato che cela interessi di tipo politico e che fa leva sulla così detta “pancia” del popolo, sulle paure collettive, portatrici di un’immediatezza tale da non permettere il discernimento della bontà o negatività della notizia. Certamente i numeri parlano chiaro: nel 2018, i migranti arrivati in Italia sono stati 332 300, poco più di un terzo di quelli arrivati in Germania (893 900) e la metà di quelli arrivati in Spagna (643 700). La Francia si è attestata su numeri simili, con 386900 nuovi arrivi nel 2018 (fonte Eurostat 2019). Degli oltre 300000 arrivi totali del 2018, solo 22031 sono arrivati senza documenti sul territorio italiano. Non c’è traccia, dunque, della tanto proclamata invasione.

C’è però, anche da considerare il motivo per cui una frase come quella citata all’inizio, trova una breccia immediata nella coscienza collettiva di un popolo. Se, infatti, quella frase, come abbiamo visto, contiene falsità eclatanti, allo stesso tempo è in sintonia con ciò che le persone vedono con i loro occhi. Chi è abituato viaggiare in treno, senza dubbio si è imbattuto nei bivacchi di persone provenienti da altri paesi, adagiate sui marciapiedi delle stazioni (Roma, Napoli, Milano, ecc.). Dinanzi a questi scenari è facile chiedersi il senso di un’accoglienza che non permette a chi arriva d’inserirsi in un percorso formativo e lavorativo e di buttare il proprio tempo senza fare nulla. Davvero queste persone sognavano questa vita quando hanno deciso di partire?

Chi lavora da decenni, come il sottoscritto, con l’accoglienza di persone provenienti da altri paesi, ha diverse volte ascoltato la storia di coloro che sono arrivati immaginandosi qualcosa che poi si è rivelato l’esatto contrario. Ciò è dovuto, anche, alla narrazione che i compaesani emigrati fanno al ritorno nel proprio paese, nel quale si sentono obbligati a raccontare meraviglie sul proprio nuovo stile di vita, nascondendo la realtà di sfruttamenti e di miseria in cui spesso si trovano a vivere.

Basterebbe, allora, fermarsi e chiedersi perché i paesi europei non hanno problemi a sborsare milioni di euro ai paesi in prima linea nell’accoglienza di persone proveniente dall’Africa (ma poi tirarsi indietro sul tema della redistribuzione di queste persone e la difficoltà a modificare la convenzione di Dublino), mentre continuano indisturbati a depredare le risorse minerarie di quegli stessi paesi. Forse si tratta della fatica a rinunciare ad uno stile di vita, che necessita del sacrificio di altre vite. Con i soldi si pensa di fare tutto, persino di addormentare le coscienze. Fino a quando?

 


sabato 15 settembre 2018

FESTIVAL DELLA FILOSOFIA - ALETHEIA (VERITA')







MODENA 15 SETTEMBRE 2018



Relatore: Massimo Cacciari
Sintesi: Paolo Cugini

Platone: il bene fornisce verità alla cose conosciute. La verità appartiene alla cosa.

L’oggetto è conoscibile nella misura che è secondo verità. La cosa è conoscibile in verità perché sta in verità. L’ente è conoscibile. Se non fosse vero in sé, non ci sarebbe nessuna verità. Sia nel mito, che nella Repubblica di Platone, sia nel mito della Caverna, s’insiste sull’idea di verità come carattere della cosa. E’ la cosa che è reale
E’ inconcepibile un discorso vero senza nessun rapporto con le cose in quanto disvelano la verità. Io so veramente perché vedo la cosa e, quindi, colgo la verità.
Per dire con autorevolezza devo dire le cose come stanno, secondo ciò che si manifestano. Allora il dire è autorevole, in ordine con dike, quando dico le cose come stanno, e le cose come stanno sono la verità.
Non solo il bene fornisce verità alle cose, ma anche la facoltà di conoscere. Il discorso deve avere un suo ordine per essere autorevole, ma il dire ciò che è essenziale secondo verità, è vero solo in questo senso grazie alla sua aderenza all’ente. La logica è tale solo in riferimento al vero che appare, è rivelata nella cosa. E’ questo il tema ella metafisica classica.

Hegel recupera continuamente l’ontologia classica, contro la logica formale kantiana. Il concetto di Hegel è chiamato a interpretare l’intera realtà.

Che cosa ci appare manifesto? Enti finiti. Sono percepibili solo nella loro relazione. Ogni ente ha il suo confine. Non posso mai esprimere l’ente secondo se stesso, in sé e per sé. Quando determino un ente lo determino mettendolo in relazione all’altro. Lo dice Spinoza e poi lo riprende Hegel. Per determinare qualcosa lo devo porre in relazione con una cosa che quella cosa non è. Aristotele: l’ente non è mai definibile nella sua irriducibile sostanzialità.
Ogni ente è sostanzialmente se stesso? Per definire un ente devo porlo in relazione ad un altro e, quindi, devo negarlo. Ogni essente è un singolo. Se dico di conoscere l’ente come singolo, però, so anche che l’ente nella sua sostanzialità è infinito, opera un’opposizione tra finito e infinito. A questo punto l’infinito rimane relativo e quindi devo cambiare strada.

Perché porre la differenza? Perché quando penso devo dire che lo vedo concatenato con il tutto? Perché devo supporre una differenza tra enti? Perché devo scindere l’ente dalle sue connessioni con il tutto?

E’ il terzo grado di conoscenza spinoziana è vedere l’essenza finito nella causa. Che cosa sono le relazioni dell’ente? Perché il finito non può essere colto in se stesso? Ogni finito manifesta un’infinita connessione.

Altra differenza. Se vedendo questo finito vedo la sua relazione al tutto, allora anche le conoscenze finite vanno collocato in questo sapere vedere di finito e infinito. La verità abbraccia anche l’apparire, il finito. Parmenide dice cose diverse. Io penso che non ci sia un solo modo di leggere Parmenide. La verità dice delle cose come realmente appaiono.
Platone si allontana dalla prospettiva di Parmenide.

La verità infinita ha in sé il finito. Sono dimensioni diverse, ma non sono astrattamente separate. Il percorso platonico segue questo cammino. Tutto è collegato armonicamente, matematicamente secondo la numerologia pitagorica. Occorre superare il discorso della differenza. Il finito è manifestazione dell’infinito, della connessione di tutti gli essenti nel tutto.

Questa connessione non risulta evidente. Ogni apparente incertezza ha un dominatore comune. La differenza di opinione esprime la certezza che la cosa sia probabilmente come si dice. Quando diciamo “io so”, molte volte sappiamo che il nostro dire non corrisponde allo stato di cose, ma cerchiamo di dire. Chiediamo la fiducia dell’altro sulle nostre affermazioni veritative. Tutto sta connesso nel momento in cui provo a dire le cose.
Anche quando esprimo il termine verità nel modo più debole, che può essere un’opinione, è connessa a tutto il ragionamento ontologico. Ogni nostra forma di dire vuole corrispondere alla cosa, è una prospettiva sulla verità, che cerca di vedere l’ente nella misura della sua rivelazione.
Ci sono prospettive diverse, ma rivelano tutte la verità.

Platone non disprezza l’opinione. Partiamo tutti come prigionieri dal fondo della caverna. A partire da Pitagora e da Platone, il numero elabora la costruzione dell’essente. La natura parla un linguaggio matematico. La matematica è lo strumento fondamentale per comprendere gli enti secondo la sostanzialità.

La connessione tra l’aspetto formale e scientifico è fondamentale. Connettere la realtà. Veniamo da una stagione filosofica che ha diviso: è giunto il momento di connettere. Oggi è possibile riconnettere i diversi campi della verità, in cui cerchiamo di dire la verità delle cose.
Come si può arrivare a ciò? Non possiamo non indagare secondo questa prospettiva ultima. Le diverse prospettive debbono essere distinte, ma non separate.
Come pretendere che vi sia un pensiero nostro che non sia aspetto in tutti i modi, che escluda la passione, l’affetto? Posiamo avere nello stesso momento passioni opposte.
La fede regge il principio di non contraddizione, che la cosa rimanga una, se stessa. Nega la ricerca plurale di una verità una, non delle molte verità, ma delle molte vie.
L’uomo non può vivere senza una costante fiducia di qualcosa d’indistruttibile dentro di lui. Come faccio a vivere senza infinito?
Il finito nel suo manifestarsi è vero.



sabato 29 aprile 2017

IL DOLORE NELLA CULTURA OCCIDENTALE (appunti)




(Intervento nel seminario sul tema del dolore- Studio Teologico Inter diocesano- Aprile 2017)


Paolo Cugini
C’è dolore e dolore. C’è un dolore naturale, quel dolore che affrontiamo nelle vicissitudini umane, come la malattia, la sofferenza interiore o come il dolore dovuto alle cause naturale. E c’è anche un dolore causato, un dolore che potrebbe non esserci, ma che invece appare a causa di un determinato modo di pensare, di rapportarsi con le cose, d’interpretare il mondo. C’è, allora un dolore che è causato da una cultura, da un modo di pensare: è di questo tipo di dolore che vorrei parlare. C’è il dolore dei poveri, causato dall’ingiustizia sociale prodotta dal modo d’intendere l’economia.
Alcune situazioni di dolore prodotto della cultura Occidentale:

1.      Il dolore degli eretici. Il dolore di coloro che esprimono un pensiero diverso rispetto al pensiero dominante, sia esso politico, sociale che teologico. Il dolore di coloro che sono stati uccisi a causa di un’idea teologica differente (675 giustiziati per eresia, senza contare quelli torturati, imprigionati, le streghe). Il dolore di coloro che sono perseguitati a causa di un pensiero differente. I casi Leonardo Boff e John Sobrino.

2.      Il dolore delle popolazioni Indigene americane. (1500 c’erano 5 milioni di Indios e dopo 50 anni erano stati decimati a cinquecento mila. Dibattito sullo statuto antropologico degli indios. Il papa intervenne con una bolla per definire che gli indios avevano un’anima. La distruzione dei popoli e delle culture indigene da parte degli spagnoli.


3.      Il dolore dei poveri. L’economia che uccide. Il dolore di coloro che vivono in condizione disumane e che sanno sin dalla nascita che non avranno mai alcuna possibilità di avere il minimo per vivere e che quindi si abituano sin da subito ad arrangiarsi. C’è un segno su di loro che è come un marchio: la rassegnazione negativa, che deriva dall’esperienza che contro i potenti non si può nulla. Raccontare l’umiliazione dei poveri in alcune situazioni vissute in Brasile.

4.      Il dolore di coloro che la pensano diversamente dalla politica dominante. Il caso attuale della Turchia dove circa 40 mila persone dell’opposizione sono astate incarcerate. Oppure durante le dittature militari in America Latina negli anni ’60-80 del secolo scorso, in cui migliaia di persone dell’opposizione sono state barbaramente torturate, assassinate. Citare frei Betto, Diario del Faro,  (dice di un’incapacità di abitare la differenza. Problema: da dove deriva questa incapacità?).


5.      Il dolore delle donne. La cultura patriarcale e maschilista che ha modellato la cultura Occidentale, cultura sorta dall’evoluzione progressiva incentrata sull’idea della forza. Le tante violenze che ancora oggi le donne subiscono sono anche il frutto di una cultura maschilista, una cultura della forza che sfocia nella violenza. Cultura che ha influenzato anche la religione e, nel nostro caso, la chiesa cattolica. Sino a quando le donne saranno lasciate fuori dalla possibilità di esercitare un sacerdozio ministeriale come gli uomini, la chiesa non potrà dire molto al mondo sul tema dell’eguaglianza. La realtà contraddice la cultura. Esperienza delle CEBs in America Latina condotte per la grande maggioranza da donne dice di un cammino che è già avviato e che può contaminare anche la chiesa Occidentale. La mancanza di aderenza alla realtà genera l’idea impazzita.

6.      Il dolore delle persone africane in Occidente. La sofferenza di non essere accettati a causa della diversità della pelle, di essere messi ai margini della società per il semplice fatto di avere la pelle nera. Anche nelle nostre parrocchie – ce lo hanno raccontato gli studenti africani che abitano nelle nostre parrocchie – spesso durante la messa chi ha la pelle nera si trova la mano tesa per lo scambio della pace senza una risposta. Il pregiudizio è duro a morire.


7.      Il dolore delle persone LGBT. Sto accompagnando il percorso spirituale di un gruppo di persone lesbiche e gay. Quanta sofferenza per una diversità non accettata. Quanti pregiudizi che escono da quell’istituzione alla quale Gesù ha insegnato di non condannare, ma di accogliere. C’è ancora un lungo cammino da compiere, il cammino della conoscenza dell’altro, del rispetto per le differenze.

8.      Il dolore del popolo ebraico sterminato nella seconda guerra mondiale. Il diario di Etty Hillesum lo abbiamo commentato durante il percorso con gli studenti universitari. Quanta dignità che abbiamo trovato in Etty che, nonostante le situazioni disumane nelle quali si è venuta a trovare, non ha mai smesso di pregare, di ringraziare Dio, di dire a tutti che la vita era bella.

La causa
Tutte queste sofferenze, questo dolore hanno un comune denominatore, a mio avviso, vale a dire sono l’espressione di un modo particolare di pensare l’essere, un modo speciale di pensare il rapporto dell’uomo con il mondo. Si può pensare come causa dei mali dell’Occidente il processo d’irrigidimento dell’essere e, di conseguenza, i suoi sviluppi nell’irrigidimento dell’idea. La causa dei mali dell’Occidente stanno esattamente a monte della sua impostazione filosofica, ovvero, nella metafisica. È il modo di concepire l’essere come rigido, unico, immobile, perfetto, che produce violenza nei confronti di ciò che è percepito come differente, come realtà che non si adegua all’idea. Tutto ciò che non è conforme all’idea viene percepito come negativo e genera il processo di volontà di annichilamento. La distruzione dell’altro come possibilità di mantenimento dell’ordine sociale e politico. L’idea non accetta la differenza.

Per capire questa affermazione bisognerebbe ripercorrere a ritroso il percorso che la metafisica ha realizzato sin dai primordi. Bisognerebbe riprendere una storia dell’essere così come si è sviluppata nella metafisica Occidentale, a partire da Parmenide, anche se, giustamente, Giovanni Reale, nei suoi saggi sulla storia della filosofia antica, fa notare come in realtà la metafisica e, di conseguenza, la riflessione sull’essere, nasce solamente quando Platone inventa il mondo sovrasensibile. In ogni modo è importante ritornare a Parmenide perché ritroviamo nel suo pensiero quelle qualità dell’essere che Platone applicherà alle idee ed Aristotele alla sostanza. L’essere di Parmenide è Uno, immobile, eterno, ingenerato, immortale, indivisibile.

Non a caso Heidegger in Essere e Tempo parla della storia della metafisica Occidentale come un processo d’indebolimento dell’essere, perché in realtà la metafisica classica confonde l’essere con l’ente. Il problema della metafisica classica, che ha sempre presentato l’essere come qualcosa di fisso, di rigido. In questa prospettiva la verità non sarebbe nient’altro che una proiezione soggettiva che produce una fissazione del vero a partire dalla precomprensione dell’essere. Questo è a mio avviso, il problema. Ci siamo abituati a pensare il vero identificandolo con un’idea astratta, una precomprensione concettuale, che anticipa la realtà interpretandola. qualcosa di rigido. Ci siamo abituati a chiamare vero un’idea indipendentemente dalla realtà. Ci siamo fidati delle nostre intuizioni e su queste abbiamo interpretato la realtà. Il pensiero Occidentale ha sempre interpretato la realtà a partire da idee pre- costituite o, per dirla con Péguy, da idee bell’e fatte. La storia del pensiero Occidentale è la storia dell’interpretazione della realtà a partire da un’idea.

Gianni Vattimo sostiene che esiste una serie di eventi avvenuti negli ultimi decenni che comprovano la dissoluzione della metafisica classica, l’indebolimento di un essere rappresentato come fondamento unico e oggettivo della realtà. La caduta del muro di Berlino, la crisi sistematica del modello economico neoliberale, la crisi ecologica, la fine del mito del progresso: sono tutti sintomi di un indebolimento della metafisica forte, che sfocia nel nichilismo. Per la metafisica classica che Vattimo critica, la verità non è niente di più che il frutto di una proiezione soggettiva, idealista: un’idea fissa. È proprio a questo tipo di verità che il mondo postmoderno sta dicendo addio.

C’è anche una certa teologia, un certo modo di pensare Dio che è rigido, poco duttile, un po' violento, perché fa violenza alla verità stessa di Dio. È quella teologia che poi sfocia nel rubricismo e nel formalismo: vale più il contorno che l’essenza, l’osservanza delle norme che la persona.

È possibile uscire dalla durezza della metafisica Occidentale per andare verso un mondo dove gli opposti non si respingono, ma convivono? E’ possibile uscire dalla teologia della forza – pensiamo ai concetti di Onnipotenza, monoteismo, ecc. della tradizione Occidentale – verso una teologia più rispettosa di Dio? Ci sono alcune risposte che vanno in questa direzione:

1.      Jean Luc Marion sostiene che il termine essere è incompatibile con il lessico teologica e che il termine essere non è teologico. La rivelazione dice qualcosa dell’ente e non dell’essere. Per questo c’è grande differenza tra il Dio dell’ontologia e quello della rivelazione. “Un Dio che ha bisogno che la propria esistenza sia provata è un Dio ben poco divino e la prova dell’esistenza di Dio è una grande bestemmia”. Secondo Heidegger la teologia non riguarda Dio, ma la fede nel crocefisso. La teologia riguarda la fede nell’evento del crocifisso.
Problema:
·         come dire il Dio della rivelazione che non è di questo mondo?
·         La metafisica ci ha abituati a pensare Dio a partire dall’essere e invece Dio viene a noi attraverso l’evento: la rivelazione
·         Come dev’essere scritto il Dio di una teologia cristiana manifestata dalla croce di Cristo?
·         La rivelazione biblica ignora la differenza ontologica (Gen 1,24); Rom 4,17; 1 Cor 1,28; Lc 15, 12-32;
·         Dio sceglie il non ente per annullare l’ente
·         Per Dio quello che non è come se fosse
·         Per Dio quello che è può essere come se non fosse
·         Il fatto di essere un ente non garantisce nulla
·         1 Cor 1,28: la sapienza che viene da Dio provoca la confusione della sapienza degli uomini
·         Occorre pensare la possibilità di dire l’ente senza ricorrere all’essere

2. Il pensiero biblico ci può offrire qualche spunto. Ci sono, infatti nella Bibbia, alcune visoni che dicono di una possibilità della convivenza delle differenze.

1.       L’alleanza che Dio stabilisce con Noè è l’arcobaleno. E' un dato che è stato spesso dimenticato. Dio non ha scelto un colore, ma l'arcobaleno: è l'elogio della pluralità. Viviamo l'alleanza con Dio quando abitiamo la pluralità

2.      Il profetismo. Isaia 11. Convivenza dei contrari: la vacca e l’orsa pascoleranno insieme; il lupo e l’agnello dormiranno insieme.

3.      I nomi di Dio. È significativo che nella Bibbia, non esiste un solo concetto, una solo parola per definire il nome di Dio, ma diverse: YHWH, Eloim, El, Io Sono, ecc. La pluralità dei nomi dice di un’impossibilità di dire Dio con un solo concetto. Dio rimane sempre al di là della nostra capacità di accoglierlo. Dio è più grande dell’idea, la trascende.

4.      I Vangeli per narrare la vita del figlio di Dio sono 4 e non uno. Non si può pensare di cogliere la vita di Gesù, il figlio di Dio, da un unico punto di vista. Il cristiano è colui che si allena alla pluralità di vedute, alla compresenza di visioni diverse, a percorre cammini interpretativo diversi, a volte opposti. Il cristianesimo non è un cammino monotematico.

5.      La Trinità. È l’elaborazione della prima comunità che intuisce che Dio non può essere concepito e intrappolato da una prospettiva unica. La Trinità dice di un’unità che non s’identifica con uniformità e dove la pluralità è matrice di unità.

Per aiutarci a non essere causa di dolore, a non provocare dolore nel mondo con giudizi affrettati e rigidi, ingabbiati nei pregiudizi culturali è necessario mantenerci in ascolto della realtà, a contatto con la realtà, a formulare idee che procedono dalla realtà e non il contrario.
La realtà, per suo verso, è plurale, molteplice, viva, in movimento. La realtà dice della compresenza dei diversi ed è solo il contatto con la realtà che ci può salvare dalla tirannia dell’idea. È dalla realtà che procede l’idea e non viceversa.


giovedì 2 febbraio 2017

IL DIFFICILE RAPPORTO TRA I GIOVANI E LA FEDE





ALLA RICERCA DI UN SENSO DELLA VITA

Paolo Cugini



Non c’è bisogno di ricorrere alle statistiche per capire la difficoltà che oggi la Chiesa incontra nel tentativo di evangelizzare i giovani. Sono tante le cause di questo allontanamento dei giovani dalla fede. Senza dubbio, il processo di scristianizzazione dell’Occidente ha creato quel clima sempre più secolarizzato che non permette alle giovani generazioni di identificarsi immediatamente con i valori del Vangelo. C’è uno scollamento progressivo tra la proposta cristiana e il mondo Occidentale, che sta sempre di più andando verso una deriva materialista. Il consumismo esasperato degli ultimi decenni diffusosi nel mondo Occidentale, è divenuto lentamente la vera religione, il nuovo culto con i suoi adepti e i suoi sacerdoti. Culto materialista che, facendo leva sull’immediatezza dei sensi crea, alla distanza, un vuoto di riflessione e di pensiero. È all’interno di questo vuoto che occorre spingere la nostra riflessione, per tentare di comprendere gli spazi che restano per una proposta plausibile di fede. Questo vuoto, infatti, che è allo stesso tempo culturale e spirituale, era per certi aspetti stato profetizzato da coloro che annunciavano il nichilismo. Nietzsche, già alla fine dell’’800, annunciava la morte di Do, vale a dire, la fine del mondo dei valori prodotti dal cristianesimo. Sulla stessa linea si era mosso qualche decennio dopo Martin Heidegger, quando preconizzava l’Occidente come storia della fine della metafisica. Recentemente Gianni Vattimo, prendendo spunto dai due filosofi tedeschi sopra citati, ha affermato che la croce di Cristo è il simbolo dell’annuncio del nichilismo nell’Occidente. La croce, infatti, simbolizza la morte di quell’Essere che la filosofia Occidentale, in altre parole la metafisica classica, aveva indicato come fondamento della realtà sensibile. Ebbene, proprio in quell’atto supremo che i cristiani indicano come completamento della vita terrena di Gesù, diviene nient’altro che l’annuncio definitivo della fine di ogni significato dell’esistenza, vale a dire l’annuncio del nichilismo. Secondo Vattimo, paradossalmente è stato proprio il cristianesimo, e cioè la religione che per antonomasia ha inventato il senso della vita, a divenire la fine di ogni significato dell’esistenza.
Quel grido disperato che usciva alle pagine di Nietzsche e, in modo particolare, dal famoso aforisma 625 della Gaia Scienza, oggi, nel contesto di un mondo secolarizzato, quel grido non fa più nessuno scalpore. Non esiste più una cultura cristiana nel senso stretto del termine, ovvero un mondo cristiano nel quale le persone s’identificano. È vero che ancora oggi molte persone chiedono di battezzare i loro figli e di ammetterli ai sacramenti. È altrettanto vero, però, che questa richiesta non è per nulla accompagnata da un’appartenenza ecclesiale. Si tratta, dunque, di un fatto culturale più che ecclesiale o addirittura spirituale. La poca aderenza ai valori religiosi, spesso e volentieri triturati dal materialismo consumista, che ne stravolge il senso trasformandoli in situazioni di folclore spesso di cattivo gusto, non permette alle giovani generazioni di percepire l’autenticità del messaggio evangelico. Dall’altra parte, poi, a peggiorare la situazione, c’è anche quella fetta di Chiesa tradizionalista che non riuscendo ad accompagnare l’evoluzione della storia, vive trincerata nel passato, non permettendo alcuna forma di attualizzazione. Sena dubbio, la cristianità in Occidente non è più il riferimento valoriale della cultura dominante. I giovani non nascono più in famiglie praticanti, in un contesto quasi totalmente religioso. Lentamente e progressivamente l’essere cristiani e l’appartenere ad una comunità cristiana sta divenendo sempre di più una scelta. Questo non è male, anzi. Il processo di secolarizzazione in atto, se in apparenza può sembrare deleterio per la religione, in realtà permette al cristianesimo di recuperare la propria identità. Il cristianesimo, non è infatti nato per essere la religione di un impero, ma una proposta di vita. Il Vangelo presenta delle proposte esigenti e radicali, che esigono ponderazione e, soprattutto, un lento cammino di conversione e di adeguamento al progetto proposto. In questa prospettiva, la comunità cristiana deve sempre di più abituarsi a vivere nel modo come una minoranza, il cui valore non stara più quindi nel numero, ma nella qualità della sua proposta e del suo stile di vita. Quando il battesimo dei bambini e la sacramentalizzazione smetterà di essere un fenomeno obbligatorio e di massa, sarà il segno evidente che il processo di secolarizzazione e di scristianizzazione della cultura Occidentale, è arrivato al termine.

Questa nuova situazione culturale ha prodotto una nuova visone del mondo. Più che prospettive future, valgono le situazioni che nel presente l’individuo può sfruttare. L’identità non si forma più per poter vivere per sempre i valori scelti, ma per poter usufruire il massimo del presente. Visione del mondo che attinge tutti gli aspetti della vita, dalla politica alla religione, dalla società alla vita quotidiana. Questa nuova visone del mondo non ha più al centro Dio o i valori metafisici come in quella precedente, ma la materia, le cose che consumiamo. Al centro c’è dunque, il soggetto e i suoi bisogni immediati, che dipendono dalla cultura in cui una persona vive. Se i valori erano assoluti, i bisogni, al contrario, sono relativi al luogo e alla cultura di appartenenza. C’è una grande mobilità di situazioni in cui l’individuo si trova immerso, per cui accanto alla rapidità dei cambiamenti culturali in atto, l’individuo è sollecitato alla capacità di adattamento alle nuove situazioni. Ancora una volta mi preme sottolineare che in questa nuova visione del mondo venutasi a formare negli ultimi decenni e che è ancora in formazione, i valori assoluti non sono determinanti, anzi spesso costituiscono un ostacolo per l’adattamento alle nuove situazioni che è richiesto. Un dato che può essere considerato segno specifico di questo nuovo culturale è il movimento costante di milioni di persone. Le migrazioni sono ormai un fenomeno che non avviene solamente nei paesi poveri verso i paesi ricchi, ma questo movimento avviene anche all’interno degli stessi paesi cosiddetti ricchi. Se l’antica visione del mondo era caratterizzata dalla stabilità delle persone nel loro territorio, stabilità che generava tradizioni e valori locali percepiti come assoluti e inviolabili, ben diversamente è la percezione dei valori in un simile contesto di continuo movimento. Lo sradicamento sociale, culturale e religioso è uno dei fattori che dicono della condizione umana in questo nuovo quadro culturale. Le nuove generazioni nascono e si muovono in questo contesto in continuo movimento, nel quale non ci sono valori e tradizioni che fondano la cultura, ma una pluralità, che spesso è discordante e dissonante, di elementi che divengono significativi nella misura che rispondono ai bisogni del presente.

All’interno di questa nuova visione del mondo la Chiesa fa fatica a trovare il passo giusto nel cammino della nuova evangelizzazione. Paga lo scotto di secoli di pesantezza secolare, secoli duranti i quali ha cercato più la presenza politica che lo stile evangelico. Ha assaporato così a lungo l’ebrezza di essere la maggioranza e di contare qualcosa, che non riesce a prendere le distanze da questa ubriacatura. In realtà, da diversi parti ci sono esperienze significative di comunità cristiane che tentano di vivere il Vangelo, incarnandolo nel loro vissuto quotidiano. Sono esperienze che non fanno rumore e notizia, ma che dicono della possibilità di vivere la proposta di Gesù. Segnale positivo è anche la figura di Papa Francesco: i suoi gesti e le sue parole rimettono la Chiesa nel cammino di un Concilio troppo alla svelta messo nel dimenticatoio. Il problema è come aiutare i giovani a percepire nel Vangelo una proposta reale di vita diversa da quella che offre il mondo. Come presentare un cammino che conduce a scelte definitive in un contesto culturale nel quale il per sempre e il definitivo sono percepiti come disvalori? Più che ad eventi eclatanti, anche se esperienze simili possono essere positive, quello che una comunità cristiana può fare consiste nell’aiutare i ragazzi a mantenere i piedi per terra, a rimanere a contatto con la realtà in tutte le sue forme, comprese il dolore, il sacrificio, la sofferenza. Se, infatti, la cultura postmoderna tende a proporre continui e vari modelli, spingendo le persone a decisione rapide che non richiedono una riflessone molto profonda, il Vangelo, al contrario, per essere assimilato ha bisogno di tempo e di un contatto costante con la realtà. Forse è questa la sfida maggiore, vale a dire quella di non perdere di vista la realtà, per non finire intrappolati nella rete virtuale di proposte allettanti, ma che non permettono alle persone d’incontrare se stesse e di vivere in autenticità.


lunedì 17 ottobre 2016

VERITÀ E REALTÀ




PERCHÉ' LA MISSIONE E' INDISPENSABILE ALLA CHIESA


Paolo Cugini

Ci sono dei dati, anche nella vita spirituale, che risentono dei tempi, dei cambiamenti. E in fin dei conti è giusto così. Se è vero che la Verità si è incarnata, è entrata nella storia, allora è proprio la storia, gli eventi l’ambito privilegiato per comprenderla. La Verità non si dona, quindi, come qualcosa di statico, come un pezzo di marmo, ma si manifesta, si offre negli eventi quotidiani. Il cammino della storia porta con sé anche il cambiamento delle culture, delle tradizioni, dei modi di vedere e di agire. Anche la vita spirituale vive questi cambiamenti. Chi vuole relazionarsi con Dio deve apprendere a camminare dentro la storia, a non identificare la sua fede con i modelli culturali, o con le forme esterne. In fin dei conti, la stessa idea spirituale ed evangelica di conversione, passa attraverso la presa di coscienza del carattere storico delle Verità di fede espresse nel Vangelo, incarnate da Gesù. Se l’idea d’inculturazione, nata e sviluppatasi soprattutto nel mondo missionario, ha trovato sin dalla sua formulazione tanta resistenza, è a causa di una concezione statica dell’idea di Verità. Proviamo ad approfondire brevemente i motivi che conducono a resistere all’idea di una Verità che cammina nella storia e che esige di essere compresa ponendo attenzione agli eventi.

La tradizione culturale Occidentale ha da sempre pensato la realtà e la verità come poli contrapposti, inconciliabili. La prima grande spaccatura si ha con il pensiero di Parmenide, che pone l’essere in contrapposizione con il non essere, il mondo fenomenico. Da lì in poi il cammino tra questi due mondi diviene sempre più in contrapposizione. Il problema sorge dal modo in cui il pensiero Occidentale concepisce la Verità, e cioè come un’idea fissa a sé stante, immobile, staccata dalla realtà, percepita come mobile e quindi imperfetta. Se la verità deve avere lo stesso spessore metafisico di Dio, allora, siccome il dio dei filosofi è immobile, anche le verità che derivano da lui devono essere concepite in questo modo. Platone è considerato il punto di riferimento filosofico per comprendere la filosofia Occidentale. Secondo lui, il Demiurgo, nel momento di creare le cose, ha dinanzi a sé due realtà preesistenti: la materia informe e le idee. Il demiurgo contempla le idee perfette e preesistenti e modella la materia per fare le cose. In questo modo, le cose della realtà sono copie imperfette di idee perfette. È importante riflettere su questi passaggi storici della nostra cultura, perché hanno influenzato pesantemente anche il pensiero cristiano e la sua spiritualità. Nel sistema plotiniano – siamo già nel terzo secolo dell’epoca cristiana -, sistema filosofico chiamato appunto neo-platonico, Plotino nelle Enneadi spiega la realtà come una mancanza di luce. Il Nous nel suo discendere (procedere) e dare consistenza ai diversi livelli della realtà, giunge progressivamente senza energia, senza luce. Ebbene per Plotino la realtà è esattamente questa situazione che si viene a creare quando il Nous è totalmente svuotato di energia. Se il sistema neoplatonico porta a maturazione un cammino della cultura Occidentale durato circa otto secoli, il risultato è la totale separazione e inconciliabilità tra dio e il mondo, tra Verità e realtà.

Interessante notare, quando si sfogliano i testi dei padri della chiesa dei primi cinque secoli, come la loro conoscenza filosofica, che era prevalentemente platonica e neoplatonica, filtri l’interpretazione che loro fanno delle Scritture. Questa mediazione filosofica la si vede soprattutto per quanto riguarda la riflessione sulle pagine della Genesi che narra la creazione del mondo e nella concezione dell’uomo. La svalutazione del corpo a vantaggio dell’anima, con le conseguenti indicazioni mistiche di fuga dal mondo e disprezzo del corpo, hanno più un sapore platonico che evangelico. Siamo sempre nell’ambito delle contrapposizioni: corpo e anima, verità e realtà. La cultura Occidentale non riesce ad elaborare un pensiero capace di conciliare aspetti che percepisce e interpreta come contrapposti. Anche il cristianesimo, pur avendo nella proposta del Vangelo questa visone unitaria della realtà, nel mondo Occidentale viene costantemente riletto a partire dalle categorie filosofiche.

Gesù è il verbo incarnato, l’eterno che entra nel tempo, l’idea immobile che entra nella realtà mobile. Dal punto di vista filosofico è un dato inconcepibile e inconciliabile, anzi è la negazione di quanto era stato pensato sino a quel momento. Come può Dio, da sempre pensato in contrapposizione al tempo e alla storia, venire ad abitare in mezzo a noi? Com'è possibile che la Verità da sempre pensata immobile, uguale a sé stessa in ogni momento e in ogni epoca, entri nel tempo e, di conseguenza, si adatta al cammino della storia che è in continuo divenire? Dice il Vangelo di Giovanni che “Il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Non solo, ma Gesù, sempre nel Vangelo di Giovanni, si definisce la Verità: “Io sono la Via, la Verità e la vita”. Ciò significa che d’ora innanzi Dio non va cercato sulle nubi del cielo o sui libri dei filosofi, ma lo incontriamo nella persona di Gesù Cristo, nella sua storia, nelle sue parole e nei suoi gesti. D’ora innanzi la perfezione non è più un’idea astratta e immobile, ma va cercata nel cammino del tempo, nell’evolversi degli eventi.

Non c’è da stupirsi se ancora oggi tante persone che si definiscono cattoliche, resistono all'idea di una verità che si è fatta storia, rimanendo strettamente ancorati ad un’idea di verità più filosofica (platonica) che cristiana. Ecco perché rimangono meravigliati, anzi scandalizzati se la Chiesa, pensata da loro come un’istituzione fissa nel tempo, una verità fuori dalla storia e dal tempo, ogni tanto per adeguarsi ai cambiamenti della storia, modifica i contenuti, sposta gli accenti, indica nuovi percorsi. Probabilmente è più comodo ed è meno faticoso rimanere avvinghiati ad una verità immobile, che alla Verità che si è fatta storia e che esige continuamente di mettersi in discussione, di cambiare, di convertirsi. Sempre in questa prospettiva, si comprende molto bene se la più profonda esperienza d’inculturazione del Vangelo sia avvenuta nei primi secoli della chiesa per poi, salvi rari esempi, fermarsi lì. Purtroppo sono comprensibile, ma assolutamente non giustificabili, i disastri umani e culturali realizzati dai cattolicissimi spagnoli e portoghesi nelle terre latinoamericane.


Se ancora oggi la chiesa fa così tanta fatica ad inculturarsi, ad accogliere nei suoi riti e nelle sue formulazioni le novità che lo Spirito Santo ha preparato nelle culture dei popoli che incontra, è forse a causa di una cecità provocata dalle concezioni filosofiche e poco evangeliche, che riempiono da secoli le nostre menti. Ecco perché la missione è indispensabile nel cammino della chiesa: per convertirsi, per cominciare a vedere e a leggere in modo nuovo quel Vangelo donato a noi gratuitamente, ma che facciamo fatica a coglierne la profondità a causa delle nostre pre-comprensioni, che ci chiudono gli occhi e la mente. La missione è come il collirio che ci permette di vedere in modo autentico, o perlomeno in modo nuovo quel messaggio evangelico che diciamo di conoscere, ma che poi, alla prova dei fatti facciamo fatica a vivere spesso e volentieri perché mal consigliati. La missione è, allora, per noi una grande speranza: manteniamola viva!

martedì 28 aprile 2015

LA REALTÀ E' PIÙ IMPORTANTE DELL'IDEA


Maria Soave Buscemi


La gradita visita del Vescovo Massimo


E' INIZIATO IL CORSO DI LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA
REGGIO EMILIA 2015
Paolo Cugini

Sabato 18 aprile presso l’Oratorio cittadino è iniziato il primo Corso di Lettura Popolare della Bibbia, che si estenderà per quattro sabati sino alla fine di maggio. Un percorso impegnativo, dunque, che si pone come obiettivo quello di accompagnare i partecipanti dentro al mondo affascinante dello stile latinoamericano di accostarsi al testo biblico. Nei primi due incontri del corso la risposta alla proposta è andata oltre le più rose aspettative. Molti, infatti, sono stati i partecipanti, quasi ottanta di diverse zone della diocesi e, oltre alla presenza dei laici è bello segnalare anche la presenza di alcuni sacerdoti e religiose.

Maria Soave Buscemi, conduttrice del corso e già conosciuta al pubblico reggiano per una serie d’incontri realizzati in questi ultimi anni, ha ricordato sin dall’inizio che la lettura popolare della Bibbia non significa né una lettura populista né semplicista. E’ un problema di metodo, che tiene conto del cammino della cultura Latinoamericana che, a differenza di quella europea, non parte dalle teoria o dal concetto astratto, ma dalla vita concreta della gente. “Nella lettura popolare – ha ricordato Soave - affermiamo che la vita viene prima della Parola e che la realtà precede l’idea”. Nella stessa prospettiva si è espresso Papa Francesco quando nell’Evangelii Gaudium diceva che la realtà è più importante dell’idea. “Il criterio di realtà, - afferma il Papa - di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo”. Il primo atto, allora, è l’esperienza la realtà e dopo la teoria. Questo stesso processo, con questa stessa modalità ha accompagnato la formazione del canone della Bibbia, che non è nata a tavolino, ma dalla vita. Come punto di partenza, infatti, nella storia del popolo d’Israele ci sono state delle esperienze, delle storie vissute dove il popolo ha sperimentato la presenza di YHWH. Esperienze che non sono state subito scritte, ma narrate di generazione in generazione. Come nella vita, anche per quanto riguarda la formazione del canone, la realtà, il vissuto ha preceduto l’idea, la scrittura. Interessante è poi notare come le prime forme di stesura delle esperienze di salvezza vissute dal popolo, sono state dei canti: il canto di Debora (Gdc 5) e il canto di Mara (Es 15). Ci siamo chiesti come mai è avvenuto così. La risposta più semplice è che per un popolo analfabeta, la miglior forma per ricordare una storia è cantarla. E’ questo un fenomeno che accompagna l’evoluzione culturale di tutti i popoli, non solo quello biblico. Dopo di ciò, segue un lungo processo di redazione durato più di settecento anni.

Se volgiamo incontrare la Parola di Dio nella Bibbia dobbiamo ascoltare la vita, il vissuto delle persone che si accostano il testo, perché, come abbiamo visto, la vita precede il testo. E’ per questo motivo che nelle piccole comunità di base quando le persone settimanalmente si trovano per leggere la Parola, il punto di partenza non è mai l’ascolto del testo, ma la vita condivisa. Si ascolta il vissuto delle persone, vissuto che diventa chiave di entrata per la comprensione del testo. Siamo consapevoli che questo metodo di lettura, questa modalità di approccio al testo biblico urta le orecchie di coloro che sono abituati a partire dall’ascolto del testo, a porre la teoria prima della realtà. Non si tratta di decidere il metodo migliore, ma di apprendere a rispettare il cammino dell’altro, di mettersi in ascolto dell’altro per capire che c’è non solo una varietà di approcci possibili, come ci ha insegnato il magistero della Chiesa, ma anche una possibilità di apprendere dall’altro. Soave nei due incontri sino ad ora realizzati, ci ha aiutato ad entrare nel mondo plurale degli approcci ermeneutici ripetendo e spiegando un ritornello che lentamente abbiamo fatto nostro: non c’è nessuno così povero che non ha abbia nulla da dare e, allo stesso tempo, non c’è nessuno così ricco che non abbia nulla da ricevere. C’è un complesso di superiorità che accompagna l’Occidentale nei confronti delle culture altre, complesso che ci porta spesso ad avvicinarci agli altri nell’unica condizione dei donatori. Quando si entra nelle relazioni con questo atteggiamento è facile provocare relazioni conflittuali e diseguali. Ascoltare la vita degli esclusi, di coloro che non hanno voce, significa entrare nel testo biblico per cogliere quelle voci soffocate che trovano spazio e accoglienza nel Dio della misericordia. Significa anche, incontrare il centro del messaggio di Gesù che sana le ferite delle dicotomie culturali, proponendo un mondo senza conflitti, un mondo nel quale, come ci ricorda san Paolo: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (cfr. Gal 3,28). Gli amici del Signore, i suoi discepoli e discepole non possono ammettere che ci sia qualcuno più degno di un altro. La lettura è popolare perché tutti e tutte trovano possibilità di espressione, possibilità di donare e ricevere qualcosa.

In questo percorso diviene importante che terra pestiamo, che umanità incontriamo e frequentiamo, perché è la realtà che viviamo che ci aiutata ad aprire i significati del testo. Le comunità di base in America Latina sono per lo più costituite da persone povere e, per questo motivo, la lettura che è avvenuta in questo contesto è stata la ricerca di cammini di liberazione, per uscire dalle situazioni inique di disuguaglianza create dall’uomo e dalla sua ingiustizia.  L’intelligenza nasce dai piedi ci ha ricordato Soave: a seconda da dove vanno i piedi, la nostra testa pensa, elabora contenuti, cerca soluzioni. Questo tipo di discorso potrebbe aprire il fianco alla critica di una lettura forzata del testo biblico. Certamente la Lettura Popolare della Bibbia non si ferma al piano intellettuale, come spesso e volentieri succede nei nostri circoli biblici, ma cerca di andare oltre, di permettere alla vita, alla realtà di aprire il testo per provocarlo e farlo per così dire parlare. La Lettura Popolare della Bibbia cerca la luce affinché la dura esperienza della vita trovi dei significati per rendere il cammino se non lieve, perlomeno più sopportabile.

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