venerdì 16 ottobre 2026

Quando le donne difendono il patriarcato: il paradosso dei tempi strani

 


 


Paolo Cugini

 

È forse uno degli aspetti più disorientanti e apparentemente assurdi della nostra epoca: ascoltare donne che parlano come parlerebbero gli uomini più maschilisti. Donne che difendono pubblicamente la sottomissione femminile, che esaltano ruoli di genere rigidamente tradizionali e che arrivano persino ad affermare, in modo provocatorio o drammaticamente letterale, che le donne non dovrebbero avere il diritto di voto.

Questo fenomeno, che riempie feed di TikTok, reel di Instagram e talk show, solleva una domanda inevitabile: che cosa è successo per arrivare a questo punto? Come mai ci sono donne che si fanno paladine di un discorso patriarcale, difendendo la superiorità biologica o sociale degli uomini e negando, di fatto, decenni di lotte e conquiste per l'uguaglianza? Per comprendere questa inversione di rotta, è necessario scavare sotto la superficie della provocazione social e analizzare le radici psicologiche, sociali ed economiche di quella che i sociologi definiscono "misoginia interiorizzata" o patriarcato partecipativo.

Una delle risposte principali risiede nella stanchezza e nel disorientamento generati dalla modernità. Il femminismo ha giustamente lottato per dare alle donne la libertà di scegliere: di lavorare, di fare carriera, di essere indipendenti. Tuttavia, nel sistema economico attuale, questa libertà si è spesso tradotta in una doppia giornata lavorativa: le donne oggi devono essere professioniste brillanti senza che la società le abbia liberate dal carico della gestione domestica e della cura dei figli. In questo contesto, l'ideologia della donna sottomessa e casalinga a tempo pieno (spesso romanticizzata online sotto il trend delle Tradwives, le mogli tradizionali) viene percepita come una via di fuga. Rinunciare ai propri diritti e delegare il potere decisionale all'uomo viene venduto come un atto di semplificazione della vita. L'idea di farsi proteggere e mantenere diventa un rifugio confortevole contro l'ansia da prestazione della società capitalista.

Il patriarcato è un sistema di potere. Quando una minoranza o un gruppo storicamente svantaggiato si schiera con il potere egemone, spesso lo fa per una questione di sopravvivenza e posizionamento sociale. Le donne che difendono la superiorità maschile ottengono l'approvazione immediata degli uomini che detengono quel potere. Diventano l'eccezione alla regola, le donne giuste agli occhi del maschilismo. Questo status offre una ricompensa immediata. Pensano che, sottomettendosi volontariamente e compiacendo il sistema, saranno protette dalla violenza o dalla discriminazione che colpisce le altre donne.

Dire che le donne non dovrebbero votare o che il femminismo ha rovinato il mondo è una strategia di posizionamento politico ed economico: nell'era della rage farming (creare contenuti indignando il pubblico per ottenere visualizzazioni), l'antifemminismo militante guidato da una donna è un business estremamente redditizio in termini di clic, follower e sponsorizzazioni.

Il patriarcato non è una prerogativa biologica maschile, ma un sistema culturale in cui tutti siamo immersi fin dalla nascita. Quando una donna cresce in una struttura che svaluta il femminile, può arrivare ad assorbire quegli stessi pregiudizi. La misoginia interiorizzata porta le donne a giudicare le proprie simili con la stessa lente severa, iper-sessualizzata e svalutante del maschilismo più tossico. Le conquiste storiche dell'uguaglianza non vengono viste come diritti universali, ma come fonti di disordine sociale. Per queste donne, la solidarietà femminile (la sororità) non esiste; esiste solo la competizione per accaparrarsi le risorse e l'attenzione dell'uomo, visto come l'unico vero arbitro del valore sociale.

Non si può isolare questo fenomeno dal quadro politico globale. Viviamo in un'era di forte polarizzazione e di "backlash" (contraccolpo) conservatore. Ogni volta che i diritti civili fanno un passo avanti, si attiva una forza uguale e contraria che tenta di restaurare l'ordine precedente. Le donne che si fanno paladine del patriarcato sono la reazione visibile a un cambiamento che fa paura. La frammentazione delle identità moderne spinge molti a cercare rifugio in dogmi passati, dove i ruoli erano chiari, rigidi e privi di ambiguità: l'uomo provvede, la donna obbedisce. Un modello arcaico che cancella la libertà individuale, ma che cancella anche la responsabilità di dover decidere chi essere.

Il paradosso più doloroso di queste posizioni è che le donne che oggi usano la propria voce, i propri canali social e la propria libertà di parola per dire che le donne non dovrebbero votare o autodeterminarsi, stanno godendo precisamente dei frutti di quelle lotte che oggi rinnegano. Se possono parlare, pubblicare video, gestire patrimoni o esprimere opinioni politiche, è solo perché generazioni di femministe hanno combattuto per loro. Il fenomeno delle donne patriarcali non è un ritorno al passato, ma un sintomo dei nostri tempi strani: una miscela di opportunismo digitale, stanchezza sociale e profonda crisi d'identità. Ci ricorda che i diritti non sono mai conquistati per sempre e che la sfida più difficile per l'uguaglianza non è solo combattere il maschilismo degli uomini, ma anche decostruire l'idea che la gabbia del patriarcato sia un posto sicuro in cui abitare.

 

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