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lunedì 29 aprile 2019

Le scelte pastorali della CNBB: la parrocchia come comunità di comunità


Paolo Cugini

Lo slancio propositivo di Aparecida ha prodotto come immediata conseguenza lo sforzo delle conferenze episcopali di America Latina e Caraibi di tradurre nel cammino delle chiese locali le indicazioni del documento finale. Su questa linea si è mossa anche la CNBB che, negli anni successivi alla V conferenza, si è impegnata a creare lo spazio per un cammino di attualizzazione dei temi proposti da Aparecida. Per promuovere il paradigma missionario occorreva, in primo luogo, rivedere la struttura della parrocchia, capire in secondo luogo come aiutare le CEB e i movimenti ecclesiali sorti negli ultimi decenni, a lavorare insieme nell’unico progetto di realizzazione del Regno di Dio, e infine come rendere i laici soggetti sempre più attivi del processo di evangelizzazione. Tutto ciò viene proposto nel documento 100 (d’ora in poi D100), pubblicato il 13 maggio 2014, frutto di un lungo lavoro di ascolto e di elaborazione durato alcuni anni, basato su un testo di studio elaborato l’anno precedente dalla CNBB, conosciuto come documento di studio n. 104.

CEB, Movimenti, associazioni di fedeli, comunità territoriali e transterritoriali


Il D100 della CNBB propone un nuovo stile parrocchiale, in grado di rispondere a esigenze nuove, senza tralasciare però ciò che lo Spirito Santo ha creato negli ultimi anni. Nel quadro ecclesiale latinoamericano, e in particolare in quello brasiliano, non ci sono più solamente le CEB, ma, accanto a queste, fioriscono numerosi movimenti, soprattutto di carattere carismatico, e comunità di nuova formazione sia territoriale che extraterritoriale., Prima di fare un passo fuori dal recinto del territorio parrocchiale, la parrocchia come comunità di comunità, deve non solo rendersi conto di cosa c’è sul proprio territorio, ma porre in atto quei cammini che permettano alle varie realtà ecclesiali di lavorare in comunione.
A proposito delle CEB, il testo non dice nulla di nuovo rispetto ai pronunciamenti anteriori del CELAM e della CNBB, ma ripropone e sottolinea alcune affermazioni del documento di Aparecida e dell’Evangelii Gaudium: parla del nuovo ardore evangelizzatore che le CEB hanno portato nella Chiesa brasiliana e, allo stesso tempo, chiede che non perdano il contatto con la realtà della parrocchia e con la comunione con il vescovo locale. La sottolineatura è una chiara risposta ai teorici delle CEB che ipotizzavano la parrocchia come rete di CEB, nella quale ogni comunità è autonoma, una piccola Chiesa a sé stante. Sia Aparecida che il D100 offrono una chiara risposta a questi tentativi di fare delle CEB strutture ecclesiali parallele alla vita pastorale della parrocchia. Viene, poi sottolineata l’importanza del servizio pastorale delle CEB a favore dei poveri. Infine, si riconosce che:
le CEB si caratterizzano in generale per la formazione delle comunità territorialmente stabilite, con forte accento missionario e legato all’impegno socio-trasformatore. Ponendo come centralità la Parola di Dio e l’Eucarestia e nel valore del piccolo gruppo che forma la comunità, la fraternità e la solidarietà, che impegnano il cristiano in favore del Regno di Dio, le CEB contribuiscono alla conversione pastorale della parrocchia.(D 100, 230).
I movimenti e le associazioni dei fedeli sono presentati come segnali della Provvidenza di Dio per la Chiesa di oggi. Questi movimenti ruotano intorno agli specifici carismi donati dallo Spirito Santo e offrono ai fedeli un cammino di vita spirituale. Anche a loro, il D100 raccomanda la comunione con la diocesi di riferimento e con i gruppi che collaborano all’interno delle parrocchie. Si assiste a volte ad una sorta di tensione negativa tra i movimenti, che rispondono prima di tutto ai loro coordinatori specifici, e il piano pastorale della diocesi che, in realtà, dovrebbe essere costruito con la partecipazione di tutti e, di conseguenza, dovrebbe vedere tutti gli operatori pastorali uniti nello stesso cammino. Il primo lavoro fondamentale è dunque quello della comunione: «questo suppone impegno e apertura dei movimenti e delle associazioni per integrarsi nelle comunità, così come apertura e accoglienza delle parrocchie per valorizzare persone e carismi differenti».(D 100, 234). Facendo riferimento all’esortazione apostolica Christifideles Laici, il D100 ricorda che i movimenti e le associazioni laicali non possono collocarsi sullo stesso piano delle comunità parrocchiali, come possibile alternativa. «Al contrario hanno il dovere del servizio nella parrocchia e nella Chiesa particolare» (D 100, 235).È la comunione il cammino e, allo stesso tempo, il lavoro pastorale da realizzare, che vede coinvolte tutte le entità pastorali presenti sul territorio. Senza questo preziosissimo lavoro è impossibile uscire verso la missione.
L’ultimo riferimento è alle comunità ambientali e transterritoriali. Queste comunità sono formate da gruppi di senza dimora, in Brasile chiamati “abitanti di strada”, universitari, studenti delle scuole superiori, impresari o artisti, infermi. È necessario pianificare un’azione evangelizzatrice non solo in questi ambienti vitali, ma anche in tutti quelli che si trovano sul territorio parrocchiale. Si esige quindi lo sforzo di tutti, per lavorare allo stesso progetto, senza divisioni e, soprattutto, senza competizioni.


La parrocchia come comunità di comunità


Se è necessario recuperare il primato di Dio e fare in modo che tutto il territorio parrocchiale possa vivere un incontro personale con Gesù, allora il cammino sarà quello della decentralizzazione della parrocchia. Non è solo un discorso ecclesiologico, ma prima di tutto umano. Infatti, «la grande comunità, praticamente impossibilitata a mantenere i vincoli umani e sociali tra tutti, può essere settorializzata in gruppi minori» (D 100, 244). Il processo di accentramento dell’azione pastorale della parrocchia può incentivare la formazione di nuove piccole comunità, oltre a valorizzare la presenza sul territorio di CEB e gruppi locali dei nuovi movimenti, in particolare di quelli carismatici. In questo modo la parrocchia crea le condizioni affinché le persone possano incontrare il Signore in spazi alla portata dei singoli, con una dimensione più umana e meno dispersiva. È decentralizzando l’azione pastorale che la parrocchia può annunciare il Vangelo là dove non è mai arrivata. Oltre a ciò, «la parrocchia che decentralizza il suo servizio favorisce la presenza di leader e ministri laici, e riesce in modo migliore a raggiungere coloro che si sono allontanati». Il testo lascia emergere una chiara presa di coscienza, rispetto alla necessità di non appesantire il lavoro dei presbiteri. La decentralizzazione della parrocchia ha due esigenze implicite: l’organizzazione di nuove piccole comunità, e la valorizzazione e formazione del laicato locale.[1]

Il problema che a questo punto si pone è il seguente: in che modo creare piccole comunità e quale relazione costruire con le CEB già esistenti? L’espressione “piccole comunità” indica piccoli gruppi di persone, che si conoscono tra loro e che condividono la vita come discepole missionarie di Cristo. Il riferimento del testo è alle comunità interne alle parrocchie latinoamericane; parrocchie che, a differenze di quelle europee, non sono formate esclusivamente dalla Chiesa centrale, ma da altre “cappelle” sparse sul territorio. In definitiva, le parrocchie latinoamericane hanno già una struttura decentrata sul territorio. Il D100, però, insiste su questo cammino di decentramento, invitando anche le cappelle che si trovano sul territorio, a promuovere piccole comunità costituite da persone già attive nei servizi pastorali della parrocchia. Questa ulteriore decentralizzazione ha l’obiettivo di attrarre coloro che sono lontani dalla vita parrocchiale, per accoglierli nella vita della piccola comunità: «Dove sia possibile settorizzare territorialmente la parrocchia che così sia fatto!» ( D 110, 248).  
E come procedere, laddove questo risulti impossibile? Una cosa, infatti, sono le parrocchie della zona rurale, costituite da comunità in cui le persone si conoscono. Molto spesso le piccole comunità della campagna sono composte da persone di poche famiglie molto grandi. Il problema si pone soprattutto nelle città, teatro di grandi afflussi dalle campagne, e di frequenti movimenti migratori, che non facilitano la relazione e la prossimità tra persone. Il tentativo di imporre una vita di comunità in un simile contesto così è molto arduo, e spesso sterile. Nelle grandi città la vicinanza geografica non significa necessariamente vicinanza di vita. Per questo motivo, il testo apre nuovi orizzonti che vanno al di là della territorialità. «Dove non si riesce a costituire una comunità, si può seguire il criterio dell’adesione per affetto o interesse. Possono esistere comunità affettive, organizzate a partire dal carisma, che trascendono i confini del territorio fisico e si organizzano intorno a spazi di interesse. Le affinità possono essere tra i giovani, gli universitari, gli anziani, gli sposi, ecc.».
Questa nuova prospettiva, che in realtà fa riferimento ad una proposta emersa dalla conferenza di Aparecida,  mostra che la nuova conformazione parrocchiale, non solo trascende l’idea di parrocchia come insieme o rete di CEB, o insieme di movimenti, ma promuove ed incentiva una riorganizzazione tale da provocare la formazione di nuove piccole comunità, che non necessariamente devono tenere in conto il territorio.
Le situazioni concrete nelle quali si formano le nuove piccole comunità, sia di tipo territoriale, sia di tipo affettivo, dettano i ritmi del cammino delle stesse. Se, a causa del ritmo di vita più lento nelle campagne, le persone della comunità potranno incontrarsi settimanalmente, nelle città questa cadenza settimanale è più difficile. «L’importante è garantire incontri regolari e una comunicazione tra i membri della comunità, in modo che si traducano in interesse e impegno di amicizia e di fraternità» ( D 100, 252). L’importante è creare comunità di persone che si relazionano, al fine di vivere al meglio la propria fede.




Vengono, poi, indicati i due fondamenti principali della comunità: la Parola di Dio e l’Eucarestia. I circoli biblici aiutano la comunità a trovare una propria identità e stimolano la nascita dei ministeri, di persone che si dispongono a servire la comunità, in base ai bisogni. Le persone accolte nella comunità superano in questo modo l’anonimato, caratteristica della vita nelle grandi città, e si riuniscono per crescere nello stile di vita proposto da Gesù. «L’incontro eucaristico, poi, può essere realizzato nella Chiesa parrocchiale o nella cappella che riunisce le molte comunità nell’unica comunità eucaristica, segno di unità e comunione» (D 100, 256).
Il documento riconosce inoltre che la conversione pastorale non riguarda una semplice organizzazione strutturale, ma richiede un continuo sforzo di conversione personale al Signore. Questo aspetto dev’essere ben visibile sia nelle comunità parrocchiali, che nelle nuove comunità. Spesso, infatti, le relazioni interpersonali tra i membri di una comunità cristiana sono corrose da sentimenti umani negativi, come l’invidia, la gelosia, il parlare male degli altri. Per poter attrarre, le comunità devono diventare sempre di più luogo del perdono: «la vita comunitaria non è basata sull’assumere incarichi o attuare servizi nella parrocchia: si tratta di essere autentico discepolo del Signore» (D 100, 258).  Non sarà possibile accogliere coloro che si sono allontanati, se non c’è comunione tra i membri. L’amore fraterno e il rispetto reciproco, tipico dell’esperienza delle prime comunità cristiane, dev’essere il segno visibile anche del nuovo cammino che la Chiesa desidera intraprendere.  Affinché le comunità siano rinnovate, devono essere casa di iniziazione cristiana. Il D100 afferma che la rivitalizzazione delle parrocchie come comunione di comunità, passa attraverso un lavoro costante di formazione, grazie a una catechesi incentrata sulla Parola di Dio e sulla lettura orante della Parola stessa.

Ogni comunità, anche la più piccola, deve non solo curare la spiritualità e la formazione dei suoi membri, ma divenire attenta alle persone più bisognose. L’attenzione alle persone bisognose spinge la comunità verso la difesa della vita. Non si tratta solo di un’attenzione ai poveri, ma anche ai grandi temi e alle grandi sfide che la società affronta, quali l’ecologia, l’etica della politica, l’economia solidale e la cultura della pace.
Per fare in modo che tutti i membri delle comunità possano esprimere la loro opinione sul cammino intrapreso, è necessario vigilare sugli spazi della sinodalità. Consigli parrocchiali, assemblee e consigli economici che svolgono la propria attività in un clima di trasparenza, sono strumenti necessari per rendere il cammino credibile: «la società attuale vive nell’interattività. Le persone partecipano, opinano e si posizionano nei confronti delle realtà del mondo. La conversione pastorale presuppone un alto grado di considerazione verso i processi partecipativi di tutti i membri della comunità parrocchiale» (D 100, 290).  Quanto maggiore sarà la partecipazione alle decisioni della comunità, tanto maggiore sarà la garanzia di continuità di un cammino condiviso da tutti. Il D100 della CNBB è molto attento alle modalità di interazione interne alla vita comunitaria e, per questo, non si ferma ad approfondire il piano teorico, ma offre indicazioni concrete, affinché i membri delle comunità possano vivere al loro interno in modo conforme all’insegnamento del Vangelo e allo stile delle prime comunità cristiane. In questa prospettiva, la sinodalità rivela un modo di intendere il cammino ecclesiale nella prospettiva del popolo di Dio, che persegue il discernimento in merito ai problemi emergenti, creando lo spazio affinché questo avvenga secondo una modalità comunitaria. Le parrocchie che intendono essere aperte sul territorio, creando spazi per le realtà ecclesiali già presenti e stimolando percorsi di decentramento, trovano nella sinodalità uno strumento fondamentale affinché il popolo di Dio possa esprimersi e percepire il protagonismo di un cammino ecclesiale.
La conversione della parrocchia esige anche un nuovo stile di formazione. Non si tratta semplicemente di pensare ai contenuti da trasmettere ai membri della comunità. È necessario trovare metodologie e processi che permettano di stimolare una conversione e, di conseguenza, un cambiamento nella comunità:
Oggi è indispensabile un’interazione, che facilita non solo un passaggio di informazioni, ma un processo di apprendimento che avviene in una formazione comunitaria. Metodi e pedagogie interattive e partecipative devono essere incentivati. Queste metodologie devono prendere in considerazione la particolare pratica delle comunità, e le esperienze della vita delle persone, formando le coscienze ai valori della vita comunitaria e della fede cristiana (D 100, 302).
L’attenzione alle pedagogie interattive, deve caratterizzare, secondo il D100, anche il percorso formativo dei seminaristi, che in quanto futuri pastori, persone chiamate ad entrare a contatto con la vita, soprattutto nelle situazioni in cui questa soffre o è minacciata, non possono accontentarsi di assimilare meri contenuti.

Il D100 si occupa infine della presenza dei laici e delle laiche nelle comunità e della loro ministerialità: «i ministeri laicali riflettono la dignità di tutti i battezzati e la corresponsabilità di tutti i cristiani nella comunità» (D 100, 306).  Ciò comporta la costruzione di comunità che sappiano stimolare la partecipazione dei laici in differenti ministeri e servizi. Tra questi servizi, il testo indica il ministero della Parola come fondamentale per il buon andamento della comunità, in quanto sostiene le comunità più piccole nella condivisione interna ai circoli biblici, e quelle maggiori nella celebrazione del culto domenicale in assenza di presbitero. Il documento richiama poi le considerazioni già riportate sui metodi formativi, valide anche per i laici e le laiche che svolgono servizi ministeriali all’interno della comunità.[2]
L’ultima parte del testo contiene una severa critica a quelli che definisce “cattolici non evangelizzati”, che non hanno fatto l’esperienza di un personale incontro con Gesù Cristo e, per questo, manifestano una debole identità cristiana e poco senso di appartenenza alla comunità. Questi cattolici sono, secondo il D100, i maggiori responsabili dell’allontanamento dalle comunità di tante persone che cercano nella variegata proposta di denominazioni neopentecostali, ciò che non hanno trovato nella Chiesa Cattolica: Dio. Per questo motivo il duplice dinamismo indicato dal testo in direzione della decentralizzazione e della cura delle relazioni umane, verso una conversione pastorale delle parrocchie, dovrebbe essere l’elemento portante della spinta missionaria auspicata da Aparecida e stimolata dal D100 della CNBB: «La grande sfida delle parrocchie – sostiene il testo nelle battute iniziali – è uscire in missione, smettere di occuparsi solamente delle cose ordinarie e delle persone già presenti nella comunità e uscire verso un incontro più ampio» (D 100, 31).





[1] Per dare continuità alle proposte del D100, la CNBB ha dato alle stampe, nel 2016, un documento interamente dedicato ai laici: Cristiani laici e laiche nella Chiesa e nella società. Sale della terra e luce nel mondo (Documento 105 della CNBB). I numeri 225-247 sono dedicati al tema della formazione dei laici. Interessante sottolineare la dicitura “laiche” accanto al termine “laiche” che rivela la delicatezza di un cammino di Chiesa, e sottolinea l’importanza della presenza femminile all’interno di questo cammino.
[2] L’aspetto della formazione dei laici sarà poi approfondito dal documento 105 della CNBB, interamente dedicato ai cristiani laici e laiche.

martedì 11 dicembre 2018

Il cammino della Chiesa in America Latina






INCONTRO NOVELLARA
10 dicembre 2018


 Relatore: Mauro Castagnaro (giornalista di Crema)
Sintesi: Paolo Cugini

Quando parliamo della Chiesa Latinoamericana dobbiamo parlare degli ultimi 50 anni. Prima era una Chiesa calco. Adesso è una Chiesa soggetto, che ha assunto un cammino specifico proprio.
Gli atteggiamenti che tendiamo di avere quando sentiamo parlare di questi cammini di chiese sono di due tipi:
·         Svilire
·         immagine mitizzata
Anche la Chiesa rappresentata da Oscar Romero era una minoranza. Una Chiesa che, comunque, ha fatto un cammino proprio, ha tentato di tradurre il cammino della Chiesa universale nel proprio contesto.

L’atto di nascere può essere identificato con la Conferenza di Medellin nel 1968. Sono i vescovi di un continente che s’incontrano per interrogarsi sul cammino della Chiesa. Non esiste in nessun altro continente un’esperienza come questa. Nel 1968 si riuniscono per attualizzare le intuizioni del Concilio. Il Concilio ha affrontato soprattutto problemi legati al cammino della Chiesa europea.

L’America Latina era un Continente evangelizzato e poi un continente fatto da poveri. Vengono fatte tre scelte. La prima è l’opzione per i poveri. Ciò significa che, ad esempio, le suore che si occupavano di educazione, si spostano dal centro alla periferia. Vuole dire anche guardare la società, la politica dal punto di vista dei poveri, dei contadini, dei proletari. Pensare progetti politici e sociali che la nuova Chiesa arriverà dalla conversione dei poveri. Ad esempio il Movimento dei Senza Terra.

La seconda scelta era l’opzione per la liberazione integrale. È il tema del Regno di Dio. Anche questo ha delle conseguenze dal punto di vista della pastorale.

La terza scelta è di tipo ecclesiologico: le comunità ecclesiali di base.

Nei documenti ufficiali della Chiesa Latinoamericana vengono ribadite queste scelte. Si parla per questo motivo di un magistero latinoamericano. La loro applicazione non è maggioritaria. I casi in cui questo viene più sviluppato è il Brasile. Ci sono altre situazioni in cui ciò era difficile, come a El Salvador e dove la figura di Romero era isolata.

Esempio: degli 80 vescovi argentini, chi si oppose alla dittatura furono solo quattro.
In America Latina la Chiesa utilizza il metodo Vedere, giudicare e agire.
Questa storia è complicata, entusiasmante, lacerante perché ha voluto dire persone che sono morte. È una storia che è stata anche repressa durante il papato di Giovanni Paolo II.

C’è un appuntamento che sarà molto importante che è il prossimo sinodo Panamazzonica. Il sinodo sarà importante anche per le nostre chiese.

In America Latina ci sono ancora molti missionari. Il clero latinoamericano è un clero che ama le parrocchie di città e dei quartieri benestanti. In tutto il mondo il clero giovane, coloro che sono stati ordinati dalla metà degli anni ’80 in poi, sono distanti dai problemi sociali. Il clero giovane ricomincia ad avere il gusto di andare in giro con la tonaca.


Intervento di Paolo Cugini

Problema: In che modo l’esperienza della Chiesa sudamericana può essere di aiuto e stimolo al cammino della nostra Chiesa?
1.      Capire che cosa significa Chiesa come popolo di Dio: è il tema del modello ecclesiologico: piramide e poliedro.
2.      Vivere una Chiesa ministeriale: effettiva responsabilità dei laici
a.      Sinodalità
b.      Ruolo della donna nella Chiesa
c.       Il modo di vivere il ministero
3.      Chiesa e poveri
4.      Centralità della Parola di Dio


sabato 27 ottobre 2018

ECCLESIOGENESI: LA CHIESA SOGNATA DA LEONARDO BOFF






Paolo Cugini

La Chiesa che nasce dal basso
In America Latina il tema della Chiesa come popolo di Dio non solo viene positivamente recepito, ma provoca un nuovo modo di essere Chiesa nel cammino di un intero continente, prende vita una produzione teologica che preoccupa sempre di più la gerarchia romana. I testi del teologo brasiliano Leonardo Boff in materia ecclesiologica vengono considerati pericolosi[1] ed eretici al punto da subire un processo da parte della Congregazione per la dottrina della Fede nel 1984[2]. Nei suoi testi Boff elabora un pensiero ecclesiologico a partire dall’esperienza delle Comunità Ecclesiali di Base (CEB), sorte in America Latina negli anni ’50 e rafforzatesi nell’immediato dopo-concilio grazie, soprattutto, alla positiva presa di posizione della II conferenza della Chiesa Latinoamericana, radunatasi a Medellin nel 1968 per attualizzare nel Continente le intuizioni del Concilio. Già questa prima osservazione è significativa perché mostra lo scarto esistente tra il modo di fare teologia in Occidente e quello elaborato in America latina. Leonardo Boff elabora una ecclesiologia “dal basso”, vale a dire osservando e descrivendo ciò che concretamente sta avvenendo nella Chiesa Latinoamericana e, in modo particolare, in Brasile nell’esperienza delle CEB. Nei testi di Boff il punto di riferimento costante che guida la riflessione è l’attenzione all’esperienza di Chiesa in atto, al popolo di Dio che settimanalmente si trova nelle piccole comunità di base. Tra la Lumen Gentium e il testo conclusivo del Sinodo straordinario di Roma del 1985 in cui viene sostituita l’ecclesiologia del popolo di Dio con l’ecclesiologia di comunione, la produzione ecclesiologica del teologo brasiliano Leonardo Boff è, a nostro avviso, fondamentale, per comprendere il delicato passaggio e l’oscuramento di un’espressione importante dell’ecclesiologia del Vaticano II.

Secondo Boff il nascere delle comunità di base e lo stile comunitario che in esse si sviluppa contengono un innegabile peso che mette in questione l’attuale modo di vivere nella Chiesa. «La chiesa comincia a nascere dalla base, dal cuore del Popolo di Dio. Questa esperienza mette in crisi il modo comune di pensare la Chiesa e ci fa riscoprire la fonte genuina che permanentemente fa sorgere e sviluppare la Chiesa: lo Spirito Santo». Si tratta, dunque, di una vera e propria reinvenzione della Chiesa che mette a nudo il limite accumulato nel corso dei secoli di un cammino di Chiesa incentrato sul rapporto Chiesa-Cristo in una prospettiva giuridica. Questo rapporto venne articolandosi sul modello delle relazioni che una società ha con il suo fondatore. Gesù Cristo affidò ogni potere ai Dodici e costoro ai loro successori, i vescovi e il papa. Furono considerati come gli unici depositari di tutte le responsabilità avendo concentrato su di sé tutti i poteri della Chiesa, «di modo che essi si trovano in presenza di una comunità divisa tra governanti e governati, celebranti e assistenti, produttori e consumatori di sacramenti». In tale rapporto schematico, la gerarchia era l’unico rappresentante della Chiesa universale e particolare. Secondo Boff questa visione di Chiesa si è sviluppata in Occidente sulle tracce di una cristologia, che considera Gesù Cristo solo nella sua esistenza secondo la carne e non pensa a Cristo risorto con i mutamenti in lui operati dalla risurrezione, come l’ubiquità cosmica e la natura pneumatica del suo corpo. Boff conclude la sua riflessione affermando che: «La Chiesa non nacque solo dal sangue squarciato di Cristo, ma anche dalla Spirito Santo nel giorno della Pentecoste».

 Le CEB aiutano la Chiesa a credere nella presenza viva del risorto e dello Spirito presente nella comunità, che non si struttura per una decisione deduttiva dall’alto, ma che vive grazie all’azione dello Spirito, che si manifesta e organizza in mezzo al popolo di Dio. In altre parole, secondo Boff, la storia e l’esperienza delle CEB, così come sono venute formandosi in America Latina, rivelano un volto di Chiesa suscitata dallo Spirito Santo nel cuore degli uomini, una Chiesa che non è nata e non si è strutturata per una volontà giuridica o gerarchica, ma autonomamente e spontaneamente come manifestazione della fede nel risorto, che conduce un gruppo di persone animate dallo Spirito Santo a desiderare di vivere il Vangelo di Gesù Cristo nella loro specifica realtà. In questa prospettiva, continua Boff: «Il fatto di riconoscere la presenza del risorto e dello Spirito nel cuore degli uomini ci fa pensare alla Chiesa considerata più nelle sue espressioni di base che nei vertici; ed è un accettare la corresponsabilità di tutti nell’edificazione della Chiesa e non appena di alcuni uomini dell’istituzione clericale». Nello schema della Chiesa piramidale, la categoria popolo di Dio decorre come il risultato di un’organizzazione previa, nella quale il potere si concentra sull’asse vescovo-sacerdote. In questo stile di Chiesa il laico deve solo ricevere e nulla produrre in termini di organizzazione: è per certi aspetti, funzionale alla struttura. A questo punto Boff si chiede: la Chiesa nasce da un’organizzazione oppure è il contrario? Quando è l’organizzazione che decide la strutturazione della Chiesa, significa che ci troviamo dinnanzi ad un’ideologia della classe dominante, che elabora una teologia affinché i propri diritti e privilegi siano mantenuti. In questa concezione ecclesiologica, Cristo e lo Spirito non fruiscono di un’immanenza immediata, ma solo mediatizzata attraverso i ministeri e gli ordini. Per questo, la gerarchia sta al centro di interessi e non già il risorto e lo Spirito con i sui carismi. Secondo Boff questa impostazione ecclesiologica non ha come supporto la teologia, ma il diritto: «secondo essa il potere è divino solo per l’origine e nel suo esercizio segue l’organizzazione di ogni potere profano con i suoi meccanismi di coercizione, di sicurezza e di controllo».

Chiesa comunità di base: il popolo di Dio
Nella prospettiva della Chiesa come comunità di base, la realtà popolo di Dio emerge come prima istanza e l’organizzazione come seconda, derivata e a servizio della prima. La forza di Cristo non è presente solo in alcuni membri – Papa, vescovi, presbiteri – ma in tutto il popolo di Dio, portatore della triplice funzione di Cristo, rendendo in questo modo visibile l’intuizione conciliare della Lumen Gentium. In questo modo, il potere di Cristo si diversifica secondo le funzioni specifiche, ma non esclude nessuno. «Prima ancora che appaiano in forma visibile attraverso le mediazioni umane (nella persona del Vescovo, del sacerdote e del diacono), il Signore risorto e lo Spirito sono già presenti nella comunità […] La gerarchia è posta per una funzione sacramentale di organizzazione e di servizio in una realtà a cui essa non diede vita, ma che trovò già costituita e nella quale essa venne a trovarsi inserita». Le CEB realizzano l’idea di una Chiesa popolo di Dio, dove gli uomini e le donne si sentono fratelli e sorelle, una Chiesa-comunità, che rende visibile il Corpo di Cristo.

Un nuovo modo d’intendere la gerarchia
In questa prospettiva, Boff elabora una riflessione che presenta la gerarchia come carisma a servizio della comunità. Gesù, infatti, non scelse i Dodici perché fossero i fondatori di future chiese, ma li costituì come comunità, Chiesa messianica ed escatologica, che poi diede origine ad altre comunità. E’ a partire da questa presa di coscienza storica, che vede la comunità che Gesù ha istituito come comunione di fratelli e sorelle con uguali dignità, che svolgo diversi servizi, che è possibile cogliere l’importanza del carisma specifico del governo e guida della comunità, che presiedono all’unità della stessa. Il compito specifico di chi è chiamato a servire la comunità nel carisma della guida:

                            Non sta nell’accumulare e concentrare, ma nel partecipare e coordinare. E’ un carisma che non è posto fuori, ma dentro la comunità, non sopra di essa, ma a vantaggio di essa […] Il servizio di unità, sia come guida di una comunità sia come papa, non prende l’indirizzo di un potere autocratico sulla Chiesa, ma al di dentro di essa e in funzione di essa. Proprio come scrisse sant’Agostino: vescovo per voi, cristiano con voi. Non viene ordinato qualcuno esclusivamente per una funzione di direzione; non c’è un presidente senza una sua comunità; per questo motivo i Concili di Nicea (325) e di Calcedonio (451) considerano nulle le ordinazioni svincolate dalla base.

Il cammino delle CEB, secondo Boff, rende visibile la proposta conciliare della Chiesa come popolo di Dio, il principio di uguaglianza tra i membri che formano la comunità, il significato autentico del ruolo di colui che dalla stessa comunità è chiamato a svolgere il compito di guida, strumento di unità. Diviene evidente che tutti i servizi nascono al di dentro della comunità e per la comunità. Ancora una volta, sottolineiamo il dato fondamentale che Boff non sta presentando una propria teoria ecclesiologica, ma sta formalizzando l’ecclesiologia delle CEB, nelle quali lui stesso prestava servizio. Una comunità nella quale vengono bloccate le vie di partecipazione in tutte le direzioni, come accade secondo Boff nello stile di Chiesa piramidale, non può avere la pretesa di chiamarsi comunità, perché per essere tale deve prevalere il principio di uguaglianza di tutti i partecipanti, sostenuto anche dalla Lumen Gentium. Secondo Boff il problema che la Chiesa ha vissuto sino ad ora e che il cammino storico delle CEB ha posto in evidenza, consiste nel fatto che coloro che avevano la funzione di guide della comunità, vale a dire i vescovi e i presbiteri, hanno esercitato il loro potere al di sopra della comunità, come un corpo a sé stante, monopolizzando tutti i servizi e poteri, e non dentro di essa, cercando di partecipare nel rispetto dei vari carismi e in funzione dell’unità dello stesso corpo. Se allora, ci si chiede quale modello di Chiesa rispecchia di più lo stile di comunità voluto da Gesù, Boff non ha dubbi: quello vissuto attualmente dalle CEB.

Anche i laici possono celebrare l’Eucarestia
È questo stile di Chiesa di fratelli e sorelle uguali, che percepisce il carisma della guida all’interno della comunità e a servizio della stessa che Boff, nella seconda parte del testo, affronta due problemi che a suo modo di vede sono fondamentali per il camino delle CEB, vale a dire la possibilità dei laici di celebrare la cena del Signore e la possibilità del sacerdozio della donna.

Il tema della cena del Signore celebrata da laici si pone per il fatto che, i fedeli laici, che partecipano della via delle CEB, alla domenica hanno la possibilità di accedere all’eucarestia solamente saltuariamente, a causa della scarsità del clero, che spesso deve attendere a parrocchie costituite da decine di CEB. Se è l’Eucarestia a fare la Chiesa allora è giusto porsi il problema, come fa Boff nel suo testo, sulla possibilità di permettere che qualcuno della comunità celebri la cena del Signore. Uno dei cammini possibili che potrebbero essere percorsi è quello fondato sul carattere battesimale e sul potere che il battesimo conferisce alla Chiesa di essere un corpo sacerdotale. Boff, a questo proposito cita lo studio del teologo F.J. Van Beeck[3], che sosteneva che i sacramenti post battesimali «sono la concentrazione e la specificazione del sacramento del battesimo e come tale è un sacramentum fidei et ecclesiae» e non solo sacramento riservato al presbitero e al Vescovo. «In questo modo il sacerdozio ministeriale (del sacerdote e del Vescovo) dev’essere pensato in base al sacerdozio universale dei fedeli e dentro di esso, cioè nella successione apostolica che è data a beneficio di tutto il popolo di Dio». Come ci sono ministri straordinari per il battesimo e per il matrimonio, Boff si chiede se non potrebbero essere dei ministri straordinari che celebrano l’eucarestia. Anche in questo caso, come nel precedente, propone come possibilità per elaborare una risposta esauriente ad un problema effettivo, che non si guardi al passato mediante la successione lineare, ma un riferimento alla presenza del risorto e del suo Spirito nella comunità, Spirito che in essa opera perché sia un’autentica comunità di discepoli e discepole.

Le donne presbitere
Stesso tipo d’impostazione del problema riguarda il tema del sacerdozio femminile. Se, infatti, è vero che il problema dell’eucarestia domenicale s’impone nelle CEB per il fatto che attualmente non ci sono sacerdoti in grado di accompagnare le migliaia di CEB presenti sul territorio latinoamericano, altrettanto vero è il fatto che queste comunità sono guidate per la maggior parte dei casi da donne. Sempre di più le donne assumono delle funzioni direttive nelle CEB. Secondo Boff «il tema del sacerdozio della donna fa parte della tematica più generale della liberazione della donna […] L’aspirazione generale è di veder riconosciuta la differenza tra i due sessi, senza privilegiare nessuno di essi». Anche in questo accaso Boff fa appello al principio di uguaglianza formulato da Paolo e alla presa di posizione di Gesù nei confronti della difesa della donna contro le arbitrarietà della legislazione giudaica nel campo del matrimonio. Per questi motivi, è possibile sostenere secondo il teologo brasiliano, che in se stesso il cristianesimo include il germe di una completa liberazione della donna dalle discriminazioni della cultura patriarcale. «Fin dove potrà arrivare la Chiesa – si chiede Boff – forse fino ad una totale uguaglianza dei due sessi nel poter accedere ai sacri ministeri, ivi compresa l’ammissione al sacerdozio? O vi saranno anche qui strutture definite di ordine e di diritto divino che lo impediscono?». Dopo aver dedicato alcune pagine per approfondire il tema di Gesù come voce di un uomo in difesa delle donne, Boff approfondisce il discorso affermando che non vi sono argomenti teologici determinanti contro l’ordinazione della donna, ma solo disciplinari. In questa prospettiva cerca di confutare le principali obiezioni al sacerdozio femminile per arrivare a sostenere che:

 Dal punto di vista dell’ermeneutica e dell’esegesi non ci sono argomenti scritturistici determinanti che escludano le donne dall’ordine sacerdotale. La tradizione non porta nessun principio teologico fondamentale che giustifichi la prassi attuale di conferire il sacerdozio solo agli uomini. Si può affermare con sufficiente chiarezza che tale prassi è dovuta ad uno sviluppo storico-sociologico […] L’esclusione della donna dal sacerdozio rifletteva la sua condizione d’inferiorità nella società stessa. Si tratta quindi non di una tradizione dottrinale, ma del sopravvivere di un costume millenario, costume che può essere suscettibile di trasformazioni in seguito alla nuova coscienza della dignità della donna e della collaborazione che essa può dare nella Chiesa.

Secondo Boff non è sufficiente pronunciarsi a favore dell’ordinazione della donna al sacerdozio, ma occorre sostenere che l’eventuale sacerdozio della donna non potrà essere il sacerdozio attuale degli uomini. Il sacerdozio attuale che esiste nella Chiesa è, infatti, segnato profondamente dall’immagine dell’uomo maschio e celibe. Per sostenere la sua tesi Boff riporta l’opinione della teologa tedesca Van Der Meer, la quale sosteneva che:
Bisogna riconoscere che la donna non si adatta ai ruoli ecclesiali derivatici da un lungo processo storico e che ancora oggi sussistono. Solo quando queste funzioni saranno riformulate a partire dalla comunità e in relazione a essa, avrà senso conferirle alle donne. Con ciò risulta chiara la conclusione che il sacerdozio particolare della donna non è ancora adeguato alla fase dello sviluppo attuale (storico-salvifico) della Chiesa.
Ci siamo soffermati ad analizzare l’impostazione ecclesiologica di Leonardo Boff perché, a nostro avviso, aiuta a comprendere i possibili sviluppi ecclesiologici della rivoluzione copernicano operata dal Concilio quando ha definito la Chiesa popolo di Dio. L’esperienza delle CEB che, come abbiamo visto, è ancora in atto nonostante abbia subito nel tempo alcune significative trasformazioni, incarna in modo visibile l’idea di Chiesa come popolo di Dio e produce delle conseguenze significative sul piano ecclesiologico, che rendono comprensibili, con gli occhi di poi, l’intervento autoritario di Roma.

Una Chiesa libera dal potere temporale
In Chiesa: carisma e potere, il libro che provocò la dura reazione di Roma, Boff non nasconde il suo entusiasmo per il cammino delle CEB e la possibilità di una riforma radicale della Chiesa. Dopo avere sferzato, nella prima parte del volume, la gerarchia della Chiesa soprattutto sulla questione della violazione dei diritti umani e dell’abuso di potere, non nasconde, nella seconda parte, il suo entusiasmo per il cammino delle CEB e sulla possibilità, grazie a questo nuovo modo di essere Chiesa, di creare una rivoluzione all’interno di essa. «Una parte significativa della Chiesa/istituzione – sostiene Boff – a partire da una meditazione evangelica e da una lettura teologica dei segni dei tempi, ha compreso le sfide che vengono che vengono lanciate alla fede cristiana e tenta di rispondervi responsabilmente». Si sta assistendo, grazie al cammino delle CEB, al sorgere di una nuova Chiesa, generata nel cuore della vecchia. Si tratta di comunità di base, alla periferia delle città, chiesa dei poveri fatti di poveri con inserimento di vescovi, preti, religiosi negli ambienti emarginati. Il perno centrale di questo cammino, ribadisce il teologo brasiliano, «sta nell’idea di Chiesa popolo di Dio, pellegrino, partecipe di tutti i rischi e contento delle piccole conquiste, con un senso molto profondo della sequela di Gesù Cristo, identificato nei poveri, i perduti e abbandonati della terra». Non è più una Chiesa che vive nei palazzi, ma in mezzo alla gente, nel mondo del lavoro nel cuore del mondo secolare. E’ questo nuovo cammino, chiamato ecclesiogenesi che permette alla Chiesa di essere segno di Cristo nel mondo. Per questo motivo, il papato, l’episcopato e il presbiterato non perderanno la loro funzione, semplicemente guadagneranno nuove funzioni, probabilmente più evangeliche. Secondo Boff, il popolo si meraviglia perché la Chiesa sia arrivata così tardi a questo cambiamento, recuperando il significato originario proponendo nel Concilio Vaticano II l’idea di Chiesa come popolo di Dio.
Il cambiamento è stato dalla parte dei preti. I quali non si sentivano più staccati dalla gente, con la loro formazione di élite e i vari privilegi del loro stato. Il prete si incarnava. Si mescolava con il popolo. Questo processo si è realizzato sotto il segno della secolarizzazione. Il prete lasciava quasi tutti i segni sacrali di cui era investito: talare, clausura per i religioso, semplificazione della liturgia, canoniche aperte al popolo.

La trasformazione della Chiesa che sta avvenendo grazia all’impulso prodotto dalle CEB e che sta già modificando il significato dei ruoli all’interno della comunità, provoca anche un cambiamento nella relazione della Chiesa con il mondo. L’attenzione, infatti, non è solo più ad intra, ma anche e soprattutto ad extra. La comunità di base prende coscienza della propria missione nel mondo. Non ha più senso preoccuparsi dei problemi interni alla comunità, se fuori dalla stessa campeggia la miseria, lo sfruttamento. La comunità inizia, così, ad interessarsi non solo dei problemi sociali, ma provoca lo studio dei meccanismi di oppressione.  «Sul piano della comprensione della gente, si fa necessaria una comprensione scientifica della realtà. Per scientifico non s’intende l’uso di parole tecniche e di ricerche dettagliate. Scientifico significa conoscenza di ciò che sta dietro i fenomeni».

La ricerca delle cause della povertà nella realtà in cui vive la comunità, dice del rapporto fede e vita che è specifico delle CEB, che cerca di dare speranza al povero che si sente parte di un ingranaggio senza uscita, ma che nella comunità trova un motivo di speranza. La Chiesa popolo di Dio assume, dunque, una valenza sociale e sociologica, in quanto non solo si pone al servizio delle persone povere, ma cerca anche di capire i meccanismi che generano la differenza di classe, alla base della povertà dei molti e del benessere di pochi. La ricerca delle cause non offre solamente spunti sociologici, ma offre il materiale per delineare un vero e proprio itinerario mistico-spirituale di resistenza al sistema oppressivo. È nella comunità che i poveri si ritrovano per trovare forza nella Parola di Dio e indicazioni per comprendere i meccanismi assurdi del potere oppressore e immettersi in una lotta di liberazione.



[1] Cfr. in modo particolare: L. BOFF, Ecclesiognesi. Le comunità ecclesiali di base reinventano la Chiesa, Borla, Roma 1978; ID.: Chiesa: carisma e potere, Borla, Roma 1983
[2] Il processo avverrà il 7 settembre 1984. Il testo in questione è Chiesa, carisma e potere, accusato di essere eccessivamente inficiato di tesi marxiste. I maggiori teologi del mondo sulla rivista internazionale "Concilium" presero posizione con una dichiarazione di solidarietà ai teologi della liberazione accusando i gruppi integristi di voler accentuare la divisione nella chiesa. Boff venne assistito dal cardinale Aloisio Lorscheider anch' egli francescano, figura profetica della chiesa latino-americana, il quale tuttavia dovette restare muto testimone durante il processo. Gli stessi francescani in qualche modo vennero chiamati in causa. Nel volume preso di mira dal Sant' Uffizio, Boff ipotizza una nuova divisione del potere religioso nella chiesa e sollecita, fra l' altro, più coerenza tra la proclamazione dei diritti umani e la sua applicazione all' interno della chiesa.
[3] F.J. VAN BEEK, Nato dalla Vergine Maria, Ed. La Scuola, Brescia 1999.

sabato 25 agosto 2018

UNA CHIESA ATTENTA ALLA STORIA - DAL CONGRESSO DI MEDELLIN



CONGRESSO ECCLESALE 50 ANNI DI MEDELLIN
PROFEZIA, COMUNIONE E PARTECIPAZIONE

23-26 AGOSTO 2018
MDELLIN-COLOMBIA
IL DOCUMENTO DI MEDELLIN: OPZIONI FONDAMENTALI
FONDAMENTI BIBLICI –TEOLOGICI

Relatore: Pedro Maria Trigo (Venezuela)
Sintesi: Paolo Cugini

Noi cristiani dobbiamo imparare capire la realtà alla luce di Gesù Cristo e vedere che realtà possiamo realizzare. Il criterio che troviamo nel Documento di Medellin (DM) è lo sviluppo della realtà dei poveri per passare da una situazione di povertà ad una situazione migliore.
C’è un continuo riferimento allo sviluppo dell’uomo. Ci sono due aspetti importanti: la vita ha un carattere storico. Vivendo la vita seguendo il cammino di Gesù, lo incontriamo. Il secondo è quello di camminare insieme.

La vita è storica. Il DM dice che siamo in un momento storico. Dice anche che la finalità di Dio è l’umanizzazione degli uomini e le donne. Tutto ciò che realizza la trasformazione degli uomini dev’essere valorizzata. Il soggetto della storia non può essere un gruppo privilegiato. Gli uomini non possono essere oggetti ma protagonisti della loro storia.

La chiesa ha una grande responsabilità storica per compiere il progetto di Dio. Siamo coscienti diceva la Gaudium et Spes (GS) che sta nascendo un nuovo umanesimo. Occorre fare in modo che tutti partecipino al cammino della storia. I potenti sono spesso disumani, perché vogliono lasciare fuori dal cammino della storia la maggior parte delle persone.

C’è un impegno di liberazione che la chiesa deve guidare. Questo processo ha prima di tutto una indole temporale, in ordine alla trasformazione della storia. Questo impegno deve essere un segno di sviluppo. Questo Cammino nel DM è spigato nel capitolo sulla catechesi. L’AL vive oggi un momento storico che la catechesi non può ignorare. Spetta alla catechesi aiutare lo sviluppo integrale dell’uomo. La responsabilità nella storia è la responsabilità con la conversione degli uomini e delle donne. L’originalità del messaggio cristiano è la conversione del cuore dell’uomo. Non si costruisce un continente novo senza uomini e donne nuove. Il cristianesimo dev’essere compreso come un cammino di liberazione. Come cristiani crediamo che il cammino di liberazione della storia è inserita nel cammino di salvezza. La storia non è umana se non salva dalla disuguaglianza.

L’ impronta divina nella storia la vediamo nell’integrazione degli uomini nel cammino dell’amore di Dio. L’opera divina è un processo di liberazione integrale. Cristo attivamente presente nella storia, anticipa la realizzazione definitiva attraverso l’opera della comunità che vive il suo Vangelo. L’umanizzazione allora, si realizza nella storia. La storia è di Dio con gli esseri umani. Il processo d’incarnazione di Cristo indica il cammino.
Il testo liturgico non è autentico se non indica un impegno di umanizzazione nella storia. La missione della chiesa non si realizza con la forza ma con la testimonianza. Solo la povertà evangelica della Chiesa potrà mostrare il volto di Cristo nella storia.
La situazione storica e l’attenzione alle persone è parte fondamentale della catechesi: è questo che sosteneva il DM.

Interpretare i segni dei tempi. Lo diceva il Concilio e lo riprende il DM. Occorre realizzare un continuo discernimento per una fede adulta costantemente confrontata con le sfide attuali. Storia è un luogo teologico che esige un continuo sforzo di interpretazione. Per questo, la chiesa deve continuamente incentivare la formazione dei laici e delle laiche, per aiutarli a realizzare un discernimento dei segni dei tempi, per capire gli eventi e impegnarsi nel cammino di discernimento.
Lo stesso il DM diceva ai preti per fare in modo che i pastori si mettano sempre a disposizione per aiutare le comunità a leggere i segni dei tempi, a vivere nella storia senza lasciarsi travolgere dagli eventi, ma interpretandoli alla luce del Vangelo. Per questo il seminario non può essere un’isola fuori dal mondo, ma dev’essere ben inserito. In seminario dovrebbe realizzarsi continuamente una lettura del segno dei tempi per formare pastori ben incarnati nella realtà.

La Chiesa deve aiutare per risvegliare l’umanità al compito di umanizzazione. Questo aspetto è decisivo perché Gesù è la luce del mondo, della vita: è questa luce che dev’essere vista. La Chiesa non è maestra se non s’incarna nella storia. Il DM chiama continuamente ad assumere la responsabilità del cammino di umanizzazione, della lotta per la giustizia contro ogni forma di discriminazione. La chiesa dev’essere schierata in questa lotta.
C’è un cammino di personalizzazione che deve poter aiutare ogni uomo ed ogni donna a riscoprire in ogni momento la propria dignità di figli e figlie di Dio. Per questo occorre fare di tutto per terminare la separazione tra fede e vita.
La catechesi deve avere sempre di vista la realtà per poterla interpretare. Una chiesa che partecipa alla vita sociale e politica è una chiesa che può essere luce per il mondo. Non può rimanere chiusa nelle chiese e non può bastargli di celebrare dei pontificali. Occorre favorire l’organizzazione di base delle comunità. Il riferimento è chiaro alle Comunità Ecclesiali di Base (CEBs) che sono il primo nucleo ecclesiale che aiuta ad espandere la fede. La parrocchia, in questa prospettiva, deve sempre di più decentralizzarsi.

L’impegno per i poveri accompagna e attraversa tutto il DM. La solidarietà con i poveri è fondamentale per la chiesa assomigliare al cammino di Gesù. Il DM venne accusato di essere marxista da coloro che non volevano che si realizzasse questo progetto evangelico, che faceva e fa ancora paura ai potenti che vivono sulla carne dei poveri. E’ la stessa critica che fanno a Papa Francesco per lo stesso motivo.

La devozione non ha per centro Gesù Cristo ma altre cose. Se nella devozione al santissimo sacramento non c’è conoscenza del Vangelo diventa qualcosa di strano. I potenti hanno bisogno del popolo e per questo utilizzano la devozione e la chiesa per raggiungere i propri obiettivi.
Crediamo nel paradigma di Gesù nell’umanizzazione dell’umanità: è in questo che crediamo e che sia possibile anche con il nostro impegno. Crediamo che il Vangelo sia la cosa migliore da vivere.
Quello che propone il DM è possibile!





IL DOCUMENTO DI MEDELLIN
VALORIZZAZIONE PASTORALE DAL MAGISTERO DI PAPA FRANCESCO

Relatore: Maria Clara Lucchetti Bingemer (Brasile)
Sintesi: Paolo Cugini

Il Concilio Vaticano II è stato un evento fondamentale del secolo scorso. Il Concialo ci insegnava a stare attenti alle persone, soprattutto ai poveri. L’occupazione principale della Chiesa dev’essere quella d’incarnarsi nelle situazioni, soprattutto, quelle che gridano alla giustizia. Il DM assunse questa sfida cercando un cammino che si adeguasse al Continente.

Il DM percepisce l’accumulazione delle risorse in poche mani provocando situazioni di ingiustizia. Dinanzi a questa realtà la chiesa s’interroga come evangelizzare in questa situazione.
Medellin ha avuto tre priorità:
1.      nuova prospettiva per comprendere la chiesa
2.      Nuovo modo di pensare la fede con il metodo vedere, giudicare e agire.
3.      Stimolo per un nuovo modo di essere chiesa attraverso l’appoggio delle CEBs. Ciò fu percepito con una Ecclesiogenesi, aiutata dalla lettura popolare della bibbia.

E’ la chiesa di AL che ha aperto la chiesa all’amore preferenziale per i poveri, aprendo una nuova tappa del pensiero sociale della chiesa. La chiesa LA ha un messaggio per tutti, per lottare contro le ingiustizie causate sia dal capitalismo che dal marxismo.
Una chiesa che non separa fede e giustizia: sono le basi della teologia della liberazione che è una riflessione critica sulla pratica, che comincia con un’esperienza mistica, dall’incontro con il Signore. Questa teologia vuole contribuire con la lotta dei poveri per una società più giusta e fraterna. La Chiesa capiva che occorreva avvicinarsi ai poveri.

Dopo 50 anni capiamo che il DM è stato un passaggio fondamentale non solo per la chiesa del Continente, perché ci ricorda che mai possiamo dimenticare i poveri. La povertà di tanti fratelli e sorelle chiama i cristiani a porsi al loro lato, ad assumere la povertà evangelica, per rompere l’egoismo che deriva dal modello capitalista Occidentale. La Chiesa a Medellin vuole assumere un volto povero.

Medellin percepisce che c’è una povertà socio-culturale. Questa intuizione è stata sviluppata dalla teologia del popolo che si è affermata in Argentina. L’attenzione ai poveri ha caratterizzato il magistero di Papa Francesco. Già in Argentina Francesco vive con questa sensibilità. Quando parla della gioia del Vangelo dice quello che sta vivendo. La gioia è gratuita e profonda. Secondo Francesco i poveri sono maestri spirituali, che offrono una vera mistica. L’opzione per i poveri è implicita nella prospettiva cristologica e non è appena una scelta sociale. La Nuova Evangelizzazione ci spinge verso i poveri per essere loro amici.



Uno dei cardinali presenti al Congresso




TAVOLA ROTONDA
PROSPETTIVE DEL FUTURO PER LA CHIESA LATINOAMERICANA
DAI 50 ANNI DI MEDELLIN

Relatore: Maria Cristina
Sintesi: Paolo Cugini

Nel tempo della storia della salvezza c’è un posto speciale per la risposta di Dio al grido dei poveri. La Chiesa è la comunità di tutti gli innocenti della storia. La mediazione della chiesa partecipa alla creatività di Cristo.
Due elementi: l’uscita missionaria e la conversione pastorale. La prima sfida è essere una comunità in uscita, una chiesa in movimento. Un’uscita fuori per evangelizzare il popolo. Uscita anche dai nostri paradigmi teologici che non sanno comprendere le sfide di oggi. Uscita per essere vicini alla vita. Dobbiamo umanizzare con la comunione con i più poveri. Nel cammino della conversione ci dev’essere la radicalità del Vangelo. La religiosità popolare e la lettura popolare della bibbia, assieme alla vita comunitaria sono elementi fondamentali nel cammino di conversione della chiesa LA.

Oggi siamo responsabili della terra. Francesco ci ricordo che il problema è il nostro modo di abitare la terra. La conversione ecologica ci deve condurre a cambiare il nostro modo di relazionarci con la natura. E’ un segno dei tempi il grido della terra. La Laudato Sii è una proposta pedagogica e spirituale che deve aiutarci a maturare nella solidarietà globale per farci comprendere che siamo parte del mondo, del cosmo. Solo così possiamo arrivare a conviere nella diversità.

Alfonso Murad
Cinque priorità:
1.      Stiamo pescando nell’acquario. Occorre optare per una chiesa comunità che evangelizza in dialogo con il mondo contemporaneo. A volte ci manca coraggio. A Medellin c’era un grande profetismo: oggi dovremmo avere un po’ di sapienza per i 50 anni che sono trascorsi.
a.       Promuovere la sussidiarietà, collegialità e protagonismo dei laici;
b.      Celebrare una liturgia significativa e inculturata
c.       Mettere al primo posto la missione e non gli interessi istituzionali

d.      Realizzare l’azione pastorale simultaneamente in gruppi, eventi di massa e spazio mediatico;
e.       Assumere attitudini pubbliche di visibilità profetica. Visibilità profetica indica Gesù e il regno di Dio; non indica eventi di massa o spettacolari

2.      Collaborare per una società inclusiva, equitativa e sostenibile (presenza pubblica in vista di una nuova società). Occorre apprendere con chi abbiamo vicino.
a.       Coltivare la dimensione comunitaria e sociale della fede cristiana
b.      Dal sociale per il socio-ambientale

3.      Modificare l’iniziazione teologico-pastorale e spirituale nei seminari e nelle case di formazione. Oggi la formazione dei seminari non crea dei pastori ma dei principi! Creiamo padroni e non persone che si fanno servi.
a.       Stabilire criteri di selezione e applicarli
b.      Considerare le differenze etiche e culturali

4.      Strutturare la formazione a partire dalla Bibbia, linguaggi e metodi nuovi. Combinare le modalità di lezioni presenziali con quelle a distanza.
5.      Dare attenzione speciale alle nuove generazioni
a.       Stare vicino ai giovani
b.      Offrire diverse alternative di evangelizzazione
c.       Promuovere la catechesi come iniziazione cristiana
afonsomurad.blogspot.com


Augusto Zampini
Riquezas/talentos.
·         Dinamismo e sviluppo
·         Ricchezza dell’ambiente
·         Ricchezza spirituale
Sviluppo: l’AL è una società in movimento.
Per uno sviluppo umano e integrale occorre includere l’ambiente naturale e sociale. In AL abbiamo il 40% della biodiversità del mondo. E possediamo il 30% dell’acqua dolce del mondo. Tutte le forme in cui viviamo sono interconnesse tra di loro.
a.       Abbiamo molto resistenza a cambiare le nostre attitudini
b.      Dimensioni della spiritualità: iconica, liturgica, ascetica
Prospettive future: sono già contenute nella Laudato Sii, soprattutto le proposte contenute nella liturgia e nella catechesi.

La cappella del seminario di Medellin dove si sta svolgendo il Congresso