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giovedì 22 agosto 2024

UN RITO LITURGICO DAL VOLTO AMAZZONICO: ORMAI CI SIAMO

 



 

Articolo di Louis Miguel Modino

Traduzione di Paolo Cugini

Il V Incontro della Chiesa nell'Amazzonia Legale, che si svolge a Manaus dal 19 al 22 agosto, è uno spazio di riflessione sui diversi passi che sta compiendo la Chiesa in Amazzonia. Uno di questi è il rito amazzonico, qualcosa che è stato plasmato a partire dal desiderio di una Chiesa dal volto amazzonico, che accompagna la vita della Chiesa nella regione fin dall’arrivo del Vangelo nel XVI secolo.

L-incontro di Santarém, del 1972, può essere considerato uno spartiacque in questa configurazione di Chiesa dal volto amazzonico. Negli ultimi 50 anni si sono fatti passi avanti, con il Sinodo per l’Amazzonia, nel 2019, momento in cui è emersa la proposta di un rito amazzonico, secondo il numero 119 del Documento finale. Il Rito Amazzonico va aggiunto agli altri 23 riti presenti nella Chiesa.

Secondo il teologo brasiliano Agenor Brighenti, si tratta di un rito che vuole essere molto più di un rito liturgico, poiché non può ridursi all'inculturazione della Liturgia o del Messale Romano . In questa prospettiva, si sta lavorando sui sacramenti e sui sacramentali, sull'Iniziazione alla vita cristiana, sulla Liturgia delle Ore, sull'Anno Liturgico, sui Ministeri, sullo Spazio Liturgico, sulle Strutture e sull'organizzazione della Chiesa. L’obiettivo è che sia un rito che configuri un modello di Chiesa per l’Amazzonia.

Il teologo brasiliano Agenor Brighenti


Il teologo brasiliano ha affermato che un rito non si crea, ma si elabora sulla base dei processi di inculturazione del Vangelo e di incarnazione della Chiesa , risultato di un lungo processo di comunità inserite nella realtà, cosa che è stata fatta fin dall'arrivo dei primi missionari. Data la grande estensione e diversità della regione, Brighenti si è chiesto: “È possibile avere un solo rito per tutta l’Amazzonia?” Difende la necessità di rispettare e valorizzare la diversità, affinché in un’Amazzonia multipla si possa trovare un denominatore comune, ma sufficientemente aperto affinché ogni regione possa incarnare in questo rito la sua specificità.

Dal 2020 sono stati fatti passi, con il contributo di diversi esperti e comitati di lavoro, che hanno portato al Quadro Generale del Rito Amazzonico e alla raccolta di testimonianze di esperienze di inculturazione, cercando di creare le componenti del Rito Amazzonico che portano all'elaborazione dei Rituali del Rito Amazzonico. Un processo che durerà fino a marzo 2025, con tre anni di sperimentazione per valutare e adeguare il Rito Amazzonico.

La pratica della ministerialità è una realtà presente nella Chiesa dell’Amazzonia. “Non si può pensare ai ministeri solo come mediazione pastorale, sono più di questo”, secondo suor Sonia Matos, non si può pensare ai ministeri a causa della mancanza di ministri ordinati, sarebbe distoglierli dal loro significato e fondamento. La monaca lancia una chiamata dal sacerdozio comune che deriva dal battesimo, che porta a intendere i ministeri come percorsi per incarnare il Vangelo e l'esperienza della Chiesa

Um momento liturgico


“Per una Chiesa dal volto amazzonico è necessaria una pastorale veramente amazzonica, attraverso un’esperienza ecclesiale che segua la capillarità-sinodalità dei fiumi” evidenzia la superiora della Congregazione delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo. In Amazzonia, data la storia della regione, non si può dimenticare che “le donne sono soggetti nelle parrocchie e nelle diocesi, con molteplici forme di servizio pastorale e ricche esperienze di ministerialità”. In considerazione di ciò, si pone la sfida di essere un carisma riconosciuto dal Vescovo di fronte alla vocazione per un servizio specifico nella Chiesa, riconoscimento che supera la discriminazione di genere.

Sono ministeri al servizio della vita della comunità, e in questo senso, concedere il ministero diaconale alle donne è riconoscere e legittimare la diaconia che esse “di fatto” già esercitano nelle comunità, in coordinamento, ministeri della Parola e dell'Eucaristia., nell'animazione liturgica, nella cura dei poveri. Ecco perché “con il riconoscimento, di fatto e di diritto, le donne lascerebbero il ruolo di sostituzione pastorale e di esclusione negli organi decisionali, per assumere un ministero basato sulla loro dignità ministeriale”, ha sottolineato la religiosa.

La Chiesa in Amazzonia continua a cercare risposte creative alle sfide di ogni momento storico, in vista del servizio della missione evangelizzatrice e della trasformazione sociale. Una dinamica che ci porta a riflettere sul modello di Chiesa da portare avanti in Amazzonia. Insieme ai ministeri esistenti, c’è la possibilità di nuovi ministeri: Ministero della Casa Comune e Ministero Consultivo, tra gli altri. Il ruolo ministeriale del popolo di Dio in Amazzonia ne evidenzia la costruzione sinodale. Una dinamica sinodale che riconosce la ricchezza di tutti i leader della Chiesa e promuove la partecipazione di tutti. Ciò porta suor Sonia Matos a chiedere che la Chiesa amazzonica diventi amazzonica, “attraverso una ministerialità autoctona, pluriforme, pluriculturale, per incarnare il Vangelo”, per vivere la cattolicità con il volto e il modo amazzonico, lasciando da parte la tentazione dell’uniformità e della autoreferenzialità, per diventare comunità ministeriale, come modo di vivere e testimoniare il Regno.

sabato 20 gennaio 2024

Il ruolo fondamentale delle donne nelle comunità indigene

 



Paolo Cugini

La Conferenza Ecclesiale dell’Amazonia (CEASA), venutasi a formare dopo il sinodo dell’Amazzonia con l’obiettivo di mettere in pratica le indicazioni sia del testo finale del Sinodo che di Querida Amazonia di Francesco, ha presentato alcuni mesi fa un primo lavoro di ricerca nel tentativo di mettere le basi di un rito amazonico, conforme la volontà di papa Francesco. Nella parrocchia in cui opero a Manaus, abbiamo costituito un gruppo di ricerca che sta leggendo e riflettendo sui testi prodotti dalla CEAMA  per prendere alcuni spunti da riportare poi nelle nostre celebrazioni, Ci sono sembrati particolarmente significativi le indicazioni sul ruolo delle donne nelle comunità indigene. 

Nelle cosmologie dei popoli indigeni, dei quilombola e di altre comunità tradizionali la figura femminile ha un ruolo centrale in quanto è colei che genera e si prende cura della vita. Esempio di questo sono le espressioni Madre Terra, Madre dell'Acqua, Madre dei Pesci e Madre del Cespuglio. Questa centralità del femminile si presenta nelle relazioni di socialità dei popoli indigeni, in cui le donne hanno molteplici ruoli: generano e istruiscono i figli su come trasmettere storie e conoscenze; indicano l’attenzione alla casa e alla famiglia; consigliano i propri compagni su come prendere decisioni basate sui sogni e segni sacri, che sanno interpretare con la propria sensibilità.

Ciò dimostra il ruolo fondamentale che le svolgono in queste comunità. In questo senso è opportuno sottolinearlo, per l'organizzazione dei riti e delle celebrazioni che ne derivavano dalle interazioni tra cristianesimo, popolazioni indigene, quilombolas e comunità tradizionali, il protagonismo delle donne è fondamentale. Per un autentico Rito Amazzonico, è importante che le donne possano occupare spazi di partecipazione e leadership in cui non si trovano in una posizione subordinata, ma di simmetria e complementarità. Proprio come nel lavoro collettivo in fattoria – in cui le donne lavorano (a fianco degli uomini) nella piantagione, nella preparazione di cibi e bevande – nelle comunità dove si svolgono le feste dei santi, sono loro che organizzano e dirigono le litanie, le danze tradizionali e la preparazione e distribuzione di cibi e bevande.

Un rito amazzonico deve prevedere la ridistribuzione dei posti e dei ruoli all’interno della Chiesa, accogliendo ufficialmente il ruolo delle donne come predicatrici e officianti sacramenti.

martedì 28 marzo 2023

EUCARESTIA DOMANI. INCULTURAZIONE E INCLUSIONE NELLA LITURGIA

 



L’eucarestia è vita. È questo il dato che emerge quando leggiamo i Vangeli: emanano vita. I riti che celebrano l’eucarestia spesso non emanano vita, perché sono ricoperti, ingolfati, soffocati da norme liturgiche, suppellettili inutili, ritualismi obsoleti, che offuscano il messaggio vitale di Gesù. Riflettere, allora, sul senso dell’eucarestia facendo riferimento non ad una tradizione obsoleta che il clima culturale postcristiano ha messo definitivamente nel baule dei ricordi da guardare senza troppa nostalgia, può aiutare la comunità cristiana a riscoprire quel tesoro d’amore che Gesù ha nascosto nelle parole dell’ultima cena. C’è vita nel Vangelo, vita autentica, ma che per troppo tempo è stata sequestrata da riti religiosi che non sempre corrispondono alle intuizioni del Maestro. Occorre, allora, mettersi in cammino per un percorso di disvelamento dell’autentico che è, allo stesso tempo, un cammino di riscoperta di ciò che è stato coperto, nascosto. Questo cammino non lo possiamo compiere da soli. Senza dubbio, nella vita spirituale c’è una dimensione personale che è importante. Per quanto riguarda l’eucarestia, invece, la dimensione comunitaria è fondamentale.

Durante l’ultima cena Gesù ha parlato ad un gruppo di persone che non erano lì a caso, ma che provenivano da un cammino, da una risposta ad un appello accolto. È possibile cogliere il valore del tesoro contenuto nei gesti e nelle parole di Gesù nell’ultima cena se si è mossi dal desiderio di conoscerlo, di stare con lui e di condividere questa esperienza con i fratelli e le sorelle che sono sulla stessa strada. Possiamo cogliere la profondità del messaggio di Gesù quando accettiamo il suo invito di uscire dalla solitudine del nostro egoismo, per camminare dietro di Lui per vivere fratelli e sorelle, per formare comunità. Siamo così abituati a pensare all’eucarestia come un momento personale della nostra vita spirituale, che facciamo fatica a percepirla nella sua dimensione originaria di comunione tra fratelli e sorelle. Eppure, l’origine è questa, il contesto originario nel quale si è svolta l’ultima cena è una relazione amicale che Gesù ha voluto, prima di morire, con color che avevano accolto il suo invito e camminato con Lui per le strade della Palestina. È difficile credere che non fossero presenti in quel contesto così forte dal punto di vista delle emozioni, anche quelle donne che l’avevano seguito per tutto il tempo del suo cammino verso Gerusalemme. Ascoltare le parole di Gesù in questo contesto postcristiano, deve voler dire anche spezzare il giogo della cultura patriarcale che a più riprese ha deformato il messaggio di uguaglianza di Gesù. Anche questa è una sfida che accompagnerà le pagine che seguono.

L’eucarestia è speranza. Nelle parole che Gesù ha pronunciato nell’ultima cena, nei suoi gesti, c’è uno sguardo profondo sul futuro della storia. Durante il suo cammino verso Gerusalemme Gesù non ha mai creduto che la sua morte potesse dire la fine sul suo messaggio di vita nuova. C’è speranza nelle parole di Gesù, perché c’è fiducia nell’uomo e nella donna, nella loro possibilità di lasciarsi trasformare dalle sue parole d’amore cariche di vita. È questa la grande forza di Gesù: non ha avuto timore ad affidare la continuità del suo messaggio di vita nuova, ad un gruppo di persone che, come noi, erano fragili, timorose, incapaci di comprendere quello che il Maestro intendeva dire. Eppure, Gesù non ha avuto difficoltà a consegnare loro quelle parole vere e profonde, pronunciate nell’ultima cena, perché il suo sguardo andava lontano, non si fermava al presente della storia, non considerava come definitivo la debolezza umana dei suoi discepoli e discepole. Ha creduto in loro, nonostante tutto. La sua grande fiducia nella bontà del suo messaggio, lo ha condotto a non considerare un impedimento il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’abbandono degli altri.

L’eucarestia ci consegna questo sguardo penetrante di misericordia, capace di andare al di là delle apparenze, delle meschinità consumate nel presente della storia. Accettare di alimentarsi di Lui significa diventare portatori di questo sguardo nel mondo, che non si ferma dinanzi a nulla, che riesce a penetrare i fallimenti umani, per scorgere delle possibilità. Accogliere il Signore della storia, credere nella sua Parola carica di speranza, significa aver capito che la comunità che lui ha fondato, non è fatta dei migliori, o di coloro che si presumono tali, ma di tutte e di tutti. L’eucarestia è il primo profondo principio di uguaglianza che qualcuno, nel nostro caso il Maestro, ha conficcato nella storia, per sempre. È lì, alla portata di tutti e tutte. Basta desiderarlo. Basta mettersi in cammino. Quel cammino che nasce dalla consapevolezza di essere poca cosa e che nemmeno tutto l’oro del mondo può donarci un briciolo di dignità.

C’è tenerezza nell’eucarestia. È uno sguardo tenero che emana quel corpo spezzato sulla croce che, prima di essere il simbolo di un sacrificio, è il più grande inno d’amore che un essere umano abbia saputo pronunciare. Certamente ce ne sono stati altri, ma un amore così non si è mai visto. C’è tanto amore su quel legno insanguinato. Facciamo fatica a vederlo, a comprenderlo perché i nostri occhi sono annebbiati da liturgie che, invece di celebrare il mistero della vita, così com’è stato, lo hanno rivestito di orpelli, pizzi, di ori. Proprio Lui, è questo il misfatto, la più grande aberrazione! Hanno riempito di vesti dorate proprio Lui, il Signore della storia e della vita che queste vesti, simbolo di nobiltà, se le era tolte per rivestirsi delle vesti umili dei poveri. Non solo. Facciamo fatica a vedere nel legno insanguinato della croce l’immenso amore di Gesù, perché è stato interpretato male, è stato visto come un sacrificio. È vero che leggendo i testi ci sta anche questa interpretazione sacrificale, ma distorce quello che è stato il gesto libero di Gesù, una scelta d’amore, un dono affinché tutte e tutti possano accedere e accogliere fino alla fine dei tempi.

Anche nell’ultima cena, così come ce l’ha trasmessa l’evangelista Giovanni, Gesù ha depositato le vesti, per cingersi di un asciugamano e lavare i piedi ai discepoli. Questi sono i panni sacri di cui siamo chiamati a rivestirci quando partecipiamo all’eucarestia, i panni del servizio ai poveri, dell’attenzione agli ultimi. Generazioni di donne e di uomini hanno assistito passivi ai riti che avrebbero dovuto celebrare il Signore della vita, ma quella vita nuova rimaneva sepolta sotto il peso delle vesti sontuose e i pizzi dorati. C’è speranza in questo mondo postcristiano perché ci permette di poter osare cose nuove, di aprire i testi sacri con la curiosità del bambino, la curiosità di leggere le sacre parole e rimanerne abbagliati. Quello che viene considerato un periodo di crisi epocale, può trasformarsi in una grandissima occasione per tutti coloro che, leggendo il Vangelo, vedono la luce, un cammino di speranza. Benvenuta, allora, la post-cristianità che velocemente sta spazzando via secoli di rivestimenti sacrali che hanno impedito di cogliere il Mistero ad intere generazioni e che permette ora un incontro nuovo o, perlomeno, la possibilità di questo incontro il meno possibile filtrato.

Si percepisce la sofferenza di tutti e tutte coloro che per secoli hanno creduto che il messaggio di Gesù fosse proprio quello che gli veniva raccontato, fatto di riti, processioni, di liturgie gestite solamente dagli uomini. Quanta sofferenza in quelle persone anziane che, leggendo per la prima volta il Vangelo si sono accorte che il messaggio di Gesù è un’altra cosa, non riguarda dei riti, ma un modo di vivere, non fatto di ori e di pizzi, ma di semplicità e di attenzione ai più deboli. Che stupore deve creare in coloro che per la prima volta si accostano al Vangelo e scoprono che l’eucarestia non è una questione di parole dette bene, ma di amore, di lavarsi i piedi gli uni gli altri. Benvenuta epoca post-cristiana che ci permetti di mettere al centro l’essenziale e lasciare in disparte la forma.

Parlare di eucarestia nel mondo occidentale non è un compito facile. C’è una stratificazione secolare di riti, di visioni sacrali e, soprattutto, di letture devozionali che hanno ridotto il messaggio originale, per certi aspetti modificato e, a mio avviso, persino deturpato. È importante non confondere la devozione, che poi si è sviluppata nell’epoca moderna, con la religiosità popolare. Si tratta di due realtà e di due cammini diversi, direi opposti. Mentre, infatti la devozione moderna ha stimolato l’individualismo religioso, identificando il cammino di fede con le conquiste personali, fatte di fioretti, sacrifici per ottenere – meritare - la salvezza, ben diversa è ciò che sgorga dalla religiosità popolare. Lo dice la parola stessa: popolare. È un cammino di popolo, per lo più semplice e povero, che percepisce la presenza della Signore, che non abbandona i piccoli, i poveri, ma li protegge e li accompagna nel difficile cammino della vita. L’eucarestia, vissuta in questo contesto di religiosità popolare, è percepita non come un merito, ma un dono, non come una conquista personale, ma come una presenza misteriosa che stimola la comunità a continuare il cammino, a non abbattersi dinanzi alle sofferenze vissute. Riportare l’eucarestia in quell’ambito di relazioni amicali di persone che hanno fatte delle scelte nella direzione del Vangelo, è la grande sfida che abbiamo dinanzi.

Le pagine che seguono sono il frutto di due esperienze diverse. Nella prima parte riporto alcune riflessioni, frutto di un corso di esercizi spirituali tenuto ai fedeli laici e laiche delle parrocchie che accompagno da alcuni anni. Nella seconda parte, invece, confluiscono le considerazioni di alcuni incontri realizzati negli ultimi due anni sul tema della liturgia nella vita della comunità. Questa precisazione sull’origine del testo che presentiamo, ci consente di collocare il contenuto come una condivisione di un cammino svolto dall’autore assieme ad alcune comunità, che non hanno alcuna pretesa, se non quella di contribuire alla crescita spirituale e culturale del singolo lettore. Buona lettura.

 

INDICE

Introduzione

Abbreviazioni

 

PARTE PRIMA: LA MENSA DEL SIGNORE. RIFLESSIONI SPIIRTUALI

Preludio.

Rifiutare il Mistero. Smantellare la religione per percepire la presenza del Mistero. Tra precetto e dono. Il ritorno alle fonti per liberarci dalle mistificazioni.

 

Capitolo 1: Questo è il mio corpo.

 Gesù consegna il suo corpo. L’intuizione di Paolo e del Vangelo di Matteo. Il tutto nel frammento.  Prendete e mangiate.

 

Capitolo 2: È dato per voi. La dimensione comunitaria dell’eucarestia.

Un po' di storia. Per formare un solo corpo. La testimonianza della prima comunità cristiana: 

 

Capitolo 3: Prendete e mangiatene tutti. Nessuno è escluso.

Un’esperienza personale. L’insegnamento di Gesù. Gesù realizza le profezie.  Il sacramento della penitenza e il “tutti” dell’eucarestia. Le donne nella vita della comunità cristiana.

 

Capitolo 4: Fate questo. Le due interpretazioni del comando di Gesù e le conseguenze sul piano spirituale.

L’interpretazione ritualista. L’interpretazione esistenziale. Conseguenze sulla vita spirituale.

 

Capitolo 5: L’abbiamo riconosciuto.

Gesù portatore di pace. Riconoscere il Signore. Fare spazio. Tra strada e banchetto. Una nuova agenda pastorale e formativa.

 

Capitolo 6: ogni volta che mangiate…Annunciate. La dimensione missionaria.

 Gli spazi di Gesù.  La motivazione. Gesù, il liberatore dalla falsa religione. L’eucarestia come processo di smascheramento. Annunciamo l’amore del Signore.

 

Capitolo 7: Nell’attesa della tua venuta. La dimensione escatologica dell’eucarestia.

L’incontro che genera pace e gioia. La vita nel presente della storia.

 

PARTE SECONDA: LA LITURGIA IN UN MONDO OCHE CAMBIA. RIFLESSIONI PASTORALI

Introduzione

Capitolo 1: Un tuffo nella storia.

Passaggi di un’epoca di cambiamento. L’architettura liturgica. Tra Sacro Romano impero e messa tridentina.

 

Capitolo 2: Una liturgia con i tratti dell’umanità di Gesù.

L’umanità di Gesù e il principio d’incarnazione. Il sacro spogliato nei gesti di Gesù. Fede e vita.

 

Capitolo 3: Le intuizioni del Concilio Vaticano II sulla liturgia.

La scomoda eredità. Ritorno alle fonti. L’intimismo devozionale.

 

Capitolo 4: Liturgia ed ecclesiologia.

Temi significativi della Chiesa come popolo di Dio.  Una Chiesa tutta ministeriale: e le donne?

 

Capitolo 5: Liturgia e cultura.

Papa francesco e l’inculturazione del Vangelo. Un passo avanti: Querida Amazonia.

 

Capitolo 6. Liturgie inculturate in Occidente.

 Una necessaria presa di coscienza. Alcuni cambiamenti. Dalla parrocchia ai parrocchioni. Alimentare la fede

 

Capitolo 7. La liturgia per sua natura è inclusiva.

Un linguaggio inclusivo. Onnipotente? Tra sacrificio e dono. Il peccato nella liturgia. Lo stile accogliente.

 

Conclusione

Bibliografia

 

Acquistabile qui:

Ibs: https://www.ibs.it/eucarestia-domani-inculturazione-inclusivita-della-libro-paolo-cugini/e/9788869299742?queryId=12752032fbd503215fbb8b39e6331951

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venerdì 10 giugno 2022

La ‘ramanzina’ del Papa ai preti siciliani per la ‘moda’ liturgica: “Basta merletti

 




Da: Il Fatto quotidiano, 10.6.2022

 

“A volte portare qualche merletto della nonna va bene, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no?”. Papa Francesco non ha usato giri di parole per bollare come anacronistici e contrari alla riforma liturgica del Concilio Ecumenico Vaticano II i camici con i merletti e le “bonete”, ovvero le berrette. Bergoglio ne ha parlato con i vescovi e i preti siciliani arrivati a Roma in pellegrinaggio: “Non vorrei finire senza parlare di una cosa che mi preoccupa, mi preoccupa abbastanza. Mi domando: la riforma che il Concilio ha avviato, come va, fra voi? La pietà popolare è una grande ricchezza e dobbiamo custodirla, accompagnarla affinché non si perda. Anche educarla. Su questo leggete il numero 48 della Evangelii nuntiandi che ha piena attualità, quello che san Paolo VI ci diceva sulla pietà popolare: liberarla da ogni gesto superstizioso e prendere la sostanza che ha dentro”.

“Ma la liturgia, – ha domandato il Papa – come va? E lì io non so, perché non vado a messa in Sicilia e non so come predicano i preti siciliani, se predicano come è stato suggerito nella Evangelii gaudium (il documento programmatico del pontificato di Francesco in cui spiega ampiamente come fare l’omelia, ndr) o se predicano in modo tale che la gente esce a fare una sigaretta e poi torna… Quelle prediche in cui si parla di tutto e di niente. Tenete conto che dopo otto minuti l’attenzione cala, e la gente vuole sostanza. Un pensiero, un sentimento e un’immagine, e quello se lo porta per tutta la settimana. Ma come celebrano? Io non vado a messa lì, ma ho visto delle fotografie. Parlo chiaro. Ma carissimi, ancora i merletti, le bonete…, ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella ‘moda’ liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no? Avete capito tutto, no?, avete capito. È bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, la santa madre Chiesa, e come la madre Chiesa vuole essere celebrata. E che la insularità non impedisca la vera riforma liturgica che il Concilio ha mandato avanti. E non rimanere quietisti”.

Parole in linea con quanto deciso recentemente dall’arcivescovo di Catania, monsignor Luigi Renna, che ha bandito pianete, camici con merletti e imposto al suo clero di non indossare la talare fuori dalle chiese. Precedentemente, nell’omelia di una messa celebrata nella cappella della sua residenza, Casa Santa Marta, Francesco aveva raccontato un aneddoto molto eloquente: “Su rigidità e mondanità, è successo tempo fa che è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero (negozio di abiti ecclesiastici, ndr) a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo, lui pensa non avesse più di 25 anni, o prete giovane o che stava per diventare prete, davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento e si guardava. E poi ha preso il ‘saturno’ (cappello per ecclesiastici, ndr), l’ha messo e si guardava. Un rigido mondano. E quel sacerdote, è saggio quel monsignore, molto saggio, è riuscito a superare il dolore, con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: ‘E poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!’. Così – aveva concluso Bergoglio – che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre”.

Al clero siciliano, il Papa ha ricordato “che il prete è uomo del dono, del dono di sé, ogni giorno, senza ferie e senza sosta. Perché la nostra, cari sacerdoti, non è una professione ma una donazione; non un mestiere, che può servire pure per fare carriera, ma una missione. E per favore, state attenti al carrierismo: è una strada sbagliata che alla fine delude, alla fine delude. E ti lascia solo, perduto”. E ha aggiunto: “Un’altra cosa… Questo non lo dico solo per la Sicilia, questo è universale: una delle cose che più distruggono la vita ecclesiale, sia la diocesi sia la parrocchia, è il chiacchiericcio, il chiacchiericcio che va insieme all’ambizione. Noi non riusciamo a mandare via il chiacchiericcio. Anche dopo una riunione: Ciao, ci salutiamo, e incomincia: ‘Hai visto cosa ha detto quello, quell’altro, quell’altro…’. Il chiacchiericcio è una peste che distrugge la Chiesa, distrugge le comunità, distrugge l’appartenenza, distrugge la personalità”. Concludendo: “Scusatemi se predico queste cose che sembrano da prima comunione, ma sono cose essenziali: non dimenticatele”.

Twitter: @FrancescoGrana

Fonte: La 'ramanzina' del Papa ai preti siciliani per la 'moda' liturgica: "Basta merletti. E le omelie siano brevi, altrimenti la gente esce a fumare" - Il Fatto Quotidiano

 

giovedì 21 aprile 2022

Le intuizioni del Concilio Vaticano II sulla liturgia





Paolo Cugini

Il punto di partenza per una riflessione sulla liturgia è il CV II, la cui riforma liturgica è stata una vera e propria rivoluzione nei confronti dell’impostazione tridentina. Con buna pace dei sostenitori dell’ermeneutica della continuità, la riforma liturgica del CVII ha rappresentato una discontinuità radicale nei confronti della tradizione in vigore. Si è, infatti, passati da un’impostazione sacrale che vedeva il sacerdote come unico protagonista della relazione con il sacro, ad una visione comunitaria della liturgia. L’impostazione tridentina riportava al centro quella struttura sacerdotale così osteggiata da Gesù al punto da essere la causa della sua morte. La perdita di contatto con la narrazione originale aveva prodotto il paradosso di capovolgere l’impostazione iniziale. L’impostazione tridentina aveva ridotto la liturgia ad un’esecuzione minuziosa e meticolosa di norme e di rubriche al punto da identificare la validità del rito con l’esecuzione fedele delle stesse. E così, il rito diventa valido quando tutto viene eseguito alla perfezione secondo le norme e quando il sacerdote proferisce fedelmente le parole scritte sulle rubriche, senza alcuno spazio all’interpretazione soggettiva, pena l’annullamento della validità del rito stesso. Proprio nel rito tridentino della liturgia eucaristica è visibile l’influsso nefasto dell’impostazione giuridica e canonistica sulla teologia.  In questo contesto liturgico, il popolo rimane ai margini, senza alcun tipo di coinvolgimento. La passività liturgica del popolo è così forte che non importa nemmeno se i fedeli capiscano o meno quello che il sacerdote dice, in una lingua che è divenuta esclusivamente patrimonio della classe sacerdotale. L’importante non è la partecipazione attiva del popolo, ma fattiva. Santificare il giorno del Signore significa essere presenti al rito. Oltre a ciò, per i fedeli non è importante capire le parole della liturgia, ma vedere l’ostia consacrata. La liturgia tridentina manifesta la netta separazione tra gerarchia e laici, frutto di una interpretazione teista del fenomeno sacrale.

Il CVII ribalta radicalmente l’impostazione tridentina prendendo come ispirazione le fonti dei primi secoli della Chiesa. È osservando la prassi liturgica alla luce dei dati del Vangelo e della prima elaborazione dei Padri della Chiesa che ci si rende conto di aver imboccato una strada che nei secoli ha portato molto lontano la Chiesa rispetto alle indicazioni del Maestro. La preoccupazione del CVII diventa quella di riportare la liturgia nel cuore della comunità, togliendola dalle mani della classe sacerdotale. Per fare questo propone la possibilità di celebrare i riti nelle lingue moderne, permettendo in questo modo la comprensione da parte dei fedeli di quello che si celebra. L’esigenza della partecipazione attiva dei fedeli è in stretta connessione con la scelta di togliere l’obbligo della lingua latina per le celebrazioni liturgiche. È attiva la partecipazione dei fedeli quando riesce a comprendere i riti ai quali partecipa, le preghiere che è invitato a recitare. Per questo, il passaggio centrale in questa prospettiva del documento Sacrosanctum Concilium è il seguente: “Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio” (SC, 48). È un passaggio che mostra il cambiamento radicale dell’impostazione liturgica del CV II rispetto a quella tridentina. Ora la chiesa è preoccupata che i “fedeli non assistano come estranei o muti spettatori”, ma partecipino attivamente alla vita liturgica, sforzandosi di comprendere i riti pronunciati in una lingua comprensibile al popolo di Dio. Per questo motivo, viene ripristinata la preghiera dei fedeli, come riposta alla Parola di Dio: “Dopo il Vangelo e l'omelia, specialmente la domenica e le feste di precetto, sia ripristinata la «orazione comune» detta anche «dei fedeli», in modo che, con la partecipazione del popolo, si facciano speciali preghiere (SC, 53). La partecipazione attiva costituisce lo scopo primo e immediato della riforma liturgica: “La madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di acquisto», ha diritto e dovere in forza del battesimo” (SC 14). La partecipazione attiva è, dunque, la modalità umana per attingere alla fonte della grazia. Per questo la riforma dell’ordo missae, come di tutti gli altri sacramenti, mira a che “sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli” (SC 50). Per evitare il rischio di ogni interpretazione di tipo semplicemente cerimoniale, lo stesso concilio precisa: “La fecondità dell’apostolato dei laici dipende dalla loro vitale unione con Cristo... Questa vita di intimità con Cristo si alimenta nella Chiesa con gli aiuti spirituali comuni a tutti i fedeli, soprattutto con la partecipazione attiva alla sacra liturgia” (AA 4). Inoltre l’istruzione Inter Oecumenici (1964) ribadisce: “Attraverso una perfetta partecipazione alle sacre celebrazioni, i fedeli attingeranno abbondantemente la vita divina e, divenuti lievito di Cristo e sale della terra, la proclameranno e trasfonderanno anche negli altri” (n.8).

Il percorso della Chiesa nei secoli era passato da una visione comunitaria della liturgia ad una visione intimista. Questo passaggio è visibile soprattutto nel modo d’intendere l’eucarestia, che lentamente smette di essere il sacramento dell’unità della Chiesa, come insegnava san Paolo (1 Cor 10), per divenire sempre più relegato nell’ambito intimista dell’unione del fedele con Cristo. Gli storici della liturgia affermano che protagonisti di questo passaggio che approda definitivamente nel XII secolo, sono Pascasio e Radberto. Pascasio identifica l’eucarestia con il corpo storico di Gesù, allontanandosi, in questo modo, dalla riflessione dei Padri. Questo spostamento, che potremmo definire materialista, lo si nota nell’utilizzo differente che Pascasio fa dei termini significativi utilizzati dai Padri in ambito liturgico come: figura, verità, sacramento e mistero. Questo spostamento di accento provoca l’incomprensione dei testi della Tradizione. Tanto Pascasio quanto Radberto affermano l’identità dell’eucarestia con il corpo di Cristo che è nato da Maria, ha patito, è morto ed è risorto. Con Ivo di Chartres – siamo nel XII secolo - si passa dalla concezione dell’eucarestia come sacramento dell’unità della Chiesa, alla concezione dell’eucarestia come unione del fedele con Cristo. Il passaggio da Guillaume de Saint- Thierry alla Summa sententiarum – siamo sempre nel XII secolo d. C. - ci fa vedere il passaggio definitivo al tema dell’eucarestia come sacramento dell’unione con Cristo. Tramite Pietro Lombardo il cambiamento arriverà anche a Tommaso d’Acquino. Il Concilio di Trento non ha fatto altro che ratificare e consolidare un processo storico già in atto da diversi secoli ed elaborato da una cospicua produzione teologica. Grazie al Movimento Liturgico sviluppatosi nel XX secolo, assieme alla Nouvelle Teologie, che ha promosso lo studio delle fonti bibliche e patristiche della Chiesa, si è giunti a comprendere la necessità di un ritorno alle origini per tentare di rimettere ordine in una tradizione che aveva perso nei secoli il contatto con i dati originari divenendo, in questo modo, una realtà differente dall’idea del fondatore.

Sappiamo, a distanza di sessant’anni, che il prezzo che la Chiesa sta pagando per aver trascurato i fedeli per secoli, è molto alto. Costretto per tantissimi anni a partecipare a riti incomprensibili, lasciato sui banchi della chiesa in uno stato totalmente passivo, il popolo di Dio fa fatica a scrollarsi di dosso questa passività. Oltre a ciò, soprattutto in questi ultimi anni, sono emersi all’interno della Chiesa, diversi movimenti d’ispirazione tradizionalista, che rivendicano la necessità di tornare a quella che chiamano la vera messa, vale a dire, la messa tridentina. Siamo dunque in una fase estremante delicata dal punto di vista liturgico, quasi di stallo, perché se da una parte non sono ancora stati assimilate le indicazioni principali del Vaticano II, dall’altra c’è quell’onda nostalgica del passato che in tanti modi manifesta l’esigenza di cancellare il Vaticano II, definendolo eretico, arrivando persino a negare la validità delle proposizioni conciliari.

 

martedì 12 aprile 2022

LA LITURGIA E IL PESO DEL PASSATO

 





Paolo Cugini

 

Il tema della liturgia è importante perché riflette il modo d’intendere Dio. Dal modo in cui una comunità celebra l’eucarestia si capisce in che Dio crede. L’insistenza sul precetto ha provocato lo svuotamento della dimensione relazionale e comunitaria, che è alla base del significato della liturgia eucaristica, intesa come azione del popolo. La predicazione che per secoli ha insistito sull’obbligo del precetto domenicale se, da una parte, ha provocato la diffusione del costume della messa domenicale come abitudine necessaria per la salvezza, dall’altra l’ha consegnata definitivamente nelle mani della classe sacerdotale e togliendola, in questo modo, al popolo di Dio. C’è stato, dunque, un processo di snaturamento rispetto al significato originale che Gesù ha voluto dare all’eucarestia, come segno della sua presenza in mezzo ai fratelli e alle sorelle e come momento di consegna alla comunità del suo messaggio centrale.

Il nuovo contesto culturale nel quale siamo immersi, se da un lato appare insensibile agli aspetti religiosi a causa della sua marcata portata materialista, dall’altra permette di recuperare alcuni aspetti andati perduti nel tempo. Lo svuotamento della lettura metafisica e ontologica della realtà, venuto a compimento nell’epoca post-moderna, ha aperto la strada alla pluralità delle narrazioni possibili degli eventi. Si passa, in questo modo, da un approccio costrittivo della religione, con precetti, obblighi e doveri, che circoscrivono il modo di appartenenza al sacro, ad un tipo di approccio libero, basato più sulla comprensione soggettiva, che dalla coercizione. Oggi le giovani generazione sono totalmente indifferenti agli obblighi e alle minacce nei confronti dei precetti religiosi. Passare da uno stile coercitivo verso una proposta che stimoli l’interesse libero delle persone alla proposta religiosa, esige un cambiamento di paradigma radicale, che richiede la disponibilità a non identificare la bontà della proposta con la quantità numerica di chi partecipa. Il controllo coercitivo del popolo da parte della casta sacerdotale, sorretto dal clima politico e sociale che permetteva tale stile coercitivo, provocava immediatamente la presenza massiccia dei fedeli ai momenti religiosi. Ad un certo punto del cammino, la chiesa più che essere attenta a proporre lo stile del fondatore si è lasciata prendere la mano dalla possibilità reale di controllare le masse che, al contempo, significava la possibilità di contare nel dibattitto politico e sociale. Chi controlla le masse controlla il potere. Certi accorgimenti dottrinali, come la confessione obbligatoria prima dell’eucarestia, hanno esacerbato il controllo della classe sacerdotale sui fedeli, più che proporre un cammino di libertà come proponeva il Maestro. Lo stesso si può dire sull’imposizione del celibato sacerdotale per i candidati al sacerdozio, che ha stigmatizzato un processo di diversificazione del clero nei confronti del popolo e, in modo particolare, delle donne.

La giurisprudenza canonica, la teologia e la spiritualità che si sviluppa a partire dal X secolo d.C., sono tutte alleate per sostenere lo stesso discorso della necessità di una classe sacerdotale per gestire il sacro. La liturgia è lo spazio più idoneo in cui si manifesta questo fenomeno più politico che religioso. L’architettura degli spazi religiosi è il documento storico più visibile di questo processo di decostruzione politica del messaggio evangelico, a favore di un’istituzione che, ad un certo punto, decide di andare per la propria strada dimenticando l’origine del percorso. Negli edifici adibiti alle manifestazioni liturgiche lo spazio in cui la classe sacerdotale gestisce il sacro subisce una doppia operazione architettonica. C’è, infatti, un processo di separazione dello spazio addetto al sacerdote, che compie le sue funzioni dal resto del popolo. Questa separazione è evidenziata da strutture specifiche - le balaustre – che segnalano sin dove il popolo può giungere. In secondo luogo, si assiste ad un progressivo innalzamento della zona chiamata presbiterio, con l’obiettivo di rendere visibile lo spazio sacro. Gli storici della liturgia ci avvertono che queste modifiche avvengono nel periodo in cui, a causa delle invasioni barbariche che devastano l’Impero Romano, si perdono i dati biblici e patristici e la liturgia subisce la nuova impostazione di tipo materialista del mondo religioso. Non si cerca più la dimensione così detta ontologica degli eventi che hanno accompagnato la vita di Gesù, per riproporli nella liturgia, ma si cerca di riprodurre il più fedelmente possibile, ciò che materialmente è avvenuto. L’innalzamento del presbiterio, dovrebbe, in questa prospettiva, significare il monte degli ulivi in cui Gesù ha vissuto la passione.

Contemporaneamente a questo fenomeno, ce n’è un altro che lo accompagna. Si tratta della progressiva identificazione della chiesa con l’impero romano, divenuto Sacro Romano Impero. Un segno chiarissimo nel campo liturgico di questa identificazione, sono le vesti liturgiche, che più che essere il segno della presenza della povertà del maestro, sono il simbolo della potenza politica dell’impero romano. Del resto, nei secoli di dominio temporale della chiesa, non mancheranno liturgie in cui viene manifestato il potere della chiesa su principi, re e imperatori. Queste deformazioni del messaggio originale confluite nella liturgia permettono di comprendere non solo la necessità di una riforma liturgica avvenuta nel Concilio Vaticano II ma, soprattutto, la difficoltà di attuarla a causa dei nostalgici di turno, che non riescono a liberarsi la mente dalle forme del passato. Del resto, come diceva Thomas Khun, le strutture culturali si sedimentano a tal punto che anche una rivoluzione culturale non è capace di provocare cambiamenti immediati. Sessant’anni di storia non sono quasi nulla rispetto ai quindici secoli dell’impostazione precedente.

venerdì 16 agosto 2019

CENA DEL SIGNORE E CARITA’






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini


L’ospitalità va messa a fuoco in due direzioni: i poveri e i peccatori. Padre Pedro Arrupe: Se nel mondo esiste la povertà, la fame, allora la nostra celebrazione dell’eucarestia è incompleta. Nell’eucarestia riceviamo il Cristo che ha fame della fame del mondo.

Questa osservazione è molto importante per noi oggi. Su questo punto si gioca l’autenticità della Chiesa e della nostra fede. L’Assemblea dei credenti si è definita come assemblea incontro con il Signore, che ha la capacità di guardare ai fratelli e alle sorelle. Dt 26,1-5.10-11: professione di fede del credente ebreo.  Questo brano è la professione di fede dell’israelita entrato nella terra. Nel momento della presentazione dei doni al Signore, subito il comando è: tu ti rallegrerai con quelli che non hanno parte alla terra. Ti rallegrerai con il levita, lo straniero e il povero. Nell’atto di culto c’è subito l’esigenza di condivisione, di ospitalità. Incontro con Dio, confessione di fede e condivisione dei beni. Questo pensiero è in linea con il pensiero profetico: cfr. Amos, Isaia, Geremia, Michea. Il culto può rischiare di essere vuoto, l’assemblea può rischiare di non essere in alleanza con Dio.

All’interno della Chiesa c’è stato un cambio profondo riguardo al culto. Rapporto tra sacrificio, culto e assemblea liturgica. La Legge prescrive i sacrifici. Il sacrificio è presente in tutte le culture e i popoli. Il sacrificio esprime il desidero di entrare in contatto con la divinità espiando il peccato, offrendo qualcosa. Nell’epoca giudaica il sacrifico di espiazione era il più significativo. Il sacrificio esprime la riparazione del peccato per tornare alla comunione con Dio. All’interno delle religioni si offre la possibilità di tornare in comunione con Dio attraverso il sacrificio di un animale. Il meccanismo è quello di sostituire l’animale con l’uomo. I sacrifici sono fatti con lo sgozzamento dell’animale. La Bibbia testimonia questo tipo di sacrifici. Noè dopo il diluvio fa un grande sacrificio, ma anche Abramo e i patriarchi lo fanno. La Legge ha presente un’economia sacrificale. Tempio, sacerdoti e la vittima: sono i tre elementi del sacrificio.

I profeti, da un punto di vista storico sono più antichi della Torah. Ci sono due correnti all’interno del cammino d’Israele: una profetica e una sacerdotale. La corrente profetica è sempre stata critica con quella sacerdotale. La storia d’Israele è complessa. L’esperienza di Babilonia è stata molto profonda, perché non c’è più il tempio, i sacerdoti, i sacrifici. Paradossalmente, questo periodo dell’esilio ha rappresentato una purificazione della fede d’Israele. Qui hanno capito che la vita di fede non può essere esaurita dai sacrifici e dal tempio. La diaspora è stata una condizione assoluta e nuova. Troviamo che, a partire dell’esperienza della profanazione del tempio nel II sec a.C., ci si è chiesti: quegli ebrei credenti in Dio possono vivere senza i sacrifici, senza il tempio e senza i sacerdoti?

Lentamente affiora una nuova concezione del rapporto con Dio. Giuditta, Daniele esprimono questa novità. Da un lato, si comincia intravedere la possibilità di una liturgia senza tempio e sacerdoti. Nel Targum (trazione in aramaico al tempo di Gesù) si dice in Malachia: non mi compiaccio di voi, non accetto l’offerta dalle vostre mani. Malachia è prima del giudaismo e intravede un tempo in cui Dio non gradisce il sacrifico fatto a Gerusalemme. Il targum traduceva: e la vostra preghiera davanti a me sarà una offerta pura perché grande è il mio nome su tutte le genti. Ormai l’offerta pura è la preghiera, e non un’oblazione. Sempre di più echeggiano le parole dei profeti: ascoltare la parola di Dio vale più dei sacrifici; voglio misericordia e non sacrifici. Ormai si parla anche di sacrifico di lode. Sparisce il sacrifico con la vittima. Tutto questo è molto importante. Al tempo di Gesù (Tb 1) acquistano valore di sacrificio le opere di misericordia. Siracide: osservare la legge equivale ad un sacrificio di lode. Il sacrifico è la misericordia verso i fratelli. Ecco il mutamento. Nel giudaismo post-esilico il linguaggio cultuale cambia.


Così comprendiamo nel cristianesimo che il culto, quale mediazione di salvezza, viene squalificato a servizio dell’amore fraterno. Gesù non ha mai fatto sacrifici cultuali. Nella lettera agli Ebrei Gesù diventa sommo sacerdote di un sacerdozio esclusivo: Eb 7,24 è il sacerdozio secondo Melchisedek. Non è il sacerdozio di Aronne.
 Il sacerdozio di Gesù è un sacerdozio che non porta come sacrifici le vittime. Il sacerdote è sempre più separato dagli uomini nel sacerdozio ebraico. È il movimento contrario a quello cristiano operato da Gesù, che è diventato colui che si è fatto peccatore per essere in comunione con noi, non di separazione.

 Il movimento di Gesù che Paolo fa notare in Filippesi 2,7: Gesù si umiliò, prese la forma di uomo, di schiavo sino alla morte. La vita di Gesù è una continua discesa per raggiungere i peccatori. È la santità di Gesù che sana e non i sacrifici. “Tu non hai voluto né sacrifici né offerte”. Il sacerdozio di Cristo abolisce per sempre il culto sacrificale. Gesù nella sua stessa persona ha offerto un culto esistenziale e non rituale. Gesù ha abolito il sacerdozio di Aronne e tutta l’economia dei sacrifici, ha abolito l’economia del tempio. I Vangeli dicono che con la morte di Gesù il velo del tempio viene strappato dall’alto in basso, perché è Gesù il tempio di Dio. Ormai il culto dei cristiani è offrire le nostre vite in sacrificio (Rom 12,1).
All’interno della vita cristiana è l’esistenza personale che dev’essere offerta a Dio, compiendo la volontà del Padre, che è una volontà di amore e di giustizia. La volontà cristiana è sempre seconda rispetto al Vangelo. Siamo cristiani non perché viviamo la liturgia come rito, ma perché ci sforziamo di vivere il Vangelo. Nelle altre religioni basta compiere dei riti: nel cristianesimo no. La ritualità cristiana è seconda rispetto all’esistenza plasmata dal Vangelo. L’eucarestia non basta a sé stessa, la carità sì.


Dobbiamo domandarci se la nostra eucarestia si ferma al rito o ci spinge a vivere il Vangelo. Il sacramento dell’altare è il sacramento del fratello e della sorella (San Giovanni Crisostomo). La patologia dell’eucarestia è presente già all’inizio della Chiesa. 1 Cor 11: Paolo ha trasmesso alla Chiesa di Corinto ciò che ha ricevuto, dei gesti e delle parole. Spezzare il pane: è questo il gesto. Questo gesto spiega profeticamente il gesto della croce: una vita spezzata per amore. Paolo deve intervenire e dire: fratelli voglio che voi lo sappiate: quando vi radunate non mangiate più la cena del Signore. Cosa succedeva a Corinto? Questi cristiani non avevano una prassi di condivisione e lo spezzare il pane diventava un rito senza una ricaduta nella vita della comunità. Spezzare il pane è un’espressione biblica che si trova in Isaia che significa condividere il pane con i poveri, e non il semplice gesto. Frazione del pane dice proprio questo, un gesto che deve diventare una realtà nella comunità. A Corinto sedevano cristiani abbienti e poveri e, nella celebrazione della cena del Signore, un unico pane era spezzato, ma quella celebrazione aveva assunto una patologia, perché i cristiani non condividevano i beni. La cena del Signore era diventato un pasto individualista, egoista: uno ha sete e l’altro è ebbro.



La cena del Signore rischia di diventare non eucarestia, ma ostentazione della disuguaglianza. Paolo in 1 Cor 10: un solo pane un solo corpo, manifesta il legame tra eucarestia e condivisione. È dalla qualità sacramentale della cena che deve scaturire l’amore tra i cristiani. Chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore mangia la propria condanna. Paolo denuncia la comunità che non sa più discernere che la comunità è il corpo e il sangue di Cristo. Paolo stigmatizza il non riconoscimento della comunione della Chiesa. Il vero problema è riconoscere il Cristo nei poveri con i quali devo condividere e rompere i pani. Se non c’è questo discernimento, allora si mangia e beve la propria condanna.

Qual è, allora, il nostro atteggiamento concreto quando partecipiamo alla cena del Signore nei confronti della comunità, nel confronto dei poveri? Cfr. Mt 25,32. Questa teologia di Paolo sull’assemblea eucaristica è coerente con tutta la sua predicazione su Gesù che da ricco che era si è fatto povero.

Questo è il mio corpo che è dato per voi (in sacrificio per voi è solo in italiano). È una traduzione – quella italiana - di accumulo che viene da una teologia sacrificale. L’etica di condivisione Paolo la indica come necessaria alla comunità cristiana. Paolo chiama liturgia, la colletta che organizza per i poveri di Gerusalemme.

L’assemblea eucaristica deve avere questa apertura verso i poveri. L’insistenza di papa Francesco sul tema dei poveri e dell’accoglienza agli stranierei è coerente con il Vangelo e con la celebrazione della cena del Signore. Se la liturgia eucaristica non accresce la nostra capacità di carità è sterile.

giovedì 15 agosto 2019

LITURGIA E CHIESA. IL TRADIZIONALISMO DI RITORNO





FRATERNITÀ DI BOSE


15 AGOSTO 2019
Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

Oggi viviamo un trapasso epocale. Siamo in un mondo che non è più quello in cui siamo nati. Il mutamento è talmente grande che non sappiamo a che esito andiamo incontro. Cosa sarà la Chiesa stessa tra qualche decennio? Non saprei dirlo. Siamo in una fase di grande trapasso non solo culturale, ma anche di fede, di ciò che crediamo. Sono cambiato le immagini dello stesso Dio. Noi oggi siamo smarriti. Questo mutamento ci fa prendere coscienza di tante cose. Quella che chiamiamo secolarizzazione, in realtà non è qualcosa che è avvenuta come prevedevamo, ma è avvenuta in modo diverso. La cristianità è finita: siamo in diaspora. Siamo in una condizione di minoranza in una società secolarizzata, in cui il problema di Dio è posto in modo indifferente. Dio sembra una parola senza significato. Dio viene associato alla violenza integralismo, intolleranza. uella che è iniziatacome rivoluzione antropologica

Oggi più che comunità cristiane, c’è una diaspora. Nelle città del nord Italia la frequenza domenicale all’eucarestia è al 2%. Che ne sarà? In Piemonte hanno chiuso tutti i seminari diocesani. Su 15 diocesi ci sono 24 seminaristi. Molte diocesi non hanno nessuno. Il Piemonte indica una situazione che anticipa di 10/15 anni ciò che avviene da altre parti. La situazione Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria è disastrosa. Tante comunità non ha più il pastore. Il problema ci fa porre delle domande.

Se questo è l’orizzonte della vita ecclesiale, sul settore giovani tutto diventa più difficile. Si fa faticare a dire che sono ancora cristiani. Sembrano non abbiano interessi sulla religione. I giovani si chiedono: cosa mi serve essere cristiano? Il problema è la risposta. Che cosa aggiunge il cristianesimo alla vita oggi?
Diventa molto incerto il domani della Chiesa, della fede. Dove la liturgia non ha dato segni di crisi, la comunità cristiana si è rarefatta. Sono convinto che la liturgia è la Chiesa, perché non è solo preghiera, ma è azione comune di una comunità cristiana.

Se si passa da questo quadro al tema della liturgia si resta sorpresi dalle domande alle quali non si sa dare delle risposte precise. La liturgia dopo la riforma del Concilio Vaticano II ha vissuta una stagione di fecondità e poi di resistenza da parte dei tradizionalisti. La liturgia è entrata in un cono d’ombra. La vita della Chiesa oggi non si sente assolutamente toccata dai problemi della liturgia, perché non interessa più a nessuno. I temi della comunità cristiana sono temi che assorbono temi etico e sociali, non liturgici.

Tutto questo diventa visibile in molte maniere. Ci sono sempre meno libri di liturgia. Benedetto XVI ha liberalizzato il vecchio rito, quello di Pio V e, il prete, può celebrarla anche da solo. Molti che non aspettavano altro di riprendere un rito che fosse fedele alla tradizione secondo loro, hanno ripreso il vecchio rito. Sono nate associazioni di preti con questo rito. Come un fiume carsico la contestazione tradizionalista è continuata e oggi ci sono più di 800 messe con il vecchio rito. In Francia il 45% dei preti ordinati sono legati ad associazioni che celebrano con il vecchio rito tutti i sacramenti. Tutto questo minaccia l’unità della Chiesa. Proprio sull'eucarestia, che è il sacramento dell’unità, siamo divisi. In Italia sta crescendo questa chiesa parallela nella misura in cui denigrano la liturgia del Vaticano II. Oggi sulla liturgia c’è molta paura a fare qualcosa di nuovo. I vescovi sono paralizzati. Tutto dev’essere fatto con obbedienza rubricista. Tutto questo sta paralizzando la Chiesa.

Papa Francesco sulla liturgia non dice nulla. Ha detto che la riforma del Vaticano II è definitiva. Il cardinal Sarah, che è il prefetto della congregazione del culto, è critico con il Vaticano II. Il nuovo messale che uscirà prossimamente non prevede alcuna modifica, se non qualche piccola cosa.

Siamo in una situazione di grande difficoltà. Ci può essere una Chiesa in uscita e una liturgia in ritirata? Se non riusciamo a rendere dinamica la liturgia rischiamo di non nutrire la fede del credente di oggi. C’è una grande disaffezione alla messa da parte dei giovani. Ci sarebbe bisogno di un movimento liturgico nuovo.

Rapporto Chiesa e liturgia. Non è facile esprimerlo a parole. I due momenti sono collegati tra di loro. Tutta la grande Tradizione lo attesta. La liturgia è la comunità. Celebrando la liturgia la Chiesa manifesta ciò che è. La liturgia cristiana è partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Jean Corbon, Liturgia alla sorgente: la liturgia genera la vita ecclesiale, la liturgia è il mistero. Non ci può essere riforma della Chiesa senza una riforma nella liturgia. Oggi occorre ripensare la realtà dalla quale i credenti restano assenti: l’assemblea liturgica.