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martedì 3 ottobre 2023

ASCOLTATE E VIVRETE. LIBRO CON LE OMELIE DELL'ANNO B (CHE SARA' IL PROSSIMO)

 




 

 

L’omelia è un momento importante nella vita di una comunità cristiana. Lo ricorda anche san Paolo quando nella lettera ai romani ricorda che: “la fede dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rom 10,17). Anche Papa Francesco nel suo primo documento ufficiale, vale a dire l’Evangelii Gaudium, ha ribadito che: “rinnoviamo la nostra fiducia nella predicazione, che si fonda sulla convinzione che è Dio che desidera raggiungere gli altri attraverso il predicatore e che Egli dispiega il suo potere mediante la parola umana” (Evangeli Gaudium, 136).

L’omiletica è un genere letterario a sé da non confondere con l’esegesi, anche se, senza dubbio, ha bisogno di alimentarsi nelle ricerche esegetiche per poter elaborare una riflessione che sappia cogliere l’essenza di un testo della Sacra Scrittura. Il contenuto dell’omelia nasce da un duplice ascolto: della parola di Dio e della realtà in cui si vuole comunicare il contenuto. L’attenzione al contesto è, dunque, di fondamentale importanza. Possiamo parlare di contesto a diversi livelli di complessità. C’è il contesto in cui vive la comunità, che è importante conoscere per fare in modo di offrire chiavi di lettura in grado di leggere il vissuto della comunità. Ogni comunità cristiana è, inoltre, inserita in un particolare contesto sociale, politico e culturale di una città, una nazione, che va tenuto in considerazione. C’è infine, un livello maggiore che è quello della cultura di un’epoca, che influenza le mentalità e le scelte. Oggi in Occidente viviamo in un contesto culturale post-cristiano. I segni di questo clima culturale lo tocchiamo con mano tutti i giorni. Lo si coglie dal calo vertiginoso della richiesta dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, dalla partecipazione sempre più scarsa alla messa domenicale. La fine della cristianità è visibile anche nell’assuefazione ai riti e alle celebrazioni pompose, come i pontificali, le processioni: segni di una visibilità non ritenuta più necessaria. Come annunciare il Vangelo in questo contesto: è questo il problema.

La parola di Dio è il Verbo incarnato nella storia e il suo annuncio non può essere asettico, imparziale, distaccato: deve avere il sapore del contesto in cui viene seminato. Proprio per questo, le omelie che propongono qui di seguito, tengono conto di alcuni aspetti che a mio avviso sono significativi. Il primo, è l’attenzione alla polemica di Gesù con i capi del popolo. Il rapporto tra fede e religione, culto e vita sono aspetti che il Vangelo di Marco accompagna e che in ogni occasione opportuna ho cercato di dare risalto. È, infatti, a mio avviso, su questo punto che la cultura Occidentale è divenuta particolarmente sensibile. Nella post-cristianità tutto ciò che è precetto, imposizione dall’alto è destinata a rimanere disattesa. C’è una sensibilità particolare nei confronti dei cammini di liberazione, che anche la spiritualità può offrire. Qui ci troviamo dinanzi ad un paradosso. Se, infatti, la nostra epoca è segnata da un abbandono sempre maggiore dalle forme di religione istituzionali come la Chiesa Cattolica, la Protestante e l’Ortodossa, dall’altra si assiste alla ricerca di esperienze spirituali, di guide alla meditazione e alla scoperta della vita interiore. Il paradosso è solo apparente perché cela una critica implicita alle religioni che sembrano ora incapaci di fornire strumenti per accompagnare la vita spirituale delle persone.

È l’attenzione a questi aspetti che segnano le riflessioni proposte nelle omelie dell’anno liturgico B. Un’attenzione che è soprattutto pastorale, perché nascono all’interno della vita di alcune comunità parrocchiali. Dire attenzione pastorale significa richiamarsi al contesto, al cammino di fede delle comunità, per accompagnarle il meglio possibile all’interno del Mistero rivelato da Gesù Cristo. In realtà, più che vere e proprie omelie, quelle che presentiamo sono dei canovacci, che offrono degli spunti che possono essere sviluppati come meglio si crede. Buona lettura. 

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martedì 15 ottobre 2019

I VOLTI DELL’AD GENTES




ROMA 14 OTTOBRE 2019

Sintesi: Paolo Cugini

Il modello estrattivo non cambia, perché è parte del modello economico neoliberale.
La situazione attuale dei popoli indigeni è difficile, perché i territori sono contestati e minacciati. In 9 mesi i territori sono invasi come da tempo non succedeva.
Stiamo vivendo un contesto ecclesiale speciale, non solo per il Sinodo. È contesto che dalla Laudato Sii è entrato in dialogo con i popoli indigeni.

Che cosa fa la CNBB in questa situazione? Mantiene una posizione ferma sul tema dei diritti umani.

Padre Livio Girardi. I Volti della Missione

Metodologia dei missionari nella terra Indigena Raposa Terra do Sol
I popoli indigeni sono 8: yianomami sono i più noti. In Roraima ci sono 33 terre indigene già marcate dai governi precedenti.
Che tipo di presenza ha esercitato la Chiesa in questi luoghi? Prima del Vaticano II il progetto è la sacramentalizzazione. In certi aspetti la Chiesa è stata complice ed assente.
Dopo il Vaticano II la novità è una lettura nuova della realtà. “Noi che il Dio dei bianchi fosse buono”: così disse un capo indigena vedendo quello che stava succedendo.
Nel 1974 i missionari della Consolata decidono di dedicarsi totalmente ai popoli indigeni e spinsero la Chiesa di Roraima a fare lo stesso. Nel 1979 il vescovo scrive una lettera in cui si chiede se i missionari possono evangelizzare gli indios. La Chiesa deve fare l’opzione per i poveri. Quattro conseguenze di questa lettera:
1.      L’organizzazione del movimento indigena
2.      Preparazione degli agenti pastorali
3.      Progetti di promozione umana
4.      Progetto “una vaca para o indio”

Conseguenze di questa scelta è la forza dell’unità dei popoli indigeni. Per i missionari ha portato una nuova metodologia. Non dialoga più con il padrone di terre, ma con gli indios. Inoltre, la comunità diventa un luogo teologico.

Suor Amelia Gomes: i popoli della Guinea Guissau

È uno Stato Africano. Gli abitanti parlano il portoghese, oltre il criolo. Circa il 42% della popolazione è analfabeta. La prima missione è avvenuta nel 1992 a Emapada. Abbiamo iniziato conoscendo e visitando le famiglie, per conoscere la realtà del popolo. La proposta è stata la possibilità di viere in un modo nuovo. Per mezzo della vicinanza e del dialogo abbiamo iniziato un percorso di evangelizzazione. Abbiamo osservato, ascoltato senza fretta, progettando la missione con pazienza senza fretta. Rischi di dimenticare che la missione è opera di Dio.

Il nostro stile di missione è basato sulla semplicità, privilegiando la cura delle relazioni. Questi gesti ci hanno permesso di conoscere la tradizione e la cultura del popolo. Partecipando della loro vita, ci ha permesso di essere accolti.
Noi abbiamo capito che i popoli non devono lasciare le loro tradizioni per essere cristiani. Abbiamo riflettuto, così, sull’idea d’inculturazione.

Nei percorsi formativi che proponiamo – pittura, cucito, e altro – annunciamo la Buona Novella. Risvegliamo, infatti, il valore della vita, della donna, del valore della famiglia.
La missione come presenza rispetta tutte le tradizioni e le culture.
Ci siamo domandati: come annunciare il Vangelo ai non cristiani? Ci dev’essere un processo di attenzione alle culture.

In Guinea Bissau siamo sempre andati dove ci hanno chiamato, rimanendo attenti alle loro esigenze. È stato interessante scoprire che Dio li aveva visitati prima di noi. Nei luoghi in cui siamo andate senza essere chiamate, la missione non è continuata.
Abbiamo imparato a prendere in considerazione le persone e le culture in tutti i suoi aspetti.


sabato 11 novembre 2017

CONVEGNO DIOCESANO CARITAS 2017






SABATO 11 NOVEMBRE 2017
I POVERI NON SONO UN PROBLEMA

Sintesi: Paolo Cugini

Come l’esperienza della Caritas parrocchiale può contaminare positivamente la comunità.

Tavola rotonda:
Domanda: si tratta di valorizzare la vota delle persone fragili come soggetti attivi dell’azione apostolica. Non si può considerare i poveri solo oggetto della Carità. Abib, quando sei entrata in Casa di Carità ti sei sentita accolta?
Abib: vengo dall’Albania. Subito ho avuto paura. Un ospite mi è venuto a dare un bacio e questo mi ha sorpreso. Non ho fatto fatica ad inserirmi nella casa. Il parroco è divenuto per Nicola un punto di riferimento, un papà per mio figlio. Significativi sono stati certi incontri. Ad esempio Marina, una mamma ucraina con un tumore. Mi sono sentita ospite tra gli ospiti; le persone della casa sono divenute miei fratelli e sorelle. Ho trovato una nuova famiglia. Chi mi ha ascoltato ha capito i motivi della nostra fuga. Ho chiesto per me e mio figlio il cammino per ricevere il Battesimo. Nella Casa di Carità ho capito cosa vuole dire essere Chiesa.

Domanda: Non pensiamo ai poveri solo come qualcosa che ci permette di fare volontariato. Deve nascere una condivisione. Che cosa ha fatto la comunità con i profughi che sono arrivati?
Alfredo: un anno fa è arrivato un gruppo di ragazzi del Mali, tra i 17 e i 20 anni. Questi ragazzi alloggiano in una casa della parrocchia. Abbiamo cominciato a conoscerli nei campi estivi. E’ divenuta un’opportunità. L’arricchimento umano è stato reciproco. Ci hanno aiutato a crescere.

Domanda: da persona ospitata sei diventata ospitante. Cosa ne pensi che cosa ha detto il Papa?
Anonimo: sono stato accolto dalla Caritas e ho trovato persone molto umane. Poi mi sono prodigato ad aiutare gli altri e adesso gestisco il dormitorio Caritas. Il dono genera reciprocità.

Passare dall’assistenza alla relazione.

Calcaterra: dobbiamo uscire dal paradigma dell’io, per arrivare al paradigma del noi, e cioè facciamo assieme. Dobbiamo pensare ad arricchirci umanamente insieme.

DON ADOLFO MACCHIOLI
Direttore Caritas diocesana di Savona.
1 Gv 1, 1-4a; Lc 10, 21-22. Due quadri per incominciare. Queste due immagini c’introducono al tema della gioia. Non possiamo essere cristiani tristi. La gioia innanzi tutto la riceviamo. Nella relazione esiste la diversità. E’ la gioia che rende possibile la condivisione. La Carità non è una prestazione, non è l’eccellenza. Finché la gioia non è condivisa, la gioia è mancante. Con Papa Francesco la profezia è lui, è lui che ci anticipa. In ogni modo anche noi abbiamo un compito di profezia, dobbiamo dire l’esigenza di Dio oggi. L’unica profezia significativa è l’amore, perché dice di Dio. L’essere prossimo a chi è nella solitudine, perché è questa la povertà più grande. E’ possibile ancora vivere fidandosi: è questa la grande missione. Madre Teresa non faceva dire dei rosari i poveri, ma lo lavava e li asciugava. E’ il gesto che parla. Dio si fa prossimo e cammina con noi. Il nostro servizio è rendere possibile la reciprocità. Non è un problema di metodo la carità, ma di contenuto e di relazione. Il servizio non può essere misurato dal bisogno, ma della relazione che abbiamo attivato. Il servizio ha senso nella misura che abbiamo attivato relazioni. Ascoltare le fragilità della vita.

 Jean Vanier: la comunità luogo del perdono e della festa. Non esiste la comunità ideale. La comunità è fatta di persone con le loro ricchezze e povertà. Amare significa diventare deboli e vulnerabili, lasciare entrare gli altri dentro di sé.

Henri Nuven: il guaritore ferito, Queriniana. Guarisci gli altri se scopri la tua ferita. Dentro alla relazione o ci si scopre vulnerabili, o si fallisce la relazione. Essere e stessi vuole dire scoprire la propria fragilità. L’altro deve poter vedere la mia fragilità.
Essere amati: se non sei amato il cuore s’indurisce. Nella relazione scopriamo che l’amore esiste perché qualcuno ci ha amato, altrimenti scopriamo la durezza. L’amore è una questione dell’esserci. Chi dorme in strada la famiglia non ce l’ha più.

Criteri dell’Evangeli Gaudium nella prospettiva di costruire una comunità:
1.        Il tempo è superiore allo spazio: non dobbiamo privilegiare gli spazi di potere. Perché uno che è nel bisogno non può scegliere? Dove parte lo spazio di potere? Dal fatto che facendo un servizio ho un potere. Dipende come lo vivo. Ci vogliono le regole. Se diventa uno spazio che devo difendere, diviene uno spazio di dittatura. Occorre preferire i processi. La Caritas avvia dei processi o tende a conservare la nostra idea. In certi posti i poveri non ci vanno. Privilegiare i processi: oltre il pacco che porto devo bussare alla porta del vicino. Chiedere la carità è umiliante. Coinvolgo il quartiere e le persone. Avviare processi che tolgono la paura.

2.      L’unità è superiore al conflitto, anche se il conflitto va accolto. Accogliere l’altro significa lavorare sulla paura che genera conflitto, resistenze. Occorre evitare di essere giudicanti. E’ un lavoro difficile che può iniziare se siamo capaci di abitare le nostre paure.

3.       La realtà è superiore all’idea. Dobbiamo lavorare con il reale. E’ il bisogno a guidare il progetto. Non ha senso fare dei progetti su realtà inesistenti. Osservatorio delle povertà. Occorre mettersi a ragionare sulla realtà che ci circonda.

4.      Il tutto è superiore alla parte. La parte deve contribuire a far crescere il tutto, la comunità. Lavoriamo nel piccolo dentro ad un’animazione più grande: quartiere, parrocchia, condominio. E’ il tutto nel quale inserisco la persona. Tenere presente il tutto significa condurre le persone verso la comunità, relazioni nuove e non solo di aiuto.
Indicazioni:
·         Abbiamo il compito di comunicare il bene senza cercare di affermare noi stessi. Il dono crea relazione. Anche il povero deve avere questa possibilità.
·         Il poco che abbiamo, basta e avanza se lo mettiamo nelle mani di Dio.
·         Costruire è saper rinunciare alla perfezione.




martedì 12 luglio 2016

LA LENTEZZA DELLA DISCESA




In ascolto del mistero dell’Incarnazione
Paolo Cugini

La discesa del Verbo nel cuore dell’uomo e della donna per riscattare ciò che sembrava per sempre perduto, è avvenuto sul piano dell’identità e della differenza.

Sul piano dell’identità innanzi tutto. Infatti, che “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi “, ha voluto dire per l’umanità il desiderio di Dio di salvare l’uomo non con un atto esterno, ma creando un rapporto di strettissima vicinanza. In altre parole Dio, in Gesù Cristo, si è spinto vicino all’uomo sin dove poteva. Sono tante le espressioni che nel Nuovo Testamento descrivano questo cammino di Dio verso l’uomo. Innanzi tutto, san Paolo nella lettera ai Filippesi ricorda che Gesù Cristo è “diventato simile agli uomini “. Per salvare l’uomo dal peccato il Verbo ha assunto la carne del peccato stesso facendosi simile in tutte le cose “ai fratelli “eccetto chiaramente il peccato. Per rendere autentica questa partecipazione alla somiglianza della carne e del sangue dell’umanità da salvare, il Verbo ha dovuto attendere. In primo luogo ha atteso la pienezza del tempo, la fine dei tempi.
C’è stata una lunga, secolare preparazione prima che si compisse l’evento dell’incarnazione. Un evento preparato e annunciato nei secoli. Si pensi ad esempio alle profezie che incontriamo al capitolo 24 del libro dei numeri in cui Balaam figlio di Beor, a dispetto delle maledizioni che Balac re di Moab chiedeva sul popolo di Israele accampato ai piedi del monte Baal, disse:”Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe… “. Anche la profezia di Natan nel secondo libro di Samuele in cui Dio promette per bocca del profeta al re Davide una alleanza eterna con la sua casa. Profezie millenarie che fanno riflettere sui tempi calmi del Signore, così diversi dai tempi frettolosi degli uomini e delle donne. C’è poi una seconda attesa che avviene nella vita stessa di Gesù. San Paolo la descrive così: “quando giunse la pienezza del tempo, Dio invitò suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge”.
Il Verbo si è sottomesso alla legge della natura umana e degli uomini. La partecipazione alla somiglianza della carne e del sangue dell’uomo non è stato qualcosa di fittizio, esterno, formale: è stata una sottomissione autentica, un cammino di apprendimento dentro le mura della famiglia di Nazareth e nella scuola dei saggi di Israele. Infine, c’è l’attesa di Gesù nel deserto prima di iniziare il ministero. Si rimane a lungo con il fiato sospeso prima di ascoltare una parola di Gesù e di vederlo all’opera. È una lentezza non solo imbarazzante, ma, al tempo stesso, impressionante che richiede di essere ascoltata e meditata con attenzione. In effetti, è una lentezza che ha tutti i tratti della delicatezza di Dio. Se è vero, infatti, che Dio interviene nella storia per salvare l’uomo dal peccato e dalla morte eterna, sembra che intenda farlo col modo più delicato possibile, senza ferire troppo una umanità già malata. L’incarnazione del Verbo operata da Dio nella storia vede, quindi, questo primo aspetto fondamentale: il Verbo è disceso lentamente e delicatamente. È stato un incontro talmente lento e delicato che in pochissimi se ne sono accorti: dice infatti Giovanni che “il mondo non lo riconobbe”. Lo stesso vale per il cammino di discesa. Difatti, la somiglianza di Gesù con l’umanità incontrata era talmente grande che non si riusciva a percepire la differenza divina. E la gente si chiedeva “non è questo il figlio di Giuseppe?”.


Disceso sulla terra il Verbo di Dio si è messo subito in movimento. E così, sfogliando il vangelo di Marco, troviamo Gesù che cammina “lungo il mare di Galilea”, che entra in una sinagoga, dirigendosi alla casa di Simone e Andrea, andando nelle città vicine, salendo una montagna, entra in una casa, salendo in una barca, percorrendo la Galilea, dirigendosi al territorio della Giudea e, infine, arrivando a Gerusalemme. Osservando questo momento, si può proprio dire che Gesù ha fatto della storia il luogo dell’incontro con l’umanità. Dopo la triplice attesa, sopradescritta, Gesù ha manifestato il desiderio incontenibile di Dio di parlare faccia a faccia con l’uomo. E lo ha cercato in ogni luogo percorrendo le strade della Palestina. 
Ci si può chiedere allora: che cosa ha significato questo movimento di Gesù verso l’esterno? Che cosa comunica all’umanità? In primo luogo, è segno di una libertà interiore impressionante. Gesù camminando per le strade della Palestina, entra nelle case di tutti, di chi lo invita, sedendosi nel piazzale del tempio per dialogare con il popolo o con i dottori della legge, ha manifestato la sua libertà nei confronti di quelle paure umane che spesso pregiudicano l’incontro con l’altro: la paura di essere giudicato e la paura di non essere accolto. In questo modo, ha rivelato che il contenuto che doveva comunicare – l’annuncio del regno di Dio – era ben più importante di quello che la gente poteva pensare di Lui. In secondo luogo, il movimento di Gesù all’esterno è segno di gratuità. In Gesù tutto era grazia: lo ripete continuamente san Paolo nella lettera ai Romani. Inviando Gesù, Dio non ha atteso che l’uomo meritasse la salvezza. C’è stato un altro tempo di attesa e lo abbiamo visto sopra. Lo zelo, la determinazione, la donazione totale di Gesù, il suo correre incontro all’uomo, alle donne per annunciare la Buona Notizia, sono il segno di una salvezza che è azione misericordiosa di Dio o, come direbbe san Paolo, giustizia di Dio. Dio è giusto non perché l’umanità meritasse questo, ma perché fedele a sé stesso, alle promesse fatte ai Padri, ad Abramo, Isacco, Giacobbe e, in seguito, ai profeti.

Il movimento che Gesù realizza nel mondo è, infine, segno di una progettualità. Non si tratta, infatti di un’azione scomposta. Al contrario, se Gesù entra in una casa non è per mangiare e basta e parlare del più e del meno. In ogni incontro di Gesù, in ogni dialogo, c’è una finalità ben precisa: l’annuncio salvifico del Regno. E allora se incontriamo Gesù sulle rive del lago della Galilea, o su una montagna o a parlare nella piazza del tempio con un gruppo di persone, non dobbiamo immaginare che stia perdendo tempo, anzi, lo sta riempiendo di significato. Il fatto che Gesù sia la pienezza del tempo è manifestato nei vangeli anche attraverso questi piccoli dettagli, nel suo modo di muoversi, di parlare, di essere. Niente di Gesù è fatto o detto a caso, ma le sue parole e i suoi gesti, oltre a essere intimamente connessi, sono segni rilevatori del piano salvifico del Padre.

Il fatto, poi, di mettersi sulle strade della Palestina alla ricerca dell’umanità perduta e disorientata, ha provocato un altro tipo di movimento: non era solamente tutto il popolo a correre da Lui o, come è detto più avanti “molta gente si riunì vicino a Lui”, ma quelli che poi diventeranno suoi nemici come i farisei, i sadducei lo cercano. Che dire poi dell’umanità isolata come i lebbrosi, gli indemoniati, gli ammalati, i cechi, i sordi, tutti camminano verso Gesù. Anche a questo proposito rivolgiamo la stessa domanda: che significato questo andare verso Gesù dell’umanità? Immediatamente viene da rispondere che, se c’è stato un incontro tra Dio e l’umanità attraverso Gesù, questo incontro, non solo è stato preparato, ma voluto. È nell’incontro, nella relazione, che il messaggio è comunicato e questo incontro, per essere significativo, deve mantenere le caratteristiche tipiche dell’universo personale.

 Quali sono queste caratteristiche? Innanzi tutto, lo sguardo. Nell’incontro di Gesù con il giovane ricco ad un certo punto del dialogo instaurato tra i due, l’evangelista Marco annota che Gesù “fissatolo, lo amò”. Al contrario, nella scena della Passione, Pietro riceve uno sguardo di Gesù che lo porta alle lacrime. In una relazione il contenuto non passa solo attraverso la Parola. Gli occhi rivelano i nostri sentimenti e così si rafforzano, cioè danno incisività a ciò che si intende comunicare. Per comunicare la Buona Nuova non possiamo sottrarci allo sguardo dell’altro e, allo stesso tempo, di guardare l’altro. E poi le mani. Con le mani Gesù ha curato gli ammalati, “la prese per mano”, “poi le tocco gli occhi”, ha benedetto i bambini :“allora gli condussero alcuni bambini perché imponesse loro le mani e pregasse”; ha sfamato le folle “prese sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli e i discepoli li distribuivano alle folla” e, finalmente, si è donato ai discepoli all’ultima cena  “mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli”.
Le mani sono fondamentali nelle relazioni interpersonale. Con esse manifestiamo i nostri sentimenti, positivi o negativi, rafforziamo il significato di ciò che stiamo dicendo, con i gesti. Con le mani abbracciamo, salutiamo, accarezziamo.
C’è poi un altro aspetto in quella che potremmo chiamare la fenomenologia della relazione, che è significativa per Gesù: lasciarsi avvicinare, toccare. Spesso nel vangelo il verbo avvicinarsi è utilizzato per esprimere il cammino dell’umanità verso Gesù. Non è comunque un avvicinamento freddo e distante. Al contrario. Chi si avvicina a Gesù lo fa per toccarlo. Sono le folle e gli ammalati che lo toccano. Tra questi troviamo nei vangeli il caso di una donna afflitta da una emorragia da molti anni, che di proposito studia il momento opportuno per toccare Gesù, perché sapeva – o immaginava – che il suo corpo emanasse un’energia che sanava. Memorabile è poi quell’avvicinamento silenzioso e pieno di amore della “donna peccatrice pubblicana”, così come l’evangelista Luca la chiama, che incontra Gesù in casa di un fariseo. La donna sapendo che si trovava a casa di un fariseo, “si mise dietro ai piedi di Gesù, e piangendo si mise a bagnare i piedi con le lacrime e asciugarli con i capelli”: gli baciava i piedi e li ungeva con l’olio. Gli occhi, le mani, il corpo.
Nella vita di Gesù l’annuncio del Vangelo è stato mediato da tutto ciò che appartiene all’universo personale. È il suo corpo lo spazio in cui è avvenuto storicamente l’incontro tra Dio e l’umanità. In Gesù sembra che la relazione preceda, accompagni e segua il contenuto.

Nelle liturgie che celebriamo questi aspetti dovrebbero essere presenti per rendere sempre più visibile la presenza del Signore nella comunità. Per questo motivo, sarebbe positivo che la liturgia Occidentale si lasciasse contaminare dallo stile liturgico dei paesi latinoamericani o africani, nei quali l’aspetto corporale e relazionale è molto significativo. L’occasione ci viene offerta su di un piatto d’argento con il fenomeno immigratorio. Accogliere le persone povere che provengo da queste regioni nelle nostre comunità, significa non solo offrire un pezzo di pane, ma anche coinvolgerle nelle nostre celebrazioni domenicali. In questa prospettiva, costituiscono un grande dono che il Signore sta facendo alla nostra chiesa, per recuperare quegli aspetti che l’eccessiva impostazione concettuale ha smarrito durante i secoli.

lunedì 25 aprile 2016

QUALE CONTAMINAZIONE?




Paolo Cugini

Usciamo da una lunga stagione durante la quale si è identificata la verità con l’idea astratta, con i sistemi filosofici e teologici, con la presunzione di capire il reale a partire dall'applicazione di sistemi teorici pensati a tavolino. In questo processo anche la chiesa è stata coinvolta. Nel mondo Occidentale l’epoca della cristianità ha visto la religione a braccetto del potere, lontano dalle classi povere, anzi spesso e volentieri contrapposte ad esse. Per molti secoli le sorti dei popoli erano decise nei palazzi episcopali. Il messaggio del Vangelo è stato proposto per molti anni da una chiesa forte, potente e gloriosa. Se viviamo un processo di scristianizzazione, le cause vanno cercate anche nel modo nel quale il cristianesimo si è proposto al mondo.

L’epoca attuale, che sta strutturandosi sulle rovine delle meta narrazioni moderne, sgretolatosi nell'impatto con la realtà, offre nuove possibilità per il sapere e per la comprensione della stessa realtà. Se la modernità si è configurata in Occidente come possibilità d’interpretazione del reale a partire da predefiniti presupposti teorici, l’epoca postmoderna offre la possibilità di percorrere il cammino inverso. Possibilità di ascoltare il reale per come si manifesta, di cogliere la realtà nella sua novità. Ciò comporta la disponibilità a lasciarsi contaminare, a cambiare opinione, a mettere in moto processi di adattamento al reale. In questa prospettiva la verità non è più esclusivamente un pensiero che viene dall’idea, ma un dono che riceviamo dalla realtà e che esige l’accoglienza. Il dono che si rivela nel presente della storia, per essere colto nella sua novità, ha bisogno di una coscienza libera da precomprensioni, da pregiudizi, da idee belle e fatte, per dirla alla Péguy. Non è un caso che il devozionismo religioso sia un’esperienza squisitamente moderna. Nell'epoca dove viene rafforzato il pensiero sistematico, quel pensiero che precede la realtà e che ha la pretesa di organizzarla, di capirla, di spiegarla senza ascoltarla, la religione dell’impero, che s’identifica con la chiesa della cristianità, perdendo il contatto con la realtà del dato rivelato, produce la religione di cui ha bisogno. La devozione, intesa in tutte le sue manifestazioni, risponde al bisogno d’intimismo soggettivo stimolato dal quadro culturale della modernità, dalla separazione tra fede e ragione, sacro e profano, tra liturgia e vita. E allora il luogo della vera devozione a Dio è il cuore dell’uomo, l’intimità soggettiva con il sacro, perdendo di vista la possibilità di una trasformazione del mondo richiesta dall'annuncio del Vangelo del Regno di Dio.

Il nostro rapporto con la realtà, come la consideriamo e come ci relazioniamo con essa, dice anche del nostro modo d’intendere Dio, il dato rivelato e i contenuti che ad esso attribuiamo. La modernità è stata la massima espressione di un pensiero che si organizza per difendersi dalla realtà, per proteggersi dalla sua forza. Soprattutto, però, bisogna dire per onestà di pensiero, che la modernità si è organizzata contro la realtà, in contrapposizione ad essa e per questo l'ha per così dire imbavagliata, per lo meno ci ha provato. Il cambiamento climatico in atto, la perenne crisi economica nella quale stagna il modello neo-liberale sono, tra le altre,  le conseguenze dell’impostazione moderna di approcciarsi alla realtà. Un Dio interpretato a partire da precomprensioni concettuali è divenuto sempre più distante dall'uomo e dalla natura. Proprio questo, il Dio distante è stato gestito da una classe sacerdotale che nel tempo anch'essa è divenuta distante al popolo e al mondo circostante. La scristianizzazione del mondo occidentale non è altro che la logica conseguenza del distanziamento dell’uomo e della donna dal Dio pensato da un élite. Scristianizzazione che si manifesta come secolarizzazione, come desiderio di autonomia da un Dio percepito come indifferente al vissuto dell’uomo e della donna, un Dio assente alle sorti dell’umanità un Dio, quindi che per certi versi risulta inutile.  La secolarizzazione del mondo occidentale significa l’addio ad un modo di pensare Dio che deturpa la realtà interpretandola, che separa il mondo in classi, che produce un mondo sul modello di chi lo pensa. Secolarizzazione come desiderio di scrollarsi di dosso secoli di umiliazioni, per divenire finalmente autonomi, cioè liberi. La scristianizzazione del mondo postmoderno significa, allora liberazione dal Dio dei sacerdoti del tempio, di quel tempio simbolo del potere che s’impone sul mondo non solo con la forza delle armi, ma anche e soprattutto con la violenza dell’imposizione delle proprie idee.

Più che di scristianizzazione si dovrebbe parlare di fenomeno di de-ecclesializzazione. Un certo modo di gestire la proposta di Cristo da parte dell’istituzione ecclesiale ha identificato il Dio dei cristiani con l’istituzione. E’ questa, in realtà, che è andata in crisi. E’ il suo modo di presentare Dio, che nel mondo postmoderno non funziona più. Basterebbe sfogliare la storia della chiesa per cogliere il graduale allontanamento dell’istituzione dal messaggio originale, il Vangelo di Gesù, per incamminarsi verso un irrigidimento istituzionale che poco spazio lascia al kerigma. Da Gregorio VII in poi il papato si è gradualmente assunto a potere temporale assoluto, diminuendo il ruolo dei vescovi e del collegio episcopale. Nei documenti ufficiali della chiesa spariscono gradualmente il riferimento alla Sacra Scrittura per fare posto alle citazioni dei papi, identificando così sempre più la chiesa con il papato. Per cogliere la cecità di questo processo progressivo d’irrigidimento dell’istituzione papale nei confronti della realtà del Vangelo, basterebbe sfogliare le encicliche del XIX secolo, che ha visto la chiesa impegnata da un lato ad affermare la supremazia del papa – l’affermazione dogmatica del Concilio Vaticano primo dell’infallibilità del papa in campo di fede -, dall’altro a lottare contro la soppressione dei beni ecclesiali da parte dello stato italiano (la famosa questione romana). L’apologetica esasperata delle encicliche papali del XIX secolo, tutte in trincea per difendersi dagli attacchi del mondo, giungendo persino ad inveire contro la libertà di stampa e la libertà di coscienza (Mirari Vos, 1838), sono l’espressione penosa di quanto andiamo dicendo, vale a dire la progressiva ed inesorabile distanza della chiesa non solo dal mondo comune, ma dallo stesso Vangelo.
Una chiesa che non ha più bisogno di difendere titoli onorifici e beni temporali diviene allo stesso tempo più debole, vulnerabile e più evangelica, più simile al Signore che da ricco che era si è fatto povero, che si è spogliato per farsi uomo come noi e camminare insieme a noi, non rivestito di vesti sacerdotali ma con il grembiule per lavarci i piedi. La chiesa del Grembiule, come Tonino Bello amava dire, è la chiesa libera dalla seduzione del potere e così disponibile a camminare con la gente, a dialogare con loro. 

Una chiesa che dialoga con il mondo circostante, dialoga nel vero senso della parola, significa che anche si mette in ascolto, che accoglie le provocazioni esterne, che non giudica inferiore tutto ciò che non coincide con la propria esperienza. La chiesa che dialoga è la chiesa che si lascia contaminare da ciò che incontra e, per questo, diviene più debole, più umile, più attenta. E’ la chiesa che entra nel mondo scendendo dalla cattedra e si mette al livello delle persone che incontra, proprio come ha fatto Gesù che è disceso per mettersi a servizio dell’uomo e della donna incontrati nelle strade del mondo. E’ la chiesa che comprende che il suo compito non è quello d’insegnare dalla cattedra, ma di ascoltare il grido degli uomini e delle donne del tempo presente.

Una chiesa in ascolto dei fratelli e delle sorelle comporta la disponibilità al cambiamento, alla conversione. La chiesa contaminata, è così la chiesa convertita, che si lascia mettere in discussione e provocare da ciò che incontra, che è disposta a fermarsi per ascoltare, proprio come faceva Gesù. Ciò comporta un nuovo modello di comprensione e d’interpretazione dell’idea di verità e di rivelazione. E’ un cambiamento radicale di paradigma: dalla chiesa che insegna, alla chiesa che ascolta. Dalla chiesa che dall'alto dice al mondo cosa deve fare, quali valori vivere e come si deve comportare, alla chiesa che accetta consigli, che modifica le sue posizioni: in definitiva una chiesa che scende dal piedistallo.

Da chi dovrebbe lasciarsi contaminare la chiesa oggi? In primo luogo dal mondo laico. Può essere un paradosso, ma non lo è. S’incontra spesso nel mondo cattolico un’idea di laico come se fosse identificato con anticristiano, negatore dei valori evangelici. In realtà quel mondo laico che non si riconosce in nessuna religione non per questo si pone contro, è antagonista: semplicemente vuole vivere in pace senza che nessuno voglia imporre dall'esterno i propri valori. C’è molta sete di libertà, di umanesimo, di uguaglianza in quel mondo laico che, non identificandosi nella chiesa, persegue quegli ideali che ogni uomo e ogni donna di buona volontà, che prende sul serio il proprio cammino esistenziale, sente pulsare dentro di sé. Da questo mondo che lotta per la vita e per la libertà la chiesa deve mettersi in umile ascolto.

Nell'epoca postmoderna la chiesa non incide più con la forza, con i proclami, volendo imporre il proprio stile di vita, le proprie idee; la chiesa è incisiva e stimolo della società quando vive quello che ascolta dalla Parola di Dio. In questo modo diviene fermento nella massa, granello di senapa. In un contesto culturale sempre più pluralista ognuno deve poter aver il diritto di vivere i propri valori senza che nessuno gli dica che cosa deve e può fare. Concordo con Habermas quando afferma che in una società pluralista e multiculturale il garante di ciò che è giusto non può essere né una religione, né un partito, né alcuna forza esterna, ma il consenso deve avvenire attraverso un dialogo ove tutti hanno la possibilità di esprimere il proprio parere. Una verità del consenso, che nasce orizzontalmente e che sempre ha la possibilità di rinnovarsi, di rimodellarsi a partire dalle nuove esigenze. Può sembrare una verità debole, ma è la sola che possa rispettare il cammino di tutti. La chiesa contaminata è per l’appunto la chiesa che accetta di confrontarsi alla pari con le opinioni altrui, che non impone la propria, anche se la può vivere all'interno delle sue comunità.

Ciò significa che il mondo postmoderno non ha più bisogno di liturgie pompose, di piviali decorati, di pontificali maestosi, di mitrie dorate, di vescovi imbalsamati dentro camici inamidati: non rappresentano altro che la fine di un’epoca che ci sta ormai alle spalle e che non ritornerà più (per lo meno speriamo). Le liturgie delle quali il nuovo contesto culturale ha bisogno per comprendere la forza del Vangelo, dovrebbero manifestare quell'orizzontalità che Gesù ha dimostrato quando camminava per le strade di Nazareth, quella circolarità che rivela il desiderio di uguaglianza tra tutti coloro che sono attorno all'altare, quell'attenzione ai rifiutati della storia, segno della misericordia del Padre. Liturgie dove il celebrante non ha bisogno d’indossare paramenti che marcano una differenza di grado, ma gli abiti quotidiani che indicano una relazione di prossimità e di eguaglianza. Liturgie dove si celebra ciò che si vive: è di questo che abbiamo bisogno.




lunedì 16 marzo 2015

CORSO DI LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA A REGGIO EMILIA



Paolo Cugini
   Tra aprile e maggio verrà realizzato nei locali dell’Oratorio cittadino un Corso di Lettura popolare della Bibbia. Si tratta di un metodo messo in atto in America Latina nella realtà delle comunità di base, vale a dire in quel modo di essere chiesa dove le parrocchie sono costituite da tante piccole comunità, che si trovano settimanalmente a leggere la Parola di Dio e a celebrare nel giorno del Signore. Il metodo è stato messo a punto durante gli anni della dittatura militare, vale a dire tra gli anni sessanta e ottanta del secolo scorso; certamente uno dei periodi più negativi dell’America Latina. Nelle Comunità di base si comincia a leggere la Bibbia per cercare risposte alla situazione. Il grido del popolo d’Israele schiavo in Egitto diviene il modello di questo percorso di liberazione. Si tratta, dunque, di una lettura contestualizzata in cui la comunità ascolta la Parola di Dio per cercare luce e forza per affrontare la situazione di oppressione che vive. È la comunità riunita la chiave interpretazione del testo ascoltato e meditato. È in questa prospettiva che il legame fede e vita, amore al Signore e vita vissuta s’intrecciano sempre di più. Legame poi, che divieni visibile nelle celebrazioni domenicali sempre vissute con molta partecipazione.

La lettura Latino-americana della Bibbia nasce dalla speranza di milioni di contadini e contadine che resistevano all'avanzata del sistema del latifondo, nei sindacati e nelle associazioni delle periferie delle favelas, nei quartieri poveri ammucchiati dal grande fenomeno dell’esodo rurale che mandava via i contadini dal campo, ed è quindi figlia delle pastorali sociali e delle comunità ecclesiali di base. L’esperienza dell’ascolto della Parola in un simile contesto crea entusiasmo, perché le persone che vi partecipano iniziano a percepire la presenza del Signore, suscitando il desiderio di uscire dalle situazioni di oppressione. Il momento settimanale di ascolto della Parola non diviene fine a se stesso, in una ricerca di conoscenza vuota, ma stimolo per comprendere meglio il proprio vissuto e alimentare la speranza di un mondo migliore.
La lettura popolare della Bibbia è anche una lettura critica della realtà perché cerca di promuovere dei cambiamenti effettivi nel contesto in cui viene realizzato l’ascolto della Parola. Senza dubbio, un simile percorso può sembrare strano, contrario al nostro modo di accostarci al testo sacro. Soprattutto, può sembrare un metodo che forza il testo sacro per ottenere risposte concrete. Ogni critica è positiva perché aiuta a migliorare il modo di vedere la realtà. È questo che ci sta insegnando la chiesa e cioè che non esiste un unico modo di leggere la Parola, un unico punto di vista da cui guardare. Del resto, se i vangeli sono quattro deve pur significare qualcosa, vale a dire l’impossibilità di cogliere il mistero di Dio da un’unica prospettiva, da uno stesso punto di vista. Per cogliere la bellezza e, allo stesso tempo, la ricchezza del metodo di Lettura popolare della Bibbia occorre fare lo sforzo di spostarsi dal proprio punto di vista, di mettersi da parte per portarsi verso il punto di vista dell’altro, il punto di vista dei milioni di poveri e di oppressi che hanno trovato nella Parola di Dio una lampada per il proprio cammino di salvezza.
Questo tipo di lettura biblica è molto bene illustrata da una storia raccontata da Frà Carlos Mesters, uno dei pionieri della Lettura Popolare della Bibbia in Brasile: “In una piccola comunità di agricoltori molto poveri, è stato letto un testo che proibisce la possibilità di mangiare carne di maiale ( Lv11,7-8;Dt 14,8). La gente presente alla riunione ha domandato:- Che cosa Dio ci vuole dire oggi attraverso questo testo?-La gente ha discusso sull’argomento e alla fine ha concluso:-attraverso questo testo Dio vuole dirci oggi che dobbiamo mangiare carne di porco!- L’argomento usato era il seguente:-Dio si preoccupa soprattutto con la vita e la salute del suo popolo. La carne di maiale, quando non è tenuta bene, può provocare malattia e morte. Per questo, nel tempo della Bibbia, Dio proibiva alla gente di mangiare carne di maiale. Oggi però noi sappiamo come fare con la carne di maiale affinché non provochi malattie, essa non fa più male alla nostra salute. Oltre a ciò, la carne di maiale è l’unica carne che abbiamo qui da mangiare. Se non mangiassimo questa carne non faremmo bene alla nostra salute né alla salute dei nostri figli. Per questo oggi Dio ci comanda di mangiare carne di maiale. Dobbiamo essere fedeli alla parola di Dio!”

Si comprende molto bene che è un modo di leggere la Scrittura che ha i poveri come interpreti. Il testo è incorporato alla loro vita e la loro vita al testo, che è percepito come frutto di una comunità che lotta per la vita e crede nel Dio della Vita. Per i poveri la Parola di Dio non sta nella lettera delle Scritture, ma nella lettura della Scrittura che attualizza l’azione salvifica, protettrice e liberatrice di Dio con i poveri.


Il corso che gli amici della Lettura Popolare della Bibbia hanno promosso si avvale della presenza di Maria Soave Buscemi, italiana che vive da più di vent'anni in Brasile e da molto tempo accompagna diversi gruppi di lettura popolare della Bibbia. Soave, per la competenza acquisita in tanti anni di studio e di pratica é invitata in varie parti del mondo dalle chiese evangeliche per presentare questo metodo. Assieme a Soave ci sarà anche don felice Tenero, della diocesi di Verona, Fidei Donum in Brasile per molti anni. Entrambi da alcuni anni sono stati invitati dalla CEI a coordinare il percorso formativo al CUM di Verona per tutti i missionari in partenza per l’America Latina. Arrivederci , allora, a sabato 18 aprile all'Oratorio cittadino alle 9 per iniziare questo percorso biblico insieme che sarà senza dubbio ricco di spunti per i nostri cammini di fede e, speriamo anche per il cammino delle nostre comunità. 

martedì 10 marzo 2015

CHE GUEVARA E LA STOLA

ARCHIVIO BRASILE



In questi anni alcuni giornali hanno pubblicato la foto nella quale dico messa con la maglia di Che Guevara. Voglio quindi riportare qui il testo che spiega il motivo di quella foto.



C’É POSTO IN ITALIA PER UN PRETE MESSO COSÌ?
 Paolo Cugini

Giuro che non l’ho fato apposta, per provocare. È venuto così, senza cercarlo, senza doppi fini. Sono giunto sul posto della messa e ho aperto lo zainetto dove metto gli indumenti e gli oggetti della messa. Ho notato che non c’era il camice. Probabilmente la signora che lava gli indumenti della chiesa, ha pensato bene di aprire lo zainetto per vedere le condizioni in cui si trovava il camice e la stola viola del tempo di quaresima e ha pensato bene di lavare il tutto. Dal canto mio non ho provveduto a guardare dentro, per verificare se tutto era a posto prima di partire per tre giorni in una regione della parrocchia. Sono giunto così, sul punto della messa senza camice e stola viola, come la liturgia di quaresima esige, ma solo con una stola verde, tipica del tempo comune. Appena ho notato che non c’era il camice mi sono accorto che addosso avevo la maglia rossa di Che Guevara. Anche questo fatto non è voluto: era una delle ultime rimaste nell'armadio. A questo punto mi rimanevano due alternative: o tornare a casa (20 km) per prendere il camice e la stola viola, o celebrare messa così, normale, mettendomi la stola verde sulla maglia rossa di Che Guevara. E così è andata. Nessuno mi ha detto assolutamente nulla. Nessuno si é avvicinato per dirmi qualcosa né sul camice, nel sul colore della stola, né tanto meno sulla mia maglietta rossa di Che Guevara. È stato in questo momento che sono diventato triste, perché il mio pensiero è andato immediatamente all'Italia, al fatto che fra pochi mesi tornerò in Italia definitivamente (ancora faccio fatica a crederci: vedremo).

 Senza dubbio lÌ in Italia non sarei passato inosservato e vari laici mi avrebbero criticato, richiamato, insultato. Certamente se fossero stati presenti sacerdoti e suore in un contesto simile sarei stato richiamato dalla curia, come minimo. E poi la gente si chiede perché noi missionari facciamo così fatica a tornare!

Perché le persone della comunità di Taboa no mi hanno detto nulla? A questo inquietante interrogativo posso dare alcune risposte. La prima è che nelle comunità di base il prete appare poche volte all'anno. Nella parrocchia di Ipirá, per esempio, formata da più di 100 Comunità di base, la gente vede il prete tre o quattro volte all'anno. Senza dubbio i liders di comunità incontrano spesso il sacerdote, sia negli incontri formativi, che in altri momenti. Per la maggior parte delle persone, però, l’incontro con il sacerdote, nelle nostre parrocchie formate di molte comunità, è un fatto non molto frequente. Forse è per questo che le persone non hanno tempo d’interessarsi molto dei vestiti e delle maglie del prete. Guardano e pensano ad altre cose.

Altro motivo. Per le persone presenti alla messa di sabato pomeriggio nella comunità di Taboa l’importante è la celebrazione, la Parola di Dio, l’Eucarestia, il cantare e pregare assieme: il contorno non è molto importante. Abbiamo celebrato a casa di una signore di 94 anni che vive da sola e alla quale tutti vogliono molto bene. Me lo diceva il signor Dori dopo la messa: siamo venuti in tanti perché vogliamo molto bene alla signora Binha. Siccome la casa é molto piccola abbiamo deciso di celebrare fuori, come molto spesso succede, anche perché si sono presentate per la messa una quarantina di persone. Nessuno dei presenti arrivati aveva un volto triste, nonostante la siccità stia castigando questa terra. Per le persone delle comunità di base partecipare alla messa mensile o bimensile é un piacere, una cosa bella e non un dovere o un precetto. Ci si trova non solo per pregare, ma anche per aggiornare la situazione, rivedere gli amici che da tempo non s’incontravano. Dopo la messa, infatti, c’è sempre il classico cafezinho con un pezzo di torta o biscotti. La messa che celebro nelle comunità di base è sempre avvolta da molta umanità, dando così sapore e significato alla stessa celebrazione. In 13 anni di Brasile non ho mai celebrato una messa senza che ci fosse qualcuno a cantare. Anche nella più piccola CEB (Comunità Ecclesiale di Base), c’è sempre chi prepara la messa o la celebrazione.

Ben diverso è il quadro in Italia. Il prete è sempre presente nella parrocchia, formata da un’unica comunità. Forse è per questo che si ha il tempo di osservare i suoi abiti liturgici e non. Oltre a ciò è significativo anche il modo di celebrare la liturgia. Quante messe domenicali (?) ho celebrato senza che nessuno cantasse? Quante volte nella fatidica messa delle 11,30 nessuno si presentava a leggere? Importante é che ci sia il prete con il camice e con la stola giusta: il resto non c’entra. Se nessuno canta o se si recitano il gloria e l’alleluia invece di cantarli (cosa che non é mai successo nella mia esperienza brasiliana!) nessuno dice nulla; se il prete si presentasse senza camice, con la semplice stola sulla maglietta sarebbe l’argomento prediletto per settimane! E se poi questa maglietta fosse rossa con l’immagine di Che Guevara stampata sopra: apriti cielo!

Sono contraddizioni. Mi chiedo dove stia il senso di tutto questo ‘malessere’ religioso. Che cos’è successo per cadere in un formalismo così pietoso, sterile e ipocrita? Perché siamo arrivati al punto da non farci ribrezzo una messa domenicale senza vita? O peggio: perché nonostante tutto, la gente continua a frequentare questi riti funebri che sono diventate le messe della domenica, in molte chiese italiane?


Io continuerò, finché potrò, a celebrare le messe nelle comunità di Base, per trovare ispirazione e forza a celebrare anche nella mia amata terra. Nella speranza di essere accolto (spero bene).

martedì 3 marzo 2015

E SALÌ SUL MONTE





Paolo Cugini

Non lo sapevo e non me lo potevo immaginare. Quando si è giovani si pensa di sapere tutto, perché ci si fida dell’istinto che, a quell'età è ancora buono. Ci sono cose, però, che nella gioventù è impossibile sapere, perché fanno parte di quelle conoscenze che si accumulano con il tempo, che apprendiamo con il passare del tempo. Quello, allora, che non sapevo a vent'anni e che non potevo immaginare anche perché si sa che la giovinezza è piena d’ideali, di speranze, è che nella vita adulta la materia tende a ingoiare lo spirito, e cioè la pressione della materia sul vissuto quotidiano è molto forte e spesso soccombiamo. Diveniamo così presi dalle preoccupazioni materiali che il quotidiano ci fornisce, che spesso e volentieri ci dimentichiamo di noi stessi, ci dimentichiamo che abbiamo un’anima e, soprattutto, non ci ricordiamo più da dove veniamo, chi eravamo, quali erano i nostri sogni, su che cosa puntavamo quando eravamo giovani. Basterebbe fermarsi un attimo dal fornaio e, in modo distaccato, ascoltare di che cosa parlano gli adulti. La cosa peggiore che ci può capitare è arrivare ad un punto in cui identifichiamo la materia con la realtà, e cioè pensiamo che la realtà sia esattamente ciò di cui viviamo, ciò di cui perdiamo tempo, ciò che ci sta identificando. Quando la realtà è tutta materiale, quando il processo d’identificazione della realtà ha come unico e inesorabile orizzonte la materia, allora ragazzo mio possiamo dire che è proprio finita, possiamo tranquillamente dire che la vita è morta, che non c’è orami più spazio per nulla. Quando abbiamo l’anima piena di materia e non riusciamo più a pensare ad altro, la nostra vita diviene spazio aperto per le emozioni e corriamo il serio rischio di passare da una passione all'altra, rischio di diventare lo zimbello delle nostre emozioni.

Nei vangeli che narrano la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor ci sono degli elementi sui quali vale la pena riflettere. In primo luogo il fatto che Gesù sale sul monte. Per recuperare uno sguardo spirituale della vita, quello sguardo che ci toglie dalla massificazione del quotidiano è necessario fare fatica. É il sacrificio di colui che si distacca dall'abitudine di non pensare a nulla all'esigenza percepita dal vuoto interiore, di dare una sapore, un significato ad un quotidiano divenuto veramente opaco, dell’opacità della materia. Staccarsi dalla materialità della vita per cercare qualcosa di spirituale è un’operazione esistenziale molto difficile e dura. Si tratta di fare una fatica che diviene tanto più dura quanto più è stato il tempo nel quale si è abbandonato qualsiasi tipo di ricerca spirituale nella propria esistenza. Salire il monte per fare cosa? Per cogliere la realtà, per scoprire che il significato profondo della realtà non è la materia, ma lo spirito e che è quest’ultimo a fondare il primo. La realtà è, allora, simblolizzata dalla veste bianca, la veste trasfigurata di Gesù. Questa veste bianca, indica, infatti, la realtà delle cose così come la vede e le ha pensate Dio. Salire sul monte, allora, per lasciarsi guardare da Dio, per lasciarci guardare dentro.Bisogna prepararsi a questo sguardo. Non possiamo pensare di resistere a questo sguardo se ci arriviamo così, in modo superficiale. Ci dev'essere un certo percorso di svuotamento da quella materia che ci ha resi opachi. Lo sguardo di Dio dentro di noi ci mostra il suo sogno per noi, come ci aveva pensati. Non possiamo, allora pensare di resistere a questo sguardo d’amore disinteressato, se siamo pieni di emozioni interessate, se siamo immersi nella materialità delle cose. La veste bianca rappresenta lo sguardo di Dio sul mondo degli uomini e delle donne, uno sguardo che smaschera, che distrugge le ipocrisie costruite in anni di vita materiale. Il cammino verso la cima del monte è dunque un processo di lento smascheramento, che pone a nudo quello che veramente siamo, che smantella le nostre sicurezze. È difficile incontrare un adulto che accetta un tale percorso, soprattutto se non ha nella memoria niente di simile, e cioè se nella gioventù non ha mai avuto esperienze spirituali significative.

 La veste bianca, poi, non simbolizza solamente il punto di vista di Dio sulla realtà, quel punto di vista che Gesù ha portato in mezzo a noi incarnandosi, venendo ad abitare in mezzo a noi, ma rappresenta anche il senso del nostro cammino. Che cosa fa, infatti lo Spirito che riceviamo se non un lento e instancabile lavoro di trasformazione, di trasfigurazione per formare nella nostra umanità le stesse caratteristiche dell’umanità di Gesù (cfr. 2 Cor 3,18)? Il cammino della vita quotidiana, in questa prospettiva, consiste nel permettere lo Spirito di trasformare la realtà, di renderla bianca, giusta, misericordiosa, pacifica. Sono le nostre relazioni quotidiane che rendono possibile questo processo di trasfigurazione del mondo. É proprio questo che ha fatto Gesù: ha trasformato l’opacità del mondo, immettendo in esso un principio vitale, il principio dell’amore, fatto di attenzioni, di tempi nuovi, di sguardi, di perdono, di gesti di misericordia.
Se tutto ciò ha un senso significa che la vita spirituale ci aiuta ad avere il senso della realtà, a cogliere la realtà per quella che è, al di là delle apparenze che la materia pone dinnanzi ai nostri occhi. Conoscere la realtà è importante perché ci permette di indirizzare la nostra vita su ciò che è vero, autentico e che riempe l’esistenza. Il problema è capire se ad un certo punto della vita c’interessa questo sguardo, questa realtà, questa veste bianca. Anche perché la materializzazione del vissuto quotidiano avvolge tutto, anche la religione. Che cosa sono, infatti, quelle celebrazioni scialbe, quei riti asfittici che vediamo nelle chiese e che allontanano le nuove generazioni dalla fede,  se non la proiezione della nostra opacità materiale?

Che cosa ci resta, allora? Che cosa possiamo fare? “Ascoltatelo”. La rivelazione del monte Tabor offre questa semplice indicazione: ascoltate Lui. Sembra troppo semplice per essere vero. Siamo così abituati alla ricercatezza sottile per nascondere il nostro vuoto, che ci sembra impossibile credere che la possibilità di una vita piena dipenda semplicemente da questo banale comando. Abbiamo riempito così tanto il sacro di materia, di devozioni individualiste, di messaggi extraterrestri, di miracoli portentosi e di esorcismi spaventosi, che ci sembra davvero inverosimile che la chiave di svolta della nostra vita non sia nel miracolistico, negli eventi e nei messaggi mirabolanti, ma in un semplice ascolto della Parola evangelica. Eppure l’ha detto Lui: proviamo a crederci.