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mercoledì 7 settembre 2016

TONINO BELLO UOMO DELL'ACCOGLIENZA




SAGRA DI SAN BARTOLOMEO – 7 SETTEMBRE 2016
Relatore: Sergio Paronetto
Sintesi: Paolo Cugini

C’è sintonia tra papa Francesco e Tonino Bello. Sono molti i temi che li accomunano. Papa Francesco è il papa del grembiule, della chiesa del servizio, attento alle persone più umili e povere.
Tonino Bello è un dottore moderno della Chiesa, profeta e poeta. Era un uomo libero, attento ai volti.
Nel Mediterraneo si muore più di prima. 4166 persone sono morte in un anno. Dall’inizio del 2016 un migrante su 42 perde la vita; lo scorso era uno si 52. Il numero di bambini morti nei conflitti sono moltissimi, è quintuplicato in pochi anni. C’è molta demagogia in Occidente sugli aiuti umanitari. Molti paesi europei esportano armi. Siamo davanti ad un esodo che Tonino Bello definiva negli anni ’90 un esodo biblico, di turbe sbandate che ci obbliga ad aprire gli occhi. Papa Francesco definisce la tratta delle persone un problema di lesa umanità. Per Tonino si tratta si lesa divinità.
Tutta la tematica dell’accoglienza è una questione di fede, che riguarda Dio Trinità. Le persone sono immagine di Dio Trinità. Tonino lo dice nella messa crismale dell’86. L’accoglienza è un problema di fede e non sociale. La sostanza della pace è il discorso teologico più robusto che si possa fare, perché affonda le sue radici nel mistero trinitario. Abbiamo un compito storico di saper stare bene a tavola. Siamo ministri del convito, far sedere all’unica tavola i differenti commensali. Siamo popolo messianico, siamo ministri di questa comunione. Dobbiamo favorire il dialogo dei diversi commensali.

Anche se finissero tutte le guerre – è il sogno di Isaia – e la trasformazione di strumenti di morte in strumenti di lavoro; anche se finissero le ingiustizie la pace non è ancora raggiunta, perché la pace è convivialità delle differenze. Questa è la pace conviviale. Sacerdoti di pace, martiri di pace, profeti di pace: è questa la missione dei cristiani.
Pochi cristiani stanno seguendo papa Francesco nella sua denuncia contro gli armamenti. Il Papa ci propone dei percorsi di disarmo radicali. Papa Francesco ha chiamato riminali i fabbricanti di armi.
Re della pace: non essere schiavi della guerra, dell’ideologia del nemico. I re della pace sono tessitori di rapporti umani limpidi, pieni di tenerezza. Papa Francesco parla di rivoluzione della tenerezza, che è combattiva e non qualcosa di sdolcinato.

È necessario utilizzare la compassione del cervello, delle mani e del cuore (Tonino Bello). Il segno di croce che facciamo ogni giorno ha senso se poi ci battiamo contro le ingiustizie. L’ingiustizia è un’eresia trinitaria. La Trinità è la radice della pace. La misericordia è il cuore della trinità che si concretizza nei gesti quotidiani. La pace è disarmo, convivialità, comunione, solidarietà con il prossimo.

Pace come comunione si realizza nella Chiesa del grembiule. Occorre bloccare la frenesia dell’accumulo. Occorre servire, accompagnare, difendere. Non solo prestazioni di servizi, ma percorsi di relazioni umani autentiche. Occorre combattere con i poveri per liberarsi dalla povertà.
Evangeli Gaudium: comunione delle differenze. I conflitti ci sono. Se rimaniamo intrappolati nel conflitto perdiamo gli orizzonti. Possiamo vivere il conflitto nella pace, gestirlo. Sopportare il conflitto e trasformarlo in un nuovo processo di pace. Sviluppare la comunione delle differenze. Ciò è possibile da chi riesce ad andare oltre le strutture conflittuali. L’unità è superiore al conflitto. La PACE diventa la ricerca del volto delle persone. Ogni persone è degna della nostra dedizione; Dio l’ha creata a sua immagine e riflette qualcosa della sua gloria. Se riesco ad aiutare una persona a vivere meglio, ciò è sufficiente per dare senso alla mia vita.

Tonino Bello ai giovani: il volto di una persona è irripetibile. Il volto di una persona è esclusivo, e non tornerà mai più ad illuminare la terra. Ognuno di noi è unico e irripetibile. Nessuno sarà come noi.

Ricerca del volto del prossimo è allenamento alla pace. L’etica del volto è l’unica capace di costruire la pace. Partire dai volti. 

venerdì 6 novembre 2015

PERCHÉ SI VA A MESSA?






UNITA’ PASTORALE REGINA PACIS
VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2015
Don Enrico Mazza

Sintesi: don Paolo Cugini


[E’ il primo di tre incontri organizzati dall'Unità Pastorale di Regina Pacis sul tema dell’Eucarestia. I prossimi saranno: venerdì 5 febbraio (Perché la messa si chiama eucarestia?); Venerdì 4 marzo (Come si partecipa alla messa)]

Nella biblioteca del seminario sono custodite le lettere pastorali dei vescovi. Ci sono cose interessanti. Nelle lettere dell’ottocento si diceva che i fedeli devono andare a messa la domenica per osservare il precetto. La messa è il modo per osservare il precetto della Chiesa. Gesù ha detto di fare qualcosa, ma se vien fuori che quello che ha detto Gesù è il modo di obbedire alla Chiesa abbiamo invertito il senso. Quando alla fine del Concilio si fece la riforma liturgica, ci fu un giovane missionario che chiese al Padre Bugnini se non era ora di smettere con questo precetto? Bugnini rispose dicendo che non si possono fare dei cambiamenti così repentini che toccano il costume dei fedeli.
Nel codice di diritto canonico c’è l’obbligo di andare a messa, ma non c’è più la pena del peccato mortale. SI va a messa perché Gesù l’ha chiesto e non perché altrimenti si cade in peccato mortale. Se la chiesa ha messo su i peccati li può anche tirare via.

Cerchiamo un’altra motivazione: se è importante quello che Gesù ha detto e fatto allora bisogna farlo.
I Sacramentini volevano fare una enciclopedia sull’Eucarestia. Hanno fatto una equipe di studiosi, circa 85. Si fece questa richiesta anche ai protestanti. Si chiese loro come facevano a celebrare l’Eucarestia. Ad un certo punto ci fu una congregazione protestante americana che mandò il contributo raccontando com’era sorta questa congregazione. Leggendo la Bibbia si accorsero che non avevano ancora riflettuto sul “Fate questo in memoria di me”. Il pastore andò in crisi. Per i protestanti il Vangelo è vincolante. In America cambiarono gli statuti di questo sottogruppo metodista, inserendo la celebrazione eucaristica come elemento costante domenicale della loro fede.
Leggere un pezzo del Vangelo una volta alla settimana toglie la visione d’insieme. Se leggiamo il Vangelo tutto di un colpo forse riusciamo a comprendere molte cose.

Fate questo i memoria di me: perché? Che cosa vuol dire? Il verbo importante è: fare e non ascoltare messa. Oggi usiamo il termine celebrare, ma il Vangelo dice fare.
Che cosa la Chiesa ha inteso con questo verbo?
La tradizione antica ha messo insieme delle preghiere scritte che nel Vangelo non ci sono. Lungo i secoli le chiese hanno costruito dei testi di preghiere.

La preghiera Eucaristica II dice comunione al corpo e sangue di Cristo e aggiunge: Tutti. Quando si fa la cena del Signore si deve tutti mangiare e tutti bere. Siamo abituati ad andare a messa senza fare la comunione. La messa coincide con la comunione. Il modo di partecipare la messa è fare la comunione. Qual’è lo scopo della messa? E’ mangiare e bere. Gesù con i discepoli fa una cena. L’obbligo del fare la comunione è tassativo dalla parola di Gesù. Prendete e mangiatene tutti.
Sant’Ambrogio diceva che il cibo serve a camminare e la comunione serve per emendarci dei nostri difetti. Si deve fare sempre la comunione. Se abbiamo la coincidenza tra mesa e comunione l’andare a messa è fare la comunione. Scopo della messa: la riunione di tutti noi in un solo corpo è il frutto della comunione.  La preghiera chiede la comunione di tutti noi in un solo corpo. Si diventa ciò che si mangia, se mangiamo il corpo di Cristo diventiamo il corpo di Cristo. Ma non una moltitudine di corpo di Cristo, bensì un solo corpo, di Cristo che è la Chiesa, la comunità, il piccolo gruppo dove ci si conosce, ci si aiuta. Per che cosa preghi durante la messa? E’ l’unico tema di preghiera che c’è nella messa. E’ il sacramento dell’unità. Con la rifora liturgica di Paolo VI è stato messo in modo esplicito. E’ il tema presente in tutte le preghiere eucaristiche. Si va a messa, si fa la comunione per diventare un solo corpo. Se messa e comunione coincidono lo scopo della comunione è che diveniamo un solo corpo di Cristo che è la Chiesa.
Sant’Agostino diceva: voi ricevete ciò che siete. Siate ciò che ricevete. Voi ricevete ciò che siete se lo ricevete bene: siate ciò che siete.
Giovanni Crisostomo: quelli che fanno la comunione diventano ciò che mangiano.

Sant’Agostino: guardate sull’altare: c’è il pane e il vino. E’ il sacramento di voi che è sull’altare. Dentro il pane eucaristico ci siamo noi. Ecco perché la Chiesa è il copro di Cristo. La chiesa diventa ciò di cui si nutre.
1 Cor 10, 16-17: la comunione eucaristica ci trasforma in un solo corpo. I testi dei padri della Chiesa coincide con ciò che diceva San Paolo. Avevamo una cattiva teologia che non insegnava queste cose.

1 Cor 11, 17-22: A Corinto ci sono delle divisioni. Se la cena del Signore è comunione allora quando ci sono divisioni la messa non c’entra nulla. C’è una ritualità che sostituisce la Parola di Dio.  L’unica preghiera sui frutti della messa ci dice: lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.  A messa ci andiamo per uscire come un corpo solo, un corpo unico. Scopo della messa: l’unità del corpo di Cristo.
La messa è quanto di più politico ci sia al mondo: creare l’unità con chi partecipa. In questo modo cambia il mondo. E’ il copro di Cristo che cambia il mondo. Lasciamoci guidare dalla tradizione della Chiesa e abbandoniamo i precetti. Un solo pane e un solo corpo.
Se ci sono delle divisioni non è la cena del Signore. L’assemblea non sta facendo quello che Gesù ha detto di fare. Come fa un sacramento ad essere valido se non corrisponde alla volontà di Cristo? La dottrina della Chiesa è una norma normata dalla Bibbia. La bibbia è norma normante. In base alle dottrine ci sono le divisioni. La nostra dottrina è insufficiente a spiegare la Sacra Scrittura.





venerdì 15 maggio 2015

DESIDERIO DI UNA CHIESA COME POPOLO DI DIO


Paolo Cugini

C’è una categoria ecclesiologica che ha preso piede in America Latina, subito dopo il Concilio Vaticano II: è l’idea della chiesa come popolo di Dio. Sappiamo quanto questa idea abbia sudato per entrare nei documenti ufficiali del Concilio, quando però è passata lo ha fatto in modo eclatante. Sfogliando, infatti, la Lumen Gentium troviamo che il capitolo sul Popolo di Dio precede la parte sulla gerarchia. E’ una bellissima indicazione di metodo, perché ci dice tra le righe e senza bisogno di sforzare troppo la fantasia, che nella chiesa siamo tutti figli e figlie di Dio e che la diversità di carismi e ministeri è in funzione della comunione. Non c’è nessuno, allora, che nella chiesa come popolo di Dio è più importante dell’altro o dell’altra in senso mondano. Tutte le volte che ciò avviene, tutte le volte che nella comunità cristiana si presenta con privilegi e con pretese d superiorità sta negando il Vangelo, anzi, lo sta facendo a pezzi.  Se tutto ciò è chiaro e comprensibile viene da chiedersi che cosa sia avvenuto nella storia da rendere il rapporto tra clero e laici così complicato, ostile, in una parola: teso. In queste righe non m’interessa fare un’analisi storica, ma recuperare il valore di un’idea, di un’intuizione. La chiesa come popolo di Dio, significa, innanzi tutto, uno stile, un modo di essere nel mondo. Di che modo si tratta? Si tratta del modo di Gesù che da ricco che era si è fatto povero, che si è abbassato per innalzarci, che è venuto ad abitare in mezzo a noi, che si è fatto uno di noi.  Si tratta anche, del cammino di discepoli e discepole uguali, dove la differenza non è mai il merito, la conquista personale che si trasforma in sopruso sull’altro, ma un dono condiviso. Mettere in un discorso ecclesiologico l’accento sul popolo, significa desiderare una chiesa che cammina al passo della gente, non davanti o dietro, ma insieme. Una chiesa che non pone differenze, che non costruisce barriere e, soprattutto, che non diventa elitaria. E’ questo, forse, uno dei problemi maggiori che riscontriamo nel cammino della chiesa e che sta diventando eclatante dinanzi allo stile di papa Francesco: una gerarchia ecclesiale che invece di porsi al servizio del popolo di Dio, si mette a comandare, si mette davanti, diventa in altre parole, autoreferenziale. E così, invece di accompagnare il popolo, lo giudica, invece di usare misericordia, lo condanna, invece di mettersi in ascolto, lo fa tacere. La chiesa come popolo di Dio, così com’era stata pensata nel Concilio, era nella prospettiva della comunità così come viene presentata negli Atti degli Apostoli, dove i credenti erano un cuor solo e un’anima sola e avevano tutto in comune. Non c’è nulla, in queste bellissime descrizioni della vita delle prime comunità cristiane, che faccia presagire a quello che avverrà dopo, e cioè la separazione tra laici e presbiteri e una classe gerarchica che diviene una élite, distaccata da quel popolo che dovrebbe guidare con amore.

 La chiesa come popolo di Dio offre un’altra indicazione importante su come dovrebbe svolgersi la vita nella comunità, soprattutto nelle decisioni che è chiamata a realizzare durante il cammino. Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme sapeva coinvolgere tutti. Certamente tra i discepoli e le discepole c’erano funzioni diverse, ma non nel senso del potere civile o politico, vale a dire di un’importanza mondana, di una differenza di quantità. Gesù lo ripete più volte e lui stesso vive il fatto che è venuto a servire e non a farsi servire. Se, allora ci sono delle differenze nella comunità dei credenti, son sempre in funzione della comunità e non di un prestigio personale mondano e temporale. Lo stile dell’autorità come servizio alla comunità si manifesta nella capacità evangelica di coinvolgere le persone nelle decisioni, nell’accompagnare i membri della comunità ad assumersi le responsabilità insieme, a valorizzare e a far emergere al massimo i carismi che lo Spirito Santo suscita in tutti i battezzati. La malattia ecclesiale del clericalismo ha prodotto alla distanza l’infantilismo dei laici, che non riescono a muoversi autonomamente ed hanno bisogno del continuo riferimento dei loro pastori. Più la comunità è segno di un cammino di corresponsabilità e di valorizzazione dei carismi di tutti, più diventa segno della presenza dello Spirito del Signore Risorto nella storia.

C’è poi un altro dato importante suggerito dall’idea di Chiesa come popolo di Dio sul quale vale la pena soffermare l’attenzione. Si tratta dello stile di vita di coloro che Dio chiama a guidare la comunità. Siccome siamo tutti uguali e la diversità non è nell’ordine del merito o della quantità, ma della chiamata che è un dono, ciò significa che lo stile di vita di un vescovo o di un presbitero dovrebbe essere segnato dalla semplicità e dall’essenzialità. La somiglianza del vescovo e del presbitero al Buon Pastore oltre che negli atteggiamenti misericordiosi, dovrebbe essere visibile e comprensibile nello stile sobrio, così com’è lo stile delle persone della comunità, soprattutto le persone povere che in molti contesti ecclesiali costituiscono la maggioranza. L’abitudine consolidata nei secoli, rafforzata nell’occidente medievale, a identificare il vescovo e il presbitero con una gerarchia di potere e non di servizio, con gli imperatori più che con i servi, ha prodotto nell’immaginario collettivo occidentale un’idea distorta di chiesa, che è difficile da rimuovere. Ci ha provato il Concilio Vaticano II con l’idea di chiesa come popolo di Dio e di chiesa come serva dell’umanità, non accompagnato però da un effettivo sforzo di porre il cammino delle comunità in questa direzione. Quanto più avremo Papi alla Francesco, vescovi alla Helder Camara e preti alla Puglisi, tanto prima riusciremo a recuperare l’idea e la pratica del buon pastore, ed avvicinare le persone che si sono allontanate dalla chiesa a causa dello scandalo della testimonianza non data. Che cosa ha provocato nei secoli questo stile temporale e mondano di svolgere il ministero? Primo fra tutti il culto alla personalità, vale a dire la richiesta da parte delle così dette autorità religiose, di essere considerate dai laici come qualcosa di diverso, di sacro, aprendo il varco, in questo modo, ad atteggiamenti idolatrici. Purtroppo sappiamo e constatiamo che questi atteggiamenti di sapore medievale, sono ancora oggi presenti tra di noi. L’aderenza al Vangelo, la fedeltà alla tradizione della chiesa delle prime comunità potrebbe aiutarci a guarire da queste malattie religiose e vivere in modo più sereno.

La celebrazione liturgica, infine, è lo spazio nel quale diviene visibile la modalità ecclesiale che anima la comunità. Nelle comunità in cui si è affermato uno stile temporale di vivere il ministero, tutto l’accento sarà nell’evidenziare da una parte la distanza tra presbiterio e fedeli e, dall’altra, nell’accentuare il potere sacro del ministro. In queste liturgie i laici sembrano non esistere, quasi invisibili. Ori, orpelli, candelabri, tovaglie raffinate, vestiti liturgici curati nel dettaglio, diventano il perno di queste liturgie dove la vita sembra essere un accessorio di poco rilievo. Nella chiesa come popolo di Dio l’accento liturgico è su tutto ciò che fa emergere la comunione e la corresponsabilità. In queste liturgie il rapporto tra la fede e la vita vissuta è ben visibile nel modo di celebrare, di cantare, di muoversi. Protagonista di queste celebrazioni non è il presidente, ma la comunità. Sono, infatti, i fedeli laici che trovano spazio per esprimere la vita, manifestandosi nei momenti previsti dalla liturgia. L’accento non viene messo sulle tovaglie e sui turiboli, che spesso e volentieri non appaiono nemmeno, ma sulla vita celebrata. Le liturgie che celebriamo dicono che cosa passa per la testa di quella comunità. Forse le liturgie medievali esprimevano meglio quel modo di chiesa di essere presente nella storia. Oggi, mi sembra, che abbiamo più che mai bisogno di recuperare quell’idea che i padri della chiesa avevano elaborato e che il Concilio Vaticano II aveva espresso nella Lumen Gentium parlando di popolo di Dio.


martedì 10 marzo 2015

COMUNIONE E CORRESPONSABILITÀ

ARCHIVIO BRASILE




Incontro com i centri missionari della regione Emilia Romagna – Bologna 19/10/2010

Paolo Cugini

L’esperienza missionaria in America Latina é stata un vero e proprio dono del Signore, dono che in ogni momento sento la necessità di condividere con i fratelli e le sorelle che il Signore mi pone dinnanzi nella vita di ogni giorno. Esperienza vissuta alla guida di parrocchie composte da molte comunità ha provocato in me un cammino di conversione a differenti livelli.

1.     Decentralizzazione. Il contatto con parrocchie costituite da tante comunità provoca come conseguenza immediata, alla necessità di modificare il proprio ruolo, solitamente accentratore della figura del sacerdote. Il servizio pastorale svolto nelle parrocchie italiane e totalmente accentrato nelle mani del sacerdote: tutto deve passare al vaglio del parroco di turno. In che modo il modello di pastorale delle parrocchie come comunione di comunità può influenzare il modello italiano di parrocchia? Credo che lo stimolo che ci proviene dalla chiesa brasiliana sia quello d’incentivare la lettura e la condivisione della Parola di Dio in piccoli gruppi di famiglie. Decentrare la lettura del vangele nelle case della gente sarebbe già un grandissimo passo verso la scoperta di carismi nuovi dentro la comunità. È il contatto con la Parola in un contesto di vita nuovo e, allo stesso tempo, semplice e quotidiano, che può provocare un interesse, un desiderio di impegno in un particolare settore della comunità. Questo stile pone anche il problema del laicato e del suo impegno nella comunità in un’ottica nuova. Infatti, il laico no n viene convocato per svolgere un compito, ma é l’ascolto della parola, condiviso in famiglia e assieme ad altre persone del quartiere che stimola un interesse e il desiderio di mettersi a disposizione. C´’e un testo del Vangelo che rafforza questo stile di realizzare la pastorale, ed è il famoso testo della moltiplicazione dei pani. Gesú dopo aver trascorso la giornata annunciando la Parola alle folle sente compassione e interroga i discepoli sulla possibilità di sfamare le folle sino al punto di coinvolgerli direttamente: “date voi stessi da mangiare”. Gesù sente il problema, ma non lo risolve da solo: coinvolge i discepoli e li pone in condizione di esporsi in prima persona assumendosi le loro responsabilità. Una parrocchia decentrata nel territorio in piccole comunità di famiglie che settimanalmente meditano il Vangelo e apprendono ad affrontare i problemi della vita alla luce della Parola, permette anche alla stessa parrocchia di non puntare per svolgere il proprio servizio pastorale nelle strutture. Oltre a ció, la distribuzione sul territorio di piccole comunità più informali che il formalismo della parrocchia, permette senza dubbio più facilmente un Aggancio con i cosiddetti lontani, con coloro che non sono abituati a frequentare gli spazi parrocchiali ma che, non per questo sono bisognosi di un’attenzione spirituale.

2.      De-potenziamento. La parrocchia decentrate nelle piccole comunità che aiuta a scoprire i carismi e a valorizzare meglio il laicato, provoca conseguenze immediate sul modo di vivere il ministero. Accompagnare i responsabili delle comunità, curare la loro formazione, condividere con loro la responsabilità delle comunità significa depotenziare il ruolo assoluto e centrale del parroco. Questo processo, che richiede un vero e proprio cammino di conversione che, senza dubbio, non è indolore, perché passa a scontrarsi con mentalità che si sono costruite nei secoli, aiuta il sacerdote a vivere il ministero nella sua dimensione autentica di servizio, a recuperare una dimensione piú umana del prorprio ruolo dentro la comunità, permettendo di attivare relazioni più umane con i laici della parrocchia. Quando il sacerdote vive il ministero in una parrocchia sentendosi il garante assoluto della verità – ed è proprio questo purtroppo quello che si vede – diventa difficile costruire relazioni autentiche, che esigono il mettersi allo stesso livello dell’interlocutore. Il de-potenziamento del ruolo del sacerdote che distribuisce la responsabilità tra laici della comunità debitamente preparati e accompagnati dovrebbe condurre anche, come conseguenza di questo cammino di conversione, ad abbandonare i segni esterni del potere sacerdotale. Mi riferisco a tutti quegli apparati burocratici o a quei titoli quali: monsignore, eccellenza, eminenza, che pongono una distanza, mettono sul piedistallo. Se un tempo questi accessori facevano parte di tutto un modo di fare chiesa che poteva essere anche giustificabile, nella prospettiva che sto presentando mi sembra chiaro che dovrebbero essere abbandonati. Era questo, d’altronde, il grido che alcuni vescovi – tra i quali possiamo ricordare il cardinal Lercaro di Bologna e il brasiliano dom Helder Camara – lanciavano durante il Concilio Vaticano IIº, invitando i vescovi ad abbandonare le case lussuose per scegliere di vivere in piccole case umili, vicino ai poveri. Oltre a ció, un servizio ministeriale più umile e depotenziato, permetterebbe allo stesso ministro ad avere più tempo per sé, per curare la propria formazione spirituale e culturale. Spesso e volentieri nelle nostre parrocchie incontriamo parroci che non si concedono un giorno di riposo o di ferie a causa dell’eccessiva autoreferenzialità del modo d'intepretare il proprio ruolo. Vivere il ministero al servizio delle comunità coinvolgendo il più possibile il laicato locale affinché assuma con sempre maggiori responsabilità spazi importanti della pastorale aiuta il ministro ordinato a sentirsi dentro la comunità non come garante indispensabile delle verità dogmatiche della chiesa, ma come servo umile bisognoso lui stesso di misericordia del Signore, in un continuo cammino di conversione, di cambiamento, di spogliazione dei toni arroganti e autoreferenziali per vestire sempre più i panni semplici del servo.

3.     Democratizzazione. La chiesa decentrata nelle piccole comunità provocando il processo di de-potenziamento della figura del sacerdote aiuta alla stessa chiesa ad essere più democratica. È il cammino del coinvolgimento effettivo dei laici nella vita dell chiesa anche sul piano delle decisioni importanti. Troppo spesso noi parroci ricordiamo ai nostri fedeli, spesso con tono sprezzante segno di un autoritarismo di ritorno, che i consigli parrocchiali sono consultivi, lasciando implicitamente ad intendere che in fin dei conti chi decide alla fine siamo noi. La vita della chiesa decentrata nelle piccole comunità animata dal laicato che, spesso e volentieri é femminile, dovrebbe sempre più avere una parola significativo nel cammino della parrocchia. Democrazia significa apprendere a camminare assieme per decidere assieme. Questo stile di chiesa che nasce dall’ascolto della Parola nelle piccole comunità dovrebbe provocare anche relazioni nuove, più autentiche; relazioni che poi si ripercuotono nello stile e nel modo di celebrare la liturgia nella comunità.

Per quello che ho potuto vedere in questi anni d missione, credo che solamente dal basso, dall’ascolto attento della Parola di Dio nelle piccole comunità di persone povere la chiesa può convertirsi, diventando così più fedele al suo Signore che, da ricco che era si fece povere e servo dell’umanità. La chiesa che si pone in umile ascolto della parola di Dio é tenta di rispondere a questo annuncio senza dubbio produce uno stile di vita più umano di quello frenetico del mondo nel quale viviamo. Vivere meglio: é questo che il Signore ci chiede. Aiutare le persone che incontriamo a a vivere meglio, cercando stili di vita piú evangelici e meno legati alla logica del denaro e del consumo.