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giovedì 24 aprile 2025

SINODO: OLTRE LE PAROLE

 




La fatica di democratizzare le relazioni nella Chiesa


Paolo Cugini

Il processo sinodale della Chiesa, avviato da qualche anno da Papa Francesco, oltre ai tanti momenti positivi vissuti soprattutto all’interno dei partecipanti dei due Sinodi, ha mostrato alcune ferite che la Chiesa si trascina da anni, anzi da secoli. Si avverte una duplice fatica. La prima, riguarda la difficoltà di chi detiene il compito di guida della comunità e che fanno parte della così detta gerarchia ecclesiastica, di sentirsi parte della comunità e non separati da essa. L’altra fatica, riguarda il modo davvero imbarazzante con cui la Chiesa si muove nei confronti delle donne. In questo poche righe provo a dire qualcosa sulla prima fatica. Ancora oggi nella Chiesa, purtroppo, le dinamiche relazioni sono segnate da una profonda disuguaglianza, che minaccia dall’interno la bontà del cammino ecclesiale. Come si fa, infatti, ad andare avanti, a dar continuità ad un cammino che parte male, perché segnato dalla paura di lasciare le comunità ecclesiali più libere di esprimersi, più autonome e meno soggiogate da un’autorità che sembra venga da un altro pianeta, nel senso che non sembra appartenere al mondo reale? 

Sarebbe tutto più facile e più logico se, coloro che nella Chiesa hanno il compito di guida pastorale, rimanessero in costante contatto con coloro che vivono il vissuto quotidiano nelle comunità. Quello che da anni si avverte nel cammino della Chiesa è una grande, a volte, enorme distanza tra le comunità ecclesiali e le loro guide, i pastori, i vescovi e, con essi, i documenti che vengono emanati. Questo aspetto è strano, perché deturpa il significato autentico del servizio che, nel senso evangelico, dovrebbe offrire chi è chiamato a svolgere un ruolo di guida nella comunità cristiana. Vengono sempre alla mente le parole di Papa Francesco quando, nell’Evangeli Gaudium, sosteneva il primato della realtà sull’idea. La sensazione che si ha, leggendo le relazioni che escono dalle fasi del Sinodo, è la difficoltà di ascoltare la realtà e, allo stesso tempo, la distanza della dottrina elaborata rispetto al vissuto quotidiano delle comunità. Si avverte una specie di distonia tra la vita e la dottrina, nel senso che, quest’ultima, non sembra in grado di leggere il vissuto e, per questo, a volte quello che viene scritto nei documenti ufficiali della Chiesa, stride in modo drammatico con il sentire del santo popolo di Dio, come direbbe sempre Papa Francesco. Da una parte, si percepisce la gioia della scoperta del Vangelo, della proposta sconvolgente di Gesù, che invita le comunità a mettersi con coraggio vicino ai poveri, agli esclusi della società, per pensare insieme cammini di giustizia e di pace, in questo mondo violento e aggressivo. In questi cammini comunitari, si percepisce la grande forza che lo Spirito del Concilio Vaticano II ha dato al cammino di tutta la Chiesa, facendone riscoprire la bellezza di essere il popolo di Dio, chiamato ad essere segno di contraddizione nel mondo. È a questo livello che si coglie l’idiosincrasia, il contrasto, che si manifesta nell’incapacità di accogliere come buono ciò che dalle comunità viene indicato come dato da ascoltare per elaborare, in seguito, una dottrina che sappia di “pecora”, per dirla sempre come Papa Francesco.

Del resto, non ci si può stupire di questa difficoltà nell’ascolto di chi vive nella base della comunità e di prendere sul serio le loro indicazioni. Da una parte, c’è stato nei secoli uno sviluppo spropositato del ministero petrino, che ha progressivamente distanziato la figura del Papa non solo dalla gente, ma anche e soprattutto, dall’origine. Il Vaticano II ha dovuto lavorare parecchio per tentare di sistemare un po' il disastro istituzionale venutosi a creare nel tempo. In primo luogo, ricollocando tutta la gerarchia all’interno del popolo di Dio, e non al di sopra. In secondo luogo, recuperando il compito dei vescovi all’interno del cammino ecclesiale, compito che, nei secoli, si era offuscato dietro ai riflettori puntati tutti sulla figura sempre più eccentrica e totalitaria del Papa. Infine, passo notevole del Concilio, è stato quello di parlare e valorizzare il laicato, mostrandone i carismi, il sacerdozio comune, la partecipazione al triplice munus profetico, regale e sacerdotale. È vero che, come afferma l’epistemologo Thomas Khun, le grandi rivoluzioni esigono per radicarsi, un bel po' di tempo, ma è altrettanto vero che l’impulso del cambiamento portato dal Vaticani II si è fatto sentire a vari livelli. 

Siamo consapevoli che non bastano parole e frasi altisonanti, per sradicare una prassi che dura da secoli e ha passato molte stagioni. La prassi che fa prevalere la dottrina sulla coscienza personale, l’imposizione e la richiesta dell’obbedienza ossequiosa, più che lo stimolo allo sviluppo della libertà personale.  Basterebbe sfogliare alcuni documenti ecclesiali o alcune encicliche del 1800 per capire il livello del problema. Sia la Mirari Vos di Grgorio XVI nel 1832, che il Sillabo di Pio IX nel 1864, solo per fare qualche esempio, condannavano la libertà di coscienza e la libertà di stampa. Sembra incredibile, ma c’è proprio scritto così in questi due documenti. Sono testi, comunque, che indicano la logica conseguenza di quelle proibizioni di leggere la Bibbia da parte dei laici nelle lingue vernacolari, emanate da Papa Pio IV nel 1564, a conclusione del Concilio di Trento. Proibizioni che rivelano il timore di una interpretazione individuale della Scrittura, di un’autonomia nei confronti del Testo Sacro, che possa risultare in contrasto con la lettura ufficiale della Chiesa. La paura nei confronti della libertà di coscienza è il sintomo di un sovvertimento radicale nei confronti della proposta di Gesù che, durante la sua vita pubblica, ha fatto di tutto per aiutare i suoi discepoli e discepole ad avere una visione critica sulla religione, a non fidarsi dei ciarlatani di turno, per cercare uno sguardo più autentico sulla realtà. Sappiamo che, questo clima di sfiducia nei confronti di un possibile modo individualista di leggere la Sacra Scrittura, fu incentivata dalla polemica con Lutero e con la sua affermazione del: sola Scriptura. In ogni modo, andando a ritroso nel tempo, scopriamo che le proibizioni nel leggere la Scrittura si trovano già nel VII secolo d. C., subito dopo il crollo dell’Impero Romano e la distruzione delle grandi biblioteche dell’Occidente cristiano. L’imbarbarimento culturale ha aperto la strada, da una parte all’espansione del devozionismo religioso e, dall’altra, di un’istituzionalizzazione della Chiesa in senso politico più che evangelico. 

La paura dell’autonomia dei laici e delle comunità cristiane da parte della gerarchia ecclesiale, viene, dunque, da molto lontano e non si estirpa da un giorno all’altro. Questa paura indica l’incapacità di pensare ad un cammino ecclesiale che sappia valorizzare i carismi di tutti e tutte, come ci suggeriva san Paolo. Significa, anche, distanza infinita del progetto di Gesù di una comunità di discepoli e discepole uguali. Per questo motivo è importante stare molto attenti ai concetti che vengono proposti dalla gerarchia ecclesiale per indicare il cammino da intraprendere. Ho imparato, infatti, a sospettare di quei vescovi che parlano molto di comunione, ma che poi, nella pratica, intendono la comunione come una sottomissione alla loro volontà, e non come una condivisone di opinioni conforme al principio di uguaglianza. Del resto, conosciamo molto bene la storia del Sinodo straordinario dei vescovi a Roma nel 1985, che ha portato alla sostituzione dell’idea conciliare di Chiesa come popolo di Dio, con quella di Chiesa comunione. Nulla da ridire sulla bontà del concetto di comunione, che però funziona, ecclesialmente parlando, se mantenuto in relazione con quello di popolo di Dio. Il rischio, che poi si è avverato, consiste nel riportare dentro al dinamismo ecclesiastico in modo delicato dalla finestra, quell’autoritarismo clericale che il Concilio Vaticano II aveva decisamente messo fuori dalla porta. 

Ripartire dal battesimo, come ci suggeriva il numero 32 della Lumen Gentium, è il dato importante da riprendere per costruire comunità in cui tutti e tutte si siedono attorno allo stesso tavolo con il diritto di parlare e di esprimere la propria opinione. Occorre fare di tutto per recuperare il dato fondamentale del principio di uguaglianza, che in molte comunità già si vive, ma che diventa complicato quando al tavolo si siede qualcuno che pensa di avere più diritti degli altri. Questa dissonanza, che spesso si traveste di prepotenza, rivela un cammino ecclesiale fatto di clericalismo, di autoritarismo senza alcun fondamento evangelico. Gesù aveva detto che tra noi discepoli e discepole lo stile è quello del servizio umile, della ricerca dell’ultimo posto e non del primo, come avviene nelle logiche del mondo. “Tra di voi non è così” (Mc 10,43). Democratizzare le relazioni dentro la Chiesa sarebbe un segno profetico di grande valore, in questo tempo segnato dalla nostalgia dei totalitarismi.



venerdì 16 agosto 2019

ASSEMBLEE SINODALI E ACCOGLIENTI


   






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è eloquenza della comunità cristiana. Non si può dire che la crisi della liturgia ha causato la crisi della vita ecclesiale: le due cose vanno insieme. Occorre riflettere sull’assemblea cristiana, che è la vita cristiana che diventa soggetto di comunione nello spezzare il pane. Leggendo le problematiche dell’assemblea possiamo interrogarci sul futuro della liturgia.

Tentazioni: clericalizzazione del laicato, laicizzazione del clero. L’assemblea è il luogo dell’Altro e dell’altro, il luogo dell’esperienza di Dio, dell’alterità, dell’incontro con il suo mistero; ma anche il luogo dell’esperienza dell’incontro con le persone, di chi ci è accanto. L’assemblea cristiana va vista nella sua realtà di assemblea umana, raduna uomini e donne e dev’essere capace di vivere la fraternità e la sororità. Se un’assemblea liturgica non è capace di esprimere ciò, allora non è abilitata ad essere assemblea cristiana. Il Signore non vuole solo un insieme di riti religiosi, o un’auto celebrazione intimistica o collettiva. Nell’assemblea domenicale va cercato lo stile della fraternità e della comunione. La giusta posizione di uomini e donne che non si riconoscono, che nell’assemblea liturgica non s’incontrano, rimanendo estranei gli uni agli altri, causa lo svuotamento dei gesti, che si vorrebbero di accoglienza reciproca. Sono ferite inferte all’assemblea eucaristica.

La liturgia eucaristica deve permettere il costituirsi della fraternità e della sororità. Convenire nello stesso luogo, pregare insieme, dev’essere un esercizio di fraternità, nel riconoscimento dell’umanità dei gesti. Quando manca lo spessore umano, l’assemblea fa fatica ad essere tale. È il dramma che vive la comunità alla messa domenicale: manca spesso l’umanità. C’è il rito senza l’umanità, il coinvolgimento attivo delle persone presenti che restano estranee le une alle altre. Così non si costruisce la Chiesa, che non si costruisce con dei riti. C’è un problema più radicale del linguaggio liturgico, che è la qualità umana dell’assemblea, delle persone che si trovano attorno alla mensa eucaristica. Se tutto è anonimo, se non c’è condivisione e corresponsabilità nella liturgia, come si fa a parlare di assemblea?



Diamo troppo per scontato che l’assemblea domenicale sia cristiana anche quando manca lo spessore dell’umanità per viverla. C’è gente solitaria in chiesa, giustapposta, ad assistere la messa celebrata dal sacerdote, in un consumo spirituale privato. Se la liturgia non s’incarna nel vissuto dei partecipanti, che cosa significa? Che cosa servono le posture ieratiche, le manifestazioni imperiali. I pontificali? Gesù non aveva nessuna preoccupazione di abiti liturgici. Anche le prime comunità non avevano queste preoccupazioni: c’era molta cura delle relazioni umane. I riti sono necessari all’uomo, ma sono strumentali all’interno del cristianesimo. I iriti non salvano: lo dicevano i profeti. La qualità cristiana di un’assemblea è data dalla conformità all’umanità di Gesù. La liturgia saprà parlare all’uomo e alla donna di oggi se assomiglia all’umanità di Gesù.

È decisivo che noi cristiani riusciamo ad avere una fede cristiana e non semplicemente appartenere ad una religione. La nostra fede cristiana dice che Dio si è fatto carne, terra, uomo. La carne è molto più del corpo: è il respiro, i dolori, le fatiche, tutto ciò che viviamo è la nostra carne. Il corpo è l’umanità. Il vero attentato che c’è stato nella storia cristiana è nell’incarnazione, nel farsi carne di Dio. Il grande problema è riconoscere Gesù nella carne. Dio si è fatto carne, si è fatto la nostra umanità. Nella liturgia dobbiamo trovare l’umanità di Gesù nella nostra. Non è vero che tutto ciò che è religioso è spirituale. Dobbiamo guardare la terra e non il cielo, perché Dio si è fatto carne, si è fatto Gesù di Nazareth. È la carne che è salita in cielo, cioè tutta la vita dell’uomo.

Ippolito di Roma: il vero mistero cristiano è che il verbo si è fatto uomo come noi uomini. Se non fosse così invano ci avrebbe chiesto di imitarlo.  

Tertulliano: caro cardo salutis (la carne è il cardine della salvezza).

Dobbiamo abbandonare ogni spiritualismo. Cercare nella carne di Gesù la resurrezione che vince la morte. La nostra fede cristiana deve vivere la vita umana di Gesù. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi più umano.

Nella liturgia dobbiamo smettere di essere sedotti dal divino, dal potere, ma dobbiamo tornare al Vangelo, che narra di Dio fatto uomo, terrestre, fatto carne. Ridare qualità umana alle nostre assemblee: è il compito più urgente.

In Francia, Belgio, Germania: per rifare l’assemblea cristiana occorre rifare il contesto dell’assemblea. Accanto alla chiesa sempre c’è una sala. Prima di andare in assemblea, si ritrovano in una sala con il prete e poi insieme si va alla messa. Alla fine ci si ritrova per un caffè, per un momento di fraternità: è una disposizione delle conferenze episcopali locali. Diventa un’assemblea in cui non consumiamo qualcosa di religioso, ma si lavora per fare comunità. 



Un’assemblea liturgica dev’essere sinodale. Papa Francesco sta cercando di avviare processi che portino alla sinodalità, che è il termine chiave del ministero di Papa Francesco. O ci sarà una Chiesa sinodale, o non ci sarà più la Chiesa. Sinodo significa camminare insieme. Quando il papa parla di sinodalità non sta parlando dell’assetto istituzionale, di un particolare sinodo. Quello che chiede papa Francesco è la sinodalità come stile, facendo camminare tutto il popolo di Dio con i suoi pastori, in una corresponsabilità che sia reale, concreta, È un compito che richiede tempo, ma soprattutto una conversione profonda nel vivere la Chiesa. È possibile pensare una Chiesa sinodale senza un’assemblea liturgica che non sia sinodale? Il legame tra sinodo e liturgia è fondamentale. Nella Chiesa antica il sinodo era sempre un atto liturgico. Ratzinger: il Concilio tende all’unità che viene dalla parola di Dio. Il sinodo è sempre riferito all’eucarestia. Un popolo di Dio che cammina sinodalmente, deve corrispondere ad un’assemblea eucaristica sinodale. La liturgia eucaristica deve avere come soggetto l’assemblea celebrante e non il presbitero, che semplicemente presiede. Dossetti: non solo comunità, ma comunità tutta gravitante nel suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea.

L’ecclesia e la koinonia devono avere una manifestazione eucaristica. L’assemblea deve attuare un ascolto sinodale. Oggi abbiamo assemblee fervorose, ma lontane dalla partecipazione in atto come voleva il Concilio. Ci vorrà audacia e creatività, ma il cammino è ineludibile. Siamo ancora lontani da assemblee sinodali.

Altra urgenza. Oggi dev’essere prevista dalla chiesa normata, dalla Chiesa a chi è riconosciuto portatore del dono della parola, di esprimere la qualità profetica del popolo di Dio con interventi nell’omelia. All’estero si fa. Dare la parola ai laici nell’omelia. Poi ci sono gli eccessi quando c’è la clericalizzazione del laicato. Il vero problema è che ci sia la possibilità di un’omelia partecipata. La comunità di Dossetti e a Bose si è sempre praticato la possibilità di esprimersi sul Vangelo. Non si può sentire sempre la stessa persona per anni e anni. Sarebbe bello sentire la buona novella al femminile! Nella Chiesa ci sono delle patologie che bloccano il fermento liturgico del Concilio. Il problema è come esprimere la sinodalità nella liturgia. La sinodalità deve diventare uno stile liturgico.

Un’assemblea liturgica ospitale. C’è urgenza di questo. La tavola del Signore: 1 Cor 10,21. La tavola è la forma primaria dell’eucarestia, e chiede la commensalità tra fratelli e sorelle attorno alla tavola. Atti 2,42s: l’eucarestia è un sedersi alla tavola della cena del Signore. I cristiani battezzati senza distinzione di sesso, etnia, livello culturale e sociale sono gli invitati alla cena del Signore. La dimensione della condivisione è celebrazione dell’alleanza del Signore con la sua Chiesa, come partecipazione del corpo unico. La tavola del Signore è la tavola dell’incontro di Gesù e tutti gli uomini e le donne. Gesù ha voluto sedere alla tavola dei peccatori, ha condiviso la tavola con gli esclusi. Quando pensiamo alla tavola del Signore dobbiamo pensare alla tavola della misericordia. Rischio di essere come i farisei che si scandalizzavano di Gesù. Le nostre liturgie sono capaci di accogliere cristiani battezzati di confessione diversa dalla nostra?

La nostra assemblea eucaristica deve diventare tavola ospitale verso i poveri e verso i peccatori.

sabato 11 maggio 2019

IL SINODO PAN-AMAZZONICO E L’ATTENZIONE AI POPOLI INDIGENI







Paolo Cugini


C’è un tema che il sinodo Panamazzonico, che si svolgerà a Roma nel mese di ottobre, porta alla ribalta non solo della Chiesa, ma anche dell’opinione pubblica ed è la situazione dei popoli indigeni. Il processo di evangelizzazione nella grande regione panamazzonica presenta un aspetto di grande originalità rispetto ad altre regioni nel mondo, per la sua vasta gamma di popoli indigeni con le loro specifiche lingue, culture religioni. Come ricorda il Documento preparatorio: “Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile - CIMI) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o popoli liberi”[2].

Varietà di popoli significa, da un punto di vista antropologico, una grande ricchezza culturale, che si manifesta nella grande varietà di idiomi.  Secondo le stime, c’erano 1500 idiomi in Brasile prima dell’arrivo dei colonizzatori. Oggi è rimasto il 10% delle lingue. Il luogo in cui si sono mantenute la maggior parte di lingue è l’Amazzonia, anche perché è una regione che non fu molto colonizzata a causa della difficoltà di vivere. Oggi si calcola che ci siano nella regione panamazzonica 200 lingue parlate. Molti popoli indigeni, che vivono fuori dalle terre indigene, vale a dire che vivono nelle grandi città, non parlano la lingua originale, ma conoscono appena il portoghese. Il 37% degli indigeni parlano in casa la propria lingua. Nel 1758 il Brasile proibì l’uso della lingua Tupì, che era la lingua generale brasiliana. La stessa popolazione non riconosce il valore delle lingue dei popoli indigeni, chiamandole dialetti. C’è, quindi, una grande discriminazione nei confronti dei popoli indigeni nello stesso Brasile. Solo 5 delle 180 lingue indigene parlate in Brasile ha più di 10000 parlanti (Tikuna 34 mila; Guaranì 26 mila). Ci sono, dunque, molte lingue vicino all’estinzione, lingue con meno di 10 persone parlanti l’idioma[3].

Per questo motivo, i popoli indigeni nel sinodo panamazzonico devono essere interlocutori indispensabili, perché vivendo da millenni in questa regione, conoscono il territorio amazzonico più di qualsiasi altro popolo. Come ricorda il Cardinale Claudio Humes: “la loro visione del mondo e la loro vita religiosa si è modellata a partire dalla loro esistenza millenaria nella foresta amazzonica, insieme a quella immensità di acque in fiumi incredibilmente grandi, convivendo con una biodiversità affascinante. Loro sono i saggi guardiani di questo ecosistema privilegiato[4].



Evangelizzare nel territorio panamazzonico significa anche riconoscere che tutta questa ricchezza culturale e religiosa dei popoli indigeni è oggi più che mai minacciata. Lo ha ricordato papa Francesco durante il viaggio in Cile del gennaio 2018 nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia[5]. I popoli indigeni sono stati perseguitati, cacciati, schiavizzati e sterminati sin dall’epoca dell’arrivo dei colonizzatori europei. I popoli che incontriamo oggi nel territorio amazzonico rappresentano una piccola minoranza che cerca di sopravvivere. Il processo di persecuzione, infatti, non si è mai arrestato. I popoli indigeni sono aggrediti, espulsi dalle loro terre, sfruttati e molti continuano ad essere uccisi. A causa di questa persecuzione alcuni popoli si sono isolati all’interno della foresta, isolandosi persino dalle loro stesse etnie. Sono i così detti popoli denominati “Popoli Indigeni in Isolamento Volontario” (PIAV). Oltre a ciò, il processo di evangelizzazione nel territorio amazzonico deve tener conto delle minacce che i popoli indigeni stanno subendo nel territorio brasiliano dall’attuale Governo. Solo per citare alcune scelte realizzate dagli ultimi due presidenti del Brasile:
a.       l’ex presidente Temer con il parere n. 001/2017: parere che obbliga l’amministrazione pubblica federale ad applicare, a tutte le terre indigene del paese, condizionanti che il Supremo Tribunale Federale stabilì nel 2009 quando ha riconosciuto la costituzionalità della demarcazione della Terra Indigena Raposa Serra do Sol, in Roraima. Ciò significa non riconoscere il carattere tradizionale dell’occupazione indigena quando la comunità non stava nella terra data dalla promulgazione della Costituzione. Oltra a ciò, afferma che non si possono correggere i limiti delle terre demarcate e anche la possibilità di decidere senza ascoltare la comunità nel caso di alcuni progetti e di problemi d’infrastruttura.

b.      L’attuale presidente Bolsonaro con la  MP 870/2019 ha cambiato l’organogramma delle responsabilità in riferimento delle terre indigene. D’ora innanzi la responsabilità che era della FUNAI, è di responsabilità del ministero dell’agricoltura. La FUNAI diventa integrata nel ministero della Famiglia e diritti umani e non più della Giustizia. Il problema sono i ministri di questi ministeri che si trovano agli antipodi delle problematiche dei popoli indigeni, per non dire contro. Bolsonaro ha già dichiarato che non demarcherà un solo cm di terra indigena e cercherà di rivedere le demarcazioni delle terre. C’è quindi una strumentalizzazione degli organi politici responsabili per l’udienza dei popoli indigeni. Altro dato significativo e drammatico, in questa direzione, è il fatto di aver collocato un Generale come presidente della FUNAI (è l’organismo ufficiale del Governo che si occupa della delimitazione delle terre indigene). Si tratta di una strategia messa in atto dall’attuale governo brasiliano che minaccia e destabilizza economicamente i popoli indigeni con la destrutturazione degli organi responsabili per la protezione di questi popoli attraverso il taglio dei versamenti e l’estinzione degli incarichi e delle unità amministrative[6].





Tener conto della situazione socio politica nel processo di evangelizzazione del territorio panamazzonico significa riflettere sui processi d’inculturazione da mettere in atto. Ne aveva già parlato papa Francesco nell’Evangeli Gaudium quando affermava che: “E’ indiscutibile che un’unica cultura non esaurisce il mistero della redenzione di Cristo” (EG, 118). Non è possibile pretendere che tutti i popoli dei vari continenti imitino le modalità di fede adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia. “La fede non può essere confinata dentro i limiti della comprensione e espressione di una cultura” (EG, 118). Inculturazione richiama lo sforza di ascolto e valorizzazione delle culture locali, che conduce alla capacità di lasciarsi contaminare, di permettere nuovi cammini di trasmissione della fede, di liturgie che riescano ad esprimere i contenuti evangelici attraverso il materiale emerso nel processo d’inculturazione. Questo processo promuove la diversità nell’unità, assume volti diversificati secondo la cultura nella quale s’incultura[7]. Il documento preparatorio al sinodo panamazzonico parla esplicitamente di un cammino di Chiesa dal volto amazzonico e indigeno, richiamando le parole di papa Francesco nel già citato discorso ai popoli dell’Amazzonia: “Abbiamo bisogno che i popoli indigeni plasmino culturalmente le chiese locali dell’Amazzonia […] Aiutate i vostri vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie a farsi una cosa sola con voi e così, dialogando con tutti, potete plasmare una Chiesa dal volto amazzonico e una chiesa dal volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un sinodo per l’Amazzonia[8].

Credo che sia quest’aspetto che rende significativo anche per la Chiesa in Occidente il sinodo Panamazzonico. Come ha riconosciuto il cardinal Claudio Hummes commentando il testo citato, occorre riconoscere che sino ad ora si è fatto poco nel cammino di un’evangelizzazione inculturata[9]. Anche il teologo brasiliano Paolo Suess, in un’intervista rilasciata alla rivista Unisinos[10], afferma la stessa cosa, pur riconoscendo differenti gradi di approssimazione tra la Chiesa Cattolica e i popoli indigeni. Il problema, sostiene Paolo Suess, si riscontra già nei processi di formazione dei futuri leaders della Chiesa, vale a dire preti e vescovi. Oltre, infatti, all’esigenza del celibato che poco s’inquadra nella cultura indigena, “la stessa formazione accademica è culturalmente inadeguata ed economicamente inaccessibile per i popoli indigeni”. Non esistono strutture formative nella Chiesa Cattolica che tengano conto della ricchezza culturale dei popoli indigeni: tutto viene ridotto agli insegnamenti che provengono dalla teologia elaborata in Occidente. Non sappiamo che cosa un sinodo possa proporre a questo livello specifico. Sta di fatto che la Chiesa, per uscire dalle belle parole, deve poter offrire spunti capaci d’innestare processi in grado di mettere in condizione la Chiesa dell’Amazzonia di assumere un volto proprio e specifico: una Chiesa dal volto indigeno. Secondo Paolo Suess il primo passo da compiere in questa direzione consiste nel mettere in grado le popolazioni locali di avere presbiteri indigeni. La grande varietà di lingue dei popoli indigeni non permette al missionario di parlare la lingua del popolo al quale rivolge l’annuncio del Vangelo, Questo comporta “l’incapacità di comprendere il loro passato, il loro cibo e comprendere il loro pensiero”. C’è uno stile di Chiesa in Amazzonia che deve sempre di più assumere le forme della cultura indigena, del loro modo di pensare e intendere Dio. A questo proposito, in un’intervista del giornalista  Luis Miguel Modino a Miguel Castro Piloto, componente del popolo Baniwa, nel municipio San Gabriele ddella Cachoeira, alla frontiera con la Colombia vicino ai fiumi Içana e Ayari, Miguel Castro sosteneva che per i popoli indigeni Dio è la natura e il popolo indigeno ringrazia la natura, perché è da lì che viene l’alimentazione, ma anche la malattia e la salute. “E’ Dio la vera vita per questo i popoli indigeni valorizzano la natura e la proteggono. La nostra religione dice che tu sei castigato se non vivi ben, anche l’indigeno è castigato se non rispetterà la natura. Per capire questi aspetti importanti della nostra religione i preti devono vivere in mezzo a noi[11].



Già Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio (1990) sosteneva la necessità di un’evangelizzazione sempre più inculturata perché è questo processo a produrre “l’intima trasformazione dei valori culturali autentici, per la loro integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture” (RM, 52). Nello sviluppo dell’evangelizzazione delle culture, queste passano per un processo pasquale; vengono infatti, purificate dai loro errori e mali. In questo modo, sostiene il cardinal Hummes, le culture muoiono, ma i loro valori, in termini di verità e bene, sono aperti a nuovi orizzonti di espressione più alta e, così, risuscitano per una piattaforma nuova e trascendente con espressioni nuove e più ricche. In questo modo le culture non sono distrutte, ma trasformate ed elevate. Le sementi della verità e del bene, che tutte le culture posseggono, dimostrano che Dio è sempre stato presente e si manifesta. Sono tracce di Dio che gli evangelizzatori scoprono. “Questa presenza di Dio nelle culture dei popoli mostra che egli è sempre stato presente nella loro vita e loro storia, li ha protetti e, in qualche modo, si è a loro rivelato[12]. 
Il Sinodo per l’Amazzonia, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre, offre dunque anche per la Chiesa Occidentale molti spunti di riflessione. L’attenzione ad un’evangelizzazione inculturata con i popoli indigeni, interpella anche il modo di fare pastorale in un contesto che vede la presenza sempre maggiore di popoli diversi. Forse, dal sinodo usciranno idee che potranno ispirare il nostro cammino di Chiesa, per una pastorale non a senso unico, ma maggiormente attenta alle diversità presenti sul territorio.







[1] Partecipante del Corso sulla realtà amazzonica, svoltosi a Manaus nel mese di febbraio 2019.
[2] Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale. Documento preparatorio, in: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/06/08/0422/00914.html.
[3] Dati raccolti nel Corso sulla realtà amazzonica, tenutosi nel mese di febbraio 2019 a Manaus.
[4] C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, Paulus, São Paulo 2018, p. 29.
[5] Viaggio Apostolico in Cile. Incontro con i popoli dell’Amazzonia. Discorso del Santo Padre,19/01/2018, in: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/january/documents/papa-francesco_20180119_peru-puertomaldonado-popoliamazzonia.html
[6] Dati forniti al Corso sulla realtà amazzonica tenuto nel mese di febbraio 2019 a Manaus.
[7] Su questo tema cfr.: C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 46.
[8] Viaggio Apostolico in Cile. Incontro con i popoli dell’Amazzonia. Discorso del Santo Padre,19/01/2018, in: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/january/documents/papa-francesco_20180119_peru-puertomaldonado-popoliamazzonia.html
[9] C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 47.
[10] Por uma Igreja com rosto amazônico e com rosto indígena. O sínodo panamazônico e a busca de um novo paradigma de Evangelização. Entrevista especial com Paulo Suess, in Revista IHU, 11/05/2018 on line, http://www.ihu.unisinos.br/159-noticias/entrevistas/578822-por-uma-igreja-com-rosto-amazonico-e-com-rosto-indigena-o-sinodo-pan-amazonico-e-a-busca-de-um-novo-paradigma-de-evangelizacao-entrevista-especial-com-paulo-suess.
[11] Padres tem que conhecer melhor as culturas indígenas. Intervista de Miguel Modino com o professor indígena Miguel Piloto, in Revista IHU on line, 19/02/2019,  http://www.ihu.unisinos.br/78-noticias/586780-padres-tem-que-conhecer-melhor-as-culturas-indigenas-entrevista-com-o-professor-indigena-miguel-piloto.
[12] C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 47.

domenica 17 giugno 2018

DOCUMENTO PREPARATORIO PER IL SINODO SULL’AMAZZONIA (Sintesi)




Paolo Cugini

Venerdì 8 giugno 2018 il Vaticano ha emanato il documento preparatorio per il sinodo sull’Amazzonia dal titolo: “Amazonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Sin dall’introduzione c’è la presa di coscienza che nella foresta amazzonica, di vitale importanza per il pianeta, si è scatenata una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una «cultura dello scarto» (LS 16) e una mentalità estrattivista. Oltre a ciò, viene sottolineata la diversità non solo di bioma ma anche di culture e tradizioni religiose, che spesso vengono calpestate e che occorre apprendere a tenere in considerazione. Come solitamente vengono strutturati i documenti della Chiesa Latinoamericana, anche questo segue il metodo del: vedere, giudicare e agire.
I.                   VEDERE

1.      Il territorio. Il bacino amazzonico rappresenta una delle più grandi riserve di biodiversità. Si tratta di più di sette milioni e mezzo di chilometri quadrati, con nove Paesi che si spartiscono questo grande bioma. Per questo motivo si deve parlare di diversi tipi di Amazzonie il cui denominatore unico è l’acqua e, in modo particolare, il rio delle Amazzoni.

2.      Varietà socio-culturale. l’Amazzonia è una regione in cui vivono e convivono popoli e culture diverse, con differenti stili di vita. Per una questione di sopravvivenza la popolazione ha appreso ad addensarsi sulle rive dei fiumi, dedicandosi soprattutto alla pesca. A causa delle colonizzazione molti popoli dovettero fuggire all’interno per poter sopravvivere. Questi popoli vigilano sui fiumi e hanno cura della terra, nello stesso modo in cui la terra ha cura di loro. Sono i custodi della foresta e delle sue risorse. Gli interessi economici delle grandi multinazionali hanno devastato negli anni ampi territori, contaminando con agrotossici fiumi e laghi. Altro fattore di preoccupazione sociale è il grande traffico di droga. Anche le città si caratterizzano per le disuguaglianze sociali. La povertà che si è prodotta lungo la storia ha ingenerato rapporti di sottomissione, di violenza politica e istituzionale, aumento del consumo di alcool e di droghe. Il 70-80% della popolazione amazzonica risiede in città. Molti di questi indigeni non hanno documenti o sono irregolari, rifugiati, abitanti delle rive dei fiumi o appartengono ad altre categorie di persone vulnerabili. Di conseguenza cresce in tutta l’Amazzonia un atteggiamento xenofobo e di criminalizzazione verso i migranti e i profughi. La crescita smisurata delle attività di disboscamento ed estrattive ha impoverito la regione danneggiando la ricchezza ecologica.

3.      Identità dei popoli indigeni. Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”. In aggiunta, negli ultimi tempi, sta facendo la sua comparsa una nuova categoria costituita dagli indigeni che vivono nel tessuto urbano, alcuni dei quali restano riconoscibili mentre altri in quel contesto tendono a dissolversi e per questo sono chiamati “invisibili”.

4.      Memoria storica ecclesiale. L’inizio della memoria storica della presenza della Chiesa in Amazzonia si può situare nello scenario dell’occupazione coloniale della Spagna e del Portogallo. L’incorporazione dell’immenso territorio amazzonico nella società coloniale e il suo successivo passaggio di proprietà agli Stati nazionali è un lungo processo durato più di quattro secoli. Ciò che spaventa è che fino a oggi, dopo 500 anni dalla conquista, dopo all’incirca 400 anni di missione ed evangelizzazione organizzata e dopo 200 anni dall’emancipazione dei Paesi che compongono la Panamazzonia, le tendenze di sfruttamento continuano a svilupparsi sul territorio e tra i suoi abitanti, vittime oggi di un neocolonialismo feroce, «mascherato da progresso».  Le culture precolombiane hanno offerto al cristianesimo iberico che accompagnava i conquistatori molteplici ponti e possibili elementi di contatto, «come l’apertura all’azione di Dio, il senso della gratitudine per i frutti della terra, il carattere sacro della vita umana e la valorizzazione della famiglia, il senso di solidarietà e di corresponsabilità nel lavoro comune, l’importanza del culto, il credere in una vita ultraterrena e tanti altri valori».

5.      Giustizia e diritti dei popoli. La cultura imperante del consumo e dello scarto trasforma il pianeta in una grande discarica. La minaccia contro i territori amazzonici «viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli (e sorelle) amazzonici che la abitate. La situazione del diritto al territorio dei popoli indigeni in Panamazzonia ruota intorno a una problematica costante, quella della mancata regolarizzazione delle terre e del mancato riconoscimento della loro proprietà ancestrale e collettiva. Proteggere i popoli indigeni e i loro territori è un’esigenza etica fondamentale e un impegno fondamentale per i diritti umani. Per la Chiesa ciò si trasforma in un imperativo morale coerente con la visione di ecologia integrale di Laudato Si.

6.      Spiritualità e saggezza. Per i popoli indigeni dell’Amazzonia, il “buon vivere” esiste quando si vive in comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. I popoli indigeni, infatti, vivono all’interno della casa che Dio stesso ha creato e ha dato loro in dono: la Terra. Le loro diverse spiritualità e credenze li portano a vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte. I vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o chamanes , hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo. Tutti costoro «sono memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della Casa Comune» (Fr. PM). Gli indigeni amazzonici cristiani comprendono la proposta del “buon vivere” come vita piena nel segno della collaborazione all’edificazione del Regno di Dio. Questo buon vivere potrà essere raggiunto solo quando si realizzerà il progetto comunitario in difesa della vita, del mondo e di tutti gli esseri viventi.

II. DISCERNERE. VERSO UNA CONVERSIONE PASTORALE ED ECOLOGICA
1.      Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione biblico-teologico. Ogni realtà creata esiste per la vita e tutto quello che conduce alla morte si oppone alla volontà divina. In secondo luogo, Dio stabilisce un rapporto di comunione con l’essere umano «creato a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26), al quale affida la salvaguardia della creazione (cf. Gen 1,28; 2,15). Allo stesso tempo, i racconti biblici testimoniano che nella creazione ferita è piantato il germoglio della promessa e il seme della speranza, perché Dio non abbandona l’opera delle sue mani. La provvidenza del Padre e la bontà della creazione raggiungono il loro culmine nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, che si fa vicino e stringe in un abbraccio tutte le situazioni umane, ma soprattutto quelle dei più poveri. La Pasqua porta a compimento il progetto di una “nuova creazione” (cf. Ef 2,15; 4,24), rivelando che Cristo è la Parola creatrice di Dio (cf. Gv 1,1-18) e che «tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Col 1,16). La tensione fra il “già” e il “non ancora” coinvolge la famiglia umana e il mondo intero: «L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.

2.      Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione sociale. L’opera evangelizzatrice di ricevere e trasmettere l’amore di Dio comincia con il desiderio, la ricerca e il prendersi cura degli altri (cf. EG 178). Pertanto, l’evangelizzazione implica l’impegno in favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, per migliorare la vita comunitaria e così «rendere presente nel mondo il Regno di Dio» (EG 176), promovendo nel e per tutto il mondo (cf. Mc 16,15) non una «carità à la carte » (EG 180), ma un vero sviluppo integrale, cioè per tutte le persone e per tutta la persona. Già nelle storie bibliche della creazione emerge l’idea che l’esistenza umana si caratterizza per tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Per questo l’opera dell’evangelizzazione ci invita a lavorare contro le disuguaglianze sociali e la mancanza di solidarietà mediante la promozione della carità e della giustizia. Questa dimensione sociale – e in ultima analisi cosmica – della missione evangelizzatrice è particolarmente rilevante nel territorio amazzonico, nel quale l’interconnessione fra vita umana, ecosistemi e vita spirituale è stata e continua a essere chiara per la maggior parte dei suoi abitanti.

3.      Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione ecologica «Il Regno che viene anticipato e cresce tra di noi riguarda tutto» (EG 181), ricordandoci che «tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS 16) e che pertanto «il principio del discernimento» dell’evangelizzazione è collegato a un processo integrale di sviluppo umano (cf. EG 181). Questo processo si caratterizza per un paradigma relazionale denominato ecologia integrale, che articola fra loro i vincoli fondamentali che rendono possibile un vero sviluppo. Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Riconoscere il territorio amazzonico come bacino, al di là delle frontiere tra i Paesi, aiuta ad avere uno sguardo integrale sulla regione, essenziale per la promozione di uno sviluppo e di una ecologia integrali. Pertanto, il processo di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non può prescindere dalla promozione e dalla cura del territorio (natura) e dei suoi popoli (culture). Per questo, ha bisogno di stabilire ponti che possano articolare i saperi ancestrali con le conoscenze contemporanee (cf. LS 143-146), particolarmente quelle che riguardano l’utilizzo sostenibile del territorio e uno sviluppo coerente con i sistemi di valori e con le culture dei popoli che abitano questi luoghi, da riconoscere come loro autentici custodi, e in definitiva come loro proprietari. L’ecologia integrale c’invita ad una conversione integrale. Questa conversione non può essere solo personale, ma deve tradursi. in comportamenti sociali.

4.      Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione sacramentale. Uno sguardo ecclesiale contemplativo e una pratica sacramentale coerente sono le chiavi per l’evangelizzazione dell’Amazzonia. Nell’Eucaristia la comunità celebra un amore cosmico, in cui gli esseri umani, accanto al Figlio di Dio incarnato e a tutta la creazione, rendono grazie a Dio per la vita nuova in Cristo resuscitato (cf. LS 236). In questo modo, l’Eucaristia costituisce la comunità, una comunità pellegrina festiva che diventa «fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato».

5.      Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione ecclesiale-missionaria. In questo ascolto reciproco tra il Papa (e le autorità ecclesiali) e gli abitanti del popolo amazzonico si alimenta e si rafforza il sensus fidei del Popolo e cresce il suo essere ecclesiale: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire». L’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il Popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi».

III. AGIRE. NUOVI CAMMINI PER UNA CHIESA DAL VOLTO AMAZZONICO

1.       Chiesa dal volto amazzonico. «Essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115). L’universalità o cattolicità della Chiesa si trova dunque arricchita mediante «la bellezza di questo volto pluriforme» (NMI 40) delle diverse manifestazioni delle Chiese particolari e delle loro culture. La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità ponendosi in ascolto della saggezza dei popoli che la compongono. Così, rivolgendo l’attenzione alla realtà locale e alla diversità delle microstrutture concrete della regione, la Chiesa si rafforza costituendosi come un’alternativa di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza e alla logica uniformizzante incentivata da tanti mezzi di comunicazione, così come a un modello economico che non è solito rispettare i popoli amazzonici e i loro territori.

2.      Dimensione profetica. Bisogna superare la miopia, la frettolosità e le soluzioni di corto raggio. È necessario mantenere una prospettiva globale e andare oltre gli interessi propri o particolari, per poter condividere ed essere responsabili di un progetto comune e globale. I popoli amazzonici, nella loro concezione dialogica della vita sociale, sono mossi dallo Spirito Santo. Per questo Papa Francesco ha affermato che «è necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro» e dalle loro culture, e che il compito della nuova evangelizzazione richiede di «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche [siamo chiamati] ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198). Di conseguenza, i loro insegnamenti potrebbero indicare la direzione delle priorità per i nuovi cammini della Chiesa in Amazzonia.

3.      Ministeri dal volto amazzonico. I nuovi cammini per la pastorale dell’Amazzonia esigono di «rilanciare l’opera delle Chiesa» (DAp 11) nel territorio e di approfondire il «processo di inculturazione» (EG 126), che domanda alla Chiesa amazzonica di avanzare proposte «coraggiose», fatte con «audacia» e «senza paura», come ci chiede Papa Francesco. Il profilo profetico della Chiesa si mostra oggi attraverso il suo profilo ministeriale partecipativo, capace di rendere i popoli indigeni e le comunità amazzoniche i «principali interlocutori» (LS 146) all’interno di tutte le questioni pastorali e socio-ambientali del territorio. E’ urgente valutare e ripensare i ministeri che oggi sono necessari per rispondere agli obiettivi di «una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno» (Fr. PM). Una priorità è quella di precisare i contenuti, i metodi e gli atteggiamenti di una pastorale inculturata, capace di rispondere alle grandi sfide del territorio. Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

4.      Nuovi cammini. C’è bisogno di una spiritualità di comunione fra i missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori, per imparare insieme ad accompagnare le persone, ascoltando le loro storie, partecipando ai loro progetti di vita, condividendo la loro spiritualità e facendo proprie le loro lotte. Una spiritualità con lo stile di Gesù: semplice, umano, dialogante, samaritano, che permetta di celebrare la vita, la liturgia, l’Eucaristia, le feste, sempre rispettando i ritmi propri di ogni popolo. Incoraggiare lo sviluppo di una Chiesa dal volto amazzonico implica, per i missionari, la capacità di scoprire i semi e i frutti del Verbo già presenti nella concezione del mondo dei popoli della regione. Per fare questo è necessario assicurare una presenza stabile e conoscere la lingua autoctona, la cultura e l’esperienza spirituale di quei popoli. Soltanto così la Chiesa potrà rendere presente tra di essi la vita di Cristo.