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mercoledì 19 novembre 2025

ASSEMBLEA DELLE COMUNITA’ IN UNA PARROCCHIA DI PERIFERIA DI MANAUS (AMAZZONIA)

 


Un momento dell'Assemblea


Un’incredibile esperienza di Chiesa

Paolo Cugini

 

 

Domenica 16 novembre si è svolta l'Asemblea nella parrocchia San Vincenzo de Paoli, costituita da sette comunità, più una in formazione, situata in una delle zone più calde della città di Manaus. Zona calda perché dominata da quel Comando Vermelho (Comando Rosso), fatto da trafficanti di droga che gestiscono il territorio e dove è importante apprendere alla svelta come ci si deve muovere e in che orari. Solo per fare un esempio. Per nove mesi mi è stato proibito di celebrare la messa e anche di passare in una zono molto povera dove stiamo tentando di costituire una comunità. Per celebrare la messa in quella zona devo chiedere l’autorizzazione ai trafficanti locali e, per ben nove mesi, non me l’anno data. Altro esempio. Nei primi mesi della mia permanenza nella Compensa – adoro essere il parroco di questo territorio – verso le 23 stavo passando in una stradina del quartiere. Ad un certo punto del cammino si sono avvicinanti due tizi che mi hanno chiesto: “dove pensi di andare?” . La domanda e il tono in cui mi è tata posta mi ha fatto intuire subito che si trattava di trafficanti della zona. Ho, quindi, prontamente risposto che ero il nuovo parroco della Compensa e che stavo tornando a casa. “Impari, allora, a dove mette i piedi. Qui siamo nella Compensa”. Da quel giorno, non sono mai più passato alla sera tardi in quella zona. Il messaggio mi era arrivato forte e chiaro.

Uno squarcio di Compensa


Che cosa significa annunciare il Vangelo in questo territorio? Che strategie pastorali mettere in atto? È stata questa la domanda che ha accompagnato l’annuale assemblea delle comunità. Più di cento persone si sono fatte presenti. Ormai sono abituati a convivere in questa situazione. Alle 20,30 le attività nelle comunità devono terminare: bisogna tornare a casa sani e salvi. Non c’è famiglia che non abbia da raccontare situazioni drammatiche vissute in questi anni. Non potendo affrontare il problema droga e traffico in modo diretto, cerchiamo di aggirarlo moltiplicando i progetti di prevenzione. Negli ultimi due anni si è sviluppato un grande lavoro di pastorale giovanile, che ingloba anche il progetto di Capoeira. Attraverso il progetto sociale Margens stiamo entrando nelle stradine del quartiere – in alcuni punti una vera ragnatela- per coinvolgere i bambini con proposta gratuite (musica, teatro, lezioni di inglese e altro). Ciò che mi colpisce di più negli operatori pastorali è la creatività. Ne inventano di tutti i colori. Ogni sabato preparo il calendario pastorale della settimana successiva: più di ottanta eventi di tipo religioso, sociale, ludico avvengono nelle comunità. Il parroco, che sono io, è presente nelle messe e nello studio biblico. Interessante è che non mi chiedono nemmeno di essere presente, che era uno dei motivi che mi stressavano di più quando ero in Italia. Se non ci sono sanno il perché.

I giovani della parrocchia che hanno partecipato al Giubileo dei giovani svoltosi nel mese di ottobre


Nella seconda parte dell’Assemblea sono state presentate le nuove coordinazioni pastorali delle comunità. Ogni comunità, infatti, è gestita da una coordinatrice pastorale, un amministrativo e un responsabile per ogni settore della pastorale (catechesi, liturgia, decima, salute, giovani, ecc.). Ogni due anni vengono rinnovate le coordinazioni. Una persona può decidere di rinnovare il mandato per una volta, poi deve consegnare il mandato. Questo modo di gestire la comunità è scritto nel direttorio arcidiocesano, frutto di un lavoro sinodale durato due anni. Quando nel luglio di due anni fa sono arrivato a Manaus, il Cardinale Leonardo mi ha consegnato il direttorio pastorale e quello amministrativo e mi ha detto: “studiali. Dovrai lavorare sulle linee pastorali indicate su questi due testi”. Sono rimasto favorevolmente colpito da queste parole, perché volevano dire che un prete quando entra in una parrocchia di questa diocesi non fa quello che vuole: c’è un progetto pastorale da servire.

Volontari Caritas di una delle comunità


Abbiamo, infine deciso una data in gennaio per dare l’invio ecclesiale a circa 150 tra giovani e adulti che faranno di tutto nei prossimi due anni per pensare come rendere possibile la proposta del Vangelo nelle comunità della Compensa. Tra di loro tantissime donne che, non solo celebrano la Parola di Dio alla Domenica, ma si fanno in quattro per visitare gli ammalati, gli anziani, per preparare i pasti per i poveri e tenere dietro al parroco che ogni tanto ne combina qualcuna. 

venerdì 16 agosto 2019

ASSEMBLEE SINODALI E ACCOGLIENTI


   






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è eloquenza della comunità cristiana. Non si può dire che la crisi della liturgia ha causato la crisi della vita ecclesiale: le due cose vanno insieme. Occorre riflettere sull’assemblea cristiana, che è la vita cristiana che diventa soggetto di comunione nello spezzare il pane. Leggendo le problematiche dell’assemblea possiamo interrogarci sul futuro della liturgia.

Tentazioni: clericalizzazione del laicato, laicizzazione del clero. L’assemblea è il luogo dell’Altro e dell’altro, il luogo dell’esperienza di Dio, dell’alterità, dell’incontro con il suo mistero; ma anche il luogo dell’esperienza dell’incontro con le persone, di chi ci è accanto. L’assemblea cristiana va vista nella sua realtà di assemblea umana, raduna uomini e donne e dev’essere capace di vivere la fraternità e la sororità. Se un’assemblea liturgica non è capace di esprimere ciò, allora non è abilitata ad essere assemblea cristiana. Il Signore non vuole solo un insieme di riti religiosi, o un’auto celebrazione intimistica o collettiva. Nell’assemblea domenicale va cercato lo stile della fraternità e della comunione. La giusta posizione di uomini e donne che non si riconoscono, che nell’assemblea liturgica non s’incontrano, rimanendo estranei gli uni agli altri, causa lo svuotamento dei gesti, che si vorrebbero di accoglienza reciproca. Sono ferite inferte all’assemblea eucaristica.

La liturgia eucaristica deve permettere il costituirsi della fraternità e della sororità. Convenire nello stesso luogo, pregare insieme, dev’essere un esercizio di fraternità, nel riconoscimento dell’umanità dei gesti. Quando manca lo spessore umano, l’assemblea fa fatica ad essere tale. È il dramma che vive la comunità alla messa domenicale: manca spesso l’umanità. C’è il rito senza l’umanità, il coinvolgimento attivo delle persone presenti che restano estranee le une alle altre. Così non si costruisce la Chiesa, che non si costruisce con dei riti. C’è un problema più radicale del linguaggio liturgico, che è la qualità umana dell’assemblea, delle persone che si trovano attorno alla mensa eucaristica. Se tutto è anonimo, se non c’è condivisione e corresponsabilità nella liturgia, come si fa a parlare di assemblea?



Diamo troppo per scontato che l’assemblea domenicale sia cristiana anche quando manca lo spessore dell’umanità per viverla. C’è gente solitaria in chiesa, giustapposta, ad assistere la messa celebrata dal sacerdote, in un consumo spirituale privato. Se la liturgia non s’incarna nel vissuto dei partecipanti, che cosa significa? Che cosa servono le posture ieratiche, le manifestazioni imperiali. I pontificali? Gesù non aveva nessuna preoccupazione di abiti liturgici. Anche le prime comunità non avevano queste preoccupazioni: c’era molta cura delle relazioni umane. I riti sono necessari all’uomo, ma sono strumentali all’interno del cristianesimo. I iriti non salvano: lo dicevano i profeti. La qualità cristiana di un’assemblea è data dalla conformità all’umanità di Gesù. La liturgia saprà parlare all’uomo e alla donna di oggi se assomiglia all’umanità di Gesù.

È decisivo che noi cristiani riusciamo ad avere una fede cristiana e non semplicemente appartenere ad una religione. La nostra fede cristiana dice che Dio si è fatto carne, terra, uomo. La carne è molto più del corpo: è il respiro, i dolori, le fatiche, tutto ciò che viviamo è la nostra carne. Il corpo è l’umanità. Il vero attentato che c’è stato nella storia cristiana è nell’incarnazione, nel farsi carne di Dio. Il grande problema è riconoscere Gesù nella carne. Dio si è fatto carne, si è fatto la nostra umanità. Nella liturgia dobbiamo trovare l’umanità di Gesù nella nostra. Non è vero che tutto ciò che è religioso è spirituale. Dobbiamo guardare la terra e non il cielo, perché Dio si è fatto carne, si è fatto Gesù di Nazareth. È la carne che è salita in cielo, cioè tutta la vita dell’uomo.

Ippolito di Roma: il vero mistero cristiano è che il verbo si è fatto uomo come noi uomini. Se non fosse così invano ci avrebbe chiesto di imitarlo.  

Tertulliano: caro cardo salutis (la carne è il cardine della salvezza).

Dobbiamo abbandonare ogni spiritualismo. Cercare nella carne di Gesù la resurrezione che vince la morte. La nostra fede cristiana deve vivere la vita umana di Gesù. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi più umano.

Nella liturgia dobbiamo smettere di essere sedotti dal divino, dal potere, ma dobbiamo tornare al Vangelo, che narra di Dio fatto uomo, terrestre, fatto carne. Ridare qualità umana alle nostre assemblee: è il compito più urgente.

In Francia, Belgio, Germania: per rifare l’assemblea cristiana occorre rifare il contesto dell’assemblea. Accanto alla chiesa sempre c’è una sala. Prima di andare in assemblea, si ritrovano in una sala con il prete e poi insieme si va alla messa. Alla fine ci si ritrova per un caffè, per un momento di fraternità: è una disposizione delle conferenze episcopali locali. Diventa un’assemblea in cui non consumiamo qualcosa di religioso, ma si lavora per fare comunità. 



Un’assemblea liturgica dev’essere sinodale. Papa Francesco sta cercando di avviare processi che portino alla sinodalità, che è il termine chiave del ministero di Papa Francesco. O ci sarà una Chiesa sinodale, o non ci sarà più la Chiesa. Sinodo significa camminare insieme. Quando il papa parla di sinodalità non sta parlando dell’assetto istituzionale, di un particolare sinodo. Quello che chiede papa Francesco è la sinodalità come stile, facendo camminare tutto il popolo di Dio con i suoi pastori, in una corresponsabilità che sia reale, concreta, È un compito che richiede tempo, ma soprattutto una conversione profonda nel vivere la Chiesa. È possibile pensare una Chiesa sinodale senza un’assemblea liturgica che non sia sinodale? Il legame tra sinodo e liturgia è fondamentale. Nella Chiesa antica il sinodo era sempre un atto liturgico. Ratzinger: il Concilio tende all’unità che viene dalla parola di Dio. Il sinodo è sempre riferito all’eucarestia. Un popolo di Dio che cammina sinodalmente, deve corrispondere ad un’assemblea eucaristica sinodale. La liturgia eucaristica deve avere come soggetto l’assemblea celebrante e non il presbitero, che semplicemente presiede. Dossetti: non solo comunità, ma comunità tutta gravitante nel suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea.

L’ecclesia e la koinonia devono avere una manifestazione eucaristica. L’assemblea deve attuare un ascolto sinodale. Oggi abbiamo assemblee fervorose, ma lontane dalla partecipazione in atto come voleva il Concilio. Ci vorrà audacia e creatività, ma il cammino è ineludibile. Siamo ancora lontani da assemblee sinodali.

Altra urgenza. Oggi dev’essere prevista dalla chiesa normata, dalla Chiesa a chi è riconosciuto portatore del dono della parola, di esprimere la qualità profetica del popolo di Dio con interventi nell’omelia. All’estero si fa. Dare la parola ai laici nell’omelia. Poi ci sono gli eccessi quando c’è la clericalizzazione del laicato. Il vero problema è che ci sia la possibilità di un’omelia partecipata. La comunità di Dossetti e a Bose si è sempre praticato la possibilità di esprimersi sul Vangelo. Non si può sentire sempre la stessa persona per anni e anni. Sarebbe bello sentire la buona novella al femminile! Nella Chiesa ci sono delle patologie che bloccano il fermento liturgico del Concilio. Il problema è come esprimere la sinodalità nella liturgia. La sinodalità deve diventare uno stile liturgico.

Un’assemblea liturgica ospitale. C’è urgenza di questo. La tavola del Signore: 1 Cor 10,21. La tavola è la forma primaria dell’eucarestia, e chiede la commensalità tra fratelli e sorelle attorno alla tavola. Atti 2,42s: l’eucarestia è un sedersi alla tavola della cena del Signore. I cristiani battezzati senza distinzione di sesso, etnia, livello culturale e sociale sono gli invitati alla cena del Signore. La dimensione della condivisione è celebrazione dell’alleanza del Signore con la sua Chiesa, come partecipazione del corpo unico. La tavola del Signore è la tavola dell’incontro di Gesù e tutti gli uomini e le donne. Gesù ha voluto sedere alla tavola dei peccatori, ha condiviso la tavola con gli esclusi. Quando pensiamo alla tavola del Signore dobbiamo pensare alla tavola della misericordia. Rischio di essere come i farisei che si scandalizzavano di Gesù. Le nostre liturgie sono capaci di accogliere cristiani battezzati di confessione diversa dalla nostra?

La nostra assemblea eucaristica deve diventare tavola ospitale verso i poveri e verso i peccatori.

mercoledì 13 giugno 2018

ITACOATIARA: UNA PRELATURA SUL RIO DELLE AMAZZONI

Mappa della prelatura di Itacoatiara





Paolo Cugini

Lunedì 11 giugno. Dopo Borba e una scappata a Manaus per uno scambio rapido nello zaino, in viaggio verso la prossima meta: Itacoatiara. Viaggio di cinque ore in pullman su una strada piene di buche. Abbiamo viaggiato assieme al Vescovo di Itacoatiara, arrivato a Manaus nel pomeriggio proveniente da un incontro. Mons José Ionilton Lisboa di Oliveira di 56 anni, Vocazionista, è vescovo da appena dieci mesi e proviene dalla Bahia, dalla diocesi di Serrinha, ben conosciuta dai sacerdoti di Reggio Emilia che hanno lavorato in Brasile perché confina con la diocesi di Ruy Barbosa.

Itacoatiara è una prelatura nata nel 1963. Attualmente conta con 13 parrocchie, di queste sette sono in città. Ci sono altre 5 città e, in ognuna di queste, c’è una parrocchia. Il territorio è di 60 mila Kmq con una popolazione di 200 mila abitanti, metà dei quali vivono in città.

Ci sono 8 preti della prelatura e 9 missionari (3 fidei donum e 6 religiosi). C’è un istituto del Messico (missionari di Guadalupe). Poi c’è un Istituto religioso di origine indiana. In diocesi è anche presente un monastero benedettino di clausura con 5 monache.
In città attuano anche due congregazioni religiose, una delle quali, era presente nella diocesi di Ruy Barbosa. C’è un diacono permanente imprestato da Manaus.

Il Vescovo Mons José Ionilton


Attualmente i seminaristi sono 11: cinque sono nel propedeutico e vivono a Itacoatiara assieme al rettore e al Vescovo, mentre gli altri stanno studiando a Manaus. Ci è sembrato un aspetto positivo la vita comunitaria del vescovo con i seminaristi, che si trovano insieme durante la giornata per la preghiera e i pasti. La situazione della diocesi, perlomeno dal punto di vista del clero, è piuttosto positiva. Se, infatti, i seminaristi continuano nel loro percorso formativo, in pochi anni la diocesi diventerà autonoma e gestita totalmente dal clero locale.

Interno della cattedrale della città


Nel momento di dialogo che abbiamo avuto alla mattina con il vescovo Mons José Ionilton, ci diceva che la grande sfida che la diocesi si trova ad affrontare è l’uscita di un gruppo di religiosi da una parrocchia, per andare a servire proprio una delle diocesi che abbiamo visitato: Tabatinga. Nella prelatura, dovuta alla scarsità del clero, ci sono parrocchie molto grandi e per questo diviene difficile per un prete solo realizzare un servizio pastorale. Il desiderio è mettere due preti in ogni parrocchia. Anche a Itacoatiara, come a Borba, le comunità sul fiume ricevono la visita del prete una sola volta all’anno. Nella prelatura di Itacoatiara non ci sono popoli indigeni.
Il motivo per cui le comunità poste sul fiume sono visitate una sola volta all’anno è a causa del grande costo del viaggio. La diocesi non ha barche e quindi deve sempre pagare l’affitto. L’unica barca che possedeva è affondata lo scorso anno a causa di un incidente che, per fortuna, non ha avuto conseguenze negative per chi era presente. C’è anche l’aspetto delle distanze che sono molto grandi. Il vescovo dice che uno dei motivi delle visite così rare alle comunità è dovuto anche alla mancanza di pianificazione.

Momento del dialogo con il vescovo Mons José

Esistono comunità molto grandi che potrebbero essere divise per formare altre parrocchie
Un’altra grande sfida che il vescovo José ci presenta è la formazione. Il Vescovo precedente, l’italiano Mons Carillo Gritti, per una serie di ragioni che sono difficili da spiegare, ha mantenuta la diocesi chiusa dal resto del cammino della Chiesa. Gli stessi seminaristi era lui stesso a formarli. Non permetteva alla diocesi di partecipare ai momenti forti del cammino della Chiesa brasiliana, come ad esempio la campagna della fraternità, che tutti gli anni viene realizzata durante la quaresima. Lui stesso come vescovo non partecipava agli incontri della CNBB (Conferenza episcopale brasiliana). In un contesto di grande povertà com’è quello della prelatura di Itacoatiara, non si sono sviluppate le pastorali sociali, anche perché parlare di poveri voleva dire, secondo il vescovo precedente, dare indicazioni politiche a favore del partito di sinistra. 

Le moto sono il mezzo di trasporto più utilizzato

Non c’è ancora un lavoro formativo organizzato, anche perché il vescovo precedente non amava molto il lavoro di comunità, lasciando la gente molto dipendente dalla presenza del prete. Mons José sta cercando di strutturare dei percorsi formativi per i responsabili delle comunità anche se incontra molte difficoltà. Prima fra tutte, l’impossibilità di realizzare questi momenti formativi il fine settimana a causa dell’indisponibilità dei mezzi di comunicazione. Per questo motivo, stanno pensando di decentralizzare il lavoro formativo potandolo in alcune zone della prelatura.
Nell’Assemblea diocesana realizzata il mese scorso, sono state presentate cinque priorità:

1.      Liturgia
2.      Catechesi
3.      Decima
4.      Famiglia
5.      Missionarietà
E’ interessante la dinamica delle assemblee diocesane che avvengono in tutto il Brasile. La loro durata è di tre/quattro giorni e partecipano i laici più impegnati nelle comunità assieme ai preti, suore e religiosi con il Vescovo. Durante l’Assemblea si verifica il lavoro pastorale dell’anno e, ogni tre o quattro anni, vengono indicate le priorità da seguire. Interessante è che le priorità non le dà il vescovo, ma vengono decise insieme attraverso lavori di gruppo e discussioni in Assemblea. Mons José ci ha confidato il suo grande stupore per il fatto che tra le priorità della diocesi per i prossimi anni non era emersa l’attenzione ai poveri. “Alla fine dell’Assemblea ho preso la parola sottolineando il mio stupore per questa grave mancanza. Come si fa, in un contesto in cui la povertà della gente è così eclatante, non porre come priorità pastorale l’attenzione ai poveri?”. 
Nonostante ciò, il vescovo ha accettato la decisione dell’Assemblea: un modo chiaro per manifestare con i fatti il desiderio di camminare assieme al popolo.

Messa alla mattina nella cappella del seminario

Dopo l’incontro, visita alle sette parrocchie della città. Il numero delle parrocchie è veramente sproporzionato sia rispetto al territorio che al numero di abitanti. Ogni parrocchia della città ha la sua chiesa, la casa parrocchiale e alcune strutture. Anche qui come a Borba, abbiamo riscontrato il fenomeno di strutture costruite con i soldi provenienti da fuori – Italia – senza tener conto del cammino della Chiesa locale e del contesto. Su questo aspetto dovremmo interrogarci e riflettere per non compiere gli stessi errori. Mentre passavamo in macchina per i quartieri della città, era evidente l’assurdità di chiese costruite troppo vicine una dall’altra. Il Vescovo ci diceva che uno dei problemi attuali che sta affrontando è il fatto che i preti divenuti parroci delle parrocchie in città, non sono disposti ad assumere le parrocchie della campagna lungo il fiume. Sempre durante la visita alla città, Mons José ci ha mostrato i quartieri poveri nei quali vivono migliaia di persone in condizioni disastrose. Mentre passavamo per questi quartieri, veniva alla mente il disappunto del Vescovo sulle priorità indicate dall’Assemblea: come si fa a non porre come prioritaria l’attenzione ai poveri dinanzi ad un quadro come questo? Come si fa a non vedere e, soprattutto, a non ascoltare il grido di tanti poveri?

Foto ricordo


Nel pomeriggio abbiamo ripreso la strada per Manaus: cinque ore di buche. E poi tutti a dormire per essere pronti per l’ultima tappa che durerà alcuni giorni.


martedì 10 aprile 2018

LE ASSEMBLEE PARROCCHIALI




Don Paolo
A partire dal mese di aprile e sino a giugno abbiamo messo in programma le assemblee nelle nostre parrocchie. E’ un modo per coinvolgere il più possibile le persone sulla vita della comunità. Quanto più i cristiani sono coinvolti nelle decisioni delle nostre comunità, tanto più crescere lo spirito comunitario e il sentimento di appartenenza. Del resto, ce lo ricorda l’Evangelista Luca che i primi cristiani “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera” (Atti 2, 42). La comunità si costruisce insieme, giorno dopo giorno, quando ci si trova per capire come annunciare il Vangelo nei vari contesti in cui ci veniamo a trovare. Ci troviamo in assemblea anche per imparare sempre di più il metodo della Sinodalità, che richiede l’umiltà di ascoltare i fratelli e le sorelle, di mettere da parte le proprie ragioni per fare spazio a quelle dell’altro.

Saranno assemblee parrocchiali che realizzeremo alla domenica, dopo la messa festiva. La scelta non è a caso. Serve per ricordarci che le parrocchie non sono delle associazioni umanitarie, ma che trovano la loro fora e motivazione nell’unico maestro, il Signore Gesù, e cercano accogliendo il suo Spirito, d’intessere relazione umane plasmate dal suo amore. Papa Francesco ci ricorda continuamente che il compito di evangelizzare non è di qualcuno, ma di tutti, perché tutti i battezzati sono corresponsabili nella costruzione della comunità Siamo allora, chiamati a verificare in queste assemblee se le scelte che stiamo facendo sono evangeliche, corrispondono cioè, al progetto di Dio o sono invece frutto di nostre idee. Per questo la presenza di tutti è importante, per evitare anche che vinca la legge del più forte, ma che vinca la logica dell’amore e della fraternità.

In queste assemblee, che stiamo preparando nei rispettivi consigli pastorali, avremo come punto iniziale l’ascolto delle parole di Papa Francesco. Nell’Evangelii Gaudium il Papa esorta le comunità ad essere sempre più missionarie, ad uscire per portare con gioia il Vangelo a tutti. Il Papa sogna una Chiesa che non rimane chiusa in se stessa, disposta solo a ripetere in eterno le stesse modalità di annuncio del Vangelo. Occorre uscire e mettersi in gioco, essere disposti a lasciarsi convertire dal Vangelo.  In questo processo di missionarietà della comunità, colpisce il desiderio espresso più volte dal Papa di accogliere tutti, perché indica il desiderio di una Chiesa inclusiva, spazio aperto per tutti coloro che vogliono farne parte. Saranno allora proprio questi i temi su cui rifletteremo nelle Assemblee: la comunità dallo stile missionario ed accogliente. Vi aspettiamo numerosi

Ecco le date:
Regina Pacis: 15 aprile
Roncina: 29 aprile
San Bartolomeo: 27 maggio
Codemondo: 3 giugno

martedì 10 marzo 2015

CHE BELLA CHIESA!

 ARCHIVIO BRASILE



Paolo Cugini


Dal 17 al 20 novembre si è svolta a Ruy Barbosa lannuale Assemblea diocesana. Presenti oltre al vescovo e i preti della diocesi, le suore e tanti laici. Nella prima giornata dellassemblea è stata presentata una sintesi del lavoro svolto nelle parrocchie, soprattutto si è cercato di verificare se le priorità diocesane, indicate lo scorso anno, sono state messe in pratica. Il secondo giorno è iniziato con lanalisi della situazione della Chiesa seguita da un dibattito tra i partecipanti dellAssemblea. Nei lavori di gruppo del sabato, si è discusso sul cammino della nostra diocesi e indicato le nuove priorità, che poi sono state presentate all'Assemblea riunita. Durante i tre giorni dellAssemblea diocesana, trascorsi tra incontri, lavori di gruppo, liturgie e pasti, la sensazione era quella di partecipare ad una Chiesa di persone uguali. Può sembrare un pò forte e strana quest affermazione, per questo provo a spiegarmi meglio. In nessun momento durante questi giorni ho avvertito la sensazione che, come prete, ero più importante dei laici o delle suore presenti, e che la mia parola valesse più della loro. Mi sono sentito un figlio di Dio assieme ad altri figli e figlie di Dio, che discutevano assieme e in modo egualitario sul cammino dellunica Chiesa alla quale apparteniamo. Siccome tutti apparteniamo a questa Chiesa, tutti, sia uomini che donne, sia laici che religiosi e sacerdoti, sono coinvolti a discutere con gli stessi diritti e doveri. Tutti, durante questi tre giorni ci siamo sentiti coinvolti a pensare assieme le sorti e il cammino della nostra Chiesa. È in circostanze come questa che avverto il significato e, allo stesso tempo, limportanza della Chiesa, popolo di Dio in cammino e che la Chiesa non é di qualcuno, ma nostra, perché Cristo è morto per tutti e non per qualcuno. Durante i pasti era bello vedere le persone presenti all’'Assemblea discutere sugli argomenti emersi, segno di una effettiva valorizzazione di tutti, perché lopinione di tutti è presa in considerazione.

Ciò che fa riflettere, soprattutto ad un prete come me che è stato formato in Italia, è il modo democratico di procedere, il modo del Vescovo di essere pastore, di condurre un
Assemblea. Quando si parla di democrazia nella Chiesa molta gente storce il naso. Abituati a vedere e vivere la Chiesa come unistituzione gerarchica, dove qualcuno decide e gli altri obbediscono, si pensa che sia questo il modo di viverla. Leggendo il Vangelo in questi anni di missione assieme alle comunità delle campagne e ai poveri dei quartieri delle periferie delle città in cui sono stato parroco, mi sono accorto che non è così. Gesù aveva un modo molto democratico di procedere. Ciò è ben visibile nelle parabole che raccontava, dove faceva di tutto per coinvolgere gli interlocutori. Lo stile democratico di Gesù è visibile nel dialogo con i suoi discepoli, continuamente coinvolti nell’'annuncio del Regno di Dio. Lo stile comunitario di Gesù era chiarissimo nel modo di vivere, atteggiarsi, parlare. La sua comunità non era fatta solamente di uomini, ma anche di donne. Lo ricorda il Vangelo di Luca (8,1-3). Qui da noi la maggior parte dei liders di comunità sono donne e, mi viene da dire: che donne! Oltre ad amministrare, spesso e volentieri da sole,  la casa piena di figli, queste donne guidano la celebrazione domenicale nella comunità. È logico, allora, che esigano e trovino spazio per esprimersi nella Chiesa che servono con tanto amore.
 
Nell'Assemblea diocesana di Ruy Barbosa le sedie sono disposte in circolo, in questo modo diviene evidente che nessuno partecipante arriva all’'Assemblea solamente per ascoltare, ma per intervenire attivamente e anche che nessuno arriva all’'Assemblea solamente per parlare ed esigere di essere ascoltato. Durante lAssemblea le linee della diocesi sono discusse assieme e le priorità sono messe a votazione. In nessun momento dellAssemblea il Vescovo ha imposto la sua opinione, ma é intervenuto in diverse circostanze a motivare e spiegare il senso degli emendamenti proposti.  Nelle varie votazioni realizzate, Dom André de Witte  è questo il nome del vescovo di Ruy Barbosa ha sempre accettato lesito delle votazioni, anche quando il risultato era contrario a quello che lui votava. Qualcuno potrebbe obiettare che nella Chiesa spetta al Vescovo indicare il cammino. Anch'io la pensavo così quando sono arrivato in Brasile. In questi anni di missione il Signore mi ha mostrato un modo differente di essere Chiesa, un modo diverso più evangelico? di condurre il gregge. Interessante sono stati i momenti di dibattito per discutere sulle varie proposte emerse nei lavori di gruppo. Molti prendevano la parola - laici, preti, suore, vescovo - per difendere e sostenere la propria opinione.
 
Anche il coordinatore della pastorale diocesano per i prossimi quattro anni é stato scelto dallAssemblea e non direttamente dal Vescovo come succede normalmente. Candidati erano tutti coloro che erano presenti: ciò significa che anche una suora o un laico o una laica potevano essere eletti. Alcuni anni fa era stata eletta una suora, Teresina, come coordinatrice della pastorale diocesana. Le votazioni si sono svolte con scrutino segreto in due momenti. È stato eletto padre Luis Miguel, un sacerdote spagnolo di 37 anni, già coordinatore della pastorale diocesana negli ultimi quattro anni. La rielezione avvenuta con la stragrande maggioranza dei voti, é dovuta al suo lavoro, molto apprezzato in diocesi. Anche l elezione del coordinatore della pastorale diocesana si è svolto in un clima democratico, senza imposizioni o forzature, nel rispetto di tutti i presenti. È partecipando a momenti come questi che mi sembra di capire il significato delle idee emerse nel Concilio Vaticano II, della Chiesa como Popolo di Dio o come comunione. Interessante è che, nel nostro cammino ecclesiale, le cariche non sono eterne. Siccome si tratta di servire la Chiesa, i criteri richiesti non sono speciali titoli, ma soprattutto amore e fede. Per questo motivo, periodicamente gli incarichi diocesani vengono rinnovati per permettere ad altri di mettersi a servizio della Chiesa.
 
Quando partecipo di assemblee in cui la discussione e i momenti di votazione sono democratici, dove nessuno impone la propria opinione, ma si cerca di arrivare ad un consenso comune, lasciando lo spazio per esprimere il proprio parere a coloro che lo desiderano, mi sembra di vivere nella Chiesa voluta da Gesù. Spesso e volentieri partecipando di incontri ecclesiali in Italia esco con la sensazione che gli assunti della chiesa sono cose per specialisti, per gente che ha studiato,mentre le persone comuni, non solo non sono invitate, ma debbono solo eseguire e obbedire. Al contrario, dopo lAssemblea diocesana a Ruy Barbosa, dove chiunque poteva intervenire liberamente e, soprattutto dove lopinione di tutti veniva ascoltata, son tornato a casa con la sensazione di aver partecipato ad un momento ecclesiale, in cui tutti sono protagonisti e responsabili. Mi è sembrato di capire che la diversità di ministero nella Chiesa non è nell'ordine dellimportanza, di una speciale qualità che il sacramento dellordine dovrebbe imprimere, ma nella disponibilità a servire sempre di più, a mettersi sempre più in basso e non in alto. Mentre partecipavo all’'assemblea diocesana di Ruy Barbosa mi venivano in mente le parole del Vangelo di Giovanni 13, della famosa scena della lavanda dei piedi. Gesù si è messo a lavare i piedi dei discepoli dopo che il testo del Vangelo ricordava che Gesù sapeva che il Padre aveva messo tutto nelle sue mani. Con il potere che il Padre mise nelle sue mani, Gesù si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli.

C´é un modo umano dintendere il potere e un modo evangelico, che dovrebbe essere visibile nella Chiesa, corpo di Cristo. Il potere del Padre presente nella Chiesa di Cristo dovrebbe essere visibile non nei segni del potere mondano vestiti, palazzi, distanza tra i membri -, ma nel modo di porsi a servizio gli uni degli altri. Questo modo, questo stile semplice e significativo era ben visibile durante lAsseblea diocesana di Ruy Barbosa. Nessuno era vestito con i simboli di un presuppposto potere mondano e nessuno si atteggiava come se fosse diverso dagli altri, esigendo attenzioni e privilegi particolari. Durante lAssemblea in nessun momento il vescovo, o il vicario generale né tanto meno il coordinatore diocesano di pastorale, hanno preteso una visibilità speciale. Al contrario, ho visto Don André, nei momenti di intervallo, dialogare con pazienza con coloro che durante lAssemblea si mostravano intransigenti in una particolare posizione. Ho visto il mio vescovo a servizio della Verità non con i segni del potere mondano vestiti, atteggiamenti, posizione, - ma con il marchio invisibile del servo obbediente, che si fa carico delle sofferenze degli altri e le porte senza nessuna recriminazione, così come Gesù ha fatto con noi.
 
Quando penso che sono stato inviato in missione per uno scambio di chiese, credo che ciò che il Signore mi chiede di restituire é questo stile di Chiesa. Quando tornerò in Italia e tutto indica che sarà nel breve periodo desidero mettermi a disposizione per lavorare nell’'edificazione di una Chiesa più umana, più egualitaria e democratica. Assim seja!