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sabato 20 aprile 2024

A MANAUS I POPOLI INDIGENI SI RIUNISCONO PER RIVENDICARE I LORO DIRITTI

 



Una grande mobilitazione di popoli indigeni e della società civile ha riunito venerdì 19 aprile, entità e organizzazioni, nel centro di Manaus. L'atto unificato avviene nella Giornata nazionale dei popoli indigeni. Con il tema “Il nostro punto di riferimento è ancestrale: siamo sempre stati qui”, l’evento ha riunito membri e leader di varie etnie in Amazzonia.

Tra le richieste dell'atto c'è stato il ripudio della licenza concessa dall'Istituto di Protezione Ambientale dell'Amazzonia – IPAAM, per l'esplorazione del Potassio, nel comune di Autazes, nell'interno dell'Amazzonia, come sottolineato dalla studentessa indigena Izabel Munduruku. La mobilitazione ha affrontato anche questioni come la delimitazione delle terre indigene, la salute dei popoli tradizionali e la conservazione della foresta amazzonica, come ha sottolineato Joehdi Sateré, membro dell’Articolazione delle Organizzazioni e dei Popoli Indigeni dell’Amazzonia – Apiam. Studenti e insegnanti indigeni hanno discusso i punti che considerano importanti nella creazione dell'Università indigena da parte del governo federale. L’atto è stato coordinato dall’Articolazione delle Organizzazioni e dei Popoli Indigeni dell’Amazzonia – Apiam e dal Coordinamento dei Popoli Indigeni di Manaus e Dintorni – Copime.



I vari interventi avvenuti durante l’evento hanno provocato una riflessione sul tema dell’emergenza climatica, “perché la terra è malata”. Non sorprende che durante la Settimana e il Mese dei Popoli Indigeni siamo sollecitati a guarire la terra. Questa malattia ha le sue radici nel nostro modello di società, come spesso ci ricorda Papa Francesco. La ricerca del profitto ci porta allo sfruttamento economico della terra e delle sue risorse, sprezzando i limiti della natura. Questa logica occidentale, che concepisce la natura come una fonte inesauribile di risorse, va contro la saggezza ancestrale dei popoli indigeni. Lo sfruttamento sfrenato, che sta ammalando le nostre acque, l’aria e le foreste, provoca impatti ambientali che colpiscono l’intera società. La saggezza e la territorialità di queste persone ci avvisano di un’emergenza climatica, già sentita da tutti (pioggia eccessiva, totale mancanza di pioggia). È un dato di fatto che dobbiamo guarire la terra. In questo senso comprendiamo l’immediata necessità di ripensare collettivamente la logica sociale della produzione e del consumo. Ma è possibile curare la terra senza ricorrere ai saperi ancestrali dei popoli indigeni?

Durante la marcia molti leaders di popoli indigeni hanno preso la parola riflettendo su questi temi così importanti.



Marcivana Sateré-Mawé, coordinatrice generale del Coordinamento dei Popoli Indigeni di Manaus e Dintorni (Copime), ha dichiarato che il 19 è una data per la resistenza.

"Il nostro atto è in difesa dell'Amazzonia contro tutti i mega progetti di esplorazione che mettono a rischio i nostri territori. Abbiamo diverse persone che gridano in difesa della madre terra, per le nostre vite e anche per il futuro delle nostre generazioni. Vogliamo il riconoscimento, il rispetto e, soprattutto, che i nostri diritti garantiti dalla Costituzione federale siano rispettati", ha affermato Marcivana che, quando parla di difesa dei territori, considera anche i rischi a cui va incontro l’intero pianeta, dovuti principalmente ai cambiamenti climatici.

Marcivana ha continuato la sua riflessione affermando che: "Per la società di Manaus non dovrebbe essere una lotta solo per le popolazioni indigene. Quando si parla di difesa dei territori, della vita, del pianeta e dell'ambiente. Ciò che sta accadendo non mette a rischio solo la vita delle popolazioni indigene, ma vita dell’intero pianeta A Manaus, e in tutta l’Amazzonia, siamo i primi a sentire gli effetti di questi cambiamenti climatici, spesso causati da progetti di morte”.



Maisangela Sateré-Mawé, rappresentante del Consiglio generale della tribù Sateré-Mawé e vicecoordinatrice della rete giovanile, ha affermato che i giovani dell'etnia vogliono che venga rispettata la loro identità.

"Ci sono molte violazioni dei diritti riguardanti la nostra lingua materna, la cultura, i dipinti e gli ornamenti. Che il rispetto rimanga e ci rispettino come siamo: popoli originari".

Nira Mura, leader del quartiere di Tarumã, ha manifestato la lotta per il riconoscimento delle proprie terre.

"Non abbiamo più diritti sulle nostre terre. I bianchi vengono e si prendono tutto e noi non abbiamo il diritto di rimuovere un bastone se vogliamo. Perché non abbiamo più diritti? Il governo non vuole andarsene piantando e raccogliendo. Volevo che il governo guardasse al nostro popolo. Soffriamo molto con i bambini vittime di bullismo nelle scuole".



Claudineia Tariane, membro del gruppo Indigenous Teacher Training (FPI) della Bassa Amazzonia, era presente all'evento dedicato all'estrazione mineraria nelle terre indigene.

"Dire no all'estrazione mineraria e anche lottare per i nostri diritti territoriali. Nell'istruzione è una sfida. Siamo la Uram (Università Federale dell'Amazzonia) nel corso di laurea indigeno, ma è arrivato con molta lotta collettiva da parte dei popoli indigeni. Manca ancora un maggiore accesso e l'interculturalità è alla nostra portata".

 

 

giovedì 10 dicembre 2020

La dignità umana e il problema del fondamento dei diritti umani. Alcune prospettive del dibattito attuale

 



 

Paolo Cugini

 Il concetto di dignità umana è divenuto particolarmente significativo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, come frutto della riflessione sui tragici eventi che l’hanno caratterizzata. Da quel momento, il termine dignità umana appare non solo nei documenti internazionali come la dichiarazione universale dei diritti umani adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi, ma anche in molte costituzioni nazionali, come quella italiana, e regionali. Certamente, sia in campo filosofico che giuridico il tema era già presente e dibattuto prima di questi tragici eventi, ma si è particolarmente acceso proprio a partire dalla necessità di chiarire i limiti e, allo stesso tempo i valori fondamentali, che potevano essere indicati come vincolanti l’agire umano. Tale riflessione, è divenuta ancora più urgente negli ultimi decenni su alcuni temi di bioetica come l’eutanasia, il fine-vita, l’aborto, tra gli altri. Il problema che viene sollevato è il seguente: quando parliamo di dignità dell’uomo, che cosa intendiamo? Nelle ricerche analizzate emergono, in linea generale, due correnti di pensiero: la teoria ontologica o della dotazione e la teoria utilitaristica o della prestazione.

La teoria ontologica fonda la dignità dell’uomo su Dio, per cui essendo l’uomo ad immagine di Dio, ogni aspetto della vita umana è sacro. La positività di questa teoria consiste nel proporsi come baluardo per ogni momento della vita umana, anche e soprattutto, in quei momenti in cui la persona è più debole come la nascita, la malattia e la prossimità della morte. Questa teoria si è sviluppata in occidente soprattutto grazie al cristianesimo, che trova nella Sacra Scrittura i fondamenti delle proprie posizioni. L’uomo ha una dignità che le è stata conferita da Dio, poiché lo ha creato a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26). La riflessione Patristica dei primi secoli della Chiesa e, soprattutto, la teologia Scolastica di Tommaso, hanno fornito una struttura metafisica a tale posizione. L’uomo ha una dignità che non solo gli è conferita da Dio, ma che è inscritta nella natura umana è, quindi, un “possesso originario”, ereditato dalla nascita e, di conseguenza, un dato oggettivo indiscutibile. Questa impostazione ontologica apre il cammino ai così detti valori non negoziabili, nel senso che non sono oggetto di discussione, perché protetti dalla sacralità della vita che viene da Dio e che trova un fondamento metafisico nella legge naturale. Il discorso sui diritti dell’uomo, in questa prospettiva ontologica, ha una valenza universale, perché non dipendono dall’agire umano, o da valori soggettivi e, proprio per questo, devono essere difesi universalmente. Questo modo di fondare il discorso della dignità umana, nel contesto secolarizzato in cui viviamo, incontra molti detrattori che, pur riconoscendone alcuni elementi fondamentali, come il valore della vita, non accettano una argomentazione di tipo religioso o metafisico, perché esclude un dibattito razionale che possa attualizzare e contestualizzare il discorso. In ogni modo, la prospettiva ontologica offre non pochi vantaggi sul piano della vita quotidiana. Infatti, come osserva Francesco Viola:

“vantaggio pratico della via ontologica, e della teoria della dotazione che è ad essa collegata, è quello della totale non discriminazione fra gli esseri appartenenti alla specie umana. La via ontologica non tollera alcuna discriminazione derivante dalla razza, dal genere, dallo stato di salute, dal grado di capacità in atto possedute, dallo sviluppo intellettuale e morale. Tutti coloro che appartengono alla specie umana hanno ipso facto quello status normativo particolare che viene solitamente designato come dignità”.



Al polo opposto, si pone la prospettiva utilitaristica che fa dipendere la dignità umana dal risultato dell’agire umano, “una conquista della soggettività umana che si costruisce una propria identità”. Merito, potere, virtù o censo possono essere elementi che determinano un grado di qualità di una persona rispetto alle altre. Nella teoria utilitaristica la tutela della dignità dell’uomo “è essenzialmente imperniata sul rispetto della sua volontà e, pertanto, può essere posa in essere solo quando l’individuo gode di piena autonomia”. In tale concezione, diventa fondamentale il principio di autodeterminazione, per il quale è necessario assicurare al soggetto il massimo grado di libertà e decisionalità sulle questioni che lo riguardano. C’è un’assolutizzazione della libertà di scelta soggettiva, che apre questioni delicate sul piano morale, lasciando scoperte di protezione proprio quelle situazioni umane più necessitanti di sicurezza da parte dello Stato o di organi competenti. Se, infatti, è degna la persona che per una serie di circostanze riesce a “meritarsi” una qualità della vita degna, che dire di tutto coloro che, per condizioni sociali o fisiche, partono svantaggiati non potendo, quindi, provvedere alla crescita qualitativa della propria esistenza? L’impostazione utilitaristica è alla base della cultura che considera le persone non tutte degne degli stessi diritti; è alla base della società divisa in classi che dichiara qualcuno più degno dell’altro, a partire non da qualità innate, ma da una posizione accidentale dovuta dal fatto di essere nato in una casa piuttosto che in un’altra. Sfogliando le pagine della storia occidentale e anche le pagine dei libri sacri, troviamo le impronte di queste civiltà che hanno giustificato la schiavitù, la superiorità di rango, la giustificazione di privilegi e di punizioni. Secondo Carminiani: “corollari di questa tesi sono: è più degno chi vive meglio, chi è in condizioni di poter perseguire il massimo grado di soddisfazione personale; in definitiva chi nella vita gode di più”. La giustificazione sul porre fine alla vita quando questa si trova in condizioni considerate indegne, trova il suo appoggio teorico nella prospettiva utilitaristica.



La domanda che, a questo punto del discorso, viene spontanea è la seguente: quando nei documenti del diritto internazionale o nazionale incontriamo l’affermazione della dignità umana, a che cosa si riferisce e che cosa s’intende? Quando c’imbattiamo in queste affermazioni generali entrano in gioco le nostre precomprensioni teoriche più o meno esplicitate, ma non sappiamo quali sono le intenzioni del redattore dei testi. Senza dubbio, c’è alla base il desiderio e la volontà di offrire strumenti giuridici in grado di garantire la massima protezione possibile alla vita umana in tutte le sue fasi e a tutte le latitudini. Nella conclusione proverò ad abbozzare una mia riflessione sul tipo di fondazione che oggi il diritto internazionale cerca per avvalorare le proprie posizioni.

Ripercorrere, se pur velocemente e con notevoli dimenticanze e lacune, alcune delle riflessioni che hanno segnato il pensiero occidentale sul tema della dignità della persona umana, permette di comprendere la profondità e la ricchezza culturale che ha segnato la nostra civiltà. C’è stato un lungo cammino in cui la filosofia e la teologia hanno dialogato, offrendo contenuti che per molti secoli si sono intrecciati per poi, ad un certo punto, intraprendere ognuno il proprio cammino. Questa separazione, seppur necessaria, ha lasciato a mio avviso qualche traccia negativa all’interno della cultura occidentale, perché, segnando negativamente la religione e la sua istituzione, spesso e volentieri non ha permesso l’obiettività di riconoscere i contenuti positivi e, per certi aspetti universali, di cui ancora oggi l’umanità necessita.

Il rifiuto di ogni fondazione metafisica da una parte e l’ambiguità dell’approccio utilitaristico dall’altra, obbligano a cercare quella che possiamo definire una terza via, per formulare criteri il più possibile condivisi, che aiutino le persone a prendere decisioni che sappiano salvaguardare la dignità della persona umana in tutti i momenti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, è possibile attivare il principio di responsabilità, così come indicato da Hans Jonas, solamente all’interno di un processo che sappia ascoltare e valutare le opinioni provenienti dalle diverse matrici culturali di un luogo. È la proposta elaborata da Jurgen Habermas nella sua teoria dell’agire comunicativosecondo il quale, per raggiungere il massimo possibile di obiettività, occorre che il linguaggio dei partecipanti del dibattito sia intellegibile per tutti. Per questo motivo, non è possibile argomentare facendo riferimento a codici religiosi o filosofici o di altra natura, conosciuti solamente da colui che prende la parola. Inoltre, la discussione non dev’essere viziata dal tentativo subdolo di voler a tutti i costi convincere e persuadere l’interlocutore su quello che si vuole affermare e, per questo, il dibattito deve avvenire sul piano della chiarezza e dell’autenticità. Questi criteri, secondo Habermas, sono il minimo che si possa richiedere in qualsiasi dibattito che ricerchi la verità su qualche aspetto della vita sociale, che cerchi risposte a problemi concreti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, viene superata la questione della formulazione di diritti universali della persona umana, perché ciò che importa è la ricerca di una decisione che interessa la comunità locale.





Una simile impostazione, anche se partendo da un punto di riferimento diverso, è quella di Gianni Vattimo. Venendo meno le narrazioni metafisiche per quel processo di dissoluzione dell’essere che la storia della metafisica porta con sé, non rimane altro che interpretare gli eventi per come appaiono sul piano della storia. L’ermeneutica diviene, allora, lo stile di coloro che, abbandonando la presupposta presunzione di chi crede di trovare verità assiomatiche in un percorso storico dominato dalla contingenza, diviene capace di accompagnare il manifestarsi della realtà per offrirne un’interpretazione. Chi è in grado, a detta di Vattimo, d’interpretare un evento dichiarando buono per il bene comune, è la comunità che lo valuta a partire da alcuni criteri condivisi come la vita e l’amore.

Habermas e Vattimo sono solamente alcune delle proposte emerse in questi ultimi decenni di crisi della metafisica classica e affermazione di una cultura che fa fatica a pensare oltre la soglia di casa. Forse possono apparire posizioni deboli, inconcludenti. A mio avviso, però, mostrano lo sforzo di pensare cammini nuovi in grado di offrire alcuni principi, capaci soprattutto di coinvolgere le comunità, vale a dire i diretti interessati dei problemi affrontati. Forse è questo aspetto, una delle maggiori lacune del pensiero forte, così forte da elaborare teorie che spesso e volentieri nella storia hanno scartato i più deboli.

 

venerdì 29 maggio 2020

DIRITTI DELL’UOMO E LEGGE NATURALE






prof. Francesco Zannini 

Venerdì 29 maggio 2020


Sintesi: Paolo Cugini

Capacità di ragionare, corporeità, struttura della persona umana: dati universali. È facile dedurre la base di alcuni diritti: il rispetto dell’altro, del pensiero dell’altro, il non uccidere, ecc. Tuttavia, se passiamo dall’astratto dei diritti dell’uomo a concretizzare questi diritti, le cose si complicano, perché arriviamo a questa dichiarazione dei diritti dell’uomo dopo una guerra che insanguinato il mondo e ci ha posto di fronte a dati di riflessione. Ci arriviamo riconoscendo questi diritti in maniera convenzionale, nel senso che i rappresentanti delle comunità politiche del mondo si sono accordate nel riconoscere in questa carta una carta universale.
C’è un problema: se riconosciamo alcuni elementi più astratti della natura dell’uomo, coniugare questi elementi in una serie dei diritti particolari che comportano doveri per lo Stato, ci troviamo di fronte alla diversità di lettura della natura stessa dell’uomo.
Omosessualità: non sono d’accordo tutti. Su quali elementi affermiamo la validità?
La legge naturale è la base per l’universalità dei diritti umani.

Il concetto di legge naturale della tradizione classica fa riferimento per la filosofia alla famosa tragedia di Sofocle (400 a.C.). I figli di Edipo vengono condannati dalle autorità e il Re Creonte li proclama colpevoli e ribelli per cui uno dei due, Policene, è condannato a non essere sepolto e ad essere bruciato. Antigone interviene e si oppone a Creonte con un lungo discorso e dice: esiste al di sopra degli dei una legge non scritta e immutabile per cui Policene dovrebbe essere seppellito. I filosofi riflettono sul valore delle leggi. Sono le leggi originate da una convenzione e possono variare da comunità a comunità, oppure prima ancora di questa convenzione sociale e alla base delle leggi che vengono espresse queste leggi sono basate sulla natura stessa e di conseguenza dovrebbero essere universali? Le leggi positive non avrebbero una forza universale, mentre quelle che sono basate sulla natura stessa dell’uomo, dovrebbero essere valide e coercitive per tutti. Qual è la base di ciò? In Platone e Aristotele queste leggi corrispondono agli assiomi fondamentali basati sulle intuizioni, che sono alla base del ragionamento aristotelico. Sono gli elementi immutabili, principi primi. Per Aristotele questa suprema norma corrisponde alla realizzazione della forma essenziale della natura e questa morale diventa naturale e immutabile. Allo stesso tempo si dice che queste non sono separate dalla positiva, ma s’incarnano in quella positiva nella quale si aggiungono degli elementi.



De Repubblica di Cicerone: vi è una legge vera conforme alla natura. Tutti i popoli saranno retti da quest’unica legge.

Di questa legge ed unico comune maestro sarà Dio ed è Lui l’interprete e il legislatore. Qui si complica la cosa. In un mondo in cui c’è chi nega Dio, quest’affermazione di Cicerone crea problemi. Se togliamo di mezzo Dio, cosa ci rimane? La legge naturale è basata sulla realtà religiosa. I filosofi greci, invece, cercavano altrove il fondamento della natura umana.

San Tommaso: la legge naturale presuma che ogni essere umano possa diventare eticamente retto. Tra le cose c’è un ordine. La prima cosa che si presenta alla coscienza è l’ente. Il primo principio è il bene, perché è ciò che gli esseri desiderano. Il bene è un’affermazione astratta. Il bene è da cercarsi il male da evitare. Mentre la cultura occidentale di base aristotelica è fondata sula distinzione tra bene e male, esistono altre culture in cui il bene e il male sono due valori contrapposti. La ragione umana riconosce il bene nella realtà storica. La legge naturale segue la natura dell’uomo. La natura umana è unica nel tutto. Vi è un unico precetto della legge naturale per l’unità del tutto. Esiste una sola natura umana, una sola entità su cui è basato il concetto di bene, da questo poi derivano le norme religiose e civili. Queste norme stanno a salvaguardia della rettitudine delle leggi. Quando si parla di Legge Naturale si fa riferimento al Dio creatore, Unico che crea un’unica natura umana. Entriamo quindi, nel campo religioso.  La legge naturale non appartiene al sentimento, al desiderio pratico dell’uomo. Problema: come si fa a conoscere questo bene? Appare un altro elemento, che è la coscienza.



Sant’Alfonso Maria de Liguori si rifà a san Tommaso: la coscienza deve conformarsi alla legge divina. L’atto umano è virtuoso in base al conosciuto al quale la volontà tende di per sé. Io posso affermare come diritto universale che la persona umana dev’essere rispettabile e quindi uccidere va contro la natura dell’uomo. Ma se l’uomo non percepisce di fatto l’importanza o il valore di questo principio, diritto fondamentale, non è imputabile se uccide, perché la sua volontà basata sulla coscienza che si basa sul contenuto della sua scienza, il fatto di uccidere per lui non essendo un male gli dà in qualche modo questo diritto. La pena di morte è dibattuta.

Libertà di religione: ci sono degli increduli che non hanno mai abbracciato la fede. Questi non si devono costringere a credere in nessuna maniera, perché credere è un atto volontario. San Tommaso cerca di spiegare perché si possano fare delle guerre. La guerra non deve mirare alla conversione. Coloro che credono in Cristo fanno guerra agli infedeli non per costringerli a credere, ma per difendere la fede. San Tommaso è il difensore della libertà di coscienza.

La legge naturale viene ripresa nei secoli. XVI Francesco da Vittoria difende i diritti degli indios. Fenomeno della secolarizzazione: la Legge Naturale diventa la Legge che viene prodotta dalla ragione. Si entra nel razionalismo. I filosofi riflettono su questo problema e vedono un ritorno alla natura come un ritorno al razionale, a ciò che è prima della religione. I razionalisti moderni mettono in crisi il concetto di ragione naturale, come un credo essenzialista di un uomo astorico e immutabile. Nel concetto di Legge Naturale rientra una visione salvifica dell’uomo legata alla religione. Possibilità di dedurre a priori partendo dalla definizione dell’essenza dell’uomo: questo oggi è criticato.

Legge prefatta entra in crisi. Si comincia a considerare il concetto di Legge Naturale come astratto, che non tiene presente la complessità degli elementi empirici.
Tutto questo fa si che ad un certo punto, malgrado ci siano dichiarazione universali firmate da tutti gli stati, resta presente il dissenso da parte di alcuni. Anche Amnesty International non è d’accordo sul tema della Legge Naturale. È un grosso problema.