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mercoledì 18 marzo 2026

Il primo guadagno: il recupero della dimensione storica

 




Paolo Cugini

 

 

Uno dei principali contributi delle teologie marginali alla teologia sistematica tradizionale è il ritorno al Dio dell'Esodo e al Gesù storico. La teologia accademica aveva talvolta ridotto Dio a un concetto filosofico: l’Essere Supremo, l’Onnipotente. Jon Sobrino chiarisce come questo sguardo dal basso recuperi l'essenza del divino: "Il margine non è solo un luogo sociale, ma un luogo teologico. È lì che Dio si rivela come colui che prende parte alla storia. Senza i poveri, la teologia rischia di diventare un'ideologia su Dio, piuttosto che un incontro". Il guadagno sta nel fatto che la teologia tradizionale riscopre la propria natura profetica e meno statica, comprendendo che la rivelazione non è solo un deposito di verità passate, ma un evento vivo che accade nel grido degli oppressi.

Recuperare la dimensione storica significa spostare l'accento dal chi è Dio al cosa fa Dio. Nel margine, Dio non è un'entità che osserva il mondo, ma un soggetto che interviene, come nel caso dell’Esodo. Questo trasforma la teologia da una serie di definizioni a una narrazione di liberazione. Il recupero del Gesù storico serve a spogliare il Cristo da certe incrostazioni dogmatiche che lo hanno reso distante. Sottolineare che Gesù è morto come un emarginato politico, restituisce alla sistematica la consapevolezza che la salvezza passa attraverso la carne e il conflitto sociale, non solo attraverso astrazioni spirituali. Sobrino suggerisce che il margine non è solo un oggetto di studio, ma una prospettiva gnoseologica. Guardare la rivelazione dal basso corregge le distorsioni del potere. Se la teologia accademica rischia di giustificare lo status quo, diventando una ideologia, la teologia del margine la costringe a tornare discontinua e scomoda, recuperando la funzione critica della profezia. Questo significa che la teologia sistematica deve rimanere aperta: non può mai dirsi conclusa finché esiste un grido di oppressione che interpella la comprensione del Mistero.

mercoledì 13 aprile 2022

Una liturgia con i tratti dell’umanità di Gesù

 




Paolo Cugini


Possiamo comprendere il senso della liturgia nella vita della comunità cristiana solamente ritornando alle origini e, in modo speciale, guardando a Gesù, ai Vangeli. C’è un tratto che colpisce nel modo di Gesù di relazionarsi con il mondo, con le persone: la sua umanità. È questo aspetto dell’umanità di Gesù che dovrebbe modellare la celebrazione liturgica.

C’è un cammino di umanizzazione che la vita cristiana deve compiere. Gaudium et Spes ci ricorda che: “chiunque segue Cristo, diventa anche lui più uomo” (GS 4). È nella qualità umana dei singoli credenti e delle comunità cristiane che si manifesta la credibilità del messaggio cristiano. È la qualità umana del vivere che fa la differenza. L’umanesimo evangelico nella sua profonda complicità con l’umano autentico, rappresenta il presente e soprattutto il futuro del cristianesimo. Ciò che c’è da vedere di Dio lo abbiamo visto in Gesù. Qui sta ogni possibile discorso sul senso umano della liturgia. La ricerca di una liturgia più umana non è semplicemente richiamare la dimensione etica della liturgia, né l’ennesima strategia pastorale, ma è di ordine teologico e, pertanto, essenziale se vuole essere liturgia cristiana e non un mero rito religioso come tanti. La nostra liturgia è cristiana se è conforme all’umanità di Gesù.

Se il mistero di Dio si è rivelato attraverso l’umanità di Gesù, allo stesso modo la liturgia dev’essere fedele al modo di questa rivelazione. Anche la celebrazione della rivelazione di Dio deve avere la forma del Vangelo. Il modo di celebrare nella liturgia dev’essere conforme al modo in cui Dio si è rivelato in Gesù, nella sua umanità. La liturgia è rivelazione in atto. Proprio il documento conciliare Sacrosantum Concilium ci ricorda che “Attraverso la liturgia si attua l’opera della nostra redenzione” (SC 1). Sono queste idee che hanno guidato la riforma del Concilio Vaticano II, per riportare la liturgia alla sua origine, cioè al Vangelo. Gesù parlava la lingua del popolo, e non una lingua sacra. Gesù ha parlato e si faceva capire. Ha celebrato la prima volta l’eucarestia attorno ad una tavola. I primi discepoli nelle loro case spezzavano il pane. Un’umanità quella di Gesù caratterizzata da una convivialità costante. Gesù si sedeva a mensa con tutti. La cena è l’ultima di tante cene con i suoi discepoli. La centralità dell’altare delle nostre chiese, ricorda che la comunità cristiana è una comunità di tavola, perché Gesù l’ha voluta così.

Il riferimento di Gesù nell’ultima cena non è il contesto sacrificale, ma domestico, di comunità, una liturgia guidata dal padre di famiglia, in un contesto informale vicino alla vita. Gesù ha voluto per la sua comunità una tavola condivisa in un contesto familiare. Le forme rituali non si devono allontanare dalla vita. Per questo motivo non si comprendono gli atteggiamenti riverenziali e di distanza, tipici di un contesto sacrificale, ma totalmente estranei al contesto famigliare ed umano voluto da Gesù.  Se togliamo dalla liturgia ciò che c’è di autenticamente umano, togliamo allo stesso tempo ciò che c’è di autenticamente divino. Nella liturgia dobbiamo trovare la grammatica della vita. Ciò vale anche per la lingua della liturgia. Il Vaticano II ha dato la possibilità di accedere alle lingue parlate. Gesù parlava in aramaico, la lingua del suo tempo, grazie alla quale si faceva intendere. Gesù non ha parlato una lingua sacra, ma ha utilizzato espressioni della vita della gente. Gesù non viveva nelle sacrestie o nelle università e utilizzava il vocabolario della vita quotidiana, molto più che quello religioso. “Le folle erano stupite del suo insegnamento” (Mt 7,28). “Mai un uomo ha parlato così” (Gv 7,46).

L’annuncio del Vangelo oggi si realizza in larga parte sul crinale delle risposte credibili alla domanda: “credere mi aiuta a vivere”? Il rapporto tra liturgia e vita si presenta in modo nuovo rispetto all’epoca del Concilio. Oggi si declina chiedendo alla celebrazione di essere un luogo vitale, di rigenerare la vita dei singoli credenti. La liturgia come luogo che genera e rigenera il credente alla vita, luogo sorgivo della vita della comunità, richiede una costante attenzione alla riproduzione nel contesto liturgico, dei tratti dell’umanità di Gesù. Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù con la sua gente è un’anticipazione del senso della liturgia. La liturgia, dunque, dovrebbe essere una continuazione dei vangeli in modo tale che, le persone che partecipano ai riti, si sentano avvolte dall’umanità di Gesù e lo riconoscono presente in essi. Nei vangeli incontriamo delle affermazioni che esprimono il desiderio della gente d’incontrare Gesù e che sono delle vere e proprie espressioni liturgiche: “Signore, aiutami!” (Mt 15,25); “Gesù abbi pietà di me!” (Mc 10,47);Signore, il mio servo è in casa che soffre” (Mt 8,6). Questa liturgia dei vangeli ci narra di un uomo Gesù, che ascolta le richieste vitali del popolo, che cammina con gli uomini e le donne del suo tempo, si lascia toccare, si ferma ad ascoltare, accarezza, rie, piange: c’è tanta umanità nei suoi gesti. Per questo, d’ora innanzi, dopo Gesù, il sacro non ha più bisogno di essere rivestito con i segni della potenza per indurre timore e riverenza, ma va spogliato, perché il Padre attraverso il Figlio ha deciso di mettere una tenda in mezzo a noi. È la semplicità dei gesti umani che dicono della grandezza dell’amore di Gesù, che incontriamo nella sua umanità. Gesù ha combattuto una battaglia è per la vita e l’ha combattuta sino alla sua stessa morte. Di fronte alla vastità del messaggio cristiano, all’iperattivismo della vita parrocchiale, alla complessità dei nostri riti, della loro ridondanza barocca, impressiona la semplicità della liturgia dei vangeli. Ritornare ai gesti semplici dell’umanità di Gesù è il compito attuale della liturgia nella Chiesa, compito indicato proprio dal Concilio Vaticano II.

Il teologo tedesco Christoph Theobald diceva che: “vita e fede sono intimante legate”. Non si può trasmettere la fede senza trasmettere la fede nella vita. La celebrazione dei sacramenti della fede è luogo di contatto della vita di Cristo con la vita dell’uomo e della donna oggi. Nei passaggi decisivi della vita unici e definitivi dell’esistenza, là dove la vita è più vita, i sacramenti della Chiesa vi proiettano la luce del Vangelo. Scopo dei sacramenti dovrebbe essere quello di significare la vita con la luce del mistero pasquale, per sottrarli alla logica del caso e del destino. Nei sacramenti si rivela tutta l’umanità della liturgia. La pastorale dei sacramenti è l’odierna Galilea delle genti. Dentro alla domanda di sacramenti c’è un senso profondo della vita che va riconosciuto e onorato, c’è una forma germinale di quella fede naturale che ogni essere umano ha della vita. È fede in Dio autore della vita.

Solo una liturgia umana sa celebrare la vita umana, sul solco tracciato da Gesù. La sofferenza è il luogo massimo dell’umanità. Il criterio della verità della liturgia è quella di farsi carico delle sofferenze: abbandono, esclusione, solitudine. Compito di una liturgia umana è quella di contribuire ad umanizzare. Comunione, carità, accoglienza: la liturgia è risorsa di umanità. Come verso Gesù andavano tutti coloro che si sentivano esclusi dalla società, così oggi alla liturgia della comunità dovrebbero trovare accoglienza tutti coloro che nel mondo si sento esclusi, emarginati, derisi, discriminati. È nel segno dei chiodi che è visibile l’amore di colui che il Padre ha risuscitato. Allo stesso modo, è in una comunità che mette al centro delle sue liturgie i poveri, i crocefissi della storia, che il modo può riconoscere la luce del risorto. Nella preghiera Eucaristica V leggiamo: “donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli”. La celebrazione eucaristica è il luogo della fraternità. L’Eucarestia è il più alto magistero di umanità. Non possiamo ricevere in modo innocente il pane di vita, senza condividere il pane per la vita con chi è nel bisogno. La nostra fede eucaristica ci chiama a vivere un’etica eucaristica, che ci porta vivere un’umanità è più profonda nei confronti dei bisognosi. È il Cristo che nella liturgia ci viene incontro con i poveri, i migranti, gli esclusi. L’eucaristia è una protesta contro l’ineguaglianza. L’eucarestia contiene un’utopia. Non è possibile essere umani quando si celebra ed essere disumani quando si esce dalla Chiesa. 

 

martedì 14 dicembre 2021

FINISCE LA CRISTIANITA’ E RIAPPARE LA GIOIA DEL VANGELO

 





Paolo Cugini

       C’è una sensazione di vuoto spirituale che si percepisce nella vita delle comunità cristiane. Si fa fatica a cambiare di paradigma. Si fa fatica a vivere la fede non solo in un clima di minoranza, ma anche si fa fatica a pensarsi in modo diverso. Veniamo da secoli e secoli in cui tutti erano cristiani e il cristianesimo era la forma della società. Le messe, i sacramenti, i rituali, le feste liturgiche hanno plasmato la struttura sociale dell’occidente. Ora che tutto questo mondo è crollato, nessuno si sente più obbligato ai rituali cristiani.

Nell’epoca della cristianità non partecipare alla vita religiosa significava la dannazione eterna, l’inferno nel futuro. Ora che l’involucro sacrale non c’è più, son svanite tutte le paure. Che cosa ci rimane? La fine della cristianità coincide con la fine della religione come forma sacrale, che plasma la società. La cristianità ha veicolato un messaggio che faceva coincidere l’apparenza sociale con l’appartenenza alla religione, alla chiesa. Il problema adesso è vivere la fede promossa dal Vangelo senza la pretesa che alla società interessi. È questa una fase delicata perché, nonostante l’epoca della cristianità sia terminata, rimangono ancora presenti nella società tutta una serie di rituali e di elementi sacrali, che hanno identificato per secoli l’appartenenza alla vita sociale e che sono rimasti all’interno del tessuto sociale, nonostante non se ne conosca e non si comprenda il significato. Molti genitori, nonostante non credano nel Vangelo e non frequentano una chiesa, si rivolgono alla chiesa per battezza i loro figli o per chiedere di partecipare al cammino per i sacramenti, provocando perdite di tempo, tensioni a non finire. Ci si rivolge alla chiesa come se fosse un negozio qualsiasi, in cui chiunque ha il diritto di comprare quello che vuole. È senza dubbio una fase di passaggio che, come tale, sarà destinata a sparire. Fase di passaggio che è portatrice di tensioni tra coloro che gestiscono la vita religiosa e che non sempre hanno la coscienza del passaggio che stiamo vivendo, e le persone che vivono la religione solamente come appartenenza sociale.

Poi verrà il tempo in cui potremo vivere la proposta di Gesù in piccoli gruppi, tra coloro che hanno accolto il messaggio del Vangelo e hanno fatto delle scelte a riguardo, senza dover rendere conto ad una società che, ormai, ignorerà ciò che è divenuto minoranza e non ha più la pretesa d’incidere sulla società, per lo meno dal di fuori. Saremo come il fermento nella massa – finalmente! -, liberi dalla tirannia dell’apparenza e della prestazione a tutti i costi. Ci troveremo nelle case, anche perché, nel frattempo, le chiese e le cattedrali saranno già state riconvertite in strutture di uso sociale e collettivo. Ed è nella dimensione familiare della casa che potremo riassaporare il gusto di una diversità di vita, di scelte, che solo il Vangelo sa offrire, liberi dall’affanno di dover dimostrare qualcosa. In quel tempo, ci saremo liberati delle cattedrali, delle pesanti strutture ecclesiali, delle processioni, delle statue, degli abiti liturgici, da tuti quegli orpelli frutto della rincorsa sfrenata che la chiesa ha fatto per secoli al potere, pagando un prezzo altissimo. Non vedremo più per le strade qui personaggi vestiti di nero, simbolo di una morte prematura, quando invece avrebbero dovuto indossare gli abiti colorati della gioia. Ci sarà pace nei nostri cuori credenti nel Vangelo, in Gesù Cristo e ci saremo finalmente liberati da quelle dottrine costruite apposta per contare qualcosa nel mondo.

 

martedì 16 marzo 2021

POLIEDRO


 


Paolo Cugini

 

Deriva dal greco: polis, molti e èdron, faccia, quindi molte facce. Si tratta, dunque, di un solido geometrico limitato da superfici piane poligonali. Ci sono, poi, i poliedri regolari, costituiti da facce uguali, e i poliedri irregolari. È una figura che esercita un certo fascino perché valorizza le specificità. E’, infatti, nella prospettiva dell’unità nella diversità. La valorizzazione delle parti, invece, non viene attuata dalla sfera che, per sua caratteristica specifica, annulla qualsiasi spigolo, perché nella sfera tutto dev’essere omogeneo. Poliedro e sfera indicano, dunque, delle modalità d’intendere la relazione tra singolo e comunità, o tra diverse comunità in relazione tra di loro.

Questa figura geometrica è spesso citata da Papa Francesco per indicare la sua visione di Chiesa, come un’unione di tutte le parzialità che nell’unità mantiene l’originalità delle singolarità.  È l’esatto contrario in ciò che avviene nella sfera in cui la superficie non presenta sbavature. Tutte le volte che la Chiesa s’impone sui fedeli senza nessuna possibilità di ascolto o di replica, manifesta la sua intenzione di livellare la relazione affinché appaia un’uniformità, che lascia tranquilli chi detiene il potere, ma genera tensioni e ribellioni in chi le subisce. San Paolo, in questa prospettiva, in più di una circostanza ha manifestato il desiderio di costituire comunità cristiane seguendo il modello del poliedro, vale a dire, cercando di raggiungere l’unità salvaguardando le diversità. San Paolo era convinto che proprio lo Spirito Santo è colui che suscita le diversità, manifestando alle persone che lo accolgono i carismi specifici che permettono alla comunità cristiana di esistere ad immagine del Cristo.

Sul piano sociale e politico poliedro e sfera indicano due modi d’intendere le relazioni all’interno di una comunità, una nazione. Mentre, infatti, nel modello della sfera il cittadino si annulla o, spesso e volentieri, è annullato da misure autoritarie e violente, nel modello del poliedro il cittadino conserva la sua peculiarità. Il modello del poliedro permette al cittadino d’interagire con la struttura socio politica mantenendo una propria autonomia. Si percepisce lo stile poliedrico di governare un paese nell’antica polis greca, una delle rare esperienze politiche in cui i governanti non solo agivano per il bene dei cittadini, ma li coinvolgevano nelle decisioni da prendere. Mentre il modello sferico annulla la parte, la singolarità a beneficio del tutto, il modello poliedrico la valorizza e crede che ogni singolo cittadino è chiamato a dare il meglio di se stesso per il bene della comunità e riesce a farlo proprio perché è sollecitato nelle sue specificità.

Amo il poliedro e detesto la sfera. Mi piace essere coinvolto e coinvolgere le persone sui progetti che mi frullano per la testa. Non mi piace quando incontro sulla mia strada persone con una mentalità “sferica”, che asfaltano le volontà dei singoli per imporre la propria. La cosa peggiore è quando questo modello sferico si vede attuato nella Chiesa facendolo passare come volontà di Dio stracciando, in questo modo, pagine su pagine di Vangelo.

martedì 19 gennaio 2021

SULLA RIVA DEL FIUME

 



 

Paolo Cugini

 

Il fiume l’ho frequentato da ragazzo. O meglio, l’ho frequentato per un’estate. Mi piaceva camminare sulle rive del fiume, guardare l’acqua scorrere e pensare alla vita. Il fiume, infatti, assomiglia molto alla vita.

L’ho incontrato nel periodo in cui la vita mi sembrava eterna. Guardavo il fiume e non riuscivo a vedere l’orizzonte della mia vita: mi sembrava infinita. Mi sentivo immortale.

Guardavo lo scorrere del fiume e mi sentivo trasportare. I pensieri andavano lentamente verso mondi sconosciuti, ogni giorno diversi.

Guardavo il fiume e pensavo spesso a Gesù e alle sue parole. Com’è difficile ascoltarle e coglierle nella sua autenticità. C’è tutto un linguaggio religioso che le ha deformate, deturpate, rendendole spesso incomprensibili e, di conseguenza, insignificanti.

Forse è stato sulle rive di quel fiume montano che ho iniziato a vedere e a pensare la vita e il mondo in modo diverso. E anch’io sono diventato un altro.

E così il fiume mi ha insegnato tante cose. Lo scorrere della vita, l’importanza di vivere il presente, che poi non torna più, l’attenzione per ogni singola goccia del vivere.

Ogni goccia è importante nella misura in cui contribuisce a formare il fiume. Se schizza fuori, svanisce, non è più nulla. Percepire il proprio significato rimanendo nel fiume.

Tutto è importante. Ogni singola goccia è parte del fiume e il fiume stesso non esisterebbe senza le gocce.

Il fiume sembra una cosa unica. Da vicino ci si accorge che non è così.

Solo avvicinandoci possiamo cogliere la realtà delle cose che vediamo.

 

 

giovedì 31 dicembre 2020

LA RELIGIONE E IL MALE (OPPURE: IL MALE DELLA RELIGIONE)

 



Paolo Cugini

 

 

Può sembrare paradossale e provocatoria questo parallelismo, ma tanto paradossale non è. Bisognerebbe prestare attenzione alla genealogia di ciò che chiamiamo religione per capire che non è proprio tutto positivo ciò che abbraccia l’ambito religioso. Prima di tutto, per comprendere il discorso, occorre definire il concetto. Con religione si indica un complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità.  E’, dunque, il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso (cfr. Treccani https://www.treccani.it/vocabolario/religione/ ). Religione indica ciò che l’uomo ha fatto di Dio, come gli uomini hanno strutturato l’esperienza di Dio. Il sacro, in questa prospettiva, è l’insieme delle strutture che gli uomini hanno installato per proteggersi dalla divinità, per mantenerla a distanza.

Questo aspetto sacrale della religione lo si comprende osservando la vita di Gesù, le sue polemiche con i rappresentanti della religione del tempio e del tempo. Gesù ha smascherato il vuoto della religione e l’ha indicata come la fonte originale del male. Gesù ha svuotato il sacro dall’interno, manifestando la presenza di Dio in mezzo agli uomini e alle donne. Se Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi attraverso la presenza di suo Figlio Gesù, a cosa servono gli apparati sacrali?

Il problema si presenta quando nel cristianesimo troviamo dei residui della religione, delle sue forme.  C’è molta religione nel cristianesimo e questa non era volontà di Gesù. La religione è un male quando non permette all’uomo e alla donna di realizzare la loro umanità, quando li lega, li intrappola con delle leggi umane spacciate per divine, appesantendone la vita. La religione, così come emerge dal Vangelo, non è altro che una struttura umana spacciata per divina a servizio del potere politico di turno.  Chi vive la religione come qualcosa di positivo è il popolo, che ha bisogno di credere che la realtà non può identificarsi e finire con ciò che ha sotto gli occhi: sarebbe troppo crudele. La religione così come si è strutturata nel tempo sfruttando il sentimento religioso, è divenuta un potente strumento di controllo delle coscienze.



C’è anche una ritualità cultuale che risponde a criteri umani, vale a dire sacrali e religiosi, che servono per riprodurre nella liturgia un’immagine del Dio potente e distante, che incute paura agli uomini e alle donne. C’è una liturgia cattolica che, più che riprodurre i tratti del Vangelo, della misericordia di Dio manifestata nella vita di Gesù, del suo desiderio di avvicinarsi all’uomo e alla donna di ogni tempo e di ogni luogo, trasmettono freddezza, distanza, volontà di potenza. Se questo stile arrogante della liturgia del palazzo poteva funzionare nell’epoca dei palazzi, ora sta svuotando le chiese.



Paradossalmente sembra questo tempo postmoderno, indifferente alla religione, anche perché ne ha visti gli effetti nefasti sui popoli, un periodo più favorevole allo stile evangelico che quello del passato delle cattedrali e dei palazzi vescovili. Un periodo, quello che stiamo vivendo, meno propenso a lasciarsi trasportare dalle ideologie e più attento alla realtà presente. Proviamo a metterci in ascolto del presente per cogliere, forse, la presenza della trascendenza in mezzo a noi.

lunedì 28 dicembre 2020

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

 




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

 

Sintesi: Paolo Cugini

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

 

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.

 La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.

 


In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri.

 

 

martedì 4 agosto 2020

DEMONI E ANGELI - CONFERENZA DI ALBERTO MAGGI






CONVEGNO DI CEFALÙ – NOVEMBRE 2011




Sintesi: Paolo Cugini

Introduzione

La dottrina religiosa ha contrabbandato storielle per far credere ciò che è insensato. Per spiegare un difetto nella creazione, il diavolo, s’inventa la storiella di Lucifero. La Tradizione trasforma Lucifero nel diavolo che porta le creature all’inferno per tutta l’eternità.
Il Vaticano II ci dice che tutte le affermazioni teologiche devono essere fondate dalla Sacra Scrittura. Spesso quello che viene detto come dottrina sicura, non ha fondamento nella Scrittura. Molte persone credono più nel diavolo che in Dio.

La storia di Lucifero appare nel libro di Enoc, un testo apocrifo dei primi secoli del cristianesimo. Il Terzo giorno della creazione un angelo pecca, che poi prende il nome di Satana. Qui appare il peccato di orgoglio di un angelo nel terzo giorno della creazione. Nella Vita Latina di Adamo ed Eva (altro testo apocrifo) questo angelo prende il nome di Stana. Il nome Lucifero nasce dalla fusione di due testi dell’AT di Isaia ed Ezechiele. Gli autori compongono una satira contro i potenti del tempo. Satire rivolte a uomini reali. Ezechiele si rivolge al re di Tiro, mentre Isaia si rivolge a Nabucodonosor, parla di astro del mattino. All’epoca di Isaia si pensava che tutti coloro che detenevano il potere si ritenevano investiti di un dono divino, al di sopra degli altri. Lo chiama astro del mattino, che viene tradotto in latino con Lucifero. Per quattro secoli nel cristianesimo è stato un nome molto bello e usato. Lucifero: portatore di luce. C’è anche un santo vescovo di Cagliari chiamato Lucifero.

È Origene che unisce i due testi. Questa fusione fu la base di una leggenda, che si trasformò in Tradizione che arrivò sino al Concilio Vaticano II. Storie come queste hanno influito nella vita delle persone. La paura del diavolo ha influenzato generazioni di persone. Sono tradizioni extra bibliche che nel sesto secolo vengono rielaborate per una concezione della demonologia che incise sino al Concilio Vaticano II.

Da cosa nasce il bisogno di un diavolo? Nasce dal tentativo di rispondere al problema del male. C’è un Dio buono e uno cattivo, malvagio, che è alla base delle malattie, incidenti, ecc. Nella Bibbia questa concezione del mondo è stata sempre rifiutata, perché c’è la presenza di un unico Dio, autore del bene e del male. Isaia 45: io formo la luce e creo le tenebre. Nel libro del Deuteronomio ci sono 52 maledizioni e dopo c’è l’affermazione di un Dio che gode nella distruzione del peccatore disobbediente. Una delle pagine più orribili è la strage dei primogeniti maschi d’Egitto, bestiame compreso, ad opera di Dio. Che Dio è questo? Nella Bibbia c’è un’evoluzione, una crescita. Genesi 12: si parla di sterminatore, l’autore della strage non è più Dio, ma uno sterminatore: chi è? L’origine va ricercata nel mondo dei pastori beduini, che pensano ad un personaggio misterioso che causa la morte di tanti agnelli durante la transumanza. Gli autori della Bibbia esorcizzano lo sterminatore e ne fanno uno strumento di Dio. Da demonio diventa l’angelo del Signore: è uno strumento con il quale Dio castiga il suo stesso popolo.

I testi più antichi della Bibbia vengono corretti e dove c’era Dio si mette Satana. 2 Sam 24,1 e1  Cr 24.
2 Sam 24: proibizione di fare il censimento. Dio incita Davide a fare il censimento per poi castigare Davide.

1 Cronache: sostituisce Dio con Satana: è Satana che incita Davide a fare il censimento. È l’unica volta nella Bibbia che Satana appare come nome proprio, che tradotto diventa diavolo. Negli altri testi dell’AT Satana è il nome di una funzione, vale a dire l’accusatore. Satana indica una funzione esercitata e faceva parte della corte celeste.

Il Satana indica sia persone reali che simboliche, vale a dire il pubblico ministero, che fa gli interessi del suo sovrano. Questo si vede bene nel libro di Giobbe dove Satana appare tra i figli di Dio. Alla corte del re di persia c’era l’occhio del re, un personaggio che controllava la situazione. Quando Dio riceve i suoi figli, tra questi c’è il Satana, collaboratore di Dio. Mai il Satana ha l’aspetto terribile inventato dal cristianesimo. Gli ebrei si stupiscono di come i cristiani abbiano inventato il peccato originale e il diavolo, due realtà che non esistono nella Bibbia. Il Satana sta nel cielo, è un funzionario di Dio, gira sulla terra.  Con l’avvento di Gesù Satana cambia d’identità.

La religione impone un Dio di cui occorre aver paura. Gesù presenta un Dio esclusivamente buono, amore, che si comunica con l’amore per tutti. Nessuno è escluso dall’amore di Dio. Non è vero che esistono persone impure. Con Gesù inizia una nuova era. Gesù manda i suoi collaboratori a portare questo annunzio.

Vedevo il Satana cadere dal cielo come la folgore. Dio non punisce, continua ad amare. Il Dio di Gesù non premia i buoni e non castiga i malvagi. Dio non punisce e continua ad amare. L’amore di Dio non viene concesso come un premio per i meriti delle persone, ma come un regalo per le loro necessità.

Apocalisse 12: Colui che è chiamato diavolo e satana, fu precipitato sulla terra, cioè non ha più accesso a Dio. Quello che accusava gli uomini presso Dio è stato precipitato sulla terra. Satana si ricicla con le categorie più vicine al diavolo: le persone religiose, che sono più affini al diavolo, vale a dire gli Scribi, farisei, sommi sacerdoti.
Nella nostra ignoranza dire diavolo e demonio è la stessa cosa. Per la Bibbia non è così. Angeli e cherubini: sono realtà differenti.
I cherubini erano mostri posti dinanzi al tempio per impedire di entrare.

Demoni. I vari demoni sono residui della mitologia babilonese divinità pagane degradate a spiriti maligni. I demoni nascono a causa della traduzione della bibbia dall’ebraico al greco. Onocentauro, sirene, fauni, satiri, arpie: vengono tradotti con il termine di demoni. Nel testo ebraico salmo 96 Gli dei delle nazioni sono un nulla (nella traduzione greca si dice demoni). 

Il termine demonio non esiste nella lingua ebraica.
I satiri: divinità metà umane e divine. Nel mondo greco era pan, latino fauno: divinità dei boschi che si divertiva a spaventare le persone. Aveva il corpo metà capra e metà uomo. L’immagine del diavolo risale ad una divinità pagana.

È nel libro di Tobia che appare il termine demonio con il nome di Asmodeo. Il libro di Tobia non è riconosciuto dagli ebrei e dai protestanti.

Al tempo dei Vangeli tra la terra e il cielo si pensava ci fossero degli esseri semidivini che influivano sulla vita umana. Le costellazioni. Ogni persona nasceva con un destino prefissato. Paolo identifica queste potenze con: principati, troni, forze, dominazioni e potestà.

All’improvviso fioriscono i demoni. All’epoca di Gesù tutto ciò che era inspiegabile era attribuito ai demoni. L’epilessia, insonnia, ecc.: era attribuito ad un demonio. C’è una grande fioritura di demonologia. Al tempo di Gesù c’erano categorie particolarmente sensibili all’influsso dei demoni: i novelli sposi e le persone in lutto.

Nei primi secoli del cristianesimo si cercava di capire il problema dei demoni. Le colpevoli sono individuate nelle donne. Sono le donne la causa di tutto. Genesi 6: I figli di Dio s’innamorano delle donne. Agostino odiava il genere femminile. Città di Dio: ancora una volta troviamo una donna all’origine dei demoni. L’associazione tra donna e demonio è presto fatta. Dire donna e dire diavolo era la stessa cosa.

Gesù libera da tutto questo. Gli Evangelisti prendono i demoni come la realtà che impedisce l’accoglienza di Gesù. Demonio è l’ideologia che l’uomo accoglie e lo rende refrattario alla parola di Gesù.
Spiriti impuro: quando proviene da Dio lo Spirito è santo, quando proviene da realtà contraria a Dio è impuro, ma la potenza della parola del Signore può liberare. Il Vangelo ci libera da queste credenze. Gesù ci libera dalla paura di Dio e del diavolo.






venerdì 16 agosto 2019

CENA DEL SIGNORE E CARITA’






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini


L’ospitalità va messa a fuoco in due direzioni: i poveri e i peccatori. Padre Pedro Arrupe: Se nel mondo esiste la povertà, la fame, allora la nostra celebrazione dell’eucarestia è incompleta. Nell’eucarestia riceviamo il Cristo che ha fame della fame del mondo.

Questa osservazione è molto importante per noi oggi. Su questo punto si gioca l’autenticità della Chiesa e della nostra fede. L’Assemblea dei credenti si è definita come assemblea incontro con il Signore, che ha la capacità di guardare ai fratelli e alle sorelle. Dt 26,1-5.10-11: professione di fede del credente ebreo.  Questo brano è la professione di fede dell’israelita entrato nella terra. Nel momento della presentazione dei doni al Signore, subito il comando è: tu ti rallegrerai con quelli che non hanno parte alla terra. Ti rallegrerai con il levita, lo straniero e il povero. Nell’atto di culto c’è subito l’esigenza di condivisione, di ospitalità. Incontro con Dio, confessione di fede e condivisione dei beni. Questo pensiero è in linea con il pensiero profetico: cfr. Amos, Isaia, Geremia, Michea. Il culto può rischiare di essere vuoto, l’assemblea può rischiare di non essere in alleanza con Dio.

All’interno della Chiesa c’è stato un cambio profondo riguardo al culto. Rapporto tra sacrificio, culto e assemblea liturgica. La Legge prescrive i sacrifici. Il sacrificio è presente in tutte le culture e i popoli. Il sacrificio esprime il desidero di entrare in contatto con la divinità espiando il peccato, offrendo qualcosa. Nell’epoca giudaica il sacrifico di espiazione era il più significativo. Il sacrificio esprime la riparazione del peccato per tornare alla comunione con Dio. All’interno delle religioni si offre la possibilità di tornare in comunione con Dio attraverso il sacrificio di un animale. Il meccanismo è quello di sostituire l’animale con l’uomo. I sacrifici sono fatti con lo sgozzamento dell’animale. La Bibbia testimonia questo tipo di sacrifici. Noè dopo il diluvio fa un grande sacrificio, ma anche Abramo e i patriarchi lo fanno. La Legge ha presente un’economia sacrificale. Tempio, sacerdoti e la vittima: sono i tre elementi del sacrificio.

I profeti, da un punto di vista storico sono più antichi della Torah. Ci sono due correnti all’interno del cammino d’Israele: una profetica e una sacerdotale. La corrente profetica è sempre stata critica con quella sacerdotale. La storia d’Israele è complessa. L’esperienza di Babilonia è stata molto profonda, perché non c’è più il tempio, i sacerdoti, i sacrifici. Paradossalmente, questo periodo dell’esilio ha rappresentato una purificazione della fede d’Israele. Qui hanno capito che la vita di fede non può essere esaurita dai sacrifici e dal tempio. La diaspora è stata una condizione assoluta e nuova. Troviamo che, a partire dell’esperienza della profanazione del tempio nel II sec a.C., ci si è chiesti: quegli ebrei credenti in Dio possono vivere senza i sacrifici, senza il tempio e senza i sacerdoti?

Lentamente affiora una nuova concezione del rapporto con Dio. Giuditta, Daniele esprimono questa novità. Da un lato, si comincia intravedere la possibilità di una liturgia senza tempio e sacerdoti. Nel Targum (trazione in aramaico al tempo di Gesù) si dice in Malachia: non mi compiaccio di voi, non accetto l’offerta dalle vostre mani. Malachia è prima del giudaismo e intravede un tempo in cui Dio non gradisce il sacrifico fatto a Gerusalemme. Il targum traduceva: e la vostra preghiera davanti a me sarà una offerta pura perché grande è il mio nome su tutte le genti. Ormai l’offerta pura è la preghiera, e non un’oblazione. Sempre di più echeggiano le parole dei profeti: ascoltare la parola di Dio vale più dei sacrifici; voglio misericordia e non sacrifici. Ormai si parla anche di sacrifico di lode. Sparisce il sacrifico con la vittima. Tutto questo è molto importante. Al tempo di Gesù (Tb 1) acquistano valore di sacrificio le opere di misericordia. Siracide: osservare la legge equivale ad un sacrificio di lode. Il sacrifico è la misericordia verso i fratelli. Ecco il mutamento. Nel giudaismo post-esilico il linguaggio cultuale cambia.


Così comprendiamo nel cristianesimo che il culto, quale mediazione di salvezza, viene squalificato a servizio dell’amore fraterno. Gesù non ha mai fatto sacrifici cultuali. Nella lettera agli Ebrei Gesù diventa sommo sacerdote di un sacerdozio esclusivo: Eb 7,24 è il sacerdozio secondo Melchisedek. Non è il sacerdozio di Aronne.
 Il sacerdozio di Gesù è un sacerdozio che non porta come sacrifici le vittime. Il sacerdote è sempre più separato dagli uomini nel sacerdozio ebraico. È il movimento contrario a quello cristiano operato da Gesù, che è diventato colui che si è fatto peccatore per essere in comunione con noi, non di separazione.

 Il movimento di Gesù che Paolo fa notare in Filippesi 2,7: Gesù si umiliò, prese la forma di uomo, di schiavo sino alla morte. La vita di Gesù è una continua discesa per raggiungere i peccatori. È la santità di Gesù che sana e non i sacrifici. “Tu non hai voluto né sacrifici né offerte”. Il sacerdozio di Cristo abolisce per sempre il culto sacrificale. Gesù nella sua stessa persona ha offerto un culto esistenziale e non rituale. Gesù ha abolito il sacerdozio di Aronne e tutta l’economia dei sacrifici, ha abolito l’economia del tempio. I Vangeli dicono che con la morte di Gesù il velo del tempio viene strappato dall’alto in basso, perché è Gesù il tempio di Dio. Ormai il culto dei cristiani è offrire le nostre vite in sacrificio (Rom 12,1).
All’interno della vita cristiana è l’esistenza personale che dev’essere offerta a Dio, compiendo la volontà del Padre, che è una volontà di amore e di giustizia. La volontà cristiana è sempre seconda rispetto al Vangelo. Siamo cristiani non perché viviamo la liturgia come rito, ma perché ci sforziamo di vivere il Vangelo. Nelle altre religioni basta compiere dei riti: nel cristianesimo no. La ritualità cristiana è seconda rispetto all’esistenza plasmata dal Vangelo. L’eucarestia non basta a sé stessa, la carità sì.


Dobbiamo domandarci se la nostra eucarestia si ferma al rito o ci spinge a vivere il Vangelo. Il sacramento dell’altare è il sacramento del fratello e della sorella (San Giovanni Crisostomo). La patologia dell’eucarestia è presente già all’inizio della Chiesa. 1 Cor 11: Paolo ha trasmesso alla Chiesa di Corinto ciò che ha ricevuto, dei gesti e delle parole. Spezzare il pane: è questo il gesto. Questo gesto spiega profeticamente il gesto della croce: una vita spezzata per amore. Paolo deve intervenire e dire: fratelli voglio che voi lo sappiate: quando vi radunate non mangiate più la cena del Signore. Cosa succedeva a Corinto? Questi cristiani non avevano una prassi di condivisione e lo spezzare il pane diventava un rito senza una ricaduta nella vita della comunità. Spezzare il pane è un’espressione biblica che si trova in Isaia che significa condividere il pane con i poveri, e non il semplice gesto. Frazione del pane dice proprio questo, un gesto che deve diventare una realtà nella comunità. A Corinto sedevano cristiani abbienti e poveri e, nella celebrazione della cena del Signore, un unico pane era spezzato, ma quella celebrazione aveva assunto una patologia, perché i cristiani non condividevano i beni. La cena del Signore era diventato un pasto individualista, egoista: uno ha sete e l’altro è ebbro.



La cena del Signore rischia di diventare non eucarestia, ma ostentazione della disuguaglianza. Paolo in 1 Cor 10: un solo pane un solo corpo, manifesta il legame tra eucarestia e condivisione. È dalla qualità sacramentale della cena che deve scaturire l’amore tra i cristiani. Chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore mangia la propria condanna. Paolo denuncia la comunità che non sa più discernere che la comunità è il corpo e il sangue di Cristo. Paolo stigmatizza il non riconoscimento della comunione della Chiesa. Il vero problema è riconoscere il Cristo nei poveri con i quali devo condividere e rompere i pani. Se non c’è questo discernimento, allora si mangia e beve la propria condanna.

Qual è, allora, il nostro atteggiamento concreto quando partecipiamo alla cena del Signore nei confronti della comunità, nel confronto dei poveri? Cfr. Mt 25,32. Questa teologia di Paolo sull’assemblea eucaristica è coerente con tutta la sua predicazione su Gesù che da ricco che era si è fatto povero.

Questo è il mio corpo che è dato per voi (in sacrificio per voi è solo in italiano). È una traduzione – quella italiana - di accumulo che viene da una teologia sacrificale. L’etica di condivisione Paolo la indica come necessaria alla comunità cristiana. Paolo chiama liturgia, la colletta che organizza per i poveri di Gerusalemme.

L’assemblea eucaristica deve avere questa apertura verso i poveri. L’insistenza di papa Francesco sul tema dei poveri e dell’accoglienza agli stranierei è coerente con il Vangelo e con la celebrazione della cena del Signore. Se la liturgia eucaristica non accresce la nostra capacità di carità è sterile.

ASSEMBLEE SINODALI E ACCOGLIENTI


   






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è eloquenza della comunità cristiana. Non si può dire che la crisi della liturgia ha causato la crisi della vita ecclesiale: le due cose vanno insieme. Occorre riflettere sull’assemblea cristiana, che è la vita cristiana che diventa soggetto di comunione nello spezzare il pane. Leggendo le problematiche dell’assemblea possiamo interrogarci sul futuro della liturgia.

Tentazioni: clericalizzazione del laicato, laicizzazione del clero. L’assemblea è il luogo dell’Altro e dell’altro, il luogo dell’esperienza di Dio, dell’alterità, dell’incontro con il suo mistero; ma anche il luogo dell’esperienza dell’incontro con le persone, di chi ci è accanto. L’assemblea cristiana va vista nella sua realtà di assemblea umana, raduna uomini e donne e dev’essere capace di vivere la fraternità e la sororità. Se un’assemblea liturgica non è capace di esprimere ciò, allora non è abilitata ad essere assemblea cristiana. Il Signore non vuole solo un insieme di riti religiosi, o un’auto celebrazione intimistica o collettiva. Nell’assemblea domenicale va cercato lo stile della fraternità e della comunione. La giusta posizione di uomini e donne che non si riconoscono, che nell’assemblea liturgica non s’incontrano, rimanendo estranei gli uni agli altri, causa lo svuotamento dei gesti, che si vorrebbero di accoglienza reciproca. Sono ferite inferte all’assemblea eucaristica.

La liturgia eucaristica deve permettere il costituirsi della fraternità e della sororità. Convenire nello stesso luogo, pregare insieme, dev’essere un esercizio di fraternità, nel riconoscimento dell’umanità dei gesti. Quando manca lo spessore umano, l’assemblea fa fatica ad essere tale. È il dramma che vive la comunità alla messa domenicale: manca spesso l’umanità. C’è il rito senza l’umanità, il coinvolgimento attivo delle persone presenti che restano estranee le une alle altre. Così non si costruisce la Chiesa, che non si costruisce con dei riti. C’è un problema più radicale del linguaggio liturgico, che è la qualità umana dell’assemblea, delle persone che si trovano attorno alla mensa eucaristica. Se tutto è anonimo, se non c’è condivisione e corresponsabilità nella liturgia, come si fa a parlare di assemblea?



Diamo troppo per scontato che l’assemblea domenicale sia cristiana anche quando manca lo spessore dell’umanità per viverla. C’è gente solitaria in chiesa, giustapposta, ad assistere la messa celebrata dal sacerdote, in un consumo spirituale privato. Se la liturgia non s’incarna nel vissuto dei partecipanti, che cosa significa? Che cosa servono le posture ieratiche, le manifestazioni imperiali. I pontificali? Gesù non aveva nessuna preoccupazione di abiti liturgici. Anche le prime comunità non avevano queste preoccupazioni: c’era molta cura delle relazioni umane. I riti sono necessari all’uomo, ma sono strumentali all’interno del cristianesimo. I iriti non salvano: lo dicevano i profeti. La qualità cristiana di un’assemblea è data dalla conformità all’umanità di Gesù. La liturgia saprà parlare all’uomo e alla donna di oggi se assomiglia all’umanità di Gesù.

È decisivo che noi cristiani riusciamo ad avere una fede cristiana e non semplicemente appartenere ad una religione. La nostra fede cristiana dice che Dio si è fatto carne, terra, uomo. La carne è molto più del corpo: è il respiro, i dolori, le fatiche, tutto ciò che viviamo è la nostra carne. Il corpo è l’umanità. Il vero attentato che c’è stato nella storia cristiana è nell’incarnazione, nel farsi carne di Dio. Il grande problema è riconoscere Gesù nella carne. Dio si è fatto carne, si è fatto la nostra umanità. Nella liturgia dobbiamo trovare l’umanità di Gesù nella nostra. Non è vero che tutto ciò che è religioso è spirituale. Dobbiamo guardare la terra e non il cielo, perché Dio si è fatto carne, si è fatto Gesù di Nazareth. È la carne che è salita in cielo, cioè tutta la vita dell’uomo.

Ippolito di Roma: il vero mistero cristiano è che il verbo si è fatto uomo come noi uomini. Se non fosse così invano ci avrebbe chiesto di imitarlo.  

Tertulliano: caro cardo salutis (la carne è il cardine della salvezza).

Dobbiamo abbandonare ogni spiritualismo. Cercare nella carne di Gesù la resurrezione che vince la morte. La nostra fede cristiana deve vivere la vita umana di Gesù. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi più umano.

Nella liturgia dobbiamo smettere di essere sedotti dal divino, dal potere, ma dobbiamo tornare al Vangelo, che narra di Dio fatto uomo, terrestre, fatto carne. Ridare qualità umana alle nostre assemblee: è il compito più urgente.

In Francia, Belgio, Germania: per rifare l’assemblea cristiana occorre rifare il contesto dell’assemblea. Accanto alla chiesa sempre c’è una sala. Prima di andare in assemblea, si ritrovano in una sala con il prete e poi insieme si va alla messa. Alla fine ci si ritrova per un caffè, per un momento di fraternità: è una disposizione delle conferenze episcopali locali. Diventa un’assemblea in cui non consumiamo qualcosa di religioso, ma si lavora per fare comunità. 



Un’assemblea liturgica dev’essere sinodale. Papa Francesco sta cercando di avviare processi che portino alla sinodalità, che è il termine chiave del ministero di Papa Francesco. O ci sarà una Chiesa sinodale, o non ci sarà più la Chiesa. Sinodo significa camminare insieme. Quando il papa parla di sinodalità non sta parlando dell’assetto istituzionale, di un particolare sinodo. Quello che chiede papa Francesco è la sinodalità come stile, facendo camminare tutto il popolo di Dio con i suoi pastori, in una corresponsabilità che sia reale, concreta, È un compito che richiede tempo, ma soprattutto una conversione profonda nel vivere la Chiesa. È possibile pensare una Chiesa sinodale senza un’assemblea liturgica che non sia sinodale? Il legame tra sinodo e liturgia è fondamentale. Nella Chiesa antica il sinodo era sempre un atto liturgico. Ratzinger: il Concilio tende all’unità che viene dalla parola di Dio. Il sinodo è sempre riferito all’eucarestia. Un popolo di Dio che cammina sinodalmente, deve corrispondere ad un’assemblea eucaristica sinodale. La liturgia eucaristica deve avere come soggetto l’assemblea celebrante e non il presbitero, che semplicemente presiede. Dossetti: non solo comunità, ma comunità tutta gravitante nel suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea.

L’ecclesia e la koinonia devono avere una manifestazione eucaristica. L’assemblea deve attuare un ascolto sinodale. Oggi abbiamo assemblee fervorose, ma lontane dalla partecipazione in atto come voleva il Concilio. Ci vorrà audacia e creatività, ma il cammino è ineludibile. Siamo ancora lontani da assemblee sinodali.

Altra urgenza. Oggi dev’essere prevista dalla chiesa normata, dalla Chiesa a chi è riconosciuto portatore del dono della parola, di esprimere la qualità profetica del popolo di Dio con interventi nell’omelia. All’estero si fa. Dare la parola ai laici nell’omelia. Poi ci sono gli eccessi quando c’è la clericalizzazione del laicato. Il vero problema è che ci sia la possibilità di un’omelia partecipata. La comunità di Dossetti e a Bose si è sempre praticato la possibilità di esprimersi sul Vangelo. Non si può sentire sempre la stessa persona per anni e anni. Sarebbe bello sentire la buona novella al femminile! Nella Chiesa ci sono delle patologie che bloccano il fermento liturgico del Concilio. Il problema è come esprimere la sinodalità nella liturgia. La sinodalità deve diventare uno stile liturgico.

Un’assemblea liturgica ospitale. C’è urgenza di questo. La tavola del Signore: 1 Cor 10,21. La tavola è la forma primaria dell’eucarestia, e chiede la commensalità tra fratelli e sorelle attorno alla tavola. Atti 2,42s: l’eucarestia è un sedersi alla tavola della cena del Signore. I cristiani battezzati senza distinzione di sesso, etnia, livello culturale e sociale sono gli invitati alla cena del Signore. La dimensione della condivisione è celebrazione dell’alleanza del Signore con la sua Chiesa, come partecipazione del corpo unico. La tavola del Signore è la tavola dell’incontro di Gesù e tutti gli uomini e le donne. Gesù ha voluto sedere alla tavola dei peccatori, ha condiviso la tavola con gli esclusi. Quando pensiamo alla tavola del Signore dobbiamo pensare alla tavola della misericordia. Rischio di essere come i farisei che si scandalizzavano di Gesù. Le nostre liturgie sono capaci di accogliere cristiani battezzati di confessione diversa dalla nostra?

La nostra assemblea eucaristica deve diventare tavola ospitale verso i poveri e verso i peccatori.