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venerdì 19 marzo 2021

LA CHIESA CHE SOGNO - INTERVENTO DEL CARDINALE DI BOLOGNA MATTEO ZUPPI

 





Parrocchie di Galeazze, Palata Pepoli, Bevilacqua e Dodici Morelli

 


Percorso di formazione sul tema: Quale Chiesa?

 (incontro realizzato in meet)

Sintesi: Paolo Cugini

 

     Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento. Ci sono segnali di questo. Fino a vent’anni fa in ognuna delle parrocchie c’era il parroco e a volte anche il cappellano. Oggi questo cammino è faticoso per la gente e anche per i preti. La presenza del prete era ed è l’ossatura portante della vita della Chiesa. Tutto cambia, anche la chiesa. Dobbiamo fare di tutto perché cambi e diventi migliore. Stiamo cambiando, e quindi dobbiamo cambiare in meglio. Non dobbiamo rivendicare il passato. Possiamo continuare a fare la lista dei reclami, ma non serve a nulla. La coperta è corta e quindi si fa quello che si può. La chiesa deve crescere. Abbiamo bisogno dei preti: il servizio si trasformerà, ma abbiamo bisogno dei preti. Forse, però, il Signore in questo frangente della storia ci chiede qualche altra cosa.

      Il primo giorno del Concilio Vaticano II, nell’ottobre del 1962, San Giovanni XXIII fece il discorso della luna, la mattina, parlava dei profeti di sventura, rimpiangono il passato, che dimenticano che la storia non è quella del passato, esaltandolo, senza essere obiettivi, perché non è vero che proprio tutto nel passato andava bene. La chiesa incontra difficoltà quando vive con le cose del passato, e non riesce a vivere il presene. La chiesa chiaramente, non deve andare dietro al mondo. Dobbiamo stare dentro il mondo. Dicono che ieri funzionava, ma le cose sono cambiate. Molta gente, poi, pensa di conoscere la chiesa, ma non ha mai letto il Vangelo.

Che cosa ci chiede il Signore in questo tempo di cambiamento? Ci chiede qualcosa a tutti quanti noi. Ci chiede, innanzitutto, di costruire comunità dove oggi possiamo vivere la Parola di Dio, testimoniare il suo Vangelo tra gli uomini e le donne. Per questo, anche la più piccola comunità è importante.



Dobbiamo crescere nella comunione e, in questo cammino, c’è bisogno di ognuno di noi di seguire un Vangelo che non si riduce a una regola, ad obbedire delle regole. Capisco le regole se vivo con passione la vita.  Un vescovo brasiliano disse che cominciò a giocare a pallone perché alla gente piaceva. Dopo ho imparato il regolamento del gioco del calcio, ma prima si è messo a giocare perché vedeva con che passione la sua gente giocava a calcio. La chiesa non può partire dalle regole, ma dall’amore, dal Vangelo.

La Chiesa non è un club privato, una realtà elitaria. La chiesa è una casa aperta per cui chi arriva è subito coinvolto. La comunità è fatta per conoscere il Signore. Siamo fratelli e sorelle: non è un titolo di merito, ma significa averci un legame. Se noi crescessimo nel legame tra di noi, nell’amicizia, nel crescere spiritualmente, è il cammino da compiere. La chiesa non sarà mai un gruppo di autoaiuto. La chiesa è più di una partecipanza, perché ci volgiamo bene.

Credo che sia una bellissima sfida. È un cambiamento che ci coinvolge e ci aiuta a rendere ricca la comunità con il dono che siamo ognuno di noi. C’è sempre bisogno di qualcuno che armonizzi e quindi c’è bisogno di ministeri. Capiremo meglio il Vangelo aiutandoci gli uni gli altri. Prima il Vangelo e poi le regole.



Quello che abbiamo detto è che siamo chiamati a costruire la comunità, che non si attiva solo quando arriva il prete. Possiamo, ade esempio, pregare insieme in assenza di prete, come ad esempio i vespri, o le lodi. E quindi dobbiamo aiutarci. I cambiamenti che stiamo vivendo devono aiutarci a migliorare il cammino delle nostre comunità e non solo della mia comunità. Ogni comunità è importante, anche la più piccola. Non isolata. Abbiamo la possibilità di crescita della comunione tra di noi. Il mio campanile in collegamento con gli altri. La pentecoste che ho vissuto nel 2016 mi colpì tanto, anche perché c’erano tutte le comunità.

Se non so camminare ti insegnerò a volare. Farei delle nostre difficoltà un motivo per crescere. Questo è vero per tutto. Fare della Pandemia un motivo per cambiare. È vero che la situazione è gravissima. Però possiamo fare anche di questo un motivo di cambiamento. Il Signore non ci farà mancare ciò di cui abbiamo bisogno. Il seme ha bisogno di tempo per crescere. 

martedì 11 dicembre 2018

Il cammino della Chiesa in America Latina






INCONTRO NOVELLARA
10 dicembre 2018


 Relatore: Mauro Castagnaro (giornalista di Crema)
Sintesi: Paolo Cugini

Quando parliamo della Chiesa Latinoamericana dobbiamo parlare degli ultimi 50 anni. Prima era una Chiesa calco. Adesso è una Chiesa soggetto, che ha assunto un cammino specifico proprio.
Gli atteggiamenti che tendiamo di avere quando sentiamo parlare di questi cammini di chiese sono di due tipi:
·         Svilire
·         immagine mitizzata
Anche la Chiesa rappresentata da Oscar Romero era una minoranza. Una Chiesa che, comunque, ha fatto un cammino proprio, ha tentato di tradurre il cammino della Chiesa universale nel proprio contesto.

L’atto di nascere può essere identificato con la Conferenza di Medellin nel 1968. Sono i vescovi di un continente che s’incontrano per interrogarsi sul cammino della Chiesa. Non esiste in nessun altro continente un’esperienza come questa. Nel 1968 si riuniscono per attualizzare le intuizioni del Concilio. Il Concilio ha affrontato soprattutto problemi legati al cammino della Chiesa europea.

L’America Latina era un Continente evangelizzato e poi un continente fatto da poveri. Vengono fatte tre scelte. La prima è l’opzione per i poveri. Ciò significa che, ad esempio, le suore che si occupavano di educazione, si spostano dal centro alla periferia. Vuole dire anche guardare la società, la politica dal punto di vista dei poveri, dei contadini, dei proletari. Pensare progetti politici e sociali che la nuova Chiesa arriverà dalla conversione dei poveri. Ad esempio il Movimento dei Senza Terra.

La seconda scelta era l’opzione per la liberazione integrale. È il tema del Regno di Dio. Anche questo ha delle conseguenze dal punto di vista della pastorale.

La terza scelta è di tipo ecclesiologico: le comunità ecclesiali di base.

Nei documenti ufficiali della Chiesa Latinoamericana vengono ribadite queste scelte. Si parla per questo motivo di un magistero latinoamericano. La loro applicazione non è maggioritaria. I casi in cui questo viene più sviluppato è il Brasile. Ci sono altre situazioni in cui ciò era difficile, come a El Salvador e dove la figura di Romero era isolata.

Esempio: degli 80 vescovi argentini, chi si oppose alla dittatura furono solo quattro.
In America Latina la Chiesa utilizza il metodo Vedere, giudicare e agire.
Questa storia è complicata, entusiasmante, lacerante perché ha voluto dire persone che sono morte. È una storia che è stata anche repressa durante il papato di Giovanni Paolo II.

C’è un appuntamento che sarà molto importante che è il prossimo sinodo Panamazzonica. Il sinodo sarà importante anche per le nostre chiese.

In America Latina ci sono ancora molti missionari. Il clero latinoamericano è un clero che ama le parrocchie di città e dei quartieri benestanti. In tutto il mondo il clero giovane, coloro che sono stati ordinati dalla metà degli anni ’80 in poi, sono distanti dai problemi sociali. Il clero giovane ricomincia ad avere il gusto di andare in giro con la tonaca.


Intervento di Paolo Cugini

Problema: In che modo l’esperienza della Chiesa sudamericana può essere di aiuto e stimolo al cammino della nostra Chiesa?
1.      Capire che cosa significa Chiesa come popolo di Dio: è il tema del modello ecclesiologico: piramide e poliedro.
2.      Vivere una Chiesa ministeriale: effettiva responsabilità dei laici
a.      Sinodalità
b.      Ruolo della donna nella Chiesa
c.       Il modo di vivere il ministero
3.      Chiesa e poveri
4.      Centralità della Parola di Dio


venerdì 15 settembre 2017

INTRODUZIONE ALLA FIGURA DEL CARDINAL CARLO MARIA MARTINI



SAGRA DI REGINA PACIS
Venerdì 15 settembre 2017


Don Fernando Borciani

Sintesi: don Paolo Cugini

E’ stato un personaggio completo. È stato uomo di Chiesa e uomo di confine, con lo sguardo oltre la Chiesa. Innestato in Cristo che generava aperture al mondo e sguardo in avanti.

La dimensione contemplativa della vita
Ogni anno scriveva una lettera pastorale alla diocesi. Appena arrivato a Milano, a settembre scrisse la sua prima lettera pastorale: la dimensione contemplativa della vita. Fu molto chiara questa sua prima mossa: non c’è vita cristiana se non c’è vita spirituale. Martini viveva una grande intimità con Gesù. In ogni incontro Gesù non si ripete mai. Nel 2008 quando rientrò da Gerusalemme scrisse: “Ciò che mi costa di più è che in alcuni momenti la mia debolezza fisica m’impedisce di mantenere vivo il mio contatto con Gesù”. Martini scrive nel 1995-96 la lettera pastorale: Ripartire da Dio.

Il Cardinal Martini: l’uomo della Parola di Dio
Quando parliamo della Sacra Scrittura si arriva al cuore della spiritualità di Martini. È difficile che un papa citi singole persone ancora vive nella Chiesa. Papa Benedetto XVI citò Martini come vero maestro della Lectio divina. Giovanni Paolo II disse: “Mi piace menzionare il cardinale Martini le cui catechesi attiravano molte persone alle quali svelava il tesoro la Parola di Dio”. Papa Francesco disse: “Martini aveva una grande familiarità con la Parola di Dio… È stato per molti di noi un maestro per far apprezzare la Bibbia”. La Parola di Dio è stata la passione del Cardinale Martini. Non fu solo studioso, ma un innamorato della Parola di Dio. Martini era convinto che tanti errori della Chiesa fossero dovuti ad un deficit delle sacre scritture. “Ciò che sto facendo… Sono conforme al Vangelo?”. Il segreto di martini era la lectio divina quotidiana. Inventa la scuola della Parola nel suo primo anno di episcopato. Li faceva il primo giovedì del mese. Colpiva il vocabolario semplice di Martini. La Parola di Dio plasmò soprattutto lui, una figura diversa, senza tattiche, né strategie: un pastore autentico. Dio ci chiede di essere veri, non perfetti.

La cattedra dei non credenti
Attenzione a chi non è credente. “L’espressione dei non credenti va intesa come dare voce, dare voce ai cammini suscitati nel credente. La presenza di non credenti che con personale sincerità si dichiarano tale, e la presenza di redenti che hanno la volontà di entrare in se stessi è utile agli uni e agli altri”. Vennero realizzate 12 sezioni. Vennero affrontati i maggiori temi umani e spirituali: scienza, speranza, dolore, ecc. Fu un’iniziativa pioneristica e coraggiosa. Altri vescovi poi fecero la stessa cosa. L’obiettivo fu una palestra di addestramento per un dialogo non conflittuale tra il credente e non credente. Pensava che c’è in tutti un credente e non credente: siamo tutti credenti e non credenti insieme. Approfondiamo insieme: questo è stato l’obiettivo di Martini. Se ci togliamo maschere, ruoli, funzioni, ci troviamo tutti sulla stessa strada verso la verità. Invito a viere nell’autenticità, senza paure. Novembre 1989 Martini disse: “La differenza è tra pensanti e non pensanti”. La cattedra fu l’indicazione di una metodologia pastorale profondamente rinnovata.

Chiesa e missionarietà
Il Signore ci ha fatti cristiani per renderci testimoni della speranza che è in noi. Martini tenne sempre molto presente le parole della liturgia episcopale: “Per coloro che non appartengono al gregge del Signore, prenditi cura anche di loro”. Scrisse: Alzati e va a Ninive la grande città (1991). Nel 2002, durante una veglia in Duomo disse: “Attraversate la città contemporanea sapendo che insieme è possibile conoscerla nella sua diversità. Favorite i rapporti tra persone che sono diverse. Siate promotori di nuove agorà”. Nel 1980 entrò in Milano a piedi con un Vangelo in mano. Aveva scelto la strada. La sua pastorale era la strada, perché la strada è di tutti, è laica e ti costringe a parlare la lingua di tutti. Dell’episcopato si deve dire che ‘ un sacramento della strada (Giovanni Paolo II). L’episcopato è il sacramento della strada. Nel 1996 disse: “Vorrei farmi tuo compagno di strada”. Lettera pastorale: Partenza da Emmaus, sul tema della missione. Fu una lettera poco capita. Manca l’entusiasmo di fede che è contagioso. “Solitamente partiamo dalle comunità già costituite. Mettere la missione dopo non dice come stanno davvero le cose. Dobbiamo trovare l’armonia tra la pastorale e la dimensione missionaria. La tradizione c’insegna che nella realtà storica la missione ha preceduto la comunità”.

Come vedo e desidero la Chiesa di domani?
Una chiesa che si muove come la prima Chiesa, quella degli Apostoli. “Non ci proponiamo nessun proselitismo. Ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo”. L’opera dello Spirito Santo nella Chiesa. Martini riteneva che grazie allo Spirito Santo la Chiesa è in grado di aiutare il mondo a trovare la direzione giusta. La Chiesa è una goccia capace di orientare la società. Per questo non ha vita facile nella società. Diceva che sarebbero solo minoranze qualificate a cambiare la Chiesa. Per cambiare la Chiesa bisogna amarla fino al dono della propria vita. Martini era cosciente che su alcuni punti era necessario parlare. “Ho fatto un sogno”. Auspico un confronto su questi temi: ruolo della dona, la visone cattolica sulla sessualità. Martini morì con la convinzione che le sue idee sarebbero rimaste solo un sogno. Sognava una Chiesa che infonde coraggio, aperta e giovane. Martini diede un’intervista al Corriere della Sera in cui usò l’espressione: noi viviamo in una Chiesa che è rimasta indietro 200 anni. “Portiamo ai sacramenti che necessitano una nuova forza? Come può la Chiesa a portare aiuto a chi ha situazione familiari complesse?”.

Due tratti personali di Martini
Aveva una grande capacità di ascoltare le persone. Solo chi sa ascoltare è capace di orientare le persone. Quando eri con lui, eri tutto per lui. Martini non parlava molto. Rifletteva molto rimettendo tutto nelle mani di Dio. Fu questa dote che lo rese un padre comprensivo. Un altro tratto di Martini: era allergico alle polemiche. Molti però polemizzavano con lui. “La mormorazione rappresenta la spia di un’aria stagnante sottilmente avvelena e deprime”. Martini aveva idee avanzate sulla Chiesa, volte a far evolvere il cammino della Chiesa. Mai si collocava in logiche di contrapposizione e polemica. Tutto in Martini poggiava su Gesù. Ogni appunto per la Chiesa partiva da un grande amore per la Chiesa.

Conclusione

Martini ogni anno a Natale scriveva una lettera. Martini amava molto Gerusalemme e il popolo ebraico. Scrisse 22 discorsi alla città. Ci sono anche discorsi sulla vita sacramentale. Fu anche presidente dei vescovi europei. Molti libri di Martini sono stati trascritti dal registratore. 

mercoledì 22 marzo 2017

IN CAMMINO CON IL PROFETA GEREMIA

ZONALE OVEST VICARIATO URBANO- DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA
LECTIO DIVINA DELLA QUARESIMA 2017





MEDITAZIONE DI DON MATTEO MIONI
GEREMIA 20,7-18


Sintesi: Palo Cugini


Introduzione: L’esperienza narrata al capitolo 20 si trova in altri contesti del libro. Geremia è il profeta perseguitato. Geremia: colui a cui Dio apre il ventre. La persecuzione viene da Pascur, un sacerdote del tempio e a motivo delle parole di Geremia reagisce mettendolo in prigione. In questi versetti la vocazione di Geremia si trova tra la seduzione e la persecuzione. La seduzione apra per Geremia la strada della persecuzione. Dio obietta, ma nonostante ciò il testo si conclude con delle parole di maledizione. Non si può semplificare il testo, ma va ascoltato così com’è.

Tu mi hai sedotto: Geremia si è arreso dinanzi all’amore di Dio, alla bellezza dell’amore di Dio. È una seduzione sofferta: tu mi hai fatto violenza. Ricorda la situazione di Gesù nel Getsemani. È un invito a non avere paura dell’amore di Dio.

Oppressione: Dire di sì al Signore non è uno scherzo. Dire sì al Signore implica una resistenza. Riconoscere la fecondità del momento in cui grida la sua oppressione. Anche la sofferenza possono diventare grembo fecondo. Paolo dice: sono lieto con le sofferenze di Cristo. Dio non ci chiama alla sofferenza. Dio nella sofferenza ci chiama. Dio chiama alla fedeltà. Riconoscere sia nel momento della seduzione che dell’oppressione si apra il grembo e il cuore di Geremia. Non è un dovere rispondere al Signore.

A volte facciamo l’esperienza della Parola che diventa ingannevole. La nostra vita si ribella quando passa per queste situazioni. È lo scandalo della Parola, perché non è ciò per cui abbiamo messo in gioco la nostra vita. Lasciarsi baciare dalla Parola di Dio può diventare motivo di violenza e persecuzione.

Mi dicevo: Non penserò più a Lui: Geremia ragiona tra sé e sé. Non dà più del Tu a Dio, ma parla di Dio. Il pericolo mortale di un credente è non dare più del tu a Dio. Nei Salmi vediamo che Dio può dire a Dio di tutto; è Parola di Dio perché è rivolta a Dio. Il pericolo di Geremia è di non rivolgersi a Dio con il tu.

Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente: la percezione dell’amore di Dio è l’obiezione alle sue ribellioni, alla sua indignazione. Quando nella nostra vita qualcuno ci propone qualcosa, e mettiamo dinanzi delle difficoltà. L’amore di Dio in Geremia è più forte delle sue paure. La Pasqua è l’obiezione delle obiezioni alla paura di vivere, di amare, ecc. Permettere alla Parola di Dio l’obiezione più profonda ai nostri pensieri.

Ci prenderemo la nostra vendetta. Sentivo la calunnia di molti: Geremia riprende ad ascoltare le parole degli altri, di coloro che ce l’hanno con lui.

Ma il Signore è al mio fianco: l’amore di Dio diventa obiezione alle mie paure. Per questo saranno i persecutori che cadranno.

Signore degli eserciti tu che provi il giusto… Possa io vedere la tua vendetta: Geremia ha ricominciato a dare del tu. Non sono sparite le difficoltà, ma emerge il suo amore per Dio come realtà più forte delle paure. Fino a che abbiamo la capacità di dare del tu a Dio è un bel segno.

Cantate inni al Signore: Geremia ha visto la forza di Dio. Geremia affida la vendetta a Dio. Che cos’è la vendetta di Dio? Dio si vendica. La vendetta di Dio è il condono. La vendetta è disarmata dal perdono. Geremia non cerca vendette sue, ma lascia la vendetta a Dio e Lui risponde con il perdono, la misericordia.

Maledetto il giorno in cui nacqui: è scandaloso sentire un profeta che maledica il giorno in cui è nato. Lo scandalo è quando il credente non risponde alle sollecitazioni di Dio. Nel testo c’è un intreccio continuo. È come la nostra vita. Nessuno vive una vita lineare. Ci possiamo riconoscere nel cuore di Geremia. Dobbiamo litigare con la Parola. Dobbiamo accettare di non capirla. È vivendo il contrasto che la nostra fede cresce. La preghiera non è un tranquillante. È il contrario: è un’adrenalina. Stare dentro alla contraddizione del testo. Questi ultimi versetti provocatori mettono in discussione le nostre sicurezze religiose. La Parola non è un tranquillante.


Senso della vocazione: dalla persecuzione a motivo della Parola a lasciarsi perseguitare dalla Parola. Tutti i disagi, fatiche, contraddizioni: davanti a Dio sono tutti legittimi. Abbiamo il diritto alla stanchezza, al disagio. L’importante è non dimenticare che siamo servi. Non è quello che viviamo che modifica il nostro essere, ma l’essere figli di Dio. 

martedì 6 settembre 2016

COME UN SOLO UOMO




LA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELLA COMUNITÀ
RONCINA 6 SETTEMBRE 2016

(Neemia 8,1s)
Giovanna Bondavalli
Sintesi: Paolo Cugini
Obiettivo è che le comunità dell’unità pastorale apprendano a camminare con la Parola di Dio. Che cosa significa incontrare la Parola di Dio come comunità? Ci facciamo aiutare da un testo: Neemia 8. Come fino adesso abbiamo vissuto il nostro rapporto con la Parola di Dio.
Il testo racconta una realtà che accade spesso anche in mezzo a noi. Ci troviamo spesso ad ascoltare la Parola e qualcuno ce la spiega.
Ci sono anche delle cose nuove.
Il popolo si raduna alle porte delle acque: non siamo in chiesa, ma all’aperto. C’è stato un momento difficile in cui Gerusalemme è stata attaccata e molte persone sono andate all’esilio. Alcune tornano e trovano Gerusalemme trasformata. Questa scena si svolge quando le persone che erano in Esilio tornano e cominciano a pensare alla ricostruzione. Occorre ripartire e ricostruire. Il problema non è solo rimettere le cose come erano prima, ma il perché ricominciare. Esdra e Neemia incitano a ripartire e lo fanno a partire dall’ascolto della Scrittura. Prima di tutto ascoltiamo la scrittura insieme. Una delle espressioni che torna di più nel brano è la seguente: tutto il popolo. Sono gli ebrei insieme che trova la Parola: tutti insieme. Quelli che leggono lo fanno ad alta voce affinché tutti possano capire. Tutti capiscono. E’ una comunità che si raccoglie intorno alla Parola dove tutti hanno un ruolo. E tutta la comunità chiede allo scriva di portare il libro. Qui non è il prete che decide, ma la comunità. La comunità nasce attorno ad un libro. E’ la comunità che ha bisogno del libro.

C’è un’altra cosa importante che accade nella narrazione. Il libro è uno, ma il lettore non è unico: ce ne sono diversi. Le persone che leggono vengono nominate per nome. Dio parla alla comunità attraverso persone della comunità. I lettori leggono e spiegano la Parola di Dio. Leggevano in ebraico e spiegano in aramaico. Negli Atti degli Apostoli c’ una narrazione in cui Filippo spiega la Parola ad un Etiope. Importante è leggere la Bibbia, ma è molto importante trovare qualcuno che ce la spieghi. Come faceva Gesù quando raccontava le parabole e poi le spiegava agli apostoli. La Parola di Dio ci viene sempre incontro attraverso qualcuno.

La lettura è integrale dall’inizio alla fine: dall’alba fino a mezzogiorno. Quel giorno non c’erano altre cose da fare. La festa continua per alcuni giorni e si continua a rileggere tutto il libro della legge. Non si trascura niente della Bibbia e non si legge a caso: dall’inizio alla fine e si legge così com’è. Si legge anche secondo alcuni criteri.
La lettura non si ferma solo a leggere un libro, ma che va oltre il libro e tocca la vita della comunità ed è capace di cambiarla. Il primo segno che ci viene incontro come reazione alla lettura è il versetto 9: tutto il popolo piangeva mentre ascoltava la lettura della legge. Perché questa Parola è una Parola che brucia, che tocca il cuore, perché fa ricordare il legame del popolo con il Signore. È una Parola che tocca il cuore perché ci fa capire dove siamo, che cosa è successo; ci fa capire le nostre perdizioni. Soprattutto però leggendo la Parola capiscono chi è il Signore. È una Parola che ci prepara ad una conversione. La questione centrale è che bisogna lasciarsi commuovere.

L’altra reazione è quella della gioia, della festa: si riscopre la bellezza dello stare insieme. Scopriamo che il Signore è la nostra forza. Ascoltando insieme avevano capito.
10-12: mandate porzioni a quelli che non hanno niente di preparato. La festa diventa condivisione. La festa dev’essere allargata a tutti, soprattutto a quelli che non ne hanno.

Considerazioni
L’incontro con la Parola di Dio è sempre l’incontro con la vita di noi e come chiesa, come comunità. La scrittura ci dice chi siamo, a fare memoria e a fare un progetto. Nel testo letto tutto parte da un fallimento. Si riparte da ciò che non ha funzionato. Come ripartiamo dai nostri fallimenti? Chi ci aiuta ad uscirne? Il tempo del fallimento è il tempo in cui si riparte meglio.

Questa comunità che si costruisce attorno al libro è variegata con persone diverse che incontrano la Scrittura in modi diversi. È una comunità in cui c’è qualcuno che aiuta gli altri a comprendere la Parola. Ci sono i nomi. Ci sono dei testi che leggiamo con la nostra vita.
Neemia ci ricorda che di scrittura bisogna masticarne tanta. Occorre provare a fare un po' fatica sui testi. Occorre apprendere a leggere in modo integrale la Scrittura.

La Parola di Dio ci viene incontro per commuoverci, per bruciarci dentro il cuore. È una Parola che fa muovere perché fa commuovere e chiede sempre di continuare a metterci in relazione, ad andare fuori di noi verso gli altri. È una Parola che fa il suo lavoro fino in fondo quando la facciamo diventare festa e condivisione. È una Parola che aiuta a capirci e diventa testimonianza: non tiene ferma la gente.






mercoledì 16 dicembre 2015

PAROLA E STORIA




RIFLESSIONI SUL LIBRO DELL’APOCALISSE

 PAOLO CUGINI

 L’ascolto della parola

Il libro dell’Apocalisse si apre con la parola “Rivelazione”. In questo nuovo millennio che si apre sarebbe importante riscoprire la Parola di Dio come un dono, una Rivelazione. Essendo la Parola una rivelazione ciò significa due cose: la prima è che Dio desidera dire qualcosa all'uomo; la seconda è che l’uomo, per scoprire il contenuto che Dio intende rivelargli, deve stare attento, aprire l’orecchio. C’è un versetto significativo che, nel primo capitolo dell’Apocalisse, mostra il rapporto tra Dio che parla e l’uomo che ascolta: ”Rapito in Spirito nel giorno del Signore, udii dietro a me una voce possente, come di tromba” (Ap 1,10). La Parola di Dio è come una voce possente che sta dietro all'umanità e deve essere ricevuta come un dono. La Parola precede l’uomo: c’è una storia, secoli di avvenimenti, tradizioni. La Parola non è invenzione dell’uomo, per questo l’atteggiamento che la Parola intende suscitare è quello dell’ascolto attento affinché il contenuto rivelato dalla Parola possa scendere fino al cuore. ”Mi voltai per vedere chi mi parlava” (Ap 1,12). Per fare in modo che la Parola scenda in profondità è necessario voltarsi indietro, entrare nella storia di colui che Parla, conoscere le tradizioni passate. Cercare il volto del Signore nella Parola vuole dire accettare la fatica quotidiana di conoscere la provenienza di questo volto, la sua origine, il suo passato. Il tempo è un dato antropologico dell’universo personale: non si può pretendere di conoscere qualcuno se non si fa lo sforzo di conoscerne la storia. Ciò vale anche per la Parola di Dio. Ce lo ricorda l’autore della lettera agli Ebrei: ”Dio che nel tempo antico molte volte e in diversi modi aveva parlato ai padri nei profeti, in questa fine dei tempi ha parlato a noi nel Figlio” (Eb 1,1-2a).

 La Parola si è comunicata all’uomo entrando nella sua storia, influenzando le sue scelte, le sue leggi. C’è stato un lento cammino di entrata nel tempo fino all’evento cruciale che è stata l’incarnazione che ha fatto della Parola una Persona: Gesù Cristo. Il gesto, allora, di Giovanni che si volta per vedere colui che gli rivolgeva la Parola, è il gesto che la Chiesa compie ogni qual volta si mette in ascolto del “Testimone fedele, il primo nato fra i morti, il principe dei re della terra “ (Ap1,5).Compiendo lo sforzo di voltarsi indietro per conoscere l’Agnello, la Chiesa può presentare all’umanità una verità autentica. Di fatto, in questo mondo così detto post-moderno, caratterizzato dalla frammentazione dei saperi, dalle “verità deboli “, dalla crisi di punti di riferimento chiari e distinti, la presa di coscienza di una Parola vera, rivelata, che precede l’uomo è un dato di grande consolazione. Ci chiediamo allora: quando la chiesa è in grado di presentare all’umanità post-moderna la Verità di Gesù? Ogni volta che riesce a trasformare la Parola in storia, ogni volta che “segue l’Agnello ovunque vada” (Ap 14,4), ogni volta che le azioni che compie sono risposta alla “voce possente” del “Testimone fedele”, la Chiesa sta manifestando ciò che il mondo non conosce: “ Il Signore Dio, Colui che è, che era, che viene, l’Onnipotente” (Ap 1,8)

 Celebrare la vita

L’ascolto della Parola di Dio, conduce l’uomo nella storia d’amore che il Padre sta preparando sin dall’inizio della creazione. L’uomo, coinvolto in questa storia d’amore, non può che lodare Dio. La Parola di Dio apre il cammino alla celebrazione liturgica e, senza una vita immersa nella Parola, diviene difficile cogliere la pienezza della liturgia. Lo diceva il papa Giovanni Paolo II in occasione del 40° anniversario della Sacrosanctum Concilium: “La liturgia da una parte suppone l’annuncio del Vangelo, dall’altra esige la testimonianza cristiana nella storia”.

 In questa prospettiva il libro dell’Apocalisse, che abbiamo preso come punto di riferimento, aiuta a cogliere il significato profondo della liturgia. I capitoli 4 e 5 descrivono in modo suggestivo e spettacolare la liturgia celeste, come centro e meta di tutta la storia dell’umanità: Dio è seduto sul trono e l’Agnello immolato in piedi. Qui viene celebrata la vittoria di Dio sul mondo dell’egoismo, vittoria manifestata nella morte e resurrezione del Figlio, l’Agnello immolato. A questa liturgia partecipa tutta la storia della salvezza assieme a coloro che hanno testimoniato con la propria vita l’amore a Gesù Cristo. E’ questo che fa riflettere: nella liturgia celeste è celebrata la vita! Viene dato gloria a Dio, infatti, per la vita che il Figlio ha saputo realizzare nell’amore a coloro che celebrano questa liturgia sono coloro che hanno vissuto sulla propria pelle questo amore. Troviamo così tutti gli elementi di una qualsiasi liturgia come inni, canti, genuflessioni, adorazione, silenzio, in un contesto vivo, in cui non c’è nulla di formale o di obsoleto.
 “Ero morto, ma ora sono vivo” (Ap 1,18). E’ ciò che l’Agnello dice di sé a Giovanni nella visione di apertura dell’Apocalisse. Se è il vivente, vuole dire che accompagna la vita e il cammino della Chiesa. Di fatto nei capitoli 2 e 3 leggiamo che cosa il Vivente ha da dire alle 7 chiese dell’Asia che, simbolicamente, rappresentano il cammino della Chiesa nella storia. In questa prospettiva diviene chiaro che il rito liturgico non celebra appena un evento passato, quanto quell’unico evento, la morte e risurrezione di Cristo, di colui che è vivo e presente nella storia. Ciò è lo specifico del rito Cristiano in una prospettiva di fenomenologia delle religioni: noi celebriamo il Vivente, il Dio che si è fatto carne, che è venuto ad abitare in mezzo a noi, che per noi è morto e il Padre ha resuscitato ed è e sarà sempre con noi (Mt 28,20). Il libro dell’Apocalisse oltre a ricordare che la liturgia celebra la vita, aiuta a cogliere anche il significato del sacerdozio. “Fosti immolato e acquistasti per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, ne facesti per il nostro Dio un regno di sacerdoti.” (Ap 5,9b-10). Chi partecipa alla liturgia è, dunque, un regno di sacerdoti. Lo stesso Agnello immolato è il sacerdote che, nella liturgia celeste, non ha offerto un animale come prescriveva la legge mosaica, ma se stesso, la propria vita. E’ questo il sacrificio che, dopo quello salvifico di Gesù, deve essere offerto. San Paolo, all'inizio della parte parenetica della lettera ai romani, invitava i suoi amici ad “offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, come vostro culto spirituale” (Rom 12,1). Gesù è entrato nel mondo ed ha fatto della propria vita una liturgia, nella quale ha offerto se stesso al Padre, trasformando la propria vita in amore, in perfetta obbedienza (cfr. Eb 4,14-16). E’ a questo sacerdozio che i battezzati, coloro che sono stati resi veramente Figli di Dio dall’amore del Padre (1Gv 1,3), sono chiamati a partecipare, E’ donando la vita, trasformando la vita in amore, in obbedienza alla Parola che dall'eternità chiama l’umanità ad una vita santa e immacolata (Ef 1,4), che l’uomo vive il proprio sacerdozio. 

Nella prospettiva aperta dal libro dell’Apocalisse, la liturgia non si presenta come una realtà separata dalla vita. Al contrario, è la vita quotidiana trasformata dall'amore del Padre che è riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito del Signore (Rom 4) che viene celebrata. E’ di questa liturgia che celebra la vita che il mondo post-moderno ha bisogno. Di fatto, se la fine delle grandi narrazioni(6) ha provocato sfiducia nelle possibilità umane di dare un senso all'esistenza, una liturgia di persone che celebrano la vita, la vittoria di Cristo sulla morte e la possibilità di una vita quotidiana plasmata dall'amore del Padre, non può che destare interesse assieme al desiderio di percorrere questo cammino.



lunedì 19 ottobre 2015

INCARNAZIONE COME CAMMINO D'INCULTURAZIONE




Paolo Cugini

Non è difficile scorgere tra le righe dei documenti della Chiesa, nonché in vari studi o articoli di riveste specializzate, grande preoccupazione sul futuro della Chiesa. Preoccupazione che, del resto, è più che giustificata visto e considerata la scristianizzazione progressiva che stiamo assistendo in questo modo sempre più post-moderno. La frammentazione dei saperi, infatti, assieme al relativismo in campo morale e al particolarismo che stanno alla base di molte rivendicazioni politiche in diverse parti del mondo contraddicendo, in apparenza, la tendenza globalizzante non solo dell'economia che é in atto; sono fenomeni che fanno riflettere. E allora come portare il Vangelo in questo secolo che, come scrive giustamente Matteo Armando no è più solo in cambiamento, ma è già cambiato? In altre parole emerge con forza il problema dell’inculturazione del Vangelo che viene a porsi non solamente in modi non occidentali, di culture cioè, e religioni, non cristiane, ma nello stesso mondo occidentale. Ciò non per il semplice fatto della presenza di persone provenienti da altri paesi, mondi, ma perché l’uomo occidentale stesso, per una serie di trasformazioni avvenute, ha perso sempre di più la propria identità cristiana. C’è, allora una cultura diversa che si è venuta a formare in questi documenti, una cultura secolarizzata, non necessariamente atea.
 Se c’è chi sostiene che non poteva che andare così, in quanto la secolarizzazione del mondo occidentale è il punto d’arrivo del cristianesimo stesso, per chi ha fatto del Vangelo di Gesù Cristo non un semplice “dato” culturale, ma l’annuncio della salvezza, non può che rimanere preoccupato.  Si creano, allora, degli strumenti, delle chiavi di lettura che aiutino ad interpretare il fenomeno, per individuare cammini di inculturazione percorribili. La tentazione però, che spesso si intravede qua e là, in uno studio specifico o in un dibattito tra specialisti di pastorale, è di correre dietro al post-moderno, per timore di essere considerati dei poveri cristiani moderni, mettendo involontariamente da parte il punto di partenza necessario per qualsiasi inculturazione: il Vangelo. Se è vero che l’ermeneutica ha compiuto passi da gigante, soprattutto in questi ultimi trent'anni, è altrettanto vero che il metodo donato da Dio per annunciare la Buona Novella della Salvezza, rimane tutt'oggi insuperato.

Vorrei iniziare queste semplici riflessioni bibliche con una domanda: come ha fatto Dio a inculturare la Parola nella storia? 
In primo luogo l’incontro tra Dio e l’uomo è avvenuto nella Parola stessa. Lo ricorda l’autore della lettera agli Ebrei quando scrive: “Dio che nel tempo antico molte volte e in diversi modi aveva parlato ai Padri nei profeti, in questa fine dei tempi ha parlato a noi nel Figlio”. Una parola che è discesa, che dall'alto è venuta verso il basso. Questo cammino di discesa che la Parola ha compiuto, è passato per varie tappe a giungere a Gesù, il verbo incarnato.

“Ho visto l’oppressione del mio popolo…e sono sceso a liberarlo dagli Egiziani”. La storia della salvezza operata da Dio in favore del suo popolo, può essere narrata come la storia di una progressiva discesa. E’ così la risposta a quella domanda che il saggio Agur fa nel libro dei poveri.  “Chi è salito al cielo e poi è disceso?” La troviamo in Gesù, Parola definitiva del Padre che, come ci ricordava l’Evangelista Giovanni "è venuto abitare in mezzo a noi”. Da questo momento in poi non si tratta più solamente di una Parola rilevata, ma il Verbo incarnato, di Dio che è diocesi assumendo la stessa carne degli uomini e, Lui che è eterno, accettando i limiti della storia umana. Il concilio ci ricorda che tutto ciò è avvenuto perché:

piacque a Dio nella sua bontà e sapienza, rilevarsi a se stesso per far conoscere il mistero della sua volontà mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo incarnato, hanno accesso nello Spirito Santo al Padre e diventano partecipi della natura divina” (Dei Verbum).

Nonostante questa delucidazione del magistero ecclesiastico, per l’uomo in cerca della Verità, rimane comunque aperta una domanda: era davvero necessaria questa discesa che presenta l’aspetto di un duplice umiliazione? Di fatto, non solamente Dio si umilia scendendo dal cielo mescolandosi con la creatura sfidando tutte le leggi della metafisica classica; ma è anche l’uomo a uscirne umiliato, in quanto la discesa di Dio pone in evidenza l’incapacità della natura umana di rispondere positivamente al piano di Dio
Leggendo e rileggendo la storia del popolo di Israele, storia fatta per lo più di alleanze disattese, di ribellioni e peccati, viene da rispondere immediatamente che non c’era altra alternativa. Non bastano, infatti, le grida minacciose dei profeti per rimettere sul giusto cammino un popolo preso dall'idolatria e nella dimenticanza di Dio dei padri.
Lo aveva, del resto, già intuito il profeta Geremia quando, in uno dei momenti storici più tristi del popolo d’Israele, vale a dire la distruzione di Gerusalemme operata da Nabucodonosor nel 587 a.C. e la successiva deportazione del popolo a Babilonia, profetizzava un futuro in cui Dio avrebbe scritto le Sue parole di amore non più in tavole di pietra, ma nel cuore stesso dell’uomo. La debolezza della struttura antropologica umana resa fragile a causa del peccato, della disobbedienza originale, non ha permesso all'uomo di obbedire alla legge – Torah- ricevuta da Mosè scritta sulle tavole di pietra.

 Geremia, e dopo di lui Ezechiele, hanno colto il disastro storico avvenuto nelle deportazione di Babilonia, un problema ben più profondo nel cuore stesso dell’umanità, che necessitava dunque di un intervento diretto di YHWH. E’ in questo contesto che è nata la Teologia del cuore, spingendo il rapporto dell’uomo con Dio sul piano interiore. Discendendo del cielo, Dio è entrato nel cuore dell’umanità per scrivere dentro di essa la Sua Parola. Questo suo cammino di discesa, che secondo la letteratura profetica è innanzitutto un cammino di interiorizzazione, è avvenuto con Gesù Cristo. È san Paolo che lo rivela quando, nella lettera ai Romani, mentre al capitolo 5 riflette sulle conseguenze della giustificazione scrive: “La speranza non delude, poiché l’amore di Dio è stato riversato nel nostro cuore per il dono dello Spirito Santo” (Rom 5,5).
E’ una discesa allora che, se in apparenza sembra umiliare l’uomo, in realtà tenta con successo il recupero, per metterlo in grado di vivere ciò che per vocazione è: immagine e somiglianza di Dio.

La discesa del Verbo nel cuore dell’uomo per riscattare ciò che sembrava per sempre perduto, è avvenuto sul piano dell’identità e della differenza.

Sul piano dell’identità innanzi tutto. Infatti, che “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”  ha voluto dire per l’umanità il desiderio di Dio di salvare l’uomo non con un atto esterno, ma creando un rapporto di strettissima vicinanza. In altre parole Dio, in Gesù Cristo, si è spinto vicino all’uomo sin dove poteva. Sono tante che le espressioni che nel Nuovo Testamento descrivano questo cammino di Dio verso l’uomo. Innanzi tutto san Paolo nella lettera ai Filippesi ricorda che Gesù Cristo è “diventato simile agli uomini”. Per salvare l’uomo dal peccato il Verbo ha assunto la carne del peccato stesso facendosi simile in tutte le cose “ai fratelli” eccetto chiaramente il peccato. Per rendere autentica questa partecipazione alla somiglianza della carne e del sangue dell’umanità da salvare, il Verbo ha dovuto attendere. In primo luogo ha atteso la pienezza del tempo, la fine dei tempi.
C’è stata una lunga, secolare preparazione prima che si compisse l’evento dell’incarnazione. Un evento preparato e annunciato nei secoli. Si pensi ad esempio alle profezie che incontriamo al capitolo 24 del libro dei numeri in cui Balaam figlio di Beor, a dispetto delle maledizioni che Balac re di Moab chiedeva sul popolo di Israele accampato ai piedi del monte Baal, disse: "Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe…".
 Anche la profezia di Natan nel secondo libro di Samuele in cui Dio promette per bocca del profeta al re Davide una alleanza eterna con la sua casa. Profezie millenarie che fanno riflettere sui tempi calmi del Signore, così diversi dai tempi frettolosi degli uomini e delle donne. C’è poi una seconda attesa che avviene nella vita stessa di Gesù. San Paolo la descrive così: “quando giunse la pienezza del tempo, Dio invitò suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge”.


 Il Verbo si è sottomesso alla legge della natura umana e degli uomini. La partecipazione alla somiglianza della care e del sangue dell’uomo non è stato qualcosa di fittizio, esterno, formale: è stata una sottomissione autentica, un cammino di apprendimento dentro le mura della famiglia di Nazareth e nella scuola dei saggi di Israele. Infine, c’è l’attesa di Gesù nel deserto prima di iniziare il ministero. Si rimane a lungo con il fiato sospeso prima di ascoltare una parola di Gesù e di vederlo all’opera. E’ una lentezza non solo imbarazzante, ma nel tempo stesso impressionante che richiede di essere ascoltata e meditata con attenzione. In effetti, è una lentezza che ha tutti i tratti della delicatezza di Dio. Se è vero, infatti, che Dio interviene nella storia per salvare l’uomo dal peccato e dalla morte eterna, sembra che intenda farlo col modo più delicato possibile, senza ferire troppo una umanità già malata. L’incarnazione del Verbo operata da Do nella storia vede, quindi, questo primo aspetto fondamentale: il Verbo è disceso lentamente e delicatamente. E’ stato un incontro talmente lento e delicato che in pochissimi se ne sono accorti: dice infatti Giovanni che “il mondo non lo riconobbe”. Lo stesso vale per il cammino di discesa. Difatti la somiglianza di Gesù con l’umanità incontrarsi era talmente grande che non riusciva a percepire la differenza divina. E la gente si chiedeva: “non è questo il figlio di Giuseppe?”.

lunedì 12 ottobre 2015

IL DIO NASCOSTO DI CARLOS MENDOZA






TEOLOGIA NELLA POSTMODERNITÁ
Il Contributo del teologo messicano Carlos Mendoza

Paolo Cugini
La Chiesa come progetto di umanizzazione basato nel concetto di persona umana creato ad immagine delle persone divine, ha contribuito e, allo stesso tempo, é stata toccata dal processo culturale della modernità. La Chiesa riformata è stata più sensibile all'innovazione che ha portato con sé il soggetto moderno e, con il tempo, anche la Chiesa Cattolica ha assunto questa sfida di comprendere l’umanizzazione come cammino necessario per la divinizzazione, conforme la testimonianza di Gesù e dei suoi discepoli.

Un modello postmoderno di chiesa è ancora agli inizi, comincia a manifestare i suoi segnali, come la condivisione dell’autorità, il riconoscimento della diversità dei carismi e delle funzioni, comunità di equipe di genere e la profonda attenzione con la madre terra, celebrazioni sacramentali inculturate, teologie contestuali: sono questi secondo Mendoza i principali segnali di una teologia postmoderna.
Un elemento importante che va segnalato della religiosità postmoderna è la ricerca di una spiritualità slegata dai sistemi chiusi della credenza. Ciò comporta il rischio di perdersi nel pantano della soggettività. Nonostante ciò, può essere visto come una grande opportunità di ritornare alle fonti delle grandi tradizioni sapienziali e spirituali dell’umanità. E’ questa la speranza in un mondo migliore.
É possibile parlare di Dio oggi solo se saremo situati nel clamore della sofferenza degli innocenti., dal lato delle vittime, cercando di superare il risentimento, la voglia di vendetta, attraverso la gratuità che viene intesa nella logica della donazione in un mondo asimmetrico e, quindi, non reciproco. In questo modo il cristianesimo recupera con nuova forza il suo carattere kenotico.

La ragione moderna ha espulso dal dialogo la fede, l’ha espulsa dai dibattiti sociali e politici e l’ha relegata nell'ambito della soggettività. Il nuovo millennio del cristianesimo ha dinnanzi a sé grandi sfide e la principale è recuperare l’armonia tra ragione e fede, fare in modo che tra le due non ci sia competizione, ma rispetto reciproco.
Fare teologia in America Latina è possibile solamente guardando alle diverse tradizioni e culture. Per questo è necessario fare riferimento a Gesù Cristo, ma anche alle differenti saggezze presenti sul territorio. Ciò significa porre attenzione non solo ai popoli indigeni, ma anche alle situazioni emergenti tipicamente postmoderne, come le minoranze sessuali, le donne, gli emigrati, ecc. Una teologia del soggetto debole della post modernità, ma molto sensibile alla costruzione di una società inclusiva.

Mie riflessioni. Che cosa significa fare teologia nel contesto culturale postmoderno? É necessario un nuovo paradigma. Siamo passati, infatti, da una cultura forte, che ha interpretato se stessa come misura di tutte le culture, elaborando sistemi teologici e filosofici forti, onnicomprensivi, ad una cultura debole, concentrata sul presente. Anche in Occidente si deve cambiare paradigma teologico e forse la Teologia della liberazione ci puó insegnare qualcosa. Da una teologia deduttiva, che parte dall’alto, cioè da principi prestabiliti, ad una teologia induttiva, che si mette in ascolto della realtà, soprattutto di quella realtà ai margini, che non la precede con dei principi per giudicarla, ma la ascolta per farsi guidare. Il Dio che si rivela in Gesù Cristo è il Dio dei poveri, degli esclusi.

CARLOS MENDOZA ALVAREZ, O Deus escondido da pos modernidade, Ed Realizaçoes, San Paulo 2011.



lunedì 13 luglio 2015

ESERCIZI SPIRITUALI 2015





UNITA’ PASTORALE
REGINA PACIS, SPIRITO SANTO, RONCINA, CODEMONDO, SAN BARTOLOMEO

ESERCIZI SPIRITUALI  2015

GIOVANI DELLE SUPERIORI
11-13 SETTEMBRE: SANTO STEFANO DI VETTO
TEMA: ERANO UN CUOR SOLO E UN’ANIMA SOLA. L’IDENTITA’ DEL GIOVANE CRISTIANO: RIFLESSIONI SU ATTI 2-4
Costo: 25 euro
Partenza: ore 18 dell’11/9
Ritorno: ore 15 del 13/9

GIOVANI UNIVERSITARI-LAVORATORI
8-11 OTTOBRE: SANTO STEFANO DI VETTO
TEMA: AMICI DEL SIGNORE. LA COMUNIONE NELLA CHIESA: RIFLESSIONI SU GIOVANNI 14-17
Costo: 35 euro
Partenza: ore 18 dell’8/10
Ritorno: ore 15 del 11/10


ADULTI
27-30 AGOSTO: MAROLA
TEMA: LA CHIESA DELLE BEATITUDINI. RIFLESSIONI SU MATTEO 5-7
Costo: 110 euro
Partenza: giovedì 27 dopo cena
Ritorno: domenica 30 dopo pranzo

-          I tre corsi degli Esercizi spirituali saranno predicati da don Paolo Cugini
-          Le iscrizioni si fanno nella segreteria della parrocchia di Regina Pacis

CHE COSA SONO GLI ESERCIZI SPIRITUALI?
Leggendo questo avviso molti si chiederanno: che cosa sono gli esercizi spirituali? Sono un tentativo d’imitare lo stile di Gesù, che spesso e volentieri ricercava momenti prolungati di silenzio per stare solo con il Padre. Momenti di silenzio che Gesù proponeva anche per i suoi discepoli e discepole: “Venite con me in disparte a riposare un po’” (Mc 6). Una parrocchia o un’Unità Pastorale propone quest’esperienza spirituale per permettere ai fedeli di fermarsi un po’ a prendere fiato, a fare un po’ d’ordine dentro di se, ad approfondire il senso della propria vocazione e del proprio cammino. Per questo la chiesa è solita dire che gli esercizi spirituali sono un tempo propizio per il proprio cammino di fede, per rafforzare le proprie convinzioni e le proprie scelte. Gli esercizi spirituali non sono un campeggio o una scampagnata, ma un’esperienza che vuole essere esclusivamente spirituale. Per questo motivo per funzionare gli esercizi spirituali hanno bisogno di alcuni ingredienti fondamentali:

Il primo è il desiderio di conoscere Dio. Non è una scelta di gruppo partecipare agli esercizi spirituali, ma personale, anche perché sono un’esperienza impegnativa e, in alcuni casi difficile. Non è facile, infatti, uscire da una spiritualità tutta incentrata su se stessi per porre al centro Dio, la sua Parola. Conoscere Dio è allora il desiderio che deve muovere una persona verso un’esperienza come gli Esercizi Spirituali, perché è in un simile contesto che è possibile maturare una relazione nuova con Dio, più profonda e più vera.

Il secondo è la Parola. Durante gli Esercizi Spirituali il testo privilegiato di riferimento è la Parola di Dio. Dedicare tempo alla Parola significa uno sforzo di comprensione verso una proposta che spesso e volentieri conosciamo appena per sentito dire. Confrontarsi con la Parola di Dio, con le sue proposte esigenti significa essere disposti ad essere messi in discussione e a lasciarsi destabilizzare.
Il terzo è il silenzio. E’ impossibile vivere una profonda esperienza con Dio senza la disponibilità al silenzio. Lo stesso Gesù si ritirava in luoghi deserti per pregare. Il clima degli Esercizi Spirituali è immerso nel silenzio per permettere alle persone che vi partecipano di entrare in se stesse e di meglio percepire la voce del Signore.


Coloro, quindi, che stanno cercando il Signore, che stanno amando la sua Parola e, per questo, cercano il silenzio sono i benvenuti a questi corsi di Esercizi Spirituali 2015. Buon cammino!