C’è una relazione strettissima, quasi sacramentale nella sua perversione, tra la corruzione dei politici e il disinteresse della gente per il bene pubblico. I politici corrotti si alimentano dell’ignoranza, soprattutto dell’ignoranza imposta ai poveri.
La campagna politica nel quartiere Compensa di Manaus
Paolo
Cugini
Il tempo della campagna
politica è il tempo della rivelazione. È il momento in cui cade la maschera, in
cui si vede ciò che durante gli anni ordinari viene nascosto sotto il tappeto
della propaganda, delle promesse vuote e delle fotografie sorridenti. È il
tempo in cui si capisce come stanno davvero le cose: da una parte candidati che
cercano di comprare la coscienza del popolo con le briciole; dall’altra un
popolo che, dopo anni di abbandono, è stato educato a sopravvivere di briciole,
a ringraziare per ciò che dovrebbe essere un diritto, a vendere il proprio
futuro per un favore momentaneo.
Questa è la tragedia
delle città ferite come Manaus: non manca il denaro, manca una visione. Non
manca il bilancio, manca un progetto di città. Non mancano i discorsi, mancano
obiettivi chiari capaci di mettere la popolazione nelle condizioni concrete di
vivere con dignità. E quando una città non ha un progetto, il popolo diventa
massa da amministrare, numero da contare, voto da conquistare, povertà da
conservare.
C’è una relazione
strettissima, quasi sacramentale nella sua perversione, tra la corruzione dei
politici e il disinteresse della gente per il bene pubblico. I politici
corrotti si alimentano dell’ignoranza, soprattutto dell’ignoranza imposta ai
poveri. Non vogliono cittadini: vogliono dipendenti. Non vogliono persone
libere: vogliono mani tese. Non vogliono quartieri organizzati, coscienti,
capaci di pretendere; vogliono comunità stanche, impaurite, divise, costrette a
chiedere come favore ciò che la giustizia dovrebbe garantire come diritto.
Più c’è povertà, più la
corruzione trova terreno fertile. E più la corruzione governa, più la povertà
viene prodotta, mantenuta, amministrata. La politica corrotta non combatte la
miseria: la usa. Non libera i poveri: li tiene prigionieri. Non costruisce
condizioni di dignità: distribuisce briciole negli anni delle elezioni, perché
la fame renda debole la memoria e la necessità renda fragile la libertà.
Guardiamo il quartiere
Compensa, a Manaus. Basta guardarlo senza voltare la faccia. Un quartiere
tagliato in mezzo da un canale fognario lungo chilometri, sulle cui rive vivono
centinaia di famiglie e, di conseguenza, migliaia di persone. Nel tempo delle
piogge, l’acqua sporca invade le case, porta dentro le stanze il fetore, la
malattia, l’umiliazione, la paura. Le cronache recenti hanno registrato ancora
una volta il transbordamento dell’igarapé e gli allagamenti nella zona della
Avenida Brasil, segno di un problema ricorrente che non può più essere chiamato
emergenza: è abbandono strutturale.
Eppure, negli ultimi
anni, quante volte si sono visti i politici entrare in quelle case quando non
c’erano voti da chiedere? Quante volte hanno camminato lungo quel canale non
per fare promesse, ma per ascoltare, misurare, progettare, risolvere? Quante volte
hanno guardato negli occhi le madri che puliscono fango e fogna dal pavimento,
i bambini che crescono respirando ciò che una città degna non dovrebbe
permettere, gli anziani che aspettano non una visita elettorale, ma una
politica pubblica? Mai!
A Compensa mancano
spazi pubblici per la vita comunitaria. Mancano luoghi per realizzare eventi,
per promuovere salute, cultura, incontro, educazione, sport. E allora si bussa
alle porte della Chiesa. La Chiesa le apre, perché non può chiudere il cuore davanti
al bisogno della gente; ma non accetta di essere sfruttata, usata come
scenografia, presa in giro soprattutto nel tempo elettorale. Da anni la
comunità ecclesiale apre i propri spazi a progetti per la salute delle persone
adulte, assumendosi spese, responsabilità e fatiche. Dall’altra parte, il
potere pubblico non costruisce luoghi adeguati per accogliere questi progetti,
nonostante le risorse esistano.
Non si può dire che i
soldi manchino. Per il 2025, il bilancio municipale di Manaus è stato previsto
in circa 10,5 miliardi di reais, con risorse destinate a funzioni come
educazione, salute e urbanismo. E allora la domanda diventa profetica e
terribile: se il denaro c’è, dove sono le opere che restituiscono dignità ai
quartieri? Se il bilancio c’è, dov’è la città? Se le cifre sono miliardarie,
perché il popolo continua a ricevere solo briciole?
Nel quartiere Compensa
non c’è una quadra sportiva sufficiente per i ragazzi fare sport, imparare
disciplina, scoprire talenti, stare lontani dalla violenza e dalla droga. Manca
uno spazio degno per piangere i propri morti, perché anche il dolore dei poveri
sembra non meritare infrastruttura, rispetto, silenzio, rito. E quando una
città non offre spazi per vivere, giocare, curarsi, incontrarsi e perfino
piangere, quella città sta dicendo ai suoi figli più poveri: voi non contate.
Ma guai a una città che
si abitua a questa bestemmia civile. Guai a una città che trasforma il diritto
in favore, la cittadinanza in clientelismo, il voto in merce, la povertà in
strumento di governo. Guai ai governanti che si presentano nelle periferie solo
quando hanno bisogno del popolo, perché verrà il giorno in cui il popolo
chiederà conto non delle parole dette sui palchi, ma delle fogne entrate nelle
case, dei campi mai costruiti, degli spazi mai pensati, della dignità negata.
Il tempo della campagna
politica dovrebbe essere il tempo del discernimento, non del mercato. È il
tempo di dire basta alle briciole. Basta alla politica che visita i poveri
senza amarli, che usa la Chiesa senza rispettarla, che promette opere senza
progettare città, che distribuisce favori per nascondere l’ingiustizia. Manaus
non ha bisogno di candidati generosi con il denaro pubblico in tempo di
elezioni: ha bisogno di governanti giusti, capaci di ascoltare, pianificare,
costruire e rendere conto.
Perché una città non
sarà giudicata dalla grandezza dei suoi bilanci, ma dalla dignità dei suoi
quartieri. Non sarà giudicata dalle luci del centro, ma dal buio delle
periferie. Non sarà giudicata dai comizi, ma dalle case invase dall’acqua
sporca. E se la politica continuerà a offrire briciole, allora il popolo dovrà
finalmente alzarsi dalla tavola dell’umiliazione e dire: non vogliamo più
briciole, vogliamo giustizia.
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