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sabato 20 gennaio 2018

DECENTRALIZZARE L’AZIONE EVANGELIZZATRICE




Paolo Cugini

Seguendo l’insegnamento di Papa Francesco che, sin dall’Evangeli Gaudium, invitava la Chiesa ad uscire, a non rimanere chiusa nelle calde e comode mura parrocchiali, diviene importante pensare una pastorale in uscita, decentrata. Del resto Francesco non inventa nulla, ma segue l’esempio di Gesù e dei primi discepoli, che annunciavano il Regno di Dio camminando per le strade della Palestina. Anche san Paolo procede con questo stile on the road, formando comunità, individuando i leaders e poi, continuando il cammino. La dimensione missionaria dell’evangelizzazione è senza dubbio una caratteristica inscritta nel DNA della Chiesa, così come l’ha voluta Gesù. Quando una comunità si siede al centro, aspettando le pecorelle e, soprattutto, alimentando spiritualmente solamene quelle che si presentano all’appello, significa che è in atto un processo di sovvertimento della dinamica iniziale. La comunità non può divenire la tomba del processo di evangelizzazione, il punto di arrivo, ma lo spazio propulsore nel processo di evangelizzazione di un territorio.

Che cosa significa questo pensiero pastorale decentrato e che cosa comporta? In primo luogo, significa abitare le periferie geografiche ed esistenziali. Siamo da secoli abituati a svolgere il lavoro di evangelizzazione dentro le mura domestiche della parrocchia. Abitare le periferie geografiche ed esistenziali significa progettare la catechesi ed ogni settore pastorale a partire dalla possibilità di realizzarli in questi luoghi. Sono già molte le esperienze in questo senso, anche se non sempre assumono un carattere di progettualità. Decentrare la pastorale significa valorizzare le situazioni esistenziali già in atto, come i legami parentali, i gruppi di amici di un palazzo, una via, una piazza. Ci sono già nella parrocchia persone che vivono nella stessa via o nello stesso palazzo. Potrebbero bastare poche persone per iniziare un’esperienza di evangelizzazione in un quartiere. Il primo passo e fare la proposta e responsabilizzare le persone in questo servizio. Pastorale decentrata significa coinvolgimento dei cristiani. Ogni battezzato è chiamato ad evangelizzare. Spesso nelle nostre comunità la maggior parte delle persone vive la propria appartenenza alla comunità partecipando alla liturgia domenicale e poco altro. Stimolare una pastorale che valorizza il territorio può riuscire nel compito di coinvolgere un maggior numero di cristiani.

Pensare il cammino di evangelizzazione a partire dalla periferia richiede una conversione pastorale non indifferente. Esige la disponibilità effettiva a svolgere percorsi di evangelizzazione direttamente sul territorio, a casa di altri. Una cosa è aprire la porta e invitare qualcuno a casa propria; tutt’altra cosa è fare in modo di essere accolti e, per così dire, giocare in casa d’altri. Questo cammino obbliga la comunità a pensare itinerari di evangelizzazione non appena per coloro che escono di casa per andare negli spazi della comunità, ma soprattutto per coloro che solitamente non frequentano la Chiesa. Si tratta, dunque, di un’azione evangelizzatrice con un grande accento missionario, che mette a dura prova le motivazioni e la fede della comunità dei fedeli. Nei cammini consueti della pastorale accentrata, non si riesce quasi mai a raggiungere le persone che in un modo o nell’altro si sono allontanate dalla parrocchia. Non si riesce per il semplice fatto che l’impostazione classica centralizzata, non prevede alcuna forma di pensiero verso coloro che abbandonano. Tutto è, infatti, concentrato per coloro che frequentano.

 Ma perché non interessa? Perché le persone che solitamente frequentano la messa domenicale non sono interessate ad annunciare il Vangelo alle persone che vivono nel loro palazzo o nella loro via? Credo che la difficoltà nasca dal fatto che l’annuncio del Vangelo esige uno sporcarsi le mani, un cammino di conversione. Vivere la fede nel Signore come una religione qualsiasi, significa cercare tranquillità, sicurezza spirituale. Del resto la religione, come ci ha insegnato il grande teologo protestante Karl Barth, è un processo che non ha al centro Dio, ma l’io. C’è tutta una pastorale che fa da supporto all’egoismo spirituale, che sorregge lo stile individualista prodotto dal modello neo-liberale. Da una mentalità religiosa è molto difficile uscire con delle idee missionarie. Molto spesso al centro della religione delle nostre parrocchie, non c’è il Vangelo, ma le devozioni. Mentre il Vangelo richiede un cammino di conversione, la devozione ti chiede una genuflessione, un atto di pietà. Rimettere al centro il Vangelo nei nostri progetti pastorali è il primo passo per fare in modo che sorga il desiderio di annunciare a tutti il motivo della nostra salvezza: Gesù Cristo.

In questa prospettiva i quartieri, le strade, le piazze, i palazzi possono diventare delle piccole comunità autogestite pastoralmente. Non È più il prete che ha il controllo di tutto il territorio della parrocchia, ma le persone che abitano concretamente quella via o quel quartiere. Decentrare la pastorale significa non solo pensare cammini di evangelizzazione a partire dall’esterno, ma anche consegnare la progettazione pastorale a chi si assume la responsabilità in quello spazio determinato. In questo modo, è più facile arrivare alle case, alle famiglie, agli ammalati, alle persone bisognose. Avere dei referenti in un quartiere che, in nome del Vangelo e in modo gratuito, si prendono cura delle persone che vivono nel loro territorio, è un dono di Dio. I consigli pastorali potranno essere momenti di confronto sul cammino intrapreso, affinché tutto si realizzi sempre in comunione, ma rimanendo sempre attenti a fare in modo di non voler controllare o censurare la creatività pastorale che sgorga dalla periferia.

Questa modalità pastorale in uscita guadagna in povertà e sobrietà. Abitare il territorio libera dall’assillo delle strutture. Certamente, saranno prevedibili forme di collaborazione economica per gli spazi che verranno utilizzati. In ogni modo, abitare le piazze, i parchi, i centri sociali, le case è molto meno costoso che gestire delle strutture. Sobrietà, poi, fa rima con credibilità. Quante volte le parrocchie e la Chiesa sono accusate di essere ricche! Ci difendiamo, ma chi è fuori e contempla le nostre strutture, non ne esce confortato dalle nostre difese. Sarebbe bello vedere le nostre parrocchie o le nostre unità pastorali, costituite da tante piccole comunità, che apprendono cammini di condivisione, sullo stile delle prime comunità. Sognare può essere pericoloso, ma fa molto bene alla salute dell’anima.


sabato 15 aprile 2017

ALLA SCUOLA DELLA DIVERSITA'




IN CAMMINO VERSO LA SINODALITA’

Paolo Cugini
Non è facile pensare e decidere insieme. Non è facile perché, prima di tutto, non ci siamo abituati. Non possiamo, poi pretendere che un’istituzione come la chiesa si metta a sinodalizzare (passatemi il neologismo) dopo secoli di monologo. Che lo metta tra i suoi obiettivi è bello e simpatico, ma che lo faccia realmente è un altro capitolo della storia. Gli piacerebbe, ma non ci riesce fino in fondo. Sinodalità richiama, infatti, ad un concetto fondamentale della chiesa di Gesù Cristo, vale a dire il principio di uguaglianza, che considera tutte le persone della comunità come fratelli e sorelle. La chiesa è sinodale quando non solo ascolta tutti, ma non giudica nessuno inferiore, non mette nessuno nell’impossibilità di poter esprimere il proprio parere.  Già da queste prime battute si comprende come tra il dire e il fare, il desiderio e la realtà, ci sia molto mare in mezzo. Peter Neuner nel suo recente studio: Per una teologia del Popolo di Dio (Queriniana, Brescia 2016), mostra come già alla fine del primo secolo il termine fratello e sorella, utilizzato nelle prime comunità tra i membri delle stesse, sparisce dal linguaggio. Cipriano, infatti, nella sua prima lettera datata all’incirca nel 96 del I secolo, attribuisce il termine fratello solamente i suoi colleghi vescovi.

Per sedersi attorno allo stesso tavolo per prendere delle decisioni insieme – è questo il senso della sinodalità – occorre che nessuno si consideri superiore dell’altro. Questo è il problema. C’è una relazione tra i membri della chiesa che è venuta lentamente e progressivamente sgretolandosi e distanziandosi e ancora oggi porta il peso di questa distanza. Del resto, se uno degli interlocutori detiene il diritto di dire sempre l’ultima parola, si capisce bene come il dialogo diventi complicato. A questo proposito, sempre Neuner dimostra che la contrapposizione laici/clero non faceva parte delle origini. Infatti, il termine laos viene usato per indicare tutti i cristiani e non per indicare i laici contrapposti ai sacerdoti. “Visto in questo modo, laos e il nostro termine laico, che da esso deriva, sono per la terminologia biblica i termini onorifici più alti che possono essere dati a un cristiano”. Tutti coloro che appartengono al popolo sono laici e lo sono anche sia i ministri ordinati che color che sono dotati di un carisma particolare. In realtà, accompagnando gli sviluppi del Nuovo Testamento, la differenza a cui rimanda la parola Laos, è quella tra i credenti e i non credenti e quindi non una differenza riguardante classi diverse all’interno della chiesa. Dal punto di vista prettamente storico, il concetto di laico si è imposto in ambito ecclesiale nel III secolo. Sarà poi con la svolta costantiniana del IV secolo che la contrapposizione laici/clero non solo si confermerà, ma si radicalizzerà, anche perché i rappresentanti della chiesa riceveranno una posizione sociale onorifica. Contrapposizione che ha passato i secoli e che è giunta sino ai nostri giorni con tutto il suo peso storico che fa fatica ad attenuarsi.

 È umanamente difficile vivere la novità che Gesù è venuto a portare al mondo. Per chiamare le persone di una comunità fratelli e sorelle, per considerarli uguali, occorre compiere un cammino di conversione radicale, un cambiamento di mentalità, un passaggio da un modo di concepire la realtà ad un altro. Il Vangelo è, infatti, prima di tutto uno stile, un modo di stare al mondo, un modo di rapportarsi con gli altri. Gesù continuamente sollecita i suoi discepoli e le sue discepole ad essere differenti, a non utilizzare le stesse logiche del mondo: “tra di voi non sia così, ma chi vuole essere il primo sia l’ultimo”. Se nella vita quotidiana siamo continuamente immersi e sollecitati da logiche di potere, da relazioni di arroganza in cui ci viene sempre ricordato in modo implicito od esplicito che siamo inferiori rispetto a qualcuno che ha più potere di noi, con Gesù tutto questo non accadeva. Infatti, Il Signore metteva a proprio agio chiunque, lo faceva sentire bene, un fratello, una sorella. Molti poveri lo seguivano non solo perché faceva miracoli, ma per le parole che uscivano dalla sua bocca, per il modo inclusivo ed accogliente di manifestarsi al mondo. In Gesù nessuno si sentiva giudicato o condannato. Lo diceva continuamente lui stesso: non giudicate, non condannate, siate misericordiosi. Anche nella relazione con i peccatori Gesù ha sempre mostrato molta delicatezza. Non li ha mai accolti, infatti, buttandogli addosso il peso delle loro colpe, ma si dirigeva loro con amore e misericordia e, solo alla fine della relazione, ricordava loro di non tornare a peccare.

 Non sono dettagli da poco e non è una questione di virgole e di punteggiatura. Si tratta di capire che cos’è più importante per noi, se salvare una persona o la difesa dei valori non negoziabili. Lo diceva lo tesso Papa Francesco in questi giorni che, dinanzi ad un figlio, non ci sono valori non negoziabili da difendere. Dinanzi ad un figlio, ad una figlia non si può rimanere chiusi in un atteggiamento di durezza. Gesù è venuto al mondo e ci ha presi così come siamo, non ci ha fatto la morale, è morto per noi e ci ha indicato una via: la sua vita. Ha considerato ogni persona nella sua dignità, l’ha valorizzata per quello che era: ha dato a ciascuno di noi la possibilità di rialzarsi e riprendere il cammino. Non ha creato delle differenze di grado, non si è mai fatto servire, ma lui steso si è abbassato per servire i suoi discepoli e le sue discepole sino al punto da lavargli i piedi. Il problema viene da coloro che pensano di stare in piedi da soli, pensano di non essere mai caduti, credono di non avere bisogno di nessuno e, per questo, disprezzano la fragilità altrui, le cadute, non tollerano che si possa cadere. Contro questi perfetti ha sbattuto il muso anche Gesù. Chi nasce e cresce nella bambagia, protetto all’estremo dalle temperie del modo, non conoscendo le difficoltà reali della vita, ritiene inconcepibile la possibilità di sbagliare. Chi è stato formato dalle classi alte, quando sarà adulto riprodurrà lo stesso schema di società diviso in due: chi comanda e chi obbedisce. È brutto vedere anche questo schema nella chiesa. È poco evangelico vedere coloro che si fanno chiamare pastori, amare la distanza dal popolo, amare di essere considerati superiori, difendere a denti stretti il diritto di dire sempre l’ultima parola.

La sinodalità dice di uno stile di relazione che considera tutte le persone uguali, che non fa distinzione tra uomini e donne, bianche e neri, ricchi e poveri. Fino a quando la gerarchia della chiesa è solo maschile sarà impossibile una forma sinodale, che si regge sul principio di uguaglianza tra uomini e donne. Gesù ha dimostrato con l’esempio che è possibile costruire un cammino di sinodalità abbassandosi, mettendosi a livello dell’interlocutore, camminando con loro, condividendo le gioie e le sofferenze. Molto spesso nei dialoghi con gli scribi e i farisei Gesù raccontava delle parabole per coinvolgere i loro interlocutori affinché fossero loro stessi a trarre le conseguenze delle loro scelte. Una chiesa sinodale è possibile quando assomiglia allo stile di Gesù, che si è abbassato, si è fatto uno di noi, non aveva titoli o paramenti che lo differenziavano. Una chiesa è sinodale quando, sull’esempio di Gesù, non si mette in cattedra, ma con umiltà si mette in cammino con le persone, coinvolgendole nei processi formativi.  Sembrano dettagli da poco, invece sono importanti, perché dicono di una differenza e indicano un cammino.

In questo percorso i poveri, gli esclusi, coloro che vivono ai margini della società sono i nostri maestri, sono coloro che ci possono annunciare il Vangelo della sinodalità, sono gli unici che ci possono salvare dall’idolatria del potere, che snatura le relazioni e produce l’arroganza di chi pretende di dominare sugli altri. Ascoltare ed accogliere con tenerezza coloro che portano i segni del disprezzo sociale, può insegnarci molto. In questa prospettiva le persone omosessuali, che possiamo considerare i nuovi lebbrosi della nostra società Occidentale, hanno molto da insegnarci. Come dev’essere pesante per un cristiano LGBT pregare il Dio di una chiesa che lo tratta come malato da guarire. Eppure si riuniscono per meditare la Parola, per alimentare la speranza, per trovare conforto nel Signore della misericordia infinita, nonostante il disprezzo che ricevono anche da membri o da gruppi della chiesa. Metterci alla scuola di Gesù che scendeva dalla cattedra di Mosè, per mettersi a livello della gente, ascoltarli, accoglierli, valorizzarli e, soprattutto, per condividerne le sofferenze: è questo il percorso da compiere. La chiesa sinodale è quella che sa mettersi in ascolto del grido dei disperati, dei maltrattati dalla storia, che sa considerare ogni persona LGBT come fratello e sorella.

Oppure come dev’essere difficile per gli africani dalla pelle nera abitare in un paese di bianchi. Come dev’essere difficile per gli africani sopportare tutti i giorni l’arroganza di coloro che si sentono superiori per il fatto di avere la pelle bianca. Come dev’essere pesante per un giovane africano venire a cercare fortuna nella terra di coloro che da secoli stanno devastando i loro paesi, sfruttando vergognosamente le loro risorse, ammazzando i loro bambini, stuprando le loro donne. Come dev’essere gravoso guardare negli occhi gli uomini bianchi che per il fatto di essere nati con la pelle bianca si sentono in diritto di guardare tutti dall’alto in basso, animati da un complesso di superiorità che non lascia spazio alle differenze di manifestarsi alla pari.  Ascoltare queste sofferenze, che provengono dal profondo dell’anima, ascoltare il male che da secoli subiscono per il semplice fatto che sono nati così, ci può aiutare ad uscire dalla schiavitù del complesso di superiorità e capire finalmente, che siamo tutti fratelli e sorelle e che la dignità più grande che abbiamo è quella di essere figli e figlie di Dio, amati da un unico Padre.
Sinodalità significa abitare la pluralità e questo è possibile solamente se accettiamo la differenza come elemento costitutivo del progetto di Dio. È lui, infatti, il colpevole! È Lui che ci ha fatti diversi e ci ha chiamati all’unità. Nella comunità cristiana, specchio della Trinità, l’unità non s’identifica con l’uniformità, ma esige la diversità. Il Vangelo, in questa prospettiva, è il miglior collirio che cura le nostre rigidità, che lenisce le nostre durezze, che ci porta ad accogliere l’altro per quello che è, liberandoci dalle nostre precomprensioni culturali. Evangelizzare le culture significa fare in modo che la novità del Vangelo contamini positivamente ogni aspetto della realtà che ci circonda e la trasformi in amore. Lasciarci contaminare dall’amore di Dio che si è manifestato nella persona di Gesù Cristo significa seguire il suo cammino di abbassamento, di svuotamento per fare spazio a tutti.


mercoledì 12 aprile 2017

TEOLOGIA DEL POPOLO DI DIO



P. Neuner, Per una teologia del popolo di Dio, Queriniana, Brescia 2016

Sintesi: Paolo Cugini

La proposta di questo libro nasce da alcune considerazioni che Papa Francesco ha espresso nell’Evangeli Gaudium, riguardo alla necessità dei laici di annunciare il Vangelo e di considerarli come soggetto dell’Evangelizzazione. Da queste sollecitazioni Neuner prende lo spunto per una ricostruzione storica non solo del concetto di laico, ma anche dell’ecclesiologia del Popolo di Dio sottesa all’impostazione pastorale di Papa Francesco.

L’opera è suddivisa in quattro parti. Nella prima l’autore cerca di mostrare, attraverso un percorso storico, come si sia sviluppata la concezione del laico nella chiesa, dalle affermazioni bibliche sul popolo di Dio alla differenziazione tra clero e laici. In questa analisi Neuner mostra come questa differenziazione diviene sempre più crescente con il passare del tempo, anche se nella chiesa delle origini non esisteva. Ciò diviene comprensibile dalla presa di coscienza che il termine laos viene usato per indicare tutti i cristiani e non per indicare i laici contrapposti ai sacerdoti. “Visto in questo modo, laos e il nostro termine laico, che da esso deriva, sono per la terminologia biblica i termini onorifici più alti che possono essere dati a un cristiano” (p.25).
Tutti coloro che appartengono al popolo sono laici e lo sono anche sia i ministri ordinati che color che sono dotati di un carisma particolare. In realtà, accompagnando gli sviluppi del Nuovo Testamento, la differenza a cui rimanda la parola Laos, è quella tra i credenti e i non credenti e quindi non una differenza riguardante classi diverse all’interno della chiesa. Dal punto di vista prettamente storico, il concetto di laico si è imposto in ambito ecclesiale nel III secolo. Infatti, il termine fratello usato dai cristiani per denominarsi a vicenda, passa sempre più in secondo piano. È Cipriano che inizia ad utilizzare il termine fratello per indicare i vescovi e i chierici. La seconda evoluzione del termine lo si deve alle comunità monastiche nelle quali i membri sono denominati fratelli. Nella ricostruzione storica di Neuner, si giunge a scoprire che è stato Origene nel III secolo il primo autore ad utilizzare il termine laico contrapponendolo al clero. Dopo di lui altri autori, come ad esempio Tertulliano, utilizzano il termine laico per indicare coloro che non detengono un ufficio, vale a dire i non-sacerdoti. Sarà poi con la svolta costantiniana del IV secolo che la contrapposizione laici - clero non solo si confermerà, ma si radicalizzerà, anche perché i rappresentanti della chiesa riceveranno una posizione sociale onorifica.
 Un altro sviluppo significativo nella stessa direzione che Neuner evidenzia riguarda il ruolo del Vescovo. Il consolidamento della classe dei chierici provocò come conseguenza, il recupero del termine sacerdote per indicare i ministri ordinati della chiesa. “Il termine sacerdote – sostiene Neuner – diventò familiare nel cristianesimo innanzitutto mediante un’interpretazione allegorica dell’Antico Testamento […] Come nell’Antica Alleanza c’era il sommo sacerdote, così in modo simile anche nella comunità cristiana c’è ora il sacerdote, il sacerdos, vale a dire il vescovo” (p. 37). Lo sviluppo dell’idea di vescovo deve molto alle tensioni con gli eretici dei primi secoli. È di fatti, in questo clima polemico che la figura del vescovo diviene sempre più segno visibile dell’unità della comunità, perché il vescovo rappresenta Cristo nella e per la comunità. Solo al vescovo appartiene la competenza di guidare la liturgia, di celebrare l’Eucarestia, di amministrare i sacramenti. Ignazio di Antiochia ed Ireneo di Lione, confrontandosi con le tendenze gnostiche dell’epoca, condussero la riflessione ecclesiale a dare sempre più risalto all’ufficio del vescovo. Ecco perché diviene fondamentale ad un certo punto la comunione con il vescovo, perché è solo in lui che diviene visibile la comunità.
Nello sviluppo della contrapposizione laici/clero, Neuner prende come riferimento nell’epoca medievale i papi Gregorio VII e Bonifacio VII: Il primo con il Dictatus papae rivendicò il primato di giurisdizione del vescovo di Roma su tutta la chiesa e il potere di deporre i re e di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà. Quella di Gregorio fu senza dubbio un atto di forza nei confronti di una situazione per molti aspetti ambigua, che non aveva ancora risolto il rapporto tra impero e chiesa. La presa di posizione di Gregorio VII trovò anche il consenso non solo del clero, ma anche dei laici, che da tempo si opponevo all’influsso dei nobili nella chiesa. La teoria delle due spade di Bonifacio VIII era sulla stessa linea. Secondo questa teoria, il papa ha ricevuto direttamente da Cristo sia il potere spirituale che quello secolare. Affermazione chiara e categorica che condusse Bonifacio a dichiarare che: “L’essere sottomessi al romano pontefice è, per ogni umana creatura, necessario per la salvezza” (p.53). Le affermazioni perentorie dei due papi vennero messe in discussione nei secoli successivi dai movimenti pauperistici e dagli ordini mendicanti. Il dibattito viene concentrato sul significato dell’apostolicità. Solo colui che vive come gli apostoli e non chi è ordinato legittimamente, può essere considerato detentore di apostolicità e, quindi, può avere il diritto d’insegnare ciò che vive. Nasce in questo contesto la disputa sulla predicazione dei laici, che si concluderà con la soppressione, non solo verbale, di tutti i movimenti che avanzavano pretese al riguardo. Il caso più eclatante fu la presa di posizione nei confronti dei Valdesi. Fu proprio in questo contesto che si cominciò ad intervenire anche contro la lettura della Bibbia nelle lingue volgari sino al punto da interdire la lettura della Bibbia da parte dei laici. Il clima venutosi a creare si accentuò sempre di più in tutto il XIV e XV secolo al punto che: “clero e laici stavano ora uno di fronte all’altro in un atteggiamento di fondamentale ostilità, come chi domina e chi è dominato, chi opprime e chi lotta per la libertà” (p. 65). Queste tensioni si accentuarono nel periodo della Riforma protestante, che condussero Lutero da una parte a porre l’accento sull’eguaglianza e sull’unità della chiesa e, dall’altra, ad incentivare la lettura della Bibbia da parte dei laici. La disputa, come sappiamo, arrivava anche a toccare il problema del fondamento del sacerdozio e del battesimo. Secondo Lutero il battesimo, oltre ad essere alla base dell’appartenenza alla chiesa, fonda il sacerdozio comune di tutti i fedeli. Ecco perché, secondo Lutero, il ministero ordinato non è cristiano in misura maggiore rispetto a qualsiasi altro battezzato. Conosciamo molto bene la reazione alle affermazioni di Lutero da parte della chiesa che nel Concilio di Trento affermò che il sacramento dell’ordinazione sacerdotale conferisce un carattere indelebile che eleva il sacerdote al di sopra del laico. In questa prospettiva instauratisi in un clima fortemente polemico, i laici venivano sempre più relegati in secondo piano, come oggetti del diritto e non come soggetti di diritti. Nel capitolo conclusivo della prima parte Neuner accenna alla nuova riflessione che sul laicato si produsse nel XIX secolo. Come sostiene lo storico della chiesa Merkle, citato da Neuner: “il XIX secolo può essere indicato come l’epoca classica dei teologi-laici, poiché dove il clero aveva fallito erano ora i laici a salire sulla breccia” (p. 75). Fu il Sillabo di Pio IX ad aprire in un certo senso la porta al protagonismo dei laici. Il dibattito sull’attività dei laici nella vita della chiesa giunse al punto mettere in crisi le stesse posizioni del Sillabo. Il teologo John Henry Newman sostenne, infatti, che i laici avevano tutto il diritto di essere consultati anche nelle decisioni dogmatiche. Newman, per sostenere questa tesi, dimostrò come all’epoca del Concilio di Nicea, la retta fede apostolica fu salvata mediante il sensus fidelium. Fu a partire da simili prese di posizione che in varie parti d’Europa sorsero federazioni e associazioni cattoliche, nelle quali erano i laici ad organizzarsi per attivarsi soprattutto nelle questioni sociali. La risposta dei papi all’attivismo dei laici non si fece attendere. Pio X richiese l’inserimento di tutte le associazioni cattoliche nell’ordinamento gerarchico. Tutte le associazioni di cattolici furono obbligate a sottostare all’autorità dei vescovi. Fu in questo clima che Pio XI fondò l’Azione Cattolica. “La possibilità di permeare lo Stato, la cultura, l’economia e la società richiedeva necessariamente secondo il Papa la collaborazione dei laici. Questa doveva realizzarsi mediante l’Azione Cattolica. La sua caratteristica più profonda doveva essere costituita dalla stretta sottomissione alla gerarchia” (90).

Nella seconda parte dell’opera, Neuner analizza in poche battute, l’idea di laico nella concezione teologica del Concili Vaticano II. Dopo la presa di coscienza che i testi preparatori erano tutti condizionati dalla concezione ecclesiologica degli ultimi secoli, l’autore passa ad analizzare i principali documenti conciliari. Sfogliando le pagine dei documenti del Concilio Vaticano II si percepisce come la chiesa non è più pensata solamente nelle istituzioni e ni ministri ordinati e che il popolo è più ampio di loro. La riflessione sul laicato raccoglie la ricchezza della ricerca biblico-patristica dei decenni precedenti al Concilio. “Ogni laico in virtù dei doni che gli sono stati fati, è testimonio e insieme vivo strumento della stessa missione della chiesa” (LG 33). Già da passi come questo si percepisce l’intenzione dei padri conciliari di andare al di là delle contrapposizioni, per camminare verso una visione di chiesa come popolo di Dio. In questa prospettiva Neuner sottolinea l’importanza storica del decreto sull’apostolato dei laici nel quale si afferma che i laici sono deputati dal Signore all’apostolato. Nei più diversi ambiti tipici della complessità del tempo presente, spesso la missione della chiesa può essere esercitata solo dai laici. Questa presenza significativa dei laici nella comunità viene ribadita nella Sacrosanctum Concilium, dove viene sottolineata la partecipazione attiva di tutti i fedeli alla celebrazione eucaristica. Le ultime pagine della seconda parte sono dedicate dall’autore al problema della giusta interpretazione dei testi conciliari. Neuner parla senza mezzi termini di rottura delle affermazioni conciliari sul laicato rispetto all’insegnamento ufficiale precedente. “La valorizzazione dei laici nella chiesa è uno dei punti nei quali il concilio ha superato se stesso” (p.110). Neuner riconosce comunque che il Concilio Vaticano II ha avuto nei confronti della sua minoranza conservatrice un tratto estremamente premuroso. Integrare le minoranze fu un desiderio dei padri conciliari e soprattutto di Paolo VI. In ogni modo “nelle affermazioni del Concilio sui laici si vede allora una nuova e fondamentale presa di coscienza che è in discontinuità con una lunga tradizione di segno opposto” (111).

Nella terza parte Neuner analizza gli sviluppi conciliari, vale a dire, l’annoso problema della ricezione degli insegnamenti del Concilio. Il limite di questa parte sta nel fatto che l’autore tende ad accompagnare soprattutto il cammino della chiesa tedesca. In ogni modo non mancano numerosi spunti per la riflessione. C’è la presa di coscienza che dopo il Concilio i laici hanno assunto di fatto in maniera intensa diversi compiti e doveri che prima erano svolti dai preti. In Germania una tappa fondamentale del cammino sperimentale dei primi anni del dopo Concilio fu il sinodo di Wurzburg (1971-1975). Durante il sinodo ci si interroga sulla responsabilità comune di tutti i fedeli, soprattutto in quelle comunità che non possono più beneficiare della presenza permanente del presbitero. Si giunge così a percepire che esiste un’unica missione della chiesa che viene svolta dai molteplici servizi che vanno esercitati in dipendenza l’uno dall’altro. È il principio della comunione nella diversità, che esige dal canto suo la valorizzazione degli organismi che permettano il funzionamento della comunità come, ad esempio, il consiglio pastorale. Queste aperture vengono ridimensionate dal documento dal documento del 1977: “Principi per l’ordinamento dei servizi pastorali” elaborato dalla Conferenza Episcopale Tedesca. La preoccupazione del documento è quella di non confondere il ministero del presbitero con quella di altri ministri. Il nuovo Codice di diritto Canonico del 1983 sembra superare le ristrettezze del documento della CET quado nel numero 208 afferma che: “Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del corpo di Cristo”. Questa uguaglianza che si fonda sul battesimo, include tutte le differenze di uffici e funzioni. Neuner a questo punto della ricerca, focalizza l’attenzione su quello che considera a ragione un testo chiave sia per la recezione degli spunti ecclesiologici del Vaticano II, sia per gli sviluppi futuri sul tema del laicato nella chiesa, vale a dire il sinodo dei vescovi sui laici del 1987 e l’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles Laici del 1989. All’autore non sfugge il poco conosciuto, ma di fondamentale importanza per l’ecclesiologia, il sinodo straordinario dei vescovi del novembre-dicembre 1985, per commemorare i 20 anni della conclusione del Concilio. Fu in questo sinodo che venne deciso che il tema della comunione della chiesa doveva essere considerato il concetto centrale del concilio. Veniva così scalzato il messaggio del concilio sul popolo di Dio per fare posto ad una concezione di chiesa che in un certo modo riportava all’interno del dibattito ecclesiale il rapporto tra gerarchia e laicato. Come sottolinea infatti Neuner, il termine comunione presta il fianco ad un’ambiguità, perché può significare sia il rapporto di reciprocità esistente tra tutti i membri della chiesa, sia la conformazione dei fedeli alle decisioni della gerarchia. Era proprio questo secondo aspetto ad essere introdotto nel dibattito sinodale e sarà alla luce di questo significato del tema della comunione che si svolgeranno i lavori del sinodo dei vescovi sui laici del 1987. L’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici resta sino ad ora il documento magisteriale più completo sui laici nella chiesa. La riflessione viene svolta nell’ecclesiologia di comunione, che comprende in sé unità, diversità e complementarietà delle vocazioni, dei ministeri, dei carismi e delle responsabilità (cfr. n.20). Viene sottolineata più volte la diversità del ministero dei pastori rispetto agli altri ministeri e uffici nella chiesa, diversità fondata sulla diversità tra il sacerdozio comune dei battezzati e il sacerdozio ministeriale. Anche i carismi che hanno dato vita negli ultimi decenni a numerosi movimenti, devono sottostare al giudizio dei pastori della chiesa. Si percepisce da questi passaggi come il tema della comunione con la gerarchia abbia preso il sopravvento rispetto alle sottolineature della parità di dignità dei fedeli che il concetto di popolo di Dio portava con sé. Anche il servizio che i laici compiono nel mondo deve avvenire nell’obbedienza verso i pastori. Neuner non lascia di annotare come: “l’autonomia delle realtà terrene, di cui aveva parlato il concilio, è stata così messa evidentemente in secondo piano rispetto alla richiesta di obbedienza” (p. 142). Secondo Neuner il documento sui laici voleva rendere attraente il ministero presbiterale. Per questo motivo Giovanni Paolo II per evitare una clericalizzazione dei laici e una laicizzazione del clero, ha lasciato il ministero secolare ai laici riservando il ministero della salvezza al clero. Come si prevedeva, il documento post-sinodale non risolveva i problemi concreti che le comunità stavano affrontando, dovuti soprattutto alla diminuzione significativa dei presbiteri e la conseguente difficoltà di accompagnare le comunità. Per rispondere a queste esigenze il testo più significativo risale al 1994, frutto di un simposio tenutosi a Roma sulla: Collaborazione dei laici al ministero pastorale dei presbiteri. Significativo fu il duro intervento del Papa che, a partire dal chiarimento del carattere sacerdotale compreso ontologicamente, definiva che, mentre i ministri ordinati hanno nella chiesa degli uffici, i laici hanno solo ministeri. Affermazioni forti che rilevano un disagio nella percezione della difficoltà di trovare un cammino adeguato alla crisi in atto. Nonostante i tanti pronunciamenti ufficiali a favore del sacramento dell’ordine, le vocazioni sacerdotali continuavano a diminuire rendendo difficile la soluzione della guida delle parrocchie. Neuner a questo punto sottolinea due prese di posizioni chiare che, però non furono ascoltate. La prima fu quella del Vescovo Walter Kasper che propose di ordinare presbiteri coloro che di fatto guidavano già le comunità parrocchiali e che stavano dando una buona prova di sé. L’altro intervento lasciato cadere fu quello del vescovo Kamphaus che sosteneva che non si possono trattare i laici come tappabuchi in un periodo di carenza di preti. “La chiesa esiste solo come popolo di Dio, nel quale preti e laici camminano insieme, il compito a cui siamo chiamati in questo momento non è quello di tracciare linee di separazione, ma di interagire”. Voci profetiche che però non vennero ascoltate. Neuner a questo punto mostra alcuni esempi di come alcune diocesi hanno reagito alla mancanza di presbiteri. Il primo esempio è la diocesi francese di Poitiers. Qui il sistema tradizionale delle parrocchie è stato abbandonato a favore di comunità locali. Per esse il vescovo nomina ogni tre anni un team di incaricati ai quali sono affidati diversi ministeri, tra i quali ci sono anche i preti. L’altro esempio è quello della chiesa latinoamericana dove le parrocchie sono costituite da comunità di base, guidate da dei laici. In questi contesti il prete coordina la formazione dei laici che svolgono il ministero nelle comunità, oltre a celebrare periodicamente nelle singole comunità di base.

Nella quarta ed ultima parte Neuner propone delle riflessioni sistematiche su tre temi specifici: la discussione sull’Azione Cattolica; la ricezione del Vaticano II nella discussione teologica; tentativi di definire il laico e i limiti di una tale definizione. Neuner, nella riflessione da lui proposta sull’Azione Cattolica, propone gli studi di due teologi di spicco quali Yves Congar e Gérard Philips. Congar in un testo del 1952, che diverrà punto di riferimento per tutti gli studi successivi sul laicato – Per una teologia del laicato – sosteneva che clero e laicato sono unitamente orientati al medesimo fine. Congar mostra come in ciascuno dei tre uffici – regale, sacerdotale e profetico-, che sono stati trasmessi da Cristo alla sua chiesa, i laici abbiano dei diritti che a loro appartengono in forma immediata. Per sostenere ciò Congar fa riferimento alla dottrina del sacerdozio comune ritenendo che non è necessario concedere degli uffici ai laici, in quanto già membri attivi per la costruzione dell’unica chiesa. Per questi motivi Congar distingue l’azione dei cattolici dall’Azione Cattolica. “È sempre esistito ed esiste un apostolato dei laici anteriore e, sotto certi aspetti, più ampio di quello dell’Azione Cattolica, Apostolato che si basava sui doni sacramentali ed extra-sacramentali che costituiscono il cristiano”. (183). Dovere del laico, dunque, è conoscere e far comprendere agli altri che le cause seconde sono aperte verso Dio, che è la causa Prima. Pochi anni dopo le riflessioni di Congar, che anticipavano il dibattito conciliare, Gérard Philips, nel suo: I laici nella chiesa del 1954, esprimeva la sua visione positiva sulla svolta operata negli ultimi decenni di una nuova presa di coscienza dei laici. Philips non era convinto della spartizione dei campi d’interesse che relegava i laici alla sfera secolare, mentre i presbiteri come custodi del sacro. Il rischio di questa impostazione era quello di chiudere la chiesa nella sagrestia e di offrire argomenti per un laicismo anticlericale. Rispetto a Congar, Philips attribuisce un ruolo maggiore al laico nell’ambito inter ecclesiale, facendo riferimento alla famiglia come la più piccola cellula della chiesa. Inoltre, Philips faceva notare sia la partecipazione dei laici al sacerdozio comune, sia il loro coinvolgimento nel movimento liturgico di quegli anni. Centrale nella riflessione di Philips è l’idea d’incarnazione perché, a suo dire, aiuta a superare le contrapposizioni classiche tra spirito e materia, secolare e profano. Per questo Philips evitò di separare in modo netto laicato e clero. Neuner nl cammino di ricerca di una spiritualità laicale non tralascia di citare i contributi di altri importanti teologi del tempo quali Friedrich Von Hugel, Franz Xavier Arnold, Alfonso Auer e Hans Urs Von Balthasar i cui contributi, come quelli dei precedenti già citati, contribuiranno significativamente nell’elaborazione della teologia del laicato sviluppatasi nel dibattito conciliare.

Neuner dedica la seconda riflessione sistematica alla ricezione del Vaticano II nella discussione teologica. Non poteva non partire per questa analisi dal teologo Karl Rahner che nel suo L’Apostolato dei laici del 1966 difese la necessità ecclesiale di un’autonomia del laicato. Riprendendo la riflessine dei primi secoli del cristianesimo, Rahner sostiene che chierico è chiunque sia in possesso di un ufficio ecclesiale e quindi non riguarda solo il prete o il diacono che hanno ricevuto l’ordinazione. “In questo senso strettamente teologico – sostiene Rahner – una donna può appartenere al clero” (p. 199). Per Rahner la chiesa no si fonda nei sui uffici, ma all’opera di Gesù e nella predicazione del Regno di Dio. È nel mondo che il laico dà forma alla sua vita cristiana e al suo apostolato. C’è un’insistenza di Rahner su questo tema perché ritiene che i laici non hanno bisogno di uffici per esercitare il loro apostolato. Infatti, i laici, sulla base del battesimo e della cresima sono membri della chiesa e vivono il loro cristianesimo e operano come apostoli mediante questa vita senza la necessità di ricevere un incarico ufficiale. Anche Edward Schillebeeckx sulla linea di Rahner, ma andando oltre, sottolinea sia l’autonomia del laico nella chiesa, sia la necessità di collocare la riflessione del laicato nel cammino della chiesa. Il carattere secolare del laico sta ad indicare un compito ecclesiologico. I laici non sono persone profane, ma membri del popolo di Dio nel mondo secolare. In questa prospettiva preti e laici hanno solo servizi diversi, hanno “doni diversi dalla cui coesione viene edificato il corpo ecclesiale come comunità di fede” (p. 205). A questo proposito Edward Schillebeeckx sviluppa il modello della chiesa futura che, riprendendo dalla chiesa antica, chiesa che è una fraternità di fratelli e sorelle nella quale le strutture di potere vigenti nel mondo vengono a poco a poco eliminate. Anche se ci sono diversità di funzioni, nella fraternità tutti hanno il diritto di parola.
L’ultima riflessione sistematica è dedicata da Neuner al tentativo di definire il laico. Sono brevi analisi su tematiche già dibattute durante il percorso di ricerca. Si passa così dai brevi accenni del laico come non-chierico, alla discussione sul carattere secolare, ai differenti modi di partecipare al triplice ufficio e all’affermazione sulla differenza essenziale tra sacerdozio comune e ministeriale. Secondo Neuner si deve prendere sul serio il concetto di laos, considerandolo di nuovo nel senso che aveva nella scrittura, quindi come termine che designa il popolo di Dio, la chiesa nel suo insieme. La tesi di Neuner è che: “se avessimo una teologia del popolo di Dio corretta, non avremmo più bisogno di una teologia del laicato. Se la realtà del popolo di Dio si realizzasse nelle forme nelle forme di organizzazione della chiesa, non dovremmo scervellarci sulla partecipazione attiva dei laici” (p. 228). Ecco perché secondo il nostro autore, la riflessione sui laici dovrebbe diventare una riflessione sul popolo di Dio, sulla sua forma e sulle strutture che gli sono adeguate. Questa difficoltà nello sviluppare una riflessione sul laicato tenendo come riferimento la riflessione del Concilio sulla chiesa come popolo di Dio, nasce secondo Neuner soprattutto dalla presa di coscienza che il processo di cambiamento di mentalità avviato dallo stesso concilio, non ha ancora lasciato grandi segni. Prova di ciò è il fatto che ancora oggi, come in passato, tutte le grandi decisioni non sono prese dal popolo di Dio, ma da pochi membri della gerarchia. Ciò significa che l’elemento sinodale così importante nel Concilio, è stato delimitato piuttosto che rafforzato nel corso degli anni. Neuner sottolinea che i ministri ordinati stanno nella chiesa e non sopra di essa. Per questo non è nella logica del concilio squalificare coloro che non ricoprono alcun ufficio nella chiesa. “L’ordinazione degli uni, non deve significare la subordinazione degli altri”. Recuperare il discorso del Concilio della chiesa come popolo di Dio significa ritornare alla volontà salvifica di Dio, all’evento della croce e risurrezione di Cristo e all’invio dello Spirito Santo che ne garantisce la presenza.




mercoledì 22 marzo 2017

TUTTO IL POPOLO DI DIO ANNUNCIA IL VANGELO






Per un Pasqua della pastorale
Paolo Cugini

Non è una mia frase, ma è di Papa Francesco, che si trova al numero 111 dell’Evangeli Gaudium. Ogni tanto riprendo in mano questo testo per cercare spunti, nuovi cammini. È una frase che prendo come augurio di Pasqua per le comunità dell’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli. Papa Francesco in varie occasioni ci ha ricordato che siamo tutti corresponsabili nell’annuncio del Vangelo. In virtù del nostro battesimo, della nostra risposta al Signore, siamo chiamati ad annunciare il Vangelo della salvezza nelle situazioni in cui ci troviamo. Certamente c’è un primo livello fondamentale di evangelizzazione che deriva dalla nostra testimonianza, dalla nostra coerenza di vita con quella proposta che abbiamo assunto. Nessuno può permettersi il lusso di parlare in nome di Gesù senza perlomeno provare a vivere ciò che proclama.

C’è, però, un altro livello che spesso ci dimentichiamo, o che pensiamo che debba farlo altri. È il livello di evangelizzazione verso il mondo che esige attenzione, progettazione, disponibilità a lasciarsi coinvolgere. Ormai, in questi ultimi tempi, abbiamo sentito varie volte affermare che l’evangelizzazione è compito di tutti i cristiani. Poche volte, però si vedono persone prendere l’iniziativa per portare il Vangelo a chi non lo conosce. È vero che ci sono già belle iniziative, come la catechesi battesimale in case delle famiglie che chiedono di battezzare i loro figli; o il percorso fatto con i fidanzati che si preparano al matrimonio. Sono momenti importanti che vanno sostenuti e incentivati. Se allarghiamo il discorso sulla missionarietà delle nostre comunità, vediamo che l’annuncio del Vangelo al di fuori della cerchia di chi frequenta, è relegato alle famose benedizioni pasquali che ormai non avvengono più per i motivi che sappiamo. Il Vangelo che ascolteremo la domenica di Pasqua narra di alcune donne che, dopo aver scoperto la tomba vuota, corrono a dare l’annuncio ai discepoli e anche loro corrono per andare al sepolcro (Gv 20,1-9). Chi è animato dall’amore di Dio, che si è manifestato in Gesù, fa fatica a trattenerlo: sente il desiderio impellente di condividerlo. La missionarietà è prima di tutto un atto di fede nel Signore venuto al nostro incontro e che desideriamo condividere con gli altri. La verità della pienezza che Gesù ci ha donato sta nel desiderio di comunicarla a tutti coloro che ci stanno intorno. Ciò significa che l’annuncio del Vangelo non è questione di un corpo specializzato, ma di ogni cristiano. Riuscire a capire questo e a trovare strategie per attuarlo, per portare il Vangelo nelle strade e nelle case delle nostre comunità, è la grande sfida che abbiamo dinanzi.

Sempre Papa Francesco nella Evangeli Gaudium sollecita tutti i cristiani a prendere l’iniziativa, ad essere creativi, a pensare forme nuove di evangelizzazione. Non possiamo più pretendere di rimanere ad attendere la gente nelle nostre strutture parrocchiali, così come si è sempre fatto. È stata la creatività e la presa di posizione dei discepoli a portare il Vangelo in tutto il mondo. Non è una questione di numeri, di paura di rimanere in pochi: è una questione di salvezza. Se crediamo davvero che il Signore ha salvato la nostra vita, gli ha dato un senso e una prospettiva futura, allora non possiamo trattenere questo annuncio. Prendere l’iniziativa significa non aspettare che qualcuno – il prete – ci solleciti a farlo. Come annunciare il Vangelo alle famiglie di un palazzo o di un quartiere è compito ed esigenza dei cristiani che vi abitano. Sono già molte le esperienze in questa direzione anche in Unità Pastorali vicine a noi e anche lontane da noi. In una città francese, ad esempio, in alcuni palazzi organizzano una lettura biblica settimanale per le famiglie del palazzo, in modo tale che quel palazzo è diventato una piccola comunità. È sempre Francesco che ci sollecita a decentrare la pastorale. Dovremmo allora, pensare l’annuncio del Vangelo come una chiamata che il Signore rivolge a tutti in ogni momento e in ogni luogo.

È chiaro che per prendere l’iniziativa nel discorso dell’evangelizzazione occorre che il Signore sia al primo posto. Chi lavora e ha famiglia è difficile che riesca a trovare tempo per prendere l’iniziativa e creare momenti di evangelizzazione nel proprio quartiere durante la settimana. Forse di domenica potrebbe essere possibile. Una cosa è chiara a tutti: quando vogliamo una cosa, quando riteniamo una cosa fondamentale, la facciamo. Tanta inerzia sulle cose della chiesa, non è solo a causa dei tanti impegni che abbiamo, ma delle priorità che ci siamo dati. C’è difficoltà a prendere l’iniziativa anche perché ai laici non è mai stato chiesto, anzi è stato proibito. Nelle parrocchie era solo il parroco che si occupava della sfera del sacro: solo lui poteva autorizzare a fare qualcosa. Secoli di questa impostazione hanno lasciato un segno profondo che è difficile scalfire. Ancora oggi negli ambienti ecclesiali, il discorso sui laici rimane ambiguo. Da una parte si comprende che senza il loro prezioso contributo sarà difficile mantenere il servizio religioso che si è sempre offerto e si vuole continuare ad offrire. Dall’altro, chi proviene da una impostazione ecclesiale clericale, il coinvolgimento dei laici può voler dire perdere terreno, spazio, autorità.

Accompagnare il cambiamento è la grande sfida che abbiamo dinanzi a noi. Lo facciamo senza chiudere gli occhi e affrontando a viso aperto la realtà, ma con il cuore carico di speranza che ci viene dalla Pasqua del Signore.


giovedì 14 luglio 2016

LO SLANCIO MISSIONARIO DELL'UNITA' PASTORALE: PROPOSTA DI AZIONE

UNITA’ PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE
CONSIGLIO PASTORALE 13 LUGLIO 2016




PROPOSTA DI UNA NUOVA RIORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO PASTORALE



A.     In Ascolto del Papa

(Dall’Evangeli Gaudium di Papa Francesco)
Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti.

Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo.
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.
La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.
Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa.
Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo», e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.
Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta:
« Voi stessi date loro da mangiare » (Mc 6,37).

B.      LA PROPOSTA
[Per questa parte mi rifaccio alla proposta di don Davide Poletti presentata all'Unità Pastorale Padre Misericordioso]

La Chiesa in uscita non è una novità:
      Padre Leone Dehon: uscire dalle sagrestie (1870)
      congresso ATI : nuova coscienza della missione (1977)
      Dianich: chiesa estroversa (1978)
      Uscire dal tempio (Mons. Caprioli 1998)

Oggi ci troviamo dinanzi ad una società che presenta fenomeni nuovi:
·         presenza crescente di cittadini di altre religioni
·         presenza di cittadini di nessuna religione
·         crescita numerica di abbandono della fede nei paesi cristiani
·         scollamento tra costume e morale cattolica
·         matrimoni religiosi dimezzati
·         battesimi scesi al 70%
·         Appartenenze parziali
E’ il frutto del cammino di secolarizzazione e di scristianizzazione della società Occidentale.

Che cosa significa evangelizzare in Italia?
·         Situazione di staticità della chiesa istituzionale
·         Scollamento tra gerarchia e Popolo di Dio
·         Liturgie che fanno fatica a rappresentare la vita dei fedeli

Problemi aperti
·         Le Unità Pastorali di recente formazione possono offrire una possibilità concreta per le comunità di aprirsi alle altre comunità e di aprirsi sul territorio.
·         Le unità pastorali costituite nella nostra diocesi propongono un metodo di pastorale che viene generalmente applicato a più parrocchie in modo fisso e sempre uguale.  La spiritualità che nasce dal modello classico e dalla formazione del prete e del laico non è missionaria.  Tutto ciò non aiuta la Chiesa ad esprimersi nella sua missione in uscita sul territorio: il modello assunto finora è centralizzante e campanilistico, legato a strutture e territori.  Questo modello tradizionale non ci stimola neppure ad essere una chiesa comunione perché troppo incentrata sul prete.

Passaggi necessari:
·         Uscire dall’individualismo spirituale e pastorale
·         Uscire dal pretocentrismo pastorale
·         Elaborare cammini per una pastorale che sgorghi sempre di più dalla Parola di Dio
·         Essenzializzare il lavoro pastorale (lasciare indietro ciò che non serve)
·         Percepire sempre più la corresponsabilità nel processo di elaborazione dei cammini di evangelizzazione
·         Studiare modalità differenti per evangelizzare il territorio
·         Non una chiesa a servizio di sé stessa (strutture), ma una chiesa a servizio del Regno

Occorre un cammino di chiesa che:
·         Si decentri sempre di più
·         Senta il mandato missionario sulle persone che vivono sul territorio
·         Propone cammini di fede e di liberazione (corruzione, mafia, attenzione al creato, stili di vita, ecc.);
·         Attenta ai poveri (uscire dall’assistenzialismo)
·         Cammini con le famiglie (Parola e sacramenti)
·         Attenta ai giovani (a tutti, non solo quelli che bazzicano nelle nostre strutture. Elaborare una pastorale giovanile attenta al territorio, che nel lungo termine possa creare una rete per intercettare il grido dei giovani)
·         Cammini con le tante solitudini presenti sul territorio (anziani, vedove/i, singles, etc.)
·         Costruisce piccole comunità a misura d’uomo e donna

PROPOSTA (cfr. UP Baragalla, Cesare Annamaria,Villa Sesso, Castellarano,  CEBs, ecc.)

·         Suddividere le cinque parrocchie dell’UP in zone, o comunità di base, o diaconie,
·         I laici dovrebbero assumere la responsabilità della vita della Chiesa nel quartiere.

·         Assieme ai ministri ordinati, ai catechisti e ai ministri straordinari dell’eucaristia potrebbero iniziare a preparare i battesimi dei bimbi e degli adulti, accompagnare i malati e i morenti, sostenere il cammino dei poveri, animare gli incontri della Parola di Dio, visitare le famiglie (benedizioni, ecc.) e le persone sole, preparare e svolgere una parte della catechesi dei bimbi.

·         Le comunità di quartiere dovranno avere una propria coscienza autonoma senza dimenticare l’unità pastorale in cui sono inserite.

·         Al fine di mantenere una comunione più efficace (intra ed extra) e nello stesso tempo raggiungere una buona autonomia ogni chiesa di quartiere potrebbe scegliere una presidenta o un presidente. Una laica o un laico capace, per carattere, esperienza e doti di coordinare, facilitare, accompagnare, ascoltare, far crescere, appianare, dare spazio, ecc.

·         Il sacerdote dovrà reinventare la sua funzione in modo itinerante, pur vivendo in comunità con altri sacerdoti/laici, Il suo compito sarà principalmente quello di amministrare i sacramenti, ma dovrà anche visitare le comunità nei quartieri, crearne eventualmente di nuove, formare i laici, mantenere la comunione fra le comunità.
·         La DOMENICA diventerà il giorno in cui le comunità di quartiere si ritrovano per celebrare la messa insieme , per portare le gioie, le fatiche e le istanze della gente nell’eucaristia.

COSA FARE? COME FARE?
·         Ascoltare il proprio territorio e riflettere sul cammino da compiere
·         scegliere  la strategia del positivo
·         valorizzare l’esistente in modo particolare partendo dai cristiani che abitano già quel territorio
·         sentirsi servitori del Regno di Dio che è già presente
·         intervenire con umiltà
·         essere una Chiesa che non si difende, ma che aiuta a crescere e raccoglie le domande dell’umanità
·         dialogare

PUNTI DA DEFINIRE
      come leggere la Bibbia in questo nuovo contesto di costruzione del Regno e di cammini di liberazione
      quale tipo di formazione? Non solo teologica e Biblica, ma anche umana (incontro, dialogo, facilitare…)
      quale cammino di iniziazione cristiana per i bimbi
       messe in famiglia/quartiere
      cammini dei ragazzi e dei giovani
      rapporti tra commissioni e comunità di quartiere
      rapporti tra centro di ascolto e comunità di quartiere
      nuovi ministeri: presidente, mediatore di conflittI
      Comunità cristiana / chiesa di quartiere e rapporto con le istituzioni
      cammini dei fidanzati
      ………