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martedì 30 settembre 2025
sabato 20 gennaio 2018
DECENTRALIZZARE L’AZIONE EVANGELIZZATRICE
Paolo
Cugini
Seguendo
l’insegnamento di Papa Francesco che, sin dall’Evangeli Gaudium, invitava la
Chiesa ad uscire, a non rimanere chiusa nelle calde e comode mura parrocchiali,
diviene importante pensare una pastorale in uscita, decentrata. Del resto
Francesco non inventa nulla, ma segue l’esempio di Gesù e dei primi discepoli,
che annunciavano il Regno di Dio camminando per le strade della Palestina.
Anche san Paolo procede con questo stile on
the road, formando comunità, individuando i leaders e poi, continuando il
cammino. La dimensione missionaria dell’evangelizzazione è senza dubbio una
caratteristica inscritta nel DNA della Chiesa, così come l’ha voluta Gesù.
Quando una comunità si siede al centro, aspettando le pecorelle e, soprattutto,
alimentando spiritualmente solamene quelle che si presentano all’appello,
significa che è in atto un processo di sovvertimento della dinamica iniziale. La
comunità non può divenire la tomba del processo di evangelizzazione, il punto
di arrivo, ma lo spazio propulsore nel processo di evangelizzazione di un
territorio.
Che
cosa significa questo pensiero pastorale decentrato e che cosa comporta? In
primo luogo, significa abitare le periferie geografiche ed esistenziali. Siamo
da secoli abituati a svolgere il lavoro di evangelizzazione dentro le mura
domestiche della parrocchia. Abitare le periferie geografiche ed esistenziali
significa progettare la catechesi ed ogni settore pastorale a partire dalla
possibilità di realizzarli in questi luoghi. Sono già molte le esperienze in
questo senso, anche se non sempre assumono un carattere di progettualità. Decentrare
la pastorale significa valorizzare le situazioni esistenziali già in atto, come
i legami parentali, i gruppi di amici di un palazzo, una via, una piazza. Ci
sono già nella parrocchia persone che vivono nella stessa via o nello stesso
palazzo. Potrebbero bastare poche persone per iniziare un’esperienza di
evangelizzazione in un quartiere. Il primo passo e fare la proposta e
responsabilizzare le persone in questo servizio. Pastorale decentrata significa
coinvolgimento dei cristiani. Ogni battezzato è chiamato ad evangelizzare.
Spesso nelle nostre comunità la maggior parte delle persone vive la propria
appartenenza alla comunità partecipando alla liturgia domenicale e poco altro.
Stimolare una pastorale che valorizza il territorio può riuscire nel compito di
coinvolgere un maggior numero di cristiani.
Pensare
il cammino di evangelizzazione a partire dalla periferia richiede una
conversione pastorale non indifferente. Esige la disponibilità effettiva a
svolgere percorsi di evangelizzazione direttamente sul territorio, a casa di
altri. Una cosa è aprire la porta e invitare qualcuno a casa propria;
tutt’altra cosa è fare in modo di essere accolti e, per così dire, giocare in
casa d’altri. Questo cammino obbliga la comunità a pensare itinerari di
evangelizzazione non appena per coloro che escono di casa per andare negli
spazi della comunità, ma soprattutto per coloro che solitamente non frequentano
la Chiesa. Si tratta, dunque, di un’azione evangelizzatrice con un grande accento
missionario, che mette a dura prova le motivazioni e la fede della comunità dei
fedeli. Nei cammini consueti della pastorale accentrata, non si riesce quasi
mai a raggiungere le persone che in un modo o nell’altro si sono allontanate
dalla parrocchia. Non si riesce per il semplice fatto che l’impostazione
classica centralizzata, non prevede alcuna forma di pensiero verso coloro che
abbandonano. Tutto è, infatti, concentrato per coloro che frequentano.
Ma perché non interessa? Perché le persone che
solitamente frequentano la messa domenicale non sono interessate ad annunciare
il Vangelo alle persone che vivono nel loro palazzo o nella loro via? Credo che
la difficoltà nasca dal fatto che l’annuncio del Vangelo esige uno sporcarsi le
mani, un cammino di conversione. Vivere la fede nel Signore come una religione
qualsiasi, significa cercare tranquillità, sicurezza spirituale. Del resto la
religione, come ci ha insegnato il grande teologo protestante Karl Barth, è un
processo che non ha al centro Dio, ma l’io. C’è tutta una pastorale che fa da
supporto all’egoismo spirituale, che sorregge lo stile individualista prodotto
dal modello neo-liberale. Da una mentalità religiosa è molto difficile uscire
con delle idee missionarie. Molto spesso al centro della religione delle nostre
parrocchie, non c’è il Vangelo, ma le devozioni. Mentre il Vangelo richiede un
cammino di conversione, la devozione ti chiede una genuflessione, un atto di
pietà. Rimettere al centro il Vangelo nei nostri progetti pastorali è il primo
passo per fare in modo che sorga il desiderio di annunciare a tutti il motivo
della nostra salvezza: Gesù Cristo.
In
questa prospettiva i quartieri, le strade, le piazze, i palazzi possono
diventare delle piccole comunità autogestite pastoralmente. Non È più il prete
che ha il controllo di tutto il territorio della parrocchia, ma le persone che
abitano concretamente quella via o quel quartiere. Decentrare la pastorale
significa non solo pensare cammini di evangelizzazione a partire dall’esterno,
ma anche consegnare la progettazione pastorale a chi si assume la
responsabilità in quello spazio determinato. In questo modo, è più facile
arrivare alle case, alle famiglie, agli ammalati, alle persone bisognose. Avere
dei referenti in un quartiere che, in nome del Vangelo e in modo gratuito, si
prendono cura delle persone che vivono nel loro territorio, è un dono di Dio. I
consigli pastorali potranno essere momenti di confronto sul cammino intrapreso,
affinché tutto si realizzi sempre in comunione, ma rimanendo sempre attenti a
fare in modo di non voler controllare o censurare la creatività pastorale che
sgorga dalla periferia.
Questa
modalità pastorale in uscita guadagna in povertà e sobrietà. Abitare il
territorio libera dall’assillo delle strutture. Certamente, saranno prevedibili
forme di collaborazione economica per gli spazi che verranno utilizzati. In
ogni modo, abitare le piazze, i parchi, i centri sociali, le case è molto meno
costoso che gestire delle strutture. Sobrietà, poi, fa rima con credibilità. Quante
volte le parrocchie e la Chiesa sono accusate di essere ricche! Ci difendiamo,
ma chi è fuori e contempla le nostre strutture, non ne esce confortato dalle
nostre difese. Sarebbe bello vedere le nostre parrocchie o le nostre unità
pastorali, costituite da tante piccole comunità, che apprendono cammini di
condivisione, sullo stile delle prime comunità. Sognare può essere pericoloso,
ma fa molto bene alla salute dell’anima.
sabato 15 aprile 2017
ALLA SCUOLA DELLA DIVERSITA'
IN CAMMINO VERSO LA SINODALITA’
Paolo
Cugini
Non è
facile pensare e decidere insieme. Non è facile perché, prima di tutto, non ci
siamo abituati. Non possiamo, poi pretendere che un’istituzione come la chiesa
si metta a sinodalizzare (passatemi il neologismo) dopo secoli di monologo. Che
lo metta tra i suoi obiettivi è bello e simpatico, ma che lo faccia realmente è
un altro capitolo della storia. Gli piacerebbe, ma non ci riesce fino in fondo.
Sinodalità richiama, infatti, ad un concetto fondamentale della chiesa di Gesù
Cristo, vale a dire il principio di uguaglianza, che considera tutte le persone
della comunità come fratelli e sorelle. La chiesa è sinodale quando non solo
ascolta tutti, ma non giudica nessuno inferiore, non mette nessuno
nell’impossibilità di poter esprimere il proprio parere. Già da queste prime battute si comprende come
tra il dire e il fare, il desiderio e la realtà, ci sia molto mare in mezzo. Peter Neuner nel suo recente studio: Per una teologia del Popolo di Dio (Queriniana,
Brescia 2016), mostra come già alla fine del primo secolo il termine fratello e
sorella, utilizzato nelle prime comunità tra i membri delle stesse, sparisce
dal linguaggio. Cipriano, infatti, nella sua prima lettera datata all’incirca nel
96 del I secolo, attribuisce il termine fratello solamente i suoi colleghi
vescovi.
Per sedersi
attorno allo stesso tavolo per prendere delle decisioni insieme – è questo il
senso della sinodalità – occorre che nessuno si consideri superiore dell’altro.
Questo è il problema. C’è una relazione tra i membri della chiesa che è venuta
lentamente e progressivamente sgretolandosi e distanziandosi e ancora oggi
porta il peso di questa distanza. Del resto, se uno degli interlocutori detiene
il diritto di dire sempre l’ultima parola, si capisce bene come il dialogo
diventi complicato. A questo proposito, sempre Neuner dimostra che la
contrapposizione laici/clero non faceva parte delle origini. Infatti, il termine
laos viene usato per indicare tutti i cristiani e non per indicare i laici
contrapposti ai sacerdoti. “Visto in
questo modo, laos e il nostro termine laico, che da esso deriva, sono per la
terminologia biblica i termini onorifici più alti che possono essere dati a un
cristiano”. Tutti coloro che appartengono al popolo sono laici e lo sono
anche sia i ministri ordinati che color che sono dotati di un carisma
particolare. In realtà, accompagnando gli sviluppi del Nuovo Testamento, la
differenza a cui rimanda la parola Laos, è quella tra i credenti e i non
credenti e quindi non una differenza riguardante classi diverse all’interno
della chiesa. Dal punto di vista prettamente storico, il concetto di laico si è
imposto in ambito ecclesiale nel III secolo. Sarà poi con la svolta
costantiniana del IV secolo che la contrapposizione laici/clero non solo si
confermerà, ma si radicalizzerà, anche perché i rappresentanti della chiesa
riceveranno una posizione sociale onorifica. Contrapposizione che ha passato i
secoli e che è giunta sino ai nostri giorni con tutto il suo peso storico che
fa fatica ad attenuarsi.
È umanamente difficile vivere la novità che
Gesù è venuto a portare al mondo. Per chiamare le persone di una comunità
fratelli e sorelle, per considerarli uguali, occorre compiere un cammino di
conversione radicale, un cambiamento di mentalità, un passaggio da un modo di
concepire la realtà ad un altro. Il Vangelo è, infatti, prima di tutto uno
stile, un modo di stare al mondo, un modo di rapportarsi con gli altri. Gesù
continuamente sollecita i suoi discepoli e le sue discepole ad essere
differenti, a non utilizzare le stesse logiche del mondo: “tra di voi non sia così, ma chi vuole essere il primo sia l’ultimo”.
Se nella vita quotidiana siamo continuamente immersi e sollecitati da logiche
di potere, da relazioni di arroganza in cui ci viene sempre ricordato in modo
implicito od esplicito che siamo inferiori rispetto a qualcuno che ha più
potere di noi, con Gesù tutto questo non accadeva. Infatti, Il Signore metteva
a proprio agio chiunque, lo faceva sentire bene, un fratello, una sorella.
Molti poveri lo seguivano non solo perché faceva miracoli, ma per le parole che
uscivano dalla sua bocca, per il modo inclusivo ed accogliente di manifestarsi
al mondo. In Gesù nessuno si sentiva giudicato o condannato. Lo diceva
continuamente lui stesso: non giudicate, non condannate, siate misericordiosi.
Anche nella relazione con i peccatori Gesù ha sempre mostrato molta
delicatezza. Non li ha mai accolti, infatti, buttandogli addosso il peso delle
loro colpe, ma si dirigeva loro con amore e misericordia e, solo alla fine
della relazione, ricordava loro di non tornare a peccare.
Non sono dettagli da poco e non è una
questione di virgole e di punteggiatura. Si tratta di capire che cos’è più
importante per noi, se salvare una persona o la difesa dei valori non
negoziabili. Lo diceva lo tesso Papa Francesco in questi giorni che, dinanzi ad
un figlio, non ci sono valori non negoziabili da difendere. Dinanzi ad un
figlio, ad una figlia non si può rimanere chiusi in un atteggiamento di
durezza. Gesù è venuto al mondo e ci ha presi così come siamo, non ci ha fatto
la morale, è morto per noi e ci ha indicato una via: la sua vita. Ha
considerato ogni persona nella sua dignità, l’ha valorizzata per quello che
era: ha dato a ciascuno di noi la possibilità di rialzarsi e riprendere il
cammino. Non ha creato delle differenze di grado, non si è mai fatto servire,
ma lui steso si è abbassato per servire i suoi discepoli e le sue discepole sino
al punto da lavargli i piedi. Il problema viene da coloro che pensano di stare
in piedi da soli, pensano di non essere mai caduti, credono di non avere
bisogno di nessuno e, per questo, disprezzano la fragilità altrui, le cadute,
non tollerano che si possa cadere. Contro questi perfetti ha sbattuto il muso
anche Gesù. Chi nasce e cresce nella bambagia, protetto all’estremo dalle
temperie del modo, non conoscendo le difficoltà reali della vita, ritiene
inconcepibile la possibilità di sbagliare. Chi è stato formato dalle classi
alte, quando sarà adulto riprodurrà lo stesso schema di società diviso in due:
chi comanda e chi obbedisce. È brutto vedere anche questo schema nella chiesa.
È poco evangelico vedere coloro che si fanno chiamare pastori, amare la distanza
dal popolo, amare di essere considerati superiori, difendere a denti stretti il
diritto di dire sempre l’ultima parola.
La
sinodalità dice di uno stile di relazione che considera tutte le persone
uguali, che non fa distinzione tra uomini e donne, bianche e neri, ricchi e
poveri. Fino a quando la gerarchia della chiesa è solo maschile sarà
impossibile una forma sinodale, che si regge sul principio di uguaglianza tra
uomini e donne. Gesù ha dimostrato con l’esempio che è possibile costruire un
cammino di sinodalità abbassandosi, mettendosi a livello dell’interlocutore,
camminando con loro, condividendo le gioie e le sofferenze. Molto spesso nei
dialoghi con gli scribi e i farisei Gesù raccontava delle parabole per
coinvolgere i loro interlocutori affinché fossero loro stessi a trarre le
conseguenze delle loro scelte. Una chiesa sinodale è possibile quando
assomiglia allo stile di Gesù, che si è abbassato, si è fatto uno di noi, non
aveva titoli o paramenti che lo differenziavano. Una chiesa è sinodale quando,
sull’esempio di Gesù, non si mette in cattedra, ma con umiltà si mette in
cammino con le persone, coinvolgendole nei processi formativi. Sembrano dettagli da poco, invece sono
importanti, perché dicono di una differenza e indicano un cammino.
In questo
percorso i poveri, gli esclusi, coloro che vivono ai margini della società sono
i nostri maestri, sono coloro che ci possono annunciare il Vangelo della
sinodalità, sono gli unici che ci possono salvare dall’idolatria del potere,
che snatura le relazioni e produce l’arroganza di chi pretende di dominare
sugli altri. Ascoltare ed accogliere con tenerezza coloro che portano i segni
del disprezzo sociale, può insegnarci molto. In questa prospettiva le persone
omosessuali, che possiamo considerare i nuovi lebbrosi della nostra società
Occidentale, hanno molto da insegnarci. Come dev’essere pesante per un
cristiano LGBT pregare il Dio di una chiesa che lo tratta come malato da
guarire. Eppure si riuniscono per meditare la Parola, per alimentare la speranza,
per trovare conforto nel Signore della misericordia infinita, nonostante il
disprezzo che ricevono anche da membri o da gruppi della chiesa. Metterci alla
scuola di Gesù che scendeva dalla cattedra di Mosè, per mettersi a livello
della gente, ascoltarli, accoglierli, valorizzarli e, soprattutto, per
condividerne le sofferenze: è questo il percorso da compiere. La chiesa
sinodale è quella che sa mettersi in ascolto del grido dei disperati, dei
maltrattati dalla storia, che sa considerare ogni persona LGBT come fratello e
sorella.
Oppure
come dev’essere difficile per gli africani dalla pelle nera abitare in un paese
di bianchi. Come dev’essere difficile per gli africani sopportare tutti i
giorni l’arroganza di coloro che si sentono superiori per il fatto di avere la
pelle bianca. Come dev’essere pesante per un giovane africano venire a cercare
fortuna nella terra di coloro che da secoli stanno devastando i loro paesi,
sfruttando vergognosamente le loro risorse, ammazzando i loro bambini,
stuprando le loro donne. Come dev’essere gravoso guardare negli occhi gli
uomini bianchi che per il fatto di essere nati con la pelle bianca si sentono
in diritto di guardare tutti dall’alto in basso, animati da un complesso di
superiorità che non lascia spazio alle differenze di manifestarsi alla
pari. Ascoltare queste sofferenze, che
provengono dal profondo dell’anima, ascoltare il male che da secoli subiscono
per il semplice fatto che sono nati così, ci può aiutare ad uscire dalla
schiavitù del complesso di superiorità e capire finalmente, che siamo tutti fratelli
e sorelle e che la dignità più grande che abbiamo è quella di essere figli e
figlie di Dio, amati da un unico Padre.
Sinodalità
significa abitare la pluralità e questo è possibile solamente se accettiamo la
differenza come elemento costitutivo del progetto di Dio. È lui, infatti, il
colpevole! È Lui che ci ha fatti diversi e ci ha chiamati all’unità. Nella
comunità cristiana, specchio della Trinità, l’unità non s’identifica con
l’uniformità, ma esige la diversità. Il Vangelo, in questa prospettiva, è il
miglior collirio che cura le nostre rigidità, che lenisce le nostre durezze,
che ci porta ad accogliere l’altro per quello che è, liberandoci dalle nostre
precomprensioni culturali. Evangelizzare le culture significa fare in modo che
la novità del Vangelo contamini positivamente ogni aspetto della realtà che ci
circonda e la trasformi in amore. Lasciarci contaminare dall’amore di Dio che
si è manifestato nella persona di Gesù Cristo significa seguire il suo cammino
di abbassamento, di svuotamento per fare spazio a tutti.
mercoledì 12 aprile 2017
TEOLOGIA DEL POPOLO DI DIO
P.
Neuner, Per una teologia del
popolo di Dio, Queriniana, Brescia 2016
Sintesi: Paolo Cugini
La proposta di questo libro nasce da
alcune considerazioni che Papa Francesco ha espresso nell’Evangeli Gaudium,
riguardo alla necessità dei laici di annunciare il Vangelo e di considerarli
come soggetto dell’Evangelizzazione. Da queste sollecitazioni Neuner prende lo spunto
per una ricostruzione storica non solo del concetto di laico, ma anche
dell’ecclesiologia del Popolo di Dio sottesa all’impostazione pastorale di Papa
Francesco.
L’opera è suddivisa in quattro parti.
Nella prima
l’autore cerca di mostrare, attraverso un percorso storico, come si sia
sviluppata la concezione del laico nella chiesa, dalle affermazioni bibliche
sul popolo di Dio alla differenziazione tra clero e laici. In questa analisi
Neuner mostra come questa differenziazione diviene sempre più crescente con il
passare del tempo, anche se nella chiesa delle origini non esisteva. Ciò
diviene comprensibile dalla presa di coscienza che il termine laos viene usato
per indicare tutti i cristiani e non per indicare i laici contrapposti ai
sacerdoti. “Visto in questo modo, laos e
il nostro termine laico, che da esso deriva, sono per la terminologia biblica i
termini onorifici più alti che possono essere dati a un cristiano” (p.25).
Tutti coloro che appartengono al
popolo sono laici e lo sono anche sia i ministri ordinati che color che sono
dotati di un carisma particolare. In realtà, accompagnando gli sviluppi del
Nuovo Testamento, la differenza a cui rimanda la parola Laos, è quella tra i
credenti e i non credenti e quindi non una differenza riguardante classi
diverse all’interno della chiesa. Dal punto di vista prettamente storico, il
concetto di laico si è imposto in ambito ecclesiale nel III secolo. Infatti, il
termine fratello usato dai cristiani per denominarsi a vicenda, passa sempre
più in secondo piano. È Cipriano che inizia ad utilizzare il termine fratello
per indicare i vescovi e i chierici. La seconda evoluzione del termine lo si
deve alle comunità monastiche nelle quali i membri sono denominati fratelli.
Nella ricostruzione storica di Neuner, si giunge a scoprire che è stato Origene
nel III secolo il primo autore ad utilizzare il termine laico contrapponendolo
al clero. Dopo di lui altri autori, come ad esempio Tertulliano, utilizzano il
termine laico per indicare coloro che non detengono un ufficio, vale a dire i
non-sacerdoti. Sarà poi con la svolta costantiniana del IV secolo che la
contrapposizione laici - clero non solo si confermerà, ma si radicalizzerà,
anche perché i rappresentanti della chiesa riceveranno una posizione sociale
onorifica.
Un altro sviluppo significativo nella stessa
direzione che Neuner evidenzia riguarda il ruolo del Vescovo. Il consolidamento
della classe dei chierici provocò come conseguenza, il recupero del termine
sacerdote per indicare i ministri ordinati della chiesa. “Il termine sacerdote – sostiene Neuner – diventò familiare nel cristianesimo innanzitutto mediante
un’interpretazione allegorica dell’Antico Testamento […] Come nell’Antica
Alleanza c’era il sommo sacerdote, così in modo simile anche nella comunità
cristiana c’è ora il sacerdote, il sacerdos, vale a dire il vescovo” (p.
37). Lo sviluppo dell’idea di vescovo deve molto alle tensioni con gli eretici
dei primi secoli. È di fatti, in questo clima polemico che la figura del
vescovo diviene sempre più segno visibile dell’unità della comunità, perché il
vescovo rappresenta Cristo nella e per la comunità. Solo al vescovo appartiene
la competenza di guidare la liturgia, di celebrare l’Eucarestia, di
amministrare i sacramenti. Ignazio di Antiochia ed Ireneo di Lione,
confrontandosi con le tendenze gnostiche dell’epoca, condussero la riflessione
ecclesiale a dare sempre più risalto all’ufficio del vescovo. Ecco perché
diviene fondamentale ad un certo punto la comunione con il vescovo, perché è
solo in lui che diviene visibile la comunità.
Nello sviluppo della contrapposizione
laici/clero, Neuner prende come riferimento nell’epoca medievale i papi
Gregorio VII e Bonifacio VII: Il primo con il Dictatus papae rivendicò il primato di giurisdizione del vescovo di
Roma su tutta la chiesa e il potere di deporre i re e di sciogliere i sudditi
dal giuramento di fedeltà. Quella di Gregorio fu senza dubbio un atto di forza
nei confronti di una situazione per molti aspetti ambigua, che non aveva ancora
risolto il rapporto tra impero e chiesa. La presa di posizione di Gregorio VII
trovò anche il consenso non solo del clero, ma anche dei laici, che da tempo si
opponevo all’influsso dei nobili nella chiesa. La teoria delle due spade di
Bonifacio VIII era sulla stessa linea. Secondo questa teoria, il papa ha
ricevuto direttamente da Cristo sia il potere spirituale che quello secolare.
Affermazione chiara e categorica che condusse Bonifacio a dichiarare che: “L’essere sottomessi al romano pontefice è,
per ogni umana creatura, necessario per la salvezza” (p.53). Le
affermazioni perentorie dei due papi vennero messe in discussione nei secoli
successivi dai movimenti pauperistici e dagli ordini mendicanti. Il dibattito
viene concentrato sul significato dell’apostolicità. Solo colui che vive come
gli apostoli e non chi è ordinato legittimamente, può essere considerato
detentore di apostolicità e, quindi, può avere il diritto d’insegnare ciò che
vive. Nasce in questo contesto la disputa sulla predicazione dei laici, che si
concluderà con la soppressione, non solo verbale, di tutti i movimenti che
avanzavano pretese al riguardo. Il caso più eclatante fu la presa di posizione
nei confronti dei Valdesi. Fu proprio in questo contesto che si cominciò ad
intervenire anche contro la lettura della Bibbia nelle lingue volgari sino al
punto da interdire la lettura della Bibbia da parte dei laici. Il clima
venutosi a creare si accentuò sempre di più in tutto il XIV e XV secolo al
punto che: “clero e laici stavano ora uno
di fronte all’altro in un atteggiamento di fondamentale ostilità, come chi
domina e chi è dominato, chi opprime e chi lotta per la libertà” (p. 65).
Queste tensioni si accentuarono nel periodo della Riforma protestante, che
condussero Lutero da una parte a porre l’accento sull’eguaglianza e sull’unità
della chiesa e, dall’altra, ad incentivare la lettura della Bibbia da parte dei
laici. La disputa, come sappiamo, arrivava anche a toccare il problema del
fondamento del sacerdozio e del battesimo. Secondo Lutero il battesimo, oltre
ad essere alla base dell’appartenenza alla chiesa, fonda il sacerdozio comune
di tutti i fedeli. Ecco perché, secondo Lutero, il ministero ordinato non è cristiano
in misura maggiore rispetto a qualsiasi altro battezzato. Conosciamo molto bene
la reazione alle affermazioni di Lutero da parte della chiesa che nel Concilio
di Trento affermò che il sacramento dell’ordinazione sacerdotale conferisce un
carattere indelebile che eleva il sacerdote al di sopra del laico. In questa
prospettiva instauratisi in un clima fortemente polemico, i laici venivano
sempre più relegati in secondo piano, come oggetti del diritto e non come
soggetti di diritti. Nel capitolo conclusivo della prima parte Neuner accenna
alla nuova riflessione che sul laicato si produsse nel XIX secolo. Come
sostiene lo storico della chiesa Merkle, citato da Neuner: “il XIX secolo può essere indicato come
l’epoca classica dei teologi-laici, poiché dove il clero aveva fallito erano
ora i laici a salire sulla breccia” (p. 75). Fu il Sillabo di Pio IX ad
aprire in un certo senso la porta al protagonismo dei laici. Il dibattito
sull’attività dei laici nella vita della chiesa giunse al punto mettere in
crisi le stesse posizioni del Sillabo. Il teologo John Henry Newman sostenne,
infatti, che i laici avevano tutto il diritto di essere consultati anche nelle
decisioni dogmatiche. Newman, per sostenere questa tesi, dimostrò come
all’epoca del Concilio di Nicea, la retta fede apostolica fu salvata mediante il
sensus fidelium. Fu a partire da
simili prese di posizione che in varie parti d’Europa sorsero federazioni e
associazioni cattoliche, nelle quali erano i laici ad organizzarsi per
attivarsi soprattutto nelle questioni sociali. La risposta dei papi
all’attivismo dei laici non si fece attendere. Pio X richiese l’inserimento di
tutte le associazioni cattoliche nell’ordinamento gerarchico. Tutte le
associazioni di cattolici furono obbligate a sottostare all’autorità dei
vescovi. Fu in questo clima che Pio XI fondò l’Azione Cattolica. “La possibilità di permeare lo Stato, la
cultura, l’economia e la società richiedeva necessariamente secondo il Papa la
collaborazione dei laici. Questa doveva realizzarsi mediante l’Azione
Cattolica. La sua caratteristica più profonda doveva essere costituita dalla
stretta sottomissione alla gerarchia” (90).
Nella seconda parte dell’opera, Neuner analizza in poche battute,
l’idea di laico nella concezione teologica del Concili Vaticano II. Dopo la
presa di coscienza che i testi preparatori erano tutti condizionati dalla
concezione ecclesiologica degli ultimi secoli, l’autore passa ad analizzare i
principali documenti conciliari. Sfogliando le pagine dei documenti del
Concilio Vaticano II si percepisce come la chiesa non è più pensata solamente
nelle istituzioni e ni ministri ordinati e che il popolo è più ampio di loro.
La riflessione sul laicato raccoglie la ricchezza della ricerca
biblico-patristica dei decenni precedenti al Concilio. “Ogni laico in virtù dei doni che gli sono stati fati, è testimonio e
insieme vivo strumento della stessa missione della chiesa” (LG 33). Già da
passi come questo si percepisce l’intenzione dei padri conciliari di andare al
di là delle contrapposizioni, per camminare verso una visione di chiesa come
popolo di Dio. In questa prospettiva Neuner sottolinea l’importanza storica del
decreto sull’apostolato dei laici nel quale si afferma che i laici sono
deputati dal Signore all’apostolato. Nei più diversi ambiti tipici della
complessità del tempo presente, spesso la missione della chiesa può essere
esercitata solo dai laici. Questa presenza significativa dei laici nella
comunità viene ribadita nella Sacrosanctum
Concilium, dove viene sottolineata la partecipazione attiva di tutti i
fedeli alla celebrazione eucaristica. Le ultime pagine della seconda parte sono
dedicate dall’autore al problema della giusta interpretazione dei testi
conciliari. Neuner parla senza mezzi termini di rottura delle affermazioni
conciliari sul laicato rispetto all’insegnamento ufficiale precedente. “La valorizzazione dei laici nella chiesa è
uno dei punti nei quali il concilio ha superato se stesso” (p.110). Neuner
riconosce comunque che il Concilio Vaticano II ha avuto nei confronti della sua
minoranza conservatrice un tratto estremamente premuroso. Integrare le
minoranze fu un desiderio dei padri conciliari e soprattutto di Paolo VI. In
ogni modo “nelle affermazioni del
Concilio sui laici si vede allora una nuova e fondamentale presa di coscienza
che è in discontinuità con una lunga tradizione di segno opposto” (111).
Nella terza parte Neuner analizza gli sviluppi
conciliari, vale a dire, l’annoso problema della ricezione degli insegnamenti
del Concilio. Il limite di questa parte sta nel fatto che l’autore tende ad
accompagnare soprattutto il cammino della chiesa tedesca. In ogni modo non
mancano numerosi spunti per la riflessione. C’è la presa di coscienza che dopo
il Concilio i laici hanno assunto di fatto in maniera intensa diversi compiti e
doveri che prima erano svolti dai preti. In Germania una tappa fondamentale del
cammino sperimentale dei primi anni del dopo Concilio fu il sinodo di Wurzburg (1971-1975). Durante
il sinodo ci si interroga sulla responsabilità comune di tutti i fedeli, soprattutto
in quelle comunità che non possono più beneficiare della presenza permanente
del presbitero. Si giunge così a percepire che esiste un’unica missione della
chiesa che viene svolta dai molteplici servizi che vanno esercitati in
dipendenza l’uno dall’altro. È il principio della comunione nella diversità,
che esige dal canto suo la valorizzazione degli organismi che permettano il
funzionamento della comunità come, ad esempio, il consiglio pastorale. Queste
aperture vengono ridimensionate dal documento dal documento del 1977: “Principi per l’ordinamento dei servizi
pastorali” elaborato dalla Conferenza Episcopale Tedesca. La preoccupazione
del documento è quella di non confondere il ministero del presbitero con quella
di altri ministri. Il nuovo Codice di diritto Canonico del 1983 sembra superare
le ristrettezze del documento della CET quado nel numero 208 afferma che: “Fra tutti i fedeli, in forza della loro
rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e
nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del corpo
di Cristo”. Questa uguaglianza che si fonda sul battesimo, include tutte le
differenze di uffici e funzioni. Neuner a questo punto della ricerca, focalizza
l’attenzione su quello che considera a ragione un testo chiave sia per la
recezione degli spunti ecclesiologici del Vaticano II, sia per gli sviluppi
futuri sul tema del laicato nella chiesa, vale a dire il sinodo dei vescovi sui
laici del 1987 e l’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles Laici del 1989. All’autore non sfugge il poco
conosciuto, ma di fondamentale importanza per l’ecclesiologia, il sinodo
straordinario dei vescovi del novembre-dicembre 1985, per commemorare i 20 anni
della conclusione del Concilio. Fu in questo sinodo che venne deciso che il
tema della comunione della chiesa doveva essere considerato il concetto
centrale del concilio. Veniva così scalzato il messaggio del concilio sul
popolo di Dio per fare posto ad una concezione di chiesa che in un certo modo
riportava all’interno del dibattito ecclesiale il rapporto tra gerarchia e laicato.
Come sottolinea infatti Neuner, il termine comunione presta il fianco ad
un’ambiguità, perché può significare sia il rapporto di reciprocità esistente
tra tutti i membri della chiesa, sia la conformazione dei fedeli alle decisioni
della gerarchia. Era proprio questo secondo aspetto ad essere introdotto nel
dibattito sinodale e sarà alla luce di questo significato del tema della
comunione che si svolgeranno i lavori del sinodo dei vescovi sui laici del
1987. L’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici resta sino ad ora il documento magisteriale
più completo sui laici nella chiesa. La riflessione viene svolta
nell’ecclesiologia di comunione, che comprende in sé unità, diversità e
complementarietà delle vocazioni, dei ministeri, dei carismi e delle
responsabilità (cfr. n.20). Viene sottolineata più volte la diversità del
ministero dei pastori rispetto agli altri ministeri e uffici nella chiesa,
diversità fondata sulla diversità tra il sacerdozio comune dei battezzati e il
sacerdozio ministeriale. Anche i carismi che hanno dato vita negli ultimi
decenni a numerosi movimenti, devono sottostare al giudizio dei pastori della
chiesa. Si percepisce da questi passaggi come il tema della comunione con la
gerarchia abbia preso il sopravvento rispetto alle sottolineature della parità
di dignità dei fedeli che il concetto di popolo di Dio portava con sé. Anche il
servizio che i laici compiono nel mondo deve avvenire nell’obbedienza verso i
pastori. Neuner non lascia di annotare come: “l’autonomia delle realtà terrene, di cui aveva parlato il concilio, è
stata così messa evidentemente in secondo piano rispetto alla richiesta di
obbedienza” (p. 142). Secondo Neuner il documento sui laici voleva rendere
attraente il ministero presbiterale. Per questo motivo Giovanni Paolo II per
evitare una clericalizzazione dei laici e una laicizzazione del clero, ha
lasciato il ministero secolare ai laici riservando il ministero della salvezza
al clero. Come si prevedeva, il documento post-sinodale non risolveva i problemi
concreti che le comunità stavano affrontando, dovuti soprattutto alla
diminuzione significativa dei presbiteri e la conseguente difficoltà di
accompagnare le comunità. Per rispondere a queste esigenze il testo più
significativo risale al 1994, frutto di un simposio tenutosi a Roma sulla: Collaborazione dei laici al ministero
pastorale dei presbiteri. Significativo fu il duro intervento del Papa che,
a partire dal chiarimento del carattere sacerdotale compreso ontologicamente,
definiva che, mentre i ministri ordinati hanno nella chiesa degli uffici, i
laici hanno solo ministeri. Affermazioni forti che rilevano un disagio nella
percezione della difficoltà di trovare un cammino adeguato alla crisi in atto.
Nonostante i tanti pronunciamenti ufficiali a favore del sacramento
dell’ordine, le vocazioni sacerdotali continuavano a diminuire rendendo
difficile la soluzione della guida delle parrocchie. Neuner a questo punto
sottolinea due prese di posizioni chiare che, però non furono ascoltate. La
prima fu quella del Vescovo Walter Kasper che propose di ordinare presbiteri
coloro che di fatto guidavano già le comunità parrocchiali e che stavano dando
una buona prova di sé. L’altro intervento lasciato cadere fu quello del vescovo
Kamphaus che sosteneva che non si possono trattare i laici come tappabuchi in
un periodo di carenza di preti. “La
chiesa esiste solo come popolo di Dio, nel quale preti e laici camminano
insieme, il compito a cui siamo chiamati in questo momento non è quello di
tracciare linee di separazione, ma di interagire”. Voci profetiche che però
non vennero ascoltate. Neuner a questo punto mostra alcuni esempi di come
alcune diocesi hanno reagito alla mancanza di presbiteri. Il primo esempio è la
diocesi francese di Poitiers. Qui il sistema tradizionale delle parrocchie è
stato abbandonato a favore di comunità locali. Per esse il vescovo nomina ogni
tre anni un team di incaricati ai quali sono affidati diversi ministeri, tra i
quali ci sono anche i preti. L’altro esempio è quello della chiesa latinoamericana
dove le parrocchie sono costituite da comunità di base, guidate da dei laici.
In questi contesti il prete coordina la formazione dei laici che svolgono il
ministero nelle comunità, oltre a celebrare periodicamente nelle singole
comunità di base.
Nella quarta ed ultima parte Neuner propone delle riflessioni
sistematiche su tre temi specifici: la discussione sull’Azione Cattolica; la
ricezione del Vaticano II nella discussione teologica; tentativi di definire il
laico e i limiti di una tale definizione. Neuner, nella riflessione da lui
proposta sull’Azione Cattolica, propone gli studi di due teologi di spicco
quali Yves Congar e Gérard Philips. Congar in un testo del 1952, che diverrà
punto di riferimento per tutti gli studi successivi sul laicato – Per una teologia del laicato – sosteneva
che clero e laicato sono unitamente orientati al medesimo fine. Congar mostra
come in ciascuno dei tre uffici – regale, sacerdotale e profetico-, che sono
stati trasmessi da Cristo alla sua chiesa, i laici abbiano dei diritti che a
loro appartengono in forma immediata. Per sostenere ciò Congar fa riferimento
alla dottrina del sacerdozio comune ritenendo che non è necessario concedere
degli uffici ai laici, in quanto già membri attivi per la costruzione
dell’unica chiesa. Per questi motivi Congar distingue l’azione dei cattolici
dall’Azione Cattolica. “È sempre esistito
ed esiste un apostolato dei laici anteriore e, sotto certi aspetti, più ampio
di quello dell’Azione Cattolica, Apostolato che si basava sui doni sacramentali
ed extra-sacramentali che costituiscono il cristiano”. (183). Dovere del
laico, dunque, è conoscere e far comprendere agli altri che le cause seconde
sono aperte verso Dio, che è la causa Prima. Pochi anni dopo le riflessioni di
Congar, che anticipavano il dibattito conciliare, Gérard Philips, nel suo: I
laici nella chiesa del 1954, esprimeva la sua visione positiva sulla svolta
operata negli ultimi decenni di una nuova presa di coscienza dei laici. Philips
non era convinto della spartizione dei campi d’interesse che relegava i laici
alla sfera secolare, mentre i presbiteri come custodi del sacro. Il rischio di
questa impostazione era quello di chiudere la chiesa nella sagrestia e di
offrire argomenti per un laicismo anticlericale. Rispetto a Congar, Philips
attribuisce un ruolo maggiore al laico nell’ambito inter ecclesiale, facendo
riferimento alla famiglia come la più piccola cellula della chiesa. Inoltre,
Philips faceva notare sia la partecipazione dei laici al sacerdozio comune, sia
il loro coinvolgimento nel movimento liturgico di quegli anni. Centrale nella
riflessione di Philips è l’idea d’incarnazione perché, a suo dire, aiuta a
superare le contrapposizioni classiche tra spirito e materia, secolare e
profano. Per questo Philips evitò di separare in modo netto laicato e clero.
Neuner nl cammino di ricerca di una spiritualità laicale non tralascia di
citare i contributi di altri importanti teologi del tempo quali Friedrich Von
Hugel, Franz Xavier Arnold, Alfonso Auer e Hans Urs Von Balthasar i cui contributi,
come quelli dei precedenti già citati, contribuiranno significativamente
nell’elaborazione della teologia del laicato sviluppatasi nel dibattito
conciliare.
Neuner dedica la seconda riflessione
sistematica alla ricezione del Vaticano II nella discussione teologica. Non
poteva non partire per questa analisi dal teologo Karl Rahner che nel suo L’Apostolato dei laici del 1966 difese
la necessità ecclesiale di un’autonomia del laicato. Riprendendo la riflessine
dei primi secoli del cristianesimo, Rahner sostiene che chierico è chiunque sia
in possesso di un ufficio ecclesiale e quindi non riguarda solo il prete o il
diacono che hanno ricevuto l’ordinazione. “In
questo senso strettamente teologico – sostiene Rahner – una donna può appartenere al clero” (p.
199). Per Rahner la chiesa no si fonda nei sui uffici, ma all’opera di Gesù e
nella predicazione del Regno di Dio. È nel mondo che il laico dà forma alla sua
vita cristiana e al suo apostolato. C’è un’insistenza di Rahner su questo tema
perché ritiene che i laici non hanno bisogno di uffici per esercitare il loro
apostolato. Infatti, i laici, sulla base del battesimo e della cresima sono
membri della chiesa e vivono il loro cristianesimo e operano come apostoli
mediante questa vita senza la necessità di ricevere un incarico ufficiale.
Anche Edward Schillebeeckx sulla linea di Rahner, ma andando oltre, sottolinea
sia l’autonomia del laico nella chiesa, sia la necessità di collocare la
riflessione del laicato nel cammino della chiesa. Il carattere secolare del
laico sta ad indicare un compito ecclesiologico. I laici non sono persone
profane, ma membri del popolo di Dio nel mondo secolare. In questa prospettiva
preti e laici hanno solo servizi diversi, hanno “doni diversi dalla cui
coesione viene edificato il corpo ecclesiale come comunità di fede” (p. 205). A
questo proposito Edward Schillebeeckx sviluppa il modello della chiesa futura
che, riprendendo dalla chiesa antica, chiesa che è una fraternità di fratelli e
sorelle nella quale le strutture di potere vigenti nel mondo vengono a poco a
poco eliminate. Anche se ci sono diversità di funzioni, nella fraternità tutti
hanno il diritto di parola.
L’ultima riflessione sistematica è
dedicata da Neuner al tentativo di definire il laico. Sono brevi analisi su
tematiche già dibattute durante il percorso di ricerca. Si passa così dai brevi
accenni del laico come non-chierico, alla discussione sul carattere secolare,
ai differenti modi di partecipare al triplice ufficio e all’affermazione sulla
differenza essenziale tra sacerdozio comune e ministeriale. Secondo Neuner si
deve prendere sul serio il concetto di laos, considerandolo di nuovo nel senso
che aveva nella scrittura, quindi come termine che designa il popolo di Dio, la
chiesa nel suo insieme. La tesi di Neuner è che: “se avessimo una teologia del
popolo di Dio corretta, non avremmo più bisogno di una teologia del laicato. Se
la realtà del popolo di Dio si realizzasse nelle forme nelle forme di
organizzazione della chiesa, non dovremmo scervellarci sulla partecipazione
attiva dei laici” (p. 228). Ecco perché secondo il nostro autore, la
riflessione sui laici dovrebbe diventare una riflessione sul popolo di Dio,
sulla sua forma e sulle strutture che gli sono adeguate. Questa difficoltà
nello sviluppare una riflessione sul laicato tenendo come riferimento la
riflessione del Concilio sulla chiesa come popolo di Dio, nasce secondo Neuner
soprattutto dalla presa di coscienza che il processo di cambiamento di
mentalità avviato dallo stesso concilio, non ha ancora lasciato grandi segni.
Prova di ciò è il fatto che ancora oggi, come in passato, tutte le grandi
decisioni non sono prese dal popolo di Dio, ma da pochi membri della gerarchia.
Ciò significa che l’elemento sinodale così importante nel Concilio, è stato
delimitato piuttosto che rafforzato nel corso degli anni. Neuner sottolinea che
i ministri ordinati stanno nella chiesa e non sopra di essa. Per questo non è
nella logica del concilio squalificare coloro che non ricoprono alcun ufficio
nella chiesa. “L’ordinazione degli uni, non deve significare la subordinazione
degli altri”. Recuperare il discorso del Concilio della chiesa come popolo di
Dio significa ritornare alla volontà salvifica di Dio, all’evento della croce e
risurrezione di Cristo e all’invio dello Spirito Santo che ne garantisce la
presenza.
mercoledì 22 marzo 2017
TUTTO IL POPOLO DI DIO ANNUNCIA IL VANGELO
Per un Pasqua della pastorale
Paolo Cugini
Non è una mia frase, ma è di Papa
Francesco, che si trova al numero 111 dell’Evangeli
Gaudium. Ogni tanto riprendo in mano questo testo per cercare spunti, nuovi
cammini. È una frase che prendo come augurio di Pasqua per le comunità
dell’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli. Papa Francesco in varie
occasioni ci ha ricordato che siamo tutti corresponsabili nell’annuncio del
Vangelo. In virtù del nostro battesimo, della nostra risposta al Signore, siamo
chiamati ad annunciare il Vangelo della salvezza nelle situazioni in cui ci
troviamo. Certamente c’è un primo livello fondamentale di evangelizzazione che
deriva dalla nostra testimonianza, dalla nostra coerenza di vita con quella
proposta che abbiamo assunto. Nessuno può permettersi il lusso di parlare in
nome di Gesù senza perlomeno provare a vivere ciò che proclama.
C’è, però, un altro livello che
spesso ci dimentichiamo, o che pensiamo che debba farlo altri. È il livello di
evangelizzazione verso il mondo che esige attenzione, progettazione,
disponibilità a lasciarsi coinvolgere. Ormai, in questi ultimi tempi, abbiamo
sentito varie volte affermare che l’evangelizzazione è compito di tutti i
cristiani. Poche volte, però si vedono persone prendere l’iniziativa per portare il Vangelo a chi non lo
conosce. È vero che ci sono già belle iniziative, come la catechesi battesimale
in case delle famiglie che chiedono di battezzare i loro figli; o il percorso
fatto con i fidanzati che si preparano al matrimonio. Sono momenti importanti
che vanno sostenuti e incentivati. Se allarghiamo il discorso sulla
missionarietà delle nostre comunità, vediamo che l’annuncio del Vangelo al di
fuori della cerchia di chi frequenta, è relegato alle famose benedizioni
pasquali che ormai non avvengono più per i motivi che sappiamo. Il Vangelo che
ascolteremo la domenica di Pasqua narra di alcune donne che, dopo aver scoperto
la tomba vuota, corrono a dare l’annuncio ai discepoli e anche loro corrono per
andare al sepolcro (Gv 20,1-9). Chi è animato dall’amore di Dio, che si è
manifestato in Gesù, fa fatica a trattenerlo: sente il desiderio impellente di
condividerlo. La missionarietà è prima di tutto un atto di fede nel Signore
venuto al nostro incontro e che desideriamo condividere con gli altri. La verità
della pienezza che Gesù ci ha donato sta nel desiderio di comunicarla a tutti
coloro che ci stanno intorno. Ciò significa che l’annuncio del Vangelo non è
questione di un corpo specializzato, ma di ogni cristiano. Riuscire a capire
questo e a trovare strategie per attuarlo, per portare il Vangelo nelle strade
e nelle case delle nostre comunità, è la grande sfida che abbiamo dinanzi.
Sempre Papa Francesco nella Evangeli Gaudium sollecita tutti i
cristiani a prendere l’iniziativa, ad essere creativi, a pensare forme nuove di
evangelizzazione. Non possiamo più pretendere di rimanere ad attendere la gente
nelle nostre strutture parrocchiali, così come si è sempre fatto. È stata la
creatività e la presa di posizione dei discepoli a portare il Vangelo in tutto
il mondo. Non è una questione di numeri, di paura di rimanere in pochi: è una
questione di salvezza. Se crediamo davvero che il Signore ha salvato la nostra
vita, gli ha dato un senso e una prospettiva futura, allora non possiamo
trattenere questo annuncio. Prendere l’iniziativa significa non aspettare che
qualcuno – il prete – ci solleciti a farlo. Come annunciare il Vangelo alle
famiglie di un palazzo o di un quartiere è compito ed esigenza dei cristiani
che vi abitano. Sono già molte le esperienze in questa direzione anche in Unità
Pastorali vicine a noi e anche lontane da noi. In una città francese, ad
esempio, in alcuni palazzi organizzano una lettura biblica settimanale per le
famiglie del palazzo, in modo tale che quel palazzo è diventato una piccola
comunità. È sempre Francesco che ci sollecita a decentrare la pastorale.
Dovremmo allora, pensare l’annuncio del Vangelo come una chiamata che il
Signore rivolge a tutti in ogni momento e in ogni luogo.
È chiaro che per prendere l’iniziativa
nel discorso dell’evangelizzazione occorre che il Signore sia al primo posto.
Chi lavora e ha famiglia è difficile che riesca a trovare tempo per prendere l’iniziativa
e creare momenti di evangelizzazione nel proprio quartiere durante la
settimana. Forse di domenica potrebbe essere possibile. Una cosa è chiara a
tutti: quando vogliamo una cosa, quando riteniamo una cosa fondamentale, la
facciamo. Tanta inerzia sulle cose della chiesa, non è solo a causa dei tanti
impegni che abbiamo, ma delle priorità che ci siamo dati. C’è difficoltà a prendere
l’iniziativa anche perché ai laici non è mai stato chiesto, anzi è stato
proibito. Nelle parrocchie era solo il parroco che si occupava della sfera del
sacro: solo lui poteva autorizzare a fare qualcosa. Secoli di questa
impostazione hanno lasciato un segno profondo che è difficile scalfire. Ancora
oggi negli ambienti ecclesiali, il discorso sui laici rimane ambiguo. Da una
parte si comprende che senza il loro prezioso contributo sarà difficile
mantenere il servizio religioso che si è sempre offerto e si vuole continuare
ad offrire. Dall’altro, chi proviene da una impostazione ecclesiale clericale,
il coinvolgimento dei laici può voler dire perdere terreno, spazio, autorità.
Accompagnare il cambiamento è la grande
sfida che abbiamo dinanzi a noi. Lo facciamo senza chiudere gli occhi e affrontando
a viso aperto la realtà, ma con il cuore carico di speranza che ci viene dalla
Pasqua del Signore.
giovedì 14 luglio 2016
LO SLANCIO MISSIONARIO DELL'UNITA' PASTORALE: PROPOSTA DI AZIONE
UNITA’
PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE
CONSIGLIO PASTORALE 13
LUGLIO 2016
PROPOSTA DI UNA NUOVA
RIORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO PASTORALE
A.
In Ascolto del Papa
(Dall’Evangeli Gaudium di
Papa Francesco)
Nella Parola di Dio appare
costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei
credenti.
Oggi, in questo “andate” di
Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione
evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita”
missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che
il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata:
uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le
periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo.
La Chiesa “in uscita” è la
comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono,
che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.
La riforma delle strutture,
che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare
in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in
tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali
in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di
tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.
Una
pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione
disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di
insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che
realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra
sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo
stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per
questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa.
Se
la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti,
senza eccezioni. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo
incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi
bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e
dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che
indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i
destinatari privilegiati del Vangelo», e l’evangelizzazione rivolta
gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre
affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra
fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.
Preferisco una
Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto
che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie
sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce
rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve
santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri
fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con
Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di
senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di
rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che
ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo
tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza
sosta:
«
Voi stessi date loro da mangiare » (Mc
6,37).
B.
LA PROPOSTA
[Per questa parte mi
rifaccio alla proposta di don Davide Poletti presentata all'Unità Pastorale
Padre Misericordioso]
La
Chiesa in uscita non è una novità:
•
Padre Leone Dehon: uscire dalle sagrestie (1870)
•
congresso ATI : nuova coscienza della missione (1977)
•
Dianich: chiesa estroversa (1978)
•
Uscire dal tempio (Mons. Caprioli 1998)
Oggi
ci troviamo dinanzi ad una società che presenta fenomeni nuovi:
·
presenza
crescente di cittadini di altre religioni
·
presenza
di cittadini di nessuna religione
·
crescita
numerica di abbandono della fede nei paesi cristiani
·
scollamento
tra costume e morale cattolica
·
matrimoni
religiosi dimezzati
·
battesimi
scesi al 70%
·
Appartenenze
parziali
E’ il frutto del cammino di
secolarizzazione e di scristianizzazione della società Occidentale.
Che
cosa significa evangelizzare in Italia?
·
Situazione
di staticità della chiesa istituzionale
·
Scollamento
tra gerarchia e Popolo di Dio
·
Liturgie che
fanno fatica a rappresentare la vita dei fedeli
Problemi
aperti
·
Le Unità
Pastorali di recente formazione possono offrire una possibilità concreta per le
comunità di aprirsi alle altre comunità e di aprirsi sul territorio.
·
Le unità
pastorali costituite nella nostra diocesi propongono un metodo di pastorale che
viene generalmente applicato a più parrocchie in modo fisso e sempre
uguale. La spiritualità che nasce dal
modello classico e dalla formazione del prete e del laico non è
missionaria. Tutto ciò non aiuta la
Chiesa ad esprimersi nella sua missione in uscita sul territorio: il modello
assunto finora è centralizzante e campanilistico, legato a
strutture e territori. Questo modello
tradizionale non ci stimola neppure ad essere una chiesa comunione perché
troppo incentrata sul prete.
Passaggi
necessari:
·
Uscire dall’individualismo
spirituale e pastorale
·
Uscire dal
pretocentrismo pastorale
·
Elaborare
cammini per una pastorale che sgorghi sempre di più dalla Parola di Dio
·
Essenzializzare
il lavoro pastorale (lasciare indietro ciò che non serve)
·
Percepire
sempre più la corresponsabilità nel processo di elaborazione dei cammini di
evangelizzazione
·
Studiare
modalità differenti per evangelizzare il territorio
·
Non una
chiesa a servizio di sé stessa (strutture), ma una chiesa a servizio del Regno
Occorre un
cammino di chiesa che:
·
Si decentri
sempre di più
·
Senta il
mandato missionario sulle persone che vivono sul territorio
·
Propone
cammini di fede e di liberazione (corruzione, mafia, attenzione al creato,
stili di vita, ecc.);
·
Attenta ai
poveri (uscire dall’assistenzialismo)
·
Cammini con
le famiglie (Parola e sacramenti)
·
Attenta ai
giovani (a tutti, non solo quelli che bazzicano nelle nostre strutture.
Elaborare una pastorale giovanile attenta al territorio, che nel lungo termine
possa creare una rete per intercettare il grido dei giovani)
·
Cammini con
le tante solitudini presenti sul territorio (anziani, vedove/i, singles, etc.)
·
Costruisce
piccole comunità a misura d’uomo e donna
PROPOSTA
(cfr. UP Baragalla, Cesare Annamaria,Villa Sesso, Castellarano, CEBs, ecc.)
·
Suddividere le cinque parrocchie dell’UP in zone, o
comunità di base, o diaconie,
·
I laici dovrebbero assumere la responsabilità della
vita della Chiesa nel quartiere.
·
Assieme ai ministri ordinati, ai catechisti e ai
ministri straordinari dell’eucaristia potrebbero iniziare a preparare i
battesimi dei bimbi e degli adulti, accompagnare i malati e i morenti, sostenere
il cammino dei poveri, animare gli incontri della Parola di Dio, visitare le
famiglie (benedizioni, ecc.) e le persone sole, preparare e svolgere una parte
della catechesi dei bimbi.
·
Le comunità
di quartiere dovranno
avere una propria coscienza autonoma senza dimenticare l’unità pastorale in cui
sono inserite.
·
Al fine di
mantenere una comunione più
efficace (intra ed extra) e nello stesso tempo raggiungere una buona autonomia
ogni chiesa di quartiere potrebbe scegliere una presidenta o un presidente. Una
laica o un laico capace, per carattere, esperienza e doti di coordinare,
facilitare, accompagnare, ascoltare, far crescere, appianare, dare spazio, ecc.
·
Il sacerdote dovrà reinventare la sua funzione in modo
itinerante, pur vivendo in comunità con altri sacerdoti/laici, Il suo compito
sarà principalmente quello di amministrare i sacramenti, ma dovrà anche
visitare le comunità nei quartieri, crearne eventualmente di nuove, formare i
laici, mantenere la comunione fra le comunità.
·
La DOMENICA diventerà il giorno in cui le comunità di
quartiere si ritrovano per celebrare la messa insieme , per portare le gioie,
le fatiche e le istanze della gente nell’eucaristia.
COSA FARE?
COME FARE?
·
Ascoltare il
proprio territorio e riflettere sul cammino da compiere
·
scegliere la strategia del positivo
·
valorizzare
l’esistente in modo particolare partendo dai cristiani che abitano già quel
territorio
·
sentirsi
servitori del Regno di Dio che è già presente
·
intervenire
con umiltà
·
essere una
Chiesa che non si difende, ma che aiuta a crescere e raccoglie le domande
dell’umanità
·
dialogare
PUNTI DA DEFINIRE
• come leggere
la Bibbia in questo nuovo contesto di costruzione del Regno e di cammini di
liberazione
• quale tipo
di formazione? Non solo teologica e Biblica, ma anche umana (incontro, dialogo,
facilitare…)
• quale
cammino di iniziazione cristiana per i bimbi
• messe in famiglia/quartiere
• cammini dei
ragazzi e dei giovani
• rapporti tra
commissioni e comunità di quartiere
• rapporti tra
centro di ascolto e comunità di quartiere
• nuovi
ministeri: presidente, mediatore di conflittI
• Comunità
cristiana / chiesa di quartiere e rapporto con le istituzioni
• cammini dei
fidanzati
• ………
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