venerdì 9 ottobre 2026

L’attualità di un mito: perché ricordare Che Guevara a quasi sessant’anni dalla scomparsa

 



 


Paolo Cugini

 

 

Il 9 ottobre segna l’anniversario della morte di Ernesto "Che" Guevara, una figura che, a decenni di distanza dalla sua esecuzione in Bolivia, continua a occupare uno spazio centrale nell'immaginario collettivo globale. Ricordare il Che oggi non significa semplicemente celebrare un'icona stampata sulle magliette o sulle bandiere, ma confrontarsi con la complessità di un uomo che ha incarnato in modo radicale le tensioni, le speranze e le contraddizioni del Novecento.

La forza duratura del suo messaggio risiede innanzitutto nella sua profonda sensibilità verso le disuguaglianze sociali. Medico di formazione, Guevara scoprì la sua vocazione non tra le mura di un ambulatorio borghese, ma attraversando in gioventù l'America Latina in sella a una motocicletta. Fu l'impatto diretto con la miseria dei minatori cileni, la disperazione dei malati di lebbra e lo sfruttamento dei contadini indigeni a trasformare il giovane medico in un rivoluzionario. In quel viaggio nacque la sua viscerale passione per i diritti dei più deboli e la convinzione che lo status quo non fosse un destino ineluttabile, ma un'ingiustizia da combattere.



Tra le sue azioni più significative, oltre al ruolo cruciale nella rivoluzione cubana che rovesciò la dittatura di Batista, va ricordato il suo impegno concreto per l'alfabetizzazione e la sanità pubblica. Guevara credeva fermamente che l'emancipazione di un popolo passasse attraverso la cultura e la salute, pilastri fondamentali per restituire dignità a chi era sempre rimasto ai margini della storia. La sua umanità emerse spesso nel rapporto epistolare con la famiglia e nei suoi diari, dove traspare il ritratto di un uomo guidato da un profondo sentimento di amore per l'umanità, lo stesso sentimento che, secondo le sue parole, doveva essere il motore di ogni autentico rivoluzionario.

Tuttavia, la memoria del Che non può essere scissa da una riflessione profonda sul tema della violenza. La sua scelta di intraprendere la lotta armata e la guerriglia come unici strumenti efficaci per abbattere l'oppressione rappresenta il nodo più problematico e divisivo della sua eredità. È una dottrina che, con la sensibilità democratica e pacifista odierna, non si può condividere. La storia ci ha insegnato che l'uso della forza, anche quando mosso dalle migliori intenzioni di giustizia sociale, porta con sé strascichi di dolore e autoritarismo che rischiano di contaminare gli stessi ideali di libertà da cui prende le mosse.

Eppure, rifiutare il metodo della violenza non significa annullare il valore della sua testimonianza morale. Ricordare Ernesto Guevara nell'anniversario della sua morte è un esercizio necessario proprio per separare la nobiltà dei suoi obiettivi, la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'uguaglianza, la solidarietà internazionale,  dai mezzi tragici del suo tempo. In un mondo contemporaneo ancora piagato da profonde asimmetrie economiche e indifferenza, la sua intransigenza contro l'ingiustizia rimane un monito potente a non rassegnarsi.

1964: discorso de Che Guevara all'ONU contro il modello economico americano


L'importanza storica e intellettuale di Guevara risiede nella sua capacità di accostare alla guerriglia una profonda riflessione sulla struttura economica della società, unendo l'azione sul campo a una visione utopica ma rigorosa di un mondo nuovo. Per comprendere l'attualità del Che, è necessario analizzare il contesto in cui operò. L'America Latina del Novecento era considerata il cortile di casa degli Stati Uniti, una vasta regione frammentata e sottomessa a un sistema economico estrattivista. Le grandi multinazionali statunitensi, come la United Fruit Company, dettavano le linee politiche dei governi locali, mantenendo le popolazioni in uno stato di miseria e analfabetismo. Guevara comprese che la liberazione politica non poteva prescindere dalla sovranità economica. Il modello americano, basato sul libero mercato e sul profitto privato, non era esportabile in contesti di sottosviluppo senza generare ulteriore disuguaglianza e subordinazione. La sua critica al capitalismo non era solo ideologica, ma poggiava su una constatazione materiale: il capitalismo finanziario globale tendeva intrinsecamente a impoverire la periferia del mondo per arricchire il centro.

Nominato Ministro dell'Industria e Direttore della Banca Nazionale di Cuba dopo la rivoluzione del 1959, il Che si trovò davanti al compito titanico di tradurre la teoria marxista in pratica gestionale. Rifiutò i modelli economici predefiniti, criticando apertamente persino l'Unione Sovietica, che considerava troppo incline a utilizzare categorie capitaliste (come la legge del valore e gli incentivi materiali) nella transizione verso il socialismo.

Guevara propose e implementò il Sistema di Finanziamento Budgetario (Sistema de Financiamiento Presupuestario). Questa visione economica si basava su pilastri radicalmente opposti a quelli occidentali: le imprese non dovevano competere tra loro per il profitto, ma operare come filiali di un'unica grande azienda statale, coordinate per soddisfare i bisogni collettivi della popolazione. L'obiettivo era rompere la monocultura dello zucchero, imposta dal mercato coloniale, per creare un'economia autosufficiente e tecnologicamente avanzata. Il denaro doveva smettere di essere una merce e tornare a essere un mero strumento di contabilità e scambio.

L'aspetto più rivoluzionario della proposta di Guevara, tuttavia, non risiede nelle formule matematiche della pianificazione, ma nella sua dimensione etica. Nel suo celebre saggio Il socialismo e l'uomo a Cuba, il Che affermò che una rivoluzione economica non avrebbe avuto successo se non fosse stata accompagnata da una trasformazione spirituale e culturale dell'individuo.

Mentre il capitalismo si alimenta dell'individualismo, dell'egoismo e della competizione, la proposta alternativa del Che si fondava sulla creazione dell'"Uomo Nuovo". Questo nuovo cittadino doveva essere guidato da sentimenti di solidarietà, empatia e dovere sociale. Per questo motivo, Guevara caldeggiò fortemente l'adozione degli incentivi morali rispetto a quelli materiali. Il lavoratore non doveva produrre di più per accumulare ricchezza personale (la logica del bonus capitalista), ma per il bene della comunità, trovando gratificazione nel progresso collettivo. Il lavoro volontario, di cui il Che stesso dava costantemente l'esempio nei campi di canna da zucchero o nei cantieri edili, era lo strumento principale per forgiare questa nuova coscienza.

Oggi, in un mondo che affronta crisi sistemiche globali, dalle disuguaglianze economiche estreme al cambiamento climatico, accelerato da un consumo ipertrofico, la ricerca di un'alternativa al capitalismo non è più solo un dibattito ideologico, ma una necessità di sopravvivenza. La proposta di Guevara mostra che l'assetto economico occidentale non è l'unico ordine naturale possibile, ma una costruzione storica che può essere ridiscussa. Il suo fallimento pratico nel lungo periodo, dovuto sia al soffocante embargo statunitense sia alle rigidità burocratiche interne, non cancella il valore della sua intuizione: l'economia deve essere subordinata alla dignità umana, e non viceversa. Ernesto Che Guevara rimane immortale non per come è morto, ma per come ha vissuto e per ciò che ha osato sognare. Il suo lascito più grande è l'invito a non rassegnarsi al pensiero unico e a continuare a cercare una via in cui il valore di una società si misuri dal benessere degli ultimi, e non dai bilanci delle grandi corporazioni.

 

Nessun commento:

Posta un commento