Paolo
Cugini
Di fronte alla
persistente esclusione delle donne dall'ordine sacro, la sociologia e la
teologia contemporanee svelano un legame millenario: l'alleanza strategica tra
l'istituzione ecclesiastica e la cultura patriarcale. Nel dibattito
contemporaneo sui diritti civili e l'uguaglianza di genere, la Chiesa cattolica
permane come uno degli ultimi baluardi istituzionali in cui l'esclusione delle
donne dai ruoli di vertice e di governo non solo è praticata, ma è
teologicamente codificata. Sostenere che esista un legame strettissimo tra la
Chiesa cattolica e la cultura patriarcale, e che la prima si sia servita della
seconda per preservare la propria struttura interna, non è più un'iperbole
scandalosa, ma una constatazione storica e sociologica. La preclusione
dell'accesso femminile all'ordine sacro non è un mero retaggio del passato,
bensì il sintomo visibile di una struttura intrinsecamente maschilista che, per
lunghi secoli, ha attinto a piene mani da una profonda matrice culturale
misogina.
Per comprendere come la
Chiesa abbia assorbito e strutturato il maschilismo, occorre guardare alla
sintesi medievale tra la teologia cristiana e la filosofia aristotelica,
operata in primis da Tommaso d'Aquino. Come evidenzia la filosofa e teologa
Mary Daly nel suo testo fondamentale Al di là di Dio Padre (1973),
l'alleanza tra il patriarcato sociale e la proiezione di un Dio esclusivamente
maschio ha creato un circolo vizioso in cui il potere ecclesiastico legittima
quello sociale e viceversa. Daly scrive: «Se Dio è maschio, allora il maschio è
Dio. L'ordine divino che ne deriva serve a mantenere e a perpetuare la
struttura patriarcale delle relazioni umane» (Mary Daly, 1973, p. 19).
Questa visione
antropologica poggiava sull'idea dell'inferiorità ontologica e biologica della
donna. Nella Summa Theologiae, Tommaso d'Aquino definisce la donna,
sulla scorta di Aristotele, come un mas occasionatus (un maschio mancato
o difettoso), sostenendo che: «La donna è sottomessa all'uomo a causa della
debolezza della sua natura, sia per quanto riguarda l'intelletto sia per quanto
riguarda la forza fisica» (Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I, q. 92,
a. 1). Questa svalutazione metafisica ha fornito per secoli la giustificazione
intellettuale per una profonda misoginia culturale, traducendosi
nell'esclusione delle donne da qualsiasi sfera di autorità dogmatica o
decisionale.
La Chiesa non ha
semplicemente subìto l'influenza della società patriarcale esterna; l'ha
attivamente sacralizzata, trasformandola in una verità di fede. La sociologa
della religione Françoise Hervieu-Léger argomenta come l'istituzione
ecclesiastica abbia storicamente fondato la propria stabilità sulla
differenziazione gerarchica dei ruoli sessuali, attribuendo all'uomo il potere
di governo (legato alla sfera pubblica e al sacro) e alla donna la virtù
dell'obbedienza e del sacrificio (legata alla sfera privata e devozionale). Nel
suo saggio Il cattolicesimo in frantumi (2018), Hervieu-Léger analizza
la resistenza del cattolicesimo istituzionale alla modernità democratica,
evidenziando che: «L'esclusione delle donne dai ministeri ordinati costituisce
il nucleo identitario infrangibile di una struttura gerarchica che identifica
la virilità con il sacro. Rinunciare a questo monopolio significherebbe, per la
Chiesa, smantellare la sua stessa architettura di potere» (Françoise
Hervieu-Léger, 2018, p. 112).
Non si tratta di una
questione confinata al Medioevo. Ancora oggi, la barriera invalicabile per le
donne cattoliche resta l'accesso al sacerdozio. Nel 1994, Papa Giovanni Paolo
II ha cercato di chiudere definitivamente la questione con la Lettera Apostolica
Ordinatio Sacerdotalis, dichiarando che la Chiesa non ha in alcun modo
la facoltà di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, e che tale
sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli. La teologa
cattolica femminista Elisabeth Schüssler Fiorenza, nel suo testo cardine In
memoria di lei (1983), dimostra invece come i primi movimenti cristiani
fossero caratterizzati da una "discepolanza di eguali", in cui le
donne esercitavano leadership e compiti ministeriali. Secondo Fiorenza, il
processo di progressiva "patriarcalizzazione" della Chiesa è stato un
atto politico intenzionale per assimilare il cristianesimo alle strutture di
potere dell'Impero Romano. L'autrice sottolinea che: «La progressiva
clericalizzazione e l'esclusione delle donne dalle funzioni di guida non sono
state dettate dalla volontà di Gesù, ma dalla necessità storica
dell'istituzione ecclesiastica di rendersi accettabile e autorevole in un mondo
ellenistico e romano profondamente patriarcale» (Elisabeth Schüssler Fiorenza, 1983,
p. 287).
In conclusione,
l'intreccio tra la Chiesa cattolica e la cultura patriarcale è stato un
rapporto di mutuo soccorso. Il patriarcato ha offerto alla Chiesa i codici
culturali e sociali per mantenere l'ordine e la sottomissione dei fedeli; la
Chiesa ha ricambiato offrendo al patriarcato la più potente delle
legittimazioni: quella divina. Finché l'accesso all'ordine sacro e, di
conseguenza al potere legislativo, esecutivo e giudiziario all'interno dello
Stato del Vaticano e delle diocesi rimarrà subordinato alla condizione
biologica di essere maschio, la Chiesa cattolica continuerà a configurarsi come
una struttura intrinsecamente maschilista. Una struttura che, sebbene oggi
abbia ammorbidito i toni più esplicitamente misogini del passato, si serve
ancora attivamente dei meccanismi del patriarcato per preservare se stessa dal
cambiamento.

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