martedì 20 ottobre 2026

Il sacro monopolio. Come la Chiesa cattolica ha istituzionalizzato il patriarcato

 


 




Paolo Cugini

 

Di fronte alla persistente esclusione delle donne dall'ordine sacro, la sociologia e la teologia contemporanee svelano un legame millenario: l'alleanza strategica tra l'istituzione ecclesiastica e la cultura patriarcale. Nel dibattito contemporaneo sui diritti civili e l'uguaglianza di genere, la Chiesa cattolica permane come uno degli ultimi baluardi istituzionali in cui l'esclusione delle donne dai ruoli di vertice e di governo non solo è praticata, ma è teologicamente codificata. Sostenere che esista un legame strettissimo tra la Chiesa cattolica e la cultura patriarcale, e che la prima si sia servita della seconda per preservare la propria struttura interna, non è più un'iperbole scandalosa, ma una constatazione storica e sociologica. La preclusione dell'accesso femminile all'ordine sacro non è un mero retaggio del passato, bensì il sintomo visibile di una struttura intrinsecamente maschilista che, per lunghi secoli, ha attinto a piene mani da una profonda matrice culturale misogina.

Per comprendere come la Chiesa abbia assorbito e strutturato il maschilismo, occorre guardare alla sintesi medievale tra la teologia cristiana e la filosofia aristotelica, operata in primis da Tommaso d'Aquino. Come evidenzia la filosofa e teologa Mary Daly nel suo testo fondamentale Al di là di Dio Padre (1973), l'alleanza tra il patriarcato sociale e la proiezione di un Dio esclusivamente maschio ha creato un circolo vizioso in cui il potere ecclesiastico legittima quello sociale e viceversa. Daly scrive: «Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio. L'ordine divino che ne deriva serve a mantenere e a perpetuare la struttura patriarcale delle relazioni umane» (Mary Daly, 1973, p. 19).

Questa visione antropologica poggiava sull'idea dell'inferiorità ontologica e biologica della donna. Nella Summa Theologiae, Tommaso d'Aquino definisce la donna, sulla scorta di Aristotele, come un mas occasionatus (un maschio mancato o difettoso), sostenendo che: «La donna è sottomessa all'uomo a causa della debolezza della sua natura, sia per quanto riguarda l'intelletto sia per quanto riguarda la forza fisica» (Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I, q. 92, a. 1). Questa svalutazione metafisica ha fornito per secoli la giustificazione intellettuale per una profonda misoginia culturale, traducendosi nell'esclusione delle donne da qualsiasi sfera di autorità dogmatica o decisionale.

La Chiesa non ha semplicemente subìto l'influenza della società patriarcale esterna; l'ha attivamente sacralizzata, trasformandola in una verità di fede. La sociologa della religione Françoise Hervieu-Léger argomenta come l'istituzione ecclesiastica abbia storicamente fondato la propria stabilità sulla differenziazione gerarchica dei ruoli sessuali, attribuendo all'uomo il potere di governo (legato alla sfera pubblica e al sacro) e alla donna la virtù dell'obbedienza e del sacrificio (legata alla sfera privata e devozionale). Nel suo saggio Il cattolicesimo in frantumi (2018), Hervieu-Léger analizza la resistenza del cattolicesimo istituzionale alla modernità democratica, evidenziando che: «L'esclusione delle donne dai ministeri ordinati costituisce il nucleo identitario infrangibile di una struttura gerarchica che identifica la virilità con il sacro. Rinunciare a questo monopolio significherebbe, per la Chiesa, smantellare la sua stessa architettura di potere» (Françoise Hervieu-Léger, 2018, p. 112).

Non si tratta di una questione confinata al Medioevo. Ancora oggi, la barriera invalicabile per le donne cattoliche resta l'accesso al sacerdozio. Nel 1994, Papa Giovanni Paolo II ha cercato di chiudere definitivamente la questione con la Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis, dichiarando che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, e che tale sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli. La teologa cattolica femminista Elisabeth Schüssler Fiorenza, nel suo testo cardine In memoria di lei (1983), dimostra invece come i primi movimenti cristiani fossero caratterizzati da una "discepolanza di eguali", in cui le donne esercitavano leadership e compiti ministeriali. Secondo Fiorenza, il processo di progressiva "patriarcalizzazione" della Chiesa è stato un atto politico intenzionale per assimilare il cristianesimo alle strutture di potere dell'Impero Romano. L'autrice sottolinea che: «La progressiva clericalizzazione e l'esclusione delle donne dalle funzioni di guida non sono state dettate dalla volontà di Gesù, ma dalla necessità storica dell'istituzione ecclesiastica di rendersi accettabile e autorevole in un mondo ellenistico e romano profondamente patriarcale» (Elisabeth Schüssler Fiorenza, 1983, p. 287).

In conclusione, l'intreccio tra la Chiesa cattolica e la cultura patriarcale è stato un rapporto di mutuo soccorso. Il patriarcato ha offerto alla Chiesa i codici culturali e sociali per mantenere l'ordine e la sottomissione dei fedeli; la Chiesa ha ricambiato offrendo al patriarcato la più potente delle legittimazioni: quella divina. Finché l'accesso all'ordine sacro e, di conseguenza al potere legislativo, esecutivo e giudiziario all'interno dello Stato del Vaticano e delle diocesi rimarrà subordinato alla condizione biologica di essere maschio, la Chiesa cattolica continuerà a configurarsi come una struttura intrinsecamente maschilista. Una struttura che, sebbene oggi abbia ammorbidito i toni più esplicitamente misogini del passato, si serve ancora attivamente dei meccanismi del patriarcato per preservare se stessa dal cambiamento.

 

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