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sabato 22 febbraio 2025

LE ROVINE DI PARICATUBA (AMAZONIA) - VECCHIO EDIFICIO CHE OSPITAVA I MIGRANTI ITALIANI

 






Assieme a don Luigi Gibellini, in visita in queste settimane ai missionari di Reggio ´presenti in Amazzonia, siamo andati a visitare un posto caratteristico e pieno di storia, che dista circa 30 km dalla capitale dell’Amazzonia: Manaus. 

 Si tratta delle rovine di Paricatuba, un piccolo villaggio che attrae turisti per le belle spiagge sul rio Negro, ma anche per i ruderi di quello che fu un edificio importante per la zona periferica di Manaus. 

 L’edificio fo costruito nel 1898 nel comune di Iranduba, nella regione in cui oggi si trova la comunità di Paricatuba, una lussuosa pensione, con materiali importati dall'Europa, per ospitare gli immigrati italiani che giungevano nell'Amazzonia in cerca di lavoro durante l'epoca d'oro della gomma. 

Questo affresco si trova all'entrata delle rovine e raffigura quello che era l'edificio 
nel periodo del suo funzionamento


L'edificio chiamato Belizário Penna, inaugurato nel giugno 1906, era amministrato da preti francesi e nel corso degli anni ha avuto diversi scopi oltre a quello di ostello. Ha persino funzionato come centro di detenzione fino al 1924 ed è stato la sede dell'Istituto Afonso Pena e del Liceo delle Arti.

Nel 1933 venne trasformato nell'ospedale Belisário Penna (Lebbrosario Paricatuba) e accolse circa 310 pazienti affetti dalla lebbra. Il lebbrosario di Paricatuba è stato operativo per quasi 40 anni. Quando chiuse i battenti, molti di questi pazienti furono trasferiti a Manaus, nella Colonia Antônio Aleixo. 



Il lussuoso edificio si distingueva per le sue splendide finestre coloniali, i pavimenti in legno di pino di Riga (un omaggio alla città di Riga, in Lettonia), i vasi in porcellana inglese e le pareti ricoperte di piastrelle portoghesi.



Il curioso nome Paricatuba deriva da "paricás", un'erba allucinogena utilizzata nei rituali indigeni, e "tuba", che significa grande quantità. Sebbene il villaggio di Paricatuba sia stato classificato come patrimonio storico e culturale dello Stato dal 2015, oggi le ''Rovine di Paricatuba'' resistono al tempo e all'abbandono. 

Una veduta della spiaggia di Paricatuba



venerdì 21 giugno 2024

Commissione dei Vescovi brasiliani contro la tratta di esseri umani: oltre confine, conoscere la realtà per espandere la prevenzione

 



 

 Paolo Cugini

Molte persone, spinte dal pregiudizio, condannano i migranti, tutti i migranti. Conoscere la realtà da cui provengono ci aiuta a comprendere le ragioni che portano queste persone a lasciarsi tutto alle spalle e ad avventurarsi in una vita nuova, sconosciuta e non sempre facile. Da qui l'importanza della missione che la Commissione episcopale speciale per il contrasto alla tratta degli esseri umani della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (CNBB), svolge dal 17 al 23 giugno nella diocesi di Roraima, con le visite a Bonfim e Lethem, la principale tappa di frontiera tra Guyana e Brasile, e a Pacaraima e Santa Elena de Uairén, passaggio di frontiera tra Venezuela e Brasile.

La Chiesa del Vicariato di Caroní

Santa Elena de Uairén è la sede del Vicariato Apostolico di Caroní, una Chiesa dal volto indigeno, che dal 1922 accompagna la vita del popolo Pemón, abitanti della Grande Sabana, nel tentativo di essere una Chiesa inculturata. Un territorio di 80 mila chilometri, con grandi difficoltà negli spostamenti, cosa che sfida l'azione missionaria.

Una Chiesa che vuole camminare insieme alla diocesi di Roraima, con obiettivi comuni, in una Chiesa senza frontiere. A poco a poco questo si sta concretizzando nel lavoro della Caritas, nelle esperienze di formazione e di pastorale comune. Un cammino insieme che è motivo di gratitudine per il vescovo del Vicariato di Caroní, Mons Gonzalo Ontiveros, che insiste sulla solidarietà della Chiesa brasiliana con il popolo venezuelano. Una visita che il vescovo vede come un'esperienza di ascolto sinodale, che dovrebbe aiutare ad avanzare su cammini comuni.

 

Motivazioni, difficoltà, richieste dei migranti

Secondo un sondaggio della Caritas do Vicariato do Caroní , dal 2022 è aumentato l’ingresso di venezuelani in Brasile, il 5° Paese dove arriva il maggior numero di venezuelani. Il 23% erano migranti che tornavano in Venezuela, il 22% persone che andavano avanti e indietro e il 55% erano migranti senza intenzione di tornare. Il 74% dei migranti sono donne. Tra le motivazioni ci sono il ricongiungimento familiare, la mancanza di lavoro e salari molto bassi in Venezuela, la mancanza di servizi medici e medicinali. Tra le difficoltà lungo il percorso, i migranti soffrono la mancanza di acqua potabile, la mancanza di posti dove fare il bagno e soggiornare, la mancanza di denaro e la mancanza di documentazione per entrare in un altro paese. Chiedono cibo, molti non sapevano se avrebbero mangiato il giorno dopo, soldi per la vita quotidiana, servizi sanitari. 



Come alternative per risolvere le difficoltà, le persone in transito chiedono più punti di informazione sui requisiti per lasciare il Paese, punti di monitoraggio socio-emotivo, spazi igienici adeguati e per l'acquisto di acqua potabile. Poche persone denunciano situazioni di tratta di esseri umani, ma è anche vero che non sempre c'è la possibilità di una conversazione più piacevole. Nonostante ciò, vengono segnalate situazioni in cui i migranti, soprattutto cubani, sono vittime delle mafie. Una realtà che colpisce anche le comunità indigene, secondo i leader indigeni locali, che evidenziano nella mancanza di salute la causa principale della migrazione indigena.

Il lavoro della Commissione CNBB per il contrasto alla tratta di esseri umani

Di fronte a questa realtà, sono state richiamate le parole di Papa Francesco: «se vogliamo collaborare con il nostro Padre celeste alla costruzione del futuro, facciamolo insieme ai nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati. Costruiamolo insieme!” Sono queste le sfide che affronta la Commissione della CNBB per la lotta alla tratta di esseri umani, secondo il vescovo di Tubarão e presidente della commissione, Mons Adilson Busin, che ha sottolineato il lavoro comune che si sta portando avanti .

La migrazione è un fenomeno globale, che ha ampliato le rotte migratorie, secondo Márcia de Oliveira, professoressa dell'Università Federale di Roraima, che fa parte di un gruppo di studio che ha scoperto lo sfruttamento subito dai migranti, vittime delle reti criminali organizzate trasferimenti, denunciando situazioni vissute da migranti, soprattutto donne, compresi minori, che non vengono denunciati, viste le minacce che subiscono e la paura che ciò provoca. Difficoltà che i migranti continuano a soffrire in Brasile, nei trasferimenti interni, con situazioni lavorative simili alla schiavitù, con gruppi specializzati nello sfruttamento dei migranti. In considerazione di ciò, l'insegnante invita a prestare attenzione e a denunciare questo tipo di situazioni di sfruttamento e tratta di esseri umani.

Il lavoro pastorale della commissione contro la tratta degli esseri umani, secondo suor Eurides Alves de Oliveira, ci porta a riflettere sull'opera di evangelizzazione e di promozione umana, come chiamata del Vangelo in difesa della vita dei più vulnerabili, “un’urgenza sollecitano la nostra azione evangelizzatrice se vogliamo essere fedeli al Vangelo e ad una Chiesa in uscita ”, secondo la religiosa. Ha riflettuto sulle parole di Francesco al termine dell'ultima assemblea della Rete Talitha Kum, dove ha definito la tratta di esseri umani come un male sistemico che ha tante radici, tante cause, come qualcosa di programmato da un sistema che non mette al centro le persone e sì, profitto. Questa realtà della tratta di esseri umani è molto presente in Brasile, ma poco segnalata, sottolinea suor Eurides, da qui l'importanza del lavoro della commissione, presentando i suoi obiettivi.



I passaggi da seguire

Secondo Mons Gonzalo Ontiveros, Santa Elena è un luogo di transito, il migrante arriva alla stazione degli autobus e generalmente lo aspetta per andare direttamente a Pacaraima, o direttamente a Boa Vista, il che significa che il Vicariato di Caroní ha poco contatto con i migranti, che in alcuni casi si recano in taxi da Caracas o da altre città del Venezuela direttamente in Brasile. I pochi rimasti, sottolinea il vescovo, si recano in alcune comunità, molto vulnerabili, dove vengono accompagnati. In queste comunità costruiscono le loro capanne e iniziano a vivere per un po'. Queste comunità vengono visitate dagli agenti pastorali del Vicariato, con la conoscenza della loro provenienza, quanti membri fanno parte della famiglia, cura pastorale con contatto diretto con loro e assistenza spirituale, con celebrazioni dell'Eucaristia.

Il numero dei migranti è aumentato nel 2024, sottolinea il vescovo, che parla del processo elettorale che si terrà il 28 luglio, che suscita aspettative, e il cui risultato influenzerà direttamente il processo migratorio, cosa che dovrebbe far riflettere il Vicariato, come Potrebbe innescare un’ondata migratoria di cinque milioni di venezuelani, sottolinea Mons Ontiveros. In questa dinamica, il vescovo afferma che “siamo pienamente preparati, insieme alla diocesi di Roraima, a lavorare sulla base della Caritas e della cura dei migranti, lavorando in squadra, in comunione, per vedere cosa possiamo continuare a fare per servire migranti e vittime della tratta di esseri umani."

venerdì 13 novembre 2020

NELLA STESSA BARCA - CICLO D'INCONTRI


 

Il Cantiere Casa Comune della famiglia Comboniana invita a partecipare ad un percorso di WEBINARS sulla realtà delle migrazioni. Con testimoni diretti e anche con amici e professionisti in materia s’intende AIUTARE A CONOSCERE PER COMPRENDERE questi fratelli e sorelle che lottano per la vita e per i loro diritti e un futuro dignitoso.

Il percorso inizia VENERDI 20 NOVEMBRE alle 20.30 in zoom. A breve verrà segnalato il link. Intanto chi può faccia girare l’avviso dell’evento. Grazie


mercoledì 23 settembre 2020

DIALOGHI SUI DIRITTI UMANI LA PROTEZIONE DI MIGRANTI E RIFUGIATI


 

Carissime amiche e amici,

vi invito a partecipare all’incontro di studio-webinar in tema di "Dialogo sui diritti umani. La protezione di migranti e rifugiati" che si terrà VENERDI' 02 OTTOBRE 2020 a partire dalle ore 16,00, organizzato dalla prof.ssa Paola Scevi, Direttrice del Master Universitario di II livello Diritto delle Immigrazioni e con la straordinaria partecipazione del Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

L'incontro di studio-webinar sarà svolto a distanza tramite il collegamento di Microsoft Teams che trovate nella locandina e che vi riporto anche di seguito:

https://teams.microsoft.com/l/meetup- join/19%3ameeting_YTFhNzBhYzAtY2VmMy00ZDY2LWE5NWYtZTM3YzEyNjVmNjIw%40thread.v2/0?context=%7b %22Tid%22%3a%224f0132f7-dd79-424c-9089-b22764c40ebd%22%2c%22Oid%22%3a%2206b7223c-9179-47f8- b703-1e1f3eabd20c%22%7d

 


sabato 19 settembre 2020

L'IMMAGINARIO SUL TEMA MIGRATORIO

 



UNIVERSITÀ DI BERGAMO

 

prof. Paolo Barcella

Sintesi: Paolo Cugini

I migranti sono soggetti in carne ed ossa, che hanno una serie di esigenze. Occorre tenere contro che le migrazioni non sono mai uguale a se stese nei vari periodi storici.

Parola importante è migrazione.

Migrazione dice di uno spostamento da un luogo ad un altro. Non tutti gli spostamenti vengono considerati migrazioni. Sono chiamati tali quelli che generalmente implicano uno spostamento tra luoghi eterogenei tra loro, di partenza e di arrivo e una separazione. Migrazione implica anche che avvenga un incontro tra la persona che si sposta e quel luogo diverso. Ci sarà probabilmente nell’altro luogo una realtà differente dal punto di vista politico, sociale, linguistico, giuridico, istituzionale, da una molteplicità di punti di vista. L’incontro tra quel soggetto e quest’altra realtà è frequentemente ad alcune condizioni portatore di tensioni, di conflitti, di problemi che scaturiscono dalla comparsa di questo soggetto che si trova ad essere inserito in una realtà che tende a percepirlo in un primo momento come elemento non riconoscibile come gli altri. Necessità di un’attivazione da parte della comunità di accoglienza di una serie d’interventi di carattere normativo, riconoscibile giuridicamente. A questa complessità se ne aggiungono altre legate al fatto che in primo luogo chi emigra oltre ad arrivare in un luogo che contribuirà a riempire, parte da un altro luogo che contribuisce a svuotare. 

La migrazione è foriera sempre di cambiamenti sociali e di dinamiche di trasformazione nel paese da cui il migrante parte: non tener presente la qualità di trasformazione significa non tener presente che il migrante continua a dialogare con il luogo di partenza. Chi viaggia ha il paese di origine in testa.

La grande tragedia dell’emigrazione italiana meridionale degli anni ’50 e ’60, diretta verso Svizzera, Germania e Belgio, è stata che molti di loro hanno lavorato con la mentalità dei loro padri, uomini che ritenevano di andare all’estero per comprarsi la terra, che per i meridionali è fondamentale per il mantenimento. La tragedia è che la terra se la sono comprata e il valore che hanno prodotto con la loro fatica nei cantieri, nelle fabbriche, l’hanno investito per comprare una terra che nel ventennio successivo si è deprezzata, perché nessuno di loro ha più fatto il contadino. Questa è stata la grande tragedia di questo periodo d’immigrazione. Oppure nell’acquisto di case dove non sono mai tornate perché, nel frattempo, oltre all’emigrazione come fenomeno che loro conoscevano, si è incontrato con la fine della civiltà contadine cattolica, la fine del mondo rurale italiano. Lo svuotamento delle campagne è continuato. La grande tragedia vista sui tempi più lunghi è che il profilo dell’emigrazione italiana è cominciata a cambiare, andando verso un’emigrazione che non prevedeva ritorni e rimesse. È stata un’emigrazione che produceva desertificazione materiale ed economica. Molte comunità rurali e delle montagne sono luoghi dove sempre più non c’è attività produttiva e dove vivono persone anziane. Chi parte non manda rimesse anche perché non ha lì la moglie e i figli. Il comportamento del migrante non si capisce che il migrante ha il problema con il paese che ha alle sue spalle.

Fino ai primi anni ’60 la migrazione interna in Italia non era consentita, perché le leggi del Regime fascista non permetteva il cambio di residenza. Solo con la cancellazione di queste normative che la migrazione interna diventa legale. C’è anche una migrazione esterna. La migrazione interna in Italia ha il problema della lingua: i dialetti sono molti e diversi.




Altra questione. Quando parliamo di migrazioni oltre che con la realtà occorre fare i conti con la rappresentazione. Ogni contesto subisce immaginari diversi da attori diversi, a seconda della professione, del gruppo sociale di appartenenza, del grado di scolarizzazione. Gli attori sociali di un luogo non vedono arrivare persone in carne ed ossa tutti nello stesso modo, ma vedono arrivare dei soggetti sui cui proiettano caratteristiche che pensano essere qualcosa perché loro credono che sia così, perché gli fa comodo. Il punto è che le rappresentazioni, immaginari sulle migrazioni agiscono sulla realtà, condizionano la realtà, perché determinano in qualche modo le modalità con cui le persone si confrontano sul fenomeno migratorio. Determinano e influiscono sul modo in cui viene vissuto, regolato il fenomeno migratorio, e in cui la gente lo studia. Si potrebbe fare anche una storia delle rappresentazioni del fenomeno migratorio.

Leonardo Zagna, poeta friulano: la gente lascia lo stesso.

L’immaginario popolare sul fenomeno migratorio sui suoi numeri è importante da tener conto. Conta ciò che c’è nella testa delle persone. Dagli anni ’60 ad oggi si percepisce uno scarto tra la realtà delle migrazioni che si legge nelle statistiche, e l’immaginario. Quello che fa presa politicamente è l’immaginario, che fa presa sulla paura del diverso. Migrante come portatore di costumi diversi, mode diverse. C’è un immaginario paranoico. 

Anni ’70 parlare dell’immigrazione voleva dire invocare la migrazione. Rappresentazione problematica. Mannaggia l’ingegnere che ha fatto la ferrovia. Tutto un immaginario di disperazione. Quando si ragionava di immigrazione voleva dire regolare il lavoro italiano all’estero, anche se gli immigrati in Italia c’erano già. L’Italia subisce la prima svolta nell’immaginario tra gli anni ’80 e ’90. La legge Foschi del 1986 è la prima che cerca d’inquadrare il problema, collocando anche il problema di chi entra in Italia e non solo chi esce. Era il ministero del lavoro il ministero di riferimento. Poi cambia il modo di porsi, che risponde anche a tematiche di immaginario: è una questione di ordine pubblico, e non d’inserimento nel mondo del lavoro.

 Gli anni più interessanti per capire il problema è 1986-ai primi anni ’90 con l’arrivo degli albanesi. La migrazione verso l’Italia diventa sempre più consistente e saranno gli anni ’90 con i primi sbarchi consistenti di albanesi che provocherà un cambiamento. Nel 1989 l’Italia comincia fare i conti con la genesi dei primi immaginari xenofobi. La politica italiana, però, in quel momento cerca di contenere le derive xenofobe. Le organizzazioni politiche e sindacali italiane hanno lavorato sul principio che migrare era lecito, perché lo avevamo sempre fatto. Emergono le prime forze politiche che cambiano l’immaginario.




Non solo nero: voleva diventare un canale televisivo antirazzista. Il primo partito che si dichiara antagonista è il Partito Repubblicano: La Malfa. Gli italiani andavano a lavorare, subivano e basta, mentre quelli che arrivano oggi, arrivano da paesi non democratici, che non lavora, e se dici qualcosa reagiscono. Poi nasce la Lega Lombarda, anche se nel 1988-89 aveva un forte accento antimeridionale, ma non contro gli stranieri, gli africani. Dal ’92 in poi le cose cambiano. Non solo nero non era buonista, era un canale che metteva in evidenza le criticità. Poi si passa a programmi televisivi che vanno in altra direzione. Immaginario vittimistico doppio. Programma: Dalla nostra parte (finisce nel 2018). È decisivo è che oggi ci troviamo in un quadro immaginario completamente mutato.

I migranti in Italia per la stragrande maggioranza sono migratori. La spinta politica è normativa. Le migrazioni sono un fenomeno che è ricco di termini utilizzati per descriverle. Immigrazione come descrizione del paese di arrivo. Stranieri, extracomunitari, profughi, rifugiati, richiedenti asilo: parole che esprimono un punto di vista politico. Parole che servono per evidenziare uno stato di alterità. Evidenziano una condizione problematica con riferimento al diritto. Clandestini: soggetti non in regola.

Occorre affinare una finezza linguistica all'altezza del fenomeno. A volte i termini vengono usati per distorcere la realtà, nella direzione della costruzione di stereotipi, di rappresentazioni. Non tutti gli stereotipi hanno qualificazioni negative. Spesso usiamo la parola migrazione come aggettivi per qualificare professioni, che vengono ritenute da chi scrive o da chi legge, sinonimi di diversità in negativo. Badante-ucraino; pizzaiolo-egiziano; rumeno-muratore; tunisino-spacciatore. L’insieme delle parole è importante da tenere presente. Le associazioni che vengono fatte a livello linguistico sono determinante per la costruzione degli immaginari. Ci sono termini che vengono associati a determinati ambiti.

Accoglienza: padrone e ospiti. Emergenza, sbarchi, invasione, degrado urbano.

Popolazione Sic: arrivano nella bassa Padana. I primi vengono in contatto con lavoratori agricoli, cercano lavoro e vengono messi in contatto con proprietari, allevatori di bovini. Questo piace tantissimo a loro, perché avevano una cascina a disposizione. Cascine dove potevano fare ciò che volevano. Spazi dove potevano chiamare, moglie, figli. I proprietari di questi allevamenti cominciano a dire che i sic sono contenti perché per loro le mucche sono animali sacre. S’impadroniscono del mercato e cominciano loro stessi a dire che noi abbiamo la mucca sacra. Il problema è che i Sic sono indù e non hanno la mucca sacra.

I termini non sono mai neutri, ma influiscono sulla regolamentazione. Le parole agiscono sugli immaginari. Oggi viviamo in una realtà che è fortemente condizionato sulla migrazione come profugo, richiedente asilo, rifugiato, che arriva in barca, ma questo ha delle ricadute importanti.

2016: è stato un anno in cui abbiamo avuto a livello mondiale che ha visto 250 milioni di persone spostarsi da un paese all’altro, di cui il 90% erano migrazioni da Lavoro, economiche, persone che si sono spostate per scelta o necessità, ma senza avere catastrofi sulla testa. Di questo il 50 % si è mosso da un paese in via di sviluppo ad un paese sviluppato; gli altri sino sono mossi rispondendo a delle logiche locali. L’Italia vanno ancora oggi a lavorare in Svizzera e Germania. Esportiamo più di 100 mila persone all’anno. Entrano in segmenti produttivi che lavora nel settore di ristoranti, ecc. e non cervelli in fuga.




Questione religiosa. Dato che una buona parte del mondo migrante diretto verso l'Europa era di origini di paesi a religione mussulmana, e visto che si era sviluppato il fenomeno del terrorismo si è andato verso una rappresentazione in cui la tematica religiosa è diventata sempre più centrale. Fino alla radicalizzazione a chi vede i mussulmani come terroristi. 

Con la fine della guerra fredda viene teorizzata lo scontro di civiltà. In questa teoria, che rimane una teoria di un conservatore ostile ai mondi non cristiani. Altri autori come Oriana Fallaci che interpretano la realtà in termini religiosi e di guerra all’ultimo sangue. La questione religiosa ha condizionato tantissimo il discorso immigratorio. Afroamericani convertiti all’islam negli USA. Ci sono molte mescolanze nel discorso migratorio negli USA tra realtà e immaginari. Poi ci sono tematiche di diritto.

Le migrazioni sono spesso legate al piano che guarda al fenomeno migratorio come fenomeno emergenziale. C’è un presupposto ideologico in questo. L’ideologia funziona come l’acqua per un pesce rosso: lo regge, ma non è consapevole. I presupposti di questa situazione è che in fondo ci sia un presente mobile, da contrapporre ad un passato meno caratterizzato dalla dimensione migratoria. Già nel ‘500 c’erano dei tassi di mobilità del 10% della popolazione. Questa va crescendo con un salto tra ‘700 e ‘800 e andiamo verso un trasporto diverso. 

Fattore determinante è la rivoluzione industriale. Dal 1850 in poi con l’esplosione della nuova mobilità abbiamo un’impennata di esperienze di mobilità che arrivano al 35%.

venerdì 4 settembre 2020

MIGRAZIONI E PROCESSI SOCIO-ECONOMICI


 



IL MODELLO DI ROSTOW

Prof.ssa Giovanna Vertova

BERGAMO 4 SETTEMBRE 2020

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

SVILUPPO/SOTTOSVILUPPO

Alla fine della II guerra mondiale abbiamo il fenomeno della decolonizzazione. La maggior parte delle colonie sono diventate paesi indipendenti politicamente. L’autonomia economica è un’altra cosa. Nasce il termine Terzo mondo, e nasce l’economia dello sviluppo, che studia i motivi delle disuguaglianze.

Il concetto di sottosviluppo nasce nel momento in cui si formano i grandi imperi coloniali. L’uomo bianco incontra le culture diverse e le considera inferiori. Per quasi tutto l’800 il conetto di sottosviluppo trovava la spiegazione in termine di razza e fattori climatici. Questa spiegazione è stata criticata da tanti punti di vista, prima tra le quali è che le razze non esistono.

La seconda spiegazione: termini di fattori climatici. Lo sviluppo economico (idea eurocentrica) è avvenuto in paesi a clima temperati. Non ci può essere sviluppo economico nei paesi molto caldi: era questa la teoria. Climi molto caldo tolgono incentivi a creare una serie di cose. Non c’è bisogno di fare vestiti, o stufe, ecc, vale a dire tutta una serie di industrie. Questa teoria è stata molto criticata. È uno di tanti fattori e forse non il più importante.

Con la fine della II Guerra mondiale ci si rende conto che i paesi sono politicamente indipendente e potrebbero avviare un processo di sviluppo, che però non avviene. Si cerca di capire perché. Vengano allontanate le due teorie precedenti.

Nuova teoria: lo sviluppo economico in una nazione. Teoria dei 5 stadi di Rostow. Nel 1960 pubblica un testo fondamentale. Rostow ipotizza che le fasi di sviluppo di un paese passa attraverso cinque stadi:

1.       si parte della società tradizionale;

2.      transizione;

3.      decollo;

4.      spinta verso la maturità;

5.      consumazione di massa.

È un percorso lineare. L’idea è che il sottosviluppo è uno stadio originario, è la società tradizionale e poi i paesi riescono a svilupparsi attraverso i cinque stadi.

1.      Società tradizionale. È lo stadio originale di tutti i paesi del mondo. Questa fase è caratterizzata dalla situazione nella società pre-Newtoniane. Qui la rivoluzione scientifica non è avvenuta e quindi neanche la rivoluzione tecnologica. Sono società agricole – situazione del medioevo. Lavoro manuale e autosufficienza. Non si produce molto di più per quello che serve per vivere. Ecco perché il mercato è scarso in questo periodo. La popolazione è ridotta a causa di guerre, pestilenza. La popolazione è l’unico fattore di lavoro, perché non esistono le macchine. Rostow lega sempre gli sviluppi economici ai tipi di società. Qui vi erano società legate al tema dell’obbedienza e ciò dava molto potere ai padroni. I commerci sono pochi e anche commerci basati sul baratto. La moneta era poco usata.

2.     Transizione. Questa fase è caratterizzata da un periodo in cui s’innescano una serie di cambiamenti sia a livello di economia e sociale, che porteranno allo stadio successivo. Primo cambiamento fondamentale: la società passa da società agricola a manufatturiera. È la rivoluzione agricola. Le macchine vengono utilizzate in agricoltura e fa aumentare la produttività del lavoro: quanto un lavoratore produce in un arco di tempo. La produttività del lavoro non è la produzione, è quanto produce un lavoratore. È un concetto simile alla velocità. Utilizzando le macchine in agricoltura aumenta la produttività del lavoro del lavoro agricoli: c’è meno bisogno di agricoltori e quindi si possono liberare lavoratori per altrove, in altri settori. Secondo fattore sono gli investimenti pubblici e privati. Il concetto d’investimento in economia indica l’acquisto di tutto quello che sono indicati come beni capitali, tutto quello che serve per produrre. Le imprese fanno con l’obiettivo di produrre di più. Investimenti privati portano alla specializzazione produttiva. Investimenti pubblici: infrastrutture. Viene prodotto il surplus: la produzione è maggiore dell’auto sufficiente. C’è un eccesso che viene commercializzato. Parte di questo surplus viene reinvestito. C’è un cambiamento dell’atteggiamento della società. Ci sono persone che rischiano per iniziare la fase imprenditoriale.

3.     Decollo. Qui avviene il decollo economico. La caratteristica principale è una crescita economica rapida ed autosufficienza. C’è ka necessità che lo sviluppo economico accompagni lo sviluppo sociale. Ci sono tre condizioni principali:

a.     Gli investimenti privati delle imprese, che devono raggiungere almeno il 10% del Pil. Oggi nei paesi avanzati questo numero si aggira al 18%.

b.    Si devono sviluppare i settori manufatturieri.

c.     Deve presentarsi un quadro politico e istituzionale capace di sfruttare questi aspetti del decollo.

Devono essere limitati i consumi delle persone e limitato la spesa pubblica. Tutto è lasciato in mano alle imprese private che devono fare gli investimenti nel settore industriale. La fase del decollo ha la necessità di avere imprenditori innovatori (Schumpeter).

4.    Spinta verso la maturità. Il progresso economico è stato applicato alla produzione. Siamo al 20% del Pil dell’investimento privato. Nascono nuovi settori industriali. I paesi che raggiungono questa fase si collocano nell’ordine internazionale. L’Italia è specializzata nell’industria alimentare, gli Usa nei PC. Si riduce l’occupazione nel settore agricolo. Ci sono salario più elevati. Competenze maggiori rispetto al settore agricolo.

5.     Consumazione di massa. Si riferisce ai livelli di confort raggiunti dalle nazioni occidentali, dove ipotizziamo che valga fino al 2007, l’anno della grande crisi. Qui avviene la terziarizzazione dell’economia. L’economia diventa orientata al consumo. I beni di consumo sono i consumi delle famiglie. Beni di consumi durevoli e non durevoli. Consumare più volte: è durevole e non si esaurisce a seguito del singolo atto di consumo. I beni di consumi durevoli (es. automobile) possono saturare il mercato. Questo problema viene risolto con l’innovazione del prodotto.

Critiche. Il modello di Rostow è uno dei primi modelli che cerca di spiegare lo sviluppo. La prima critica è che il modello che viene descritto da Rostow è sui paesi avanzati. È un modello occidentale di come deve avvenire lo sviluppo, con un occhio di riguardo all’Inghilterra. Ciò ha portato per anni a pensare che il problema del sottosviluppo fosse un problema originario. L’errore fondamentale di Rostow è che non ha tenuto in considerazione che, quando i paesi sono diventati ricchi, durante le loro fasi di sviluppo, questi pesi non avevano in torno paesi più avanzati di loro. Oggi non è più così. I paesi in via di sviluppo si trovano in interdipendenza con i paesi sviluppati. C’è un problema di competizione con i paesi avanzati.

Non esiste un unico modello di sviluppo. Ci possono essere modi diversi di sviluppo che non segue la storia dei paesi occidentali. Se si vuole capire come un paese possa svilupparsi, non lo si può studiare a prescindere dalla condizione economica mondiale.

 




sabato 24 novembre 2018

DOVE VA L'AFRICA?





 SFIDE, MIGRAZIONI, NARRAZIONI

MILANO-24 NOVEMBRE 2018

QUADRO GEO-POLITICO E SFIDE DELLA COOPERAZIONE

Relatore: Mario Raffaelli (presidente AMREF-African Medical and Research Foundation)
Sintesi: Paolo Cugini

Di Africa si parla poco e quando se ne parla se ne parla male, in modo superficiale e schematico.
Questa superficialità c’è anche sulla storia dell’Africa. L’Africa ha sofferto una storia sempre interrotta. Un’interruzione significativa è stato l’incontro con il mondo europeo. La presenza dei paesi europei ha segnato un punto d’arresto del suo sviluppo naturale.

Il dramma dell’Africa si riassume nel fatto che non ha mai avuto la possibilità di sviluppare il proprio sistema economico e politico in modo graduale.
Possiamo parlare di afriche in termini di visione all’interno dell’Africa, frutto anche di conflitti interni e della guerra globale al terrorismo.

Immigrazione e integrazione. L’immigrazione è un problema strutturale. È un Continente in cui i tassi di sviluppo demografico sono in forte crescita. C’è stata una diminuzione drastica della mortalità infantile, che non è stata accompagnata dalla crescita economica. C’è un grande numero di poveri assoluti. C’è stata un’evoluzione in termini sociali. Negli ultimi anno è cresciuta molto la scolarità. Comincia a crescere un capitale umano che prima non c’era.

Si è cominciato a creare un embrione di mercato interno africano. Si pone il problema di come poter fare il grande salto. Nel 2011 c’è stato un rallentamento rispetto alla crescita economica media che era del 5%, trainata dai paesi che sono ricchi di materie prime. Questo sviluppo forte, ha conosciuto la crisi all’epoca della crisi del prezzo delle materie prime. Nei prossimi anni si prevede una crescita del 3,5%. Ci vorrebbe una dinamica di crescita più robusta. In questo periodo, chi sta crescendo di più e meglio sono quei paesi africani che non godono delle risorse di materie prime.
Sono paesi che hanno dato spazio alla crescita dell’agricoltura. Conta anche il fatto che c’è una nuova dinamica dello sviluppo tecnologico. Il telefonino in Africa è stato un fattore di crescita estremamente significativo. Oggi con il telefonino in Africa si fanno molti pagamenti.

Un altro settore è quello dell’energia. Il 75% della popolazione non è raggiunto dall’energia. Sta avendo un grande sviluppo l’energia alternativa, in modo particolare quella solare. Il Ruanda ha costruito la sua crescita sull’energia alternativa e sullo sviluppo tecnologico.

Tutto questo si riflette sui singoli paesi. Il vero salto che l’Africa potrebbe fare sarebbe sullo sviluppo di un mercato interno. La mancanza di un mercato Continentale e regionale è ciò che impedisce la crescita. L’Unione Africana ha deciso d’investire sulla costruzione di un mercato interno. Solo così l’Africa può crescere. È necessaria, in questa prospettiva, è la possibilità di partire a livello regionale. Su questo ci sono situazione diversa. L’Africa Australe e l‘ECOAS hanno già espresso dinamiche in questo senso più forti che in altre aree.

C’è un ammontare di risorse che sono necessarie per rendere credibile un processo di questo tipo, vale a dire strade, porti, ecc. per sviluppare un mercato dinamico.
In Africa c’è una classe media di 300 milioni di persone, che è una forza trainante, ma che ha bisogno di interventi significativi a livello infrastrutturale.

Chi può aiutare? L’Europa e la Cina. Gli USA non sono interessati. La Cina è molto presente in Africa. La Cina ogni due anni fa un grande meeting con i presidenti africani e con i rappresentanti dell’economia cinese. La Cina è una presenza forte sia negli accordi che nella presenza delle persone. C’è una migrazione verso l’Africa di cinesi, che vanno ad aprire il piccolo commercio. Ora la Cina fa interventi grandi, complessi: ad esempio la ferrovia che collega molte città. I cinesi hanno iniziato ad essere presenti anche dal punto di vista militare. Quale tipo di cooperazione bisogna mettere in campo e chi?
Connessione tra sviluppo, sostenibilità e pace. È inutile parlare di sviluppo dove non c’è pace e stabilità.



DEMOGRAFIA E SANITA’

Relatore: Giovanni Putoto (Responsabile ricerca del CUAM. (Medici con l'Africa Cuamm è tra le maggiori organizzazioni non governative sanitarie italiane per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane. Realizza progetti a lungo termine in un'ottica di sviluppo. A tale scopo si impegna nella formazione in Italia e in Africa delle risorse umane dedicate, nella ricerca e divulgazione scientifica e nell'affermazione del diritto umano fondamentale della salute per tutti- FONTE: wikipedia)

Sintesi: Paolo Cugini

La crescita demografica interessa in maniera esclusiva il Continente africano. Nel 2100 l’Africa avrà il 40 % della popolazione mondiale. Dietro a questa spinta c’è il fenomeno della transizione demografica. In una popolazione ci sono varie fasi. Nella prima, c’è un alto tasso di natalità e mortalità. Nella seconda fase, la mortalità diminuisce. La terza fase è il declino della natalità.
Dal 1960 al 2018 che cosa è successo? Osserviamo che progressivamente c’è una diminuzione del numero della fertilità. Al di sotto dei tre figli per donna diminuiscono, eccetto a quella africana, anche se ha iniziato un processo di convergenza con gli altri paesi. Dal 1960 aveva 7 figli per donna ai 4,5 di oggi.

Prima variazione: i paesi che hanno più fertilità nel mondo sono i paesi fragili.
Ci sono paesi che sono arrivati ad avere 3 figli (Kenya). C’è una grande diversità tra coloro che vivono in città (2 figli) a quelli nelle zone rurali (5 figli). Quanto tempo impiegherà l’Africa per diminuire la propria natalità? Questo è il problema. C’è una condizione di caos che esiste in alcuni paesi e non permettono un’analisi della crescita demografica.

L’Università di Padova ha indagato la mortalità infantile nel Veneto attraverso l’analisi dei registri parrocchiali. La mortalità infantile era di molte superiore ad altre realtà europee. Oggi la media della mortalità infantile dell’Africa sub sahariana è identica a quella dell’Italia degli anni ’50. Nell’arco di 20 anni la mortalità infantile veneta si è allineata alle altre regioni. Il veneto è stata la regione con il più alto flusso migratorio. È intervenuta un’attenzione maggiore ai bambini. È migliorata la cura verso i bambini piccoli, neonati.

Perché una famiglia decide di avere figli? Ci sono dei meccanismi comuni a tutte le popolazioni. L’allattamento è un meccanismo
Secondo motivo: esperienziale. È la ferita della donna quando perde un figlio: è considerato un fatto innaturale. Il meccanismo è di rimpiazzare una vita perduta.
Figli in situazioni di grande crisi c’è una scelta razionale di avere un numero più elevate.

Le cose cambiano quando i genitori decidono d’investire sul futuro dei figli: ha un ritorno.
Un’altra sfida sono i sistemi sanitari. In Africa la gente si paga i servizi. Non c’è nessuna forma di condivisione del rischio. L’Africa deve sviluppare un sistema di Welfare. Investire in salute materna infantile conviene. È una questione politica di cooperazione.

C’è la sfida degli stati fragili. Sta cambiando la geografia delle povertà. La migrazione africana interna è il vero dato fondamentale perché assorbe l’85% del processo migratorio. C’è una migrazione che avviene per natura economica o per motivi di studio. C’è una migrazione importante che avviene per gli stati fragili, che sono capaci di alterare gli equilibri positivi raggiunti.

Gli stati fragili dell’Africa concentrano l’80% dei poveri del mondo. Sierra Leone è uno di questi. Anche l’Etiopia e l’Uganda. Lo stato di violenza è uno dei fattori fondamentali. C’è un uso strumentale della violenza a scopo politico. C’è anche una fragilità climatica, oltre che politica.

Esempio positivo dell’Uganda. Come mai gli ugandesi non ci sono? In Italia ce ne sono 500. Eppure hanno una spinta demografica tra le più alte del mondo. C’è stato un miglioramento relativo dal punto di vista politico ed economico in paese che era stato contrassegnato dai problemi interni. C’è stato uno sviluppo umano con la diminuzione della mortalità infantile. Oltre a ciò c’è da considerare la presenza dei missionari che hanno costruito in ogni villaggio delle scuole e degli ospedali.






giovedì 24 maggio 2018

PER UNA NUOVA EUROPA





TAVOLA ROTONDA
REGGIO EMILIA 24 MAGGIO 2018
SOCIAL COHESION DAYS

Sintesi: Paolo Cugini
C’è un futuro dell’Europa dopo il manifesto di Ventotene? La coesione sociale va di pari passo con la partecipazione della società. Rischio di disgregazione sociale.

Prof. Maurizio Cotta (Siena): L’Europa ha bisogno di coesione sociale? Viviamo dentro entità statali che sio sono poste il problema della coesione sociale. Gli stati nazionali non hanno capito subito che un potere democratico non può reggersi se non risponde alle domande di come una società sta insieme. L’Unione Europea non è uno Stato e si è sviluppata come un mercato. Il mercato si occupa di distribuzione di beni e ha bisogno di un apparato regolativo. Attraverso ai fondi regionali si sono cominciate a porre scelte in vista delle situazioni più povere. Gli Stati dedicano circa il 40% per gestire della società. L’Unione Europea dedica l’1 %. La spesa è di 97 euro a persona nella comunità europea. L’UE è un gigante di mercato, ma un nano sociale perché è un nano politico. L’UE può continuare ad andare avanti con un così piccolo investimento in coesione sociale? I mercati non si preoccupano se c’è ingiustizia. Una Unione è diverso da un mercato. I problemi si sono accentuati con la crisi del 2007 e con la crisi legata ai fenomeni di immigrazione. L’UE si concepisce come un mercato di fronte a questo non aveva degli strumenti adatti.
 Le crisi toccano tutti ma in modo diverso. L’UE con queste debole risorse fa fatica ad affrontare le crisi. L’UE ha modificato alcuni sistemi regolativi. L’UE può continuare così debole? I segni di una disaffezione nei confronti della UE sono diversi. La Brexit è uno. La strada ci riporta indietro, quello delle sovranità nazionali in Europa, perché soprattutto i più piccoli fanno fatica a gestire i conflitti. L’Europa fa fatica… La strada è quella di porsi i problemi in modo più diretto. C’è bisogno di passi avanti. Occorre intervenire con dei meccanismi di integrazione sociale. E’ una strada che richiede una visone europea e partiti europei, di leaders capaci di spendersi su questa causa.

Prof. Manos Matsaganis (Milano): oggi il problema è l’ondata di populismo che attraversa l’Europa e ne minaccia l’esistenza come concetto politico. Vale la frase che i populisti pongono delle domande giuste, ma danno risposte sbagliate. Questa Europa non è molto bella. Anche questa Europa brutta è riuscita a fare grandi cose. Nella prima metà del ‘900 erano solo preoccupati ad uccidersi. Ora si tenta a lavorare insieme. L’euro ha complicato le cose in alcuni paesi. Occorre avere un progetto economico più concordato. Non è facile individuare le misure giuste. Non si risolve il problema dell’Europa tornado ai confini dello Stato Nazionale. Nel 1914 gli europei avevano perso la memoria di una guerra, eppure successe un macello che nessuno previde. Non possiamo concepire l’idea di un ritorno di uno stato nazionale.

Assessore Serena Foracchia (Reggio Emilia): Livello dei comuni: qui il dibattito sull’Europa assume un valore diverso. Qual è l’Europa di cui abbiamo bisogno? L’Europa non è visibile nelle città perché non c’è una crescita consapevole della dimensione politica europea. Questo lo si percepisce quando viene inaugurata un’opera: non c’è mai l’Europa presente. La prima cosa importante è rendere evidente che c’è una dimensione etica che dev’essere fatta del peso che assume l’UE nella quotidianità della vita. Il programma Erasmus dà la possibilità a tanti giovani di studiare in varie città europee. 
E’ strano che dopo diventino antieuropeisti. Non aiuta in questo dibattito il fatto che non esistono dei percorsi nelle scuole che riguardano la storia dell’Europa. E’ importante inserire la dimensione educativa sull’Europa nella scuola. Aiutare i giovani a capire i processi, i trattati che hanno segnato il cammino dell’Europa. Qual è l’Europa da cui non possiamo prescindere? E’ il governo delle politiche migratorie. Governare significa avere una disciplina comune e condivisa. L’Europa decresce e l’Africa cresce in modo esponenziale e provoca pressione sull’Europa. Non si può puntare sull’innovazione tecnologica se poi non c’è chi ci lavora. Occorre sviluppare un investimento congiunto anche con l’Africa sui temi della ricerca. C’è una Europa che investe sulla ricerca e sull’innovazione anche con i paesi vicini. Come sistema di enti locali vediamo i fondi che arrivano a livello locale. L’Europa di cui parliamo oggi ha subito delle crisi forti. La migrazione è un argomento sta rialzando il dibattito sull’UE. Oggi ci chiediamo quanto siamo disposti a lavorare per avere un progetto comune.

Elena Schlein (Parlamento Europeo): oggi quella che abbiamo di fronte non è quella che avevano in mente i fondatori e le fondatrici. Quali saranno le prospettive future? Come mai le cose sono state così? In questi anni abbiamo visto una crisi politico-istituzionali a cui si è aggiunta una crisi economica. Ci son coloro che hanno voluto i benefici ma non le responsabilità. Ci sono state poche risposte sul tema delle disuguaglianze. C’è una certa retorica. La verità è che tutte le decisione che vengono prese nell’UE sono politiche. Il fiscal compact son state adottate a livello intergovernativo. Il tentativo è quello di tenere al margine il Parlamento europeo. L’Europa è sbilanciata. Non è molto forte rispetto ai governi. Spesso si adottano dei compromessi al ribasso. Le sfide maggiori sono:

1.      Migratoria: regolamento di Dublino. Sei paesi membri su 28 hanno affrontato da solo le richieste da soli. Questi egoismo nazionali al Parlamento europei li abbiamo affrontati e abbiamo vinto. Non si può volere solo i benefici. Nel 2016 sono state presentate un milione e 300 mila di richieste di asilo. Obbligo dei ricollocamenti. Sono stati fatti 30 mila. Il Canda in 4 mesi ha reinserito 40 mila siriani.

2.      Politiche economiche sociali: L’unica cittadinanza europea può essere possibile quando sono condivisi i progetti che elabora: Erasmus, Cosmes, ecc. Conoscere queste opportunità.

3.      Climatica: nessun paese può affrontarla da solo. Occorre un quadro di regole comuni; cfr. Parigi.

4.      Politiche estere di sicurezza: In un mondo così interconnesso come può l’Europa se è divisa in 28 interessi diversi?

5.      Giustizia fiscale: i paradisi fiscali sono dietro case. Ci sono 28 sistemi fiscali diversi. L’Evasione fiscale costa all’Europa circa 1000 miliardi all’anno. Se ci fosse la volontà politica si potrebbe affrontare alla svelta.

Ultima sfida: democratizzare l’impianto europeo. Riguarda una riforma in alcuni punti del trattato. Per superare gli egoismo servirebbero partiti più europee. Piazze, stampa più europee.