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venerdì 30 ottobre 2020

VENGONO TUTTI IN ITALIA: TRA FAKE NEWS E QUALCHE VERITA'

 




Dietro ad affermazioni stereotipate come: “Vengono tutti in Italia. Non possiamo accoglierli tutti”, bisogna stare attenti a non correre il rischio di lasciarsi standardizzare al contrario, di dare per scontato che si tratti di un’affermazione falsa e, di conseguenza, di non ascoltare ciò che vuole indicare. Senza dubbio, affermazioni così categoriche e perentorie, dicono di un immaginario standardizzato e strumentalizzato che cela interessi di tipo politico e che fa leva sulla così detta “pancia” del popolo, sulle paure collettive, portatrici di un’immediatezza tale da non permettere il discernimento della bontà o negatività della notizia. Certamente i numeri parlano chiaro: nel 2018, i migranti arrivati in Italia sono stati 332 300, poco più di un terzo di quelli arrivati in Germania (893 900) e la metà di quelli arrivati in Spagna (643 700). La Francia si è attestata su numeri simili, con 386900 nuovi arrivi nel 2018 (fonte Eurostat 2019). Degli oltre 300000 arrivi totali del 2018, solo 22031 sono arrivati senza documenti sul territorio italiano. Non c’è traccia, dunque, della tanto proclamata invasione.

C’è però, anche da considerare il motivo per cui una frase come quella citata all’inizio, trova una breccia immediata nella coscienza collettiva di un popolo. Se, infatti, quella frase, come abbiamo visto, contiene falsità eclatanti, allo stesso tempo è in sintonia con ciò che le persone vedono con i loro occhi. Chi è abituato viaggiare in treno, senza dubbio si è imbattuto nei bivacchi di persone provenienti da altri paesi, adagiate sui marciapiedi delle stazioni (Roma, Napoli, Milano, ecc.). Dinanzi a questi scenari è facile chiedersi il senso di un’accoglienza che non permette a chi arriva d’inserirsi in un percorso formativo e lavorativo e di buttare il proprio tempo senza fare nulla. Davvero queste persone sognavano questa vita quando hanno deciso di partire?

Chi lavora da decenni, come il sottoscritto, con l’accoglienza di persone provenienti da altri paesi, ha diverse volte ascoltato la storia di coloro che sono arrivati immaginandosi qualcosa che poi si è rivelato l’esatto contrario. Ciò è dovuto, anche, alla narrazione che i compaesani emigrati fanno al ritorno nel proprio paese, nel quale si sentono obbligati a raccontare meraviglie sul proprio nuovo stile di vita, nascondendo la realtà di sfruttamenti e di miseria in cui spesso si trovano a vivere.

Basterebbe, allora, fermarsi e chiedersi perché i paesi europei non hanno problemi a sborsare milioni di euro ai paesi in prima linea nell’accoglienza di persone proveniente dall’Africa (ma poi tirarsi indietro sul tema della redistribuzione di queste persone e la difficoltà a modificare la convenzione di Dublino), mentre continuano indisturbati a depredare le risorse minerarie di quegli stessi paesi. Forse si tratta della fatica a rinunciare ad uno stile di vita, che necessita del sacrificio di altre vite. Con i soldi si pensa di fare tutto, persino di addormentare le coscienze. Fino a quando?

 


sabato 26 settembre 2020

INIZIO E SVILUPPO DELL'IMMIGRAZIONE IN ITALIA

 MASTER MIGRAZIONI - UNIVERSITÀ DI BERGAMO



SABATO 26 SETTEMBRE 2020

Prof.: Paolo Barcella

Sintesi: Paolo Cugini

Come sono andate le cose a partire dagli anni ’70 in Italia?

 L’Italia è un vero e proprio caso di studio per l’intreccio impressionante di dinamiche di mobilità di massa che si sono mosse nel tempo. ’45-73: sono stati periodizzanti anche per la migrazione, anche perché l’anno ’73 i flussi migratori subiscono un arresto. Contemporaneamente tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 si avviano nuovi flussi di mobilità internazionale extra lavoro. Nel momento in cui l’Asia e l’Africa cominciano ad entrare in Europa è la fine degli anni ’60. Una nuova fase periodizzante è il 2008-2009, anno della grande crisi economica, che produce nuovi flussi migratori. È in questo periodo che l’Italia torno ad essere una terra di migrazioni.

I flussi migratori della fine degli anni ’60 investono anche l’Italia. C’era un documento del ’63 che regolava il lavoro degli stranieri in Italia. Le migrazioni in quella fase anni ’60 sono composte da diverse categorie di soggetti di cui gli apripista erano stati in parte gli immigrati post coloniali; esuli politici, studenti stranieri. Il lavoro domestico è il primo segmento al quale fanno riferimento lavoratrici che provengono soprattutto da paesi africani legati all’Italia da un trascorso coloniale. Alla fine degli anni ’60 abbiamo già una presenza migratoria consistenza in Friuli e Sicilia. Le altre regioni fanno i conti con la migrazione interna in modo sempre più massiccio. All’inizio degli anni ’60 viene abolita la legge fascista che proibiva il trasferimento nelle città. Altra forma migratoria è la migrazione a rimbalzo: dalle città del Nord Italia, i migranti provenienti dal Sud passano ad altre città in Europa. Si creano flussi di mobilità estremamente complesso.

Ci sono comunità in Sicilia che vendono prodotti che si trovano solo in Germania. Questo perché i migranti transitati dalla Germania hanno preso l’abitudine a consumare queste bevande e le esigono sui loro scaffali in Sicilia.

Polemiche antimeridionali. Roberto Sala ha scritto studi sugli stereotipi dei lavoratori degli immigrati del Sud in Baviera, che erano gli stessi di coloro che andavano a lavorare a Torino.

A partire dalla fine degli anni ’60 la situazione si modifica, i flussi cominciano a divenire senza più consistenti. C’è una prima fase di crescita con l’immigrazione che inizia anche a diffondersi in tutto il paese e a partire dagli anni ’70 si diffonde e cominciano gli immigrati ad entrare nei nuovi segmenti del mercato del lavoro. Peculiarità italiana: negli anni’70 l’emigrazione verso l’Italia non era derivata dalla richiesta di forza lavoro da parte del settore industriale. Arrivano migrazioni che entrano in settori economici marginali e produttivamente arretrati. Migrazione che viene impiegata alla pesca, agricoltura, domestica. Si lavoro tanto male e si guadagna poco. Queste ondate migratorie in Italia avvengono mentre il tasso di disoccupazione è ancora alto. 

Disoccupati provenienti dal mondo rurale del Centro Sud che volevano trovare un altro tipo di impiego. L’Italia era un Paese che aveva educato la sua popolazione all’idea di meritare degli standard di vita molto più alti di quelli che il lavoro in agricoltura potesse consentire. Si cercava lavoro nel settore industriale per poter vivere uno stile di vita, che era quello che la televisione diffondeva. Nascono i tormentoni dell’estate. C’è un mondo nuovo al quale si vuole partecipare. L’obiettivo delle vacanze al mare è l’immaginario che si vuole vivere. Restavano altre professionalità vuote, che venivano riempite da quei soggetti disponibili a fare una prima tappa. In quel periodo il valore della moneta italiana era alto e permetteva di costruirsi un gruzzolo per ritornare poi in Africa. Questo aspetto è decisivo per capire la storia della migrazione italiana.



Alla fine degli anni ’70 si sviluppa un dibattito sempre più acceso sul fenomeno migratorio da una prospettiva rovesciata. Si comincia a dibattere di migrazione in arrivo, di mobilità in entrata. Questo dibattito coinvolgeva politici, giornalisti, sindacati, studenti. I sindacati sono i primi a fare pressioni sul Governo Italiano per elaborare una nuova organizzazione. C’è il dilemma dei posti di lavoro. Per i lavoratori stranieri il primo lavoro in Italia era un trampolino. Cercano lavoro nel settore industriale. Marocchini, Senegalesi che entrano nell’industria metalmeccanica, regolati con contratti.

Il sindacato è il primo ad accorgersi. I sindacati vedevano la mobilità come una cosa lecita perché gli stessi italiani si muovevano. Fanno pressione e il Governo comincia ad occuparsi di questi lavoratori, anche perché il sindacato fa presente che ce n’erano molti in modo irregolare, usati come strumenti a ribasso sui salari.

Tra il ’78 e l’81 si passa da 200 mila lavoratori immigrati a 300 mila. Secondo i sindacati sono più di mezzo milione e per la maggior parte irregolari.

Il ’78 è l’anno in cui si riunisce per la prima volta il Comitato interministeriale per le migrazioni per riflettere sull’immigrazione. È il sintomo di una peculiarità italiana nel senso che sono gli organi che si sono occupati della migrazione a gestire l’immigrazione nella sua fase iniziale. Sono le persone che lavorano in quegli organismi che sono gli stessi che lavoravano nella fase antecedente quando si trattava di gestire l'emigrazione italiana. Sono le stesse chiavi di lettura che vengono applicate. Anche l’atteggiamento internazionalista e di apertura che aveva caratterizzato l’atteggiamento fino a quel punto, lì rimane. Dove i cambiamenti sono più fragili è dove la trasformazione non tocca i funzionari. Esempio di questo è stato Cuba dove tutti i quadri sono stati cambiati da Fidel Castro. Morales in Bolivia per esempio non è riuscito a sostituire tutti. L’Italia dell’epoca gestiva l’immigrazione con la testa che aveva gestito l’emigrazione italiana all’estero.

La legge Foschi, lui era stato ministro del lavoro. Foschi nel suo lavoro recepisce le osservazioni che provengono dal mondo associativo italiano che proprio perché si era mosso sul terreno dell’emigrazione aveva una prospettiva della mobilità in entrata, aveva principi di giustizia sociale.

Anni successivi. Tutto cambia molto rapidamente perché il tema dell’immigrazione inizia a diventare un tema rilevante anche per la stampa. Alla fine degli anni ’90 l’immigrazione diventa notiziabile. Non se ne parlava mai. Sono anni in cui inizia a comparire sempre più articoli sui giornali che raccontano di queste vicende di uomini e donne che arrivano in Italia., ’88-‘89: c’è un momento di svolta è il biennio in cui iniziano ad esplodere casi di conflittualità sociale forte e iniziano ad essere scritti libri (Bocca, gli italiani sono razzisti?). Si comincia a problematizzare la presenza degli immigrati in Italia. C’è la percezione di un’invasione. Si percepisce un’invasione povera, pacifica, non assimilabile. “Questi arrivano con il miraggio di una vita migliore. L’Italia non deve essere sembrata paradisiaca" (Bocca). Nuovo razzismo degli italiani.

L’attenzione popolare comincia a crescere molto e il dibattito non è più solo di tecnici e comincia ad essere affiancato dal discorso pubblico. Il momento in cui la piena realizzazione di questo nuovo immaginario dell’immigrazione tra il popolo italiano si trova al Festival di San Remo del 1983. “Dove sei nato tu il sole brucia la pelle”. Il racconto di una canzone che narra di una massa di gente con la speranza di trovare fortuna però si dice che sarà amaro quello che troveranno.


Cambia completamente il paradigma, la modalità di narrare il fenomeno. Si consolida un canone narrativo: la dimensione dell’invasione era entrata in modo decisivo. Arriva molta gente dall’Est Europa. Nel 2001 in Italia abbiamo già 1 milione e 335 mila immigrati. L’Italia è un paese in cui gli immigrati sono una presenza significativa. Nel 2008 il numero raddoppia. Nel 2020 ci sono 5 milioni di presenza.

È una presenza lunga di 60 anni e strutturale nel Paese e si è diffusa in tutti i settori economici e, in parte, regge alcuni settori economici. Il nostro sistema previdenziale si regge in buona parte grazie ai lavoratori di origine straniera. Il nostro sistema previdenziale recupera una grande quantità di denaro dal lavoro straniero. Il nostro sistema previdenziale sino ai primi anni ’90 erogava una minima pensione ai lavoratori stranieri. L’immigrazione Senegalese è stata all’inizio, la più consistente. A Dakar c’erano gli uffici dell’INPS. È stata abolita perché era denaro che usciva dal Paese, creando situazioni problematiche, favorendo il lavoro nero.

Lavoro domestico. Si capisce la migrazione in Italia negli anni 2000. In particolare questo segmento e la forte presenza di lavoratrici straniere ci aiuta a comprendere la dimensione di genere che hanno alcune comunità migrante in Italia. Alessandra Gissi, Le estere. Immigrazione femminile e lavoro domestico in Italia. Ragiona sulla prima stagione.

Negli anni’70 la presenza di lavoratrici donne impiegate come colf era importante. Secondo il Censis risultavano attive alla fine degli anni ’70 100 mila lavoratrici domestiche straniere, di cui solo il 20% era stata regolarizzata. Si capiva dal fatto che l’INPS ne captava solo 20 mila, Fenomeno che ha continuato essere molto consistente ed è un settore facile all’occultamento.

Questo lavoro intercetta alcune caratteristiche della società italiana. Da un lato il nostro modello di welfare, dall’altro i rapporti di genere, relazioni tra le classi sociali e il rapporto tra pubblico e privato.

Modello di welfare: alcune attività non sono considerati servizi di cui lo Stato si deve occupare, perché sono a carico delle donne di casa. L’Italia non ha un sistema di asili dai 3 ai 6 anni, perché è un paese dove si conta sulle donne. C’è l’ambito del privato cattolico.

Rapporto tra le classi. In Italia l’emancipazione delle donne di classe media avveniva caricando la funzione di cura della casa su donne di classe inferiore. Abbiamo avuto una classe media che è andata nella direzione in cui l’uomo e la donna lavoravano fuori. Emanciparsi dal lavoro domestico era un modo per emanciparsi.




Il lavoro domestico salariato è stato sempre un settore di passaggio: chi veniva impiegato lo faceva per una fase breve, legato alla mobilità. La donna che faceva i lavori domestici nell’800 era una ragazzina.

Negli anni ’70 inizia in Italia una sostituzione nel senso che le donne italiane impiegate sono divenute di meno, mentre entravano sempre più le donne straniere, inizialmente provenienti dalle ex colonie. 

 Altre fuggivano dalle guerre civili (Eritrea), oppure per evitare lo stigma provocato dal fatto di avere avuto figli illegittimi.

Si andava dove si aveva un’amica. Al 33% erano agenzie che si occupavano di inserimento di donne lavoratrici che reclutavano donne che volevano partire, Le altre partivano attraverso contatti diretti con i datori di lavoro, con strutture cattoliche, parrocchie, ecc.

Siamo negli anni ’80-’90 quando le donne sono oramai parte del panorama urbano italiano. Importante sono le modalità d’inserimento. Donne che non avevano compagni appresso e che costruiano le proprie reti di socialità femminile, che si andavano ad innestare sul territorio. Reti sbilanciate sul versante di genere, che agivano a diversi livelli, come centri di organizzazione, animazione del loro tempo libero. Reti di relazione che funzionavano come agenzie di reclutamento. All’interno di quelle reti di donne si creavano le condizioni a contattare altre donne del loro paese di origine. Ci deve essere un rapporto di fiducia. Hai bisogno di conoscere le persone visto che andranno a vivere in casa.

L’Italia vede proliferare realtà di associazioni di donne straniere. Per alcune donne che provenivano da comunità cattoliche è stato rilevante un rapporto nuovo con il mondo cattolico italiano. Ci sono state congregazioni religiose femminili nate con l’obiettivo di occuparsi di queste donne straniere.

A partire dagli anni 2000 si assiste ad un cambiamento demografico in Italia che ha inciso sulla tipologia del lavoro domestico. L’Italia nel dopoguerra esplodeva di giovani.

Nigeria ci sono 300 milioni di abitanti e in Italia 60. L’età mediana in Nigeria è di 18 anni, l’Italia 45. Oggi l’Italia è un popolo che va invecchiando. Ad una certa età si comincia a perdere autonomia mano a mano che si presentano malattie. L’Italia è divenuto un Paese di anziani benestanti.

Italia del dopoguerra aspettativa di vita era 62 anni. Oggi passa di 80.

Il modello di welfare familiare basato sulla donna che si occupa dei piccoli e degli anziani è stato messo in discussione. Oggi le donne non intendono badare dei loro genitori anziani. Pagare qualcuno che fa assistenza 24 ore al giorno ad un anziano costa molto. I ricoveri hanno dei costi alti. Per questo, diventano sempre più presenti le donne dell’Est, anche per problemi razziali. Alla maggior parte delle famiglie italiane una presenza africana fa problema. Entrano a migliaia tanto che dopo la Bossi-Fini si fa la sanatoria per regolarizzare 700 mila badanti. Erano presenti in modo irregolare perché in casa non metti il primo che passa, ma lo vuoi conoscere prima di fare il contratto. Il meccanismo che si crea è che le donne entravano nelle case, ci restavano un tot di mesi sino a quando si creavano una condizione di fiducia. Diventano visibili anche se clandestine. Non rappresentano un problema di ordine pubblico. Era evidente che la funzione che svolgevano era importante. Diventavano a far parte della famiglia. Senza contratto voleva dire senza ferie, una condizione di subalternità totale ai loro datori di lavoro. Sono stati anni in cui abbiamo avuto in Italia un brulicare di figure femminile che vivevano una condizione di vita non molto diverso da quello delle schiave africane che lavoravano nelle case dei padroni americane.




Sono registrati anche tutti i conflitti anche quando queste donne provavano a chiedere una regolarizzazione. Ciò significava pagare le tasse e poi occorreva garantire le ferie. Alcune di queste donne hanno sperimentato periodi di semireclusione. Vivevano da mattino a sera per anni recluse in casa, lontano dalla famiglia di origine, dai figli. Le loro regioni di origini si trovano nuclei famigliari composti da padri con figli.

Quando moriva un anziano e la donna che lavorava in casa lavorava in nero, finiva sulla strada.

Qualche dato. Se andiamo a studiare le comunità migranti troviamo delle composizioni di genere sbilanciate in relazione al segmento professionale di riferimento principale di quella nazionalità. Ci sono comunità migrante a prevalenza maschile perché il segmento di lavoro predilige il maschile. Ci sono, invece, alcune comunità come la Moldavia, Ucraina e Brasiliana, sono prevalentemente femminile. La componente femminile è bassa per i cittadini egiziani, tunisini, e del Bangladesh. Nel 2016 la comunità ucraina era composta da donne per l’80%. 

Prospettiva che riguarda la migrazione e lo studio della migrazione dal punto di vista della storia dei luoghi, della trasformazione dei luoghi, che sono trasformazioni subite dai luoghi stessi. La storia della migrazione è anche storia delle trasformazioni di spazi, luoghi, anche perché sono fenomeni che originano qualche squilibrio. Le migrazioni sono fenomeni antichi – l’Europa nel ‘500 aveva una mobilità del 10% - che producono una sedimentazione di strati di spazio che in qualche modo è testimone di passaggi. Lo si coglie nell’urbanistica. Occorre anche ricordarsi dei luoghi di partenza che mutano anche loro. Ci sono migrazioni funzionali al mantenimento ai luoghi di partenza, Ci sono invece migrazioni che contribuiscono alla desertificazione economica e sociale.

Migrazioni che non compromettono gli equilibri demografici, che non riducono la popolazione alle solo classi produttive. Quando ci troviamo di fronte a migrazioni che si muovono nell’ottica dello sganciamento totale dei migranti e di una desertificazione dell’area produttiva, si configura nel venir meno del territorio di partenza di tutte le forze produttive. Nei luoghi di arrivo le migrazioni contribuiscono a trasformare il territorio. Si assiste ad un rimescolamento della popolazione, attivazione di attività produttive nuove, sviluppo di particolare aree urbane; è sempre un fenomeno che produce una ridefinizione delle caratteristiche estetiche. Non esiste nessun territorio che non sia stato processo di un continuo mutamento dovuta agli spostamenti. Di questo c’è traccia nelle città. Ci sono stati di sedimentazione di masse migranti passate sul territorio. Una delle città più interessanti in questo senso è Milano, che anche vista della trasformazione dello spazio è molto interessante. Milano è una città è stata sempre nella sua storia un luogo di attrazione. Al centro di mobilità umane, sin dal medioevo. È sempre stata una città con forte attrattiva perché è sempre stata un centro di traffico, di commercio, ricca di mercati e così capace di attrarre forza lavoro. Le città che hanno un profilo come quelle di Milano offrono la possibilità di analizzare strati di sedimentazione umana. Già nel 1600 Milano ha al suo interno sistemi migratori molto ben definiti, che portavano in città migranti che provenivano da altre regioni d’Italia o da città del Canton Ticino, tedesche. Milano era già un territorio segmentato dal punto di vista della presenza etniche. Manovali che provenivano dalle vallate del Canton Ticino per svolgere lavori pesanti che era il facchino, cioè trasportatori di beni di vario genere, che dovevano essere trasportati da una parte all’altra della città. Sarebbe anacronistico pensare che questo tipo di mobilità non provocassero conflittualità con la popolazione locale. Già gli stessi Ticinesi erano soggetti visti con stereotipi diffusi tra la popolazione autoctona che vivevano a Milano, Erano considerati gente rozza, ignoranti, ecc. e con i quali la popolazione autoctona non voleva avere a che fare se non per motivi di lavoro. La città di Milano aveva sviluppato il quartiere per lavoratori ticinesi con le loro chiese di riferimento. Quella ticinese era una comunità prevalentemente maschile e si distinguevano con la loro modalità d’inserirsi nel mercato di lavoro.




Troviamo la componente delle classi sociali più elevate che hanno avuto influenza sui secoli precedenti. Erano soggetti legati al commercio e in seguito all’industria. Nell’ottica di una mesaa in discussione dell’immaginario su una presunta autenticità di alcune ulture, Milano è interessante vista dalla prospettiva che hanno avuto il modo di strutturarsi delle comunità inglesi, svizzere, tedesche. Gli svizzeri hanno contribuito in modo sostanziale allo sviluppo della città. Al primo censimento della città di Milano del 1961 solo metà dei residenti era nata a Milano. Questo fenomeno diventerà sempre più importante anche grazie all’industrializzazione. Le forme delle migrazione sono cambiate nel corso di questa stagione.

Effetto di cancellare i sistemi sociali precedenti, gli assetti culturali, gli equilibri. S’impongono nuove realtà, soggetti nuovi con caratteristiche diverse. Nella prima metà del ‘900 Sesto san Giovanni era descritta come una città divisa tra vecchia e nuova quella industriale, che veniva così definita per sottolineare l’estraneità. Era altra perché vissuta da operai che venivano da fuori. Interessante è il fatto che se leggiamo i giornali dell’epoca si vede già tutte le polemiche sui forestieri microcriminali; dove c’è migrante c’è più criminalità e danno la misura come alcune dinamiche siano strutturali e si producono all’interno di realtà che vivono certi processi. Tra il 1951 e 61 a Milano arrivano 300 mila persone. Con l’abolizione delle leggi sulla migrazione interna, nel solo ’62 arrivano 100 mila meridionali. Questo spiega anche le proteste dei milanesi. Tutta la cintura industriale milanese vive processi di questo genere. L’impatto sul territorio è impressionante. Esistevano vere e proprie baracche.


sabato 19 settembre 2020

L'IMMAGINARIO SUL TEMA MIGRATORIO

 



UNIVERSITÀ DI BERGAMO

 

prof. Paolo Barcella

Sintesi: Paolo Cugini

I migranti sono soggetti in carne ed ossa, che hanno una serie di esigenze. Occorre tenere contro che le migrazioni non sono mai uguale a se stese nei vari periodi storici.

Parola importante è migrazione.

Migrazione dice di uno spostamento da un luogo ad un altro. Non tutti gli spostamenti vengono considerati migrazioni. Sono chiamati tali quelli che generalmente implicano uno spostamento tra luoghi eterogenei tra loro, di partenza e di arrivo e una separazione. Migrazione implica anche che avvenga un incontro tra la persona che si sposta e quel luogo diverso. Ci sarà probabilmente nell’altro luogo una realtà differente dal punto di vista politico, sociale, linguistico, giuridico, istituzionale, da una molteplicità di punti di vista. L’incontro tra quel soggetto e quest’altra realtà è frequentemente ad alcune condizioni portatore di tensioni, di conflitti, di problemi che scaturiscono dalla comparsa di questo soggetto che si trova ad essere inserito in una realtà che tende a percepirlo in un primo momento come elemento non riconoscibile come gli altri. Necessità di un’attivazione da parte della comunità di accoglienza di una serie d’interventi di carattere normativo, riconoscibile giuridicamente. A questa complessità se ne aggiungono altre legate al fatto che in primo luogo chi emigra oltre ad arrivare in un luogo che contribuirà a riempire, parte da un altro luogo che contribuisce a svuotare. 

La migrazione è foriera sempre di cambiamenti sociali e di dinamiche di trasformazione nel paese da cui il migrante parte: non tener presente la qualità di trasformazione significa non tener presente che il migrante continua a dialogare con il luogo di partenza. Chi viaggia ha il paese di origine in testa.

La grande tragedia dell’emigrazione italiana meridionale degli anni ’50 e ’60, diretta verso Svizzera, Germania e Belgio, è stata che molti di loro hanno lavorato con la mentalità dei loro padri, uomini che ritenevano di andare all’estero per comprarsi la terra, che per i meridionali è fondamentale per il mantenimento. La tragedia è che la terra se la sono comprata e il valore che hanno prodotto con la loro fatica nei cantieri, nelle fabbriche, l’hanno investito per comprare una terra che nel ventennio successivo si è deprezzata, perché nessuno di loro ha più fatto il contadino. Questa è stata la grande tragedia di questo periodo d’immigrazione. Oppure nell’acquisto di case dove non sono mai tornate perché, nel frattempo, oltre all’emigrazione come fenomeno che loro conoscevano, si è incontrato con la fine della civiltà contadine cattolica, la fine del mondo rurale italiano. Lo svuotamento delle campagne è continuato. La grande tragedia vista sui tempi più lunghi è che il profilo dell’emigrazione italiana è cominciata a cambiare, andando verso un’emigrazione che non prevedeva ritorni e rimesse. È stata un’emigrazione che produceva desertificazione materiale ed economica. Molte comunità rurali e delle montagne sono luoghi dove sempre più non c’è attività produttiva e dove vivono persone anziane. Chi parte non manda rimesse anche perché non ha lì la moglie e i figli. Il comportamento del migrante non si capisce che il migrante ha il problema con il paese che ha alle sue spalle.

Fino ai primi anni ’60 la migrazione interna in Italia non era consentita, perché le leggi del Regime fascista non permetteva il cambio di residenza. Solo con la cancellazione di queste normative che la migrazione interna diventa legale. C’è anche una migrazione esterna. La migrazione interna in Italia ha il problema della lingua: i dialetti sono molti e diversi.




Altra questione. Quando parliamo di migrazioni oltre che con la realtà occorre fare i conti con la rappresentazione. Ogni contesto subisce immaginari diversi da attori diversi, a seconda della professione, del gruppo sociale di appartenenza, del grado di scolarizzazione. Gli attori sociali di un luogo non vedono arrivare persone in carne ed ossa tutti nello stesso modo, ma vedono arrivare dei soggetti sui cui proiettano caratteristiche che pensano essere qualcosa perché loro credono che sia così, perché gli fa comodo. Il punto è che le rappresentazioni, immaginari sulle migrazioni agiscono sulla realtà, condizionano la realtà, perché determinano in qualche modo le modalità con cui le persone si confrontano sul fenomeno migratorio. Determinano e influiscono sul modo in cui viene vissuto, regolato il fenomeno migratorio, e in cui la gente lo studia. Si potrebbe fare anche una storia delle rappresentazioni del fenomeno migratorio.

Leonardo Zagna, poeta friulano: la gente lascia lo stesso.

L’immaginario popolare sul fenomeno migratorio sui suoi numeri è importante da tener conto. Conta ciò che c’è nella testa delle persone. Dagli anni ’60 ad oggi si percepisce uno scarto tra la realtà delle migrazioni che si legge nelle statistiche, e l’immaginario. Quello che fa presa politicamente è l’immaginario, che fa presa sulla paura del diverso. Migrante come portatore di costumi diversi, mode diverse. C’è un immaginario paranoico. 

Anni ’70 parlare dell’immigrazione voleva dire invocare la migrazione. Rappresentazione problematica. Mannaggia l’ingegnere che ha fatto la ferrovia. Tutto un immaginario di disperazione. Quando si ragionava di immigrazione voleva dire regolare il lavoro italiano all’estero, anche se gli immigrati in Italia c’erano già. L’Italia subisce la prima svolta nell’immaginario tra gli anni ’80 e ’90. La legge Foschi del 1986 è la prima che cerca d’inquadrare il problema, collocando anche il problema di chi entra in Italia e non solo chi esce. Era il ministero del lavoro il ministero di riferimento. Poi cambia il modo di porsi, che risponde anche a tematiche di immaginario: è una questione di ordine pubblico, e non d’inserimento nel mondo del lavoro.

 Gli anni più interessanti per capire il problema è 1986-ai primi anni ’90 con l’arrivo degli albanesi. La migrazione verso l’Italia diventa sempre più consistente e saranno gli anni ’90 con i primi sbarchi consistenti di albanesi che provocherà un cambiamento. Nel 1989 l’Italia comincia fare i conti con la genesi dei primi immaginari xenofobi. La politica italiana, però, in quel momento cerca di contenere le derive xenofobe. Le organizzazioni politiche e sindacali italiane hanno lavorato sul principio che migrare era lecito, perché lo avevamo sempre fatto. Emergono le prime forze politiche che cambiano l’immaginario.




Non solo nero: voleva diventare un canale televisivo antirazzista. Il primo partito che si dichiara antagonista è il Partito Repubblicano: La Malfa. Gli italiani andavano a lavorare, subivano e basta, mentre quelli che arrivano oggi, arrivano da paesi non democratici, che non lavora, e se dici qualcosa reagiscono. Poi nasce la Lega Lombarda, anche se nel 1988-89 aveva un forte accento antimeridionale, ma non contro gli stranieri, gli africani. Dal ’92 in poi le cose cambiano. Non solo nero non era buonista, era un canale che metteva in evidenza le criticità. Poi si passa a programmi televisivi che vanno in altra direzione. Immaginario vittimistico doppio. Programma: Dalla nostra parte (finisce nel 2018). È decisivo è che oggi ci troviamo in un quadro immaginario completamente mutato.

I migranti in Italia per la stragrande maggioranza sono migratori. La spinta politica è normativa. Le migrazioni sono un fenomeno che è ricco di termini utilizzati per descriverle. Immigrazione come descrizione del paese di arrivo. Stranieri, extracomunitari, profughi, rifugiati, richiedenti asilo: parole che esprimono un punto di vista politico. Parole che servono per evidenziare uno stato di alterità. Evidenziano una condizione problematica con riferimento al diritto. Clandestini: soggetti non in regola.

Occorre affinare una finezza linguistica all'altezza del fenomeno. A volte i termini vengono usati per distorcere la realtà, nella direzione della costruzione di stereotipi, di rappresentazioni. Non tutti gli stereotipi hanno qualificazioni negative. Spesso usiamo la parola migrazione come aggettivi per qualificare professioni, che vengono ritenute da chi scrive o da chi legge, sinonimi di diversità in negativo. Badante-ucraino; pizzaiolo-egiziano; rumeno-muratore; tunisino-spacciatore. L’insieme delle parole è importante da tenere presente. Le associazioni che vengono fatte a livello linguistico sono determinante per la costruzione degli immaginari. Ci sono termini che vengono associati a determinati ambiti.

Accoglienza: padrone e ospiti. Emergenza, sbarchi, invasione, degrado urbano.

Popolazione Sic: arrivano nella bassa Padana. I primi vengono in contatto con lavoratori agricoli, cercano lavoro e vengono messi in contatto con proprietari, allevatori di bovini. Questo piace tantissimo a loro, perché avevano una cascina a disposizione. Cascine dove potevano fare ciò che volevano. Spazi dove potevano chiamare, moglie, figli. I proprietari di questi allevamenti cominciano a dire che i sic sono contenti perché per loro le mucche sono animali sacre. S’impadroniscono del mercato e cominciano loro stessi a dire che noi abbiamo la mucca sacra. Il problema è che i Sic sono indù e non hanno la mucca sacra.

I termini non sono mai neutri, ma influiscono sulla regolamentazione. Le parole agiscono sugli immaginari. Oggi viviamo in una realtà che è fortemente condizionato sulla migrazione come profugo, richiedente asilo, rifugiato, che arriva in barca, ma questo ha delle ricadute importanti.

2016: è stato un anno in cui abbiamo avuto a livello mondiale che ha visto 250 milioni di persone spostarsi da un paese all’altro, di cui il 90% erano migrazioni da Lavoro, economiche, persone che si sono spostate per scelta o necessità, ma senza avere catastrofi sulla testa. Di questo il 50 % si è mosso da un paese in via di sviluppo ad un paese sviluppato; gli altri sino sono mossi rispondendo a delle logiche locali. L’Italia vanno ancora oggi a lavorare in Svizzera e Germania. Esportiamo più di 100 mila persone all’anno. Entrano in segmenti produttivi che lavora nel settore di ristoranti, ecc. e non cervelli in fuga.




Questione religiosa. Dato che una buona parte del mondo migrante diretto verso l'Europa era di origini di paesi a religione mussulmana, e visto che si era sviluppato il fenomeno del terrorismo si è andato verso una rappresentazione in cui la tematica religiosa è diventata sempre più centrale. Fino alla radicalizzazione a chi vede i mussulmani come terroristi. 

Con la fine della guerra fredda viene teorizzata lo scontro di civiltà. In questa teoria, che rimane una teoria di un conservatore ostile ai mondi non cristiani. Altri autori come Oriana Fallaci che interpretano la realtà in termini religiosi e di guerra all’ultimo sangue. La questione religiosa ha condizionato tantissimo il discorso immigratorio. Afroamericani convertiti all’islam negli USA. Ci sono molte mescolanze nel discorso migratorio negli USA tra realtà e immaginari. Poi ci sono tematiche di diritto.

Le migrazioni sono spesso legate al piano che guarda al fenomeno migratorio come fenomeno emergenziale. C’è un presupposto ideologico in questo. L’ideologia funziona come l’acqua per un pesce rosso: lo regge, ma non è consapevole. I presupposti di questa situazione è che in fondo ci sia un presente mobile, da contrapporre ad un passato meno caratterizzato dalla dimensione migratoria. Già nel ‘500 c’erano dei tassi di mobilità del 10% della popolazione. Questa va crescendo con un salto tra ‘700 e ‘800 e andiamo verso un trasporto diverso. 

Fattore determinante è la rivoluzione industriale. Dal 1850 in poi con l’esplosione della nuova mobilità abbiamo un’impennata di esperienze di mobilità che arrivano al 35%.

venerdì 18 settembre 2020

Migrazioni, lavoro e welfare

 


 

 

prof. Devi Sacchetto

Università di PADOVA

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Migrazione è una nozione di una sistemazione di lungo periodo, ma è una sottocategoria di un concetto di movimento, relativa alla mobilità. Tiene insieme sia i movimenti coatti come la tratta degli schiavi e migrazioni libere. Uno degli aspetti importanti è che c’è un’immigrazione. Saiad: prima di diventare un immigrato una persona è un emigrato. C’è uno staccarsi dal proprio luogo di origine prima di arrivare ad un altro paese. L’aspetto di emigrazione, di distacco dal proprio paese di origine è molto importante.

L’indicazione di genere risulta oscurato in molte lingue e si tende ad avere un neutro che nasconde differenze. Migrante viene spesso declinato al maschile.

Le migrazioni producono delle elaborazioni sui modelli di società. Integrazione è una parola che si presta a questa riflessione. Simmel: uno entra in una nuova società e la popolazione locale deve rielaborare il suo stare nel mondo. L’immigrazione costringe le società a ripensare il proprio modello di socialità, di ordine. C’è un proliferare di normative sull’immigrazione che rivela la complessità del problema.

C’è una distinzione tra un noi e gli altri. L’invenzione della tradizione di Husban. Un tempo l’attraversamento delle frontiere era molto più libero.

La divisione delle scienze sociali in molti sottocampi ha differenziato i vari aspetti delle migrazioni provocando la nascita di una pluralità di metodi di approcci al problema. Siamo di fronte ad un fenomeno complessivo che trasforma la società. È lo Stato che vuole studiare gli individui per plasmarne i comportamenti.

Le immigrazioni avvengono all’interno di un sistema capitalista. La produzione del profitto è lo sfondo all’interno del quale ci muoviamo. Vi sono diversi livelli di analisi che riguardano il livello macro. Poi c’è un livello medio che riguarda il livello delle famiglie, i rapporti sociali tra gli individui. Da ultimo, un livello micro che riguarda il singolo individuo. Questo livello è sempre legato ad un approccio razionale. Occorre tenere presente questi tre livelli di analisi.

Se guardiamo i modelli migratori i due poli ideali sono: migrazioni libere e migrazioni forzate. Quelle che viene chiamata la tratta dei migranti, in molti casi si vuole sottolineare che il migrante è una vittima, e forse non è così. Oggi c’è una forte retorica che spinge a vittimizzare il migrante e riduce l’idea che sia un individuo come altri.

Rapporto tra individuo e società. In alcune aree – paesi africani – la migrazione è una tappa considerata normale, diffusa. È la società che ti spinge alla migrazione.

Quello che ci rendiamo conto lavorando sulla migrazione è che ogni individuo porta con sé la propria biografia e ognuna diversa dall’altra. Cerchiamo sempre di fare un processo di riduzione, con il rischio di perdere elementi fondamentali. Dobbiamo stare attenti alla stereo - tipizzazioni.

 

Teorie delle migrazioni.

Una delle prime teorie è la teoria neoclassica che restringe le immigrazioni a essere umani irrazionali.

Nella nuova economia dell’immigrazione l’oggetto è spostato dal singolo individuo alla famiglia, che lotta per gestire il quotidiano e per distribuire i diversi membri sui diversi mercati. La famiglia come attore razionale.

Teoria del mercato del lavoro segmentato. Spiega il processo immigratorio a livello meso. Nei paesi occidentali ci sono due mercati del lavoro, primario. maschi locali -, nel secondario ci sono le donne, i giovani e gli immigrati. È l’idea che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non voglio fare. Il limite è non capire che probabilmente ci sono molti più livelli di mercato. È una teoria che non ci mostra la soggettività dei migranti.

Teoria del sistema mondo. Pensa un modello centrato sull’Europa e sul Nord America. Le immigrazioni internazionali si sviluppano a partire dalle trasformazioni socioeconomiche, investiti dagli investimenti dei paesi ex imperiali. Depredazione delle risorse minerarie. Limite di queste teorie: guarda solo al macro e poco al micro e non prende in considerazione gli individui.

Teoria del capitale sociale. Lo sviluppo del capitale sociale permette le migrazioni degli individui. Alla fine ciò che dice questa teoria è che per emigrare serve conoscere un minimo di geografia di come ci si muove davanti ad una frontiera. In questo caso si guarda poco il denaro.

Causazione cumulativa. Nel tempo i processi migratori tendono a perpetuarsi.

Concetto di transnazionalismo. Si riferisce alle continuità delle esperienze migratorie, vivere simultaneamente due culture, su due paesi contemporaneamente.

 


Un approccio di sistema

Società di partenza e destinazione hanno rapporti a livello regionale. Quasi sempre sono studiosi occidentali che studiano le migrazioni dei così detti paesi poveri. Queste migrazioni sono internazionali perché c’è una struttura politica e giurisdizionale. Ogni paese tende a specializzarsi su alcune produzioni. Le immigrazioni avvengono all’interno di questa divisione internazionale del lavoro.

Società di partenza e di destinazione articolata a livello locale e statale con le loro cornici globali

Ruolo degli stati (di im/emigrazione) in tema di politica migratoria

Mezzi di trasporto e i livelli di comunicazione nell’epoca data

la società o le società di destinazione di nuovo a livello micro, meso e macro

Legami tra comunità nelle quali i migranti spendono in parte o completamente la loro vita; rapporti tra stati a livello politico-istituzionale (colonie, neo-colonie ma anche im/emigrazione selezionata, vedi Golfo Persico); economico (scambi commerciali frequenti o meno);

Rapporti lavorativi; sindacati e movimento operaio; livelli salariali;

Rapporti sociali dal punto di vista del genere, del lavoro, religioso in entrambi i paesi;

Conflitti bellici.

 

Le migrazioni internazionali nelle diverse ere economiche

1) Contratti e coercizione 1600-1790: il grosso delle migrazioni avviene attraverso la tratta degli schiavi. La crescita di quelli che erano lavoratori con un contratto. Negli USA chi aveva un contratto non poteva andarsene. Film Jango: si vedono le varie categorie di schiavi.

2) La crescita dei coloni liberi 1790-1850: inizia ad essere consistenze l’afflusso di coloni liberi, che pagano il loro viaggio. Per un lungo periodo gli schiavi sono molto più consistenti dei coloni liberi negli USA.

3) L’età delle migrazioni di massa dall’Europa 1850-1913: primo vero grande movimento a partire dalle carestie dell’Irlanda, Italia verso l’America.

4) L’emigrazione asiatica dell’Ottocento e dei primi del Novecento: la studiamo poco, è l’immigrazione verso la Manciuria.

5) Guerra, depressione e restrizione 1914-1945: negli anni ’20 sono impauriti di quello che sta avvenendo in Europa. Periodo di deglobalizzazione. Il fascismo viete la migrazione interna verso le città per evitare che tutti quanti finiscano nelle grandi città. Un fenomeno simile viene in Cina.

6) Migrazioni di massa vincolate 1946-2000: caratterizzate da categorie di lavoratori ospiti per cui italiani, spagnoli, portoghesi, greci emigrano verso l’Europa Settentrionale da soli per un periodo preciso, ma non si possono portare figli o famiglia. Il lavoratore è ospite momentaneo. È un sistema che è stato applicato nel Golfo Persico. Esempio degli italiani in Svizzera. Poi succede che si portava lo stesso la famiglia.

7) I lavoratori a contratto nel Golfo Persico nel periodo post-1970: gestire le immigrazioni in modo occasionale.

Oggi abbiamo una moltiplicazione della migrazione. I migranti continua ad essere un numero risibile nel mondo, 3%. Oggi i flussi migratori sono più complessi rispetto a prima. Le migrazioni interessano sempre più il Sud del mondo. Da un paese africano ad un altro paese africano.

 



Le migrazioni internazionali nelle diverse ere economiche

´ Diverse aree di e/immigrazione e numero paesi

´ Modalità

´ Volume

´ Spazi culturali creati

´ Velocità spostamenti e comunicazioni (ma solo il 2% delle telefonate sono internazionali)

´ Politiche migratorie e il just-in-time delle migrazioni: circolari, stagionali, Cie, agenzie di reclutamento

 

Migrazioni internazionali

Nel 2015 l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (IOM) stimava che vi fossero:

244 milioni di migranti internazionali, cioè circa il 3 (TRE) per cento della popolazione mondiale. Di questi quasi la metà erano donne.

Vi sono circa 19,5 milioni di rifugiati (Siria, Afghanistan e Somalia contano per il 53% di tutti I rifugiati). L’86% dei rifugiati vive in paesi del Sud del mondo.

 

700-800 milioni di migranti interni

Dove sono?

Continuano a crescere più velocemente le migrazioni tra un cosiddetto paese del sud del mondo verso un altro paese del sud del mondo (40%), rispetto alle migrazioni di persone nate in un paese del sud del mondo e che vive nel Nord del mondo (35%).

I migranti vivono in Europa (76 milioni), in Asia (75 milioni), Stati Uniti e Canada (54 milioni), ma anche in Africa (21 milioni), America Latina e Caraibi (9 milioni) e Oceania (8 milioni).

I migranti provengono da: Asia (104 milioni), Europa (62 milioni), America latina e Caraibi (37 milioni), Africa (34 milioni).

        

In particolare i paesi con la più grande diaspora sono: India (16 milioni), Messico (12 milioni), Russia (11 milioni), Cina (10 milioni),

Bangladesh (7 milioni), e Pachistan e Ucraina (6 milioni ognuno).


 

Emigrano chi? Emigrano perché? Se guardiamo da dove si emigra, i redditi media vediamo che chi emigra non è più povero, ma chi sta dentro una percentuale media di reddito. I migranti più poveri non hanno risorse per emigrare. Chi emigra è chi ha una determinata quota di denaro, di pagare e di avere una quota per la prima sistemazione e con qualche anno d’istruzione. Chi è ricco ha meno interessa alla mobilità.




Migrazioni e società

Pensare alle migrazioni comporta pensare a una teoria della società. Pensare come una società si rappresenta, si pensa e si vuole strutturare. Si pensa che prima dell’arrivo dei migranti le cose andassero benissimo. Ogni migrante è una storia singola.

Rifiuto della migrazione. L’emigrazione può essere considerata come il passaggio di un confine.

Sayad: occorre studiare anche come lo Stato pensa l’immigrazione. Occorre interrogarsi sulle condizioni sociali che producono l’immigrato.

Migrazioni e lavoro: 
i sociologi italiani

§  Secondo dopoguerra:

a) Migrazioni interne: Dal Veneto e dal Friuli si migrava in modo più massiccio che dal Sud negli anni ’60.

b) Emigrazioni all’estero.

c) Migrazioni in Europa.

C’è un’ossessione forte tra gli studiosi rispetto al mercato del lavoro. L’idea è guardare esclusivamente il mercato del lavoro. Dicono che non c’è concorrenza perché si rifanno alla tesi del mercato segmentato.

Studi:

§  Istituzionalizzazione disciplina

§  Sociologi scalzi

I due approcci teorici più importanti che si sviluppano negli anni ’60 è quello del Funzionalismo integrazionista e quello della programmazione e controllo dei flussi migratori.

Filone di ricerca: problema: com’è possibile integrare i migranti?

Altro filone di ricerca: dobbiamo sviluppare una programmazione precisa e un controllo preciso per capire quando ce ne servono, che caratteristiche devono avere, ecc.

 

 

 

venerdì 4 settembre 2020

MIGRAZIONI E PROCESSI SOCIO-ECONOMICI


 



IL MODELLO DI ROSTOW

Prof.ssa Giovanna Vertova

BERGAMO 4 SETTEMBRE 2020

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

SVILUPPO/SOTTOSVILUPPO

Alla fine della II guerra mondiale abbiamo il fenomeno della decolonizzazione. La maggior parte delle colonie sono diventate paesi indipendenti politicamente. L’autonomia economica è un’altra cosa. Nasce il termine Terzo mondo, e nasce l’economia dello sviluppo, che studia i motivi delle disuguaglianze.

Il concetto di sottosviluppo nasce nel momento in cui si formano i grandi imperi coloniali. L’uomo bianco incontra le culture diverse e le considera inferiori. Per quasi tutto l’800 il conetto di sottosviluppo trovava la spiegazione in termine di razza e fattori climatici. Questa spiegazione è stata criticata da tanti punti di vista, prima tra le quali è che le razze non esistono.

La seconda spiegazione: termini di fattori climatici. Lo sviluppo economico (idea eurocentrica) è avvenuto in paesi a clima temperati. Non ci può essere sviluppo economico nei paesi molto caldi: era questa la teoria. Climi molto caldo tolgono incentivi a creare una serie di cose. Non c’è bisogno di fare vestiti, o stufe, ecc, vale a dire tutta una serie di industrie. Questa teoria è stata molto criticata. È uno di tanti fattori e forse non il più importante.

Con la fine della II Guerra mondiale ci si rende conto che i paesi sono politicamente indipendente e potrebbero avviare un processo di sviluppo, che però non avviene. Si cerca di capire perché. Vengano allontanate le due teorie precedenti.

Nuova teoria: lo sviluppo economico in una nazione. Teoria dei 5 stadi di Rostow. Nel 1960 pubblica un testo fondamentale. Rostow ipotizza che le fasi di sviluppo di un paese passa attraverso cinque stadi:

1.       si parte della società tradizionale;

2.      transizione;

3.      decollo;

4.      spinta verso la maturità;

5.      consumazione di massa.

È un percorso lineare. L’idea è che il sottosviluppo è uno stadio originario, è la società tradizionale e poi i paesi riescono a svilupparsi attraverso i cinque stadi.

1.      Società tradizionale. È lo stadio originale di tutti i paesi del mondo. Questa fase è caratterizzata dalla situazione nella società pre-Newtoniane. Qui la rivoluzione scientifica non è avvenuta e quindi neanche la rivoluzione tecnologica. Sono società agricole – situazione del medioevo. Lavoro manuale e autosufficienza. Non si produce molto di più per quello che serve per vivere. Ecco perché il mercato è scarso in questo periodo. La popolazione è ridotta a causa di guerre, pestilenza. La popolazione è l’unico fattore di lavoro, perché non esistono le macchine. Rostow lega sempre gli sviluppi economici ai tipi di società. Qui vi erano società legate al tema dell’obbedienza e ciò dava molto potere ai padroni. I commerci sono pochi e anche commerci basati sul baratto. La moneta era poco usata.

2.     Transizione. Questa fase è caratterizzata da un periodo in cui s’innescano una serie di cambiamenti sia a livello di economia e sociale, che porteranno allo stadio successivo. Primo cambiamento fondamentale: la società passa da società agricola a manufatturiera. È la rivoluzione agricola. Le macchine vengono utilizzate in agricoltura e fa aumentare la produttività del lavoro: quanto un lavoratore produce in un arco di tempo. La produttività del lavoro non è la produzione, è quanto produce un lavoratore. È un concetto simile alla velocità. Utilizzando le macchine in agricoltura aumenta la produttività del lavoro del lavoro agricoli: c’è meno bisogno di agricoltori e quindi si possono liberare lavoratori per altrove, in altri settori. Secondo fattore sono gli investimenti pubblici e privati. Il concetto d’investimento in economia indica l’acquisto di tutto quello che sono indicati come beni capitali, tutto quello che serve per produrre. Le imprese fanno con l’obiettivo di produrre di più. Investimenti privati portano alla specializzazione produttiva. Investimenti pubblici: infrastrutture. Viene prodotto il surplus: la produzione è maggiore dell’auto sufficiente. C’è un eccesso che viene commercializzato. Parte di questo surplus viene reinvestito. C’è un cambiamento dell’atteggiamento della società. Ci sono persone che rischiano per iniziare la fase imprenditoriale.

3.     Decollo. Qui avviene il decollo economico. La caratteristica principale è una crescita economica rapida ed autosufficienza. C’è ka necessità che lo sviluppo economico accompagni lo sviluppo sociale. Ci sono tre condizioni principali:

a.     Gli investimenti privati delle imprese, che devono raggiungere almeno il 10% del Pil. Oggi nei paesi avanzati questo numero si aggira al 18%.

b.    Si devono sviluppare i settori manufatturieri.

c.     Deve presentarsi un quadro politico e istituzionale capace di sfruttare questi aspetti del decollo.

Devono essere limitati i consumi delle persone e limitato la spesa pubblica. Tutto è lasciato in mano alle imprese private che devono fare gli investimenti nel settore industriale. La fase del decollo ha la necessità di avere imprenditori innovatori (Schumpeter).

4.    Spinta verso la maturità. Il progresso economico è stato applicato alla produzione. Siamo al 20% del Pil dell’investimento privato. Nascono nuovi settori industriali. I paesi che raggiungono questa fase si collocano nell’ordine internazionale. L’Italia è specializzata nell’industria alimentare, gli Usa nei PC. Si riduce l’occupazione nel settore agricolo. Ci sono salario più elevati. Competenze maggiori rispetto al settore agricolo.

5.     Consumazione di massa. Si riferisce ai livelli di confort raggiunti dalle nazioni occidentali, dove ipotizziamo che valga fino al 2007, l’anno della grande crisi. Qui avviene la terziarizzazione dell’economia. L’economia diventa orientata al consumo. I beni di consumo sono i consumi delle famiglie. Beni di consumi durevoli e non durevoli. Consumare più volte: è durevole e non si esaurisce a seguito del singolo atto di consumo. I beni di consumi durevoli (es. automobile) possono saturare il mercato. Questo problema viene risolto con l’innovazione del prodotto.

Critiche. Il modello di Rostow è uno dei primi modelli che cerca di spiegare lo sviluppo. La prima critica è che il modello che viene descritto da Rostow è sui paesi avanzati. È un modello occidentale di come deve avvenire lo sviluppo, con un occhio di riguardo all’Inghilterra. Ciò ha portato per anni a pensare che il problema del sottosviluppo fosse un problema originario. L’errore fondamentale di Rostow è che non ha tenuto in considerazione che, quando i paesi sono diventati ricchi, durante le loro fasi di sviluppo, questi pesi non avevano in torno paesi più avanzati di loro. Oggi non è più così. I paesi in via di sviluppo si trovano in interdipendenza con i paesi sviluppati. C’è un problema di competizione con i paesi avanzati.

Non esiste un unico modello di sviluppo. Ci possono essere modi diversi di sviluppo che non segue la storia dei paesi occidentali. Se si vuole capire come un paese possa svilupparsi, non lo si può studiare a prescindere dalla condizione economica mondiale.