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sabato 10 settembre 2022

La metafisica classica all’origine del processo di scristianizzazione?

 



Paolo Cugini


Il titolo del paragrafo dice già l’orientamento della nostra analisi. Prendiamo, infatti, come punto di riferimento l’occidente, che ha visto affermare il cristianesimo come cristianità, come forza istituzionale e politica, che si è imposta dal punto di vista filosofico con la metafisica e, dal punto di vista politico, con l’impero. Le analisi che vengono solitamente proposte sul processo di scristianizzazione dell’occidente, come quella di Cuchet non vanno alla radice del problema, ma si soffermano ad analizzare i fenomeni esterni che dicono della crisi della cristianità. Tra questi vengono individuati alcuni, come la crisi del sacramento della penitenza e della partecipazione alla messa domenicale. Altri fenomeni simili sono la caduta verticale dei genitori che chiedono di battezzare i loro figli e, ancor più netto il calo impressionante delle coppie che si uniscono in matrimonio. Chi presenta questo tipo di analisi, oltre a lanciare strali su coloro che amministrano i sacramenti, vale a dire i preti, presentano proposte protese a recuperare il terreno perduto. In ogni storia andata male, ci sono sempre dei colpevoli, ma nessuna indicazione positiva rivolta al futuro. I nostalgici sembra che sappiano solo piangere.

  La crisi in atto è, invece, a mio avviso, il sintomo che nel tempo si sta manifestando in modo evidente, che l’interpretazione che la Chiesa ha offerto per secoli non corrisponde all’evento originario, vale a dire Gesù Cristo e che, di conseguenza, non vanno ripristinate le situazioni che stanno andando in crisi, ma vanno radicalmente cambiate. Sotto accusa va messa la scelta d’identificare l’interpretazione metafisica dei misteri narrati nel Vangelo, come l’unica possibile. Il problema va analizzato alla radice, vale a dire nel modo in cui si è interpretato l’evento di Gesù Cristo, sostituendolo con l’interpretazione metafisica dell’essere. Sin dall’origine, dunque, l’impostazione metafisica classica si è impossessata dell’evento sostituendolo con l’essere, producendo un’identificazione tra cosmologia e ontologia, tra antropologia e gnoseologia. Il problema, che del resto ha segnato tutta la cultura occidentale, consiste nel fatto che l’essere pensato dalla metafisica non viene colto nella sua manifestazione storica e quindi concepito come movimento, come possibilità di manifestarsi in modo diversi, ma è un essere pensato come immobile, identificando questa immobilità con la perfezione. La metafisica ha la pretesa di descrivere l’essere nella sua totalità proprio perché è pensato immobile e, di conseguenza, completamente oggettivabile.  La Chiesa[1] sin dai primi secoli ha cercato di fissare attraverso le categorie prese in prestito dalla metafisica greca, il contenuto del Credo rendendolo, in questo modo, oggettivo. La storia del dogma così come sono stati formulati nei primi secoli, è il processo di oggettivazione dei contenuti della fede utilizzando categorie prese in prestito dalla metafisica greca, trasformandola. È questo un processo che diversi studiosi hanno segnalato[2], considerato nella maggior parte dei casi come positivo e originale.  È il tipo di lettura che viene fatta dell’evento di Cristo come essere che, con il tempo, manifesta tutti i suoi limiti. Senza dubbio, rappresentanti della Chiesa hanno utilizzato gli strumenti che avevano a disposizione e questo è comprensibile. L’errore, ed è tale per come sono andate le cose, è stato considerare quegli strumenti culturali, nel caso il sistema neoplatonico, come l’unico possibile. Ratzinger è arrivato a sostenere che la lettura metafisica dei misteri del cristianesimo operata nei primi secoli dai padri della Chiesa è di natura provvidenziale, vale a dire, che è volere di Dio l’incontro tra cristianesimo delle origini e modello metafisico neoplatonico[3]. Osservando il dibattito avvenuto nella Chiesa dei primi secoli lo sforzo dei loro leaders è stato quello di fare di tutto per delineare una dottrina che salvasse il messaggio di Gesù dalle tante interpretazioni che si stavano manifestando. Del resto, una religione che si fonda sul monoteismo, non può accettare cammini diversi. Il ricorso alla metafisica, più che essere un dato provvidenziale, con buona pace di Ratzinger, ha costituito l’utilizzo di quella modalità di pensiero che più di ogni altro avrebbe permesso la formalizzazione della dottrina, in un sistema uniforme. A mio avviso, è propria questa pretesa uniformità, che sta all’origine del processo di scristianizzazione. L’idea astratta, che è pensata indipendentemente dalla realtà, non può pretendere di comprenderla. Ci troviamo, infatti, su due parametri di comprensione opposti, come il cielo e la terra. L’evento per sua natura e Gesù Cristo è un evento storico, si presta ad una pluralità d’interpretazioni che possono considerarsi tutte aderenti alla realtà. È il punto di vista che cambia e, tale cambiamento non significa riduzione del significato né tato meno cammino verso il relativismo della verità, ma possibilità di comprendere l’evento in modo diverso, una diversità che, invece di diminuire il valore dell’oggetto osservato, lo aumenta.

C’è un autore che, più di ogni altro, all’inizio del ‘900 ha proposto una riflessione sui temi che stiamo analizzando: Charles Péguy[4]. In Casse-cou[5]  troviamo un’offensiva politico-filosofica contro le incongruenze e le degenerazioni di ogni concezione metafisica (materialistica o spiritualistica che sia), di ogni visione sistematica e monistica della realtà. È in questo contesto polemico – e la polemica nell’opera di Péguy è all’ordine del giorno – che Péguy precisa la propria posizione identificando una fenomenologia dell’alterità retta dal principio d’individuazione, in base al quale la realtà è il regno della molteplicità e delle differenze. Il reale ci presenta non solo delle dualità, ma delle pluralità […]. La realtà ci appare e si presenta divisa in molte parti”[6]. Contro una tradizione di pensiero ostinatamente attenta ad elaborazioni sintetiche ed uniformi della realtà, Péguy afferma l’esigenza di accogliere il reale per come esso si manifesta nella mobilità del presente, cioè nella sua pluralità.

Secondo Péguy, il problema è grave, in quanto la fissazione in schemi rigidi di ciò che per natura è mobile, sovverte tutte le successive costruzioni intellettuali. Una generalizzata menzogna, colta da Péguy nel mondo moderno, lo costringe, in un certo senso, a spingere in profondità la critica, per rendere visibile il sovvertimento operato. È nel presente che Péguy individua il centro fondamentale a partire dal quale è possibile cogliere la realtà. Dipende, infatti, da come lo si ascolta, da come lo si percepisce o – ed è il caso del moderno – da come lo si modifica.

“Tutto proviene da ciò. Tutto deriva da questo punto del presente. Le economie, le civiche, le morali, le metafisiche sono rette dal modo in cui trattano questo punto del presente. Partendo da ciò esse sono comandate. Ed esse stesse sono determinate. Potranno prosperare più o meno, potranno più o meno fiorire ognuna nel proprio senso. Ma il loro stesso senso è determinato ed anche esse stesse sono determinate da quel punto di origine. Dimmi come consideri il presente e ti dirò che filosofo sei”[7].

Il presente è dunque il punto nel quale si manifesta la realtà. Cogliere il presente significa afferrare il nuovo, ciò che non era. Nel presente vi è la novità del reale, una novità che è donata gratuitamente[8] e che impone all’uomo, sorpreso da un tale gesto, una ricomprensione. “Il reale ci presenta non solo delle dualità, ma delle pluralità […]. La realtà ci appare e si presenta divisa in molte parti”[9]. Contro una tradizione di pensiero ostinatamente attenta ad elaborazioni sintetiche ed uniformi della realtà, Péguy afferma l’esigenza di accogliere il reale per come esso si manifesta nella mobilità del presente, cioè nella sua pluralità. Il problema del mondo moderno, che era presente già all’epoca della filosofia greca, consiste nel creare una situazione in cui non esiste turbamento, in cui l’impatto con la dinamicità destabilizzante possa essere attutito. Il passato offre questa possibilità poiché è fermo, rigido e soprattutto lo si può osservare e schedare. L’uomo moderno ha imparato a narcotizzare il presente trasformandolo (snaturandolo) in passato. Basta trasferirsi mentalmente nel futuro e da quella piattaforma artificiale di sicurezza osservare il presente come se fosse passato, e il gioco è fatto.

“Questo bisogno mostruoso di tranquillità che si manifesta nell’infecondità di tutto un popolo, nell’annientamento di tutta una razza, è soltanto un ingrossamento enorme di quel bisogno mostruosamente comune di tranquillità morale che ci fa sempre pensare al domani e sacrificare l’oggi al domani, e quel bisogno morale è esso stesso soltanto una codificazione di quel bisogno mostruoso di tranquillità che in psicologia e in metafisica ci fa sempre sacrificare il presente all’istante successivo”[10].

Se la realtà è possibile coglierla nella sua essenza solamente nella mobilità del presente, allora, irrigidendo il punto della sua manifestazione, tutto diviene artefatto, irreale. L’uomo moderno ha imparato a considerare la vita nel momento in cui è divenuta morte: eliminando dal presente la mobilità, viene meno la fecondità e, dunque, la vita stessa. Péguy accusa la Scolastica di Tommaso di aver narcotizzato la forza vitale dell’evento Gesù Cristo con le griglie concettuali di Aristotele applicate freddamente ai misteri di Cristo. In questo modo la dinamicità dell’evento Cristo e la molteplicità che portava con sé è stata bloccata per permettere al Tomismo di trasmettere le sintesi necessarie a mantenere tranquille le future generazioni borghesi. Facendo proprio il pensiero di S. Tommaso hanno accolto nel loro seno il più moderno dei filosofi antichi: Aristotele.

 Essendo forse Aristotele il solo antico che sia stato un moderno, voglio dire un moderno come ne vediamo noi, e come dovevano nascerne dopo di lui soltanto nel 19° secolo dopo Cristo. Il solo antico che sia stato privo della saggezza e soprattutto dell’intelligenza antica e che abbia rivestito, ma completamente e subito, l’intelligenza moderna. Perciò essi sono andati a cercare proprio lui[11].

Ciò che in definitiva ripugna di più del tomismo a Péguy, è il sistema aristotelico che pretende di mettere in paragrafi l’esistenza, la libertà, la vita.

Lo sosteneva già Heidegger all’inizio del ‘900 che il problema della metafisica sta nel fatto di aver sostituito l’evento con l’essere, la realtà con l’idea e, di conseguenza, la metafisica contiene già al suo interno l’annuncio della sua fine[12]. La metafisica occidentale ha preteso di inglobare l’evento nell’idea, di dirigere la realtà, luogo della manifestazione dell’evento, nella sua precomprensione ideologica e, in questo modo, ha preteso di ordinarla, indirizzarla, pretendendo di spiegarla con una sintesi. Il fatto è che la realtà è più di un’idea e, di conseguenza, anche le migliori idee, le migliori sintesi non reggono alla storia reale, alla realtà che si manifesta non in modo uniforme, che l’idea potrebbe interpretare tranquillamente, ma molteplice. La realtà, nella sua manifestazione storica, ha per così dire fatto esplodere i grandi sistemi moderni, le metanarrazioni che hanno preteso per secoli d’interpretare in modo apodittico, unilaterale e indiscutibile la realtà. La realtà, che per sua natura è molteplice, non accetta, per così dire di essere sintetizzata, perché la sintesi lascia sempre da parte elementi ritenuti marginali a partire dalla precomprensione di chi la opera. Il pensiero che ha plasmato l’Occidente nasce con questa ricerca di un principio primo che è fondamento di tutto. Interessante è scoprire che lo stesso Platone, nei testi non scritti[13] e rivelati dai suoi discepoli, testi che trasmetteva oralmente a loro e che costituivano il centro del suo insegnamento, proprio per la sfiducia che aveva dei contenuti scritti[14], sostiene l’ipotesi che all’origine di tutto non vi sia un principio prima, ma l’Uno e la Diade, che agisce sui numeri e su tutti i livelli della realtà. Il tentativo di salvare, per così dire, il fenomeno Gesù, costruendo attorno a Lui un pensiero rigido, che lo difendesse da qualsiasi idea differente da quella interpretata dal pensiero ufficiale, non solo risente di un impianto concettuale, quello metafisico, dimostratosi perdente e insufficiente con il tempo, ma nega la stessa apertura mentale del messaggio dello stesso Gesù. Quando nel Nuovo Testamento si parla di apertura ai pagani del messaggio della salvezza[15], oltre a realizzare le profezie universaliste dell’ultimo Isaia, rivela anche la grande apertura del messaggio salvifico di Gesù, ben lontano dalle restrizioni unilaterali di color che avevano il compito di dare compimento alla sua Parola e non di decurtarla. La pace proposta da Gesù è in linea con la proposta dei profeti che affermava: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso (Is 11, 6-8). Queste bellissime immagini profetiche rivelano il sogno di Dio, che Gesù ha manifestato con la sua comunità di discepoli e discepole, diversi tra di loro e mai uniformizzati. L’esatto contrario del pensiero metafisico che sistematizza le differenze in un unico pensiero e dell’operazione della teologia dogmatica, che formalizza i contenuti in modo tale da escludere radicalmente qualsiasi opinione differente. Verrebbe da dire: tutto il contrario del Vangelo. Come ha fatto il pensiero accogliente delle diversità come quello di Gesù, essere preso e divulgato dalla teologia dogmatica che va nella direzione opposta? Sono misteri che si comprendono solamente quando si analizza la storia.

Le periodiche e costanti crisi che stiamo vivendo nell’epoca contemporanea, hanno messo in discussione i più importanti sistemi economici. La crisi climatica che stiamo vivendo con sempre maggior evidenza, ha messo in ginocchio tutte le pretese della tecnologia di costruire un mondo a misura d’uomo, infischiandosene della natura che, ora, sta presentando un conto salatissimo. La pretesa politica di poter esportare un sistema democratico ritenuto l’unico capace di garantire equilibrio e sicurezza per i cittadini, si è dimostrato limitato e poco rispettoso delle diversità culturali che maturano nel tempo in un determinato luogo. La pretesa della cristianità d’imporsi come unica religione, sta facendo i conti con alcuni errori fondamentali d’impostazione presenti all’inizio e che ne hanno segnato la fine. Il primo consiste nell’aver utilizzato la metafisica per interpretare i principali contenuti della sua proposta religiosa. Come ha sostenuto Gianni Vattimo l’evento della croce aveva già al suo interno l’annuncio della fine della metafisica, prima ancora che la cristianità iniziasse ad utilizzarla. La morte, infatti, di Cristo-Dio, cioè dell’Essere sulla croce, annunciava la fine di ogni futuro tentativo di sistematizzare gli venti della realtà plurale[16], con la durezza monolitica dell’Essere parmenideo. Le impostazioni teologiche del cristianesimo sviluppatesi in altre parti del mondo, rifiutano da decenni l’unicità della narrazione metafisica della teologia cattolica occidentale. È il caso, solo per fare un esempio, della teologia della liberazione latinoamericana, che non accetta l’imposizione della sintesi occidentale per comprendere la manifestazione di Dio così come è avvenuta ed è stata interpretata nel cammino delle comunità ecclesiali di base (CEBs)[17]. Molto più duro e radicale è il rifiuto netto delle teologie indigene che stanno leggendo l’evento di Gesù alla luce delle proprie visioni cosmogoniche molto differenti da quella occidentale[18]. L’insistenza sulla metafisica tomista identificata ancora nel 1998 dall’enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II come il punto di riferimento della chiesa cattolica[19], con il tempo si è verificata riduttiva e fuorviante. Il processo di scristianizzazione in atto sta dimostrando di essere rapido e irreversibile. I tentativi che vengono fatti dalla gerarchia ecclesiastica d’imporre l’unicità d’interpretazione del mistero di Gesù oltre a dimostrarsi perdente, sta manifestando l’incapacità di leggere gli eventi della storia. Ormai è chiaro anche in occidente che ogni forzatura, ogni azione violenta e coercitiva per imporre un’idea, ha solo una parvenza immediata di successo, perché il tempo mostrerà il conto. Il pensiero metafisico occidentale ha in sé germe di violenza perché nasce con la pretesa di leggere in modo onnicomprensivo e unico la realtà plurale e, di conseguenza, sente l’esigenza d’imporlo[20]. Questo sentimento malvagio ha provocato nei secoli il senso di superiorità dell’occidente sulle altre culture. Lo sterminio delle popolazioni indigene attuato prima in Nord America e poi in Sud America è basato su questa pretesa superiorità culturale e religiosa[21]. Lo stesso si può dire nello stermino delle differenti dottrine operato dalla Chiesa cattolica. La storia dei Catari e dei valdesi, solo per fare qualche esempio, sono a conoscenza di tutti. Storie di violenza che non costituiscono una mera eccezione, ma una conseguenza dell’impostazione iniziale, vale a dire l’interpretazione metafisica dell’evento e la sua necessaria imposizione a tutti. L’unicità d’interpretazione ha poi richiesto una classe dirigente rigida, dura, implacabile. C’è una violenza intrinseca al pensiero metafisico occidentale che è alla base di tante guerre di religione e all’origine dello sterminio di intere popolazioni in nome del Vangelo di Gesù Cristo. Un dato chiarissimo per chi legge il Vangelo oggi in modo sereno e disinteressato è il messaggio chiaramente non-violento di Gesù, che alla violenza subita dagli uomini religiosi del tempo ha risposto con il silenzio, con atteggiamenti e scelte non violente. I danni del pensiero metafisico greco riletto in chiave cristiana sono incalcolabili ed estremante dolorosi.

 



[1] Con questo termine intendiamo la Chiesa cattolica nei suoi rappresentanti ufficiali come il papa, i vescovi, il clero. Non c’è riferimento, dunque, alle tante esperienze ecclesiali sorte nei primi secoli, ricche di carismi e di diversità.

[2] Cfr. WILKEN, R.L. Alla ricerca del volto di Dio. La nascita del pensiero cristiano. Milano: Vita e pensiero, 2006.

[3] RATZINGER, J. Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni de mondo. Siena: Cantagalli, 2005.

[4] Charles Péguy (1873-1914). Fu allievo di Romain Rolland e di Henri Bergson, le cui lezioni lo segnarono molto e di cui poi divenne amico. In quegli anni sviluppò le sue convinzioni socialiste. fondò la rivista Cahiers de la Quinzaine, allo scopo di far scoprire nuovi talenti letterari e pubblicare sue opere. Nel 1907, si convertì al cattolicesimo. Da allora, produsse sia opere in prosa di argomento politico e polemico (Notre Jeunesse, L'argent), sia opere in versi mistiche e liriche. Tenente della riserva, durante la prima guerra mondiale si arruolò nella fanteria. Morì in combattimento, all'inizio della prima battaglia della Marna, il 5 settembre 1914.

[5] Casse-cou, in PÉGUY, C. Ouvres em prose, Paris: Gallimard, pp. 303-307

[6] Ivi, p. 23.

[7] PEGGUY, C. Cartesio e Bergson, Lecce: Milella, 1977, pp. 227-228.

[8] A questo proposito PRONTERA A.  afferma che: “bisogna sottolineare il ruolo che assume in queste analisi filosofiche di Péguy il senso di termini come “dono” o come “decerner”, preso nel suo senso più pieno e complesso di decidere, decretare, ma anche di accordare, donare, aggiungere, attribuire utilizzati spesso come elementi propri di un oggetto: il “reale” (la filosofia come metodo. Libertà e pluralità in Charles Péguy. Lecce: Milella, 1987, pp. 186-187).

[9] Ivi, p. 23.

[10] Ivi, p. 210.

[11] Ibidem.

[13] Cfr. REALE, G. Per una nuova interpretazione di Platone. Rilettura della metafisica dei grandi dialoghi alla luce delle «Dottrine non scritte». Milano: Vita e pensiero, 1997.

[14] Platone sostiene questa tesi nella Lettera 7 e nel Fedro. Cfr. REALE, G. Platone. Alla ricerca della sapienza greca. Milano: Vita e Pensiero, 2019.

[15] Cfr. È Pietro che dice: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto” At 10, 34-35.

[16] VATTIMO, G. Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso. Milano: Garzanti, 2002.

[17] Cfr. BOFF, L. Chiesa, carisma, potere. Saggio di ecclesiologia militante.  Roma: Borla, 1984.

[18] MUNIZ, A. Teologia anticolonial. Caminhos do cristisanismo indigena. San Paolo: Saber criativo, 2021; SANCHES, S-M, PURI,A., RIBEIRO DOS REIS,P. Teologia Indígena Cristã. San Paolo: Saber Criativo, 2022.

[19] GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, Vaticano, 1998.

[20] Cfr, VATTIMO, G. Dopo la cristianità, cit. p. 99s.

[21] Cfr. TODOROV, T. La conquista dell’America. Il problema dell’”altro”. Torino: Einaudi, 2014. 

mercoledì 29 agosto 2018

VISITA ALLA TOMBA DI MONS. OSCAR ROMERO






Paolo Cugini

Siamo un gruppo di nove missionari in visita ai posti cruciali del cammino della Chiesa salvadoregna. Con noi c’è Maiella, da 32 anni missionaria laica in San Salvador, che ci guida alla scoperta di una Chiesa bagnata dal sangue dei martiri. E’ il cammino di una Chiesa che ha resistito all’arroganza del potere che schiaccia i piccoli. Potere che ha avuto come alleato la gerarchia ecclesiale, vale a dire i vescovi locali, che non hanno mai visto di buon occhio l’operato di una chiesa vicina ai contadini, una chiesa vicino al popolo, quella chiesa nella quale Romero e alcuni preti viveva ogni giorno.
 Il contesto sociale è fortemente marcato dalla divisione di classe creato dai grandi possessori di terre: 14 famiglie si dividono tutta la terra salvadoregna. Ovunque ci sia il latifondo ci sono problemi sociali, perché il latifondo genera situazioni di povertà e di conflitti sociali. Lo sappiamo moto bene: chi più possiede più vuole e fa di tutto per avere sempre di più. In questa lotta di sopruso e di potere, chi non ha avrà sempre meno e sarà costantemente e pesantemente oppresso e alienato in tutte le sue rivendicazioni. Erano gli anni in cui il mondo era diviso chiaramente in due parti: USA e URSS, vale a dire da una parte il modello economico capitalista e, dall’altra, il modello marxista/comunista. La Chiesa sin dagli anni ’20 del secolo scorso, attraverso una serie di documenti ed encicliche aveva dipinto il comunismo come ateo e, di conseguenza, niente di buono poteva venire dalle sue file. Per questo motivo, tutti coloro che assumevano un linguaggio od una riflessione che riprendeva le riflessioni economiche di Marx, veniva tacciato di comunista e, di conseguenza, era considerato nemico. Per molti decenni il mondo ha vissuto dentro questa contraddizione senza nessuna possibilità di liberarsi dalla durezza irrazionale di una simile contrapposizione. Soprattutto però, l’Occidente ha compiuto un errore storico identificando il comunismo Sovietico con il comunismo di qualsiasi altro lato della terra, facendo di ogni erba un fascio. Questo giudizio a-storico è stata una delle cause principali degli orrori contro il popolo salvadoregno e potremmo dire sudamericano. Dove c’era puzza di comunismo, voleva dire nemico e quindi, in molti casi, la giustificazione di uccidere. L’aspetto più allucinante in questa storia veramente squallida, è il coinvolgimento di vescovi in appoggio al potere locale che dava ordine ai propri militari di uccidere i contadini poveri accusati di complotto comunista.

Il gruppo di Missionari ascolta la testimonianza di Mariella

La visita alla tomba di Mons Oscar Romero, vescovo di El Salvador per soli tre anni, vale a dire dal 1977 al 1980, posta nella cripta della cattedrale, significa toccare con mano il maggior testimone di un vero e proprio massacro di cristiani la cui unica colpa è stata quella di vivere il Vangelo. Sono state le omelie di Romero a disturbare il potere locale. Sono state le parole evangeliche incarnate nella situazione locale che metteva il dito nella piaga di un potere accecato dalla propria arroganza, che maltrattava i poveri contadini, che hanno fatto scattare la scintilla dell’odio. Romero, nelle sue omelie, parlava di giustizia, di uguaglianza; annunciava l’insegnamento di Gesù che tutti siamo fratelli e sorelle e che nessuno davanti a Dio può sentirsi migliore di un altro al punto da arrogarsi il diritto di trattare male il fratello o la sorella. Romero e anche alcuni suoi fedeli sacerdoti, mettevano il dito nella piaga di contadini poveri che non ricevevano il salario dai loro padroni. Parole chiare e dure come il ferro per le orecchie dei signori del luogo che, nonostante tutto, si presentavano regolarmente alla messa domenicale da buoni cattolici. Negli incontri fatti in questi giorni con alcuni testimoni di questi fatti, è spesso emersa una riflessione, vale a dire la distinzione tra fede e religione. Mentre la religione dice di un modo di stare dinanzi a Dio rassicurante, perché porta l’individuo a compiere tutta una serie di riti e precetti per sentirsi a posto dinanzi al divino, la fede indica una relazione d’amore con Dio che spinge la persona ad un cammino di conversione, di cambiamento di vita, di togliere il male dalle proprie azioni per fare spazio all’amore di Dio. 

In silenzio alla tomba di Romero

La presenza dei potenti del territorio alle messe domenicali e la violenza esacerbata contro i poveri contadini, viene letta dai protagonisti del periodo come religione. C’è una religione, un dio che permette ed esige il sangue dei piccoli, le ingiustizie. Venire alla tomba di Romero significa mettersi in ginocchio dinanzi ad un pastore che, ad un certo punto del suo cammino, è stato convertito dal Vangelo di Gesù presente nella vita dei poveri contadini, dalle loro sofferenze ed umiliazioni e ha deciso di prendere una posizione chiara, mettendosi dalla loro parte. Dall’altare il Vescovo Romero parlava come Gesù, denunciando i soprusi dei potenti, schierandosi dalla parte dei piccoli. Per questo è stato ucciso e con lui migliaia di catechisti, preti, religiosi e religiose con l’accusa di comunismo. La gerarchia locale della chiesa che, durante i fatti di sangue era tutta schierata dalla parte del potere che uccideva i cristiani, ora a distanza di quasi quarant’anni dichiara Mons Oscar Romero Santo. C’è molto su cui riflettere su questa squallidissima storia.
Mons Oscar Romero difendendo i poveri contadini, ha difeso i loro diritti, ha lottato affinché regnasse la giustizia di Dio. Interessante è che la sua nomina a Vescovo di El Salvador era stata salutata positivamente dall’oligarchia locale. Romero, infatti, sino a quel momento, oltre ad essere riconosciuto come un conservatore, era considerato un uomo buono, tranquillo, che senza dubbio non avrebbe messo i bastoni tra le ruote ai prepotenti del tempo. E invece no: il Signore Gesù presente nei poveri contadini salvadoregni, gli ha toccato il cuore, lo ha portato a scelte nuove, ad un comportamento nuovo. La riflessione sulla storia di Romero e della chiesa della sua epoca ha condotto il teologo Jon Sobrino a dire che senza i poveri non c’è Chiesa.

Concludo citando un brano di un’omelia di Romero:
"La violenza non la sta seminando la Chiesa, la violenza la sta seminando le situazioni ingiuste, la situazione di istituzioni e leggi ingiuste che favoriscono solo un settore e non tengono conto del bene comune della maggioranza. E qui la Chiesa non potrà tacere perché è un diritto evangelico che la assiste e un dovere nei confronti del Padre di tutti gli uomini, che la obbliga a esigere la fraternità dagli uomini ". (Omelia 1-4-1998

La cattedrale di San Salvador



giovedì 14 settembre 2017

IL SIGNORE LE VUOLE LIBERE E PIENE DI DIGNITÀ (Papa Francesco)



CHIESA-DONNA

Maria Soave Buscemi
CONVENTO DEI CAPPUCCINI – REGGIO EMILIA

Sintesi: Paolo Cugini

Ci dobbiamo aiutare a vedere e a guardare alcuni respiri che vanno interpretati rispetto alla violenza sulle donne, sul respiro delle donne. Siamo qui per agire, perché non possiamo più rimanere a braccia conserte.

Vedere. Atti sessuali degradanti, abusi o molestie fisiche gravi, stupri e tentati stupri. Il 21% delle donne italiane li ha subiti nel corso della propria vita. 2 donne ogni 10 in Italia. 1 milione e 700 mila li ha subiti. I principali autori delle violenze sono ex partner. Nel 2016 sono state 120 e nel 2017 c’è una media di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1240 di cui più del 70% in famiglia. Oggi la famiglia nel mondo Occidentale è uno dei luoghi meno sicuri per la salute di donne e bambini. C’è qualcosa che bisogna domandarsi. In che modo i testi sacri del cristianesimo hanno contribuito al fatto che queste cose accadano? Vi propongo un processo di ermeneutica femminista dei testi sacri. Primo passo la possibilità di sospettare. Alle brave bambine è stato insegnato che non bisogna fare domande. La domanda apre spazio. Ci pone come soggetti in una interlocuzione. Imparare a permetterci domande. Iniziamo a cercare assieme le risposte. La vita cambia le domande. Il segreto del vivere è permettersi domande.

Giovanni 8. Quanti anni ha la donna protagonista di questo testo? Lo stereotipo che è stato costruito è che la donna ha tra i 20 e 40 anni. Gli uomini hanno una visione della donna di Giovanni 8 molto dettagliata. C’è un tipo d’immaginario. Secondo la legge la donna dev’essere lapidata. C’è solo un caso: Dt 22, 24. Quando una giovane donna vergine, promessa in sposa di un uomo… Perché non ha gridato. Chi viene da culture mediterranee sa che chi lava l’onore è il sangue della donna. Due possibilità per cui questa ragazzini di 12/13 dev’essere lapidata perché non ha gridato. La prima è la paura e quindi è stata imposta. Secondo l’ha scelto e non aveva voglia di gridare. 

Per onestà dobbiamo percorrere questi due cammini.
Cammino A: è stata stuprata. Il peccato è non aver gridato.
Cammino B: lo ha voluto. Come funzionava la scelta del marito? Si passa ad essere la faglia di, la moglie di, la mamma di, e la nonna di. Se l’identità è data dall’essere moglie di, quando di viene meno tu non sai più chi sei. Gesù mai dice mamma, sorella, moglie, figlia. Dice sempre donna. La scelta del marito era o del padre, o del fratello: non veniva interpellato la donna. L’ipotesi di questa ragazza è: voglio amare chi scelgo io. Il peccato è aver permesso che tuo padre, tuo fratello scelga per te. È un testo che dice no alla violenza del patriarcato. Secondo Brown questo testo ci ha messo 938 anni ad entrare nella Bibbia. Perché? Qui, in questo testo, Gesù ha una pratica così scomoda che si fa fatica ad accettarla. Gesù sta dalla parte di quella ragazzina. Gesù è in terra dove sta la ragazzina. Si alza quando gli uomini vanno via. Dagli uomini le donne si aspettano lo stesso respiro, co-spirazione.
 Gesù rimane in terra tutto il tempo che questa ragazzina è in terra e non se ne va. Gesù invita a dire no al potere patriarcale. Libere tutte, liberi tutti. La Chiesa per 938 anni ha fatto fatica. Posizione del corpo mistico-politica. Gesù destruttura il Dio dei potenti. Poi è entrato nel canone. Si è fatto di tutto di buttar fango su Maria Maddalena, perché era un modo di essere Chiesa. Maria Maddalena doveva essere decostruita. C’era un unico ordine simbolico che è Pietro e la chiesa petrina. Nell’anno mille bisognava cancellare il modo di essere Chiesa tra uguali, il modello di Maria Maddalena, dove l’unico potere è servizio, senza gerarchie, affinché rimanesse solo l’ordine petrino. Il Papa di allora mise insieme questo testo appiccicandolo vicino a Maria Maddalena. Il grosso problema è che questo tipo di testi se usati per fortificare ordini violenti costruiscono violenza. Costruiscono nell’immaginario che le donne sono un pericolo, che sono perverse ontologicamente, che portano il male, che donna e serpente sono amiche. Dobbiamo rileggere questi testi. Decostruire le violenze. Gesù sta completamente con questa ragazzina. 
Le Chiese devono dire no alla violenza contro le donne. Dobbiamo prendere i testi sacri e decostruire. Gridiamo se qualcuno fa violenza perché nessuno si perda. No alla legge del padre.




martedì 13 settembre 2016

UNA DONNA TRA DUE RE





ASSOCIAZIONE BIBLICA ITALIANA
SETTIMANA BIBLICA NAZIONALE

FACCIAMO L’ESSERE UMANO MASCHIO E FEMMINA
12-16 SETTEMBRE 2016 PONTIFICIO ISTITUTO BIBLICO – ROMA

UNA DONNA TRA DUE RE: SAUL, DAVIDE E MIKAL

Rel: Bruna Costacurta
Sintesi: Paolo Cugini

Mikal ha una storia emblematica sottomessa a due re. È lei la donna figlia e sposa che rivela la problematicità del potere esercitata dai due re. Mikal è sotto la loro tutela. La struttura patriarcale della famiglia in Israele dice del marito padre e padrone: pieni poteri. I figli appartengono al padre. Ci sono figure femminili che si oppongono a questo potere. Vasti rifiuta il banchetto del marito. Sono eccezioni significative che sottolineano la libertà di certe donne. Vasti sfida il potere. Il gesto di rifiuto di una debole donna riesce a mettere in crisi un intero impero e il re è costretto ad ascoltare i suoi consiglieri.
Anche Mikal sposata da Davide si contrappone sia a Davide che a Saul. La massima tensione è quando Davide trasporta l’Arca danzando.  Siamo all’interno di un racconto. Nella Scrittura è attraverso il racconto che viene presentata la tematica della relazione tra uomo e donna.
Metodologia narrativa: cercare di fare emergere la figura della donna stretta tra i due re.

Il primo momento: 1 Sam 14, 49. Mikal è figlia minore di Saul. Ed avvenne… Saul offre la seconda figlia: Mikal. Si dice che è innamorata di Davide. Saul sfrutta il suo sentimento utilizzandola come trappola. Saul utilizza le sue figlie per i suoi scOpi, come oggetto. È la perversione del potere che deturpa i rapporti personali e fa della figlia una vittima. Il filo rosso del sentimento dell'amore attraversa il racconto della storia di Davide in varie sfaccettature. Amore è affetto con Gionata, simpatia di Saul all’inizio. L’amore si presenta come qualcosa che può essere sfruttato e tradito. Mikal viene strumentalizzata dal padre. È l’amore che porta Mikal ad accettare il patto del padre? Lei lascia che la sua vita sia decisa da altri. Mikal salva Davide i cui sentimenti però restano indecifrabili. Non si sa se Davide contraccambiava l’amore di Mikal. Davide davanti al pericolo fugge e inizia una nuova vita. È Mikal che rivela il lato oscuro dei due uomini.

Secondo Momento. Mikal sparisce dalla scena. Viene data in moglie ad un altro. È Saul che decide. La notizia di questo nuovo matrimonio di Mikal ci viene detto dopo che l’autore ci dice che Davide si era fatto due nuove mogli. Davide vive come se Mikal non ci fosse mai stata: non chiede mai notizie della moglie. Piange la morte di Saul e di suo figlio, ma non ha nemmeno un pensiero per Mikal. Davide si ricorda di Mikal quando diventa re. Si tratta solo di una mossa politica? Riavere Mikal come sposa significava ritornare a far parte della famiglia di Saul, di legittimare il trono. Davide stesso intima il nuovo marito di Mikal di ridargli la moglie. In tutto questo la donna è soggetto senza voce, oggetto che si acquista. Tutto avviene come se la donna non fosse altro che una pedina di scambio. Che cosa c’entra l’amore in tutto questo? Nulla viene detto dei sentimenti di Davide ne confronti di Mikal. Né viene detto che cosa succede nell'anima di Mikal che vive tutte queste peripezie. Mikal è un oggetto coinvolto in giochi di potere di cui lei non ha voce. Mikal è come un fantasma che non sembra degna di essere menzionata.

Terzo atto. La ribellione di Mikal. 2 Sam 6. Trasferimento dell’Arca. Mikal disprezza Davide e glielo dice. Mikal non ebbe figli fino al giorno della sua morte. L’attenzione si ferma sulla casa regale. Davide entra in casa. Il disprezzo di Mikal si manifesta in tutta la sua serietà. La donna è esasperata e trovato l’appiglio sfoga tutta la sua rabbia. Mikal in questo contesto è ricordata non come moglie di Davide, ma come figlia di Saul. L’accusa di Mikal è sull'atteggiamento di Davide che non sembra adeguato ad un sovrano: da uomo da nulla. Davide però ribadisce la propria scelta. Davide rinfaccia a Mikal che suo padre è stato rigettato e quindi ha perso tutti privilegi regali. Ora che la donna esce dal suo passivo silenzio diventa possibile per il lettore immaginare tutto quello che Mikal non aveva potuto dire. Si coglie il grido di aiuto. La reazione di Mikal rivela tutta la sua frustrazione. Qui c’è una strategia narrativa: Davide piange per la morte di Gionata e non esprime nessun sentimento per la moglie che è stata data ad un altro. Davide si lascia sfuggire l’occasione di recuperare un passato ambiguo. Il grido di aiuto di Mikal resterà per sempre senza risposta. Anche Dio sembra prendere le distanze da Mikal, che resterà senza figli, senza il segno fecondo della benedizione divina. Non è semplice comprender questo. Sembra esserci una condanna alla sterilità, come conseguenza dello scontro con il Re. La sterilità può essere invece conseguenza della decisione di Davide d’interrompere i rapporti con Mikal. Il narratore sembra insinuare una critica teologica nei confronti di Mikal, che esce definitivamente dalla storia. Mikal aveva rivelato la violenza dei due re, ma la sua reazione violenta mostra che si era lasciata contagiare da questa violenza. Mikal figlia di Saul e sposa di Davide è testimone sofferente di questa violenza cieca del potere.