Visualizzazione post con etichetta verità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta verità. Mostra tutti i post

domenica 5 aprile 2026

l terzo guadagno: l'etica della solidarietà come criterio di verità

 




 

Paolo Cugini

 

 

Nella teologia tradizionale, la verità è spesso verificata attraverso la logica e la coerenza dogmatica. La teologia dai margini introduce il criterio della prassi. Marcella Althaus-Reid, una delle voci più radicali dai margini, suggerisce che la teologia deve sporcarsi con la realtà vissuta: "La teologia ha bisogno di uscire dai templi e dalle accademie per incontrare la santità nelle strade, dove la vita è precaria. Solo allora la teologia potrà essere onesta". Il guadagno di questo cammino consiste in un passaggio dall'ortodossia, retta dottrina, all'ortoprassi, retto agire. La teologia tradizionale guadagna una nuova rilevanza sociale e politica, trasformandosi da teoria astratta in forza motrice per la giustizia globale.

Nella teologia tradizionale, la verità è spesso un oggetto da possedere attraverso la speculazione. Althaus-Reid e le teologie dei margini sostengono che una verità che non passa per il corpo e per la sofferenza è una verità parziale, se non ideologica.  Mentre il dogma cerca leggi universali, la teologia dai margini cerca la santità nelle strade, riconoscendo che il Mistero si rivela non nel concetto generale, ma nel volto specifico dell'escluso. La teologia accademica è spesso vestita bene, pulita e ordinata. Sporcarsi significa smascherare le strutture di potere che si nascondono dietro il linguaggio religioso. Se la vita è precaria, è lì che la teologia diventa onesta perché non può più permettersi il lusso di astrazioni metafisiche mentre i corpi soffrono. La prassi non è solo fare del bene, ma è il luogo dove si verifica se il Mistero è realmente presente. L'ortoprassi suggerisce che non conosciamo la verità finché non la mettiamo in pratica. La giustizia non è un tema della teologia, è la condizione di possibilità della teologia stessa. Trasformandosi in forza motrice, la teologia smette di essere un sistema di conservazione del passato per diventare un progetto di liberazione del futuro. Il risultato di questo spostamento è una teologia che recupera il suo sapore profetico. Non parla più del Mistero a un pubblico passivo, ma parla con il Mistero partendo dal grido della terra e dei poveri.

 

giovedì 17 novembre 2022

Realtà e verità. Dov’è Dio?

 




Paolo Cugini

 

 Ce ne accorgiamo lentamente, forse davvero troppo lentamente, quando la realtà ci mostra un lato nuovo e mai considerato delle nostre presunte conoscenze. È in questi frangenti in cui le nostre presunte verità si scontrano con la forza dell’evidenza che la realtà porta con sé, che siamo obbligati a scegliere.  Stare con le nostre ragioni oppure accettare la novità che la realtà manifesta? La scelta non è facile. Richiede, infatti, la capacità e la disponibilità a mettersi in discussione, la disponibilità a cambiare, spesso radicalmente. Da quello che si vede in giro la tendenza è quella di rimanere seduti comodamente sul sofà delle verità apprese e mai verificate. Perché è importante ascoltare la realtà? Che cos’è questa realtà? Non è possibile identificare la realtà con il semplice dato oggettivo della materia. La realtà è qualcosa di più della materia. All’interno della realtà, degli eventi, agisce lo Spirito di Dio. Ascoltare la realtà significa, allora, ascoltare Dio. Come dice Papa Francesco in un passaggio della Laudati Sii: “Il Creatore è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, è la continuazione dell’azione creatrice” (LS, n. 80). La presenza di Dio nel creato non è, dunque, qualcosa di distinto da Dio. Potremmo dire che lo Spirito di Dio è immanente e intimo nelle creature (Gamberini, 2022, p.61).

 Le pseudo verità apprese sin da piccoli e che plasmano il nostro vissuto, verità ricevute e mai messe in discussione, hanno comunque una forza, che viene dall’essere condivise dalla maggioranza. Permettere alla realtà di smantellare le ideologie e le interpretazioni assimilate dall’infanzia: è questo il compito di un’autentica vita spirituale.  Il lavoro non è facile ed esige un cammino serio, un’educazione. I preconcetti assimilati, sono infatti, così radicati da renderli inaccessibili al pensiero critico. Gli eventi sono portatori della verità che si manifesta nella realtà e che sono in grado di smantellare le menzogne assimilate. È un lavoro lento, che richiede pazienza e tempo. Il contatto con la realtà è l’antidoto alla menzogna, alla vita falsa. Prima iniziamo questo cammino di smantellamento delle false verità assimilate, meglio riusciamo a creare uno stile nuovo di vita, basato non più su quello che pensa la massa, ma su quello che abbiamo colto ponendo attenzione alla realtà che si è manifestata nel presente della nostra vita.

 

sabato 11 giugno 2022

LA DIVERSITA' DEI CAMMINI E IL SENSO DELLA RALTA'

 




Paolo Cugini

La relazione tra verità ed ermeneutica è un tema importante perché mette in questione l’idea di verità, perlomeno così come da sempre l’ha intesa la metafisica, la matematica e la scienza in generale. L’ermeneutica insinua che la verità sia poliedrica e che, di conseguenza, necessiti di molteplici punti di osservazione e, quindi, di plurime dichiarazioni e narrazioni. Non si può dire la verità in un solo modo, con un’unica narrazione. L’evento che si manifesta sul piano della storia esige di essere interpretato, osservato da molteplici punti di vista per raccogliere un insieme di dati che rendano verosimile il racconto.  L’ermeneutica obbliga la verità ad uscire dal cammino assiomatico per introdurla nel campo della storia. L’ermeneutica dichiara la verità come dato mobile e non immobile, come un fenomeno e non come un’idea. In questa prospettiva ha ragione Paul Ricoeur quando afferma che: “il problema della verità non è più il problema del metodo, ma della manifestazione dell’essere, per un essere di cui l’esistenza consiste nella comprensione dell’essere”[1].

La svolta ermeneutica e l’entrata del suo metodo nell’analisi dei dati, orienta il modo d’intendere le cose, le parole, le idee sulla realtà. D’ora innanzi non possiamo più camminare Tranquilli con la presunta verità in tasca, ma vivere nella consapevolezza di una continua ricerca, della necessità di narrare continuamente gli eventi senza la pretesa di essere esaustivi. L’ermeneutica segna il punto d’inizio dell’addio alla verità, al modo di pensare assiomatico, alla sicurezza che produce il pensiero dogmatico, il cui unico sforzo consiste nell’elaborazione di formule e contenuti ritenuti onnicomprensivi e, così, tutti possono dormire sonni tranquilli.

 L’ermeneutica pone fine a questo modello di pensiero che si reputa soddisfatto quando riesce ad elaborare una narrazione che ha la presunzione di dire tutto di un fenomeno con una serie di ragionamenti deduttivi applicati alla realtà in esame. La verità intesa come definizione oggettiva stabile per sempre è utile al potere che la esprime, ma è un pessimo servizio al cammino della conoscenza. La stessa idea di verità è sbagliata perché indica una possibilità che, in realtà, non è realizzabile sul piano della storia. Ci sono dei cammini che possono essere intrapresi e che possono aiutare a comprendere il fenomeno che, come tale, come evento storico, rimane sempre aperto a possibili ulteriori comprensioni. La consapevolezza che la diversità delle narrazioni non è antitetica alla verità ma ne rivela il cammino da intraprendere, è di grande aiuto nel cammino di avvicinamento alla comprensione della realtà.



[1] P. RICOEUR, Le conflit des interprétations. Essai d’herméneutique, Paris, Ed du Seuil 2013, p. 31. 

sabato 15 settembre 2018

FESTIVAL DELLA FILOSOFIA - ALETHEIA (VERITA')







MODENA 15 SETTEMBRE 2018



Relatore: Massimo Cacciari
Sintesi: Paolo Cugini

Platone: il bene fornisce verità alla cose conosciute. La verità appartiene alla cosa.

L’oggetto è conoscibile nella misura che è secondo verità. La cosa è conoscibile in verità perché sta in verità. L’ente è conoscibile. Se non fosse vero in sé, non ci sarebbe nessuna verità. Sia nel mito, che nella Repubblica di Platone, sia nel mito della Caverna, s’insiste sull’idea di verità come carattere della cosa. E’ la cosa che è reale
E’ inconcepibile un discorso vero senza nessun rapporto con le cose in quanto disvelano la verità. Io so veramente perché vedo la cosa e, quindi, colgo la verità.
Per dire con autorevolezza devo dire le cose come stanno, secondo ciò che si manifestano. Allora il dire è autorevole, in ordine con dike, quando dico le cose come stanno, e le cose come stanno sono la verità.
Non solo il bene fornisce verità alle cose, ma anche la facoltà di conoscere. Il discorso deve avere un suo ordine per essere autorevole, ma il dire ciò che è essenziale secondo verità, è vero solo in questo senso grazie alla sua aderenza all’ente. La logica è tale solo in riferimento al vero che appare, è rivelata nella cosa. E’ questo il tema ella metafisica classica.

Hegel recupera continuamente l’ontologia classica, contro la logica formale kantiana. Il concetto di Hegel è chiamato a interpretare l’intera realtà.

Che cosa ci appare manifesto? Enti finiti. Sono percepibili solo nella loro relazione. Ogni ente ha il suo confine. Non posso mai esprimere l’ente secondo se stesso, in sé e per sé. Quando determino un ente lo determino mettendolo in relazione all’altro. Lo dice Spinoza e poi lo riprende Hegel. Per determinare qualcosa lo devo porre in relazione con una cosa che quella cosa non è. Aristotele: l’ente non è mai definibile nella sua irriducibile sostanzialità.
Ogni ente è sostanzialmente se stesso? Per definire un ente devo porlo in relazione ad un altro e, quindi, devo negarlo. Ogni essente è un singolo. Se dico di conoscere l’ente come singolo, però, so anche che l’ente nella sua sostanzialità è infinito, opera un’opposizione tra finito e infinito. A questo punto l’infinito rimane relativo e quindi devo cambiare strada.

Perché porre la differenza? Perché quando penso devo dire che lo vedo concatenato con il tutto? Perché devo supporre una differenza tra enti? Perché devo scindere l’ente dalle sue connessioni con il tutto?

E’ il terzo grado di conoscenza spinoziana è vedere l’essenza finito nella causa. Che cosa sono le relazioni dell’ente? Perché il finito non può essere colto in se stesso? Ogni finito manifesta un’infinita connessione.

Altra differenza. Se vedendo questo finito vedo la sua relazione al tutto, allora anche le conoscenze finite vanno collocato in questo sapere vedere di finito e infinito. La verità abbraccia anche l’apparire, il finito. Parmenide dice cose diverse. Io penso che non ci sia un solo modo di leggere Parmenide. La verità dice delle cose come realmente appaiono.
Platone si allontana dalla prospettiva di Parmenide.

La verità infinita ha in sé il finito. Sono dimensioni diverse, ma non sono astrattamente separate. Il percorso platonico segue questo cammino. Tutto è collegato armonicamente, matematicamente secondo la numerologia pitagorica. Occorre superare il discorso della differenza. Il finito è manifestazione dell’infinito, della connessione di tutti gli essenti nel tutto.

Questa connessione non risulta evidente. Ogni apparente incertezza ha un dominatore comune. La differenza di opinione esprime la certezza che la cosa sia probabilmente come si dice. Quando diciamo “io so”, molte volte sappiamo che il nostro dire non corrisponde allo stato di cose, ma cerchiamo di dire. Chiediamo la fiducia dell’altro sulle nostre affermazioni veritative. Tutto sta connesso nel momento in cui provo a dire le cose.
Anche quando esprimo il termine verità nel modo più debole, che può essere un’opinione, è connessa a tutto il ragionamento ontologico. Ogni nostra forma di dire vuole corrispondere alla cosa, è una prospettiva sulla verità, che cerca di vedere l’ente nella misura della sua rivelazione.
Ci sono prospettive diverse, ma rivelano tutte la verità.

Platone non disprezza l’opinione. Partiamo tutti come prigionieri dal fondo della caverna. A partire da Pitagora e da Platone, il numero elabora la costruzione dell’essente. La natura parla un linguaggio matematico. La matematica è lo strumento fondamentale per comprendere gli enti secondo la sostanzialità.

La connessione tra l’aspetto formale e scientifico è fondamentale. Connettere la realtà. Veniamo da una stagione filosofica che ha diviso: è giunto il momento di connettere. Oggi è possibile riconnettere i diversi campi della verità, in cui cerchiamo di dire la verità delle cose.
Come si può arrivare a ciò? Non possiamo non indagare secondo questa prospettiva ultima. Le diverse prospettive debbono essere distinte, ma non separate.
Come pretendere che vi sia un pensiero nostro che non sia aspetto in tutti i modi, che escluda la passione, l’affetto? Posiamo avere nello stesso momento passioni opposte.
La fede regge il principio di non contraddizione, che la cosa rimanga una, se stessa. Nega la ricerca plurale di una verità una, non delle molte verità, ma delle molte vie.
L’uomo non può vivere senza una costante fiducia di qualcosa d’indistruttibile dentro di lui. Come faccio a vivere senza infinito?
Il finito nel suo manifestarsi è vero.



mercoledì 11 luglio 2018

LO CAPISCI PIAN PIANO




Paolo Cugini

Lo capisci pian piano, mentre cammini nella vita e vai avanti negli anni, rimanendo attento agli eventi, confrontandoli con il passato. E già questo non è facile, amico mio, perché le distrazioni sono tante e se non si rimane concentrati è facile imboccare un sentiero che ti porta lontano. E poi ti perdi e, quando ti perdi, carissima amica, non è facile, per nulla facile ritrovare il cammino. A volte lo ritrovi per caso e allora il cuore scoppia di gioia, com’è la vita quando l’accogli come un dono che, come tale non riesci a programmare, a mettere a posto in ogni dettaglio. Dono, sorpresa: sono le qualità degli eventi che, quando ascoltati, manifestano la novità, la bellezza del cammino che, per certi aspetti, è fatto proprio perché uno si perda. Che noia, infatti, quella vita sempre sulla strada principale, sull’autostrada del senso comune, delle idee preconfezionate. Sono i curiosi, sono i bambini distratti, sono i ragazzi e le ragazze ribelli che, ad un certo punto, buttano l’occhio a destra e a sinistra – meglio sempre a sinistra, è una questione di stile e di sentire con il mondo, soprattutto con il mondo che ama e che soffre, quel mondo che ama e desidera la giustizia e non riesce ad accettare le disuguaglianze e allora è attratto dai sentieri che vede sul ciglio sinistro dell’autostrada della vita - e ci si butta con tutte le forze. Perdersi non è un peccato, perché fa parte del cammino, anche perché, spesso e volentieri, è perdendosi che s’impara a vedere la realtà con occhi nuovi, da punti di vista nuovi e si vedono cose mai visti prima. 
Nessuno, allora, dovrebbe chiedere perdono del sentiero imboccato, perché è grazie a quella perdita, a quella momentanea distrazione, a quel fugace colpo di testa, a quella svista, a quella curiosità, che qualcuno inizia a comprendere qualcosa di nuovo della vita. Benedette ribellioni! E’ grazie a quel sentiero imboccato, che la vita acquista un sapore nuovo, autentico. E’ grazie alla curiosità per qualcosa che è ignoto che possiamo avvicinarci a Dio. E allora, una volta ritornato, anche solo per qualche istante sulla strada principale della vita, potrà aiutare gli altri, coloro che non escono mai, tutti coloro che non uscendo mai cominciano a pensare e ad inventare e a spargere ai quattro canti leggende assurde sui sentieri laterali, come se fossero luoghi maledetti, come se l’unico spazio benedetto fosse la strada centrale. Non lo sanno, e non potranno mai saperlo che non è così.  Glielo dobbiamo dire noi, i ribelli, che le cose sono diverse, che la realtà è tutt’altro che piatta, che c’è qualcosa che va scoperto, cercato. E’ la nostra missione.

Lo capisci piano piano, dicevo, mentre cammini nei sentieri della vita; capisci che non è detto che la religione ti possa servire per diventare una persona migliore. Dipende come la prendi e da che lato la guardi. Dipende anche da chi ti introduce nel mistero di Dio. Da bambino la vivi come qualcosa di bello, come qualcosa di naturale che fanno e vivono tutti. Soprattutto, ti sembra che tutti anelino all’incontro con Dio, che tutti desiderino il cammino del bene, perché credi, e lo credi fin dal profondo del cuore, che per tutti il senso della vita sia proprio questo, il bene, e non ti passa nemmeno per la testa che, mentre aspiri al bene, ci possa essere qualcuno che aspiri qualcosa d’altro. Non lo pensi e non ti passa nemmeno nell’anticamera del cervello che mentre tu aspiri al bene, mentre cerchi Dio c’è qualcuno lì vicino a te, dinanzi a te, qualcuno che tu non immagineresti mai, nemmeno nel più triste dei romanzi, che colui che sta accanto a te, vicino a te, dinanzi a te, cerca qualcosa d’altro. Nella religione. Si hai capito bene, amico caro. C’è qualcuno che utilizza la religione per raggiungere i suoi scopi venuti dal regno del male. Forse un giorno era partito bene, era partito come qualsiasi persona cercando, cioè il cammino del bene, il cammino di Dio. E poi qualcosa è successo, qualcosa dentro di lui si è spezzato forse a causa di eventi negativi, di frustrazioni umane, di qualcosa di desiderato e mai raggiunto. E così lentamente, piano piano, il cammino verso il bene ha preso la direzione opposta. Ci sono delle ragioni che non si sapranno e scopriranno mai. Questa, però, è la cosa strana, e cioè che nonostante tutto, nonostante il cammino verso il male, rimane nello spazio religioso.

Lo capisci pian piano che coloro che sono al potere, coloro che in un certo senso ti guidano, che hanno il ruolo di guidarti, di dirigere qualcosa – una fabbrica, un comune, una chiesa, una scuola, una nazione, un partito, ecc. -non è detto che siano i migliori del settore: anzi. Più sei disposto a cedere qualcosa della tua dignità, più hai la possibilità di salire nella scala sociale, nella scala del potere, di coloro che contano e dirigono le sorti di qualcosa. E così, l’umanità è quasi sempre guidata da persone senza scrupoli, dai peggiori, dalla feccia, da coloro che ad un certo punto della loro vita hanno iniziato a cedere, a calare le braghe, a perdere la loro dignità. Più sali nella scala sociale più trovi gente squallida, senza scrupoli, disposti a tutto pur di apparire, anche perché non hanno più nulla in termini di rispetto e dignità. Eppure, ed è questo l’aspetto della storia che rende triste, sono proprio loro a comandare il destino di tutto un popolo, di tutto un gruppo: è la feccia al potere. E questo, carissimo amico, prima lo capisci meglio è. Per non lasciarti travolgere, per non cadere nella loro rete, per non ritrovarti a metà del cammino della vita a scoprire l’inganno nel quale sei caduto ad un certo punto del percorso.

Lo capisci pian piano che se cerchi il bene, se cerchi un senso della vita, se capisci che la vita è un dono prezioso che vale la pena viverla con passione, devi abituarti a camminare da solo. Lo capisci lentamente che occorre camminare sui sentieri della vita mantenendo gli occhi sempre aperti e lo sguardo attento, soprattutto, guardando bene negli occhi chi si presenta dinnanzi a te. Anche perché i maestri nell’arte della vita non li trovi sulle cattedre, non li trovi di sicuro nelle banche, nemmeno seduti sulle comode poltrone della politica, dell’economia o della religione, ma nei posti più nascosti, nei luoghi trascurati da chi cerca il successo. Perché chi ama la verità, non desidera apparire, perché ha capito che la verità si nasconde, non si confonde con la superficialità, con l’apparenza, non si offre al primo arrivato. E allora bisogna cercare e, per questo lavoro di ricerca, occorre accettare le rinunce che vengono come conseguenza. E lo dovrai fare spesso e volentieri da solo, da sola, perché gli adulti, caro mio, da un pezzo hanno abbandonato i cammini nascosti nei boschi, per starsene tranquilli sulle strade asfaltate delle sicurezze. Hanno imparato, questi furbacchioni, a rimanere protetti sulla strada maestra, nella che non presenta ostacoli, perché gli hanno insegnato e loro hanno creduto, che la vita è tranquillità, che nella vita bisogna fare di tutto per mettersi a posto, sistemarsi, fare le cose in ordine come fanno tutti. E allora, carissima amica, non buttare via i tuoi vent’anni ad accontentarti di quello che trovi sui banchi del mercato, quello che i tuoi occhi vedono in modo immediato. Vai altrove, non fidarti troppo alla svelta di quello che ti dicono i sensi: fermati, rifletti.

Pensa a come Gesù ha vissuto la sua adolescenza e la sua giovinezza. Se Gesù è stato un adulto coi fiocchi, uno di quelli che se ne trovano pochi, cioè uno che sapeva quello che diceva, perché prima di aprire la bocca aveva già vissuto quello che stava per dire, è perché durante l’adolescenza e la giovinezza si è nascosto, non si è esposto, è stato in silenzio, ha vissuto in luoghi isolati. Prima di manifestare il suo carisma, ha cercato di capire il senso della sua vita, della sua presenza nella storia: ha cercato di capire chi era. Quanti giovani si bruciano perché troppo alla svelta vengono fuori allo scoperto, fidandosi solo dell’apparenza, dell’arroganza di un vigore che poi con il tempo scompare. Quello che Gesù ha fatto su di sé, vale a dire un lavoro lungo di silenzio e riflessione per capire e decidere la direzione da dare alla sua vita, lo ha proposto ai suoi discepoli e alle sue discepole. Li ha chiamati, lo hanno seguito rinunciando al resto, hanno trascorso tre anni con Lui, ascoltandolo, condividendo la vita quotidiana, osservano il suo stile di vita. Questo, a mio avviso, è stato il più grande lavoro di Gesù: ha insegnato ad un gruppo di uomini e donne come si sta al mondo e il prezzo che si deve pagare per essere una persona autentica, per vivere con dignità. Chi trova sul proprio cammino della vita un tipo alla Gesù, trova il più grande tesoro. E’ chiaro che i tipi alla Gesù non si trovano nei luoghi comuni, nelle situazioni normali dell’esistenza: va cercato.

lunedì 17 ottobre 2016

VERITÀ E REALTÀ




PERCHÉ' LA MISSIONE E' INDISPENSABILE ALLA CHIESA


Paolo Cugini

Ci sono dei dati, anche nella vita spirituale, che risentono dei tempi, dei cambiamenti. E in fin dei conti è giusto così. Se è vero che la Verità si è incarnata, è entrata nella storia, allora è proprio la storia, gli eventi l’ambito privilegiato per comprenderla. La Verità non si dona, quindi, come qualcosa di statico, come un pezzo di marmo, ma si manifesta, si offre negli eventi quotidiani. Il cammino della storia porta con sé anche il cambiamento delle culture, delle tradizioni, dei modi di vedere e di agire. Anche la vita spirituale vive questi cambiamenti. Chi vuole relazionarsi con Dio deve apprendere a camminare dentro la storia, a non identificare la sua fede con i modelli culturali, o con le forme esterne. In fin dei conti, la stessa idea spirituale ed evangelica di conversione, passa attraverso la presa di coscienza del carattere storico delle Verità di fede espresse nel Vangelo, incarnate da Gesù. Se l’idea d’inculturazione, nata e sviluppatasi soprattutto nel mondo missionario, ha trovato sin dalla sua formulazione tanta resistenza, è a causa di una concezione statica dell’idea di Verità. Proviamo ad approfondire brevemente i motivi che conducono a resistere all’idea di una Verità che cammina nella storia e che esige di essere compresa ponendo attenzione agli eventi.

La tradizione culturale Occidentale ha da sempre pensato la realtà e la verità come poli contrapposti, inconciliabili. La prima grande spaccatura si ha con il pensiero di Parmenide, che pone l’essere in contrapposizione con il non essere, il mondo fenomenico. Da lì in poi il cammino tra questi due mondi diviene sempre più in contrapposizione. Il problema sorge dal modo in cui il pensiero Occidentale concepisce la Verità, e cioè come un’idea fissa a sé stante, immobile, staccata dalla realtà, percepita come mobile e quindi imperfetta. Se la verità deve avere lo stesso spessore metafisico di Dio, allora, siccome il dio dei filosofi è immobile, anche le verità che derivano da lui devono essere concepite in questo modo. Platone è considerato il punto di riferimento filosofico per comprendere la filosofia Occidentale. Secondo lui, il Demiurgo, nel momento di creare le cose, ha dinanzi a sé due realtà preesistenti: la materia informe e le idee. Il demiurgo contempla le idee perfette e preesistenti e modella la materia per fare le cose. In questo modo, le cose della realtà sono copie imperfette di idee perfette. È importante riflettere su questi passaggi storici della nostra cultura, perché hanno influenzato pesantemente anche il pensiero cristiano e la sua spiritualità. Nel sistema plotiniano – siamo già nel terzo secolo dell’epoca cristiana -, sistema filosofico chiamato appunto neo-platonico, Plotino nelle Enneadi spiega la realtà come una mancanza di luce. Il Nous nel suo discendere (procedere) e dare consistenza ai diversi livelli della realtà, giunge progressivamente senza energia, senza luce. Ebbene per Plotino la realtà è esattamente questa situazione che si viene a creare quando il Nous è totalmente svuotato di energia. Se il sistema neoplatonico porta a maturazione un cammino della cultura Occidentale durato circa otto secoli, il risultato è la totale separazione e inconciliabilità tra dio e il mondo, tra Verità e realtà.

Interessante notare, quando si sfogliano i testi dei padri della chiesa dei primi cinque secoli, come la loro conoscenza filosofica, che era prevalentemente platonica e neoplatonica, filtri l’interpretazione che loro fanno delle Scritture. Questa mediazione filosofica la si vede soprattutto per quanto riguarda la riflessione sulle pagine della Genesi che narra la creazione del mondo e nella concezione dell’uomo. La svalutazione del corpo a vantaggio dell’anima, con le conseguenti indicazioni mistiche di fuga dal mondo e disprezzo del corpo, hanno più un sapore platonico che evangelico. Siamo sempre nell’ambito delle contrapposizioni: corpo e anima, verità e realtà. La cultura Occidentale non riesce ad elaborare un pensiero capace di conciliare aspetti che percepisce e interpreta come contrapposti. Anche il cristianesimo, pur avendo nella proposta del Vangelo questa visone unitaria della realtà, nel mondo Occidentale viene costantemente riletto a partire dalle categorie filosofiche.

Gesù è il verbo incarnato, l’eterno che entra nel tempo, l’idea immobile che entra nella realtà mobile. Dal punto di vista filosofico è un dato inconcepibile e inconciliabile, anzi è la negazione di quanto era stato pensato sino a quel momento. Come può Dio, da sempre pensato in contrapposizione al tempo e alla storia, venire ad abitare in mezzo a noi? Com'è possibile che la Verità da sempre pensata immobile, uguale a sé stessa in ogni momento e in ogni epoca, entri nel tempo e, di conseguenza, si adatta al cammino della storia che è in continuo divenire? Dice il Vangelo di Giovanni che “Il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Non solo, ma Gesù, sempre nel Vangelo di Giovanni, si definisce la Verità: “Io sono la Via, la Verità e la vita”. Ciò significa che d’ora innanzi Dio non va cercato sulle nubi del cielo o sui libri dei filosofi, ma lo incontriamo nella persona di Gesù Cristo, nella sua storia, nelle sue parole e nei suoi gesti. D’ora innanzi la perfezione non è più un’idea astratta e immobile, ma va cercata nel cammino del tempo, nell’evolversi degli eventi.

Non c’è da stupirsi se ancora oggi tante persone che si definiscono cattoliche, resistono all'idea di una verità che si è fatta storia, rimanendo strettamente ancorati ad un’idea di verità più filosofica (platonica) che cristiana. Ecco perché rimangono meravigliati, anzi scandalizzati se la Chiesa, pensata da loro come un’istituzione fissa nel tempo, una verità fuori dalla storia e dal tempo, ogni tanto per adeguarsi ai cambiamenti della storia, modifica i contenuti, sposta gli accenti, indica nuovi percorsi. Probabilmente è più comodo ed è meno faticoso rimanere avvinghiati ad una verità immobile, che alla Verità che si è fatta storia e che esige continuamente di mettersi in discussione, di cambiare, di convertirsi. Sempre in questa prospettiva, si comprende molto bene se la più profonda esperienza d’inculturazione del Vangelo sia avvenuta nei primi secoli della chiesa per poi, salvi rari esempi, fermarsi lì. Purtroppo sono comprensibile, ma assolutamente non giustificabili, i disastri umani e culturali realizzati dai cattolicissimi spagnoli e portoghesi nelle terre latinoamericane.


Se ancora oggi la chiesa fa così tanta fatica ad inculturarsi, ad accogliere nei suoi riti e nelle sue formulazioni le novità che lo Spirito Santo ha preparato nelle culture dei popoli che incontra, è forse a causa di una cecità provocata dalle concezioni filosofiche e poco evangeliche, che riempiono da secoli le nostre menti. Ecco perché la missione è indispensabile nel cammino della chiesa: per convertirsi, per cominciare a vedere e a leggere in modo nuovo quel Vangelo donato a noi gratuitamente, ma che facciamo fatica a coglierne la profondità a causa delle nostre pre-comprensioni, che ci chiudono gli occhi e la mente. La missione è come il collirio che ci permette di vedere in modo autentico, o perlomeno in modo nuovo quel messaggio evangelico che diciamo di conoscere, ma che poi, alla prova dei fatti facciamo fatica a vivere spesso e volentieri perché mal consigliati. La missione è, allora, per noi una grande speranza: manteniamola viva!

domenica 18 gennaio 2015

REALTA'







Paolo Cugini

Bisogna avere il coraggio e alla stesso tempo la forza di spezzare il muro spesso della banalità, della superficialità, delle cose come le abbiamo sempre viste, del velo spesso del già dato, del bell’e fatto. Trovare il coraggio di andare al di là, di guardare al di là delle apparenze: è il grande compito della vita. Coraggio che non sempre arriva, che non sempre troviamo, perché ci abituiamo alla comodità, perché ci fa comodo credere che le cose siano come ce le hanno raccontate; ci fa comodo pensare come ci hanno sempre insegnato; ci piace cullarci sulle abitudini che troviamo nel guanciale della vita. Sappiamo, infatti, che si fa fatica o, se non lo sappiamo, ce lo immaginiamo che si fa fatica a cambiare, che si soffre troppo a vedere, a intravedere, a capire che quello che abbiamo creduto essere il vero in realtà è falso, o perlomeno una verità debole, camuffata, una verità comoda, costruita per noi apposta per sopravvivere e che quello che abbiamo sempre visto in un modo, in realtà è tutto in un altro modo. 

Nasciamo protetti. L’educazione, così com’è pensata nel mondo Occidentale, significa e si realizza nel proteggere i bambini. Proteggerli da cosa? Da tutto ciò che potrebbe fargli male, si dice. Ma che cosa può far male un bambino e da cosa li vogliamo davvero proteggere? Li proteggiamo dalla realtà, da quella realtà che secondo noi potrebbe nuocere loro. E’ questo il dramma dell’educazione Occidentale: la protezione dalla realtà, che è allo stesso tempo, la protezione dalla vita. Pensiamo che la realtà sia troppo dura al punto che vogliamo proteggere le nuove generazioni da questo incontro che pensiamo funesto. Come si fa a pensare di voler proteggere un giovane dalla vita? E’ di questo che si tratta. Siamo così abituati - che disgraziati!- a vivere e cercare la tranquillità, che la vogliamo offrire anche ai nostri figli, pensando che sia questo ciò di cui hanno bisogno per crescere, pensando che per diventare grandi bisogna proteggerli dalla vita, dalla realtà, insomma offrirgli una vita tranquilla. Perchè non ci viene mai il sopsetto che per crescere i bambini hanno bisogno della  vita, hanno bisogno di confrontarsi con la realtà, hanno cioè bisogno di sentire nelle vene l'ebrezza dell'inquietudine?
 Solitamente l’uomo abituato, la donna abituata, fanno fatica a pensare le cose in modo diverso, fanno fatica perché si sono abituati. Quanta tenerezza! L’abitudine risponde al mostruoso bisogno di sicurezza che è dentro di noi, che ci accompagna dalla nascita alla morte, che ci conduce sempre a cercare la strada più breve, la scorciatoia per arrivare al punto stabilito. E tutto questo perché si pensa che la comodità sia qualcosa di positivo, si ritiene che il non fare fatica, lo stare sdraiati sul sofà della vita sia una cosa bella, sia una cosa giusta e che la vera ingiustizia sia il doversi alzare per fare fatica, il dover lasciare la comodità del sofà per mettersi alla ricerca di qualcosa che ci sembra già avere. Non ci passa nemmeno per la testa, non ci viene minimamente il sospetto che quel comodissimo sofà in realtà sia la nostra tomba; raramente ci viene il dubbio che quelle comodità che troviamo e che non mettiamo mai in discussione siano una sorta di morte anticipata, un’anticipazione della morte. Che cos’è, infatti, la morte se non l’impossibilità di vivere? Ebbene le abitudini sono solitamente nell’ordine della morte. 

La tranquillità del pensiero che le abitudini provocano sono nell’ordine dell’impedimento del pensiero. Perché si sa, ragazzi miei, che pensare è fatica, che a pensare ci possono venire dei dubbi, che a riflettere sulla realtà che viviamo, che ci sembra di vivere ci può venire il sospetto, ci può venire il dubbio che forse le cose non stanno esattamente come ce le hanno insegnate e che, probabilmente, sarebbe meglio alzarsi e cominciare a cercare. E scoprire che cosa? Che la realtà è tutto fuorché lineare, che quella che noi chiamiamo realtà e che ce la immaginiamo come tranquilla, compatta e immobile, è invece plurale, molteplice e in movimento. Ce ne accorgiamo quando alzandoci dal letto delle tradizioni e dei pensieri belle e fatti con i quali siamo abituati a guardare la realtà, proviamo a liberarcene e cercare il significato profondo di quello che viviamo, che ci hanno insegnato, scoprendo che il senso della vita è da un’altra parte, che la realtà non è quella cosa tranquilla che ci hanno sempre spacciato, ma è inqueta, plurale, molteplice. 

E’ da questo punto di partenza che occorre avere il coraggio e, allo stesso tempo la forza per ripartire e spingere la ricerca in tutte le direzioni possibili, perchè solo la realtà - è bene ricordarcelo-  ci può rivelare la verità delle cose.