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venerdì 16 agosto 2019

ASSEMBLEE SINODALI E ACCOGLIENTI


   






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è eloquenza della comunità cristiana. Non si può dire che la crisi della liturgia ha causato la crisi della vita ecclesiale: le due cose vanno insieme. Occorre riflettere sull’assemblea cristiana, che è la vita cristiana che diventa soggetto di comunione nello spezzare il pane. Leggendo le problematiche dell’assemblea possiamo interrogarci sul futuro della liturgia.

Tentazioni: clericalizzazione del laicato, laicizzazione del clero. L’assemblea è il luogo dell’Altro e dell’altro, il luogo dell’esperienza di Dio, dell’alterità, dell’incontro con il suo mistero; ma anche il luogo dell’esperienza dell’incontro con le persone, di chi ci è accanto. L’assemblea cristiana va vista nella sua realtà di assemblea umana, raduna uomini e donne e dev’essere capace di vivere la fraternità e la sororità. Se un’assemblea liturgica non è capace di esprimere ciò, allora non è abilitata ad essere assemblea cristiana. Il Signore non vuole solo un insieme di riti religiosi, o un’auto celebrazione intimistica o collettiva. Nell’assemblea domenicale va cercato lo stile della fraternità e della comunione. La giusta posizione di uomini e donne che non si riconoscono, che nell’assemblea liturgica non s’incontrano, rimanendo estranei gli uni agli altri, causa lo svuotamento dei gesti, che si vorrebbero di accoglienza reciproca. Sono ferite inferte all’assemblea eucaristica.

La liturgia eucaristica deve permettere il costituirsi della fraternità e della sororità. Convenire nello stesso luogo, pregare insieme, dev’essere un esercizio di fraternità, nel riconoscimento dell’umanità dei gesti. Quando manca lo spessore umano, l’assemblea fa fatica ad essere tale. È il dramma che vive la comunità alla messa domenicale: manca spesso l’umanità. C’è il rito senza l’umanità, il coinvolgimento attivo delle persone presenti che restano estranee le une alle altre. Così non si costruisce la Chiesa, che non si costruisce con dei riti. C’è un problema più radicale del linguaggio liturgico, che è la qualità umana dell’assemblea, delle persone che si trovano attorno alla mensa eucaristica. Se tutto è anonimo, se non c’è condivisione e corresponsabilità nella liturgia, come si fa a parlare di assemblea?



Diamo troppo per scontato che l’assemblea domenicale sia cristiana anche quando manca lo spessore dell’umanità per viverla. C’è gente solitaria in chiesa, giustapposta, ad assistere la messa celebrata dal sacerdote, in un consumo spirituale privato. Se la liturgia non s’incarna nel vissuto dei partecipanti, che cosa significa? Che cosa servono le posture ieratiche, le manifestazioni imperiali. I pontificali? Gesù non aveva nessuna preoccupazione di abiti liturgici. Anche le prime comunità non avevano queste preoccupazioni: c’era molta cura delle relazioni umane. I riti sono necessari all’uomo, ma sono strumentali all’interno del cristianesimo. I iriti non salvano: lo dicevano i profeti. La qualità cristiana di un’assemblea è data dalla conformità all’umanità di Gesù. La liturgia saprà parlare all’uomo e alla donna di oggi se assomiglia all’umanità di Gesù.

È decisivo che noi cristiani riusciamo ad avere una fede cristiana e non semplicemente appartenere ad una religione. La nostra fede cristiana dice che Dio si è fatto carne, terra, uomo. La carne è molto più del corpo: è il respiro, i dolori, le fatiche, tutto ciò che viviamo è la nostra carne. Il corpo è l’umanità. Il vero attentato che c’è stato nella storia cristiana è nell’incarnazione, nel farsi carne di Dio. Il grande problema è riconoscere Gesù nella carne. Dio si è fatto carne, si è fatto la nostra umanità. Nella liturgia dobbiamo trovare l’umanità di Gesù nella nostra. Non è vero che tutto ciò che è religioso è spirituale. Dobbiamo guardare la terra e non il cielo, perché Dio si è fatto carne, si è fatto Gesù di Nazareth. È la carne che è salita in cielo, cioè tutta la vita dell’uomo.

Ippolito di Roma: il vero mistero cristiano è che il verbo si è fatto uomo come noi uomini. Se non fosse così invano ci avrebbe chiesto di imitarlo.  

Tertulliano: caro cardo salutis (la carne è il cardine della salvezza).

Dobbiamo abbandonare ogni spiritualismo. Cercare nella carne di Gesù la resurrezione che vince la morte. La nostra fede cristiana deve vivere la vita umana di Gesù. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi più umano.

Nella liturgia dobbiamo smettere di essere sedotti dal divino, dal potere, ma dobbiamo tornare al Vangelo, che narra di Dio fatto uomo, terrestre, fatto carne. Ridare qualità umana alle nostre assemblee: è il compito più urgente.

In Francia, Belgio, Germania: per rifare l’assemblea cristiana occorre rifare il contesto dell’assemblea. Accanto alla chiesa sempre c’è una sala. Prima di andare in assemblea, si ritrovano in una sala con il prete e poi insieme si va alla messa. Alla fine ci si ritrova per un caffè, per un momento di fraternità: è una disposizione delle conferenze episcopali locali. Diventa un’assemblea in cui non consumiamo qualcosa di religioso, ma si lavora per fare comunità. 



Un’assemblea liturgica dev’essere sinodale. Papa Francesco sta cercando di avviare processi che portino alla sinodalità, che è il termine chiave del ministero di Papa Francesco. O ci sarà una Chiesa sinodale, o non ci sarà più la Chiesa. Sinodo significa camminare insieme. Quando il papa parla di sinodalità non sta parlando dell’assetto istituzionale, di un particolare sinodo. Quello che chiede papa Francesco è la sinodalità come stile, facendo camminare tutto il popolo di Dio con i suoi pastori, in una corresponsabilità che sia reale, concreta, È un compito che richiede tempo, ma soprattutto una conversione profonda nel vivere la Chiesa. È possibile pensare una Chiesa sinodale senza un’assemblea liturgica che non sia sinodale? Il legame tra sinodo e liturgia è fondamentale. Nella Chiesa antica il sinodo era sempre un atto liturgico. Ratzinger: il Concilio tende all’unità che viene dalla parola di Dio. Il sinodo è sempre riferito all’eucarestia. Un popolo di Dio che cammina sinodalmente, deve corrispondere ad un’assemblea eucaristica sinodale. La liturgia eucaristica deve avere come soggetto l’assemblea celebrante e non il presbitero, che semplicemente presiede. Dossetti: non solo comunità, ma comunità tutta gravitante nel suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea.

L’ecclesia e la koinonia devono avere una manifestazione eucaristica. L’assemblea deve attuare un ascolto sinodale. Oggi abbiamo assemblee fervorose, ma lontane dalla partecipazione in atto come voleva il Concilio. Ci vorrà audacia e creatività, ma il cammino è ineludibile. Siamo ancora lontani da assemblee sinodali.

Altra urgenza. Oggi dev’essere prevista dalla chiesa normata, dalla Chiesa a chi è riconosciuto portatore del dono della parola, di esprimere la qualità profetica del popolo di Dio con interventi nell’omelia. All’estero si fa. Dare la parola ai laici nell’omelia. Poi ci sono gli eccessi quando c’è la clericalizzazione del laicato. Il vero problema è che ci sia la possibilità di un’omelia partecipata. La comunità di Dossetti e a Bose si è sempre praticato la possibilità di esprimersi sul Vangelo. Non si può sentire sempre la stessa persona per anni e anni. Sarebbe bello sentire la buona novella al femminile! Nella Chiesa ci sono delle patologie che bloccano il fermento liturgico del Concilio. Il problema è come esprimere la sinodalità nella liturgia. La sinodalità deve diventare uno stile liturgico.

Un’assemblea liturgica ospitale. C’è urgenza di questo. La tavola del Signore: 1 Cor 10,21. La tavola è la forma primaria dell’eucarestia, e chiede la commensalità tra fratelli e sorelle attorno alla tavola. Atti 2,42s: l’eucarestia è un sedersi alla tavola della cena del Signore. I cristiani battezzati senza distinzione di sesso, etnia, livello culturale e sociale sono gli invitati alla cena del Signore. La dimensione della condivisione è celebrazione dell’alleanza del Signore con la sua Chiesa, come partecipazione del corpo unico. La tavola del Signore è la tavola dell’incontro di Gesù e tutti gli uomini e le donne. Gesù ha voluto sedere alla tavola dei peccatori, ha condiviso la tavola con gli esclusi. Quando pensiamo alla tavola del Signore dobbiamo pensare alla tavola della misericordia. Rischio di essere come i farisei che si scandalizzavano di Gesù. Le nostre liturgie sono capaci di accogliere cristiani battezzati di confessione diversa dalla nostra?

La nostra assemblea eucaristica deve diventare tavola ospitale verso i poveri e verso i peccatori.

sabato 20 ottobre 2018

VOGLIONO SOLO VIVERE. RIFLESSIONI SUI CRISTIANI LGBT







Paolo Cugini

È stata questa la mia considerazione finale al termine dei tre giorni del Forum con i cristiani LGBT, svoltosi all’inizio del mese di ottobre 2018 ad Albano Laziale. Non vogliono nient’altro che questo: vivere come tutti. È questa una risposta semplice e banale alla classica domanda che la gente perbene, quella gente che pensa di essere nel giusto e nel vero, per il semplice fatto che si sente normale (non ho scritto: che è, ma che si sente): che cosa vogliono questi qua? Vogliono vivere, mia cara signora omofoba; desiderano vivere liberi e non giudicati, carissimo signore della porta accanto, che ti fa ribrezzo solamente sentire nominare la parola omosessuale. È questo semplicissimo dato esistenziale, che ho compreso in queste bellissime giornate di amicizia, studio, preghiera e condivisione. Mentre ascoltavo le relazioni, partecipavo ai gruppi di lavoro, pregavo, mi domandavo: ma perché siamo arrivati al punto che delle persone devono nascondere la propria identità, per paura delle ripercussioni, non solo in famiglia, ma anche nel lavoro e anche -mi rincresce molto dirlo, ma è la verità – nella Chiesa. Che cosa è successo?

Ascoltando le testimonianze dei cristiani omosessuali, dei loro genitori (mi hanno colpito, in modo particolare, le testimonianze di alcune mamme), delle loro sofferenze causate spesso dagli uomini di Chiesa, che utilizzano la dottrina come un machete senza nessun scrupolo, forti dell’identificazione dottrina-verità, mi chiedo a cosa siano serviti secoli di filosofia e di teologia, se non sono riusciti a sgretolare nel pensiero occidentale pregiudizi ancestrali ingiustificati, tenuti in piedi solamente da ragioni artefatte, messe in piedi per salvare l’opinione comune. Nonostante da decenni la scienza affermi che ci sono persone che nascono omosessuali, la cultura nella quale siamo nati e della quale ci siamo imbevuti, rifiuta questo dato confermato dalle stesse persone interessate. Basterebbe fermarsi ed ascoltarle. Come prete dico: basterebbe prendere sul serio le testimonianze ascoltate nelle confessioni, per capire che nella dottrina cattolica che dichiara “l'inclinazione omosessuale oggettivamente disordinata, c’è qualcosa che non funziona, qualcosa che non è inerente alla realtà. Quando la teologia non spiega la realtà, o la spiega parzialmente, mettendo delle pezze a ciò che, a causa delle precomprensioni culturali, non riesce a comprendere, significa che ha imboccato la strada dell’ideologia e, come sappiamo, qualsiasi ideologia è di parte, difende interessi, provoca divisioni dentro e fuori le persone. Come ha sostenuto la teologa Cristina Simonelli, attuale presidente delle teologhe italiane, nel suo intervento al V Forum dei cristiani LGBT: “Il catechismo della Chiesa cattolica è una sintesi datata, non certo eterna o intangibile: a dimostrazione, è stata tolta la liceità della pena di morte, può essere tolto anche il disordine oggettivo!  Si tratta dunque di un documento che merita rispetto, sì, ma anche comprensione storica, critica, teologica e dunque dibattito”.

Sono solo due anni che come pastore accompagno cristiani LGBT e già sono stanco di sentire l’ipocrisia della Chiesa che servo, che utilizza le parole magiche dell’accoglienza e dell’inclusione senza poi, dall’altra parte, offrire i contenuti della stessa. Rimango stordito quando ascolto le belle parole dell’accoglienza da quella mia Chiesa, che poi sbatte volgarmente fuori dai confessionali fratelli e sorelle che s’inginocchiano per chiedere misericordia. Ma che roba è questa? Di che cosa stiamo parlando? Soprattutto: ci rendiamo conto dei disastri che stiamo combinando in nome di un Vangelo che il mondo non riconosce nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti schizofrenici? Con la bocca, infatti, diciamo una cosa, mentre con i nostri gesti la neghiamo. Perché non permettiamo ad una persona omosessuale di leggere in Chiesa o di fare catechismo (su questo tema specifico la letteratura è spiacevolmente e vergognosamente enorme)? Come si fa, poi, a dire ai cristiani LGBT “ti accolgo nella comunità” e poi vescovi e preti proibiscono di realizzare le veglie per le vittime dell’omofobia? Quanta vergogna e quanto imbarazzo ho sentito in questi due anni in cui assieme agli amici e amiche del gruppo abbiamo organizzato le veglie di preghiera e venire barbaramente e violentemente attaccati da quegli stessi fratelli e sorelle che alla domenica incontravamo attorno alla stessa mensa del Signore per ascoltare la sua stessa Parola e cibarci del suo stesso corpo. Perché accadono queste cose? Che cosa hanno fatto? Non hanno diritto di pregare come tutti? Perché tu che sei stato messo per essere il pastore conforme al Vangelo del Signore, sbatti le porte in faccia a questi fratelli e sorelle? Eppure i cani li lasciamo entrare nelle Chiese!

Chi lavora da anni con i cristiani omosessuali sente che, grazie anche agli impulsi e agli stimoli dottrinali di Papa Francesco, è giunto il momento di osare qualche passo in più nella direzione di un’accoglienza che sia retta da una nuova elaborazione dottrinale e teologica. Lo ha ricordato suor Fabrizia che da dieci anni, assieme alle sue consorelle domenicane, ha aperto le porte del monastero di Firenze. Dopo aver ricordato che: “le nostre comunità cristiane, che hanno condannato per lo più al nascondimento le persone LGBT presenti al loro interno, lasciando sussistere il sospetto di un sottile legame tra condizione omosessuale e perversione morale, debbono riconoscere di aver tradito lo sguardo benedicente di Dio”, suor Fabrizia ha aggiunto che “per quanto sia fondamentale la conversione pastorale, siamo convinte che questa non basti. Crediamo che la teologia sia chiamata oggi a ripensare con coraggio, secondo la sua specifica vocazione alla ricerca, le questioni relative al mondo LGBT”.

I nostri fratelli e le nostre sorelle LGBT ci stanno facendo crescere, ci stanno aiutando a togliere dai nostri occhi il velo dell’ipocrisia, ci stanno aiutando a capire il vangelo divenendo in questo modo, un luogo ermeneutico incredibile. Per questo, ve ne siamo grati e preghiamo perché anche i nostri pastori-vescovi escano al più presto dalle facili parole e dai facili atteggiamenti di maniera, per riconoscere finalmente il dono di grazia che Dio ha fatto con la vostra vita omosessuale.




lunedì 16 aprile 2018

IL VESCOVO MASSIMO VISITA IL GRUPPO CRISTIANI LGBT di REGGIO EMILIA





Reggio Emilia, Monsignor Massimo Camisasca visita il gruppo di credenti LGBT della parrocchia di Regina Pacis. Un gruppo che, quando si incontra, è per pensare a Dio, al Suo amore. Per incontrarsi come amici e vivere come dirà il Vescovo :"un bel momento di condivisione, di meditazione". Questa sera c'è un amico nuovo, un battezzato Vescovo seduto ad una tavola semplice, con una pizza sopra.

Più tardi in chiesa per entrare insieme nella settimana santa (è la sera di lunedì santo), il Vescovo ci inviterà a partire dalle nostre vite, per disporci a vivere il nostro rapporto con Gesù con "amicizia", non come una "ideologia". Al termine della preghiera ascoltando il Vescovo nel suo intervento breve e significativo, non si poteva non sentire una eco lontana nel tempo, ma vibrante, delle parole di Don Giussani, nel suo invito a cercare Dio...guardare la storia delle persone: "ogni persona ha il suo mistero, noi dobbiamo essere attenti al mistero di ciascuno". Sono parole chiare: parresia e misericordia: "Questo non vuol dire non avere giudizi, ma avere giudizi non vuol dire criticare le persone e le cose.". È un momento pregnante e disarmante, all'inizio della settimana santa: un altro passo deciso verso la Pasqua. 
Il Vescovo dice che prima di tante cose dobbiamo sapere che: "la Chiesa vi accoglie". Una accoglienza delle esperienze e delle persone, perché ogni persona ha il suo mistero: "Attenzione al mistero di ciascuno, alla vocazione di ciascuno...". È stata una esperienza di accoglienza reciproca, si sono viste le braccia di questa Chiesa che accoglie: erano quelle di Monsignor Massimo e del nostro amico Don Paolo.  Era l'inizio della settimana santa ed era già Pasqua.
Maurizio Mistrali

sabato 16 dicembre 2017

CHIESA E PERSONE OMOSESSUALI: LA RIFLESSIONE DI TERESA FORCADES



Paolo Cugini

L’opera della teologa catalana Teresa Forcades[1] fornisce diversi spunti significativi nel cammino della ricerca sul rapporto tra omosessualità e chiesa. In primo luogo, la Forcades inserisce il discorso sull’omosessualità all’interno della teologia queer, della quale è una delle più importanti promotrici e sostenitrici. Queer è un concetto antropologico utilizzato dalla Forcades per affermare il carattere unico e originale di ogni individuo e: “l’affermazione dell’impossibilità di utilizzare, nell’ambito della persona, qualsivoglia categoria, che sia di genere, di classe o di razza. Le categorie che classificano l’essere umano sono, per così dire, opacità, che non consentono di vederlo nel suo tratto di originalità”[2].

Questo cammino teologico intende fare i conti con la diversità sessuale senza esprimere nessuna condanna a priori, per aprirsi ad ogni possibile comprensione. Punto di partenza di questa riflessione teologica è la percezione dell’identità della persona intesa non in modo statico, ma dinamico. Il riferimento di questa intuizione è l’idea di creazione continua. Essere creati ad immagine e somiglianza di Dio, significa assumere la responsabilità di collaborare all’opera della creazione, che è in continuo divenire. In questa prospettiva, l’identità personale non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una possibilità che ci viene offerta. Adulti si diventa grazie ad una costante assunzione delle proprie responsabilità e alla capacità di porsi in modo libero e creativo dinanzi alle strutture culturali, che assimiliamo e che ci fanno credere di essere in un modo invece che in un altro. “Uomini e donne – sostiene Forcades – sono chiamati ad avventurarsi in un processo personale che li porta in uno spazio che io chiamo queer, uno spazio aperto in cui l’identità è da cercare, non è qualcosa di già dato”[3].
Il fato che la differenza sessuale sia un dato transculturale, non significa che una persona deve rimanere all’interno di questa identificazione iniziale. Secondo Frocades, l’errore della società patriarcale e di un certo tipo di femminismo, è pensare che quell’origine debba rimanere costante nel corso della vita. Ciò significa che il punto di partenza ha un genere, mentre il punto di arrivo no. “La mia identità infantile ha un genere (femminismo della differenza); la mia identità matura (o cristica) è transgender o queer[4]. C’è quindi, un cammino, un esodo che ogni persona è chiamata a compiere se vuole divenire pienamente umana, un cammino che si realizza durante tutta la vita. Essere adulto significa cammino in divenire, vincendo la tentazione di fissarsi su di un modello culturale identitario, per mantenersi aperti alla novità possibile. In questa prospettiva la diversità, lungi dall’essere un problema o una difficoltà, diviene una possibilità. Dobbiamo conquistare la nostra identità tutti i giorni.

Nel capitolo dedicato al tema del rapporto tra fede e gender, Forcades fa appello al senso della realtà, nella linea indicata da Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium. Se parlare di gender significa prendere in considerazione la comprensione culturale e soggettiva della sessualità, allora quando sul piano della realtà s’incontrano delle differenze, sono proprio queste che vanno ascoltate. Non può più accadere, come invece purtroppo accade soprattutto in questo ambito così delicato, che sia la teoria a interpretare e a leggere la realtà. Quando in gioco ci sono le persone, il primato dev’essere sulla realtà e non il contrario. La teoria dev’essere il momento successivo all’ascolto della realtà. Se, allora, è vero che esistono tre dimensioni del sesso biologico, vale a dire il sesso cromosomico, il sesso gonadico e quello genitale, già al primo livello la realtà manifesta che non vi sono solo due possibilità xx (femmina) e xy (maschio), ma diverse opzioni. Seconda Forcades anche se esistesse una sola persona al mondo dotata di una differenza cromosomica, sarebbe sufficiente per mettere in discussione la teoria. Dinanzi all’unicità della persona umana non c’è teoria che tenga, ma è questa che provoca le domande di senso. Non è, infatti, la persona per così dire diversa, che deve adattarsi alla teoria, ma è la teoria che dev’essere modificata a partire dalla diversità osservata. Le sindromi di Klinefelter (xxy) e di Turner (x0) dimostrano che nella realtà, in natura non tutto rimane collocato nella dicotomia maschile e femminile, provocando la domanda: sono femmine o maschi?
Questa diversità, che va al di là della dualità, non esiste solamente a livello cromosomico, ma anche a livello gonadico. Succede, infatti, che a volte uno abbia senza saperlo, una gonade che al tempo stesso è tessuto ovarico e tessuto testicolare. “Non volgiamo vedere la complessità della realtà che ci circonda, ma è importante prenderne visione affinché la nostra teoria ne tenga conto[5]. Anche a livello genitale esiste la diversità, che non è possibile catalogare entro la dualità maschio e femmina. Forse, comunque, il livello più complesso è quello psicologico. Ci sono persone che, pur avendo un sesso biologico maschile a livello cromosomico, gonadico e genitale ed essendo considerati quindi dalla società maschi, hanno una coscienza femminile e viceversa: questo è il transessualismo. Spesso questa realtà, sostiene Forcades, la si ignora perché è difficile affrontarla. I cristiani, però, non possono chiudere gli occhi dinanzi alla realtà e non possono fasciarsi la testa dalle teorie culturali della società in cui vivono, perché sono ristrette e non tengono conto dell’interesse del singolo individuo. Sempre sul piano psicologico è importante tener conto di quello che avviene a livello del desiderio. Può succedere, allora, che emerga un desiderio verso una persona dello stesso sesso. Una teologia che si mantenga aperta alla realtà come manifestazione del divino, non può immediatamente ricorrere alla teoria del peccato quando appare una differenza, ma deve porsi in ascolto della complessità e non chiudersi nelle facili semplificazioni teoriche. Troppe volte il desiderio verso una persona dello stesso sesso è stata considerata come patologia. “Certo sono diverse dalla maggior parte delle persone – nel modo in cui le intendiamo normalmente – ma questo non significa che dobbiamo leggere questa differenza in modo negativo […] Alcune di queste persone non hanno complicazioni mediche e conducono una vita pienamente compiuta, stanno bene e non presentano problemi se non quelli di carattere sociale, dal momento che spesso non vengono accettate[6].
La grande sofferenza delle persone omosessuali non è, dunque, causata da problemi di tipo medico o psichiatrico, ma sociale, vale a dire, dal fatto che la struttura patriarcale e maschilista della nostra società non accetta la differenza sessuale, la complessità della realtà, rifiutandosi così di ascoltarla, accompagnarla, integrarla. A detta della Frocades, il cui impegno in campo politico si è profuso su diversi temi, la comprensione della complessità della realtà dovrebbe allo stesso tempo condurre ad un cambiamento non delle persone così dette diverse, ma della società nel suo insieme, per fare in modo che nessuno si senta escluso.
Prendere sul serio la problematica delle persone omossessuali in un contesto sociale com’è quello occidentale fortemente omofobo, comporta di non rimanere solamente sul piano della tolleranza, o dell’accoglienza, ma esige passi sempre più chiari verso l’integrazione delle persone omosessuali sia sul piano giuridico che religioso. Interessanti sono, a questo proposito, le riflessioni che la Forcades propone per motivare il suo essere a favore del matrimonio omosessuale. L’idea di complementarietà che solitamente viene utilizzata per spiegare il senso del matrimonio non solo cristiano, secondo la nostra autrice non funziona, perché esprime in malo modo il senso autentico dell’amore. Il concetto di complementarietà, è infatti secondo al Forcades, la riduzione del concetto di amore che deriva dalla prospettiva binaria. Amare una persona non può voler dire cercare una persona che ci completi. Per cogliere in profondità il significato autentico dell’amore occorre uscire dagli stereotipi che provengono dalle semplificazioni della visione binaria della sessualità, ma occorre, in un certo senso, abitare la complessità. Teresa Forcades, a questo proposito, utilizza la riflessione elaborata durante il lavoro di dottorato svolto sul tema della Trinità. Dove possiamo trovare il significato autentico dell’amore di Dio se non osservando da vicino il mistero della Trinità? E’ allora, a questo mistero che dobbiamo rivolgere la domanda sul significato dell’amore umano e non alla dottrina della Chiesa. L’amore trinitario non ha nulla a che vedere con la complementarietà. “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone distinte: questo è il centro del pensiero trinitario nella storia. Sono differenti, ma non nel senso di uno che completa l’altro[7]. Amare, in questa prospettiva trinitaria, non significa andare alla ricerca di qualcosa che ci manca e quindi ci completa. Dio non ci ama perché ne ha bisogno, per completarsi: la gratuità è centrale nell’amore trinitario e nel cristianesimo in generale. Per comprendere meglio il senso dell’amore trinitario Forcades fa appello ad un termine teologico: pericoresi, che significa fare spazio intorno. L’amore trinitario come amore pericoretico, produce spazio intorno alle persone. In questa prospettiva è comprensibile come l’amore autentico non solo esige, ma produce libertà per la persona amata. “Percepisco che qualcuno mi ama quando sento che nella relazione, accanto a quella persona, lo spazio attorno a me si amplia. In questo tipo di relazione posso anche essere me stessa in qualcosa che ancora non so di me, si schiude uno spazio nuovo attorno a me in cui oso entrare. Questo spazio è la migliore definizione dell’amore[8].
Amare significa fare spazio all’altro, in modo tale da permettergli di essere ciò che deve essere. Tutte le volte che la relazione si chiude nella complementarietà duale, rischia di collassare. La dinamica della pericoresi garantisce all’amore un dinamismo creativo. E’ per questo motivo, per il modo d’intendere l’amore, che la Forcades afferma di essere a favore del matrimonio omosessuale. Non basta smettere di discriminare o diventare tolleranti nei confronti delle persone omosessuali. Occorre avere il coraggio di compiere un passo ulteriore. “Sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone sia etero sia omosessuali, a patto che fra di loro vi sia un amore autentico fatto del riconoscimento di quello spazio che circonda ogni persona e la comprensione che il matrimonio riguarda anche la comunità nella quale vivono[9].

Uscire dallo schema della sessualità duale, imposto dalla cultura incapace di elaborare un pensiero a partire della realtà che si manifesta nella sua complessità, permette di elaborare proposte sino ad ora impensabili. Elaborazione concettuale, che diviene significativa perché non sgorga dal nulla, ma dalla riflessione sull’amore pericoretico, così come si manifesta nel mistero della Trinità. In ogni modo, la Forcades non si ferma alla possibilità del sacramento del matrimonio per le persone omosessuali, ma arriva persino a criticare il matrimonio eterosessuale. Se, infatti, la santità appartiene a Dio, allora l’amore santo prima di provenire da una relazione di complementarietà, si manifesta in quelle relazioni in cui l’amore non è un bisogno, ma una possibilità che offre spazio per un cammino di autenticità. C’è dunque santità anche nell’omosessualità. “L’omosessualità in sé non è più santa dell’eterosessualità, né vale il contrario, ma per il solo fatto che esiste (a prescindere dalla qualità morale della singola persona omosessuale) è una benedizione e apre alla diversità in un modo che arricchisce la nostra ricerca teologica”[10].
 Affermazioni forti, che dicono di una chiarezza di vedute sul tema del delicato rapporto tra Chiesa e omosessualità, in linea con le argomentazioni sopra riportate. Senza Dubbio per la Forcades l’omosessualità prima di essere un problema è un dono, perché permette alla Chiesa e all’umanità un punto di vista differente per osservare il proprio cammino nella storia e, in questa prospettiva, l’arricchisce di nuovi significati.


[1] Teresa Forcades è una suora di Barcellona, medico e con un dottorato in teologia. Insegna da alcuni anni Teologia queer a Berlino. Si è impegnata molto nel suo Paese nella lotta contro le multinazionali farmaceutiche. E’ a favore della separazione della Catalogna dalla Spagna e, per questo, è entrata per alcuni anni in politica. E’ autrice di diversi libri sia su temi di medicina che di teologia.
[2] FORCADES, T., Siamo tutti diversi. Per una teologia queer, Castelvecchi, Roma 2016, p. 56-57
[3] Ivi. P. 71
[4] Ivi., p. 72. Sul tema cfr. FORCADES, T., La teologia femminista nella storia. Il ruolo delle donne e il diritto all’autodeterminazione femminile, Nutrimenti, Roma 2015
[5] Ivi., p. 120
[6] Ivi. P. 122. Su questa riflessione cfr. anche: FORCADES, T., Fede e libertà, Castelvecchi, Roma 2017, p. 69-71
[7] Ivi., p. 123
[8] Ivi., p. 33
[9] Ivi p. 125
[10] Ibidem

martedì 3 ottobre 2017

DIALOGO SULLA CHIESA DI FRANCESCO






Dibattito all’interno del gruppo Francesco dopo la lettura del capitolo 8 dell’AMORIS LAETITIAE

Sintesi: Paolo Cugini

Elena: mi sono ritrovata nelle affermazioni di Papa Francesco perché sentirsi guardati visti come la Maddalena o il figliol prodigo si fa presto fare un parallelo. Faccio una provocazione: senza voler giudicare il cammino di nessuno, come coniugare la misericordia che ci è stata donata con chi ha dei figli? Oggi questa misericordia è un po' diluita. Lo sfascio che vediamo è evidente. Come possiamo accompagnare i giovani alla consapevolezza di sé? La famiglia serve per dar solidità ai figli? Come possiamo fare per un’azione di accompagnamento? Come aiutare a capire che c’è un orizzonte verso cui guardare insieme? Cosa possiamo fare affinché lo sfascio delle famiglie finisca? Problema dell’affido condiviso.

Raffaella: il problema non è la separazione, ma il conflitto. Quello che fa male ai figli è la presenza del conflitto. Quelli che si separano a volte è perché da piccoli sono vissuti nell’inferno. Ho dei figli che credono nel matrimonio anche se sono separata. A volte succede il contrario. Occorre puntare sul perdono. Tante volte la pace si raggiunge con la divisione. Occorre avere la capacità di perdonarsi continuamente.

Manuela: sono divorziata. Ho sofferto più io dei miei figli. Mi sono sentita offesa dalla Chiesa. Ho cresciuto tre figli di cui uno è disabile. Desidero una chiesa che accoglie. I miei figli non sono più andati in Chiesa. Il prete deve imparare ad essere accogliente. Chi rimane deve poter soffrire insieme a qualcuno.

Emanuele: San Paolo dice di non sposarsi. Ci siamo dimenticati di ciò che è successo in passato. In origine tutte le persone partecipavano a queste cose. A san Bartolomeo si respira il sapore delle origini. Occorre che partecipiamo attivamente alla chiesa. Manca il sentimento nei cristiani di vivere con profondità il messaggio di Gesù e portarlo nella società. Vengo da 13 anni di allontanamento dalla Chiesa. La Chiesa che conoscevo si arenava in un giudizio ed in una lettura superficiale. Riprenderci in mano la nostra chiesa.

Sandra: vengo da una cultura cristiana molto rigida e devo compiere un lungo cammino per uscire. I discorsi di papa Francesco sono belli, ma facciamo fatica ad accoglierli. Abbiamo bisogno di aiuto. Dobbiamo aprire le menti e vedere le cose da un altro punto di vista.

Vanna. C’è un dato. Dagli anni ’60 ad oggi le coppie che si sono separata sono passate da 19 mila a 97 mila. La domanda è: che cosa possiamo fare davanti a questo fenomeno che è trasversale e che riguarda tutte le classi sociali. Una delle cose fondamentali è la preparazione al matrimonio, che sia la preparazione all’accettazione dell’altro che deve avvenire in un contesto di comunità. La messa domenicale è spesso puro ritualismo. Questa estraneità non è essere chiesa, perché la Chiesa è un condividere. Non è al sacerdote che devo fare il riferimento, ma è all’intera comunità che devo rispondere. Lo sforzo maggiore è quello di diventare comunità, è di poter avere momenti di condivisione e di poter contare l’uno sull’altro. Ciò vale sia per il discorso della Chiesa, che per il discorso sociale. Queste parole di Francesco o ci permeano o altrimenti è inutile. Se ci piacciono ci devono cambiare nel nostro stile di relazioni cristiane. È molto più semplice andare a messa con la pelliccia di visione e poi tornare a casa, senza coinvolgimento verso l’altro. Nella prima adolescenza ricordo l’ostilità che il Concilio Vaticano II provocò in un certo tipo di Chiesa.

Andrea: ci vuole del coraggio. La comunità dev’essere accogliente. Possiamo fare tanta strada se sappiamo accogliere. Dobbiamo essere accoglienti. È il primo passo. A volte rimaniamo chiusi nelle nostre certezze.

Stefano di Parma: quando sento parlare di comunità e di accoglienza mi viene un brivido. Dobbiamo trovare qualcosa di nuovo. Occorre andare oltre. Le persone che chiamiamo lontane dalla chiesa non desiderano avvicinarsi alle nostre comunità. La mia comunità non è disposta ad accettare persone lontane, o se lo fa, lo fa come assistenza. Sei sempre tu che devi andare da loro, verso la comunità. Piano piano mi sono allontanato e ho cercato di rimettermi in gioco. Mi chiedo: questo lavoro che ho fatto da solo come posso condividerlo? Il mondo ha bisogno di persone come me. In questa mia metodologia ho imparato ad essere cristiano nel mondo. A volte le nostre comunità sono troppo chiuse.

Enrico: L’omosessualità è uno dei punti molto dolenti nella Chiesa. C’è sempre un giudizio. Questo giudicare è passato nel nostro modo di agire. Se vogliamo cambiare questa Chiesa dobbiamo avere il coraggio di cambiare il nostro cammino. Devo ringraziare coloro che hanno condiviso con me il cammino con le persone omosessuali perché mi hanno aiutato molto. Le esperienze di sofferenza devono poterci insegnare qualcosa.

Marcello: Non dobbiamo avere fretta. Dobbiamo consolidare insieme. Mi è piaciuto molto l’incontro di stasera. Aspetto auto-formativo. Farsi prendere dal fare. Essere troppo abbagliati da Francesco Bergoglio. Diamoci il tempo di consolidare le nostre opinioni e di fare un cammino insieme. 15 secoli di clericalismo non si cambiano in cinque minuti. Me lo dico a me. In un prossimo incontro potremmo approfondire il rapporto che esiste tra le parole di Francesco, il Vangelo e gli atti degli apostoli. Quello a cui tendiamo dev’essere forte, costruito su fondamenti importanti. Darci il tempo di metabolizzare e formarci insieme.

Michele da Parma: nelle parole dette c’è un bel percorso di vissuto. Ci sono a volte delle tragedie che sono più grosse di noi. Non ho mai mollato la Chiesa e mi piace pensare che la Chiesa sia di Gesù Cristo più che di Francesco o do Camisasca. Sono il primo che deve perdonarsi. La comunità cristiana non è pronta. I preti non sono pronti. Non sono preoccupato della comunità cristiana: è interessante il mondo. La formazione va fatta sul Vangelo e non sulle teorie.

PROSSIMI INCONTRI:
 DOMENICA 5 NOVEMBRE ORE 20 Oraotrio Regina Pacis. Tema: I fondamenti Evangelici della proposta di Francesco

DOMENICA 3 DICEMBRE ORE 20 Oratorio Regina Pacis. Tema: Francesco e la Chiesa popolo di Dio. Un confronto con la Chiesa Latinoamericana

venerdì 15 settembre 2017

OMOSESSUALITÀ DONO DI DIO





Ho ricevuto da don Eugenio questa bellissima e profonda omelia del vescovo brasiliano Carlos Cruz Santos, che pubblico volentieri nel mio blog




Mons. Antonio Carlos Cruz Santos, Vescovo di Caicò (Rio Grande do Norte – Brasil), ha sostenuto, nella sua omelìa nella Messa del 30 luglio 2017, che la omosessualità è un dono di Dio.
(traduzione di don Eugenio Morlini)

In questa settimana, mercoledì giorno di Sant'Anna, nel programma di Marcos Dantas c'è stata una intervista che mi ha preoccupato. Marcos Dantas ha intervistato il professor Eldes Dos Santos Filhos sulla sua discussione di dottorato; questa era la sua tesi: “prevalenza e fattori associati all'idea suicida tra i travestiti e i transessuali.
La tesi che questo professore sosteneva era presentare il numero dei suicidi tra i travestiti e i transessuali”.
Dopo aver assistito a questo reporter ho pensato a quei tanti fratelli e sorelle con orientamento affettivo che si sentono incompresi e non amati da noi, che siamo della Chiesa, dalle loro famiglie, dalla società e pure da se stessi, proprio come capitava nel tempo della schiavitù.
Ho ricordato in questi 25 anni di ministero pastorale le tante storie di sofferenza di fratelli e sorelle con orientamento affettivo che sono venuti a confidarsi da noi, portando il loro dolore e sopratutto il dolore di non sentirsi accolti e amati.
Mi ricordo di un fatto. Una volta una mamma mi cercò perché il suo figlio giovane gli aveva rivelato il suo orientamento (la sua tendenza) omoaffettiva (omosessuale). Questa donna aveva una posizione sociale di un certo prestigio ed ella non riusciva ad accettare questa tendenza del figlio. Come mamma voleva bene, ma per il peso della cultura insita in essa, per il peso della società, non riusciva ad accettare. Ella comprendeva che la tendenza del suo figlio era una tendenza negativa nella confortevole società in cui si trovava. Ho tentato di fare con questa mamma un cammino, ma non è facile fare un cammino quando siamo davanti a queste situazioni. Mi proposi accompagnare il figlio che però non mi ha mai cercato. Poco tempo dopo questa mamma ebbe un tumore, possibilmente quel tumore era frutto della somatizzazione del dolore che aveva nel non accettare la tendenza del suo figlio, e questo tumore la condusse alla morte. Quando andai a fare le esequie il figlio stava al mio fianco ed egli mi disse, piangendo, io so che sono colpevole della morte di mia mamma. Gli dissi di venirmi a trovare, ed egli non è venuto. Pensai molto nel dolore che questo figlio porta dentro di se di questa colpa che egli non ha: la colpa non era della sua tendenza, ma era della sua mamma per non aver superato i suoi preconcetti.

Tutti voi sapete che c'è un problema che mi preme molto ed è il tema del suicidio attorno a noi, e questa intervista che ho ascoltato mi ha colpito molto.
La statistica ufficiale ci dice che il 90% della nostra popolazione si dice cattolica, quindi il 90% della gente beve questo brodo della cultura cattolica e lo conferma la vostra numerosa presenza in questa festa di Sant'Anna. Allora mi chiedo se questo non è una sfida per noi, che abbiamo dentro questa cultura cattolica, il dare una buona notizia per questi nostri fratelli e sorelle che tanto soffrono come questa mamma ha sofferto, che soffrono come questo figlio ha sofferto, che con certezza ci stanno ascoltando e sono anche qui in mezzo a noi, e molte volte attendono da noi una buona parola, una buona notizia.
Il Vangelo per eccellenza è vangelo della inclusione; il Vangelo è una porta stretta, è esigente, ma è una porta sempre aperta: Dio non chiude mai la porta per nessuno; per questo forse è il momento; così come siamo stati capaci di intendere meglio il vangelo e vincere la schiavitù; non è giunta l'ora di intendere meglio, nella prospettiva della fede, e superare i preconcetti contro i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive (omosessuali). Pensiamo sinceramente, con una prospettiva di fede, quando noi osserviamo la omosessualità, noi non possiamo dire che l'omosessualità è un opzione, una scelta. Una scelta è una cosa che tu liberamente scegli, e l'orientamento, la tendenza, nessuno la sceglie, un giorno uno si scopre con questa o con quella tendenza; la scelta riguarderà soltanto la maniera come tu vivrai nella tua tendenza, se in una forma degna, etica o in una forma promiscua, ma la promiscuità si può vivere in qualsiasi tendenza, orientamento, che uno ha (eterosessuale o omosessuale).
Considerato che non è una scelta, che l'Organizzazione Mondiale della salute non lo considera più come una malattia, nella prospettiva della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un dono è dato da Dio. Non c'è verso, se non è scelta, non è malattia, è dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri, e si diceva che i neri non avevano l'anima, il nostro preconcetto non permette di percepire questo dono.
È un preconcetto, gente, ed un preconcetto avviene prima della cosa, dell'esperienza.
Come il preconcetto ha reso possibile la schiavitù, come il preconcetto di fronte ai profughi in Europa, come un preconcetto a volte rende insensibili tanti politici del nostro Paese davanti al dolore dei più poveri, come il preconcetto rende possibili leggi ingiuste per le comunità indigene… tanti e tutti preconcetti gente mia.
Papa Francesco è visto da tanta gente della Chiesa come colui che rende povera la dottrina cattolica e la svende; in verità ciò che Pappa Francesco desidera è che il punto di partenza della dottrina cattolica sia la misericordia… e la misericordia costa molto cara, Cristo ha pagato un prezzo molto caro e anche noi paghiamo questo prezzo caro per essere fedeli al Maestro Gesù.

Quando Papa Francesco per la prima volta è stato qui in Brasile nella Giornata Mondiale della Gioventù nel 2013, ritornando a Roma, nella solita intervista che concede sull'aereo, una giornalista brasiliana fece una domanda rispetto a quello scandalo omosessuale che avvenne nel Vaticano in quei giorni. Nella risposta egli ci diede una perla preziosa nel comportamento verso i nostri fratelli omosessuali: se una persona è gay e cerca il Signore ed ha buona volontà, chi sono io per giudicare? il catechismo della Chiesa Cattolica dice che non si devono marginalizzare queste persone ma devono essere integrate nella società. Nell'ultimo sabato del 2015, in una udienza privata (l'ha rivelato la persona stessa) il Papa ha ricevuto il transessuale Diego Nerìa Leharrada e la sua compagna. Come è avvenuto questo incontro? Il Papa ha ricevuto una sua lettera che parlava del dolore che soffriva e del preconcetto che soffriva nella sua comunità cattolica. Allora il Papa gli telefonò e fissò l'udienza; e dopo l'udienza questo ragazzo diede una intervista. Diceva che nella sua comunità era chiamato dal parroco e dalla gente come figlio del diavolo. Papa Francesco, sensibilizzato, volle accogliere colui che non era stato accolto dalla Chiesa.

Papa Francesco nell'Enciclica “Amoris laetitia” dedica tutto il capitolo 8° per le situazioni irregolari; ed egli propone tre passi per accompagnare questi fratelli. Mi chiedo se quei tre passi noi possiamo percorrerli con i nostri fratelli omo-affettivi (omosessuali): accompagnare, discernere, integrare. Non sarebbe questa la sapienza salomonica che dovremmo imparare da Gesù, non sarebbe questa la misericordia che abbiamo ricevuto in eredità da Dio; non siamo tutti, indipendentemente dalla nostra tendenza, immagine di Cristo? Quando Cristo ci ama, non guarda i nostri organi genitali, ma guarda il nostro cuore, e quando ci chiama, ci chiama per il cuore e noi andiamo con tutto, compresa la nostra tendenza, e siamo immagine del Signore. Non è questa la perla preziosa che Sant'Anna ci sta dando oggi, come ci ricorda il Vangelo, la perla della misericordia del suo nipote, del suo Dio e del nostro Dio, del Figlio di Maria, del Figlio di Dio, nostro fratello. Che Sant'Anna ci insegni come ha insegnato a Maria, a fissare gli occhi nel trapassato Gesù e nello sguardo misericordioso per i trapassati nella storia; ed oggi vorrei contemplare come trapassati nella storia i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive (omosessuali) che non sono accolti e né amati da noi. Che Sant'Anna ci mostri il cammino verso Gesù.

martedì 16 maggio 2017

COSTRUIRE COMUNITÀ ACCOGLIENTI-CONVEGNO





CENTRI MISSIONARI DELL'EMILIA ROMAGNA

IMOLA 16 MAGGIO 2017

Intervento di: Erio Castellucci, vescovo di Modena
Sintesi: Paolo Cugini

Punto di riferimento due documenti: Dalle feconde Memorie alle coraggiose prospettive; Evangeli Gaudium.
Comunità. Costruire comunità accoglienti significa cercare di capire cos’è una comunità. Quattro modelli di comunità:
a.      La mia comunità potrebbe essere, in primo luogo, l’insieme degli operatori pastorali.
b.      Comunità anticamente erano tutti coloro che si nutrivano dell’unico corpo di Cristo. I cristiani avevano una visione di chiesa radicata sull’Eucarestia. Per questo ci s’identificava con il Vescovo da cui ci si comunicava. Il primato di Roma nasce anche da questa esigenza di un punto di vista comune.
c.       Con comunità cristiana possiamo indicare anche l’insieme dei battezzati di un determinato territorio, che è molto più ampio dell’insieme dei praticanti e che fanno qualcosa in parrocchia. Occorre avere quest’orizzonte, se no la comunità diventa un gruppetto scelto. Se per esempio un parroco ha un’idea di comunità ristretto, ci sarà un tipo di comunità che lui ha in mente. Anche il significato di comunità come insieme di battezzati deriva dall’antichità, quando il battesimo era considerato la porta d’ingresso nella comunità.
d.       C’è poi la comunità civile, vale a dire l’insieme di tutti coloro che vivono in un teriritorio. Anche questo orizzonte è comunitario da tenere presente.
Quando parliamo di comunità non intendiamo un gruppo rigido, definito, ma intendiamo un’appartenenza che può vivere diversi livelli d’intensità. Con il principio di Evangeli Gaudium 225: il tempo è superiore alo spazio, papa Francesco ci dà la prospettiva che dobbiamo pensare in termini di processi. Nell’Amoris Laetitia parla di situazioni compiute e in cammino. Comunità non è una cittadella, ma un insieme di discepoli in cammino e quindi accoglienti dovrebbe essere inutile specificare che dovrebbero essere inutile. Nel concetto di comunità cristiana c’è già una possibilità di accoglienza, un’appartenenza dinamica. Quale contributo dei fidei donum?
Documento  CEI 2007, n. 9. Questa esperienza di scambio missionario porta la missione come una realtà vicino alla gente. Ha una ricaduta positiva sul presbiterio diocesano. È senza dubbio un compito. Si eredita una concezione di ministero presbiterale statica. Tutti siamo ordinati dentro una chiesa locale per la chiesa universale. Perché è la chiesa locale stessa che è soggetto della missione. Il Concilio ha superato l’idea del prete diocesano che per suo coraggio parte e fa il missionario. Questa idea è superata perché è la diocesi che è missionaria oppure tradisce la sua natura. È la chiesa che si apre a paesi che possono diventare dei fratelli per divenire scambi missionari. È la diocesi che si esprime, perché il soggetto è la diocesi. Il soggetto è il presbiterio nel caso dei presbiteri che partono. I presbiteri missionari sono stimolo per creare comunità di annuncio. Apporto attento alla centralità dell’annuncio. Abbiamo perso la semplicità dell’annuncio e delle relazioni. E’ tutto più macchinoso. I fidei donum ci richiamano il contatto con gli ultimi e i poveri e la religiosità popolare. I fidei donum ci mantengono con i piedi per terra. Vedere con i propri occhi per capire la realtà. Molte fasce di povertà non si affacciano alla vita liturgica ed eucaristica.
Conclusione:
Che cosa significa una conversione missionaria rispetto alla semplice conversione dell’esistente? Papa Francesco parla di riforma. Questa riforma ha tre livelli:
1.      La conversione del cuore. È il primo passo. La conversione è la sorgente di ogni riforma. Se il cristianesimo ha preso piede nella storia è perché non è partito proclamando rivoluzioni di strutture, ma partendo dalla conversione del cuore. Convertitevi e credete al Vangelo: è il punto d’inizio.

2.      Lo stile. La conversione del cuore deve riflettersi a livello personale e comunitario. Uno stile accogliente è lo stile di chi accompagna, discerne e integra. È di chi si mette al punto in cui l’altro è, gli si mette a fianco, lo accompagna. L’Amoris Laetitia contiene uno stile pastorale rinnovato, più che delle novità teologiche. Il tempo è superiore allo spazio. Poi discernere per capire le scelte da fare a partire dalla realtà. Lo stile significa arrivare ad una criteriologia evangelica, che non può non creare tensioni nelle comunità. Dobbiamo avere a cuore l’unità. A volte c’è da chiedersi se in alcuni momenti non sia più evangelico dare degli spintoni. A volte l’integrazione passa per la disintegrazione. Anche Gesù ha un po' disintegrato.


3.      Strutture. S’intende anche abitudini, organismi. Evangeli Gaudium dice di non adottare la frase: si è sempre fatto così. Il cambiamento è sempre difficile soprattutto per chi ha non ha fatto scendere il Vangelo in profondità.
L’esperienza ci deve aiutare a richiamare la riforma ai tre livelli.

Intervento di: Paolo Cugini
Mi sono chiesto: quali sono gli aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno orientando le nostre scelte pastorali.
1.      Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero. Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa. L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente della comunità.  Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è mai).

2.      Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti. La fatica di pensare insieme e di scegliere insieme. Esempio dell’accoglienza nel progetto Caritas: emergenza freddo. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti assembleari senza la necessità che il parroco sia presente.

3.      Ministerialità: per permettere alla comunità di vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è un primo livello della formazione che consiste nel cammino biblico. Abbiamo iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica. Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo.

4.      Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire, la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio, catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità.

5.      Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del Camerun, Togo e Congo.Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio provengono da tante nazioni (circa una ventina). Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono esperienze in atto.