Visualizzazione post con etichetta ACCOGLIENZA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ACCOGLIENZA. Mostra tutti i post
venerdì 25 dicembre 2020
venerdì 16 agosto 2019
ASSEMBLEE SINODALI E ACCOGLIENTI
Relatore:
Enzo Bianchi
Sintesi:
Paolo Cugini
La
liturgia è eloquenza della comunità cristiana. Non
si può dire che la crisi della liturgia ha causato la crisi della vita
ecclesiale: le due cose vanno insieme. Occorre riflettere sull’assemblea
cristiana, che è la vita cristiana che diventa soggetto di comunione nello
spezzare il pane. Leggendo le problematiche dell’assemblea possiamo interrogarci
sul futuro della liturgia.
Tentazioni: clericalizzazione
del laicato, laicizzazione del clero. L’assemblea è il luogo dell’Altro e dell’altro,
il luogo dell’esperienza di Dio, dell’alterità, dell’incontro con il suo
mistero; ma anche il luogo dell’esperienza dell’incontro con le persone, di chi
ci è accanto. L’assemblea cristiana va vista nella sua realtà di assemblea
umana, raduna uomini e donne e dev’essere capace di vivere la fraternità e la
sororità. Se un’assemblea liturgica non è capace di esprimere ciò, allora non è
abilitata ad essere assemblea cristiana. Il Signore non vuole solo un insieme
di riti religiosi, o un’auto celebrazione intimistica o collettiva. Nell’assemblea
domenicale va cercato lo stile della fraternità e della comunione. La
giusta posizione di uomini e donne che non si riconoscono, che nell’assemblea
liturgica non s’incontrano, rimanendo estranei gli uni agli altri, causa lo
svuotamento dei gesti, che si vorrebbero di accoglienza reciproca. Sono ferite
inferte all’assemblea eucaristica.
La liturgia
eucaristica deve permettere il costituirsi della fraternità e della sororità.
Convenire nello stesso luogo, pregare insieme, dev’essere un esercizio di fraternità,
nel riconoscimento dell’umanità dei gesti. Quando manca lo spessore umano, l’assemblea
fa fatica ad essere tale. È il dramma che vive la comunità alla messa
domenicale: manca spesso l’umanità. C’è il rito senza l’umanità, il coinvolgimento
attivo delle persone presenti che restano estranee le une alle altre. Così
non si costruisce la Chiesa, che non si costruisce con dei riti. C’è un
problema più radicale del linguaggio liturgico, che è la qualità umana dell’assemblea,
delle persone che si trovano attorno alla mensa eucaristica. Se tutto è
anonimo, se non c’è condivisione e corresponsabilità nella liturgia, come si fa
a parlare di assemblea?
Diamo
troppo per scontato che l’assemblea domenicale sia cristiana anche quando manca
lo spessore dell’umanità per viverla. C’è gente solitaria in
chiesa, giustapposta, ad assistere la messa celebrata dal sacerdote, in un
consumo spirituale privato. Se la liturgia non s’incarna nel vissuto dei
partecipanti, che cosa significa? Che cosa servono le posture ieratiche, le
manifestazioni imperiali. I pontificali? Gesù non aveva nessuna preoccupazione
di abiti liturgici. Anche le prime comunità non avevano queste preoccupazioni:
c’era molta cura delle relazioni umane. I riti sono necessari all’uomo,
ma sono strumentali all’interno del cristianesimo. I iriti non salvano:
lo dicevano i profeti. La qualità cristiana di un’assemblea è data dalla
conformità all’umanità di Gesù. La liturgia saprà parlare all’uomo e alla donna
di oggi se assomiglia all’umanità di Gesù.
È
decisivo che noi cristiani riusciamo ad avere una fede cristiana e non semplicemente
appartenere ad una religione. La nostra fede cristiana
dice che Dio si è fatto carne, terra, uomo. La carne è molto più del corpo: è
il respiro, i dolori, le fatiche, tutto ciò che viviamo è la nostra carne. Il
corpo è l’umanità. Il vero attentato che c’è stato nella storia cristiana è
nell’incarnazione, nel farsi carne di Dio. Il grande problema è riconoscere
Gesù nella carne. Dio si è fatto carne, si è fatto la nostra umanità. Nella
liturgia dobbiamo trovare l’umanità di Gesù nella nostra. Non è vero
che tutto ciò che è religioso è spirituale. Dobbiamo guardare la terra e non il
cielo, perché Dio si è fatto carne, si è fatto Gesù di Nazareth. È la carne che
è salita in cielo, cioè tutta la vita dell’uomo.
Ippolito
di Roma: il vero mistero cristiano è che il verbo
si è fatto uomo come noi uomini. Se non fosse così invano ci avrebbe chiesto di
imitarlo.
Tertulliano: caro
cardo salutis (la carne è il cardine della salvezza).
Dobbiamo abbandonare ogni spiritualismo. Cercare nella
carne di Gesù la resurrezione che vince la morte. La nostra fede cristiana deve
vivere la vita umana di Gesù. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi più
umano.
Nella
liturgia dobbiamo smettere di essere sedotti dal divino, dal potere, ma
dobbiamo tornare al Vangelo, che narra di Dio fatto uomo, terrestre, fatto
carne. Ridare qualità umana alle nostre assemblee: è il compito più urgente.
In
Francia, Belgio, Germania: per rifare l’assemblea cristiana occorre rifare il
contesto dell’assemblea. Accanto alla chiesa sempre c’è una sala.
Prima di andare in assemblea, si ritrovano in una sala con il prete e poi
insieme si va alla messa. Alla fine ci si ritrova per un caffè, per un momento
di fraternità: è una disposizione delle conferenze episcopali locali. Diventa
un’assemblea in cui non consumiamo qualcosa di religioso, ma si lavora per fare
comunità.
Un’assemblea liturgica dev’essere sinodale.
Papa Francesco sta cercando di avviare processi che portino alla sinodalità,
che è il termine chiave del ministero di Papa Francesco. O ci sarà una Chiesa
sinodale, o non ci sarà più la Chiesa. Sinodo significa camminare insieme. Quando
il papa parla di sinodalità non sta parlando dell’assetto istituzionale, di un
particolare sinodo. Quello che chiede papa Francesco è la sinodalità come
stile, facendo camminare tutto il popolo di Dio con i suoi pastori, in
una corresponsabilità che sia reale, concreta, È un compito che richiede tempo,
ma soprattutto una conversione profonda nel vivere la Chiesa. È possibile
pensare una Chiesa sinodale senza un’assemblea liturgica che non sia sinodale?
Il legame tra sinodo e liturgia è fondamentale. Nella Chiesa antica il sinodo
era sempre un atto liturgico. Ratzinger: il Concilio tende all’unità
che viene dalla parola di Dio. Il sinodo è sempre riferito all’eucarestia.
Un popolo di Dio che cammina sinodalmente, deve corrispondere ad un’assemblea eucaristica
sinodale. La liturgia eucaristica deve avere come soggetto l’assemblea
celebrante e non il presbitero, che semplicemente presiede. Dossetti: non solo comunità, ma comunità
tutta gravitante nel suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea.
L’ecclesia
e la koinonia devono avere una manifestazione eucaristica. L’assemblea
deve attuare un ascolto sinodale. Oggi abbiamo assemblee fervorose, ma lontane
dalla partecipazione in atto come voleva il Concilio. Ci vorrà audacia e creatività,
ma il cammino è ineludibile. Siamo ancora lontani da assemblee sinodali.
Altra
urgenza. Oggi dev’essere prevista dalla chiesa normata,
dalla Chiesa a chi è riconosciuto portatore del dono della parola, di esprimere
la qualità profetica del popolo di Dio con interventi nell’omelia. All’estero
si fa. Dare la parola ai laici nell’omelia. Poi ci sono gli
eccessi quando c’è la clericalizzazione del laicato. Il vero problema è
che ci sia la possibilità di un’omelia partecipata. La comunità di
Dossetti e a Bose si è sempre praticato la possibilità di esprimersi sul
Vangelo. Non si può sentire sempre la stessa persona per anni e anni. Sarebbe
bello sentire la buona novella al femminile! Nella Chiesa ci sono delle
patologie che bloccano il fermento liturgico del Concilio. Il problema è come
esprimere la sinodalità nella liturgia. La sinodalità deve diventare uno stile
liturgico.
Un’assemblea
liturgica ospitale. C’è urgenza di questo. La tavola del
Signore: 1 Cor 10,21. La tavola è la forma primaria dell’eucarestia,
e chiede la commensalità tra fratelli e sorelle attorno alla tavola. Atti
2,42s: l’eucarestia è un sedersi alla tavola della cena del Signore. I
cristiani battezzati senza distinzione di sesso, etnia, livello culturale e sociale
sono gli invitati alla cena del Signore. La dimensione della condivisione è
celebrazione dell’alleanza del Signore con la sua Chiesa, come partecipazione
del corpo unico. La tavola del Signore è la tavola dell’incontro di Gesù
e tutti gli uomini e le donne. Gesù ha voluto sedere alla tavola dei
peccatori, ha condiviso la tavola con gli esclusi. Quando pensiamo alla tavola
del Signore dobbiamo pensare alla tavola della misericordia. Rischio di essere
come i farisei che si scandalizzavano di Gesù. Le nostre liturgie sono capaci
di accogliere cristiani battezzati di confessione diversa dalla nostra?
La nostra assemblea eucaristica deve diventare tavola
ospitale verso i poveri e verso i peccatori.
sabato 20 ottobre 2018
VOGLIONO SOLO VIVERE. RIFLESSIONI SUI CRISTIANI LGBT
Paolo Cugini
È
stata questa la mia considerazione finale al termine dei tre giorni del Forum
con i cristiani LGBT, svoltosi all’inizio del mese di ottobre 2018 ad Albano
Laziale. Non vogliono nient’altro che questo: vivere come tutti. È questa una
risposta semplice e banale alla classica domanda che la gente perbene, quella
gente che pensa di essere nel giusto e nel vero, per il semplice fatto che si
sente normale (non ho scritto: che è, ma che si sente): che cosa vogliono
questi qua? Vogliono vivere, mia cara signora omofoba; desiderano vivere liberi
e non giudicati, carissimo signore della porta accanto, che ti fa ribrezzo
solamente sentire nominare la parola omosessuale. È questo semplicissimo dato
esistenziale, che ho compreso in queste bellissime giornate di amicizia,
studio, preghiera e condivisione. Mentre ascoltavo le relazioni, partecipavo ai
gruppi di lavoro, pregavo, mi domandavo: ma perché siamo arrivati al punto che
delle persone devono nascondere la propria identità, per paura delle
ripercussioni, non solo in famiglia, ma anche nel lavoro e anche -mi rincresce
molto dirlo, ma è la verità – nella Chiesa. Che cosa è successo?
Ascoltando
le testimonianze dei cristiani omosessuali, dei loro genitori (mi hanno
colpito, in modo particolare, le testimonianze di alcune mamme), delle loro
sofferenze causate spesso dagli uomini di Chiesa, che utilizzano la dottrina
come un machete senza nessun scrupolo, forti dell’identificazione
dottrina-verità, mi chiedo a cosa siano serviti secoli di filosofia e di
teologia, se non sono riusciti a sgretolare nel pensiero occidentale pregiudizi
ancestrali ingiustificati, tenuti in piedi solamente da ragioni artefatte, messe
in piedi per salvare l’opinione comune. Nonostante da decenni la scienza
affermi che ci sono persone che nascono omosessuali, la cultura nella quale
siamo nati e della quale ci siamo imbevuti, rifiuta questo dato confermato
dalle stesse persone interessate. Basterebbe fermarsi ed ascoltarle. Come prete
dico: basterebbe prendere sul serio le testimonianze ascoltate nelle confessioni,
per capire che nella dottrina cattolica che dichiara “l'inclinazione omosessuale
oggettivamente disordinata”, c’è qualcosa che non funziona,
qualcosa che non è inerente alla realtà. Quando la teologia non spiega la
realtà, o la spiega parzialmente, mettendo delle pezze a ciò che, a causa delle
precomprensioni culturali, non riesce a comprendere, significa che ha imboccato
la strada dell’ideologia e, come sappiamo, qualsiasi ideologia è di parte,
difende interessi, provoca divisioni dentro e fuori le persone. Come ha
sostenuto la teologa Cristina Simonelli, attuale presidente delle teologhe
italiane, nel suo intervento al V Forum dei cristiani LGBT: “Il
catechismo della Chiesa cattolica è una sintesi datata, non certo eterna o
intangibile: a dimostrazione, è stata tolta la liceità della pena di morte, può
essere tolto anche il disordine oggettivo! Si
tratta dunque di un documento che merita rispetto, sì, ma anche comprensione
storica, critica, teologica e dunque dibattito”.
Sono
solo due anni che come pastore accompagno cristiani LGBT e già sono stanco di
sentire l’ipocrisia della Chiesa che servo, che utilizza le parole magiche
dell’accoglienza e dell’inclusione senza poi, dall’altra parte, offrire i
contenuti della stessa. Rimango stordito quando ascolto le belle parole
dell’accoglienza da quella mia Chiesa, che poi sbatte volgarmente fuori dai
confessionali fratelli e sorelle che s’inginocchiano per chiedere misericordia.
Ma che roba è questa? Di che cosa stiamo parlando? Soprattutto: ci rendiamo
conto dei disastri che stiamo combinando in nome di un Vangelo che il mondo non
riconosce nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti schizofrenici? Con la
bocca, infatti, diciamo una cosa, mentre con i nostri gesti la neghiamo. Perché
non permettiamo ad una persona omosessuale di leggere in Chiesa o di fare
catechismo (su questo tema specifico la letteratura è spiacevolmente e
vergognosamente enorme)? Come si fa, poi, a dire ai cristiani LGBT “ti accolgo nella comunità” e poi vescovi
e preti proibiscono di realizzare le veglie per le vittime dell’omofobia? Quanta
vergogna e quanto imbarazzo ho sentito in questi due anni in cui assieme agli
amici e amiche del gruppo abbiamo organizzato le veglie di preghiera e venire
barbaramente e violentemente attaccati da quegli stessi fratelli e sorelle che
alla domenica incontravamo attorno alla stessa mensa del Signore per ascoltare
la sua stessa Parola e cibarci del suo stesso corpo. Perché accadono queste
cose? Che cosa hanno fatto? Non hanno diritto di pregare come tutti? Perché tu
che sei stato messo per essere il pastore conforme al Vangelo del Signore,
sbatti le porte in faccia a questi fratelli e sorelle? Eppure i cani li lasciamo
entrare nelle Chiese!
Chi
lavora da anni con i cristiani omosessuali sente che, grazie anche agli impulsi
e agli stimoli dottrinali di Papa Francesco, è giunto il momento di osare qualche
passo in più nella direzione di un’accoglienza che sia retta da una nuova
elaborazione dottrinale e teologica. Lo ha ricordato suor Fabrizia che da dieci
anni, assieme alle sue consorelle domenicane, ha aperto le porte del monastero di
Firenze. Dopo aver ricordato che: “le nostre comunità cristiane, che hanno
condannato per lo più al nascondimento le persone LGBT presenti al loro
interno, lasciando sussistere il sospetto di un sottile legame tra condizione
omosessuale e perversione morale, debbono riconoscere di aver tradito lo
sguardo benedicente di Dio”, suor Fabrizia ha aggiunto che “per quanto sia fondamentale la conversione
pastorale, siamo convinte che questa non basti. Crediamo che la teologia sia chiamata oggi a ripensare con
coraggio, secondo la sua specifica vocazione alla ricerca, le questioni
relative al mondo LGBT”.
I
nostri fratelli e le nostre sorelle LGBT ci stanno facendo crescere, ci stanno
aiutando a togliere dai nostri occhi il velo dell’ipocrisia, ci stanno aiutando
a capire il vangelo divenendo in questo modo, un luogo ermeneutico incredibile.
Per questo, ve ne siamo grati e preghiamo perché anche i nostri pastori-vescovi
escano al più presto dalle facili parole e dai facili atteggiamenti di maniera,
per riconoscere finalmente il dono di grazia che Dio ha fatto con la vostra
vita omosessuale.
lunedì 16 aprile 2018
IL VESCOVO MASSIMO VISITA IL GRUPPO CRISTIANI LGBT di REGGIO EMILIA
Reggio Emilia, Monsignor
Massimo Camisasca visita il gruppo di credenti LGBT della parrocchia di Regina
Pacis. Un
gruppo che, quando si incontra, è per pensare a Dio, al Suo amore. Per
incontrarsi come amici e vivere come dirà il Vescovo :"un bel momento di condivisione, di
meditazione". Questa sera c'è un amico nuovo, un battezzato Vescovo
seduto ad una tavola semplice, con una pizza sopra.
Più tardi in chiesa per entrare insieme nella settimana santa (è la sera di lunedì santo), il Vescovo ci inviterà a partire dalle nostre vite, per disporci a vivere il nostro rapporto con Gesù con "amicizia", non come una "ideologia". Al termine della preghiera ascoltando il Vescovo nel suo intervento breve e significativo, non si poteva non sentire una eco lontana nel tempo, ma vibrante, delle parole di Don Giussani, nel suo invito a cercare Dio...guardare la storia delle persone: "ogni persona ha il suo mistero, noi dobbiamo essere attenti al mistero di ciascuno". Sono parole chiare: parresia e misericordia: "Questo non vuol dire non avere giudizi, ma avere giudizi non vuol dire criticare le persone e le cose.". È un momento pregnante e disarmante, all'inizio della settimana santa: un altro passo deciso verso la Pasqua.
Il Vescovo
dice che prima di tante cose dobbiamo sapere che: "la Chiesa vi accoglie". Una accoglienza delle esperienze
e delle persone, perché ogni persona ha il suo mistero: "Attenzione al mistero di ciascuno, alla
vocazione di ciascuno...". È
stata una esperienza di accoglienza reciproca, si sono viste le braccia di
questa Chiesa che accoglie: erano quelle di Monsignor Massimo e del nostro
amico Don Paolo. Era l'inizio della
settimana santa ed era già Pasqua.
Maurizio Mistrali
sabato 16 dicembre 2017
CHIESA E PERSONE OMOSESSUALI: LA RIFLESSIONE DI TERESA FORCADES
Paolo Cugini
L’opera della teologa catalana Teresa
Forcades[1]
fornisce diversi spunti significativi nel cammino della ricerca sul rapporto
tra omosessualità e chiesa. In primo luogo, la Forcades inserisce il discorso
sull’omosessualità all’interno della teologia queer, della quale è una delle
più importanti promotrici e sostenitrici. Queer è un concetto antropologico
utilizzato dalla Forcades per affermare il carattere unico e originale di ogni
individuo e: “l’affermazione
dell’impossibilità di utilizzare, nell’ambito della persona, qualsivoglia
categoria, che sia di genere, di classe o di razza. Le categorie che
classificano l’essere umano sono, per così dire, opacità, che non consentono di
vederlo nel suo tratto di originalità”[2].
Questo cammino teologico intende fare
i conti con la diversità sessuale senza esprimere nessuna condanna a priori,
per aprirsi ad ogni possibile comprensione. Punto di partenza di questa
riflessione teologica è la percezione dell’identità della persona intesa non in
modo statico, ma dinamico. Il riferimento di questa intuizione è l’idea di creazione
continua. Essere creati ad immagine e somiglianza di Dio, significa assumere la
responsabilità di collaborare all’opera della creazione, che è in continuo
divenire. In questa prospettiva, l’identità personale non è un dato acquisito
una volta per tutte, ma una possibilità che ci viene offerta. Adulti si diventa
grazie ad una costante assunzione delle proprie responsabilità e alla capacità
di porsi in modo libero e creativo dinanzi alle strutture culturali, che
assimiliamo e che ci fanno credere di essere in un modo invece che in un altro.
“Uomini e donne – sostiene Forcades – sono chiamati ad avventurarsi in un
processo personale che li porta in uno spazio che io chiamo queer, uno spazio
aperto in cui l’identità è da cercare, non è qualcosa di già dato”[3].
Il fato che la differenza sessuale
sia un dato transculturale, non significa che una persona deve rimanere
all’interno di questa identificazione iniziale. Secondo Frocades, l’errore
della società patriarcale e di un certo tipo di femminismo, è pensare che
quell’origine debba rimanere costante nel corso della vita. Ciò significa che
il punto di partenza ha un genere, mentre il punto di arrivo no. “La mia identità infantile ha un genere
(femminismo della differenza); la mia identità matura (o cristica) è
transgender o queer”[4].
C’è quindi, un cammino, un esodo che ogni persona è chiamata a compiere se
vuole divenire pienamente umana, un cammino che si realizza durante tutta la
vita. Essere adulto significa cammino in divenire, vincendo la tentazione di
fissarsi su di un modello culturale identitario, per mantenersi aperti alla
novità possibile. In questa prospettiva la diversità, lungi dall’essere un
problema o una difficoltà, diviene una possibilità. Dobbiamo conquistare la
nostra identità tutti i giorni.
Nel capitolo dedicato al tema del
rapporto tra fede e gender, Forcades fa appello al senso della realtà, nella
linea indicata da Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium. Se parlare di gender
significa prendere in considerazione la comprensione culturale e soggettiva
della sessualità, allora quando sul piano della realtà s’incontrano delle
differenze, sono proprio queste che vanno ascoltate. Non può più accadere, come
invece purtroppo accade soprattutto in questo ambito così delicato, che sia la
teoria a interpretare e a leggere la realtà. Quando in gioco ci sono le persone,
il primato dev’essere sulla realtà e non il contrario. La teoria dev’essere il
momento successivo all’ascolto della realtà. Se, allora, è vero che esistono
tre dimensioni del sesso biologico, vale a dire il sesso cromosomico, il sesso
gonadico e quello genitale, già al primo livello la realtà manifesta che non vi
sono solo due possibilità xx (femmina) e xy (maschio), ma diverse opzioni.
Seconda Forcades anche se esistesse una sola persona al mondo dotata di una
differenza cromosomica, sarebbe sufficiente per mettere in discussione la
teoria. Dinanzi all’unicità della persona umana non c’è teoria che tenga, ma è
questa che provoca le domande di senso. Non è, infatti, la persona per così
dire diversa, che deve adattarsi alla teoria, ma è la teoria che dev’essere
modificata a partire dalla diversità osservata. Le sindromi di Klinefelter
(xxy) e di Turner (x0) dimostrano che nella realtà, in natura non tutto rimane
collocato nella dicotomia maschile e femminile, provocando la domanda: sono
femmine o maschi?
Questa diversità, che va al di là
della dualità, non esiste solamente a livello cromosomico, ma anche a livello
gonadico. Succede, infatti, che a volte uno abbia senza saperlo, una gonade che
al tempo stesso è tessuto ovarico e tessuto testicolare. “Non volgiamo vedere la complessità della realtà che ci circonda, ma è
importante prenderne visione affinché la nostra teoria ne tenga conto”[5].
Anche a livello genitale esiste la diversità, che non è possibile catalogare
entro la dualità maschio e femmina. Forse, comunque, il livello più complesso è
quello psicologico. Ci sono persone che, pur avendo un sesso biologico maschile
a livello cromosomico, gonadico e genitale ed essendo considerati quindi dalla
società maschi, hanno una coscienza femminile e viceversa: questo è il
transessualismo. Spesso questa realtà, sostiene Forcades, la si ignora perché è
difficile affrontarla. I cristiani, però, non possono chiudere gli occhi
dinanzi alla realtà e non possono fasciarsi la testa dalle teorie culturali
della società in cui vivono, perché sono ristrette e non tengono conto
dell’interesse del singolo individuo. Sempre sul piano psicologico è importante
tener conto di quello che avviene a livello del desiderio. Può succedere,
allora, che emerga un desiderio verso una persona dello stesso sesso. Una
teologia che si mantenga aperta alla realtà come manifestazione del divino, non
può immediatamente ricorrere alla teoria del peccato quando appare una
differenza, ma deve porsi in ascolto della complessità e non chiudersi nelle
facili semplificazioni teoriche. Troppe volte il desiderio verso una persona
dello stesso sesso è stata considerata come patologia. “Certo sono diverse dalla maggior parte delle
persone – nel modo in cui le intendiamo normalmente – ma questo non significa
che dobbiamo leggere questa differenza in modo negativo […] Alcune di queste
persone non hanno complicazioni mediche e conducono una vita pienamente
compiuta, stanno bene e non presentano problemi se non quelli di carattere
sociale, dal momento che spesso non vengono accettate”[6].
La grande sofferenza delle persone
omosessuali non è, dunque, causata da problemi di tipo medico o psichiatrico,
ma sociale, vale a dire, dal fatto che la struttura patriarcale e maschilista
della nostra società non accetta la differenza sessuale, la complessità della
realtà, rifiutandosi così di ascoltarla, accompagnarla, integrarla. A detta
della Frocades, il cui impegno in campo politico si è profuso su diversi temi,
la comprensione della complessità della realtà dovrebbe allo stesso tempo
condurre ad un cambiamento non delle persone così dette diverse, ma della
società nel suo insieme, per fare in modo che nessuno si senta escluso.
Prendere sul serio la problematica
delle persone omossessuali in un contesto sociale com’è quello occidentale
fortemente omofobo, comporta di non rimanere solamente sul piano della
tolleranza, o dell’accoglienza, ma esige passi sempre più chiari verso
l’integrazione delle persone omosessuali sia sul piano giuridico che religioso.
Interessanti sono, a questo proposito, le riflessioni che la Forcades propone
per motivare il suo essere a favore del matrimonio omosessuale. L’idea di
complementarietà che solitamente viene utilizzata per spiegare il senso del
matrimonio non solo cristiano, secondo la nostra autrice non funziona, perché
esprime in malo modo il senso autentico dell’amore. Il concetto di
complementarietà, è infatti secondo al Forcades, la riduzione del concetto di
amore che deriva dalla prospettiva binaria. Amare una persona non può voler
dire cercare una persona che ci completi. Per cogliere in profondità il
significato autentico dell’amore occorre uscire dagli stereotipi che provengono
dalle semplificazioni della visione binaria della sessualità, ma occorre, in un
certo senso, abitare la complessità. Teresa Forcades, a questo proposito,
utilizza la riflessione elaborata durante il lavoro di dottorato svolto sul
tema della Trinità. Dove possiamo trovare il significato autentico dell’amore
di Dio se non osservando da vicino il mistero della Trinità? E’ allora, a
questo mistero che dobbiamo rivolgere la domanda sul significato dell’amore
umano e non alla dottrina della Chiesa. L’amore trinitario non ha nulla a che
vedere con la complementarietà. “Il
Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone distinte: questo è il
centro del pensiero trinitario nella storia. Sono differenti, ma non nel senso
di uno che completa l’altro”[7].
Amare, in questa prospettiva trinitaria, non significa andare alla ricerca di
qualcosa che ci manca e quindi ci completa. Dio non ci ama perché ne ha
bisogno, per completarsi: la gratuità è centrale nell’amore trinitario e nel
cristianesimo in generale. Per comprendere meglio il senso dell’amore
trinitario Forcades fa appello ad un termine teologico: pericoresi, che
significa fare spazio intorno. L’amore trinitario come amore pericoretico,
produce spazio intorno alle persone. In questa prospettiva è comprensibile come
l’amore autentico non solo esige, ma produce libertà per la persona amata. “Percepisco che qualcuno mi ama quando sento
che nella relazione, accanto a quella persona, lo spazio attorno a me si
amplia. In questo tipo di relazione posso anche essere me stessa in qualcosa
che ancora non so di me, si schiude uno spazio nuovo attorno a me in cui oso
entrare. Questo spazio è la migliore definizione dell’amore”[8].
Amare significa fare spazio
all’altro, in modo tale da permettergli di essere ciò che deve essere. Tutte le
volte che la relazione si chiude nella complementarietà duale, rischia di
collassare. La dinamica della pericoresi garantisce all’amore un dinamismo
creativo. E’ per questo motivo, per il modo d’intendere l’amore, che la
Forcades afferma di essere a favore del matrimonio omosessuale. Non basta
smettere di discriminare o diventare tolleranti nei confronti delle persone
omosessuali. Occorre avere il coraggio di compiere un passo ulteriore. “Sono a favore del sacramento dell’amore fra
due persone sia etero sia omosessuali, a patto che fra di loro vi sia un amore
autentico fatto del riconoscimento di quello spazio che circonda ogni persona e
la comprensione che il matrimonio riguarda anche la comunità nella quale vivono”[9].
Uscire dallo schema della sessualità
duale, imposto dalla cultura incapace di elaborare un pensiero a partire della
realtà che si manifesta nella sua complessità, permette di elaborare proposte
sino ad ora impensabili. Elaborazione concettuale, che diviene significativa
perché non sgorga dal nulla, ma dalla riflessione sull’amore pericoretico, così
come si manifesta nel mistero della Trinità. In ogni modo, la Forcades non si
ferma alla possibilità del sacramento del matrimonio per le persone
omosessuali, ma arriva persino a criticare il matrimonio eterosessuale. Se,
infatti, la santità appartiene a Dio, allora l’amore santo prima di provenire
da una relazione di complementarietà, si manifesta in quelle relazioni in cui
l’amore non è un bisogno, ma una possibilità che offre spazio per un cammino di
autenticità. C’è dunque santità anche nell’omosessualità. “L’omosessualità in sé non è più santa dell’eterosessualità, né vale il
contrario, ma per il solo fatto che esiste (a prescindere dalla qualità morale
della singola persona omosessuale) è una benedizione e apre alla diversità in
un modo che arricchisce la nostra ricerca teologica”[10].
Affermazioni forti, che dicono di una chiarezza di
vedute sul tema del delicato rapporto tra Chiesa e omosessualità, in linea con
le argomentazioni sopra riportate. Senza Dubbio per la Forcades l’omosessualità
prima di essere un problema è un dono, perché permette alla Chiesa e
all’umanità un punto di vista differente per osservare il proprio cammino nella
storia e, in questa prospettiva, l’arricchisce di nuovi significati.
[1] Teresa
Forcades è una suora di Barcellona, medico e con un dottorato in teologia.
Insegna da alcuni anni Teologia queer a Berlino. Si è impegnata molto nel suo
Paese nella lotta contro le multinazionali farmaceutiche. E’ a favore della
separazione della Catalogna dalla Spagna e, per questo, è entrata per alcuni
anni in politica. E’ autrice di diversi libri sia su temi di medicina che di
teologia.
[2]
FORCADES, T., Siamo tutti diversi. Per
una teologia queer, Castelvecchi, Roma 2016, p. 56-57
[3] Ivi. P.
71
[4] Ivi., p.
72. Sul tema cfr. FORCADES, T., La
teologia femminista nella storia. Il ruolo delle donne e il diritto
all’autodeterminazione femminile, Nutrimenti, Roma 2015
[5] Ivi., p.
120
[6] Ivi. P.
122. Su questa riflessione cfr. anche: FORCADES, T., Fede e libertà, Castelvecchi, Roma 2017, p. 69-71
[7] Ivi., p.
123
[8] Ivi., p.
33
[9] Ivi p.
125
[10] Ibidem
martedì 3 ottobre 2017
DIALOGO SULLA CHIESA DI FRANCESCO
Dibattito all’interno del gruppo Francesco dopo la lettura del capitolo 8 dell’AMORIS LAETITIAE
Sintesi: Paolo Cugini
Elena: mi sono ritrovata nelle affermazioni di Papa Francesco perché sentirsi guardati visti come la Maddalena o il figliol prodigo si fa presto fare un parallelo. Faccio una provocazione: senza voler giudicare il cammino di nessuno, come coniugare la misericordia che ci è stata donata con chi ha dei figli? Oggi questa misericordia è un po' diluita. Lo sfascio che vediamo è evidente. Come possiamo accompagnare i giovani alla consapevolezza di sé? La famiglia serve per dar solidità ai figli? Come possiamo fare per un’azione di accompagnamento? Come aiutare a capire che c’è un orizzonte verso cui guardare insieme? Cosa possiamo fare affinché lo sfascio delle famiglie finisca? Problema dell’affido condiviso.
Raffaella: il problema non è la separazione, ma il conflitto. Quello che fa male ai figli è la presenza del conflitto. Quelli che si separano a volte è perché da piccoli sono vissuti nell’inferno. Ho dei figli che credono nel matrimonio anche se sono separata. A volte succede il contrario. Occorre puntare sul perdono. Tante volte la pace si raggiunge con la divisione. Occorre avere la capacità di perdonarsi continuamente.
Manuela: sono divorziata. Ho sofferto più io dei miei figli. Mi sono sentita offesa dalla Chiesa. Ho cresciuto tre figli di cui uno è disabile. Desidero una chiesa che accoglie. I miei figli non sono più andati in Chiesa. Il prete deve imparare ad essere accogliente. Chi rimane deve poter soffrire insieme a qualcuno.
Emanuele: San Paolo dice di non sposarsi. Ci siamo dimenticati di ciò che è successo in passato. In origine tutte le persone partecipavano a queste cose. A san Bartolomeo si respira il sapore delle origini. Occorre che partecipiamo attivamente alla chiesa. Manca il sentimento nei cristiani di vivere con profondità il messaggio di Gesù e portarlo nella società. Vengo da 13 anni di allontanamento dalla Chiesa. La Chiesa che conoscevo si arenava in un giudizio ed in una lettura superficiale. Riprenderci in mano la nostra chiesa.
Sandra: vengo da una cultura cristiana molto rigida e devo compiere un lungo cammino per uscire. I discorsi di papa Francesco sono belli, ma facciamo fatica ad accoglierli. Abbiamo bisogno di aiuto. Dobbiamo aprire le menti e vedere le cose da un altro punto di vista.
Vanna. C’è un dato. Dagli anni ’60 ad oggi le coppie che si sono separata sono passate da 19 mila a 97 mila. La domanda è: che cosa possiamo fare davanti a questo fenomeno che è trasversale e che riguarda tutte le classi sociali. Una delle cose fondamentali è la preparazione al matrimonio, che sia la preparazione all’accettazione dell’altro che deve avvenire in un contesto di comunità. La messa domenicale è spesso puro ritualismo. Questa estraneità non è essere chiesa, perché la Chiesa è un condividere. Non è al sacerdote che devo fare il riferimento, ma è all’intera comunità che devo rispondere. Lo sforzo maggiore è quello di diventare comunità, è di poter avere momenti di condivisione e di poter contare l’uno sull’altro. Ciò vale sia per il discorso della Chiesa, che per il discorso sociale. Queste parole di Francesco o ci permeano o altrimenti è inutile. Se ci piacciono ci devono cambiare nel nostro stile di relazioni cristiane. È molto più semplice andare a messa con la pelliccia di visione e poi tornare a casa, senza coinvolgimento verso l’altro. Nella prima adolescenza ricordo l’ostilità che il Concilio Vaticano II provocò in un certo tipo di Chiesa.
Andrea: ci vuole del coraggio. La comunità dev’essere accogliente. Possiamo fare tanta strada se sappiamo accogliere. Dobbiamo essere accoglienti. È il primo passo. A volte rimaniamo chiusi nelle nostre certezze.
Stefano di Parma: quando sento parlare di comunità e di accoglienza mi viene un brivido. Dobbiamo trovare qualcosa di nuovo. Occorre andare oltre. Le persone che chiamiamo lontane dalla chiesa non desiderano avvicinarsi alle nostre comunità. La mia comunità non è disposta ad accettare persone lontane, o se lo fa, lo fa come assistenza. Sei sempre tu che devi andare da loro, verso la comunità. Piano piano mi sono allontanato e ho cercato di rimettermi in gioco. Mi chiedo: questo lavoro che ho fatto da solo come posso condividerlo? Il mondo ha bisogno di persone come me. In questa mia metodologia ho imparato ad essere cristiano nel mondo. A volte le nostre comunità sono troppo chiuse.
Enrico: L’omosessualità è uno dei punti molto dolenti nella Chiesa. C’è sempre un giudizio. Questo giudicare è passato nel nostro modo di agire. Se vogliamo cambiare questa Chiesa dobbiamo avere il coraggio di cambiare il nostro cammino. Devo ringraziare coloro che hanno condiviso con me il cammino con le persone omosessuali perché mi hanno aiutato molto. Le esperienze di sofferenza devono poterci insegnare qualcosa.
Marcello: Non dobbiamo avere fretta. Dobbiamo consolidare insieme. Mi è piaciuto molto l’incontro di stasera. Aspetto auto-formativo. Farsi prendere dal fare. Essere troppo abbagliati da Francesco Bergoglio. Diamoci il tempo di consolidare le nostre opinioni e di fare un cammino insieme. 15 secoli di clericalismo non si cambiano in cinque minuti. Me lo dico a me. In un prossimo incontro potremmo approfondire il rapporto che esiste tra le parole di Francesco, il Vangelo e gli atti degli apostoli. Quello a cui tendiamo dev’essere forte, costruito su fondamenti importanti. Darci il tempo di metabolizzare e formarci insieme.
Michele da Parma: nelle parole dette c’è un bel percorso di vissuto. Ci sono a volte delle tragedie che sono più grosse di noi. Non ho mai mollato la Chiesa e mi piace pensare che la Chiesa sia di Gesù Cristo più che di Francesco o do Camisasca. Sono il primo che deve perdonarsi. La comunità cristiana non è pronta. I preti non sono pronti. Non sono preoccupato della comunità cristiana: è interessante il mondo. La formazione va fatta sul Vangelo e non sulle teorie.
PROSSIMI INCONTRI:
DOMENICA 5 NOVEMBRE ORE 20 Oraotrio Regina Pacis. Tema: I fondamenti Evangelici della proposta di Francesco
DOMENICA 3 DICEMBRE ORE 20 Oratorio Regina Pacis. Tema: Francesco e la Chiesa popolo di Dio. Un confronto con la Chiesa Latinoamericana
venerdì 15 settembre 2017
OMOSESSUALITÀ DONO DI DIO
Ho ricevuto da don Eugenio questa bellissima e profonda omelia del vescovo brasiliano Carlos Cruz Santos, che pubblico volentieri nel mio blog
Mons. Antonio Carlos Cruz Santos, Vescovo di Caicò (Rio
Grande do Norte – Brasil), ha sostenuto, nella sua omelìa nella Messa del 30
luglio 2017, che la omosessualità è un dono di Dio.
(traduzione di don Eugenio Morlini)
In questa settimana, mercoledì giorno di Sant'Anna, nel
programma di Marcos Dantas c'è stata una intervista che mi ha preoccupato.
Marcos Dantas ha intervistato il professor Eldes Dos Santos Filhos sulla sua
discussione di dottorato; questa era la sua tesi: “prevalenza e fattori
associati all'idea suicida tra i travestiti e i transessuali.
La tesi che questo professore sosteneva era presentare il
numero dei suicidi tra i travestiti e i transessuali”.
Dopo aver assistito a questo reporter ho pensato a quei tanti
fratelli e sorelle con orientamento affettivo che si sentono incompresi e non
amati da noi, che siamo della Chiesa, dalle loro famiglie, dalla società e pure
da se stessi, proprio come capitava nel tempo della schiavitù.
Ho ricordato in questi 25 anni di ministero pastorale le
tante storie di sofferenza di fratelli e sorelle con orientamento affettivo che
sono venuti a confidarsi da noi, portando il loro dolore e sopratutto il dolore
di non sentirsi accolti e amati.
Mi ricordo di un fatto. Una volta una mamma mi cercò perché
il suo figlio giovane gli aveva rivelato il suo orientamento (la sua tendenza)
omoaffettiva (omosessuale). Questa donna aveva una posizione sociale di un
certo prestigio ed ella non riusciva ad accettare questa tendenza del figlio.
Come mamma voleva bene, ma per il peso della cultura insita in essa, per il
peso della società, non riusciva ad accettare. Ella comprendeva che la tendenza
del suo figlio era una tendenza negativa nella confortevole società in cui si
trovava. Ho tentato di fare con questa mamma un cammino, ma non è facile fare
un cammino quando siamo davanti a queste situazioni. Mi proposi accompagnare il
figlio che però non mi ha mai cercato. Poco tempo dopo questa mamma ebbe un
tumore, possibilmente quel tumore era frutto della somatizzazione del dolore
che aveva nel non accettare la tendenza del suo figlio, e questo tumore la
condusse alla morte. Quando andai a fare le esequie il figlio stava al mio
fianco ed egli mi disse, piangendo, io so che sono colpevole della morte di mia
mamma. Gli dissi di venirmi a trovare, ed egli non è venuto. Pensai molto nel
dolore che questo figlio porta dentro di se di questa colpa che egli non ha: la
colpa non era della sua tendenza, ma era della sua mamma per non aver superato
i suoi preconcetti.
Tutti voi sapete che c'è un problema che mi preme molto ed è
il tema del suicidio attorno a noi, e questa intervista che ho ascoltato mi ha
colpito molto.
La statistica ufficiale ci dice che il 90% della nostra
popolazione si dice cattolica, quindi il 90% della gente beve questo brodo
della cultura cattolica e lo conferma la vostra numerosa presenza in questa
festa di Sant'Anna. Allora mi chiedo se questo non è una sfida per noi, che
abbiamo dentro questa cultura cattolica, il dare una buona notizia per questi
nostri fratelli e sorelle che tanto soffrono come questa mamma ha sofferto, che
soffrono come questo figlio ha sofferto, che con certezza ci stanno ascoltando
e sono anche qui in mezzo a noi, e molte volte attendono da noi una buona
parola, una buona notizia.
Il Vangelo per eccellenza è vangelo della inclusione; il
Vangelo è una porta stretta, è esigente, ma è una porta sempre aperta: Dio non
chiude mai la porta per nessuno; per questo forse è il momento; così come siamo
stati capaci di intendere meglio il vangelo e vincere la schiavitù; non è
giunta l'ora di intendere meglio, nella prospettiva della fede, e superare i
preconcetti contro i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive
(omosessuali). Pensiamo sinceramente, con una prospettiva di fede, quando noi osserviamo
la omosessualità, noi non possiamo dire che l'omosessualità è un opzione, una
scelta. Una scelta è una cosa che tu liberamente scegli, e l'orientamento, la
tendenza, nessuno la sceglie, un giorno uno si scopre con questa o con quella
tendenza; la scelta riguarderà soltanto la maniera come tu vivrai nella tua
tendenza, se in una forma degna, etica o in una forma promiscua, ma la
promiscuità si può vivere in qualsiasi tendenza, orientamento, che uno ha
(eterosessuale o omosessuale).
Considerato che non è una scelta, che l'Organizzazione
Mondiale della salute non lo considera più come una malattia, nella prospettiva
della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una
malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un
dono è dato da Dio. Non c'è verso, se non è scelta, non è malattia, è
dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di
comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri,
e si diceva che i neri non avevano l'anima, il nostro preconcetto non permette
di percepire questo dono.
È un preconcetto, gente, ed un preconcetto avviene prima
della cosa, dell'esperienza.
Come il preconcetto ha reso possibile la schiavitù, come il
preconcetto di fronte ai profughi in Europa, come un preconcetto a volte rende
insensibili tanti politici del nostro Paese davanti al dolore dei più poveri,
come il preconcetto rende possibili leggi ingiuste per le comunità indigene…
tanti e tutti preconcetti gente mia.
Papa Francesco è visto da tanta gente della Chiesa come colui
che rende povera la dottrina cattolica e la svende; in verità ciò che Pappa
Francesco desidera è che il punto di partenza della dottrina cattolica sia la
misericordia… e la misericordia costa molto cara, Cristo ha pagato un prezzo
molto caro e anche noi paghiamo questo prezzo caro per essere fedeli al Maestro
Gesù.
Quando Papa Francesco per la prima volta è stato qui in
Brasile nella Giornata Mondiale della Gioventù nel 2013, ritornando a Roma,
nella solita intervista che concede sull'aereo, una giornalista brasiliana fece
una domanda rispetto a quello scandalo omosessuale che avvenne nel Vaticano in
quei giorni. Nella risposta egli ci diede una perla preziosa nel comportamento
verso i nostri fratelli omosessuali: se una persona è gay e cerca il Signore ed
ha buona volontà, chi sono io per giudicare? il catechismo della Chiesa
Cattolica dice che non si devono marginalizzare queste persone ma devono essere
integrate nella società. Nell'ultimo sabato del 2015, in una udienza privata
(l'ha rivelato la persona stessa) il Papa ha ricevuto il transessuale Diego
Nerìa Leharrada e la sua compagna. Come è avvenuto questo incontro? Il Papa ha
ricevuto una sua lettera che parlava del dolore che soffriva e del preconcetto che
soffriva nella sua comunità cattolica. Allora il Papa gli telefonò e fissò
l'udienza; e dopo l'udienza questo ragazzo diede una intervista. Diceva che
nella sua comunità era chiamato dal parroco e dalla gente come figlio del
diavolo. Papa Francesco, sensibilizzato, volle accogliere colui che non era
stato accolto dalla Chiesa.
Papa Francesco nell'Enciclica “Amoris laetitia” dedica tutto il capitolo 8° per le situazioni
irregolari; ed egli propone tre passi per accompagnare questi fratelli. Mi
chiedo se quei tre passi noi possiamo percorrerli con i nostri fratelli
omo-affettivi (omosessuali): accompagnare, discernere, integrare. Non sarebbe
questa la sapienza salomonica che dovremmo imparare da Gesù, non sarebbe questa
la misericordia che abbiamo ricevuto in eredità da Dio; non siamo tutti,
indipendentemente dalla nostra tendenza, immagine di Cristo? Quando Cristo ci
ama, non guarda i nostri organi genitali, ma guarda il nostro cuore, e quando
ci chiama, ci chiama per il cuore e noi andiamo con tutto, compresa la nostra
tendenza, e siamo immagine del Signore. Non è questa la perla preziosa che
Sant'Anna ci sta dando oggi, come ci ricorda il Vangelo, la perla della
misericordia del suo nipote, del suo Dio e del nostro Dio, del Figlio di Maria,
del Figlio di Dio, nostro fratello. Che Sant'Anna ci insegni come ha insegnato
a Maria, a fissare gli occhi nel trapassato Gesù e nello sguardo misericordioso
per i trapassati nella storia; ed oggi vorrei contemplare come trapassati nella
storia i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive (omosessuali) che
non sono accolti e né amati da noi. Che Sant'Anna ci mostri il cammino verso
Gesù.
martedì 16 maggio 2017
COSTRUIRE COMUNITÀ ACCOGLIENTI-CONVEGNO
CENTRI MISSIONARI DELL'EMILIA ROMAGNA
IMOLA 16 MAGGIO 2017
Intervento di:
Erio Castellucci, vescovo di Modena
Sintesi: Paolo
Cugini
Punto di riferimento due documenti:
Dalle feconde Memorie alle coraggiose prospettive; Evangeli Gaudium.
Comunità. Costruire comunità accoglienti
significa cercare di capire cos’è una comunità. Quattro modelli di comunità:
a. La mia comunità potrebbe essere, in
primo luogo, l’insieme degli operatori pastorali.
b. Comunità anticamente erano tutti
coloro che si nutrivano dell’unico corpo di Cristo. I cristiani avevano una
visione di chiesa radicata sull’Eucarestia. Per questo ci s’identificava con il
Vescovo da cui ci si comunicava. Il primato di Roma nasce anche da questa
esigenza di un punto di vista comune.
c. Con comunità cristiana possiamo
indicare anche l’insieme dei battezzati di un determinato territorio, che è
molto più ampio dell’insieme dei praticanti e che fanno qualcosa in parrocchia.
Occorre avere quest’orizzonte, se no la comunità diventa un gruppetto scelto.
Se per esempio un parroco ha un’idea di comunità ristretto, ci sarà un tipo di
comunità che lui ha in mente. Anche il significato di comunità come insieme di
battezzati deriva dall’antichità, quando il battesimo era considerato la porta
d’ingresso nella comunità.
d. C’è poi la comunità civile, vale a dire
l’insieme di tutti coloro che vivono in un teriritorio. Anche questo orizzonte
è comunitario da tenere presente.
Quando parliamo di comunità non
intendiamo un gruppo rigido, definito, ma intendiamo un’appartenenza che può
vivere diversi livelli d’intensità. Con il principio di Evangeli Gaudium 225: il
tempo è superiore alo spazio, papa Francesco ci dà la prospettiva che dobbiamo
pensare in termini di processi. Nell’Amoris
Laetitia parla di situazioni compiute e in cammino. Comunità non è una
cittadella, ma un insieme di discepoli in cammino e quindi accoglienti dovrebbe
essere inutile specificare che dovrebbero essere inutile. Nel concetto di
comunità cristiana c’è già una possibilità di accoglienza, un’appartenenza
dinamica. Quale contributo dei fidei donum?
Documento CEI 2007, n. 9. Questa esperienza di scambio
missionario porta la missione come una realtà vicino alla gente. Ha una
ricaduta positiva sul presbiterio diocesano. È senza dubbio un compito. Si
eredita una concezione di ministero presbiterale statica. Tutti siamo ordinati
dentro una chiesa locale per la chiesa universale. Perché è la chiesa locale
stessa che è soggetto della missione. Il Concilio ha superato l’idea del prete
diocesano che per suo coraggio parte e fa il missionario. Questa idea è
superata perché è la diocesi che è missionaria oppure tradisce la sua natura. È
la chiesa che si apre a paesi che possono diventare dei fratelli per divenire
scambi missionari. È la diocesi che si esprime, perché il soggetto è la
diocesi. Il soggetto è il presbiterio nel caso dei presbiteri che partono. I
presbiteri missionari sono stimolo per creare comunità di annuncio. Apporto
attento alla centralità dell’annuncio. Abbiamo perso la semplicità
dell’annuncio e delle relazioni. E’ tutto più macchinoso. I fidei donum ci richiamano il contatto
con gli ultimi e i poveri e la religiosità popolare. I fidei donum ci mantengono con i piedi per terra. Vedere con i
propri occhi per capire la realtà. Molte fasce di povertà non si affacciano
alla vita liturgica ed eucaristica.
Conclusione:
Che cosa significa una conversione
missionaria rispetto alla semplice conversione dell’esistente? Papa Francesco
parla di riforma. Questa riforma ha tre livelli:
1.
La conversione del cuore. È il primo passo. La conversione è la sorgente di ogni
riforma. Se il cristianesimo ha preso piede nella storia è perché non è partito
proclamando rivoluzioni di strutture, ma partendo dalla conversione del cuore.
Convertitevi e credete al Vangelo: è il punto d’inizio.
2.
Lo stile.
La conversione del cuore deve riflettersi a livello personale e comunitario.
Uno stile accogliente è lo stile di chi accompagna, discerne e integra. È di
chi si mette al punto in cui l’altro è, gli si mette a fianco, lo accompagna. L’Amoris Laetitia contiene uno stile
pastorale rinnovato, più che delle novità teologiche. Il tempo è superiore allo
spazio. Poi discernere per capire le scelte da fare a partire dalla realtà. Lo
stile significa arrivare ad una criteriologia evangelica, che non può non
creare tensioni nelle comunità. Dobbiamo avere a cuore l’unità. A volte c’è da
chiedersi se in alcuni momenti non sia più evangelico dare degli spintoni. A
volte l’integrazione passa per la disintegrazione. Anche Gesù ha un po'
disintegrato.
3.
Strutture.
S’intende anche abitudini, organismi. Evangeli
Gaudium dice di non adottare la frase: si è sempre fatto così. Il
cambiamento è sempre difficile soprattutto per chi ha non ha fatto scendere il
Vangelo in profondità.
L’esperienza ci deve aiutare a
richiamare la riforma ai tre livelli.
Intervento di:
Paolo Cugini
Mi sono chiesto: quali sono gli
aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi
stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della
diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno
orientando le nostre scelte pastorali.
1.
Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce
l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero.
Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze
proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di
avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo
occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere
le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e
attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad
orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità
come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere
l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone
presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per
mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle
comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i
consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del
rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda
vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della
comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo
occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo
una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa.
L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per
fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente
della comunità. Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea
statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è
mai).
2.
Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in
cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le
decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti. La fatica di pensare insieme e di
scegliere insieme. Esempio dell’accoglienza nel progetto Caritas: emergenza
freddo. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti
assembleari senza la necessità che il parroco sia presente.
3.
Ministerialità: per permettere alla comunità di
vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è
un primo livello della formazione che consiste nel cammino biblico. Abbiamo
iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica.
Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione
famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto
di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo.
4.
Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire,
la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza
missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio,
catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere
in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla
situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le
famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla
presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità.
5.
Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti
sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del
Camerun, Togo e Congo.Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente
il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio
provengono da tante nazioni (circa una ventina). Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali,
transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono
esperienze in atto.
Iscriviti a:
Post (Atom)








