Visualizzazione post con etichetta conversione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta conversione. Mostra tutti i post

giovedì 2 marzo 2017

LETTERA PER LA QUARESIMA 2017 DI PAPA FRANCESCO







Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono.

La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.

1. L’altro è un dono
La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.  

La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale. Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano.

Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore  all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell’uomo ricco.

2. Il peccato ci acceca
La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come “ricco”. La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell’argento e dell’oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro. Dunque la ricchezza di quest’uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia.

Dice l’apostolo Paolo che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Essa è il principale motivo della corruzione e fonte di invidie, litigi e sospetti. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico. Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.

La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).

Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.

Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l’amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).

3. La Parola è un dono
Il Vangelo del ricco e del povero Lazzaro ci aiuta a prepararci bene alla Pasqua che si avvicina. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell’aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).

Anche il nostro sguardo si apre all’aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.

Solo tra i tormenti dell’aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po’ di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell’aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.  

La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all’obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31).

In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore – che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore – ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi. Incoraggio tutti i fedeli ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell’incontro nell’unica famiglia umana. Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua.


Francesco



lunedì 20 febbraio 2017

CONVERSIONE COMUNITARIA




Paolo Cugini


Ogni anno la quaresima ci permette di compiere nuovi passi nella direzione del Signore. Le letture proclamate, le occasioni di ritiri spirituali, di Lectio e altri momenti spirituali, ci consentono di rivedere le nostre scelte affinché la nostra vita sia sempre più aderente alla volontà del Signore. Ogni quaresima è, per certi aspetti, un nuovo inizio, un nuovo ritorno alle origini, per ritornare da dove eravamo partiti. Siamo tutti nati dal battesimo, dall’immersione nella vita di Cristo.

San Paolo, a proposito del battesimo, ci ricorda che: noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1 Cor 12,13). È un’affermazione che Paolo pone all’inizio dell’argomentazione della Chiesa come un corpo nel quale tutti hanno posto e un ruolo. L’idea di Paolo è che il corpo, che è la Chiesa, vive nella misura in cui tutti i membri vivono conforme al dono ricevuto. I battezzati sono chiamati a formare il corpo di Cristo, a rendere visibile nel mondo lo stile di Gesù. Questa idea è ben differente da quella che ci siamo fatti, vale a dire, di un sacramento che riceviamo come un dato sociale, come qualcosa che bisogna avere per fare in modo che qualcuno non si senta diverso dagli altri. Seguendo la logica del discorso di Paolo, il sacramento del Battesimo andrebbe celebrato all’interno della vita della comunità, per fare in modo che sia visibile il senso comunitario del sacramento.

Recuperare la dimensione comunitaria del Battesimo comporta tutta una serie di attenzioni, che potrebbero aiutarci nel cammino di conversione di questa quaresima. Se il Battesimo è intrinsecamente legato alla comunità, allora, dovremmo prestare maggior attenzione a come viviamo l’eucarestia domenicale. È poco evangelico e molto mondano “prendere” la messa dove ci fa più comodo e all’orario che più è consono ai nostri impegni. Per chi ragiona in questo modo è palese che la messa sia vista come un dovere di secondaria importanza, da collocare dopo le cose primarie. Coloro che hanno assunto un impegno nella comunità – catechisti, educatori, ministri dell’Eucaristia, ecc. – non dovrebbero essere assenti alla messa domenicale della comunità. È, infatti, attorno al banchetto eucaristico che la comunità trova e plasma la sua identità, il senso della propria direzione. È nella messa della comunità che le persone hanno la possibilità d’incontrarsi, di ascoltare la stessa Parola, di manifestare la propria fede, di costruire assieme quel Copro al quale appartengono in virtù del Battesimo. Come l’anima ha bisogno del corpo per esprime ciò che sente, così la Chiesa ha bisogno dei suoi membri per crescere e rendere visibile l’amore che la anima.

Durante questa quaresima siamo invitati ad un cammino di conversione comunitaria, che dovrà mettere in discussione anche le nostre abitudini. Conversione da un modo individualista di considerare la fede, per camminare insieme verso uno stile più comunitario, più conforme allo stile vissuto e insegnato da Gesù. Dalla comunità eucaristica è più facile comprendere il senso di una vita spesa per gli altri, una vita donata per amore; è più facile comprendere il motivo di scelte radicali, di scelte che vanno nella direzione del dono totale di sé. Fino a quando rimarremo chiusi nei nostri gusci, difficilmente sapremo compiere dei passi verso gli altri, dei passi nascosti, senza il bisogno di riflettori. Fino a quando gestiamo la nostra fede come gestiamo qualsiasi cosa della nostra vita, difficilmente sapremo apprezzare ciò che Dio ci vuole mostrare attraverso la vita comunitaria. Quaresima vuole dire anche questo: scoprire l’evidenza nascosta dalle nostre abitudini erronee.   

martedì 6 settembre 2016

COME UN SOLO UOMO




LA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELLA COMUNITÀ
RONCINA 6 SETTEMBRE 2016

(Neemia 8,1s)
Giovanna Bondavalli
Sintesi: Paolo Cugini
Obiettivo è che le comunità dell’unità pastorale apprendano a camminare con la Parola di Dio. Che cosa significa incontrare la Parola di Dio come comunità? Ci facciamo aiutare da un testo: Neemia 8. Come fino adesso abbiamo vissuto il nostro rapporto con la Parola di Dio.
Il testo racconta una realtà che accade spesso anche in mezzo a noi. Ci troviamo spesso ad ascoltare la Parola e qualcuno ce la spiega.
Ci sono anche delle cose nuove.
Il popolo si raduna alle porte delle acque: non siamo in chiesa, ma all’aperto. C’è stato un momento difficile in cui Gerusalemme è stata attaccata e molte persone sono andate all’esilio. Alcune tornano e trovano Gerusalemme trasformata. Questa scena si svolge quando le persone che erano in Esilio tornano e cominciano a pensare alla ricostruzione. Occorre ripartire e ricostruire. Il problema non è solo rimettere le cose come erano prima, ma il perché ricominciare. Esdra e Neemia incitano a ripartire e lo fanno a partire dall’ascolto della Scrittura. Prima di tutto ascoltiamo la scrittura insieme. Una delle espressioni che torna di più nel brano è la seguente: tutto il popolo. Sono gli ebrei insieme che trova la Parola: tutti insieme. Quelli che leggono lo fanno ad alta voce affinché tutti possano capire. Tutti capiscono. E’ una comunità che si raccoglie intorno alla Parola dove tutti hanno un ruolo. E tutta la comunità chiede allo scriva di portare il libro. Qui non è il prete che decide, ma la comunità. La comunità nasce attorno ad un libro. E’ la comunità che ha bisogno del libro.

C’è un’altra cosa importante che accade nella narrazione. Il libro è uno, ma il lettore non è unico: ce ne sono diversi. Le persone che leggono vengono nominate per nome. Dio parla alla comunità attraverso persone della comunità. I lettori leggono e spiegano la Parola di Dio. Leggevano in ebraico e spiegano in aramaico. Negli Atti degli Apostoli c’ una narrazione in cui Filippo spiega la Parola ad un Etiope. Importante è leggere la Bibbia, ma è molto importante trovare qualcuno che ce la spieghi. Come faceva Gesù quando raccontava le parabole e poi le spiegava agli apostoli. La Parola di Dio ci viene sempre incontro attraverso qualcuno.

La lettura è integrale dall’inizio alla fine: dall’alba fino a mezzogiorno. Quel giorno non c’erano altre cose da fare. La festa continua per alcuni giorni e si continua a rileggere tutto il libro della legge. Non si trascura niente della Bibbia e non si legge a caso: dall’inizio alla fine e si legge così com’è. Si legge anche secondo alcuni criteri.
La lettura non si ferma solo a leggere un libro, ma che va oltre il libro e tocca la vita della comunità ed è capace di cambiarla. Il primo segno che ci viene incontro come reazione alla lettura è il versetto 9: tutto il popolo piangeva mentre ascoltava la lettura della legge. Perché questa Parola è una Parola che brucia, che tocca il cuore, perché fa ricordare il legame del popolo con il Signore. È una Parola che tocca il cuore perché ci fa capire dove siamo, che cosa è successo; ci fa capire le nostre perdizioni. Soprattutto però leggendo la Parola capiscono chi è il Signore. È una Parola che ci prepara ad una conversione. La questione centrale è che bisogna lasciarsi commuovere.

L’altra reazione è quella della gioia, della festa: si riscopre la bellezza dello stare insieme. Scopriamo che il Signore è la nostra forza. Ascoltando insieme avevano capito.
10-12: mandate porzioni a quelli che non hanno niente di preparato. La festa diventa condivisione. La festa dev’essere allargata a tutti, soprattutto a quelli che non ne hanno.

Considerazioni
L’incontro con la Parola di Dio è sempre l’incontro con la vita di noi e come chiesa, come comunità. La scrittura ci dice chi siamo, a fare memoria e a fare un progetto. Nel testo letto tutto parte da un fallimento. Si riparte da ciò che non ha funzionato. Come ripartiamo dai nostri fallimenti? Chi ci aiuta ad uscirne? Il tempo del fallimento è il tempo in cui si riparte meglio.

Questa comunità che si costruisce attorno al libro è variegata con persone diverse che incontrano la Scrittura in modi diversi. È una comunità in cui c’è qualcuno che aiuta gli altri a comprendere la Parola. Ci sono i nomi. Ci sono dei testi che leggiamo con la nostra vita.
Neemia ci ricorda che di scrittura bisogna masticarne tanta. Occorre provare a fare un po' fatica sui testi. Occorre apprendere a leggere in modo integrale la Scrittura.

La Parola di Dio ci viene incontro per commuoverci, per bruciarci dentro il cuore. È una Parola che fa muovere perché fa commuovere e chiede sempre di continuare a metterci in relazione, ad andare fuori di noi verso gli altri. È una Parola che fa il suo lavoro fino in fondo quando la facciamo diventare festa e condivisione. È una Parola che aiuta a capirci e diventa testimonianza: non tiene ferma la gente.






mercoledì 15 giugno 2016

IL TEMA DELLA MISERICORDIA NELLA PROSPETTIVA PASTORALE DI PAPA FRANCESCO



CUM VERONA 15 GIUGNO 2016

Don Giuliano Zanchi

Sintesi: Paolo Cugini
[L’Arte di accendere la luce, Vita e pensiero 12 euro]

Evangeli Gaudium (EG) è un testo scritto in maniera ellittica: i temi ritorno in modo a spirale. Che cosa intende papa Francesco nell’EG quando parla di Evangelizzazione?
Come ripensare i ministeri? Quali nuovi equilibri? Come ripensare la comunità?
Francesco ha ribaltato la gerarchia delle preoccupazioni ecclesiali, rimettendo a fuoco il senso della presenza cristiana nella storia, i destinatari dell’azione evangelizzatrice. C’è il dato di fatto che la base resiste. Resistenza oggettiva e inaspettata. È un’aspirazione che non si sta traducendo in un metodo pastorale. Positivo è il clima di libertà.
Francesco ha dissotterrato il filo nascosto della teologia conciliare; ha dato concretezza allo spirito riformatore del Concilio. Ricomponendo i pezzi del compito pastorale. Prima di tutto la costruzione di una comunità che possa essere ospitale dei vissuti delle persone.
Asse del tema della misericordia intesa come tema sintetico della rivelazione cristiana, della rivelazione biblica. Rivelazione come qualcosa che non sapevamo e che ci deve essere comunicata da Dio. Dio si china a restituire integrità alla condizione umana, rendendo manifesta la misericordia la natura di Dio e il dover essere dell’uomo. Questo ha trovato forma nella natura umana di Gesù. La rivelazione ha disintegrato tutte le immaginazioni dell’uomo su Dio. Il cuore del Vangelo è stato proprio su questo punto. La battaglia di Gesù fra l’uomo e il sabato, fra l’amore a Dio e l’amore al prossimo: che cosa dobbiamo scegliere? Il grande comandamento di Gesù è: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv 13,34). La morte di Gesù come la sua disponibilità a lasciarsi morire indifeso per non infrangere l’immagine di Dio rivelata dalla sua vita.
Buona notizia: Dio non è come lo pensiamo noi. Saremmo consegnati all’implacabilità della legge di Dio nelle mani degli uomini.

Il tema cristiano della misericordia rischia di essere un tema frequentato dalla retorica e molto tollerato attraverso una specie di libertà vigilata. Il tema della misericordia come sintesi del vangelo ha a che fare con il dibattito sul rapporto tra grazia e libertà.
Qual è il compito che culturalmente ci viene assegnato al tema della misericordia? È un sentimento che interviene in alternativa al dovere della giustizia. La misericordia interviene là dove si deroga al dovere della giustizia. Culturalmente misericordia significa venir meno al dovere della giustizia. Alle istituzioni politiche tocca custodire il rispetto della vita civile ostaggio dell’economia globale. I salvagenti esistenziali sono temi di un’azione legata al sentimento individuale. Questo è il paradosso.
Questa antinomia tra giustizia e misericordia domina anche le precomprensioni della cultura credente nel discernimento di molte questione anche disciplinare.
Mettere la misericordia la centro della vita cristiana.

Tre grandi parole d’ordine che hanno fondato l’ortodossia civile dell’occidente: libertà, uguaglianza, fraternità. Nel bene e nel male abbiamo assimilato questi principi, sono categorie di chiara ascendenza evangelica. Di queste tre grandi categorie due sono diventati effettivi pilastri della grammatica di base della convivenza civile: libertà (senso individuale, coscienza del singolo, arbitrio individuale) e uguaglianza (contro la schiavitù. Estensione indifferenziata dell’individuale senza coscienza. Tutti voglio tutto come tutti. Solitudine di massa). Il modello sociale che nasce fondata sull’individuo che estende i diritti su tutti significa una vita sociale competitiva. È la filosofia neo-liberista che istituzionalizza la selezione naturale. Questo modello è funzionale alla cultura del consumo.
La fraternità, che dovrebbe essere il correttivo dei primi due, non è mai diventato una categoria civile, ma è rimasta una parola religiosa, circonfusa di un alone d’ingenuità. La nostra società per come si costruita non valorizza i legami sociali, ma li ostacola. Prima l’individuo e i suoi diritti e poi la società e i suoi problemi.
Qui s’inseriscono le idee di papa Francesco: cultura dello scarto, globalizzazione dell’indifferenza.

Restituire la centralità del patto umano e dei legami sociali è il kairòs testimoniale a cui l’epoca attuale chiama la testimonianza dell’evangelizzazione. Il dovere e il compito dei cristiani oggi passa attraverso la restituzione del patto umano dei legami sociali: la misericordia. Difendere questo profilo fondamentale della convivenza umana. La misericordia non è un sentimento in aggiunta della misura utilitarista dei rapporti umani. Non è una pratica suppletiva. La misericordia è la norma della vita quando la vita conserva la sua forma propriamente umana. Non è l’eccezione, ma la norma. Misericordia diventa capace di andare contro alla selezione del caso e contro il cinismo di fortunati, di quelli che solo intelligenti, belli, e pensano che questa sia la norma dell’esistenza e pensa che sia un merito.
EG 178: intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana. Tutto il senso di ciò che dio vuole per il mondo può essere difeso e testimoniato tutte le volte che la vita umana viene assunto come scommessa. Tocca il corpo ferito dell’uomo e lo cura. È nel fare la carità che si annuncia la resurrezione dei corpi. Tema dei poveri, perché sono emblema vivente dell’umanità ferita. L’opzione per i poveri è una categoria teologica, prima che sociale, perché Dio concede loro la sua misericordia.

Essere categoria teologica della condizione del povero non rimane nell'empireo astratto. Il punto è rimuovere le condizioni dell’ingiustizia: questo è il compito dell’evangelizzazione cristiana. Per capire i problema dei poveri c’è bisogno di analisi sociologiche, economiche, ecc. La laudato sii (LS) è già dentro all’EG. Nella LS papa Francesco fa due cose semplici: prende due questioni che erano morte sorpassate: il tema della giustizia sociale (tema reso retorico ed estenuate della vittoria del modello neo liberale) e la questione ecologica (era finito nel dimenticatoio). Il papa prende queste due questioni e le mette insieme ridando vita ad entrambe. Questo è il compito dei cristiani nel mondo.





giovedì 9 aprile 2015

SPIRITUALITÀ E REALTÀ



FUGA DALLA SPIRITUALITÀ DISINCARNATA
Paolo Cugini

Vivo spesso delle sensazioni strane, che mi fanno star male. Sono tutti i giorni a contatto con il mondo spirituale, con i riti, le liturgie, le preghiere. Ed è proprio in queste circostanze che vivo delle strane sensazioni e cioè la sensazione di essere fuori dal mondo, che lo spirituale sia qualcosa di distaccato dal reale, anzi a volte ho la sensazione che lo spirituale sia l’esatto contrario del reale. Osservo, infatti, come ci sia tutta una spiritualità che invece di sgorgare dalla realtà, nasce da un’altra parte – e non ho ancora capito dove, anche se lo sto intuendo – invece di nascere dalla terra, dalla carne, dalla vita personale, nasce come se si volessero proteggere gli uomini e le donne dalla realtà. C’è tutta una spiritualità che non sembra centrare nulla con la vita che gli uomini e le donne vivono, con la vita reale fatta di carne e di sangue, di gioia e dolore, di sacrificio ed entusiasmo, di eros ed agape, di lavoro e di gioco, di vita e morte. Sembra che s’inventi un mondo spirituale per proteggersi dalla vita, dalla realtà della vita, come se questa fosse qualcosa di negativo, come se la realtà fosse negativa, come se quella vita che sgorga dalla realtà fosse qualcosa dalla quale proteggersi. Come funzione questa spiritualità della fuga dalla realtà, dalla vita? Funziona giocando d’anticipo, anticipando il futuro, passando spiritualmente sopra al presente, per non sentirlo, per non annusarlo, per attutirne il più possibile la sua forza dirompente. Come se il presente fosse negativo, come se la vita fosse qualcosa dalla quale fuggire e, soprattutto, come se vivere fino in fondo e in modo autentico la vita fosse qualcosa di blasfemo. E’ molto strano che lo spirituale sia confuso con l’irreale o addirittura identificato con esso. Charles Péguy diceva che lo spirituale è costantemente disteso nel letto del temporale. Erano le riflessioni di un poeta che aveva fatto dell’incarnazione del Verbo il centro della sua vita. Viene immediatamente da pensare: ma come abbiamo fatto a ridurlo così? Com'è potuto avvenire che il grande mistero dell’incarnazione venisse così svilito da servire come surrogato, come anestetico del reale, come se lo spirituale fosse qualcosa di falso? Com'è mai potuto avvenire questo grande travisamento e cioè che lo spirituale, nella linea inaugurata da Gesù Cristo, uno spirituale cioè tutto intriso di carne e terra, di sangue e di vita, perché Lui era uomo come noi, potesse divenire strumento di percorsi religiosi che negano la realtà, che negano tutte quelle dimensioni che fanno parte della vita come la sofferenza, il pianto, il sorriso, la scelta per qualcosa di definitivo? Soprattutto, però, mi chiedo: perché lo si lascia credere? Com'è potuto avvenire che il più grande gesto d’amore dell’umanità venisse ridotto a rito e rinchiuso in esso, come se l’amore di Gesù fosse una questione di manine giunte e non di scelte di vita, una questione di turiboli e di pizzi e non di donazione totale di sé, infine una questione di rubriche e di formule e non una questione di vita vissuta in pieno.

Vivo tutti i giorni la sensazione di essere un funzionario religioso, un funzionario del nulla, che smercia il nulla, che permette alle persona di riempirsi del nulla, del vuoto, per stare bene, per avere la sensazione di stare bene o, perlomeno, di stare meglio. Perché è questo che producono le devozioni, gli spiritualismi disincarnati, i devoti del nulla, i cerimonieri del vuoto: un bene momentaneo, come un analgesico, un tranquillante. E’ questo quello che propone la spiritualità disincarnata, svuotata dal mistero dell’Incarnazione del Verbo: una giustificazione alla propria vita, un lasciapassare per non cambiare nulla, per pulire alla svelta quello che si è sporcato, un toccasana per continuare a fare ciò che si è sempre fatto. Gesù proponeva il Vangelo, il Regno di Dio, un regno di giustizia, di comunione. Gesù camminava per le strade d’Israele invitando le persone ad accogliersi gli uni gli altri, a rispettarsi, a perdonare, a dare dignità, a non vivere come servi, a non cercare il primo posto ma l’ultimo, a volersi bene, a condividere quello che si ha, a non umiliare il povero, ma ad accoglierlo, a non considerarsi superiori degli altri, ma a stare al proprio posto, a non cercare la felicità nelle cose materiali, a non vendersi per il denaro, ma a donare la propria vita per amore. E’ chiaro che per poter accogliere la sua proposta era necessaria la conversione, il cambiamento, il desiderio di una vita nuova. E invece no. La spiritualità disincarnata non ti chiede nulla di tutto questo, ma offre solamente un tranquillante interiore. E invece no, perché la devozione della candela facile, ti chiede al massimo due spiccioli e poi puoi rimanere al tuo posto, a fare le cose che facevi prima, perché t’insegnano questi disgraziati, che bastano due formule dette bene che tutto è messo a posto, che tutto è come prima, che con due formuline ben dette e qualche candelina, Dio è contento. Come se il problema fosse Dio! Come se tutto il problema della religione fosse Dio e non l’uomo, fosse Dio e non la donna, fosse Dio e non il modo. Disgraziati! Che cosa avete fatto? Che disastro avete costruito voi, i servi dello spirituale senza carne, del cielo senza terra, dello spirito che puzza di vuoto! Era così bello il Vangelo! Bello perché sapeva di vita, di terra, d’amore e di passione. Bello perché t’invitava a riflettere, a pensare, ad entrare in se stessi, per guardarsi dentro, per poi camminare meglio sulle strade della vita. Perché era esattamente lì che Gesù viveva: sulla strada. Ed era esattamente lì che ci ha insegnato a stare: sulle strade della vita, per starci con dignità, affrontando quello che c’era da affrontare. Gesù nel Vangelo ci ha invitato ad essere noi stessi, a non avere paura delle nostre debolezze, perché con Lui al fianco anche la debolezza si trasforma in forza e la pace diviene il segno inconfondibile della sua presenza.

Forse è questo quello che la gente cerca quando va in chiesa: un tranquillante, stare un po’ meglio, fuggire per alcuni istanti dai problemi reali, dai problemi della vita, da tutti quei problemi che si sono accatastati e dai quali non sembra esserci possibilità di soluzione, possibilità di uscita. Per fortuna che c’è la religione, le chiese, i preti nei confessionali; per fortuna che c’è qualcuno che può alleviare il dolore, la sofferenza, il male di vivere. Non ci sono, allora, solo le devozioni, ma anche coloro che le incentivano, le propongono, le inventano. Non ci sono solo le devozioni sorte in un’epoca – quella moderna – nella quale tutto si faceva derivare dall’uomo, come se noi uomini fossimo il centro del mondo, i signori della storia: ci sono anche coloro che le mantengono vive e, diciamolo pure, ci sono coloro a cui fa comodo tenerle vive. Spiritualità come sinonimo di irreale, non necessario alla vita, qualcosa di cui si può fare a meno, che serve appunto per distrarsi, per stare meglio in un momento di dispiacere o di depressione. E’ per questo motivo che molta gente fa a meno dello spirito, delle chiese e non sente il bisogno di guide spirituali di questo tipo, che ti guidano cioè nell’irreale, fuori dal tempo, dalla storia dalla vita. Chi vive bene, chi ama la vita, chi si trova bene nella realtà, non va in cerca di qualcosa che lo possa distogliere da ciò che ama, che lo conduca fuori dalla realtà. Chi ama la vita, chi sta bene a questo mondo, non cercherà mai quella religione che propone un’offerta spirituale del tipo che ho descritto sopra e starà lontano il più possibile dai sacerdoti del nulla, dai cerimonieri del vuoto.

 Ritornare al Vangelo per non morire, per uscire dalla religione vuota e trovare la luce della vita, la realtà delle cose: è questo il nostro compito più urgente!




martedì 3 marzo 2015

E SALÌ SUL MONTE





Paolo Cugini

Non lo sapevo e non me lo potevo immaginare. Quando si è giovani si pensa di sapere tutto, perché ci si fida dell’istinto che, a quell'età è ancora buono. Ci sono cose, però, che nella gioventù è impossibile sapere, perché fanno parte di quelle conoscenze che si accumulano con il tempo, che apprendiamo con il passare del tempo. Quello, allora, che non sapevo a vent'anni e che non potevo immaginare anche perché si sa che la giovinezza è piena d’ideali, di speranze, è che nella vita adulta la materia tende a ingoiare lo spirito, e cioè la pressione della materia sul vissuto quotidiano è molto forte e spesso soccombiamo. Diveniamo così presi dalle preoccupazioni materiali che il quotidiano ci fornisce, che spesso e volentieri ci dimentichiamo di noi stessi, ci dimentichiamo che abbiamo un’anima e, soprattutto, non ci ricordiamo più da dove veniamo, chi eravamo, quali erano i nostri sogni, su che cosa puntavamo quando eravamo giovani. Basterebbe fermarsi un attimo dal fornaio e, in modo distaccato, ascoltare di che cosa parlano gli adulti. La cosa peggiore che ci può capitare è arrivare ad un punto in cui identifichiamo la materia con la realtà, e cioè pensiamo che la realtà sia esattamente ciò di cui viviamo, ciò di cui perdiamo tempo, ciò che ci sta identificando. Quando la realtà è tutta materiale, quando il processo d’identificazione della realtà ha come unico e inesorabile orizzonte la materia, allora ragazzo mio possiamo dire che è proprio finita, possiamo tranquillamente dire che la vita è morta, che non c’è orami più spazio per nulla. Quando abbiamo l’anima piena di materia e non riusciamo più a pensare ad altro, la nostra vita diviene spazio aperto per le emozioni e corriamo il serio rischio di passare da una passione all'altra, rischio di diventare lo zimbello delle nostre emozioni.

Nei vangeli che narrano la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor ci sono degli elementi sui quali vale la pena riflettere. In primo luogo il fatto che Gesù sale sul monte. Per recuperare uno sguardo spirituale della vita, quello sguardo che ci toglie dalla massificazione del quotidiano è necessario fare fatica. É il sacrificio di colui che si distacca dall'abitudine di non pensare a nulla all'esigenza percepita dal vuoto interiore, di dare una sapore, un significato ad un quotidiano divenuto veramente opaco, dell’opacità della materia. Staccarsi dalla materialità della vita per cercare qualcosa di spirituale è un’operazione esistenziale molto difficile e dura. Si tratta di fare una fatica che diviene tanto più dura quanto più è stato il tempo nel quale si è abbandonato qualsiasi tipo di ricerca spirituale nella propria esistenza. Salire il monte per fare cosa? Per cogliere la realtà, per scoprire che il significato profondo della realtà non è la materia, ma lo spirito e che è quest’ultimo a fondare il primo. La realtà è, allora, simblolizzata dalla veste bianca, la veste trasfigurata di Gesù. Questa veste bianca, indica, infatti, la realtà delle cose così come la vede e le ha pensate Dio. Salire sul monte, allora, per lasciarsi guardare da Dio, per lasciarci guardare dentro.Bisogna prepararsi a questo sguardo. Non possiamo pensare di resistere a questo sguardo se ci arriviamo così, in modo superficiale. Ci dev'essere un certo percorso di svuotamento da quella materia che ci ha resi opachi. Lo sguardo di Dio dentro di noi ci mostra il suo sogno per noi, come ci aveva pensati. Non possiamo, allora pensare di resistere a questo sguardo d’amore disinteressato, se siamo pieni di emozioni interessate, se siamo immersi nella materialità delle cose. La veste bianca rappresenta lo sguardo di Dio sul mondo degli uomini e delle donne, uno sguardo che smaschera, che distrugge le ipocrisie costruite in anni di vita materiale. Il cammino verso la cima del monte è dunque un processo di lento smascheramento, che pone a nudo quello che veramente siamo, che smantella le nostre sicurezze. È difficile incontrare un adulto che accetta un tale percorso, soprattutto se non ha nella memoria niente di simile, e cioè se nella gioventù non ha mai avuto esperienze spirituali significative.

 La veste bianca, poi, non simbolizza solamente il punto di vista di Dio sulla realtà, quel punto di vista che Gesù ha portato in mezzo a noi incarnandosi, venendo ad abitare in mezzo a noi, ma rappresenta anche il senso del nostro cammino. Che cosa fa, infatti lo Spirito che riceviamo se non un lento e instancabile lavoro di trasformazione, di trasfigurazione per formare nella nostra umanità le stesse caratteristiche dell’umanità di Gesù (cfr. 2 Cor 3,18)? Il cammino della vita quotidiana, in questa prospettiva, consiste nel permettere lo Spirito di trasformare la realtà, di renderla bianca, giusta, misericordiosa, pacifica. Sono le nostre relazioni quotidiane che rendono possibile questo processo di trasfigurazione del mondo. É proprio questo che ha fatto Gesù: ha trasformato l’opacità del mondo, immettendo in esso un principio vitale, il principio dell’amore, fatto di attenzioni, di tempi nuovi, di sguardi, di perdono, di gesti di misericordia.
Se tutto ciò ha un senso significa che la vita spirituale ci aiuta ad avere il senso della realtà, a cogliere la realtà per quella che è, al di là delle apparenze che la materia pone dinnanzi ai nostri occhi. Conoscere la realtà è importante perché ci permette di indirizzare la nostra vita su ciò che è vero, autentico e che riempe l’esistenza. Il problema è capire se ad un certo punto della vita c’interessa questo sguardo, questa realtà, questa veste bianca. Anche perché la materializzazione del vissuto quotidiano avvolge tutto, anche la religione. Che cosa sono, infatti, quelle celebrazioni scialbe, quei riti asfittici che vediamo nelle chiese e che allontanano le nuove generazioni dalla fede,  se non la proiezione della nostra opacità materiale?

Che cosa ci resta, allora? Che cosa possiamo fare? “Ascoltatelo”. La rivelazione del monte Tabor offre questa semplice indicazione: ascoltate Lui. Sembra troppo semplice per essere vero. Siamo così abituati alla ricercatezza sottile per nascondere il nostro vuoto, che ci sembra impossibile credere che la possibilità di una vita piena dipenda semplicemente da questo banale comando. Abbiamo riempito così tanto il sacro di materia, di devozioni individualiste, di messaggi extraterrestri, di miracoli portentosi e di esorcismi spaventosi, che ci sembra davvero inverosimile che la chiave di svolta della nostra vita non sia nel miracolistico, negli eventi e nei messaggi mirabolanti, ma in un semplice ascolto della Parola evangelica. Eppure l’ha detto Lui: proviamo a crederci.


mercoledì 25 febbraio 2015

FEDE E VITA







Riflessioni a partire dal libro di C. Theobald, Trasmettere un Vangelo di Libertá, EDB, 2010

Paolo Cugini

La dimensione politica e sociale della fede è stato il tema che mi ha accompagnato nei circa quindici anni di esperienza missionaria in Brasile. Come dice Theobald la dimensione politica della fede è stata una delle risonanze del Vangelo che ho trovato, ascoltato e accolto nella realtà che ho incontrato. La lettura del Vangelo fatto nelle piccole comunità di base(Cebs), ma soprattutto nei tanti gruppi di giovani incontrati sia nelle comunità della zona rurale che nei quartieri poveri, mi ha mostrato come davvero il Vangelo possa restituire la fiducia nella vita, in quella vita spesso spezzata e maltrattata dalle strutture sociali e politiche di morte. Quante famiglie ho incontrato ai bordi delle strade dei grandi latifondi, vivendo in piccole capanne, lavorando e lottando per anni per conquistare quel piccolo pezzetto di terra che permetterebbe una vita migliore. Quante sofferenze causate dall’arroganza dei potenti di turno che se ne infischiano della dignità delle persone, soprattutto povere, che sistematicamente umiliano, ho dovuto ascoltare, accompagnare. E allora è vero che non c’è vita umana senza fede, soprattutto quella fede che sgorga dalla fiducia nell’altro, nelle persone vicine che diventano compagno e compagne di viaggio, che aiutano a lottare e soffrire insieme per vincere la tentazione di cadere nella disperazione. Quante volte ho incontrato nei volti dei poveri sofferenti la fiducia estrema nella vita, l’aggrapparsi a denti stretti ai brandelli di vita strappati in contesti di grande difficoltà. Credo che sia per questo fatto, e cioè per una dimensione antropologica della fede che è stimolata dalle situazioni di grande precarietà nelle quali le persone incontrate si trovano a vivere, che diviene facile, direi quasi spontaneo accogliere non una qualsiasi fede, ma la fede in Cristo, nella sua proposta, “la fiducia in colui che più di ogni altro riusciva a generare vita nell’altro, a generare fiducia nella vita”.
Il legame tra la vita vissuta, quella vita fatta spesso e volentieri da umiliazioni, ma anche di conquiste e di lotte – penso soprattutto alle famiglie che riuscirono ad ottenere le terre dopo anni passati sotto tendoni o capanne di paglia – e la fede nel Signore della vita è visibile nelle liturgie. Chi partecipa ad una Messa o ad una celebrazione della Parola in una CEB non assiste a qualcosa di staccato dalla vita, ma trova in essa delle chiavi di lettura per il vissuto quotidiano. I canti, le preghiere, i commenti iniziali e conclusivi e poi i balli di ringraziamento: è la via che è celebrata e trasformata nella fede in Cristo, nel Signore della vita. E’ stato in contesti come questo che ho compreso l’importanza della liturgia per la vita, il significato profondo del celebrare per lasciarsi consegnare i contenuti necessari ad affrontare quel quotidiano spesso fatto di umiliazioni e durezze. Liturgia quindi, non come proposta alienante, come fuga dalla dura realtà, ma come chiave di lettura per comprenderla, per cogliere il segno dei tempi più vero ed autentico che abbiamo: la fede nel Signore risorto, presente nei fratelli e nelle sorelle sfigurati dal dolore, dall’umiliazione. Liturgia come forza che la comunità riceve per affrontare la vita e come luce per leggere e interpretare i segni dei tempi.  Sono questi contesti che hanno maturato in me un amore crescente per la Chiesa che, come dice Theobald, “è prima di tutto il luogo concreto, infinitamente sobrio, dell’ospitalità contagiosa”.
Leggere il Vangelo nelle piccole comunità di base e nei gruppi giovani in un contesto nel quale tutti i giorni si tocca con mano l’umiliazione che i poveri subiscono dai potenti, ma soprattutto le dinamiche di dipendenza messe in atto dai sistemi corrotti dei politici locali, mi ha spinto ad impegnarmi nei movimenti sociali, soprattutto quelli di lotta contro la corruzione. La realtà ascoltata e interpretata nelle piccole comunità di base alla luce del Vangelo ci ha condotto a fare delle scelte, a decidere di fare qualcosa per tentare di rompere le dinamiche di morte messe in atto dai sistemi politici corrotti. L’impegno nel Movimento Fede e Politica, sorto negli anni Ottanta in Brasile e diffusosi rapidamente in tutti i paesi dell’America Latina, ci ha permesso di trovare argomenti e mezzi per sostenere le nostre lotte. Ricordo la settimana di esercizi spirituali fatta con un gruppo di trenta persone meditando sui testi dei profeti, scoprendo assieme il loro coraggio e, allo stesso tempo, il desiderio i riprodurlo nel nostro contesto sociale. Cosa che poi di fatto è avvenuta quando, scoprendo le leggi contro la corruzione elettorale approvate nel 1999 dopo una campagna promossa dai settori sociali della Chiesa Cattolica, ci siamo impegnati per farla conoscere e, poi per metterla in pratica.
Theobald mette in evidenza lo scollamento in atto nel contesto di scristianizzazione dell’Occidente tra la fede in Cristo e il tessuto sociale, scollamento che si manifesta nell’incapacità dei cristiani di essere fermento nel mondo, come auspicava il Concilio. Forse i cristiani stanno pagando il prezzo di una fede nel Signore, che non ha saputo produrre cammini di profetismo, di denuncia contro i sistemi corrotti e i mercanti di morte responsabili delle continue crisi economiche e, di conseguenza, delle migliaia di poveri che aumentano anche nel mondo Occidentale. Una comunità cristiana che non denuncia, ma al contrario, che per non perdere i propri privilegi economici derivati dal Concordato, rimane in silenzio o, peggio, che appoggia più o meno velatamente dei governi pieni zeppi di politici corrotti, che spesso e volentieri sono degli autentici avanzi di galera, non può pretendere granché. La scristianizzazione denunciata da Theobald, ma che in Francia era già denunciata e analizzata dal grande poeta e filosofo Charles Péguy all’inizio del secolo scorso, è anche il frutto di un modo di essere presente nel mondo. Quando si preferisce andare a braccetto con il potere per aver una contropartita in denaro o per contare qualcosa nella società, non si può pretendere poi di essere segno profetico, stimolo per le nuove generazioni. Lo svuotamento delle chiese e l’insignificanza sempre crescente della Chiesa nel nuovo contesto culturale è, a mio avviso, il vero segno dei tempi che dev’essere interpretato per cambiare decisamente rotta. Non si può perpetuare per sempre un modello che non funziona. Se l’epoca della cristianità è finita e, grazie a Dio, non tornerà più, ciò significa che è ora più che mai di prendere un’altra strada. Forse è per questo che l’attuale Papa Francesco piace così tanto, soprattutto a coloro che sono fuori dalla Chiesa, o che se ne erano andati per i motivi sopra descritti.
 Il “metodo dell’assenza”, come lo chiama Theobald, vale a dire l’assenza di un cammino spirituale dettato dal Vangelo, può forse provocare il desiderio di qualcosa di più autentico ed evangelico. Come c’insegna il detto popolare: non tutto il male viene per nuocere. A meno che non siamo recidivi e continuiamo a farci del male.


sabato 31 gennaio 2015

CHARLES PEGUY: STORIA DI UNA CONVERSIONE






 A CENT’ANNI DALLA MORTE DAL GRANDE PENSATORE E POETA FRANCESE
Don Paolo Cugini

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Charles Péguy (Orleans 4 gennaio 1873 – Marna 5 settembre 1914), poeta e filosofo francese, la cui opera ha influenzato intere generazioni d’intellettuali. Il suo percorso spirituale fu piuttosto travagliato. Abbandonata la fede negli anni dell’adolescenza perché non ammetteva il dogma dell’inferno, la ritroverà a ventott’anni dopo un percorso culturale che lo vede protagonista nel movimento socialista e in alcune battaglie politiche piuttosto polemiche. Fonda infatti, agli inizi del novecento prima una libreria e poi una rivista, Cahiers de la Quinzaine, che sono quaderni d’informazione e dossiers relativi ai problemi e ai fatti del momento. Tra questi si possono segnalare i Congressi Socialisti, L’Affaire Dreyfus e il problema della separazione Chiesa - Stato. Se il primo gruppo dei Cahiers (1900-1905) può considerarsi come relativo al periodo della creazione, dell’organizzazione dell’impresa e della presa di coscienza dei problemi teorici e politici essenziali, il secondo (1905-1909) segna un periodo di approfondimento e di maturazione che condurrà alla tacita riscoperta della fede. In quest’atmosfera Péguy sente e riscopre il senso degli Eroi, dei santi, della Patria francese. Nel 1907 Charles Péguy si converte al cattolicesimo. E così ritorna sul dramma dedicato Giovanna d'Arco, che aveva iniziato a scrivere agli inizi del Novecento, cominciando una febbrile riscrittura, la quale darà vita ad un vero e proprio "mistero", come viene scritto nei "Cahiers" del 1909, e questo nonostante il silenzio del pubblico il quale, dopo un breve e iniziale interesse, sembra non gradire più di tanto l'opera dell'autore. Péguy però va avanti. Scrive altri due "misteri": "Il Portico del mistero della seconda virtù", datato 22 ottobre 1911, e "Il mistero dei Santi Innocenti", del 24 marzo 1912. I libri non si vendono, gli abbonati della rivista calano e il fondatore dei "Cahiers", si trova in difficoltà. Inviso ai socialisti per la sua conversione, non fa breccia nemmeno nel cuore dei cattolici, i quali gli rimproverano alcune scelte di vita sospette, come quella di non aver battezzato i figli, per venire incontro ai voleri della moglie. Nel 1912 il figlio minore Pierre si ammala gravemente. Il padre fa il voto di andare in pellegrinaggio a Chartres, in caso di guarigione. Questa arriva e Péguy compie un cammino di 144 chilometri in tre giorni, fino alla cattedrale di Chartres, in piena estate. È la sua più grande dimostrazione di fede. Ormai scrittore cattolico affermato, nel dicembre del 1913 scrive un poema enorme, che sconcerta pubblico e critica. Si intitola "Eve", ed è composto da 7.644 versi. Quasi contemporaneamente uno dei suoi saggi più polemici e brillanti vede la luce: "Il denaro".  Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale Péguy si arruola volontario e il 5 settembre 1914, il primo giorno della famosa e sanguinosa battaglia della Marna, muore colpito proprio al fronte.

Nell’opera di Péguy, oltre ad una critica serrata al metodo moderno – siamo nel periodo nel quale scoppia in campo cattolico la polemica sul modernismo - troviamo soprattutto interessanti indicazioni di metodo per ascoltare la realtà, per valorizzare la pluralità. Assieme all’analisi puntuale dei danni provocati dalla mentalità moderna soprattutto all’interno della cultura francese – bellissime sono le pagine sulla vita contadina nelle campagne francesi dell’Ottocento -, troviamo in Péguy una lucidità intellettuale capace di mostrare con precisione le cause delle faglie del metodo moderno. Gli anni successivi alla sua conversione religiosa imprimeranno una profondità spirituale che lo condurranno a rileggere la Sacra Scrittura con occhi nuovi, gli occhi appunto del metodo intuitivo appreso da Bergson e messo a punto negli anni delle sue battaglie polemiche a tutti i livelli con gli uomini di cultura del suo tempo. Affascinanti sono le pagine che Péguy dedica alla riflessione sui vangeli. Come nelle pagine di poesia e di prosa, anche in queste più specificamente spirituali o, per alcuni, mistiche, Péguy riesce a scoprire novità di significati e di contenuti, analizzando testi ascoltati da sempre e che in apparenza non avrebbero la possibilità di dire nulla di nuovo. Se è vero che è importante ascoltare la realtà, senza volerla anticipare con angusti sistemi di pensiero che rischiano costantemente di reprimerla, lo stesso vale nel rapporto con la Sacra Scrittura. Troppe volte, secondo Péguy, si è trattato la Scrittura come se fosse un pezzo di materia freddo e distaccato, anticipandone il senso attraverso una griglia concettuale. Ascoltare la Scrittura significa per Péguy anzitutto liberarla dagli schemi freddi del metodo moderno, per seguirla pazientemente dove lei vuole condurre il lettore, e cioè alla conversione del cuore.  Questa relazione stretta tra filosofia e religione, tra metodo intuitivo e poesia, è una delle caratteristiche specifiche dell’opera di Péguy. 

Non è possibile avvicinare un’opera così profonda e allo stesso tempo così poliedrica, come è quella di Péguy, esclusivamente per sottolineare eventuali simpatie o affinità di vedute. Simili operazioni culturali rischiano non solo di decurtare l’integralità di un messaggio, quanto soprattutto di distorcerne il senso autentico. Del resto, Péguy sembra abituato a simili strumentalizzazioni. Se, infatti, si sfogliano le pagine dei suoi biografi, lo si trova tratteggiato con le sfumature più disparate: anarchico, socialista, comunista, rivoluzionario, reazionario, cattolico, mistico. Dinnanzi ad una tale varietà di opinioni viene spontaneo chiedersi chi sia realmente Péguy e quale sia in sostanza il suo messaggio. Per questo motivo organizzare un convegno di studi nel centenario della morte potrà servire non solo per conoscere e approfondire alcuni aspetti della sua opera, ma soprattutto per verificarne la sua attualità.

C’è un aspetto dell’opera di Péguy che è centrale e che può essere considerato il perno attorno al quale muove tutta la sua produzione culturale ed è il modo d’intendere il tempo presente. E’ nel presente, infatti, che Péguy individua il centro fondamentale a partire dal quale è possibile cogliere la realtà. Tutto dipende da come lo si ascolta, da come lo si percepisce o da come lo si modifica. Il presente è dunque il punto nel quale si manifesta la realtà. Cogliere il presente significa afferrare il nuovo, ciò che non era. E’ nell’immediatezza del tempo presente che occorre situarsi pena l’esclusione subitanea dalla percezione della realtà. Per l’uomo che vive nel tempo non vi sono a disposizione spazi illimitati, ma semplicemente un punto, che per propria natura non può essere irrigidito, fissato, solidificato. Il presente è mobile: è questa la consapevolezza che pone all’uomo la necessità di non sfuggire questo punto prezioso, che è un punto vitale, anzi è il punto vitale. Non c’è tempo da perdere: “Essere in anticipo, essere in ritardo, quali inesattezze. Essere in orario è la sola esattezza”. La mobilità quale caratteristica peculiare del tempo presente, non può che essere descritta con termini plastici: elastico, libero, vivo, gratuito, fecondo.

Nel presente vi è la novità del reale, una novità che è donata gratuitamente e che impone all’uomo, sorpreso da un tale gesto, una ricomprensione. Il problema è che la vita nel presente è inquietante, perché è il punto dal quale sgorgano le novità della realtà. La caratteristica della mentalità moderna che si è sviluppata nel mondo Occidentale, secondo Péguy, consiste nell’aver messo in atto una serie di strategie per difendersi dalla mobilità e quindi dall’inquietudine che il presente provoca. La prima di queste è l’utilizzo del passato poiché è fermo, rigido e soprattutto lo si può osservare e schedare. L’uomo moderno ha imparato a narcotizzare il presente trasformandolo (snaturandolo) in passato. Basta trasferirsi mentalmente nel futuro e da quella piattaforma artificiale di sicurezza osservare il presente come se fosse passato, che il gioco è fatto. Quando il travisamento del tempo presente è in atto allora tutta la storia che ne scaturisce ne subisce le conseguenze. Se, infatti, leghiamo il presente allora tutto è legato. Se conserviamo libero il presente, soltanto allora le altre libertà potranno essere risparmiate.

Il mondo moderno indurendo, legando il presente, ha devitalizzato la realtà. La difficoltà di conoscere il presente unita a quello che Péguy chiama il mostruoso bisogno della tranquillità, hanno fatto sì che l’uomo non gusti la vita nella sua essenza. L’uomo ha smesso di vivere perché non si trova più là dove la vita sgorga. L’uomo si è voluto situare in un tempo artefatto, un tempo presente-passato che è un tempo di morte. “E’ l’aridità del cuore e l’aridità della razza, che sono le due grandi e spaventose invenzioni moderne, le due grandi forme moderne dell’annientamento stesso del mondo”. Il fiume della realtà è stato dunque dirottato dal mondo moderno in un canale. La forza, la dinamicità, l’impetuosità del presente è stata placata. L’uomo moderno si illude di vivere nel fiume della realtà, della vita, invece si trova ad essere nel canale dell’abitudine, della memoria, della morte. Il mondo moderno vive nel tempo dell’abitudine. Il mondo moderno è come un bosco morto e gli esseri che vi sono, vivono una realtà di morte. “La morte di un essere è il suo riempirsi di abitudine, il suo riempirsi di memoria, cioè il suo riempirsi di invecchiamento, cioè il suo riempirsi di sclerosi e di ogni indurimento”. Possono sembrare quelle di Péguy delle mere elucubrazioni intellettuali, ma in realtà non è così. Serviranno queste riflessioni sul tempo presente per capire le difficoltà di tutta una generazione che si è abituata a vivere nel passato, di abitudini, di pensieri precostituiti, a incontrare Il Signore della storia, che si manifesta nell’oggi della nostra vita. Come disse Gesù a Zaccheo: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”. Se, però, noi non viviamo nell’oggi come facciamo ad incontrare Gesù che è vivo ed è presente nell’oggi della storia?