domenica 24 maggio 2026

VEGLIA DI PREGHIERA PER LE VITTIME DELL’OMOTRANSFOBIA NEL QUARTIERE COMPENSA DI MANAUS

 




Compensa-Manaus 23 maggio 2026

Paolo Cugini

 

 

Come suggeriva padre James Martin nel suo bellissimo libro: Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT, il primo passo importante per un dialogo costruttivo è chiamare per nome. Non dobbiamo, allora, avere paura di parale e scrivere omotransfobia o LGBTQ+ perché non farlo sarebbe negare la realtà, la loro stessa identità. Noi lo abbiamo fatto nel quartiere Compensa di Manaus, nella parrocchia di san Vincenzo de Paoli, organizzando una veglia di preghiera per le vittime dell’omotransfobia. Abbiamo pregato, cantato, preso coscienza di un problema che, malgrado il silenzio generale, è purtroppo, una realtà molto presente in Brasile.

La realtà del Brasile

Nel 2025, il Brasile ha registrato 257 morti violente di persone LGBTQIA+, confermandosi tra i paesi più pericolosi al mondo per questa popolazione. Manaus si è inoltre posizionata come la capitale con il più alto tasso di violenza nei confronti della comunità LGBTQ+, primeggiando per numero di omicidi. I dati raccolti da importanti organizzazioni della società civile, come il Gay Group of Bahia (GGB) e l'Associazione Nazionale dei Travestiti e dei Transessuali (ANTRA) fondata nel 1992, rivelano un preoccupante scenario di estrema violenza. In Brasile, una persona della comunità LGBTQIA+ è stata uccisa ogni 34 ore durante tutto l'anno. Le donne trans e i travestiti continuano a essere il principale bersaglio della violenza letale, rappresentando la stragrande maggioranza dei crimini contro l'identità di genere. Il rapporto ANTRA ha indicato che, sebbene gli omicidi di persone trans siano diminuiti del 34% sulla carta, si è registrato un aumento significativo dei tentativi di omicidio, a dimostrazione del fatto che l'ostilità fisica rimane elevata. L'Atlante della violenza evidenzia che, le segnalazioni generali di aggressioni contro omosessuali, bisessuali e persone trans nel sistema sanitario sono aumentate di oltre il 1000% nell'ultimo decennio, risultato di un maggiore coraggio nel denunciare, combinato con la crescita dell'incitamento all'odio.



La parrocchia san Vincenzo de Paoli

La parrocchia è costituita di otto comunità ed è situata in una delle zone periferiche di Manaus, dominata dal traffico di droga. La parrocchia di san Vincenzo è stata fondata dai gesuiti negli anni ’70 del secolo scorso ed è caratterizzata da un grande protagonismo di laici e laiche. Altro punto di forza è la sensibilità nei confronti dei problemi sociali. Ogni anno, infatti, vengono organizzate settimane di sensibilizzazione nei confronti degli abusi sessuali su minori, di adesione all’evento nazionale settembre giallo, che promuove giornate di sensibilizzazione sul tema del suicidio. Oltre a ciò, in marzo la parrocchia organizza da anni la settimana della donna, toccando il tema delicato del femminicidio e della cultura patriarcale. Negli anni di elezioni municipali la parrocchia organizza un lavoro profondo di coscientizzazione sul tema della lotta alla corruzione politica. È per questo che, quando nel consiglio pastorale delle comunità di marzo ho proposta una veglia di preghiera per le vittime dell’omotransfobia, parlando di che cosa si trattava e mostrando i dati citati sopra, il consenso è stato totale. Nel mese di aprile l’omicidio di una coppia gay avvenuta proprio nel nostro territorio, ci ha confermato sulla bontà della nostra decisione. C’è troppa violenza generata da ignoranza e preconcetti, per cui è giusto che una comunità cristiana si ritrovi per pregare, invocare lo Spirito Santo, affinché ci aiuti a vivere conforme lo stile di Gesù.



La preparazione e la veglia

Non abbiamo chiesto il permesso a nessuno. In una Chiesa che sta camminando verso uno stile sempre più sinodale, una volta che un consiglio pastorale si esprime, occorre dar seguito alle sue decisioni. Questo vale soprattutto, quando si tratta di situazioni di discriminazione e di violenza, nei confronti delle quali la comunità cristiana decide di riunirsi in preghiera. Abbiamo utilizzato il testo della veglia ecumenica che si trova sul sito del Progetto Gionata. Ho tradotto il testo e, assieme all’equipe liturgica della parrocchia, lo abbiamo letto, adattato alla nostra realtà, inserito i nostri canti, le nostre preghiere dei fedeli. A tutti è piaciuto il contenuto del testo: molto bello, profondo, poetico.

La veglia, la prima realizzata nel nostro territorio è staia bella, ben partecipata. Alla fine, mentre uscivamo dalla chiesa, si respirava una sensazione di leggerezza, di qualcosa venuto bene, alla faccia di coloro che remavano contro. Durante la settimana, infatti, sui social i classici cattolici tradizionalisti, che a  il dire il vero di Tradizione cattolica hanno ben poco, hanno attaccato la veglia con i più classici luoghi comuni, ma con una veemenza e una violenza tale che hanno provocato il blocco della nostra pagina. Alla, fine dunque, mentre uscivamo dalla Chiesa, ci guardavamo in faccia, ridendo soddisfatti per aver lanciato un messaggio positivo alle vittime dell’omotransfobia per dire loro che, nella nostra comunità c’è posto, perché è come una tenda per tutte e tutti.

sabato 23 maggio 2026

Dalla classe all'esistenza: L'evoluzione della Teologia della Liberazione verso la Teologia dei Margini

 




Paolo Cugini

 

 

La Teologia della Liberazione e la successiva Teologia dei Margini condividono lo stesso nucleo metodologico generativo: la convinzione che la riflessione su Dio non possa prescindere dalla prassi storica e dalla condizione geopolitica degli oppressi. Se la Teologia della Liberazione, nata formalmente in America Latina tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, ha identificato il proprio locus theologicus primario nella vulnerabilità socioeconomica delle classi proletarie e contadine, l'odierna Teologia dei Margini ne rappresenta un’espansione epistemologica radicale. Quest'ultima supera il mero riduzionismo economico per abbracciare le molteplici periferie dell'esistenza: il genere, l'orientamento sessuale, le migrazioni e la diversità culturale.

1. Il Fondamento della liberazione: l'ortoprassi di Gustavo Gutiérrez

Il punto di svolta metodologico dell'intero impianto liberazionista si trova nel testo fondamentale del sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez, Teologia della liberazione. Prospettive. Gutiérrez ribalta il primato dell'ortodossia astratta a favore dell'ortoprassi, ridefinendo il compito stesso del teologo: "La teologia come riflessione critica sulla prassi storica alla luce della fede non sostituisce le altre funzioni della teologia... ma le situa in una prospettiva nuova." Gustavo Gutiérrez, Teologia della liberazione. Prospettive, p. 21.

Gutiérrez sposta il baricentro teologico dall'Europa alle periferie dell'America Latina, argomentando che la salvezza non è una realtà puramente escatologica o spiritualizzata, ma un processo integrale che esige la trasformazione delle strutture ingiuste del mondo presente.

2. La Teologia del Popolo: La via argentina alla liberazione

All'interno del vasto alveo della Teologia della Liberazione, l'Argentina ha sviluppato una corrente peculiare nota come Teologia del Popolo (Teología del Pueblo). I suoi massimi esponenti, tra cui spiccano Lucio Gera e Juan Carlos Scannone, si sono distanziati dall'analisi di classe di matrice marxista tipica della scuola di Gutiérrez. Essi hanno preferito adottare una categoria storico-culturale: il popolo, inteso come un soggetto collettivo unito da una cultura comune e, in particolare, dalla religiosità popolare.

Per questa scuola, la fede dei poveri non è un'ideologia da risvegliare, ma una sapienza già esistente che custodisce un potenziale intrinseco di liberazione e resistenza. Juan Carlos Scannone evidenzia come la cultura dei margini e dei sottomessi possieda una logica propria, alternativa a quella tecnocratica ed egemonica del centro: "Il popolo dei poveri non è semplicemente un oggetto di oppressione economica o di evangelizzazione, ma è un soggetto storico-culturale che evangelizza se stesso e la Chiesa attraverso la sua saggezza vitale e le sue pratiche di solidarietà." Juan Carlos Scannone, Teologia del popolo. Radici teologiche di Papa Francesco, p. 84.

La Teologia del Popolo arricchisce il rapporto tra liberazione e margini attraverso tre intuizioni fondamentali:

  • L'Unità nella diversità: Il concetto di popolo rifiuta la logica della lotta di classe che divide, cercando invece una comunione che parta dagli ultimi e che integri le differenze in un cammino storico comune.
  • La Religiosità popolare: Il misticismo popolare (pellegrinaggi, feste patronali, devozioni) non è visto come alienazione o superstizione, ma come il luogo in cui i poveri esprimono la loro dignità e la loro protesta silenziosa contro l'ingiustizia.
  • L'Impatto sul magistero globale: Questa visione ha ridefinito la categoria di "margine" nel pontificato di Papa Francesco. Il concetto di Chiesa in uscita verso le periferie esistenziali affonda le sue radici teologiche direttamente in questa scuola argentina.

3. Lo Spostamento verso il margine ed epistemologie queer: Marcella Althaus-Reid

Mentre la prima generazione della Teologia della Liberazione si concentrava sull'analisi delle classi sociali, la teologa argentina Marcella Althaus-Reid ha guidato il passaggio cruciale verso una vera e propria Teologia dei Margini, integrando le istanze di liberazione con le teorie post-coloniali e di genere . Nel suo testo più celebre e dirompente, Teologia Indecente, l'autrice critica aspramente il centro egemonico della teologia tradizionale — europeo, maschile e borghese — che ha anestetizzato la spinta profetica del Vangelo: "La teologia ha bisogno di ridefinirsi non più a partire dal centro del potere ecclesiale o dogmatico, ma dai crocicchi della marginalità vissuta, dove i corpi esclusi interpellano la trascendenza." Marcella Althaus-Reid, Teologia Indecente. Perversioni sessuali e adempimenti teologici, p. 45.

Althaus-Reid introduce il criterio del margine come lo spazio ermeneutico prediletto. In questa prospettiva, la verità di Dio non si scopre nei recinti chiusi dei dogmi, ma si sperimenta e si guadagna nell'incontro incarnato e spesso scomodo con le storie dei dimenticati e dei marginalizzati.

4. Il Concetto di periferia esistenziale nei documenti magisteriali

Il concetto di periferia esistenziale rappresenta lo sviluppo magisteriale più maturo della convergenza tra la Teologia della Liberazione e la Teologia dei Margini. Introdotto in modo sistematico da Papa Francesco, questo paradigma traspone le intuizioni storiche dell'America Latina all'interno della dottrina ufficiale della Chiesa cattolica globale.

Evangelii Gaudium (2013): Il manifesto epistemologico

Nell'Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, la periferia cessa di essere un semplice luogo di emarginazione per diventare il punto di partenza per la comprensione della realtà e della fede stessa. La Chiesa è chiamata a un dinamismo centrifugo: "Oggi e sempre 'i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo'... Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fe e i poveri. Non lasciamoli mai soli." Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, n. 48.

Nel testo si specifica che l'uscita verso le periferie non è un semplice slancio filantropico, ma una necessità teologica: il centro (le strutture istituzionali, la teologia accademica) si comprende e si converte solo guardandosi dal margine.

Laudato si’ (2015): L'Intersezione tra ecologia e marginalità

L'Enciclica Laudato si’ amplia i confini della periferia esistenziale unendo la sofferenza umana a quella ambientale. Il documento applica un approccio intersezionale in cui i margini sociali coincidono con i margini ecologici: "Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull'ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri." Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudato si’, n. 49.

Al numero 139, l'Enciclica formalizza la rottura con l'analisi frammentata: "Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale". La periferia esistenziale include così coloro che subiscono la desertificazione, l'inquinamento e la perdita delle terre natie senza avere voce nei processi decisionali globali.

Fratelli tutti (2020): La cittadinanza dei margini

Nell'Enciclica Fratelli tutti, il concetto si evolve per contestare l'illusione di un mondo globalizzato che si professa unito ma che in realtà produce "scarti" umani. Il margine esistenziale viene definito attraverso la figura dei "soci e non cittadini":

"Ci sono periferie che sono vicine a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia. C’è anche un aspetto dell’apertura universale dell’amore che non è geografico ma esistenziale. È la capacità quotidiana di allargare la mia cerchia." Papa Francesco, Lettera Enciclica Fratelli tutti, n. 97.

Il documento (specialmente ai numeri 115-117) denuncia la vulnerabilità dei migranti, delle persone con disabilità e degli anziani isolati, ridefinendo la periferia esistenziale come lo spazio in cui i diritti umani vengono svuotati di significato concreto.

5. Dalla teoria alla prassi: Il Sinodo sulla sinodalità

Il Sinodo sulla Sinodalità ha segnato il passaggio decisivo dalla teoria alla prassi istituzionale, traducendo la teologia dei margini in riforme concrete della governance ecclesiale. La rottura della rigidità piramidale si è manifestata anzitutto nell'allargamento del diritto di voto all'Assemblea sinodale a laici, giovani e donne, riconfigurando i criteri di rappresentanza e ridefinendo l'impianto della corresponsabilità ecclesiale.

A livello di strutture locali, il Sinodo ha reso strutturale il metodo del discernimento in comune e della conversazione nello Spirito. Questo approccio impone l'ascolto preventivo delle periferie esistenziali prima di ogni decisione pastorale o amministrativa. Inoltre, il documento insiste sulla riforma e sul potenziamento dei Consigli pastorali parrocchiali e diocesani, intesi come spazi in cui la voce dei marginalizzati, storicamente esclusi dai centri decisionali clericali, diventa parte integrante del governo istituzionale della Chiesa.

L'integrazione delle realtà migratorie e delle minoranze culturali

Il cambio di paradigma promosso dalla governance sinodale trova una delle sue applicazioni più radicali nel modo in cui la Chiesa si relaziona con i migranti, i rifugiati e le minoranze culturali. Tradizionalmente considerati come meri destinatari di assistenza caritativa, questi gruppi vengono oggi riposizionati come veri e propri soggetti attivi e portatori di un'istanza teologica profetica all'interno delle comunità locali. Questo impatto istituzionale si articola su tre livelli principali:

  • Inclusione nei processi decisionali: Il Documento Finale del Sinodo sollecita l'integrazione strutturale di rappresentanti delle comunità migranti e delle minoranze etniche all'interno dei Consigli pastorali. Questa presenza impedisce che le decisioni ecclesiali vengano prese secondo una logica monoculturale ed egemonica, forzando le Chiese locali a ripensare la propria identità a partire dal contributo dei nuovi arrivati.
  • Superamento del modello di assimilazione: La nuova governance promuove il passaggio da una pastorale di assimilazione (in cui il migrante deve adeguarsi alle usanze della cultura ospitante) a una pastorale dell'interculturalità. Le minoranze culturali non sono più relegate a celebrazioni isolate nei margini temporali e spaziali delle parrocchie, ma diventano corresponsabili della liturgia, della catechesi e dell'amministrazione comunitaria.
  • Le Periferie come centri di evangelizzazione: Rovesciando i flussi storici della missione, la governance sinodale riconosce che i migranti provenienti dai Sud del mondo non sono soggetti da colonizzare culturalmente, ma spesso i principali ri-evangelizzatori di società secolarizzate. La loro esperienza di vulnerabilità e sradicamento diventa la lente ermeneutica attraverso cui la Chiesa intera riscopre il carattere originario del cristianesimo come comunità pellegrina e ospitale.

Conclusione

La Teologia dei Margini non rinnega le proprie radici radicate nella Teologia della Liberazione. Al contrario, ne raccoglie l'eredità metodologica e la purifica da ogni rigidità dogmatica. Dimostra, infine, che la rivelazione cristiana non parla mai da una posizione di neutralità, ma si manifesta sempre dalle e per le periferie della storia. Attraverso le recenti riforme strutturali, il margine esistenziale incarnato dallo straniero e dal diverso cessa di essere un problema sociale da gestire, diventando la risorsa con cui la Chiesa purifica le proprie istituzioni per renderle riflesso di una cattolicità realmente universale e poliedrica.

 

Bibliografia

Althaus-Reid, Marcella, Teologia Indecente. Perversioni sessuali e adempimenti teologici, Roma, l'Asino d'oro, 2011 [Edizione originale: Indecent Theology, London, Routledge, 2000]. Citazione a p. 45.

Gutiérrez, Gustavo, Teologia della liberazione. Prospettive, Brescia, Queriniana, 1972 [Edizione originale: Teología de la liberación. Perspectivas, Lima, CEP, 1971]. Citazione a p. 21.

Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, Roma, Tipografia Vaticana, 24 novembre 2013. Riferimento al n. 48.

Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudato si’. Sulla cura della casa comune, Roma, Tipografia Vaticana, 24 maggio 2015. Riferimenti ai nn. 49, 139.

Papa Francesco, Lettera Enciclica Fratelli tutti. Sulla fraternità e l'amicizia sociale, Roma, Tipografia Vaticana, 3 ottobre 2020. Riferimenti ai nn. 97, 115-117.

Scannone, Juan Carlos, Teologia del popolo. Radici teologiche di Papa Francesco, Bologna, EMI, 2019 [Edizione originale: La teología del pueblo, Madrid, BAC, 2017]. Citazione a p. 84.

Segreteria Generale del Sinodo, Documento Finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi: Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, Città del Vaticano, 2024.

 

 

domenica 17 maggio 2026

Faça Bonito 2026 - Giornata nazionale per la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti

 




Paolo Cugini

 

La Parrocchia san Vincenzo de Paoli a Manaus ha celebrato sabato 16 di maggio il 26° anniversario della mobilitazione nazionale per la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti. Istituita ufficialmente dalla Legge Federale n. 9.970/00, questa data non è solo una pietra miliare sul calendario, ma un appello urgente a tutta la società civile, ai governi e alle istituzioni affinché si assumano la responsabilità storica di proteggere i bambini e i giovani brasiliani.

il movimento si rafforza ogni anno durante il Maggio Arancione, un mese dedicato all'intensificazione delle azioni preventive su tutto il territorio nazionale. La scelta del 18 maggio risale al tragico "Caso Araceli", avvenuto nel 1973 a Vitória, nello Stato dello Spirito Santo in Brasile, quando una bambina di otto anni fu rapita, violentata e uccisa. Come simbolo visivo di questa lotta, la campagna adotta un fiore giallo e arancione. Il design evoca i disegni dell'infanzia stessa, rappresentando la fragilità, la cura essenziale richiesta per uno sviluppo sicuro e la necessità di coltivare ambienti protetti per la crescita.



In parrocchia abbiamo vissuto questo evento in due momenti. Il primo è avvenuto sabato 9 maggio, adunando le otto comunità in due zone diverse con l’obiettivo di coinvolgere, in modo particolare, i bambini e gli adolescenti della catechesi. Il secondo è avvenuto sabato 16 maggio nel pomeriggio. Ci siamo dati appuntamento in una piazza del quartiere Compensa di Manaus, famoso per il traffico di droga che controlla tutto il quartiere, per sfilare per le strade cantando e proclamando parole che tentavano di spiegare l’importanza di rompere il silenzio e cercare un aiuto nelle agenzie specializzate. Con noi c’erano il gruppo di psicologhe che collaborano con la parrocchia e che hanno fatto sentire la loro voce.



 La principale sfida evidenziata dalla campagna del 2026 continua ad essere la difficoltà che bambini e adolescenti hanno nel denunciare situazioni di abuso  e il silenzio. Informazioni qualificate sono lo strumento di difesa più efficace per famiglie, educatori e giovani stessi, per identificare i segnali di violenza e sapere come agire. La rete nazionale ribadisce che i canali di segnalazione sono sicuri, gratuiti e riservati.

Lo slogan "Fai la cosa giusta: proteggi i nostri bambini e adolescenti" chiarisce che, contrastare la violenza sessuale non è solo responsabilità delle famiglie o della polizia, ma di ogni cittadino. Prendersi cura del futuro del Paese richiede una costante attenzione ai segnali, un ascolto empatico e senza giudizio e il coraggio di parlare. Solo rompendo il ciclo del silenzio sarà possibile garantire un'infanzia veramente libera e sicura in Brasile.



Il pomeriggio si è concluso nella piazza principale della Compensa in cui, i bambini del corso di ballo del progetto Margens hanno presentato alcuni balli. Suor Rose, che collabora con l’equipe dell’Arcidiocesi di Manaus sul tema degli abusi ha preso la parola invitando gli adulti presenti a sentire la responsabilità del problema e a proporre percorsi formativi e di coscientizzazione. 

venerdì 8 maggio 2026

LA TEOLOGIA DINANZI ALLE PROVOCAZIONI DELL’EPISTEMOLOGIA ANARCHICA DI PAUL FEYERABEND

 



Paolo Cugini


 

L'epistemologia anarchica di Paul Feyerabend, sintetizzata nel celebre motto "Anything goes" (tutto può andar bene), offre strumenti preziosi per la teologia contemporanea, permettendole di rivendicare una propria legittimità intellettuale in un mondo dominato dallo scientismo.  Feyerabend sostiene che la scienza non possiede un metodo universale superiore ad altre forme di conoscenza. In teologia, questo viene usato per legittimare il discorso religioso. Se la scienza non ha il monopolio della verità, la teologia può essere vista come un approccio altrettanto valido per esplorare la complessità della realtà. Inoltre, la critica di Feyerabend alla scienza come ideologia permette alla teologia di denunciare quando il metodo scientifico viene usato come un dogma indiscutibile che esclude a priori il trascendente.

Il pluralismo metodologico suggerisce che per progredire nella conoscenza sia necessario utilizzare strumenti diversi, inclusi quelli considerati irrazionali o non ortodossi. In questa prospettiva la teologia può applicare questo principio accostando l'analisi testuale rigida (esegesi) a intuizioni estetiche, mistiche o poetiche, considerandole tutte contributi validi alla verità. Lo stesso pluralismo consente uno studio religioso più inclusivo e sensibile al contesto, integrando analisi storiche e sociologiche senza sminuire il ruolo normativo dei testi sacri. Feyerabend (insieme a Kuhn) sostiene che teorie diverse possono essere incommensurabili, ovvero non paragonabili secondo un unico standard logico. E così, invece di cercare di provare la fede con la scienza, la teologia usa l'incommensurabilità per spiegare che la religione e la scienza operano in quadri concettuali differenti, ciascuno con la propria coerenza interna che non può essere totalmente tradotta nei termini dell'altro.

Per Feyerabend, la verità non è un dato oggettivo fisso, ma spesso il risultato di processi storici e retorici. Questo approccio aiuta i teologi a vedere la dottrina non come un sistema chiuso e statico, ma come un'impresa armonica in fieri, soggetta a costante revisione e approfondimento attraverso il dialogo tra epoche diverse. Feyerabend non suggerisce che ogni cosa sia vera, ma che nessuna regola metodologica deve limitare la ricerca della conoscenza. Per la teologia, questo significa la libertà di esplorare il divino senza doversi scusare per il mancato utilizzo del metodo empirico-sperimentale.  L'applicazione dell'anarchismo epistemologico di Feyerabend trasforma l'esegesi e il dialogo interreligioso in processi aperti e creativi, rifiutando che un unico metodo corretto possa esaurire la ricerca della verità.

Tradizionalmente, l'esegesi si affida al metodo storico-critico, vale a dire all’analisi di fonti, contesti e filologia. L'approccio di Feyerabend introduce la controinduzione: non esiste un solo modo di leggere un testo. Accanto alla critica storica, diventano legittime letture psicologiche, estetiche, sociologiche o puramente spirituali, senza che una debba necessariamente invalidare le altre. Se un testo sacro presenta contraddizioni, l'esegesi anarchica non cerca di risolverle forzatamente per salvare la coerenza logica, ma le accetta come espressioni della complessità della realtà e dell'esperienza umana.  L'esegesi non è più un'attività riservata solo agli specialisti accademici; anche l'intuizione del credente o la prospettiva dell'artista possono svelare significati del testo che il metodo rigido tende a nascondere.

Nel dialogo interreligioso la tesi dell'incommensurabilità gioca un ruolo cruciale per superare i conflitti e l'intolleranza. Riconoscere, infatti, che le religioni sono sistemi incommensurabili significa accettare che non esiste un metro di misura esterno (come una ragione universale o una scienza neutrale) per decidere quale sia migliore. Invece di cercare il minimo comune denominatore (che spesso svuota le religioni del loro senso specifico), il dialogo feyerabendiano incoraggia ogni tradizione a esprimere la propria radicale diversità. La verità emerge dalla proliferazione e dal confronto, non dall'uniformità. Il principio dell’Anything goes serve a prevenire che una religione (o una visione laica) si imponga come l'unica via razionale, promuovendo una società libera in cui ogni individuo può scegliere il quadro concettuale in cui vivere. L'anarchismo di Feyerabend in questi ambiti non è caos, ma un invito a non farsi imprigionare dai dogmi metodologici, permettendo a testi e tradizioni di parlare con tutta la loro ricchezza originale.

La critica allo scientismo di Feyerabend fornisce alla teologia moderna un'arma intellettuale per denunciare quella che lui definiva la "fede cieca" nella scienza come unica fonte di verità. Feyerabend sosteneva che la scienza moderna avesse assunto il ruolo dogmatico che la Chiesa aveva nel Medioevo. La teologia utilizza questa critica per mostrare come lo scientismo sia diventato un'ideologia di Stato che impone un monolitismo spirituale. I teologi si richiamano all'appello di Feyerabend per una società libera dove la scienza sia separata dallo Stato esattamente come lo è la religione, permettendo ai cittadini di scegliere il proprio percorso conoscitivo senza pressioni istituzionali.  Feyerabend smaschera l'idea che la scienza sia neutrale e puramente razionale. Se anche la scienza è influenzata da desideri soggettivi, pregiudizi metafisici e giudizi estetici, allora l'accusa mossa alla teologia di essere solo soggettiva perde forza. La teologia rivendica che ogni forma di conoscenza, inclusa quella scientifica, nasce da un atto di fiducia o da una decisione esistenziale.  Nelle sue ultime opere, come La tirannia della scienza, Feyerabend ha evidenziato come lo scientismo impoverisca l'esperienza umana.  La teologia moderna usa Feyerabend per sostenere che la riduzione della realtà a ciò che è misurabile (riduzionismo) è una forma di pigrizia intellettuale.  Feyerabend ha iniziato a rivalutare il ruolo del misticismo e della religione come strumenti che soddisfano bisogni umani fondamentali, come l'amore, la riverenza e il senso del mistero, che il materialismo scientifico ignora o sopprime.  Feyerabend livella il campo da gioco: non dice che la teologia è scienza, ma dimostra che la scienza, quando pretende di essere l'unica Verità, è solo un mito più potente degli altri.

 

mercoledì 6 maggio 2026

È POSSIBILE UNA TEOLOGIA ISPIRATA AL PENSIERO DI KARL POPPER?

 



Paolo Cugini

 

L'epistemologia di Karl Popper, centrata sul principio di falsificabilità, è solitamente considerata il confine netto tra scienza e metafisica. Per Popper, una teoria è scientifica solo se "può essere smentita dall'esperienza". A prima vista, la teologia — che tratta di verità assolute e trascendenti — sembrerebbe l'esatto opposto di questo modello. Tuttavia, applicare Popper alla teologia non significa necessariamente demolirla, ma provare a trasformarla in una disciplina intellettualmente onesta e aperta alla revisione. Ecco come potrebbe apparire una teologia popperiana.

Il cuore del pensiero di Popper è il rifiuto dell'induttivismo: non importa quante prove accumuliamo a favore di una tesi, non saremo mai certi della sua verità assoluta.
In teologia, questo approccio colpirebbe il dogmatismo rigido. Una teologia popperiana non considererebbe le proprie affermazioni come verità immutabili calate dall'alto, ma come congetture audaci sul senso dell'esistenza. Il credente non sarebbe colui che possiede la verità, ma un ricercatore che propone una spiegazione del mondo, consapevole della propria fallibilità umana.

Il punto critico è: esiste un evento che potrebbe smentire l'esistenza di Dio? Il filosofo Antony Flew, applicando Popper, osservò che spesso i teologi muoiono di mille qualificazioni: se succede qualcosa di male, dicono che Dio è misterioso; se succede qualcosa di bene, è merito di Dio. Se nulla può smentire l'amore di Dio, allora l'affermazione Dio ci ama non ha contenuto informativo reale, poiché è compatibile con qualsiasi stato delle cose.

Per essere popperiana, la teologia dovrebbe accettare la sfida: cosa dovrebbe accadere perché io smetta di credere? Una fede che non accetta il rischio della smentita (il silenzio di Dio, il male estremo, l'assenza di segni) rischia di diventare un'armatura vuota. Proprio come lo scienziato non osserva la natura con occhio vergine, il teologo non legge i testi sacri o la realtà senza presupposti. Affermare che l'osservazione non è neutrale significa riconoscere che non esiste un'interpretazione della Bibbia o del dogma priva di una "pre-comprensione" (ermeneutica). Ogni credente legge il divino attraverso lenti culturali, linguistiche e filosofiche specifiche.

In teologia, la Verità (spesso identificata con Dio) diventerebbe un orizzonte verso cui camminare, piuttosto che un oggetto posseduto una volta per tutte. La teologia non sarebbe più un sistema di certezze statiche, ma una ricerca dinamica. Come per lo scienziato di Popper, è la tensione verso questa Verità assoluta a dare senso allo studio, anche se la pienezza della conoscenza resta metafisicamente oltre la portata umana. L'aspetto più radicale riguarda il processo di avvicinamento alla verità tramite l'eliminazione dell'errore: Si procede per falsificazione delle immagini inadeguate di Dio. La teologia progredisce quando riconosce che una passata interpretazione era errata o limitata (si pensi al superamento di certe visioni teocratiche o discriminatorie). Il dogma non cambia la Verità, ma corregge i fatti interpretati male in precedenza, affinando la comprensione umana in un processo evolutivo infinito. In questa prospettiva, la distinzione tra dato rivelato (fatto) e teologia (opinione) sfuma. Ogni fatto religioso è già mediato dall'esperienza umana. Ciò non conduce al relativismo, ma all'umiltà epistemologica: nessuno può rivendicare il monopolio della verità oggettiva, poiché siamo tutti immersi in congetture che devono essere costantemente messe alla prova dal dialogo e dalla storia.

Popper applicò la sua epistemologia alla politica ne La società aperta e i suoi nemici. Una teologia ispirata a lui sarebbe una teologia aperta. Le dottrine dovrebbero essere sottoposte a una discussione pubblica e razionale, non protette dal recinto del "sacro". Come la scienza progredisce attraverso lo scontro tra teorie diverse, così la comprensione del divino trarrebbe beneficio dal confronto tra fedi e visioni diverse, viste come tentativi alternativi di rispondere alla stessa domanda ultima.

Applicare Popper alla teologia significa spogliarla della pretesa di essere una scienza esatta dello spirito. Il risultato è una teologia della speranza e del rischio, dove la fede non è un punto di arrivo dogmatico, ma una serie di congetture sottoposte al tribunale dell'esperienza e della sofferenza umana. In questo senso, il teologo popperiano somiglia molto allo scienziato: entrambi cercano la verità, sapendo che ogni loro conclusione è solo un non ancora smentito nel lungo cammino della conoscenza.

 

lunedì 4 maggio 2026

Il Grido profetico di Papa Leone: la pace come cuore del Vangelo

 



 

Paolo Cugini

 

 

Dopo una fase iniziale di pontificato segnata da una prudenza, che alcuni osservatori avevano interpretato come un silenzio fin troppo cauto, Papa Leone ha impresso una svolta decisiva al suo ministero. Negli ultimi mesi, la sua voce si è levata con una forza nuova, dissipando ogni dubbio: la sua non era assenza, ma una riflessione profonda che oggi sfocia in una presa di posizione netta e inequivocabile contro l'orrore della guerra.

Questo cambiamento di passo non rappresenta una rottura, bensì una matura continuità. Papa Leone si riallaccia non solo al magistero di Papa Francesco, ma a tutta la Tradizione della Chiesa. Il Papa, infatti, non è un attore politico in cerca di consensi, ma il custode di un mandato millenario: far risuonare nel mondo il Vangelo di Gesù. In questo senso, il suo richiamo alla pace non è un’opzione diplomatica, ma la declinazione concreta dell’annuncio della misericordia infinita del Padre. È il dono gratuito della pace offerto a chiunque sia disposto ad accoglierlo.

Il contesto attuale rende questo messaggio quanto mai urgente. Viviamo in un’epoca devastata da conflitti alimentati da una classe politica spesso irresponsabile, accecata dalla sete di potere e dal desiderio di egemonia. In questo panorama desolante, le parole di Papa Leone si trasformano in un grido profetico. Egli non parla solo ai cattolici, ma si rivolge alla coscienza dell’intera umanità, denunciando come la violenza sia la negazione stessa della dignità umana.

La forza del magistero di Leone risiede nel riconoscere che la pace non è un astratto equilibrio geopolitico, ma un anelito che nasce dal profondo del cuore umano. È il desiderio intrinseco di ogni individuo di vivere in libertà e con dignità. Richiamando costantemente il mondo alla cessazione delle ostilità, il Pontefice si fa interprete di chi non ha voce: le vittime, i poveri, coloro che subiscono le decisioni di pochi potenti.

Il dovere di un Papa è testimoniare la Verità senza paura né tentennamenti. Papa Leone ha scelto di farlo mettendo al centro la questione della pace come cardine della fede cristiana. È un richiamo giusto, doveroso e necessario, che ricorda a tutti noi come, la costruzione di un mondo più umano, passi inevitabilmente per il rifiuto della logica delle armi e l’abbraccio della fraternità universale.

 

mercoledì 29 aprile 2026

LA TEOLOGIA DAI MARGINI: SVILUPPI ERMENEUTICI

 




Paolo Cugini

 

L'ermeneutica della teologia dei margini rappresenta una delle rotte più vivaci della riflessione contemporanea, spostando il baricentro della verità teologica dal centro (accademico, eurocentrico, istituzionale) alla "periferia" come luogo di rivelazione. Il presupposto fondamentale è che Dio non si riveli nel potere, ma nella vulnerabilità. Il margine non è solo un luogo di esclusione, ma uno spazio ermeneutico privilegiato. Gustavo Gutiérrez, considerato il padre della teologia della liberazione, ha introdotto l'idea che la teologia sia un atto secondo. L'atto primo è la prassi di solidarietà con i poveri. Per Gutiérrez, il margine è il punto di partenza necessario per leggere correttamente la Scrittura. Negli Stati Uniti, la teologia dei margini ha assunto connotati culturali specifici, analizzando la condizione di chi vive tra due mondi. Nel suo lavoro fondamentale Galilee and the Mexican-American promise, Elizondo rilegge la figura di Gesù partendo dalla sua identità di galileo, una regione di frontiera e di meticciato. Il margine diventa così il luogo in cui nasce il nuovo popolo di Dio.

Ada María Isasi-Díaz, fondatrice della teologia mujerista, ha sottolineato come le donne ispaniche vivano un triplo margine (genere, classe, etnia). La sua ermeneutica si basa sul concetto di lo cotidiano (la vita quotidiana) come fonte teologica. Un'evoluzione radicale dell'ermeneutica dei margini riguarda la messa in discussione delle norme sessuali e sociali.

Marcella Althaus-Reid con la sua Teologia Indecente, ha sfidato le interpretazioni pulite e borghesi del cristianesimo. Althaus-Reid propone un’ermeneutica che parta dalle esperienze dei corpi marginalizzati (lavoratori del sesso, persone LGBTQ+), sostenendo che Dio si manifesti proprio dove la teologia ufficiale prova vergogna. Oggi lo sviluppo più recente riguarda la "decolonizzazione" della mente e della fede. Kwok Pui-lan è una Teologa asiatica che utilizza l'ermeneutica post-coloniale per analizzare come la Bibbia sia stata usata come strumento di potere. Propone una lettura diagonale, che dia voce a chi è stato messo a tacere dai grandi imperi religiosi. L'applicazione di queste ermeneutiche a specifici brani biblici trasforma radicalmente la percezione del testo, trasformando storie di sottomissione in narrazioni di liberazione e resistenza. La teologia mujerista (dalle donne ispaniche negli USA) non cerca grandi dogmi, ma la presenza di Dio nella sopravvivenza quotidiana. Il brano di riferimento è Agar (Genesi 16 e 21) Tradizionalmente, Agar è vista come la schiava problematica di Sara. Ada María Isasi-Díaz e altre teologhe mujeriste leggono Agar come la vera protagonista: è la prima persona nella Bibbia a dare un nome a Dio (El-roi, "il Dio che mi vede"). Il margine qui è la solitudine del deserto. Per le donne marginalizzate, Agar rappresenta Dio che non sta nel palazzo di Abramo (il centro), ma che incontra la donna che scappa dalla violenza nel deserto (la periferia). La salvezza non è una promessa astratta, ma l'acqua che permette di sopravvivere un altro giorno.

La teologia queer non si limita a includere le persone LGBTQ+, ma usa il queering come metodo per destabilizzare le interpretazioni fisse e binarie. l brano di riferimento è Atti 8, 26-40 L'eunuco è una figura di confine: è straniero (etiope) ma pio, ed è sessualmente non conforme, secondo i criteri del tempo (escluso dal tempio secondo il Deuteronomio). Marcella Althaus-Reid e Patrick Cheng leggono questo episodio come l'abbattimento radicale dei margini. L'eunuco chiede: "Che cosa impedisce che io sia battezzato?". La risposta di Filippo è l'annullamento della barriera corporea. Il corpo queer, precedentemente segnato come mancante o impuro, diventa il luogo di una nuova appartenenza che supera la biologia e la norma sociale. In entrambi i casi, il metodo segue questi passaggi:

a.       Sospetto: Chiedersi perché l'interpretazione classica ignora il corpo o la sofferenza di chi sta al margine.

b.      Identificazione: Il lettore marginalizzato si riconosce nel personaggio biblico escluso.

c.       Rivendicazione: Il margine viene dichiarato come luogo sacro di rivelazione, spesso più autentico del "centro" religioso.

L'approfondimento della figura di Gesù come soggetto marginale e la sua traduzione nella prassi liturgica rappresentano il cuore pulsante delle teologie mujerista e queer, dove il corpo e l'esperienza quotidiana diventano il centro del culto. In queste prospettive, Gesù non è un'astrazione dogmatica, ma un individuo storicamente e socialmente situato al margine.  Virgilio Elizondo rilegge Gesù come un meticcio culturale. Essendo della Galilea, Gesù viveva in una zona di frontiera, disprezzata dal centro religioso di Gerusalemme. Questa marginalità geografica è ciò che gli permette di parlare un linguaggio di inclusione universale. Marcella Althaus-Reid propone un Gesù che rompe gli schemi della decenza borghese e delle norme etero-patriarcali. Gesù è colui che tocca gli impuri, mangia con i peccatori e sfida le leggi sulla famiglia nucleare tradizionale. Il suo corpo sulla croce è il corpo marginalizzato per eccellenza: nudo, vulnerabile e fuori norma. Ada María Isasi-Díaz sottolinea come Gesù abbia costantemente validato l'autorità delle donne ai margini (come la Samaritana o l'Emorroissa), rendendole partner integrali della sua missione. 

La liturgia non è più vista come una cerimonia rigida, ma come un'azione comunitaria che celebra la resistenza e la vita.  Liturgie di Guarigione e Relazione: Le teologie femministe e queer hanno sviluppato forme di culto che partono dal basso, basate sulla comunità di eguali. Si dà spazio a gesti di cura reciproca, benedizioni di coppie non tradizionali o rituali che onorano i corpi che hanno subito violenza. Per la teologia mujerista, gli atti semplici del quotidiano, cucinare, prendersi cura degli altri, resistere alle ingiustizie, acquisiscono valore sacramentale. La liturgia esce dalla chiesa per santificare la lotta per la sopravvivenza dei popoli oppressi. Una liturgia queer celebra un Dio fluido e instabile che scompiglia le aspettative religiose. I canti e le preghiere non servono a controllare la moralità, ma a liberare il desiderio e la grazia divina dalle teologie totalitarie.

 

sabato 25 aprile 2026

La gabbia dell’immutabile: il volto oscuro dell’alleanza tra negazionismo e tradizionalismo

 




Paolo Cugini

 

In un’epoca segnata da trasformazioni repentine, la complessità del reale viene spesso percepita come una minaccia. Di fronte al peso del cambiamento, emerge una forma di resistenza che non è prudenza, ma vera e propria pigrizia mentale: il negazionismo. Quando questa chiusura incontra il tradizionalismo, si crea un sodalizio che, sotto il pretesto della difesa dei valori, finisce per deturpare proprio ciò che dichiara di proteggere.

La Tradizione come vita, non come museo

Il cuore del problema risiede nel fraintendimento radicale del concetto di Tradizione. Il tradizionalista ingessa il passato, selezionando solo i frammenti che confermano i propri pregiudizi. Al contrario, la vera Tradizione è per sua natura dinamica. Come scriveva il compositore Gustav Mahler: "Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco."

Ingabbiare questo fuoco significa spegnerlo. Il tradizionalismo trasforma la fede in un reperto archeologico, negando lo sviluppo del dogma e dimenticando che la comprensione della verità cresce con il cammino dell'umanità.

Il tradimento dell’Incarnazione

Questa rigidità non è solo un errore metodologico, ma una ferita teologica. Negare l'evoluzione della Tradizione significa negare l'Incarnazione. Se Dio è entrato nella storia, significa che Egli cammina con l’uomo nel mutare dei secoli. I negazionisti e i tradizionalisti, autoproclamandosi difensori del cristianesimo, ne diventano in realtà i deturpatori. Come aveva sottolineato Papa Francesco in più occasioni: "Il tradizionalismo è la fede morta dei vivi; il cristianesimo è sempre in cammino, l’Incarnazione accade ogni giorno nella storia." Fermare questo processo significa rifiutare un Dio che si sporca le mani con il presente, preferendo un idolo statico e rassicurante.

Un freno alla società: dal dogma al clima

Le conseguenze di questa postura mentale non restano confinate ai banchi di una chiesa, ma si riflettono pericolosamente sulla società civile. Il negazionismo è una minaccia politica e ambientale. Quando chi rifiuta la complessità raggiunge il potere, la prima vittima è la responsabilità verso il bene comune. L'esempio del cambiamento climatico è emblematico: negare l'evidenza scientifica non è un atto di libertà, ma un rifiuto di abitare la realtà. Questa pigrizia impedisce l’adozione di soluzioni urgenti, mettendo a rischio il futuro di tutti in nome di un presente immobile.

Il negazionismo e il tradizionalismo sono due facce della stessa medaglia: la paura del divenire. Per evolversi, sia come credenti che come cittadini, è necessario riscoprire il coraggio della complessità. Solo accettando che la verità è una forza viva che respira nella storia potremo evitare di trasformare la nostra eredità in una prigione, permettendo invece al Verbo di continuare a camminare al nostro fianco.

 

sabato 18 aprile 2026

LE PIOGGE TORRENZIALI STANNO DEVASTANDO LA FAVELA

 

Un angolo della favela meu bem e meu mal


Paolo Cugini

 

Non se ne può più di tutta quest’acqua. Sono piogge anormali che stanno castigando Manaus e, in modo particolare, quelle zone, che sono tante, in cui ci sono agglomerati urbani costruiti mediante invasioni di terreno e, quindi, senza un paino regolatore e un minimo di infrastruttura. È il caso, per esempio, della favela Meu Bem e Meu Mal, che appartiene al territorio della parrocchia e nel quale, da circa un anno, stiamo tentando di strutturare una comunità.

Alle 11 di venerdì 17 aprile mi arriva un messaggio avvisandomi di uno smottamento nella favela meu Bem e meu Mal, dove una casa è crollata. Sono immediatamente andato sul posto e una coppia raccontava la paura nel momento del crollo. “Eran le 4 del mattino e all’improvviso tutto è crollato sotto una pioggia battente, Ci siamo fatti male e, in pochi secondi abbiamo perduto tutto”. Con la Caritas stiamo organizzando una raccolta di vestiti. Con la signora Day, che ha un contatto diretto con le famiglie della favela, abbiamo iniziato a muoverci per provvedere un posto letto temporaneo per la coppia. Il comune ci ha detto che entra in azione solamente dopo le feste che terminano martedì, quindi ci dobbiamo arrangiare noi. Dopo vai tentativi falliti, abbiamo trovato una pensione. La Caritas parrocchiale paga l’alloggio sino a quando il comune deciderà di intervenire.

Il luogo della favela dove è caduta l'ultima casa


 È un bel segnale che stiamo dando alle famiglie della favela, gli stiamo dicendo che non sono sole, ma che la Chiesa sta vigilando con loro. Negli eventi accaduti questa settimana, infatti, alcuni hanno sparso la voce che la parrocchia non voleva aprire le porte della chiesa per accogliere coloro che avevano perso la casa. Sono dovuto intervenire di persona, organizzando una riunione nella comunità di san Pietro con Day e sua cugina, che da alcuni mesi fanno parte di un’associazione che organizza attività di aiuto sociale. Dopo un primo chiarimento di idee ho chiesto a Day di chiamare il capo della favela, che si chiama Leo. Per fortuna è arrivato e così abbiamo avuto modo di chiarirci. Ho chiesto poi al gruppo di andare assieme nella favela. Volevo che la gente mi vedesse insieme a Leo e a Day, per capire che non sono un nemico, ma un amico. Abbiamo visitato alcune famiglie e poi ci siamo diretti a casa di Leo per conoscere la sua famiglia. Proprio vicino alla sua casa, abbiamo visto i resti di due case venute giù a causa delle piogge torrenziali di questi giorni. “Se c’è bisogno le porte della Chiesa dono aperte”, ho detto loro.

Uno degli scaloni per arrivare alla favela 


Da circa un anno nella favela abbiamo iniziato un cammino per creare una comunità. Sono poche le persone che stanno accompagnando il cammino, ma quelle poche sono entusiaste. C’è una ragazza di 20 anni di nome Fernanda, che è l’unica della favela a fare l’università. Poi c’è Flavia, una giovane signora madre di due figlie, costretta due anni fa ad andare via dalla favela perché minacciata dal traffico. Per fortuna è tornata, perché si è messa a disposizione per la catechesi, visto che ha svolto il servizio di catechista per vari anni nella comunità di san Pietro, vicino alla favela. Mi hanno chiesto di celebrare la messa l’ultima domenica del mese e di inviare un ministro della Parola per celebrare una domenica al mese. Da circa un mese abbiamo preso in affitto una costruzione della favela, che anticamente serviva come cappella degli evangelici. Neanche loro sono riusciti a realizzare un cammino dentro questo territorio, dominato dai trafficanti di droga. “I giovani, fin dall’adolescenza, - raccontava Fernanda – vengono coinvolti nel traffico di droga e, quindi, è impossibile coinvolgerli. Gli adulti sono totalmente disinteressati da un discorso religioso, troppo presi dai loro problemi famigliari, di mancanza di lavoro e dalla paura di vivere in un luogo come questo. L’unica speranza sono i bambini: con loro possiamo fare qualcosa”.

Funzionari del comune tentando di sistemare la parte delle case venute giù


È a partire da queste parole che abbiamo deciso di prendere in affitto quello spazio (50 euro al mese) per iniziare qualche attività con i bambini: disegno, giochi, Catechesi. Forse le voci negative sulla chiesa, sparse in questi giorni, sono state fatte circolare perché non ci vogliono tra i piedi. Da quello che ci raccontava Fernanda è stato così anche per la chiesa evangelica. Del resto, è chiaro, pensando al fatto che i primi nove mesi non mi hanno fatto entrare e non mi hanno permesso di celebrare la messa. Se lo sto facendo è grazie a Fernanda, che ci sta ospitando a casa sua. Ora il messaggio che stiamo dando è chiaro: siamo qui per aiutarvi, perché vediamo la situazione in cui vivete, soprattutto in questi giorni di forti piogge che hanno provocato la caduta di quattro case. È vero che c’è il servizio del comune, ma non arriva dappertutto ed è manipolato da qualcuno di dentro della favela. Ancora devo capire bene il ruolo di Day, questa donna che abita davanti alla cappella di san Pietro e che da due anni ha smesso di frequentarla, per dedicarsi ad un’associazione che ha chiare mire politiche. I poveri sono merce di scambio soprattutto negli anni di elezioni politiche e, quest’anno, è proprio no di questi. L’importante, comunque, è essere entrati, aiutare queste famiglie in modo silenzioso e gratuito, come abbiamo fatto in questi giorni, poi il resto verrà.

 

lunedì 13 aprile 2026

Oltre il sillogismo la teologia del sentimento e il valore della fragilità

 




Paolo Cugini

 

Per secoli, la teologia è stata intesa come una scienza della fede, un esercizio rigoroso della ragione volto a perimetrare il mistero di Dio attraverso dogmi, logica e strutture metafisiche. È la teologia razionale, che muove dalla forza del pensiero per scalare le vette dell’assoluto. Ma esiste un cammino inverso, meno battuto e profondamente umano: la teologia del sentimento.

Se la teologia della ragione parte dall’alto (dal concetto di Dio) per spiegare l’uomo, la teologia del sentimento parte dal basso: dall’esperienza vissuta, dal battito del cuore e, soprattutto, dalle fragilità. Non si tratta di un sentimentalismo superficiale, ma di riconoscere che l'essere umano non è un puro intelletto, bensì un groviglio di emozioni, desideri e vulnerabilità.

In questo approccio, Dio non è una "conclusione logica" alla fine di un ragionamento perfetto, ma una presenza che si manifesta nel momento del bisogno, della gioia o del dolore profondo. La forza della ragione tende a escludere l’errore, il dubbio e la debolezza. Al contrario, una teologia basata sul sentimento trasforma la fragilità in un "luogo teologico". È proprio nelle crepe dell'anima che il divino riesce a filtrare.

Riconoscersi fragili significa abbandonare l'autosufficienza: Smettere di credere che la logica possa spiegare ogni sofferenza. edere nell'altro non un oggetto di studio, ma un fratello che condivide la stessa precarietà. Tutto ciò conduce a guardare a un Mistero che non è impassibile, ma che si commuove, soffre e partecipa emotivamente alla vicenda umana.

Questa teologia inversa è intrinsecamente più accogliente. Mentre la ragione divide (tra chi capisce e chi no, tra chi è nel giusto e chi erra), il sentimento unisce nella comune condizione di creatura limitata. È una riflessione che non offre risposte preconfezionate, ma offre compagnia.

In un mondo che ci vuole sempre performanti e invulnerabili, la teologia del sentimento ci ricorda che è proprio quando siamo deboli che diventiamo capaci di accogliere l’infinito. È il passaggio dal "Dio dei filosofi" al Dio del cuore, capace di abitare non solo le cattedrali della mente, ma anche le ferite dell'esistenza.

La teologia del sentimento trova in Blaise Pascal e Friedrich Schleiermacher due pilastri fondamentali, capaci di dare dignità intellettuale a ciò che la ragione, da sola, non può cogliere. Pascal, pur essendo un genio matematico, fu tra i primi a denunciare i limiti dello spirito scientifico di fronte al senso della vita.  Per Pascal, il cuore non è un'emozione passeggera, ma una facoltà conoscitiva superiore. Egli afferma che "il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce". È attraverso il cuore che cogliamo i principi primi (come lo spazio, il tempo e il movimento) su cui poi la ragione costruisce i suoi ragionamenti. La sua riflessione parte dalla constatazione della fragilità umana: l'uomo è una "canna", la più debole della natura, ma è una "canna che pensa". La consapevolezza di questa miseria è, paradossalmente, la prova della nostra grandezza. Pascal distingue tra lo spirito di geometria (ragione deduttiva) e lo spirito di finezza (intuizione e sentimento). Solo quest'ultimo può comprendere l'uomo e Dio, poiché il divino non si dimostra come un teorema, ma si "sente". 

Considerato il padre della teologia moderna, Schleiermacher ha sintetizzato l'idea che la religione non sia né scienza (metafisica) né morale, ma un'esperienza autonoma. Nei suoi Discorsi sulla religione, egli sostiene che la religione è "senso e gusto per l'infinito". Non è fatta di dogmi da imparare, ma di un'intuizione immediata dell'universo. Schleiermacher definisce la fede come il "sentimento di assoluta dipendenza" (Gefühl der schlechthinnigen Abhängigkeit). È la percezione profonda e pre-razionale che il nostro io non si è dato la vita da solo, ma dipende da un "Oltre" (Dio). Sostituendo le fredde prove dell'esistenza di Dio con l'analisi della coscienza umana, egli rende la teologia una riflessione sulla vita vissuta. Dio è presente nell'autocoscienza dell'individuo proprio nel momento in cui questi riconosce il proprio limite e la propria finitudine. 

Mentre la teologia razionale cerca di spiegare Dio, Pascal e Schleiermacher cercano di incontrarlo partendo dall'umano. Pascal ci insegna che la fragilità è la porta d'accesso al mistero: solo chi riconosce il proprio "vuoto interiore" può essere riempito da Dio. Schleiermacher ci mostra che essere religiosi significa accettare con umiltà la nostra dipendenza, trasformando la vulnerabilità in una forma di profonda connessione con l'infinito.