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sabato 15 febbraio 2025

SONO INIZIATI I LAVORI NELLA COMUNITA’ SANTO IGNAZIO

 

Cappella di santo Ignazio: lavori in corso

Facciata della cappella di santo Ignazio con le piastrelle
spettacolo piuttosto osceno. La cappella è praticamente in mezzo alla stradina
del quartiere



Paolo Cugini


Sono molti anni che la comunità santo Ignazio, situata nel quartiere Compensa di Manaus, dove opero da più di un anno, sta organizzando eventi per raccogliere soldi e ristrutturare la cappellina. Pur essendo una comunità abbastanza grande (circa cinque mila abitanti), oltre alla cappella, veramente piccola, non ci sono spazi per altre attività. Il problema è che non esiste possibilità di ampliamento laterale: l’unica possibilità è salire di un piano. È proprio questo che i leaders della comunità hanno deciso di fare e da anni organizzano eventi come caffè del mattino, pizze da vendere, bingo, ecc. Ci si organizza come si può perché i soldi sono pochi e il quartiere è povero come i suoi abitanti. Per questo motivo, quando in una messa domenicale, ho annunciato che i miei amici avevano organizzato una colletta di Natale per aiutarli, hanno applaudito con gioia. 

Per la cronaca tra le 9 comunità del bolognese amministrate da don Marco (ideatore della colletta con la campagna: diamo una Manaus a don Paolo) e le quattro parrocchie di Reggio che ho accompagnato prima dell’esilio bolognese, abbiamo raccolto 7830 euro: grazie di cuore. 

La cappella di san Pietro: notate i fili della luce


Una veduta del quartiere dove si trova la cappella di san Pietro



Oltre a santo Ignazio, altre due comunità stanno per iniziare lavori di ristrutturazione: San Vincenzo (la chiesa principale, che è brutta da fare paura! Ci vorranno anni per renderla un minimo decente) e san Pietro. Tutte e due queste comunità sono situate nella zona più pericolosa e povera della Compensa. Per quaranta giorni non ho potuto celebrare la messa nella comunità di San Pietro perché i trafficanti non lo permettevano. Da queste parti il prete per celebrare le messe, non deve chiedere l’autorizzazione al Vescovo, ma al trafficante locale. Anche in queste due comunità i parrocchiani stanno organizzando eventi per raccogliere soldi. Una parte dei soldi arrivati li destino per aiutare la ristrutturazione di queste due comunità. 



L'interno della chiesa san Vincenzo che nella foto sembra anche bella







La foto si commenta da sola



La parrocchia di San Vincenzo di Paulo situata nel quartiere Compensa, dove opero dal novembre 2023, è stata fondata e accompagnata per 20 anni dai gesuiti, che sono brava gente, ma di cappelle non ne sanno molto. Infatti, in nessuna delle 7 cappelle della parrocchia è stata costruita una porta di uscita, utile in caso di incendi. Il comune ci ha già intimato per una rapida soluzione del problema. I lavori sono in corso, non solo per costruire le porte di uscita ma, prima di tutto, per sistemare i fili elettrici, che sono stati posizionati in un modo veramente allucinante. 

Grazie ancora di cuore per la vostra generosità. Vi terremo aggiornati. 


domenica 8 dicembre 2024

IL PROGETTO SANT' IGNAZIO NEL QUARTIERE COMPENSA DI MANAUS

 

La cappella della comunità Santo Ignazio
La gente del posto deposita lì i rifiuti
ho provato a dire qualcosa, ma...



Paolo Cugini

Parlare del quartiere Compensa a Manaus è sinonimo di traffico, di aree dominate dai trafficanti con i fucili e i mitra spianati. Non è un’esagerazione. Proprio due domeniche fa, verso le 8,30 del mattino, quando dalla comunità di Rosario mi trasferisco alla comunità di san Sebastiano per celebrare un’altra messa, passando per la comunità di sant’Ignazio di Loyola, davanti ad uno dei due bar situati ai lati della chiesetta, c’era un tizio che faceva il fenomeno con n mitra in mano. Chiaramente passando la notte a bere e a strafarsi di droga si arriva all’alba un po' sfatti e si cominciano a fare delle cose strane. Mentre arrivavo sul posto è giunta la polizia, quella dei corpi speciali, che in poco tempo ha sistemato le cose, alla loro maniera e cioè, botte da orbi. 

Le viuzze della comunità santo Ignazio sono sempre piene di gente. Anche durante la settimana, a qualsiasi ora, si trova gente sulla strada. Il top dei top è il fine settimana con i bar affollati, gente che davanti a casa si organizza con casse musicali a tutto volume, tavolini per mangiare, bere e stare in compagnia. È una scena già vista in Bahia. Il fine settimana è sacro: ci si ferma per stare con i famigliari, gli amici, mangiare un po' di carne, bere un bicchierino (a dire il vero più di uno) ascoltare musica, fare due risate e contarsela. Se poi alla domenica c’è il Flamengo che gioca, la festa diventa una vera follia. Un mese fa ero in macchina per celebrare la messa nella comunità di Cristo Re, in una zona ancora più calda dal punto di vista del dominio dei trafficanti e, quando sono entrato nella stradina per arrivare alla capellina, ho trovato lo spazio intasato da sedie e tavolini con la gente che stava assistendo alla partita del Flamengo contro il Vasco, vale a dire un classico. Mi sono fermato e, quando mi sono affacciato al finestrino per chiedere informazioni, è arrivato un tizio che, con calma, mi ha indicato un’altra strada per arrivare alla capellina. Di spostare le sedie e i tavolini neanche pensarci. E allora, anche se mancavano 15 metri per arrivare alla capellina,  ho obbedito prontamente per evitare conseguenze negative. 

Una strada del quartiere


La comunità cattolica di sant’Ignazio è piccola numericamente. A messa si contano una cinquantina di persone che arrivano a settanta, ottanta nei giorni di feste particolari. È piccola, ma molto attiva su molti fronti. C’è un bel gruppo di leader che si occupano dei vari settori della pastorale. C’è anche un bel gruppo di giovani che in realtà sono adolescenti. Come tutte le sette comunità della parrocchia, anche questa è stata fondata dai gesuiti e, anche santo Ignazio vive lo stesso problema: chiesetta piccola, stretta, senza possibilità di ampliarla perché circondata da altre case, che sono una attaccata all’altra. Il consiglio pastorale della comunità ha deciso di organizzare eventi per raccogliere fondi e costruire un soffitto di cemento nella cappella per costruire un piano dove poter sistemare alcune stanze (è questo il progetto). La comunità è molto attiva sul piano della carità. Organizza momenti in cui offre pizza (uno dei componenti, che è anche il chitarrista, è pizzaiolo) e altri cibi per le famiglie più povere. Ogni tanto organizza una serata in cui si vende a basso prezzo il pesce. C’è poi una piccola equipe che, ogni settimana, visita le famiglie più bisognose e, su ciò che vede nella visita, avverte la comunità. Circa due mesi fa la comunità ha organizzato un lavoro di gruppo per sistemare la casa (si fa per dire) di una famiglia molto numerosa che stava cadendo a pezzi.

Una delle stradine interne del quartiere
Di notte è sconsigliato passarci (in queste stradine)

 

Quando dall’Italia arrivano offerte, con una piccola equipe della Caritas decidiamo a quale comunità dare un contributo. Sarà il consiglio pastorale della comunità a decidere come utilizzare la donazione. Loro sono abituati a vivere con ciò che hanno. Se non arriva niente, pazienza. Se arriva qualcosa, ringraziano felici. 

sabato 30 settembre 2023

QUALE EUCARESTIA IN QUALE COMUNITA’?





Essere cristiani nell’epoca postcristiana

Incontro con l’Unità Pastorale Divina Misericordia (RE)

Paolo Cugini

 

Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
19Ecco, faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43, 19)

 

Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5)

Noi ci lamentiamo di Dio perché non sta più riproducendo il passato e noi ci ostiniamo a riempire il nostro presente ecclesiale con le cianfrusaglie del passato e, in questo modo, impediamo allo Spirito Santo di realizzare le cose future che necessitano della nostra collaborazione.

 

Inizio da alcune esperienze concrete. Ieri sera nell’appartamento in cui viviamo il parroco don Candido ed io, ci siamo trovati per verificare il cammino ecclesiale con le quattro coordinatrici delle comunità (Luzimery, Angelica, Sandra e Estela). Una chiesa al volto femminile. Mi hanno chiesto che cosa ne pensavo del loro cammino. Ho evidenziato gli aspetti positivi:

1.      Liturgie preparate

2.      Coinvolgimento di molti laici

3.      Autonomia delle coordinatrici e dei coordinatori

4.      Presenza significativi di giovani e giovani coppie

La Chiesa brasiliana è molto cambiata, nel senso che ormai è venuta meno la spinta profetica che l’ha caratterizzata soprattutto negli anni ’70 e ’80. Ora è stata travolta dall’onda carismatica. In ogni modo, il DNA specifico che caratterizza questo cammino di chiesa c’è ancora ed è ben visibile.

Per capire dove siamo e dove stiamo andando è sempre importante ricordarsi da dove veniamo, perché è esattamente questo materiale che orienta il nostro pensiero e le nostre scelte sull’oggi e le nostre proiezioni sul futuro. Sono i nostri ricordi, le modalità assimilate nel passato che guidano i pensieri e le azioni del presente. Se non c’è un lavoro costante su di sé di purificazione del materiale proveniente dal passato verificato dall’analisi storico-critica.

 Lo diceva anche Thomas Khun[1] che le strutture culturali si formano lentamente nel tempo, plasmano le mentalità, si sedimentano e, di conseguenze, anche dinanzi a mutamenti epocali come quelli che stiamo vivendo, la struttura precedente non sparisce da un giorno all’altro.

Nel nostro cammino di Chiesa ci sono elementi culturali che hanno segnato e continuano a segnare negativamente la proposta. Come hanno dimostrato molto bene alcune teologhe, cito fra tutte Selene Zorzi[2], la Chiesa si è lasciata plasmare sin dagli inizi dalla cultura patriarcale forgiando una struttura maschilista, fortemente misogina e omofobica. Questa mentalità patriarcale viene plasmata nei seminari che formano le nuove generazioni di guide di comunità Interessante a questo proposito il libro di Giancarla Codrignani[3], un libro pubblicato nel 2005 che è stato riproposto nel 2020, che mostra il dramma di vite umane massacrate da modelli culturali desueti, ma che vengono riproposti.

Ci sono alcuni temi su cui la cultura Occidentale è molto attenta e agguerrita, come il tema del genere, dell’uguaglianza uomo-donna, sul tema dell’omosessualità. Non si può parlare del futuro delle nostre comunità senza prendere in mano il tema delle guide di comunità, la loro esperienza umana, anche perché la comunità dovrebbe riprodurre i tratti dell’umanità di Gesù. Su questi temi la Chiesa dovrebbe essere avanti, con proposte significativa di umanità e di uguaglianza e invece si trova impreparata, in difesa.

Sono proprio queste problematiche che troviamo presenti nelle nostre comunità. Dinamiche relazionali segnate dal maschilismo, in cui le donne non hanno nemmeno spazio per condividere le proprie riflessioni (il diritto canonico proibisce alle donne di fare l’omelia). La struttura patriarcale ha modellato nei secoli i ruoli del maschile e del femminile che riverberano anche nelle comunità e che riproducono dinamismi di disuguaglianza.

La nostra storia specifica hai poi modellato la figura del prete come uomo ontologicamente diverso per cui ci si rivolge a lui come ad un essere speciale, di natura divina, sacrale. Con questo modello di prete non si va avanti, soprattutto non si costruiscono comunità modellate sul Vangelo.

Il problema centrale, in questa prospettiva, è il seguente: perché siamo messi così? Perché non ci capiamo più niente? Perché le cose sono cambiate così rapidamente e stanno stravolgendo e travolgendo tutto?

Come dice il filosofo e teologo Ceco Tomas Halik in un suo recente libro: è nelle situazioni di crisi che si colgono i cammini della speranza cristiana. Occorre mettersi a sedere ed ascoltare queste possibilità nuove che il Signore sta ponendo dinanzi ai nostri occhi per ascoltarle. Gli sconvolgimenti in atto – il calo spaventoso dei giovani che entrano nei seminari e delle ragazze che entrano nei conventi – è un problema grave se lo guardiamo con gli occhi foderati di mentalità passata, ma in una prospettiva di fede questi sconvolgimenti esigono l’atteggiamento dell’ascolto, dell’intelligenza che lo Spirit del Signore sa suscitare nei suoi fedeli, per interpretare i segni dei tempi. Ogni interpretazione esige l’attivazione non di una memoria storica capace solo di guardare il passato, ma l’intelligenza che sa guardare avanti con il cuore pieno di speranza.

Il cammino spirituale nel quale siamo inseriti dovrebbe liberarci da quei blocchi culturali che non ci permettono di cogliere la novità che la realtà sta manifestando. Paradosso: il mondo la vede, noi no.

Poi, dal punto di vista ecclesiologico, liturgico e pastorale ci sono i sotto problemi:

1.      Come mai facciamo fatica ad assimilare e fare mia la proposta ecclesiale di papa Francesco della Chiesa in uscita, della chiesa inclusiva e misericordiosa, dell’attenzione al tema ecologico e al tema del genere? Perché riteniamo che questi temi, per così dire sociali, non hanno nulla a che vedere con il Vangelo?

 

2.      Perché nonostante il nuovo contesto ecclesiale sia cambiato in modo rapido e radicale, non riusciamo a pensarci in un altro modello di Chiesa che non sia quello che ho nella mente, il modello della Chiesa gerarchica in cui il laico obbedisce fedelmente alle indicazioni della gerarchia?

3.        Come mai il laicato non riesce ad assumere delle responsabilità chiare nella comunità?

Per rispondere a queste domande e così cercare di situarci sono importanti due movimenti:

a.       Ascoltare la realtà. Credere in Gesù Cristo, significa credere nell’incarnazione del Verbo, nella presenza del Mistero nella storia quotidiana degli uomini e delle donne. Se questo è vero, allora è nel vissuto quotidiano, attraverso eventi, incontri reali che Gesù viene al nostro incontro e smonta le nostre teologie. Penso alla conversione di Simone Weil e di Edith Stein, che è avvenuta ponendo attenzione a situazioni concrete. La realtà non solo precede l’idea, come ci ricorda spesso papa Francesco, ma è più forte dell’idea, perché la verità che manifesta è evidente. Si possono fare vari esempi.

·         La presenza delle donne nelle CEBs.

·         L’incontro con il mondo LGBT.

 

b.       seguire il grido del Concilio Vaticano II: ritornare alle fonti. si tratta di riprendere in mano le fonti bibliche. È proprio questo percorso all’indietro alla ricerca dei fondamenti della fede e della comunità cristiana, che hanno guidato le pagine del libro: Eucarestia domani.

Mi sono posto alcune domande:

a.       Che cosa sto celebrando?

b.      Per chi sto celebrando?

c.       Qual è il senso del rito che celebro?

Ho rivolto queste domande alle pagine del Vangelo.

Prima domanda: che cos’ha voluto dire Gesù quando nell’ultima cena ha detto ai sui discepoli e discepole: fate questo in memoria di me? Che cosa significa: fate questo?

Seconda domanda: che cosa ha voluto dire e a chi si è rivolto Gesù quando ha detto: prendete e mangiatene tutti e prendete e bevetene tutti? Chi sono questi tutti?

Terza domanda: perché Gesù nel vangelo di Matteo ripete per ben tre volte la frase: misericordia io voglio e non sacrifici? I sacrifici, i riti che non conducono ad una vita di misericordia non hanno senso. La liturgia deve riprodurre i tratti dell’umanità di Gesù (Goffredo Boselli), perché d’ora innanzi la divinità passa attraverso l’umanità. È questo che va curato nella celebrazione domenicale, i tratti umani nelle nostre celebrazioni, la cura nelle relazioni.

Quarta domanda: che comunità nasce dall’eucaristia voluta da Gesù? Lo si comprende leggendo Atti 2,42s.

 

Problema: Come celebrare l’eucarestia tenendo conto il recupero dei dati neotestamentari?

Attenzione al linguaggio

Celebrare in una Chiesa che è popolo di Dio? Che cosa significa e che cosa comporta dal punto di vista liturgico, ecclesiale?

“(Il presente) è il primo punto non ancora impegnato, non ancora fermato, il punto ancora in corso di acquisizione, in corso di inscrizione, la linea mentre la si scrive e la si inscrive. E’ il punto che non ha ancora le spalle afferrate nelle mummificazioni del passato”.

Vivere nel presente per riuscire ad ascoltare e percepire la presenza del Verbo che c’invita a guardare avanti, ad interpretare positivamente gli eventi e capire che cosa ci stà chiedendo: Ecco io faccio nuove tutte le cose!.

 



[1] La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino: Einaudi, 2009.

[2] Al di là del «genio femminile». Donne e genere nella storia della teologia cristiana- Carocci, 2014.

[3] L’amore ordinato, Torino: Effatà, 2020. 


lunedì 17 luglio 2023

ERA DA TANTO

 

Vetrata nella chiesa della Sacra Famiglia


ERA DA TANTO

 

Paolo Cugini

 

Non ero più abituato a vedere tanti ragazzi e giovani entrare in chiesa tranquillamente senza sbuffare, ma anzi essere presenti assumendo compiti nella liturgia, nel canto o come chierichetti. Non ero più abituato a vedere a messa tante coppie di sposi con i loro figli. È veramente una chiesa giovane. Alla messa delle 7 del mattino nella chiesa della zona missionaria Sacra Famiglia, ho contato una ventina di ministri: della parola, dell’eucarestia, del canto, oltre ai chierichetti e, tra loro, ragazzi, ragazze e bambini. Sabato pomeriggio avevo partecipato all’incontro che il diacono Riccardo ha tenuto ai ministri dell’Eucarestia delle quattro comunità di cui è costituita la zona missionaria (che non è ancora parrocchia), nella quale sono in aiuto a don Candido, attualmente a San Paolo per stare vicino al padre che si sta curando da un tumore. Ho chiesto ai ministri dell’eucarestia se il loro compito era solo quello di aiutare il prete all’altare nell’ora della comunione e loro mi hanno risposto che il loro impegno è soprattutto con gli anziani, gli ammalati della comunità, ai quali portano la comunione settimanalmente.

Il diacono Riccardo tiene il corso per i ministri dell'Eucaristia 


Mentre partecipavo a questo incontro formativo, pensavo alla situazione nella quale mi sono trovato negli ultimi tre anni nella quattro parrocchie della bassa bolognese dove, a causa di decisioni passate da parte di alcuni vescovi poco lungimiranti, non sono ammessi ministri e ministre dell’eucarestia. E così si toglie la possibilità a tante persone anziane sole in casa, che un tempo partecipavano alla vita della comunità, di poter ricevere la comunione. È un classico esempio dei danni che le idee sbagliate che assimiliamo dalla cultura patriarcale e misogina dominante, ci conduca a fare scelte sbagliate che danneggiano noi e gli altri.

La segretaria delle 4 comunità stipendiata dalle stesse


Le quattro comunità della zona missionaria Sacra famiglia sono coordinate da quattro laiche: Sandra, Angelica, Estela e Luzimeire. Sandra mi ha detto che, quando il prete non c’è alla domenica, non ci sono problemi. Non cercano un prete per sostituirlo, anche perché i preti hanno già un sacco di messe da celebrare nelle loro comunità, ma sono le ministre della parola che celebrano.

-          E la gente cosa fa? Va a cercare una chiesa dove c’è la messa?

-          Assolutamente no. La gente viene alla celebrazione, perché il centro del nostro cammino è il Signore presente nella comunità.

Confraternizzazione dopo la messa del sabato


Dieci anni di chiesa italiana così clericale non solo nei preti, ma anche in molti laici e laiche, mi aveva fatto dimenticare il suono soave di queste parole: il valore della comunità. Comunità che non dipendono dal prete, perché sono molti i laici e le laiche che assumono incarichi, perché amano la loro comunità e la vogliono vedere viva e attiva. In pochi giorni mi è stato offerto molto materiale su cui rflettere.

venerdì 30 giugno 2023

QUANDO UN PRETE SPOSATO PUO’ ESSERE UNA RISORSA E NON UN PROBLEMA

 

Mario



 

Paolo Cugini

Mario è un uomo italiano felicemente sposato padre di due figli che attualmente vive con la famiglia a Malmo, in Svezia. Alle sue spalle ha un eccellente curriculum scolastico fatto di un baccellierato in teologia, una licenza (Master) in teologia spirituale; ha frequentato il corso biennale per Consulenti e responsabili organizzativi a Milano gestito dallo studio APS (Analisi psico-sociale) e il corso per formatori a Torrazzeta (Pavia) con Manenti e Cencini. Mario unisce competenze specifiche a qualità umane di prim’ordine. Inoltre, ha insegnato per dieci anni teologia spirituale ed è stato responsabile della Pastorale Giovanile della diocesi di Reggio Emilia, oltre ad essere stato parroco. Si può dire che la Chiesa l’abbia servita e, chi l’ha conosciuto, può tranquillamente aggiungere che l’ha servita molto bene. Poi nel 2008 ha conosciuto Laura, si sono sposati ed hanno due figli. Mario non si considera un ex prete, ma un prete che ha interrotto un percorso e ne ha iniziato un altro.

Laura


A seguito del viaggio di Papa Francesco nel 2016 per partecipare ai festeggiamenti dei 500 anni della riforma di Lutero, che si è tenuta a Lund e Malmo, l’associazione comunità Papa Giovanni XXIII, ha inviato La famiglia di Laura e Mario per vivere un’esperienza ecumenica in dialogo con le altre chiese. L’aspetto sorprendente è che possono vivere questo dialogo all’interno di un’altra Chiesa, quella luterana. Attualmente Laura lavora con un’associazione privata sostenuta dalle chiese, con le vittime di tratta: in maggioranza sono donne e transessuali. Mario, invece, lavora presso la Parrocchia luterana di San Matteo, che fa parte dell’Unità pastorale della città, divisa in sei gruppi di parrocchie. San Matteo fa parte del gruppo di parrocchie di san Giovanni: San Matteo, San Paolo, Santa Maria e san Giovanni. In parrocchia lavorano 14 dipendenti. Ciò è possibile perché in Svezia, chi vuole può dare il 2% (non l’8 per mille) alla propria Chiesa. La funzione di Mario è quella di educatore con i bambini, la cura del catechismo e dei giovani. Lavora in cucina una domenica al mese perché, dopo la messa domenicale, c’è il pranzo comunitario. Con le persone che lavorano in parrocchia c’è un incontro d’equipe settimanale di verifica e progettazione. Ci sono inoltre altri incontri con gli educatori.

La cappellina dove avviene la preghiera della sera sullo stile di Taizé


Mario lavora anche presso la Chiesa luterana di Santa Maria. Anche se in Svezia è lo stato che si occupa dei poveri, le chiese sono anche loro attive sul tema della carità. Presso la Chiesa diaconale di Santa Maria si fanno attività in favore delle persone emarginate. Qui Mario, assieme ad una équipe, fa accoglienza ai più poveri. Inoltre, gli è stato chiesto d’introdurre la teologia della liberazione come teologia di riferimento del lavoro diaconale. La diacona Ninni è responsabile dei punti di diaconia luterani della città. Alcuni anni fa ha frequentato i corsi del Centro di Studi Biblici di San Leopoldo, in Brasile. È stato in questo Centro Studi che, negli anni ’70 del secolo scorso, alcuni biblisti legati alla Teologia della liberazione, hanno messo a punto un metodo specifico, denominato: Lettura popolare della Bibbia.  Ninni ha conosciuto la famiglia di Mario e Laura, ha apprezzato molto la prassi del lavoro di ascolto realizzata da Mario e ha deciso che la teologia della liberazione doveva divenire la prassi del cammino dei diaconi. In questo nuovo percorso, due sono stati gli eventi che hanno segnato particolarmente il cammino.

Cena della piccola comunità


Il primo, è stato un lavoro di ricerca – azione proposto da Mario con i genitori che partecipano alle attività musicali con i bambini in chiesa. Un progetto nuovo e innovativo che ha permesso all’équipe parrocchiale di conoscere le motivazioni e le aspettative dei partecipanti, che spesso, per motivi anche culturali, non vengono esplicitate. Questo lavoro di ricerca ha permesso all’équipe di orientare meglio le scelte pastorali e, allo stesso tempo, di conoscere meglio le competenze di Mario che, in seguito, è stato invitato a realizzarla in altre parrocchie. L’altro momento importante in questo cammino formativo è stata la giornata fatta insieme con il metodo della lettura popolare della Bibbia, venuta così bene da mettere in programma altri cinque momenti in autunno.

Oltre a questo cammino, la famiglia di Laura e Mario fa parte di una “piccola comunità” composta da loro, da due ragazze che stanno facendo un’esperienza comunitaria in un appartamento della parrocchia, situato accanto all’appartamento dei nostri amici, e ad altre quattro persone che vivono nelle vicinanze. Questa comunità è nata nel 2015, nel periodo che ha visto l’afflusso di una grossa ondata migratoria proveniente dalla Siria e un prete decise di fondare una piccola comunità ispirata alla spiritualità di Taizé fatta di preghiera e accoglienza. Dal 2019 Laura e Mario sono in questa parrocchia e sono stati invitati a far parte di questa piccola comunità.

Linnea e Ida, che fanno parte della piccola comunità, si sono sposate lo scorso anno
Linnea sta studiando teologia per diventare prete


Mentre termino queste righe mi viene da dire: c’era bisogno d’andare in Svezia nella chiesa Luterana per vivere serenamente la propria fede? Non potevamo accoglierli noi? Tanta competenza e tanta umanità non potevano essere messi a disposizione di quel pezzetto di Regno di Dio che è qui vicino a noi? Queste sono mie personalissime domande, che Laura e Mario non si sono mai posti, perché la loro intenzione sin dall'inizio è stata quella di realizzare un 'esperienza missionaria come famiglia e, posso aggiungere, ci stanno riuscendo benissimo.

martedì 18 gennaio 2022

LA MISSIONARIETA’ DELLA COMUNITA’ POST-CRISTIANA

 



 

Paolo Cugini

 

     Affermare che è finita l’epoca della cristianità non significa dire che il cristianesimo è finito: anzi. Forse mai come in questa epoca è possibile davvero vivere con maggiore autenticità e intensità il messaggio cristiano, perlomeno, così come era presentato alle origini e vissuto nei primi secoli. Del resto, è proprio il lavoro svolto durante il Concilio Vaticano II, considerato da molti un Concilio di rottura con la tradizione, mentre, in realtà, la grande rivoluzione operata in esso è stata quella di riprendere i contenuti dei Padri della Chiesa, grazie all’impulso degli studi della Nouvelle Teologie, che per decenni ha tradotto non solo i testi di questi Padri, ma ne ha proposto degli approfondimenti, delle ricerche.

Il problema maggiore, consiste nell’accompagnare questa fase estremamente delicata di passaggio epocale, nella quale mentre vediamo la fine di un’epoca storica, che ha segnato per secoli l’occidente, dall’altra si tratta di riprendere, per così dire un discorso interrotto da secoli, quello di comunità evangeliche, che non cercano di contare qualcosa nel mondo o di incidere nella società, ma si sforzano di vivere il Vangelo nella vita quotidiana. In questo cammino anche il ruolo della guida della comunità va ridimensionato o meglio, riportato al suo significato iniziale.

Un aspetto significativo che ha caratterizzato le comunità cristiane nel loro sorgere, è stata la dimensione missionaria. Paolo, il protagonista dei primi viaggi missionari documentati non solo dalle sue lettere ma anche dal libro degli atti degli Apostoli, non riusciva a tenere per sé il grande incontro che lui stesso aveva fatto con il Risorto sulla strada di Damasco (cfr. At 9): sentiva il desiderio di comunicarlo a tutti. La verità dell’incontro con il risorto sembra essere il desiderio di comunicarlo a tutti. La dimensione missionaria della fede è intrinseca al cammino della comunità cristiana. L’uscita prima dalla comunità di Antiochia e poi dalla comunità di Gerusalemme, conduce Paolo a scoprire una delle novità più significative della Chiesa degli inizi: anche i pagani sono chiamati alla salvezza attraverso il Vangelo. Paolo non avrebbe mai scoperto questa novità se fosse rimasto chiuso tra le mura della comunità. La scoperta di Paolo e del suo compagno di Viaggio Barnaba, sarà fondamentale nella discussione avvenuta nell’assemblea di Gerusalemme (At 15) sulla necessità di non imporre le Leggi mosaiche a coloro che entravano nella comunità cristiana provenendo da un contesto pagano, perché a partire da Gesù, dalla sua passione morte e risurrezione – è questo il kerigma che Paolo annunciava nei suoi viaggi – è solo la grazia che salva. 

È uscendo dalla comunità per andare a portare il kerigma a coloro che ancora non lo conoscono che la Chiesa scopre cose nuove e permette, in questo modo di crescere, arricchendosi di contenuti e significati nuovi. L’aspetto missionario è, dunque, uno dei primi e fondamentali elementi che il nuovo contesto che si sta creando con la fine della cristianità, permette di recuperare e valorizzare. Nell’epoca della cristianità la parrocchia ha identificato il cammino della comunità e la sua caratteristica, oltre a voler controllare il territorio sul piano religioso, è una chiusura asfittica, al punto che ogni parrocchia era un mondo chiuso a se stante. Il campanilismo è la malattia cronica delle parrocchie, comunità chiuse e autoreferenziali, con il desiderio di comunicare agli altri l’annuncio del risorto, praticamente azzerato. Riprendere in mano la dimensione missionaria significa, in primo luogo, fare esperienza del risorto, sentirne la presenza per poi muoversi verso l’esterno, e penare cammini di nuova evangelizzazione o, meglio, di rievangelizzazione. 

Non si tratta di processi d’indottrinamento, né di catechizzazione a tappetto, ma di condivisione del motivo centrale che dà gioia alla propria vita. Come per Paolo, la verità dell’incontro con il risorto, si manifesta nel desiderio, che diventa necessità di dire agli altri il motivo della propria gioia, della propria rinascita. Quando questo avviene, è nei consigli pastorali della comunità che si decide in che modo uscire e come. La comunità che esce a portare al mondo circostante il Vangelo della gioia sente la necessità di rimettere, per così dire, ordine in “casa”. Si esce per annunciare il Vangelo e, allo stesso tempo, s’invitano le persone incontrate a partecipare della nostra festa della domenica, che è il giorno del Signore. Lo slancio missionario della comunità provoca, come conseguenza, il riordino della liturgia, lo svecchiamento in cui spesso e volentieri si trovano i nostri culti i cui protagonisti sono sempre le stesse persone, che compiono gli stessi gesti e cantano le stesse canzoni. 

L’uscita verso l’esterno della comunità provoca, come conseguenza, la necessità di un riassetto interno. Chi infatti, invita qualcuno a casa, la ripulisce, la sistema: la vuole presentare bella. È questo un effetto significativo della dimensione missionaria della comunità: produce un movimento di ripulitura.

 

venerdì 19 marzo 2021

LA CHIESA CHE SOGNO - INTERVENTO DEL CARDINALE DI BOLOGNA MATTEO ZUPPI

 





Parrocchie di Galeazze, Palata Pepoli, Bevilacqua e Dodici Morelli

 


Percorso di formazione sul tema: Quale Chiesa?

 (incontro realizzato in meet)

Sintesi: Paolo Cugini

 

     Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento. Ci sono segnali di questo. Fino a vent’anni fa in ognuna delle parrocchie c’era il parroco e a volte anche il cappellano. Oggi questo cammino è faticoso per la gente e anche per i preti. La presenza del prete era ed è l’ossatura portante della vita della Chiesa. Tutto cambia, anche la chiesa. Dobbiamo fare di tutto perché cambi e diventi migliore. Stiamo cambiando, e quindi dobbiamo cambiare in meglio. Non dobbiamo rivendicare il passato. Possiamo continuare a fare la lista dei reclami, ma non serve a nulla. La coperta è corta e quindi si fa quello che si può. La chiesa deve crescere. Abbiamo bisogno dei preti: il servizio si trasformerà, ma abbiamo bisogno dei preti. Forse, però, il Signore in questo frangente della storia ci chiede qualche altra cosa.

      Il primo giorno del Concilio Vaticano II, nell’ottobre del 1962, San Giovanni XXIII fece il discorso della luna, la mattina, parlava dei profeti di sventura, rimpiangono il passato, che dimenticano che la storia non è quella del passato, esaltandolo, senza essere obiettivi, perché non è vero che proprio tutto nel passato andava bene. La chiesa incontra difficoltà quando vive con le cose del passato, e non riesce a vivere il presene. La chiesa chiaramente, non deve andare dietro al mondo. Dobbiamo stare dentro il mondo. Dicono che ieri funzionava, ma le cose sono cambiate. Molta gente, poi, pensa di conoscere la chiesa, ma non ha mai letto il Vangelo.

Che cosa ci chiede il Signore in questo tempo di cambiamento? Ci chiede qualcosa a tutti quanti noi. Ci chiede, innanzitutto, di costruire comunità dove oggi possiamo vivere la Parola di Dio, testimoniare il suo Vangelo tra gli uomini e le donne. Per questo, anche la più piccola comunità è importante.



Dobbiamo crescere nella comunione e, in questo cammino, c’è bisogno di ognuno di noi di seguire un Vangelo che non si riduce a una regola, ad obbedire delle regole. Capisco le regole se vivo con passione la vita.  Un vescovo brasiliano disse che cominciò a giocare a pallone perché alla gente piaceva. Dopo ho imparato il regolamento del gioco del calcio, ma prima si è messo a giocare perché vedeva con che passione la sua gente giocava a calcio. La chiesa non può partire dalle regole, ma dall’amore, dal Vangelo.

La Chiesa non è un club privato, una realtà elitaria. La chiesa è una casa aperta per cui chi arriva è subito coinvolto. La comunità è fatta per conoscere il Signore. Siamo fratelli e sorelle: non è un titolo di merito, ma significa averci un legame. Se noi crescessimo nel legame tra di noi, nell’amicizia, nel crescere spiritualmente, è il cammino da compiere. La chiesa non sarà mai un gruppo di autoaiuto. La chiesa è più di una partecipanza, perché ci volgiamo bene.

Credo che sia una bellissima sfida. È un cambiamento che ci coinvolge e ci aiuta a rendere ricca la comunità con il dono che siamo ognuno di noi. C’è sempre bisogno di qualcuno che armonizzi e quindi c’è bisogno di ministeri. Capiremo meglio il Vangelo aiutandoci gli uni gli altri. Prima il Vangelo e poi le regole.



Quello che abbiamo detto è che siamo chiamati a costruire la comunità, che non si attiva solo quando arriva il prete. Possiamo, ade esempio, pregare insieme in assenza di prete, come ad esempio i vespri, o le lodi. E quindi dobbiamo aiutarci. I cambiamenti che stiamo vivendo devono aiutarci a migliorare il cammino delle nostre comunità e non solo della mia comunità. Ogni comunità è importante, anche la più piccola. Non isolata. Abbiamo la possibilità di crescita della comunione tra di noi. Il mio campanile in collegamento con gli altri. La pentecoste che ho vissuto nel 2016 mi colpì tanto, anche perché c’erano tutte le comunità.

Se non so camminare ti insegnerò a volare. Farei delle nostre difficoltà un motivo per crescere. Questo è vero per tutto. Fare della Pandemia un motivo per cambiare. È vero che la situazione è gravissima. Però possiamo fare anche di questo un motivo di cambiamento. Il Signore non ci farà mancare ciò di cui abbiamo bisogno. Il seme ha bisogno di tempo per crescere. 

lunedì 29 aprile 2019

Le scelte pastorali della CNBB: la parrocchia come comunità di comunità


Paolo Cugini

Lo slancio propositivo di Aparecida ha prodotto come immediata conseguenza lo sforzo delle conferenze episcopali di America Latina e Caraibi di tradurre nel cammino delle chiese locali le indicazioni del documento finale. Su questa linea si è mossa anche la CNBB che, negli anni successivi alla V conferenza, si è impegnata a creare lo spazio per un cammino di attualizzazione dei temi proposti da Aparecida. Per promuovere il paradigma missionario occorreva, in primo luogo, rivedere la struttura della parrocchia, capire in secondo luogo come aiutare le CEB e i movimenti ecclesiali sorti negli ultimi decenni, a lavorare insieme nell’unico progetto di realizzazione del Regno di Dio, e infine come rendere i laici soggetti sempre più attivi del processo di evangelizzazione. Tutto ciò viene proposto nel documento 100 (d’ora in poi D100), pubblicato il 13 maggio 2014, frutto di un lungo lavoro di ascolto e di elaborazione durato alcuni anni, basato su un testo di studio elaborato l’anno precedente dalla CNBB, conosciuto come documento di studio n. 104.

CEB, Movimenti, associazioni di fedeli, comunità territoriali e transterritoriali


Il D100 della CNBB propone un nuovo stile parrocchiale, in grado di rispondere a esigenze nuove, senza tralasciare però ciò che lo Spirito Santo ha creato negli ultimi anni. Nel quadro ecclesiale latinoamericano, e in particolare in quello brasiliano, non ci sono più solamente le CEB, ma, accanto a queste, fioriscono numerosi movimenti, soprattutto di carattere carismatico, e comunità di nuova formazione sia territoriale che extraterritoriale., Prima di fare un passo fuori dal recinto del territorio parrocchiale, la parrocchia come comunità di comunità, deve non solo rendersi conto di cosa c’è sul proprio territorio, ma porre in atto quei cammini che permettano alle varie realtà ecclesiali di lavorare in comunione.
A proposito delle CEB, il testo non dice nulla di nuovo rispetto ai pronunciamenti anteriori del CELAM e della CNBB, ma ripropone e sottolinea alcune affermazioni del documento di Aparecida e dell’Evangelii Gaudium: parla del nuovo ardore evangelizzatore che le CEB hanno portato nella Chiesa brasiliana e, allo stesso tempo, chiede che non perdano il contatto con la realtà della parrocchia e con la comunione con il vescovo locale. La sottolineatura è una chiara risposta ai teorici delle CEB che ipotizzavano la parrocchia come rete di CEB, nella quale ogni comunità è autonoma, una piccola Chiesa a sé stante. Sia Aparecida che il D100 offrono una chiara risposta a questi tentativi di fare delle CEB strutture ecclesiali parallele alla vita pastorale della parrocchia. Viene, poi sottolineata l’importanza del servizio pastorale delle CEB a favore dei poveri. Infine, si riconosce che:
le CEB si caratterizzano in generale per la formazione delle comunità territorialmente stabilite, con forte accento missionario e legato all’impegno socio-trasformatore. Ponendo come centralità la Parola di Dio e l’Eucarestia e nel valore del piccolo gruppo che forma la comunità, la fraternità e la solidarietà, che impegnano il cristiano in favore del Regno di Dio, le CEB contribuiscono alla conversione pastorale della parrocchia.(D 100, 230).
I movimenti e le associazioni dei fedeli sono presentati come segnali della Provvidenza di Dio per la Chiesa di oggi. Questi movimenti ruotano intorno agli specifici carismi donati dallo Spirito Santo e offrono ai fedeli un cammino di vita spirituale. Anche a loro, il D100 raccomanda la comunione con la diocesi di riferimento e con i gruppi che collaborano all’interno delle parrocchie. Si assiste a volte ad una sorta di tensione negativa tra i movimenti, che rispondono prima di tutto ai loro coordinatori specifici, e il piano pastorale della diocesi che, in realtà, dovrebbe essere costruito con la partecipazione di tutti e, di conseguenza, dovrebbe vedere tutti gli operatori pastorali uniti nello stesso cammino. Il primo lavoro fondamentale è dunque quello della comunione: «questo suppone impegno e apertura dei movimenti e delle associazioni per integrarsi nelle comunità, così come apertura e accoglienza delle parrocchie per valorizzare persone e carismi differenti».(D 100, 234). Facendo riferimento all’esortazione apostolica Christifideles Laici, il D100 ricorda che i movimenti e le associazioni laicali non possono collocarsi sullo stesso piano delle comunità parrocchiali, come possibile alternativa. «Al contrario hanno il dovere del servizio nella parrocchia e nella Chiesa particolare» (D 100, 235).È la comunione il cammino e, allo stesso tempo, il lavoro pastorale da realizzare, che vede coinvolte tutte le entità pastorali presenti sul territorio. Senza questo preziosissimo lavoro è impossibile uscire verso la missione.
L’ultimo riferimento è alle comunità ambientali e transterritoriali. Queste comunità sono formate da gruppi di senza dimora, in Brasile chiamati “abitanti di strada”, universitari, studenti delle scuole superiori, impresari o artisti, infermi. È necessario pianificare un’azione evangelizzatrice non solo in questi ambienti vitali, ma anche in tutti quelli che si trovano sul territorio parrocchiale. Si esige quindi lo sforzo di tutti, per lavorare allo stesso progetto, senza divisioni e, soprattutto, senza competizioni.


La parrocchia come comunità di comunità


Se è necessario recuperare il primato di Dio e fare in modo che tutto il territorio parrocchiale possa vivere un incontro personale con Gesù, allora il cammino sarà quello della decentralizzazione della parrocchia. Non è solo un discorso ecclesiologico, ma prima di tutto umano. Infatti, «la grande comunità, praticamente impossibilitata a mantenere i vincoli umani e sociali tra tutti, può essere settorializzata in gruppi minori» (D 100, 244). Il processo di accentramento dell’azione pastorale della parrocchia può incentivare la formazione di nuove piccole comunità, oltre a valorizzare la presenza sul territorio di CEB e gruppi locali dei nuovi movimenti, in particolare di quelli carismatici. In questo modo la parrocchia crea le condizioni affinché le persone possano incontrare il Signore in spazi alla portata dei singoli, con una dimensione più umana e meno dispersiva. È decentralizzando l’azione pastorale che la parrocchia può annunciare il Vangelo là dove non è mai arrivata. Oltre a ciò, «la parrocchia che decentralizza il suo servizio favorisce la presenza di leader e ministri laici, e riesce in modo migliore a raggiungere coloro che si sono allontanati». Il testo lascia emergere una chiara presa di coscienza, rispetto alla necessità di non appesantire il lavoro dei presbiteri. La decentralizzazione della parrocchia ha due esigenze implicite: l’organizzazione di nuove piccole comunità, e la valorizzazione e formazione del laicato locale.[1]

Il problema che a questo punto si pone è il seguente: in che modo creare piccole comunità e quale relazione costruire con le CEB già esistenti? L’espressione “piccole comunità” indica piccoli gruppi di persone, che si conoscono tra loro e che condividono la vita come discepole missionarie di Cristo. Il riferimento del testo è alle comunità interne alle parrocchie latinoamericane; parrocchie che, a differenze di quelle europee, non sono formate esclusivamente dalla Chiesa centrale, ma da altre “cappelle” sparse sul territorio. In definitiva, le parrocchie latinoamericane hanno già una struttura decentrata sul territorio. Il D100, però, insiste su questo cammino di decentramento, invitando anche le cappelle che si trovano sul territorio, a promuovere piccole comunità costituite da persone già attive nei servizi pastorali della parrocchia. Questa ulteriore decentralizzazione ha l’obiettivo di attrarre coloro che sono lontani dalla vita parrocchiale, per accoglierli nella vita della piccola comunità: «Dove sia possibile settorizzare territorialmente la parrocchia che così sia fatto!» ( D 110, 248).  
E come procedere, laddove questo risulti impossibile? Una cosa, infatti, sono le parrocchie della zona rurale, costituite da comunità in cui le persone si conoscono. Molto spesso le piccole comunità della campagna sono composte da persone di poche famiglie molto grandi. Il problema si pone soprattutto nelle città, teatro di grandi afflussi dalle campagne, e di frequenti movimenti migratori, che non facilitano la relazione e la prossimità tra persone. Il tentativo di imporre una vita di comunità in un simile contesto così è molto arduo, e spesso sterile. Nelle grandi città la vicinanza geografica non significa necessariamente vicinanza di vita. Per questo motivo, il testo apre nuovi orizzonti che vanno al di là della territorialità. «Dove non si riesce a costituire una comunità, si può seguire il criterio dell’adesione per affetto o interesse. Possono esistere comunità affettive, organizzate a partire dal carisma, che trascendono i confini del territorio fisico e si organizzano intorno a spazi di interesse. Le affinità possono essere tra i giovani, gli universitari, gli anziani, gli sposi, ecc.».
Questa nuova prospettiva, che in realtà fa riferimento ad una proposta emersa dalla conferenza di Aparecida,  mostra che la nuova conformazione parrocchiale, non solo trascende l’idea di parrocchia come insieme o rete di CEB, o insieme di movimenti, ma promuove ed incentiva una riorganizzazione tale da provocare la formazione di nuove piccole comunità, che non necessariamente devono tenere in conto il territorio.
Le situazioni concrete nelle quali si formano le nuove piccole comunità, sia di tipo territoriale, sia di tipo affettivo, dettano i ritmi del cammino delle stesse. Se, a causa del ritmo di vita più lento nelle campagne, le persone della comunità potranno incontrarsi settimanalmente, nelle città questa cadenza settimanale è più difficile. «L’importante è garantire incontri regolari e una comunicazione tra i membri della comunità, in modo che si traducano in interesse e impegno di amicizia e di fraternità» ( D 100, 252). L’importante è creare comunità di persone che si relazionano, al fine di vivere al meglio la propria fede.




Vengono, poi, indicati i due fondamenti principali della comunità: la Parola di Dio e l’Eucarestia. I circoli biblici aiutano la comunità a trovare una propria identità e stimolano la nascita dei ministeri, di persone che si dispongono a servire la comunità, in base ai bisogni. Le persone accolte nella comunità superano in questo modo l’anonimato, caratteristica della vita nelle grandi città, e si riuniscono per crescere nello stile di vita proposto da Gesù. «L’incontro eucaristico, poi, può essere realizzato nella Chiesa parrocchiale o nella cappella che riunisce le molte comunità nell’unica comunità eucaristica, segno di unità e comunione» (D 100, 256).
Il documento riconosce inoltre che la conversione pastorale non riguarda una semplice organizzazione strutturale, ma richiede un continuo sforzo di conversione personale al Signore. Questo aspetto dev’essere ben visibile sia nelle comunità parrocchiali, che nelle nuove comunità. Spesso, infatti, le relazioni interpersonali tra i membri di una comunità cristiana sono corrose da sentimenti umani negativi, come l’invidia, la gelosia, il parlare male degli altri. Per poter attrarre, le comunità devono diventare sempre di più luogo del perdono: «la vita comunitaria non è basata sull’assumere incarichi o attuare servizi nella parrocchia: si tratta di essere autentico discepolo del Signore» (D 100, 258).  Non sarà possibile accogliere coloro che si sono allontanati, se non c’è comunione tra i membri. L’amore fraterno e il rispetto reciproco, tipico dell’esperienza delle prime comunità cristiane, dev’essere il segno visibile anche del nuovo cammino che la Chiesa desidera intraprendere.  Affinché le comunità siano rinnovate, devono essere casa di iniziazione cristiana. Il D100 afferma che la rivitalizzazione delle parrocchie come comunione di comunità, passa attraverso un lavoro costante di formazione, grazie a una catechesi incentrata sulla Parola di Dio e sulla lettura orante della Parola stessa.

Ogni comunità, anche la più piccola, deve non solo curare la spiritualità e la formazione dei suoi membri, ma divenire attenta alle persone più bisognose. L’attenzione alle persone bisognose spinge la comunità verso la difesa della vita. Non si tratta solo di un’attenzione ai poveri, ma anche ai grandi temi e alle grandi sfide che la società affronta, quali l’ecologia, l’etica della politica, l’economia solidale e la cultura della pace.
Per fare in modo che tutti i membri delle comunità possano esprimere la loro opinione sul cammino intrapreso, è necessario vigilare sugli spazi della sinodalità. Consigli parrocchiali, assemblee e consigli economici che svolgono la propria attività in un clima di trasparenza, sono strumenti necessari per rendere il cammino credibile: «la società attuale vive nell’interattività. Le persone partecipano, opinano e si posizionano nei confronti delle realtà del mondo. La conversione pastorale presuppone un alto grado di considerazione verso i processi partecipativi di tutti i membri della comunità parrocchiale» (D 100, 290).  Quanto maggiore sarà la partecipazione alle decisioni della comunità, tanto maggiore sarà la garanzia di continuità di un cammino condiviso da tutti. Il D100 della CNBB è molto attento alle modalità di interazione interne alla vita comunitaria e, per questo, non si ferma ad approfondire il piano teorico, ma offre indicazioni concrete, affinché i membri delle comunità possano vivere al loro interno in modo conforme all’insegnamento del Vangelo e allo stile delle prime comunità cristiane. In questa prospettiva, la sinodalità rivela un modo di intendere il cammino ecclesiale nella prospettiva del popolo di Dio, che persegue il discernimento in merito ai problemi emergenti, creando lo spazio affinché questo avvenga secondo una modalità comunitaria. Le parrocchie che intendono essere aperte sul territorio, creando spazi per le realtà ecclesiali già presenti e stimolando percorsi di decentramento, trovano nella sinodalità uno strumento fondamentale affinché il popolo di Dio possa esprimersi e percepire il protagonismo di un cammino ecclesiale.
La conversione della parrocchia esige anche un nuovo stile di formazione. Non si tratta semplicemente di pensare ai contenuti da trasmettere ai membri della comunità. È necessario trovare metodologie e processi che permettano di stimolare una conversione e, di conseguenza, un cambiamento nella comunità:
Oggi è indispensabile un’interazione, che facilita non solo un passaggio di informazioni, ma un processo di apprendimento che avviene in una formazione comunitaria. Metodi e pedagogie interattive e partecipative devono essere incentivati. Queste metodologie devono prendere in considerazione la particolare pratica delle comunità, e le esperienze della vita delle persone, formando le coscienze ai valori della vita comunitaria e della fede cristiana (D 100, 302).
L’attenzione alle pedagogie interattive, deve caratterizzare, secondo il D100, anche il percorso formativo dei seminaristi, che in quanto futuri pastori, persone chiamate ad entrare a contatto con la vita, soprattutto nelle situazioni in cui questa soffre o è minacciata, non possono accontentarsi di assimilare meri contenuti.

Il D100 si occupa infine della presenza dei laici e delle laiche nelle comunità e della loro ministerialità: «i ministeri laicali riflettono la dignità di tutti i battezzati e la corresponsabilità di tutti i cristiani nella comunità» (D 100, 306).  Ciò comporta la costruzione di comunità che sappiano stimolare la partecipazione dei laici in differenti ministeri e servizi. Tra questi servizi, il testo indica il ministero della Parola come fondamentale per il buon andamento della comunità, in quanto sostiene le comunità più piccole nella condivisione interna ai circoli biblici, e quelle maggiori nella celebrazione del culto domenicale in assenza di presbitero. Il documento richiama poi le considerazioni già riportate sui metodi formativi, valide anche per i laici e le laiche che svolgono servizi ministeriali all’interno della comunità.[2]
L’ultima parte del testo contiene una severa critica a quelli che definisce “cattolici non evangelizzati”, che non hanno fatto l’esperienza di un personale incontro con Gesù Cristo e, per questo, manifestano una debole identità cristiana e poco senso di appartenenza alla comunità. Questi cattolici sono, secondo il D100, i maggiori responsabili dell’allontanamento dalle comunità di tante persone che cercano nella variegata proposta di denominazioni neopentecostali, ciò che non hanno trovato nella Chiesa Cattolica: Dio. Per questo motivo il duplice dinamismo indicato dal testo in direzione della decentralizzazione e della cura delle relazioni umane, verso una conversione pastorale delle parrocchie, dovrebbe essere l’elemento portante della spinta missionaria auspicata da Aparecida e stimolata dal D100 della CNBB: «La grande sfida delle parrocchie – sostiene il testo nelle battute iniziali – è uscire in missione, smettere di occuparsi solamente delle cose ordinarie e delle persone già presenti nella comunità e uscire verso un incontro più ampio» (D 100, 31).





[1] Per dare continuità alle proposte del D100, la CNBB ha dato alle stampe, nel 2016, un documento interamente dedicato ai laici: Cristiani laici e laiche nella Chiesa e nella società. Sale della terra e luce nel mondo (Documento 105 della CNBB). I numeri 225-247 sono dedicati al tema della formazione dei laici. Interessante sottolineare la dicitura “laiche” accanto al termine “laiche” che rivela la delicatezza di un cammino di Chiesa, e sottolinea l’importanza della presenza femminile all’interno di questo cammino.
[2] L’aspetto della formazione dei laici sarà poi approfondito dal documento 105 della CNBB, interamente dedicato ai cristiani laici e laiche.