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martedì 10 febbraio 2026

La zona franca di Manaus è un modello che riproduce la povertà

 

Veduta della zona Franca di Manaus



 

Lucio Carríl (https://bncamazonas.com.br/ )

Traduzione: paolo Cugini

 

Il cosiddetto polo industriale di Manaus ha battuto il suo record di fatturato quest'anno. Da gennaio a ottobre, ha raggiunto un totale di 189,53 miliardi di reais, pari a 33,93 miliardi di dollari, generando 131.227 posti di lavoro, tra posizioni permanenti, temporanee e in outsourcing. Entro la fine dell'anno si prevede che il fatturato supererà i 200 miliardi di reais. La Suframa (Sovrintendenza della zona Franca di Manaus) festeggia. Festeggiano gli imprenditori, festeggia il governo statale. Il sindaco di Manaus, che ama organizzare feste con i soldi altrui, festeggia nei Caraibi.

Lo stipendio medio nel distretto industriale è di poco superiore a due salari minimi (3.685,68 reais). Il 58,51% di coloro che vengono assunti direttamente dalle aziende del parco industriale della Zona Franca di Manaus (ZFM) riceve fino a due salari minimi, ovvero 3.036 reais. Questa massa è aumentata quest'anno rispetto al 2024. Secondo Suframa, è passata dal 56,51% al 58,51%.

Il polo industriale di Manaus spende tra il 4% e il 7% del suo fatturato per gli stipendi dei dipendenti. I profitti record di queste aziende non si traducono in alcun miglioramento salariale per coloro che generano ricchezza. In questo contesto di profondo sfruttamento, Manaus appare come la concubina derubata dal magnaccio arrivato a bordo del gigantesco dirigibile.

Manaus ha il reddito familiare pro capite più basso tra tutte le capitali brasiliane 1.502 R$ (200 euro, circa). Questo indicatore rivela il reddito medio pro capite e il potere d'acquisto di ogni persona. Ha il secondo reddito medio da lavoro più basso, sceso da 2.904 R$ nel 2023 a 2.684 R$ nel 2024. Il tasso di disoccupazione è del 10,3%, superiore alla media nazionale. I dati provengono dalla Sintesi degli indicatori sociali dell'IBGE (Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica). La nostra tanto bistrattata Manaus, dove le multinazionali incassano oltre 200 miliardi di reais all'anno, ospita la quarta favela più grande del Brasile, la Cidade de Deus, con oltre 55.000 abitanti. Il tasso di povertà qui è del 62,3%.

Un angolo della favela Cidade de Deus di Manaus


Delle 400.000 case nelle favelas, 55.692 non hanno l'allacciamento idrico. Il 40,1% dei residenti di queste comunità si identifica come nero, il 35,5% come bianco e il 37,1% come meticcio. Difendere il modello della zona franca di Manaus senza affrontare queste disuguaglianze è come nascondere il problema sotto il tappeto. È cinico.

È impossibile trattare i lavoratori come briciole mentre un'élite si crogiola nel denaro a spese del lavoro altrui. Il modello non genera più di 130.000 posti di lavoro, ma i suoi profitti aumentano vertiginosamente ogni anno, mentre la popolazione di Manaus soffre di insicurezza alimentare, vive in condizioni igieniche precarie o è costretta ad aggrapparsi agli argini, morendo a ogni pioggia.

È giunto il momento di dare maggiore responsabilità sociale alle aziende del distretto industriale.  Ora la parola è aperta al futuro governatore dello Stato, perché quello attuale non ha la moralità e l'impegno necessari per difendere il nostro popolo.

Fonte: https://bncamazonas.com.br/zona-franca-de-manaus-e-um-modelo-reprodutor-de-pobreza/

 

giovedì 9 gennaio 2025

LA STRANA PROPORZIONE: MAGGIORE E’ IL NUMERO DI CHIESE TANTO MAGGIORE E’ LA DISUGUAGLIANZA SOCIALE







Paolo Cugini


Giovedì 9 gennaio 2025. In mattinata visita alla comunità di san Vincenzo. Anche qui come in santo Ignazio, c’è un mare di stradine, di vicoli. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Infatti, il quartiere Compensa di Manaus è nato negli anni ’70 del secolo scorso frutto di continue invasioni di terreno che continuano anche oggi in altre zone di Manaus. Quando s’invadono terreni si costruisce quel tanto che può garantire un minimo di copertura dalle intemperie, senza pensare ad un piano regolatore o a chiedere permessi. Come in altre zone di Manaus, anche nella Compensa è entrato il traffico per comprarsi - si fa per dire - i terreni e le case e rivenderle a chi arrivava dalle campagne, cioè dalla foresta. I quartieri poveri di Manaus, che sono delle immense favelas, sono costruiti in questo modo improvvisato, dominato dai trafficanti di droga, che entrano per controllare il territorio e garantire un minimo di protezione degli abitanti. 

“Qui la polizia non ci entra”, diceva sorridendo Raimundo, un signore di circa ottant’anni, che da sempre ha frequentato la chiesa di san Vincenzo, coprendo, tra l’altro, vari ruoli, com’è costume da queste parti. Tutte le volte che visito la comunità di san Vincenzo mi fermo da lui, anche perché è una grande fonte d’informazioni. Raimundo vive in una casa abbastanza grande con sua moglie e qualche nipote. Non ho ancora capito quanti figli abbia. “Oggi c’è in casa mia figlia che abita dall’altra parte della città, mentre le mie figlie che abitano qui vicino raramente passano per visitarmi”. 


Uno dei tanti vicoli stretti del quartiere san Vincenzo


Domenica ero a pranzo di una famiglia della comunità di santo Antonio e la padrona di casa era madre di 12 figli, mentre sua sorella ne ha avuti 20. Famiglie numerose, come quelle incontrate nella Bahia. Anche le famiglie che incontro in questi quartieri vengono tutte dalle zone interne dell’Amazzonia. Ho già incontrato famiglie che vivono da anni nella Compensa e che provengono da Santo Antonio do Iça, che è la città dove la diocesi di Reggio Emilia è presente dal 2019. 

Ho salutato Raimundo per continuare la vista al quartiere, ma un bambino mi ha riconosciuto, mi è corso incontro e ha voluto che entrassi nella sua casa. Lì ho incontrato il padre, la madre e la sorella. Il padre lavora in una zona delicata dell’Amazzonia, vicino alla città di Coarì, a circa 400 km da Manaus. Zona delicata e polemica perché si tratta di un’area in cui avviene l’estrazione del petrolio. Alcuni mesi fa ho partecipato ad un incontro che si è tenuto a Manaus dove spiegavano le zone critiche dell’Amazzonia, in cui viene sfruttato il sottosuolo per estrarre Gas e petrolio e, entro questi luoghi, era stato citato anche Coarì. 


Le multinazionali entrano nei territori amazzonici illudendo la gente che vi abita, affermando che porteranno occupazione e soldi per tutti, mentre in realtà, dove questo processo è già avvenuto, quello che rimane è solo distruzione, inquinamento e impoverimento della popolazione. Non sono venuto sull’argomento e abbiamo parlato di altro. 

Con il Movimento Fede e Cittadinanza, fondato lo scorso anno per monitorare il processo delle elezioni municipali nel nostro quartiere, abbiamo deciso che continueremo il lavoro di coscientizzazione sociale e politica interessandoci anche di temi ambientali. Abbiamo già messo in agenda una giornata ecologica a fine febbraio. In un contesto, che è quello del quartiere Compensa, in cui non esiste un sistema fognario, dove mentre cammini per strada devi stare attento a non pestare una delle miglia DI merde di cane che incontri, oltre ad uno slalom tra i mucchi di immondizia sparsi qua e là, sarà già molto mantenere all’ordine del giorno dei nostri incontri parrocchiali il tema della protezione della casa comune. 


Mentre scrivo queste cose penso alle centinaia di chiese che incontro mentre cammino per le stradine della favela e mi chiedo: a che cosa serve tutta questa religione? Sembra che maggiore sia il numero di chiese in un territorio, maggiore è il livello di disuguaglianza sociale e d’impoverimento. È una strana e triste considerazione, ma è quello che sto incontrando e vedendo.





mercoledì 24 gennaio 2024

L’INFERNO É PIÚ BELLO

 





Paolo Cugini

 

 

È stato quello che ho pensato quando oggi pomeriggio sono stato a visitare una zona di una delle sette comunità della parrocchia di San Vincenzi di Paolo, nel quartiere Compensa di Manaus. Sono due settimane che sto organizzando questa visita. Ho chiesto a Flavia, una catechista che abita nella biaxada di San Pietro – è questo il nome della favela che ho visitato – di entrare in contatto con uno di quelli che contano nella favela per darmi la possibilità di visitare la zona. Questa è la situazione: nessuno entra senza permesso, nemmeno il prete. La favela è considerata zona rossa di Manaus, per via dei trafficanti che controllano la zona. La situazione si è aggravata negli ultimi mesi, perché c’è un nuovo gruppo che è entrato nella favela e sta contendendo lo spazio a quello che c’era già. La tensione che si è venuta a creare si vive quotidianamente. L’altra sera, durante il consiglio pastorale in una delle due comunità che vivono vicino alla favela, ad un certo punto è avvenuta una sparatoria, un regolamento di conti, che ha provocato la paura tra le persone presenti.






Abbiamo visitato una parte della favela per capire che cosa fare e se è possibile fare qualcosa. Si respira un senso di abbandono allucinante. Qui il comune non entra, per cui acqua e luce arrivano per dei sotterfugi organizzati dagli abitanti. Le costruzioni sono tutte abusive, oltre ad essere fatiscenti. Ci sono tantissimi bambini e adolescenti. La favela è sorta con la costruzione abusiva di abitazioni di coloro che arrivavano dai villaggi della foresta amazzonica, in cerca della città con il mito di vivere meglio, avere più possibilità. In realtà, che arriva in queste baracche viene a stare molto peggio.

La droga è il pane quotidiano., Uno potrebbe dire: ma se non hanno nemmeno gli occhi per piangere perché la droga e come fanno a comprarsela? La domanda dovrebbe essere posta più a monte e cioè: a che cosa serve la droga? Serve per dimenticare, per trascorrere qualche istante in pace. I ricchi si drogano per riempire un vuoto, perché non sanno che cosa fare, mentre i poveri si drogano per cercare di diminuire il dolore esistenziale, per dimenticare, anche solo per qualche momento. Poi inizia l’inferno, dovuto all’impossibilità di pagare la merce, l’entrata nel giro dei trafficanti, il coinvolgimento dei familiari. Il giorno dopo la sparatoria c’era una testa che rotolava nelle strade della favela. Vari corpi sono stati trovati nei cespugli dei dintorni della favela, di gente che non riusciva a pagare i trafficanti locali. Qui nessuno entra, né il comune, né la polizia: i conti se li regolano tra di loro.

Se ogni tanto c'è un incendio nella favela si capisce perchè 


Dal punto di vista religioso la stragrande maggioranza delle persone che abitano nella favela sono evangelici. Qui si tocca con mano un vecchio discorso e cioè della religione come una droga, con la differenza che, mentre la droga arriva ad ammazzare, la religione venduta dagli pseudo pastori neopentecostali, conduce fuori dalla realtà. Questi falsi pastori, veri e propri mercenari, attaccati ai soldi in modo allucinante, assicurano ai poveri malcapitati un pezzettino di paradiso in cambio di una tassa mensile. Fanno leva, infatti, su coloro che ricevano benefici dal governo: pensionati, persone con deficienza fisica, famiglie povero che ricevono un sussidio dal governo. Più sono povere, più le persone si affidano ai mercenari di Dio, a pseudo pastori senza scrupoli che, come gli avvoltoi, si nutrono della carne dei poveri malcapitati. I disperati non ascoltano discorsi teologici raffinati, ma si affidano alle promesse di un futuro glorioso. Probabilmente sanno che è tutto falso, ma che cosa importa! Un po’ di consolazione illusoria può servire per andare avanti in mezzo allo schifo della vita presente.



Abbiamo girato una parte della favela con la scusa di trovare un posto per celebrare una messa fra qualche domenica. In realtà, cercavo di vedere con i miei occhi il dramma della miseria umana, sin dove può arrivare il degrado umano, per capire che cosa si possa fare o se si possa davvero fare qualcosa, con la consapevolezza che dagli abitanti del posto non arriverà mai nessuna richiesta di aiuto. Il dato più allucinante è che a soli sei km di distanza c’è il quartiere di lusso Ponta Negra, con palazzi ed edifici da far invidia a Toronto. Tanta disuguaglianza in pochi metri. Forse, fra qualche mese andrò a trovare anche loro.

lunedì 23 novembre 2020

I MOTORI DEL CAMBIAMENTO SOCIALE (annotazioni)

 



 

Paolo Cugini

 

Demografia

Sta cambiando a livello mondiale con conseguenze molto importanti.

Se guardiamo la situazione nel 1950 in Asia 55% della popolazione, in Europa 21% della popolazione mondiale (dato importante perché nel 2010 l’Europa ha il 10% della popolazione mondiale e questo perché sono cresciute Africa e Asia).

La crescita asiatica ha comportano anche mutamenti politici e sociali.

 

Nel 2100 Europa 6,7% la situazione a livello politico non può più essere detto che c’è una priorità che può esistere a livello europeo, l’Africa al 35% popolazione globale, Asia un po’ in diminuzione ma rimane la maggioranza della popolazione globale. Quando non ci sono misure adeguate in questi continenti, automaticamente ci saranno degli spostamenti da questi continenti. Oggi la politica nazionale va più nel senso della autosufficienza e nella auto-protezione, con volontà di diventate autosufficienti, soprattutto i paesi europei.

 

Età della popolazione tra i 15 – 24 anni in Africa 43 milioni, adesso 2010 205 milioni, alla fine nel 2100 saranno mezzo miliardo, e sono giovani e si muovono alla ricerca di soluzioni, hanno iniziative economiche e altro e quindi ci sarà sia sviluppo dell’Africa sia emigrazione.

In Asia la crescita è meno importante ma anche l’asia andrà verso i 500 milioni di giovani.

L’Europa invece è un disastro: 94.000 nel 1950, nel 2100 76.000, una riduzione al di sotto del livello odierno (adesso siano circa a 93.000).

 

Nei paesi con povertà alta ci sono più bambini in famiglia, nelle nazioni economicamente più avanzate i bambini sono meno: In Italia siamo a un bambino per ogni donna fertile, cresce il numero degli anziani ma non ci sono i giovani per rispondere alla totalità della popolazione. Nel 2100 ci saranno 150.000 al lavoro e gli altri studenti o disoccupati.

America caraibica: l’economia adesso non sta in progresso ma in regresso, ci si aspetta una riduzione di natalità, nel 2100 ci saranno meno giovani.

 


USA e Canada avevano 25 milioni nel 1950 e diventeranno 63 milioni.

Nel 2050 saremo circa 9 miliardi in tutto il mondo.

Per l’Europa vediamo un problema che sta crescendo, a livello mondiale nel 1950 60 milioni, in futuro saranno molti di più e ci sarà mobilità oppure un conflitto che in realtà è già cominciato.

Guardiamo le diverse regioni tra il 2000 e il 2050 soprattutto USA e Canada vanno verso una diminuzione della popolazione senza immigrazione, se c’è migrazione normale e continuativa ci sarà una differenza di 77 milioni di persone. Il cambio di popolazione in Africa e in Europa, l’Europa avrà un calo di natalità che sarà compensato con la migrazione.

 

La gente di Arabia Saudita non lavorano tanto, lavorano i migranti in condizioni cattive, non possono nemmeno guardare il datore di lavoro, devono lavorare ad orari impossibili senza alcuna protezione eppure sono l’84% del mercato del lavoro. In Australia il 30% sono migranti.

 

Il problema delle percentuali è che non si sa esattamente quanto tempo un migrante rimane nelle statistiche della migrazione, come sono registrati, ma ci sono stati che dopo 5 o 10 anni di residenza non li considera più come migranti, così come talvolta non contano i migranti che non lavorano.

 

UK crescita negli ultimi 14 anni, che è normale perché c’è il common whealth e quindi c’è una mobilità molto alta, es. indiani che non sono necessariamente guardati come migranti. In genere nei paesi dell’UE c’è il 10% della popolazione attiva sono migranti da lungo termine. C’è una crescita.

 

Altro aspetto importante, quello della popolazione rurale e della popolazione che vive in città. Popolazione che inizia a vivere nelle città e persone che vivono nelle zone rurali. L’aumento delle persone nelle città rispetto alle zone rurali è il risultato di questo motore.

 

Es. Manila ha più o meno 16 milioni di persone, in parte già migrate dall’interno delle Filippine, non trovano lavoro a Manila e quindi si spostano all’estero.

 

La prima tappa della migrazione è interna dalla campagna alla città, poi la seconda tappa è all’estero.

In Europa nel 2030 aspettiamo una crescita inferiore rispetto ad altri paesi.

 


Studenti

Ci sono più stranieri che studiano in Italia rispetto agli italiani che studiano all’estero.

In Cina ci sono 38 – 48 milioni di studenti e cresce di circa 2 milioni di studenti in più (devono costruire ogni settimana una nuova università per rispondere alla richiesta di studenti), per questo ci sarà una mobilità di studenti verso l’Europa. Le università devono prepararsi a questo perché ci saranno meno italiani e più stranieri. Gli studenti italiani vogliono studiale all’estero perché non trovano lavoro in Italia, gli immigrati invece vogliono rimanere in Italia e questo modificherà il mercato del lavoro. Le università devono cercare di essere più attrattive per gli italiani e in gradi di integrare gli studenti migranti.

 

Rimesse

Sono il terzo motore, molto importante per il cambiamento. Una rimessa è un trasferimento di denaro come un pagamento o un dono. Questa è una definizione ma non è facile da capire.

 

Quanto vediamo nel 2018: 600 miliardi di dollari USA, i paesi che ricevono le rimesse sono Messico, Argentina e Filippine.

 

Le rimesse verso i paesi in via di sviluppo, nel 2010 340 milioni e 2019 579 milioni, quindi, stanno crescendo. Ora c’è una diminuzione, perché il 13% in meno è dovuto al fatto che dal 2019 molte persone sono dovute rientrare al paese d’origine, poi ci sono le persone che hanno perso il lavoro e non vogliono tornare a casa e non possono mandare soldi perché vivono in povertà.

 

I paesi che ricevono soldi: India, Cina, Filippine e Francia. Francia riceve molti soldi dalle rimesse è ciò è dovuto per l’economia. Messico, Egitto Pakistan, anche l’Italia ha ricevuto rimesse nel 2014 circa 9 milioni e mezzo ma in questi paesi Italia, Francia e Germania va in diminuzione per questa idea di autosufficienza e di non delocalizzare le aziende. In India 78 milioni, in Cina 67 milioni, nelle Filippine anche, in Messico 35 milioni. In tutti i paesi in sviluppo sono aumentate le rimesse.

Incidenza delle rimesse sul PIL, in Tagikistan avevano il 37% del PIL era dato dalle rimesse, il che significa che se cessano le rimesse, crolla l’economia e quindi si forma un conflitto interno che diventa un conflitto esterno e ciò vale anche per altri paesi caratterizzati da questo fenomeno. Ci sono paesi che dipendono dalle rimesse, se le rimesse cessano aumenta la povertà, le rimesse sono uno strumento di sviluppo.

 


I soldi arrivano dai paesi sviluppati USA, Arabia Saudita, Svizzera ecc. c’è un ammontare impressionante di soldi in movimento attraverso la gente.

Questione dei costi: quando una persona invia alla sua famiglia dei soldi deve pagare delle commesse e ciò che si è tentato di fare è di ridurre detti costi per non gravare sulle persone che le ricevono, adesso i costi sono circa il 7 – 8%, in Africa è ancora il 9%, sono percentuali importati per le banche che le stesse non vogliono perdere.

Ci sono state diverse politiche proposte di tassare di più tutti i trasferimenti di soldi a livelli internazionale per poi investirli nello sviluppo ma è una cosa che non è mai passata. Ci sono proposte anche per introdurre le tasse sulle rimesse, è una idea sbagliata perché si traduce in una seconda tassazione sul denaro, i migranti hanno già pagato le tasse sul denaro che ricevono dal loro lavoro. Le tasse vanno ad aumentare anche i soldi delle rimesse con impatto negativo per le famiglie che le ricevono.

 

Canale informale, sono i canali più pericolosi, perché non c’è certezza che i soldi arrivino a destinazione.

 

Gli USA hanno fatto una legge che vietava di inviare soldi in Iran, gli iraniani, quindi, li hanno inviati attraverso l’Europa, sono movimenti finanziari che variano a seconda delle leggi sulla tassazione e che li regolano.

 

Ci sono tante domande sulla diaspora, i migranti fanno anche dei risparmi e i risparmi stanno crescendo, le banche hanno i dati, c’è un risparmio annuale dei migranti. A volte offrono questi risparmi ai paesi di origine e in modo disordinato e non organizzato. Questione molto difficile quella di migliorare gli investimenti dei risparmi. I migranti poi usano i risparmi per comprarsi casa, ad esempio in Italia molti marocchini hanno comprato casa. Le rimesse sono un legame concreto tra immigrazione e sviluppo, ma non possiamo dimenticare che le rimesse sono soldi privati e sono soggette alla decisione dei privati non sono soldi che possono essere utilizzati dai governi anche se vorrebbero. L’utilizzo delle rimesse che vengono da fuori dell’Africa, come sono utilizzate in Africa nei vari paesi, studio del 2016.

 

Burkina: soldi sono stati utilizzati per cibo (23% ma non si sa di che tipo di cibo si tratta), salute, acquisto casa o terreni e per fare affari.

Kenya: affitto (perché le case sono più care), meno soldi per il cibo.

Nigeria: educazione riceve il 22% delle rimesse, vuol dire che i nigeriani vogliono che i loro figli abbiano l’opportunità di una educazione più alta, 24% passano a comprare un terreno, 21% affari, c’è attività commerciale, iniziare una attività è una sicurezza così come l’acquisto del terreno e la cultura dei figli.

Senegal: 52% cibo, 1,3% per affari anche se Senegal è abbastanza conosciuto per la sua economia ma la povertà e tanta, può essere perché molti poveri emigrano per far rientrare i soldi.

Uganda: situazione più equilibrata.

Le rimesse è vero che riducono la povertà, ma c’è anche una crescita di dipendenza da questa entrata sia per i privati, sia per gli stati. Se la rimessa cessa ci sono conseguenze. Le rimesse aumentano gli investimenti a lungo termine (acquisto casa e terreno) ma anche la consumazione immediata.

Le rimesse aumentano i servizi, specialmente a livello di salute ed educazione, ma ci sono oggi tante società europee e americane che si sono imposte in Africa per vendere cose che possono essere pagate solo con le rimesse, quindi, le rimesse cono anche un disturbo della realtà sociale. Ad esempio crea conflitto sociale perché alcune famiglie hanno le rimesse e altre no. Questo è un problema che deve essere affrontato anche se le rimesse cono comunque risorse private.

venerdì 25 maggio 2018

IL CONTRASTO ALLA POVERTÀ IN ITALIA





TAVOLA ROTONDA
REGGIO EMILIA 25 MAGGIO 2018
SOCIAL COHESION DAYS

Sintesi: Paolo Cugini

Giuseppe De Marzo (Libera): Coordina la campagna Numeri Pari. Dieci anni di crisi ridefinisce l’idea di Paese. Le disuguaglianze nel nostro paese non sono mai state così elevate. Abbiamo lanciato la campagna: Miseria Ladra. Nel momento in cui vengono tagliati i servizi sociali sono le Mafie che si propongono. C’è anche una povertà culturale. E’ necessario ricostruire un dibattito dal basso. Secondo il Censis gli italiani a rischio di esclusione sociale sono il 38%. La povertà minorile e la dispersione scolastica in Italia è la più alta in Europa. Dopo 10 anni di crisi si assiste ad un attacco al cuore al significato di civiltà Occidentale. La costituzione italiana insiste sulla dignità della persona umana. Che cosa succede in un paese in cui salta questa idea? L’articola 34 della carta diceva: nessun cittadino deve uscire dalla garanzia della dignità. Ci sono te misure fondamentali:

1.      Reddito minimo
2.      Servizio sociali di qualità
3.      Abitazione

Quando parliamo alle periferie si fa fatica a sostenere questi tre punti. Quale proposta può garantire un minimo di dignità? La proposta dev’essere individuale e non c’è una condizionalità. Le misure che garantiscono il reinserimento è il reddito minimo garantito. Il beneficio deve durare fino a quando la condizione della persona povera non cambia. I soldi ci sono, ma mancano le priorità politiche. Senza un progetto politico e costruiamo una consapevolezza della dignità e intangibilità umana, si mette in mano la popolazione ai populismo. Occorre rimettere al centro ciò che tutto il Paese si aspetta.
Cristiano Gori (Trento):
Elena Granaglia (Roma): Di fronte ai numeri sull’entità della povertà in Italia, che cosa ci aspetta nel prossimo futuro? Prospettiva di un reddito di cittadinanza. Ci sono due cambiamenti rilevanti:
1.      I destinatari sono i cittadini italiani
2.      Elemento laburistico (lavorare in presenza del beneficio)
La richiesta di un lavoro non sempre è una richiesta negativa. Questi due cambiamenti possono essere rimessi in discussione.
Punto di fondo: ammontare dell’importo. Si fa riferimento ad una povertà relativa. La prospettiva è di dare 780 euro al mese a persona singola. Di fronte a questo importo le posizioni sono semplicistiche. Da un lato non ce lo possiamo permettere. Dall’altro c’è il problema del rapporto con coloro che hanno già qualcosa. Occorrerebbe cercare di arrivare all’obiettivo, anche se non abbiamo ora i soldi. Questa proposta è l’unica in Italia che ha come riferimento la povertà. Dobbiamo essere attenti. 800 euro al mese può essere un problema nell’immediato. Dovremmo dare molto più attenzione sulla redistribuzione.
Fare leva su di una misura come il reddito di cittadinanza, crea divisione. Dovremmo fare più leva su una piattaforma di misure più universale. La prima misura è quella di un sostegno per i figli. Sul plafon per tutti poi su può andare su altre misure più specifiche.

Mila Sansavini: (Regione Emilia Romagna): Siamo in un territorio ricco. Però dinanzi alla crisi ha messo in evidenza delle criticità e aumento di povertà. Il percorso di studio della realtà è partito del 2015 e prende vita nel 2016. Connessione con la normativa nazionale sulla povertà. Nasce anche con la finalità di estendere i beneficiari. Nel nostro territorio ricco essere poveri può diventare umiliante, e spesso sono persone che non hanno rapporto con i servizi. Ci sono state 8 mila domande presentate. Creare una rete per reinserirsi nel sociale. E’ stato siglato un protocollo di contrasto alla povertà. C’è anche la Caritas in mezzo. C’è un’alleanza contro la povertà che la Regione ha creato. E’ una misura costruita in linea con quella Nazionale. Occorre andare verso una logica di ridistribuzione con maggiore equità.

Marcello Natili (Milano): L’Italia è il paese che si è impoverito di più in Europa. Ci sono 4 milioni di persone in Italia in condizioni di povertà assoluta. La povertà assoluta è diminuita solamente per le persone in fascia pensionistica.

Matteo Sassi (Reggio Emilia): il reddito pro capito fra il 2008 al 2015 è aumentato. In questi anni è aumentata la disuguaglianza dei redditi. Tra i 30 ai 70 anni la differenza di reddito tra uomini e donne aumenta. Altra variabile è il numero di componenti della famiglia. Aumentando il numero di componenti il reddito pro capite cala. Le famiglie con bambini tra gli 0 ai 7 anni dichiarano fino a 15 mila euro. E’ la fascia più esposta ad uno scivolamento verso la povertà. Son coloro che non sono conosciuti dai servizi sociali. I dati in cui siamo in possesso ci invitano a ripensare la distribuzione del reddito. C’è una fascia ampia della popolazione che è in situazione di fragilità. Occorre intervenire. Tutti devono far convergere le proprie forze per elaborare una strategia, che con competenza sappia arginare il problema della povertà. Stiamo attenti a non cadere nella trappola delle fasce. Anche la concezione universalistica del reddito di cittadinanza ha il limiti che dice solo di trasferimento monetario senza parlare di servizi. Occorre pensare alle politiche delle case. Il 34 % dei bambini che nasce oggi a Reggio sono stranieri. Come si fa a costruire una comunità coesa partendo da elementi discriminatori.



sabato 1 luglio 2017

PRETI SCOMODI




Paolo Cugini

Molto bella e pieno di significato ecclesiale e spirituale è stata la visita che papa Francesco ha realizzato nello stesso giorno a Bozzolo e a Barbiana, per rendere omaggio a due grandi preti: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Due preti scomodi per il loro stile di vita così aderente al Vangelo da mettere in difficoltà chi il Vangelo lo prende un po' alla leggera. In comune don Mazzolari e don Milani hanno molte cose ma, allo stesso tempo, ci sono anche differenze. La visita del Papa nello stesso giorno nei paesi di questi due preti, mentre ne sottolineava le sintonie, ha avuto anche il sapore di una riabilitazione. Purtroppo, infatti, come succede spesso nella Chiesa, quando qualcuno vive il Vangelo in modo radicale, dalla gerarchia che dovrebbe riconoscerne il valore, viene invece preso di mira. Sia don Milani che don Mazzolari sono stati trattati male dai loro rispettivi vescovi oltre ad essere finiti sotto gli artigli dal Sant’Uffizio che ha censurato alcuni dei loro libri.
Che cosa ha detto Papa Francesco a Barbiana e a Bozzolo?

In primo luogo, c’è stato un forte richiamo al valore della libertà di coscienza. Parlando del ruolo educativo di don Milani e del compito di ogni educatore, Francesco ha sottolineato che: “Quella degli educatori è una missione d’amore. La cosa essenziale da insegnare è la crescita di una coscienza libera capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore e dall’amore di compromettersi con gli altri e servire il bene comune […] Noi adulti chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico come ricerca del vero del bello e del bene pronti a pagare il prezzo che ciò comporta e questo senza compromessi”. 
La Chiesa cattolica ha educato per molti secoli i fedeli ad obbedire ciecamente al Papa, ai vescovi e ai loro sacerdoti. Accanto a questi accorati appelli per molti secoli la Chiesa nei suoi documenti ufficiali si è espressa negativamente contro la libertà di coscienza. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per verificare queste affermazioni. La Mirari Vos del 1832 e il Sillabo della fine Ottocento contenevano anatemi sia contro la libertà di coscienza che contro la libertà di stampa. Appello accorato all’obbedienza ai superiori e sfiducia nella libertà di coscienza hanno prodotto come logica conseguenza l’infantilismo nei fedeli, e l’arroganza autoritaria e prepotente dei superiori, atteggiamenti molto diversi da quelli proposti da Gesù nel cammino di discepolato. Nella Dignitatis Humanae il Concilio Vaticano II ha provato a dare una sterzata rivalutando il valore della libertà di coscienza come cammino fondamentale per maturare una coscienza critica nelle persone. Sia Don Milani che don Mazzolari sono state senza dubbio delle persone libere, che hanno aiutato i fedeli a maturare un proprio giudizio critico nei confronti della realtà. Lo ha fatto don Lorenzo nella scuola di Barbiana. Lo si comprende bene sfogliando le pagine di Lettera ad una professoressa, scritto con il metodo di scrittura collettiva. Don Lorenzo era abituato a sollecitare i suoi alunni ad analizzare insieme i contenuti di ciò che leggevano sui giornali, per giungere ad esprimere un pensiero personale capace di accettare il confronto positivo con gli altri. Si giunge a pensare insieme in modo libero e critico solamente se ci si è educati alla maturazione di una coscienza libera, capace di cogliere la presenza del trascendente nella storia e dentro di sé. Sia don Lorenzo che don Primo ci hanno insegnato che l’obbedienza è autentica quando passa al vaglio della libertà di coscienza, di una coscienza educata nella relazione d’amore con qualcuno. 
La storia ci ha purtroppo insegnato che, quando la coscienza non viene accompagnata nella formazione del riconoscimento del bene, ma viene sollecitata solo all’obbedienza passiva, diviene facile preda dei più turpi comandi.  Affidare in modo radicale la propria capacità di decidere ad un’entità esterna, significa abdicare alla propria dignità di persona. Un vero educatore, come lo sono stati don Lorenzo e don Primo, accompagna le persone a maturare un pensiero critico personale. Come ha ricordato Papa Francesco a Bozzolo, i preti non sono dei meri ripetitori di affermazioni oggettive, ma trasmettitori di contenuti che sono chiamati a vivere e interpretare con la loro vita. Queste indicazioni hanno un risvolto ecclesiale immediato. Infatti, non c’è possibilità di sinodalità senza un’educazione alla libertà di coscienza. Chi è abituato a delegare il sacrosanto diritto di formulare un proprio parere, difficilmente si sentirà coinvolto a mettere in comune un proprio pensiero nella costruzione di un percorso. Le difficoltà che incontriamo nelle comunità parrocchiali nel coinvolgimento dei laici non solo nella gestione dei servizi della comunità, ma soprattutto nello sforzo dell’elaborazione di un pensiero che sappia leggere i segni dei tempi e operare le scelte necessarie per la comunità, è dovuta anche alla carente educazione di coscienze libere. Si è insistito all’esaurimento sulla necessità di obbedire ai superiori non curanti dello scotto che si sarebbe pagato più avanti.

Un secondo punto significativo che Papa Francesco ha evidenziato nella vita di don Milani e don Mazzolari è il loro modo di essere sacerdoti. A Barbiana Francesco ha affermato che: “La dimensione sacerdotale di don Lorenzo è alla radice di tutta la sua vita. Tutto nasce dal suo essere prete, la sua fede. Una fede totalizzante che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero diventa donazione totale”. Lo stesso concetto, anche se con sfumature diverse Papa Francesco l’ha ripetuto a Bozzolo. “I parroci sono la forza della chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale danno vita ad un vero e proprio magistero dei parroci. Mazzolari è stato definito il parroco d’Italia”. 
In diverse circostanze Francesco ha messo in guardia la Chiesa dal pericolo del clericalismo. Con questo termine il Papa indica un modo sbagliato d’intendere il proprio ruolo di pastori e di guide del popolo, non come servitori, ma come persone arroganti che si sentono superiori e così si allontanano dalla gente. Al contrario, don Lorenzo e don Primo sono esempi di pastori che si sono immersi nei problemi delle persone loro affidate, divenendo parte di loro. Erano preti, come suole spesso dire Francesco, che avevano l’odore delle pecore. Come Gesù che aveva condotto i suoi discepoli in mezzo alla folla, immersi nei problemi della gente, così hanno fatto don Primo e don Lorenzo a contatto con i problemi dei loro parrocchiani. Entrambi i sacerdoti erano persone molto attente ai problemi del tempo. Conosciamo le prese di posizioni di don Primo nei confronti del fascismo. Sappiamo anche delle lotte che don Lorenzo, assieme ai suoi ragazzi di Barbiana, ha portato avanti sui temi dell’obiezione di coscienza e della scuola. Preti immersi nei problemi del loro tempo e, quindi, non distanti. Don Lorenzo e don Primo hanno insegnato che il ministro di Dio non è colui che vive il suo ministero esclusivamente nell’ambito del sacro, di quel sacro che si manifesta esclusivamente nell’ambito liturgico, come se la liturgia potesse essere qualcosa di distante della vita. Se Francesco reiteratamente allerta la Chiesa sulle forme del neo pelagianesimo di ritorno sempre in agguato, che tende a separare la vita dal sacro, inculcando nelle menti dei fedeli un Dio totalmente distante dal mondo, contraddicendo il principio dell’Incarnazione manifestato dal Figlio Gesù Cristo, è perché il pericolo è reale. Del resto, un Dio distante, totalmente distaccato dalla realtà che esige per l’appunto sacerdoti del sacro che siano il più possibile distanti dalla realtà per essere puri dinanzi al sacro, fa comodo. Più Dio è qualcosa di distante, più l’uomo e la donna sono liberi di fare e vivere come vogliono. Gesù Cristo, venendo al mondo ha rappresentato la critica più radicale a questo modo d’intendere la religione come distanza tra Dio e gli uomini, che esige un personale specializzato per entrare in contatto con Lui.  
L’incarnazione del Verbo ha rotto questo schema idolatrico, mostrando il vero volto di Dio, non pensiero astratto alieno dagli uomini e dalle donne, ma totalmente immerso nella realtà per poterla trasformare dal di dentro.  Sia don Primo che don Lorenzo hanno vissuto il loro rapporto con il Signore incarnati nel pezzetto di mondo nel quale vivevano, offrendo a Dio l’umanità che loro stessi incontravano. Questa incarnazione ha permesso loro di fuggire la tentazione del clericalismo, dell’atteggiamento di superiorità che spesso vediamo in quella porzione di clero che gioca il proprio ministero dentro a quattro pareti o nell’esclusivo ambito liturgico. “Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti”. Solamente camminando insieme, immersi nella realtà presente, a contatto con i problemi veri incontrati a contatto con la gente vera, si potrà evitare il rischio di caricare la gente di pesi assurdi. Francesco ha visto in don Primo e in don Lorenzo sacerdoti capaci di accompagnare la propria gente nelle loro ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alle problematiche attuali.

Un ultimo aspetto che possiamo evidenziare nei discorsi che Papa Francesco ha realizzato a Bozzolo e a Barbiana è la povertà. Sia per don Mazzolari che per don Milani è evidente lo stile essenziale e povero di questi due sacerdoti. Di Mazzolari Francesco ha detto che ha vissuto da prete povero e non da povero prete. Lo stesso si può dire di don Milani che ha dedicato tutto il suo ministero ad un piccolo gruppetto di bambini e ragazzi poveri. Don Lorenzo e don Primo sono quindi il segno di quella Chiesa povera e dei poveri così vagheggiata nel Concilio Vaticano II e che Papa Francesco tenta di riprende nel suo pontificato. “Possiamo diventare chiesa povera e dei poveri – ha detto Francesco a Bozzolo-. I poveri sono una presenza scomodante. […]. I poveri vanno amati come poveri, come sono, senza far calcoli”. Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Nella scuola di Barbiana don Lorenzo ha insegnato tutta la vita e tutti i giorni dell’anno ai bambini poveri della sua piccola parrocchia. È la Parola che apre la cittadinanza alla società. Il possesso della parola come strumento di libertà: è questo che sapeva fare don Primo, non solo per le sue famose doti di predicatore e di scrittore, ma anche per il modo con cui utilizzava questi strumenti per aiutare i lontani. Don Primo e don Lorenzo sono stati, a loro modo e anche nella loro esperienza di presbiteri, dei modelli di quella chiesa povera e dei poveri che sta così profondamente segnando il pontificato di Papa Francesco. Povertà come segno di una vita evangelica, che annuncia il Vangelo non solo con la Parola, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza. La povertà evangelica vissuta da don Lorenzo e da don Primo sono un tutt’uno con il loro ministero, segno di una sequela autentica al Signore che è venuto in mezzo a noi povero tra i poveri. A Bozzolo Papa Francesco ha ricordato che don Primo: “nel suo testamento scriveva: intorno al mio altare non ci fu mai denaro. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Dio con niente fa tutto. La credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della chiesa. Don Primo ricorda che la carità è questione di sguardo”. Mettere al centro i poveri per fare in modo che siano loro stessi i protagonisti della loro rinascita. Sia per don Lorenzo che per don Primo la cultura è stato uno strumento privilegiato per questo cammino che ha permesso loro anche di uscire dalla sterile palude di una carità che non serve a nulla, ma che mantiene in vita il sistema che produce povertà. Offrire ai poveri gli strumenti per un loro riscatto esistenziale e sociale è stato lo sforzo costante di questi due preti.



lunedì 23 marzo 2015

CAMPAGNA PER IL REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA: ADERISCI!




 (Aderisco personalmente a questa campagna lanciata da Libera e lo divulgo).

"La povertà è la peggiore delle malattie in senso sociale, economico, ambientale e sanitario, che colpiscono il paese. E' necessario rimettere lotta alle povertà e welfare al centro dell'agenda politica per costruire una risposta a problemi che riguardano la dignità e la libertà delle persone, di fronte alle diseguaglianze che aumentano, a una povertà fuori controllo, con milioni di cittadini coinvolti, una crisi economica che vede il rafforzamento dell'economia criminale e del potere delle mafie. Essendo già alcuni disegni di legge in discussione al Senato, chiediamo che in 100 giorni venga calendarizzata , discussa e approvata in aula l'istituzione del Reddito minimo o di cittadinanza". Libera con la partecipazione del BIN-Basic Encome Network eEAPN- European Antipoverty Network, Italia promuove la campagna "100 giorni per un reddito di dignità", contro la povertà e le mafie per chiedere al Parlamento di prendere una decisione importante, una misura prevista già da tutti i paesi europei, con l'esclusione di Italia, Grecia e Bulgaria. Dal 16 ottobre 2010 che il Parlamento Europeo ci chiede di varare una legge che introduca un "reddito minimo, nella lotta contro la povertà e nella promozione di una società inclusiva". 

Sono passati cinque anni e nulla è successo. Una grande mobilitazione, una firma www.campagnareddito.eu per chiedere al Parlamento di fare presto: entro 100 giorni una buona legge sul reddito di dignità arrivi in aula al Senato per essere discussa e approvata. Non è impossibile, non è una proposta irrealistica: ci sono diverse proposte di legge già presentate a Palazzo Madama.I numeri sono drammatici: dal 2008 al 2014 la crisi in Italia secondo i dati Istat, ha raddoppiato e quasi triplicato i numeri della povertà relativa ed assoluta. Sono infatti 10 milioni quelli in povertà relativa, il 16,6% della popolazione complessiva, ed oltre 6 milioni, il 9,9% della popolazione, in povertà assoluta. Ma oltre i dati relativi alla condizione specifica della povertà, dobbiamo comprendere nel computo finale tutte quelle fasce sociali a rischio povertà: dai working poor (oltre 3,2 milioni di lavoratori e lavoratrici) ai precari, dagli over 50 senza alcun lavoro alle donne, dai migranti ai giovani, dagli anziani a coloro che hanno difficoltà abitative il numero dei soggetti a rischio potrebbe aumentare in maniera esponenziale.
Il Reddito Minimo o di Cittadinanza- si legge nell'appello della campagna di Libera-è un supporto al reddito che garantisce una rete di sicurezza per coloro che non possono lavorare o accedere ad un lavoro in grado di garantire un reddito dignitoso o non possono accedere ai sistemi di sicurezza sociale (ammortizzatori socio-economici) perché li hanno esauriti (esodati, mobilità) o non ne hanno titolo o vi accedono in misura tale da non superare la soglia di rischio di povertà. Il Reddito Minimo o di Cittadinanza, garantisce uno standard minimo di vita per gli individui e per i nuclei familiare di cui fanno parte che non hanno adeguati strumenti di supporto economico.

 Il Reddito Minimo o di Cittadinanza, è anche uno strumento fondamentale di contrasto alle mafie in una fase di grave crisi e di aumento della povertà e delle diseguaglianze sociali,perché toglie ossigeno a chi sfrutta il bisogno di lavoro trasformandolo in ricatto economico, per alimentare circuiti criminali che approfittano della povertà o per fare dei posti di lavoro merce per il voto di scambio. E impone al contrario un diritto che rende le persone meno deboli anche di fronte a chi ne vuole sfruttare i bisogni e le fragilità.La misura- prosegue Libera- è rivolta a coloro che già sono in una condizione di povertà economica, a coloro che in un dato momento della loro vita si trovano nella condizione di non poter lavorare o che hanno un reddito che non permette loro di vivere una vita dignitosa, o che hanno perso i benefici degli ammortizzatori sociali o che sono in ogni modo al di sotto di una certa soglia economica. Non c'è bisogno di misure assistenziali né possiamo immaginare che il reddito di cittadinanza, o reddito minimo garantito, sia la soluzione del problema. E', però, una misura indispensabile nel breve periodo per contrastare la povertà assoluta, l'esclusione sociale e il ricatto delle mafie.

Fonte: http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/11173

giovedì 12 marzo 2015

LETTERA AI SEMINARISTI

ARCHIVIO BRASILE







Pintadas-Ba, 18 giugno 2011

Carissimi amici del seminario di Reggio Emilia,
Giacomo mi ha sollecitato di scrivere due righe per riprendere le riflessioni-provocazioni scambiate nel nostro incontro lo scorso anno. Lo faccio volentieri, anche perché mi permette di condividere un cammino con coloro che faranno parte della stessa famiglia sacerdotale. Mi aveva dato come scadenza l’11 giugno: purtroppo non ce l’ho fatta. Chiedo scusa.

1. La prima forte provocazione che ho ricevuto dal contesto che ero chiamato a servire é stata la povertà. Chi arriva a Salvador – capitale della Bahia – rimane ben impressionato per i palazzi sul lungo mare: sembra una città occidentale. Spostandosi di poche centinaia di metri verso l’interno ecco apparire le favelas, montagne di case, chiamiamole così, in cui si percepisce la presenza di un’umanità che lotta tutti i giorni per la sopravvivenza. Arrivato nel gennaio del 1999, dopo tre anni emmezzo di sacerdozio (sono diventato prete in giugno del 1995), avevo cominciato a girare i quartieri poveri per cercare di capire come viveva questa gente. Mi colpiva il niente che incontravo. Annotavo sul mio quaderno tutto quello che stavo incontrando, un mondo totalmente nuovo al quale non avevo mai pensato e nemmeno immaginato. Soprattutto non capivo come riuscissero a vivere queste persone, senza un lavoro, senza un conto in banca: come facevano a mantenere tanti figli?  Domande ingenue tipiche di colui che analizza una realtà con gli occhi del mondo di provenienza, senza aspettare di ascoltare la realtà per come è. Mi chiedevo anche come era possibile risolvere tutti i problemi che incontravo.

Questo impatto con tanta povertà provocò in me tantissime domande sul senso della vita, del mondo, sulla misericordia di Dio, l’ingiustizia umana, la disuguaglianza sociale. Non riusciva a farmi una ragione del perché di tanta differenza, tanta disuguaglianza. E allora decisi di incentivare quel percorso sul quale stavo lavorando sin dai tempi del seminario: la preghiera personale. Siccome ero ancora nella fase di conoscenza della lingua e della cultura, dopo cena, cioè alle 18, potevo organizzarmi come volevo. Decisi cosi, di dedicare due ore dopocena alla lettura di romanzi brasiliani, che mi permettessero di comprendere meglio la cultura locale e di andare a dormire presto – verso le 21 – per alzarmi presto. La bellezza della preghiera mattutina é stata una delle più belle scoperte della mia vita spirituale. Dedicare prima di aprire la porta di casa due o tre ore al Signore, dà una forza interiore incomparabile. È stato in questo primo anno di missione che mi sono innamorato della mistica ortodossa. Cercavo, infatti, dei libri che mi aiutassero a vivere la contemplazione, mi aiutassero a capire la vita nello Spirito. In un contesto di grande povertà, frutto di una disuguaglianza sociale fuori di misura, mi è successo di avvicinarmi ancora di più al Signore, di cercarlo con tutte le mie forze.

2. La seconda provocazione che ho ricevuto nella diocesi di Ruy Barbosa è stata lo stile di Chiesa e, di conseguenza, il modo di essere sacerdote. Como vi ho raccontato, le parrocchie dalle nostre parti sono costituite da comunità, chiamate comunità di base. Pintadas, per esempio, che è la parrocchia nella quale vivo ora, é composta di cinque comunità nella città e 32 nella zona rurale. La vita del sacerdote consiste accompagnatore la vita delle comunità, sia celebrando l’Eucaristia e i sacramenti, che dedicando tempo per la formazione dei liders di comunità. Passavo da una situazione ecclesiale – Reggio Emilia – in cui in parrocchia c´’e una messa, o quasi, tutti i giorni, ad un contesto, per esempio Ipirá che è una parrocchia formata da quasi 100 comunità,  nelle quali si celebra l’Eucaristia ogni due o tre mesi. Potete capire lo sconvolgimento mentale e spirituale che ho vissuto i primi mesi.  Da uno stile di parrocchia fatto di piccoli movimenti – canonica, oratorio, piazza, chiesa – ad uno stile di parrocchia fatto di distanze enormi; da uno stile di parrocchia fatto di rapporti personali con persone che vedi quasi tutti i giorni, ad uno stile di parrocchia dove incontri le persone 4 o 5 volte durante l’anno. Vacci a capire qualcosa! Confesso che i primi mesi ho fatto molta fatica. Era come se tutto quello che avevo appreso e vissuto non servisse assolutamente a nulla: non è una bella sensazione. Il primo anno di Brasile é stato come morire, seppellire quello che ero per fare il posto a qualcosa d’altro, Passare da una parrocchia concentrata in poco spazio, il cui lavoro pastorale consiste nell'attendere le persone che arrivano negli spazi pastorali, ad uno stile di chiesa decentrato in territori spesso vastissimi (la nostra diocesi è grande come l’Emilia Romagna e siamo 18 sacerdoti: ok?!). Per me si é trattato di una vera e propria conversione pastorale: deporre il modello di Chiesa e di sacerdote che avevo assimilato e vissuto sino a quel tempo, per assumerne uno totalmente nuovo, che non conoscevo e del quale nemmeno avevo sentito parlare.

Altro dato significativo del nuovo stile di Chiesa incontrato é la presenza dei laici. Nelle comunità chi svolge un ruolo effettivo di guida sono i laici. Chi celebra la Parola alla domenica, chi dirige il consiglio pastorale della comunità, chi risolve i problemi nella comunità sono i laici, che esercitano una funzione effettiva dentro la comunità. L’incontro con questo stile di chiesa ministeriale e laicale dal volto femminile ( la maggior parte dei liders delle comunità sono donne) mi ha aperto gli occhi sullo stile di prete che avevo dentro e cioè autoritario e autoreferenziale. Nei nostri consigli pastorali occidentali l’ultima parola spetta sempre al prete. In tutte le cose che avvengono in una parrocchia é il prete che decide. Nelle nostre parrocchie brasiliane o, meglio baiane, questo sistema non funzionerebbe. Il decentramento della parrocchia nelle comunità di base, ha come conseguenza immediata la necessità di valorizzare il laicato locale e, per questo, concentrare gli sforzi sulla loro formazione permanente. A Pintadas, per esempio, c’è un incontro mensile di formazione cristiana aperto a tutti, un corso di formazione mensile per ministri della parola, ministri dell’Eucaristia, catechisti, in giorni diversi. Oltre a ciò tutti i lunedì alla sera ci troviamo per leggere la Bibbia assieme. Nelle comunità incontro persone e famiglie semplici, per lo più contadini che lavorano nel piccolo pezzo di terra che possiedono o, spesso e volentieri, lavorano nelle fazendas per guadagnare qualche soldo. Tutto questo per dire che nelle comunità di base non incontriamo dottori, avvocati, banchieri, professori. Sottolineo questo perché, per me, é uno dei grandi paradossi della vita ecclesiale. Assumono, infatti, molto più responsabilità i poveri che incontriamo nelle nostre comunità, persone che spesso sono analfabete o quasi, che i professionisti delle parrocchie di Reggio Emilia. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Aiutare i laici, che per la maggior parte dei casi dalle nostre parti sono donne, a svolgere bene il loro servizio nelle comunità di appartenenza, é la nostra grande sfida. Apprendere a deporre lo scettro per concederlo a coloro che vivono nella comunità é un esercizio spirituale che fa molto bene al ministero. Un ministero sacerdotale più di servizio, più attento a stimolare i carismi delle persone incontrate e meno concentrato su di sé, sulle proprie capacità, sul “potere” ricevuto: fa molto bene alla Chiesa e al mondo . Per me non si tratta di esportare un modello di Chiesa, ma di scambio di doni. Un dono bellissimo che la Chiesa Latinoamericana ha da offrire alla Chiesa Cattolica é questo modo di vivere la comunità, di valorizzare le persone e d’intendere il ministero sacerdotale. Una Chiesa piú democratica e meno autoritaria guadagna in umanità e perde in arroganza. E poi fa molto bene a noi preti, che ci sentiamo investiti di chissà quali poteri e, in virtù di questi trattiamo i laici spesso e volentieri come delle marionette.

Anche con i giovani il lavoro pastorale é diverso. Non possiamo organizzare campeggi, settimane bianche o gialle, ritiri spirituali di tre giorni da qualche parte, viaggio a Madrid con il Papa, per il semplice fatto che le famiglie non hanno condizioni economiche per sostenere simili esperienze. Inventare qualcosa di valido e formativo con i mezzi che ci sono a disposizione: é questa la grande sfida della pastorale giovanile dalle nostre parti. Oltre a ciò, la difficoltà maggiore del lavoro pastorale con i giovani è il fenomeno migratorio. Nelle nostre città del Nordes baiano non c’è nulla. E allora i giovani verso i 16/17 anni, terminate le scuole superiori – che in Brasile durano solo tre anni – se ne vanno nelle grandi città (San Paulo, Rio de Janeiro, Brasilia, Salvador, ecc.) in cerca di opportunità migliori di vita. Ciò significa che tutti gli anni il lavoro di pastorale giovanile deve ripartire da zero, o quasi. Facciamo fatica ad organizzare un cammino vero di accompagnamento spirituale con i giovani. Quasi non esiste la confessione ( il perché ve lo spiego un’altra volta), la direzione spirituale non si sa cosa sia (ho provata a metterla in piedi nella prima parrocchia che ho accompagnato, ma ho capito che chi ha a che fare con problemi di immediato interesse, non ha molto tempo da dedicare alla vita spirituale). Come strumenti formativi ho messo in pedi  alcuni progetti tra i quali segnalo uno studio biblico per giovani che sto realizzando nelle comunità. Altro dato importante. Quando parliamo di giovani dalle nostre parti ci riferiamo soprattutto agli adolescenti di 13-17 anni. Dopo questa data è difficile seguirli. Molti si sposano presto (più che altro si mettono insieme, anche perché lo sposarsi presuppone un progetto di vita che le scarse condizioni economiche non permette di elaborare), altri, come ho già detto vanno via e, chi rimane, si deve arrangiare per riuscire a fare qualcosa. Se la pastorale vocazionale ha fatto fatica a decollare nelle parrocchie della nostra giovane diocesi (52 anni!), è anche dovuto alla difficoltà di un lavoro pastorale formativo a lunga distanza con i giovani.

3. La solitudine. Ci sono delle giornate che non passano mai, sembrano infinite, lunghissime. In un contesto poi che non offre nulla, la situazione diventa ancora piú pesa. Ho scoperto sulla mia pelle che non è vero, come dicono alcuni saggi, che la preghiera risolve tutto. Ci sono, infatti giorni, che neanche la preghiera sembra bastare. Ho passato giorni che avrei avuto voglia di scambiare chiacchiere umane con persone normali. Ho passato serate che mi sarebbe piaciuto giocare a briscola in compagnia di amici. Il problema è che in contesti di povertà, come sono i nostri, è difficile instaurare rapporti alla pari, disinteressati di amicizia. Chi ci cerca é sempre per qualcosa di materiale e, alla distanza, pesa, soprattutto svuota. Per questo, dopo tanti anni di missione le persone amiche le conto sulle dita di una mano. Ci sono delle situazioni nella missione che ho scoperto solamente sul posto: una di questa é la solitudine. Ho impostato la missione in modo tale da essere sempre in mezzo alla gente. Ma ció non significa nulla, o quasi. Anche tra noi preti in missione è difficile incontrarci: le distanze sono enormi. Quando ci troviamo é sempre un momento molto bello e piacevole. Anche in questo caso per sopperire alla difficoltà di rapporti umani autentici ho incentivato il rapporto con il Signore, dedicando settimane di deserto in alcuni monasteri della regione. Come ho già scritto sopra non sempre la preghiera riesce a sopperire alla mancanza di rapporti umani veri. Per questo coltivo i pochi rapporti che sono riuscito ad intessere qui e i pochi che si sono mantenuti con l’Italia. Quando ero in Italia e sentivo la notizia di qualche prete che si sposava rimanevo profondamente scandalizzato. Ora, vivendo qui, in una realtà spesso disumana, fatta di rapporti interessati, non mi scandalizzo più. Come diceva Totó: siamo uomini e non caporali! Su questo punto, tanto delicato, avrei voglia di scrivere altre cosette, ma le lascio per una prossima occasione.

Dai sacerdoti baiani ho imparato a rilassarmi, a prendermi i miei tempi (anche se rimango strutturalmente una persona tesa). Nei primi cinque anni di missione non mi sono praticamente schiodato dalla parrocchia, vittima della spiritualità del sacrificio, o meglio del massacro ereditata a Reggio Emilia. Poi mi sono svegliato. Qui dalle nostre parti nel mese di gennaio (che corrisponde al mesi di agosto italiano)  si chiude la baracca. Le suore vanno nelle case madri delle congregazioni e i preti vanno in ferie a trovare amici e parenti. Questi preti sono venuti su in un modo e in un mondo differente, valorizzando i momenti umani della vita. Non c’è bisogno di spiegare ai preti che incontriamo nelle parrocchie baiane che sono uomini: lo sanno benissimo. Mi ricordo l’impressione sconvolgente che ho avuto partecipando di una festa di lettorato e accolitato in seminario a Feira de Santana. Dopo la cerimonia solenne svolta con tutta la pompa necessaria al caso, è iniziata la festa nel cortile del seminario. E qui la festa bisogna intenderla nel senso letterale della parola. Sono rimasto impietrito vedendo sacerdoti, seminaristi, suore parenti e amici ballare sorridenti! Qualcuno aveva avuto il coraggio d’invitarmi e io, un pó indignato, ho declinato l’invito. Il vescovo André e l’Arcivescovo di Feira Santana erano presenti, non ballavano, ma chiaramente approvavano. È la cultura. Contesti differenti in culture differenti dalle quali c’è sempre da apprendere qualcosa. Un ministero un pò più umano non significa meno santo.  Questa è stata una delle scoperte più belle della missione, che senza dubbio voi sapete già. E così, come dicevo, mi prendo i miei tempi, come fanno i sacerdoti baiani. Nel mese di gennaio - che é il mese nel quale le mie parrocchie lavorano di più a causa dei progetti che in questi anni ho messo in piedi – ne approfitto per un pò di preghiera e per aggiornarmi. Il mese di gennaio é anche il periodo dei Forum Sociali ( ho già partecipato a due Forum Sociali Mondiali, uno regionale e uno continentale), che si sono rivelati esperienze stupende, sia per le nuove conoscenze che si riescono ad intessere, sia per i dibattiti che avvengono. Sempre in gennaio, poi avvengono gli incontri dei preti Fidei Donum presenti in America Latina o in Brasile, tutte occasioni utili per scambiare esperienze e respirare aria nuova. Non so se, tornando in Italia, riuscirei a prendermi i miei tempi. Da un lato, c’è la spiritualità del sacrificio che ci frega, dall'altra ci sono i laici che non ti lasciano respirare. Quando la scorsa domenica ho annunciato che nel mese di luglio sarei andato a visitare mia sorella, che vive a Toronto, varie persone si sono avvicinate dicendomi: “Padre, ci porti con lei nella valigia!”. Se fossi stato in Italia probabilmente mi avrebbero detto: “Sei sempre in giro”. In una parrocchia nella quale i laici assumono i servizi pastorali come funerali, battesimi, matrimoni, celebrazioni, il prete può anche permettersi il lusso di visitare i parenti e, ogni tanto ritirarsi per aggiornarsi un pó. Meditate gente, meditate.

4. Mi ricordo che nell’incotro che avevamo avuto qualcuno mi aveva chiesto perché ho chiesto di andare in missione. In realtà non ho mai desiderato di andare in missione, anche perché ho sempre avuto dinnanzi, sin da piccolo, il modello di prete diocesano, che mi bastava e avanzava. Quando negli anni settanta e ottanta passavano in seminario nel mese di ottobre i missionari, quel modo di essere sacerdote, che loro presentavano, non mi attraeva più di tanto. Anche durante gli studi di teologia il mio ardore missionario non era molto elevato. Tutto è cominciato quando, durante la preparazione al diaconato, ho deciso di dare la disponibilità anche per le missioni diocesane, più per un entusiasmo del momento, che per una vera convinzione missionaria. Dopo due anni di sacerdozio, nella quaresima del 1997, mi aveva colpito un articolo apparso sulla Libertà di don Luciano Pirondini, che a quel tempo era direttore del Centro Missionario, in cui si lamentava del fatto che pochissimi sacerdoti avevano dato la loro disponibilità per le missioni diocesane. Il giorno dopo andai direttamente al Centro Missionario per parlare con don Luciano e lui mi invitò di rinnovare la mia disponibilità alle missioni con il vescovo. Detto e fatto. Fu così che l’anno successivo, era il febbraio del 1998, il vescovo Paolo mi chiese se ero disponibile ad andare in Brasile a sostituire don Antonio Davoli, che aveva chiesto di rientrare dopo 17 anni di missione. Ricordo la sensazione di freddo polare che entrò dentro di me, sensazione di qualcosa che avrebbe cambiato radicalmente la mia vita. Il Signore si serve proprio delle briciole che gli offriamo per realizzare il so progetto.

Vi saluto, augurandovi di passare gli esami (in bocca al lupo) e di trascorrere sane vacanze. Aquele abraço
Pe Paolo Cugini