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martedì 1 luglio 2025

CRISI DELLE VOCAZIONI SACERDOTALI E CRISI DELLA PARROCCHIA

 



 

Paolo Cugini

 

È il gioco del gatto che si morde la coda o il grande quesito de è nato prima l’uovo o la gallina. Che il tema della crisi delle vocazioni sacerdotali sia strettamente legato a quello della crisi della parrocchia è visibile. A un giovane che intende entrare in seminario viene chiesto di rinunciare ad innamorarsi di una donna, di mettere su famiglia, avere figli, cioè le cose più normali della vita e per cui siamo strutturati, per fare cosa? È la risposta a questa domanda che può offrire delle indicazioni importanti sull’attuale problema del cammino ecclesiale, soprattutto in Occidete.

C’è un dato di fatto che è, allo stesso tempo, imbarazzante e inquietante che riguarda il modello ecclesiale della parrocchia, che è questo: su ciò che è specifico della fede cristiana, la parrocchia non riesce più ad incidere, se non in modo molto parziale. Gli over ’60 ancora presenti nella parrocchia lo sono, quasi esclusivamente, per le messe e i riti specificamente religiosi. Hanno imparato che la salvezza dipende dalla partecipazione alla messa domenicale. Questo lo fanno con zelo ed è proprio questo che esigono dai preti. Se un prete provasse a spiegare loro che, in realtà, quando Gesù disse nel contesto dell’ultima cena: “fate questo in memoria di me”, non voleva dire esclusivamente di celebrare un rito, ma di imitare il suo stile di vita, verrebbe preso a legnate. Abituati per una vita a partecipare a dei riti, non si può esigere un cambiamento di prospettiva: andrebbero in crisi.

Sotto gli over ’60 in occidente assistiamo ad un vuoto inquietante. I genitori che si presentano nelle parrocchie non lo fanno per un cammino personale di fede, ma quasi esclusivamente per qualcosa che pretendono per il loro figli: i sacramenti e il servizio di assistenza nei fine settimana e nei periodi estivi. I sacramenti per i figli sono richiesti non per motivi religiosi, ma sociali. C’è, dietro la richiesta, un senso di giustizia e di uguaglianza. In Italia, in quasi tutte le zone, i bambini vengono battezzati e poi ricevano i saramenti; non farlo sarebbe porre il proprio figlio in una situazione di minoranze, che potrebbe divenire problematica. Quei pochi giovani preti rimasti, vengono soprattutto coinvolti nell’organizzare momenti di intrattenimento. È bravo quel prete che sa organizzare tanti momenti di divertimento per i bambini della parrocchia. È bravo quel prete che, durante l’estate, trascorre tre mesi a scorrazzare da tutte le parti per portare bambini, ragazzi e giovani a fare tante esperienze, soprattutto ludiche. In mezzo ci si mette anche qualche preghiera, ma senza esagerare troppo. È un bravissimo prete quello che passa le giornate in oratorio a giocare con i bambini, a organizzare i doposcuola, i compleanni dei bambini e dei loro amichetti. Il prete che osasse organizzare momenti di spiritualità, come ritiri spirituali, lectio divine e non si adegua al sistema, sarebbe considerato un pessimo prete. Gli stessi ragazzi che s’incontrano nelle parrocchie, per la maggior parte rifiutano in modo categorico una proposta specificamente religiosa, spirituale. Se ad un prete venisse in mente, in un giorno della settimana durante il periodo scolastico, di organizzare alcuni incontri in cui si parli del Vangelo, di Gesù e della sua proposta, verrebbe insultato o ridicolizzato.  

A questo punto mi chiedo: ci fate rinunciare all’amore di una donna, alla possibilità di avere figli, in altre parole, alla possibilità di una vita normale, sana, per questo? Per intrattenere i vostri figli? Non potreste cercarvi delle strutture associative adatte a queste finalità educative? È vero he le parrocchie fanno di tutto per abbassare i costi e ad andare incontro alle famiglie, anche le più bisognose, ma vi chiedo: c’è bisogno di preti per questo? Non è evidente che i seminari in Occidente si stanno drasticamente svuotando esattamente per questo, e cioè, perchè non c’è più una richiesta di tipo religioso, spirituale? Vi state rendendo conto che alla domenica le chiese sono vuote?

Forse occorrerebbe cambiare strada. E' proprio questo cambiamento che tento di proporre nel mio nuovo libro: Il nome di Dio non è più Dio.

lunedì 4 dicembre 2017

E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI-RIFLESSIONI DI MARIA SOAVE BUSCEMI




RIFLESSIONI IN PREPARAZIONE DEL NATALE
MARIA SOAVE BUSCEMI
REGINA PACIS-RE
 LUNEDÌ 4 DICEMBRE 2017

Sintesi: Paolo Cugini

E’ la luna piena che annuncia il Natale. Il Natale arriverà con un cielo buio, completamente buio. E’ un richiamo spirituale importante nel tempo di Avvento. Costantino l’imperatore ha aiutato a stabilire la data del Natale di Gesù, il 25 di dicembre. Perché si è stabilito il 25 di dicembre? Perché è la festa del solstizio d’inverno, che è la notte più lunga e più buia dell’anno. Piano piano la luce, il sole, riprende ad aumentare il suo corso. Noi celebriamo la nascita di Gesù nella notte più buia dell’anno. E celebriamo la festa del sole. Sembra una contraddizione. Proprio quando tutto è buio, noi celebriamo il sole che vince le tenebre. La spiritualità di chi segue Gesù: quando tutto grida tenebre, buio, non speranza, noi celebriamo il sole che vince, la luce, la vita.  Sentire il profumo fragile della vita che vince piccolina, semplice, quando tutto dice buio. Ecco perché i popoli del nord hanno inventato gli alberi di natale: piccole lucine illuminavano la notte e la notte è ancora più notte. Avvento è celebrare la luce che è Gesù che vince le tenebre, in tempo profondamente buio. Allora possiamo chiederci: qual’è il buoi della mia vita personale, famigliare, comunitaria, che ha bisogno di questa luce piccola, semplice che è Gesù?

Gesù viene ad illuminare questo tempo che è proprio buio. Quando la comunità di Giovanni scrive, lo fa in un tempo ben particolare. Sono 100 anni dopo Gesù. Nessuno persona delle comunità aveva conosciuto Gesù. Quando non si conosce qualcuno è necessario presentarsi. E’ per questo che il quarto vangelo usa spesso una Parola: in principio. Nel Vangelo di Giovanni è peculiare. C’è bisogno di dire fin dall’inizio, occorre dire a queste comunità continuamente qualcosa di fondamentale che altrimenti va perso. Gli anni ’90 sono anni di grande crisi. L’impero Romano ha portato in questo periodo Domiziano, uno dei più violenti. Ha portato le comunità a dire: non ce la faremo mai, l’Impero è troppo forte. Paolo scrive ai Galati: in Gesù non c’è più giudeo e Greco, uomo o donna; in Gesù liberi tutti. Tutti siamo uguali, non esiste uomo donna, non esiste il patriarcato, l’ordine violento del padre. Ma nell’anno ’90 le comunità cominciano a pensare che l’Impero fosse più forte. Ci saranno lettere apostoliche che, in questo contesto politico, invitano le donne ad abbassare la testa e ai servi di obbedire. Giovanni scrive: no. Dobbiamo continuare ad essere di Gesù.

In Principio era la Parola. In principio c’era già colui che è la Parola. La comunità del Vangelo di Giovanni cerca di narrarci il suo credo cristologico, in un tempo in cui sta prevalendo un’idea che si chiama docetismo. S’inizia a dire che Gesù non era vero uomo. A volte anche noi corriamo questo rischio, allontanando Cristo da Gesù, che è quella pietra che tutti i costruttori hanno negato e scartato. La comunità di Giovanni ci sta richiamando a Gesù. 
C’è bisogno di testimoni e nomina un testimone: Giovanni. In questo Vangelo alcune persone sono chiamate testimone di Gesù.

Maria. Cap 2 le nozze di Cana. “Servite come Lui vi dirà”. Servizio: Diaconia, ministero. Maria richiama la Chiesa all’unica parola che conta: servizio.
Cap 4: Samaritana. Questa donna è la prima missionaria: va e annuncia.
Marta sorella di Maria Cap 11. Tu sei il Cristo. Lo dice Marta. Negli altri vangeli lo dice Pietro.
Cap 12: essere unti in testa è il segno del sacerdozio. C’è una signora che unge i piedi di Gesù e poi li asciuga con i suoi capelli. E’ lei che è la prima ad essere unta.
Cap 22 Maria Maddalena: è lei che riceve la rivelazione di Gesù risorto
Nel Vangelo di Giovanni è di donne la testimonianza, il sacerdozio, la missione, il servizio, l’apostolicità.
Nei sinottici ci sono uomini. I vangeli canonici ci dicono che il sacerdozio, la missionarietà, l’apostolicità è di uomini e di donne. Questa è la comunità dei discepoli e discepole.

Il prologo. I suoi non lo hanno voluto. Non solo il mondo, ma i suoi. Nell’anno 100 dopo Cristo s’inizia a utilizzare un termine per indicare i cristiani buttati fuori dalla sinagoga, dai potenti della religione giudaica. Fuori dall’impero, fuori dalle sinagoghe. Questi sono i cristiani. Ecco perché Papa Francesco ci dice: fuori. Noi siamo nati fuori. Fuori dallo schema delle religioni, delle istituzioni. Perché non siamo nati dalla carne, dal potere, dall’arroganza, dalla pretesa di un’unica verità, ma dalla grazia, da grazia su grazia. Non siamo nati dalla Legge, ma da grazia su grazia. La legge di Mosè la conosciamo e cerchiamo di applicarla. La legge non è l’ultima parola, ma è misericordia, grazia su grazia, Se fosse per la logica e per la Legge non si farebbe festa il 25 dicembre. Ma siamo fuori dalle mura di palazzi, in Gesù tutto è grazia e la tenebra non è più tenebra, ma risplende in Gesù.

I suoi non l’hanno accolto. Tutti i poteri religiosi anche oggi, quando sono fondamentalisti e violenti, non accolgono la luce. Cristiani, mussulmani, buddisti. Quando diventiamo arroganti, fondamentalisti andiamo e massacriamo. I suoi non lo hanno accolto. Giovanni dice chi sono i suoi veramente. Quelli che non sono nati da carne, ma nati dalla grazia, di gente impura, fuori, impoverita, di donne, uomini, di respiri di umanità che hanno fatto esperienza di essere nati non da carne, ma da grazia. Questi e queste che sanno che in Gesù non ci sono più uomini e donne, schiavi e liberi.

E mise la sua tenda in mezzo a noi. Ci richiama la nostra esperienza fondante che è l’esodo: Dio in tenda con noi, fragile, non arrogante, errante, mendicante con noi.
Nell’anno ’90 le comunità cristiane inventano una parola: parrocchia. Chi era parrocchiano in quegli anni: tuti quelli senza documenti, che non valevano nulla. Stranieri, donne, bambini, malati, tutte le periferie esistenziali. Coloro che non avevano diritti civili, che non valevano nulla. E la Parrocchia era il luogo che li accoglieva. La parrocchia è sempre più diventata il luogo di quello che hanno i documenti in regola. Dobbiamo ritornare a Gesù. Per questo continua a mettere la tenda nella notte più buia del mondo. Dobbiamo accogliere tutti, per questo dobbiamo uscire. Dobbiamo fare di tutto questa realtà, una parrocchia. La parrocchia è una tenda che si allarga per fare continuamente spazio, perché nessuno venga escluso, affinché tutto e tutte abbiano spazio. La Grazia ci fa uguali nella stessa dignità. Questa Grazia ci condurrà a Dio nel cammino di Gesù.




lunedì 3 luglio 2017

QUALE CONTRIBUTO DEI MISSIONARI RIENTRATI?




INCONTRO CON I COMBONIANI
PESARO 27 GIUGNO 2017
Paolo Cugini
Domande preliminari:
a.      Quali spazi e quale pastorale per i missionari rientrati?
b.      Che contributo possono offrire nel contesto della pastorale italiana?

Alcune indicazioni pastorali
Il primo importante contributo è l’attenzione alla singola comunità. C’è in atto in Italia un nuovo disegno della mappa pastorale. La maggior parte delle diocesi stanno ristrutturando la presenza pastorale attraverso le Unità pastorali, accorpando diverse parrocchie di un territorio. Spesso questo accorpamento porta con sé la crisi delle comunità locali. Il motivo di questa crisi è dovuto alla modalità del parroco dell’UP di gestire questa nuova configurazione pastorale. Occorrono alcuni passaggi che siano segno di un cambiamento di mentalità.

a.      Passaggio dalla centralità del prete alla centralità della comunità
b.      Dalla centralità dell’Eucarestia alla centralità del Battesimo

Mi sono chiesto: quali sono gli aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno orientando le nostre scelte pastorali.

1.      Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero. Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa. L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente della comunità.  Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è mai).

2.      Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti (della catechesi, della pastorale giovanile, famigliare, ecc.). Secoli in cui il parroco ha sempre deciso tutto da solo porta con sé la fatica di pensare insieme e di scegliere insieme. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti assembleari senza la necessità che il parroco sia presente. Aiutare i fedeli ad assumersi le loro responsabilità anche nella comunità ecclesiale così come fanno negli ambiti della vita quotidiana, è una delle grandi sfide della pastorale dei prossimi anni. Per attivare una sinodalità a tutti i livelli nella comunità è necessario un tipo di formazione che permetta ai presbiteri di decentrare sempre di più il loro potere pastorale, per vivere con maggiore serenità il loro ministero. Accompagnare questo cambiamento in atto, che prevede la trasformazione dei due attori in gioco, non sarà facile. La tentazione più immediata, che è già visibile in alcune diocesi italiane, è quella di ritornare al passato, importando preti dal sud del mondo, più come tappabuchi, che come progetto pastorale pensato e attuato. Sinodalità significa apprendere a pensare assieme alle persone, stare attenti ai processi che s’intende porre in atto e, così, uscire dai personalismi pastorali incentrati sui carismi del sacerdote, o sui suoi limiti.

3.      Ministerialità: per permettere alla comunità di vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è un primo livello della formazione che consiste nel porre un laico nella situazione di esercitare un servizio con una responsabilità effettiva. È brutto quando il laico si sente dire dal prete di turno che gli organismi ecclesiali sono solo consultivi. Il primo livello di formazione per aiutare i laici ad esercitare un ministero consiste nel metterlo nelle condizioni di assumersi delle responsabilità effettive. Altro aspetto della formazione è il cammino biblico. Abbiamo iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica. Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo. La ministerialità va di pari passo con la sinodalità. Quanto più i laici saranno responsabilizzati, tanto più entreranno negli organismi sinodali in modo attivo e costruttivo.

4.      Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire, la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio, catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità. Riuscire a contaminare positivamente tutta la pastorale sullo stile missionario. Pensare ad una pastorale in uscita come modalità normale di evangelizzazione. Difficoltà di pensare a chi è fuori dal tempio. Siamo così abituati ad evangelizzare chi entra nelle nostre strutture, che non riusciamo a pensare alle persone che non entrano. Il discorso non vale solo per gli adulti, ma anche per i giovani. Come pensare una pastorale giovanile animata dallo spirito missionario? Giovani che evangelizzano giovani. Ci stiamo pensando, ma ancora non è partito nulla di concreto.

5.      Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del Camerun, Togo e Congo. Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio provengono da tante nazioni (circa una ventina). È iniziato un progetto che si è poi trasformato in associazione nella quale opera un gruppo di persone con una proposta di sport educativo, rivolta ai bambini che frequentano il cortile degli oratori. L’Unità Pastorale ha deciso di investire su un educatore professionale indicato dalla Pastorale Giovanile Diocesana, che coordina i progetti sui cinque oratori. Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono esperienze in atto.



venerdì 12 giugno 2015

LE COSE STRANE DELL'EVANGELIZZAZIONE IN PARROCCHIA





TRATTENERE INTRATTENENDO

Paolo Cugini

L’essenza della fede
E’ interessante ogni tanto fermarsi e pensare a che cosa facciamo nelle parrocchie per annunciare il Vangelo. Ci sono delle attività che ormai vengono date per scontate, che vanno avanti per inerzia e, di conseguenza, non le si mette in discussione perché, si dice, si è sempre fatto così, oppure, altra risposta degna di attenzione, è che si fa così perché è bello! E allora, se dinanzi all’estetica non è possibile avanzare, proviamo, almeno a farlo con la riflessione, interrogandoci su ciò che è davvero essenziale per l’evangelizzazione, su ciò che non può assolutamente essere messo da parte per annunziare Gesù al mondo e, di conseguenza, su ciò che è possibile e, in alcuni casi, doveroso lasciare, abbandonare. Una simile riflessione veniva fatta nei dibattiti sulla missione, quando s’inventò l’immagine del nocciolo e del rivestimento, per capire appunto ciò che era essenziale per l’annuncio del Vangelo in missione e ciò che era secondario, anche e soprattutto in funzione dell’inculturazione. Il grande dilemma era capire – dilemma ancora presente all’interno del dibattito della Teologia della Liberazione – se l’impalcatura filosofica utilizzata per elaborare i dogmi cristologici e trinitari presenti nel Credo Niceno Costantinopolitano, fanno parte dell’essenza della fede oppure è possibile descrivere il contenuto profondo su Dio in modo diverso, utilizzando immagini e concetti mutuati da altre culture? Mentre lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mi sembra importante capire dove stiamo andando in questo nuovo contesto culturale, che sta modificando giorno dopo giorno non solo i contenuti dell’esistenza quotidiana, ma anche il modo di rapportarsi a Dio.  Senza dubbio, chi ha alle spalle un passato missionario riesce a ragionare in termini più sereni e distesi, per il semplice fatto che ha un ventaglio di esperienze pastorali ed ecclesiali maggiore e soprattutto, di diverse modalità, che gli permette di cogliere con più facilità l’essenziale del discorso sull’evangelizzazione e, così,  capire meglio e in modo più rapido, che cosa sia possibile lasciare perdere quando ci apprestiamo ad abbozzare un progetto pastorale e che cosa sia invece fondamentale per procedere sul terreno dell’evangelizzazione.

Intratteniamo per trattenere
 E’ questo che si vede abbondare nelle nostre parrocchie. Abbiamo moltiplicato le proposte d’ intrattenimento per riuscire a trattenere quella gente che, quando gli viene presentato ciò che la Chiesa ha di specifico, vale a dire: Messa, Liturgia, Parola di Dio, Carità, ecc., scappa via. Come se l’obiettivo di Gesù fosse, appunto, quello di agglomerare persone, di riunire moltitudini, di correre dietro ai numeri. Nei vangeli, infatti – anche in quelli apocrifi – non si riporta mai un dibattito sulla quantità dei partecipanti alle predicazioni di Gesù. E’ il narratore che interviene a specificare che c’era una gran folla; niente, però, di questo tipo di preoccupazioni si trova tra le indicazioni che Gesù ha dato ai sui discepoli e discepole. Eppure, se ci pensiamo bene, è esattamente questa una delle grandi preoccupazioni dell’evangelizzazione oggi: i numeri. Contano davvero tanto. Ci fa male constatare la chiesa vuota o le sedie vuote agli incontri formativi che organizziamo. Anche perché in tanti decenni, bisogna proprio dire che di sale ne abbiamo costruite e anche belle grandi, spaziose, con tante vetrate. Vederle, allora, vuote fa proprio una gran pena. Anche perché quando ci apprestiamo a costruire delle strutture orientiamo tutta la pastorale per riempirli quei benedetti spazi. Constatare, allora, che in questo mondo sempre più secolarizzato, liquido sempre più laico e anticlericale, delle nostre strutture parrocchiali alla gente non interessa molto frequentarle, fa terribilmente male. Vuole dire, infatti – se si ha il coraggio di tentare una lettura serena dei dati – che occorre cambiare strategia, provare ad andare ad evangelizzare là dove la gente si trova, negli ambienti nei quali la gente vive o dove la gente si trova. Pensare la parrocchia in un modo nuovo (o antico?) e cioè non con l’ansia di riempire degli spazi, ma con la serenità i un annuncio che nasce da un cammino di conversione, dalla testimonianza del Risorto, che è entrato e cambiato delle vite, che pongono da quel momento relazioni nuove dentro la storia degli uomini e delle donne, comporta la serenità di trovarsi a pregare con le persone che amano il Signore e che per questo hanno fatto delle scelte.

Il coraggio di scegliere
 Liberarsi dall’affanno degli spazi e delle strutture significa recuperare la serenità della vita, la pace che è dono dello Spirito Santo, la gioia del condividere un cammino, nella consapevolezza che è un percorso esigente come è esigente la proposta del Signore. Mi sembra questo un passaggio importante del messaggio cristiano che spesso e volentieri nelle parrocchie dimentichiamo, vale a dire che la sequela, essendo la proposta del Signore Risorto, che ha sconfitto la morte con una vita di amore fatta di totale donazione disinteressata e gratuita, esige delle scelte. Quante volte nelle parrocchie svendiamo i sacramenti elaborando percorsi di catechesi capaci d’incastrarsi con i mille impegni che i bambini hanno! Facciamo fatica ad elaborare una proposta formativa per i genitori, proposta che tenga presente del nostro specifico che deriva dal Vangelo, che ha dei contenuti che contrastano con la logica del mondo. Vangelo che c’insegna il servizio e la solidarietà, al contrario dell’egoismo e della cura dei propri interessi. Vangelo che insegna ad aver cura del creato e che al centro dei discorsi e dei progetti ci sono le persone e non le cose. Vangelo che insegna la semplicità della vita, l’attenzione ai più piccoli, la vita di comunità e la cura della vita interiore. Quando ci fermiamo per pensare a tutto ciò che il Signore ci ha donato con la sua venuta, all’abbondanza di vita piena della quale ci fa partecipi, rimaniamo perplessi delle tante difficoltà che incontriamo nella vita pastorale quotidiana a valorizzare tutto ciò con proposte chiare, senza scendere a facili compromessi per correre dietro ai numeri. Se dei genitori ascoltando le nostre proposte ponessero delle difficoltà perché il percorso formativo dei sacramenti non s’incastra bene con gli allenamenti e le altre mille attività dei figli, che problemi avremmo a chiedere loro di fare delle scelte, di scegliere il meglio per i propri figli? Se è vero che la cultura postmoderna nella quale viviamo sta relativizzando i valori, perché dobbiamo adeguarci a questa liquefazione? Forse uno dei compiti attuali della chiesa consiste proprio nell’aiutare le persone a cogliere il valore delle cose, a mettere ordine sulle priorità della vita e, quindi, ad aiutarle a scegliere. Probabilmente, per poter avere questa forza propositiva nella società, dovremmo smettere d’inventarci i servizi d’intrattenimento e concentrarci a recuperare quello che ci è stato donato.


venerdì 13 marzo 2015

LE UNITÀ PASTORALI VISTE DALL'AMERICA LATINA: UNO SGUARDO DIVERSO





Paolo Cugini

 Guardare il cammino della chiesa italiana da quell'angolo di mondo che ha visto il fermento delle Comunità Ecclesiali di Base (Cebs) può senza dubbio aiutare a cogliere sfumature che difficilmente si percepiscono quando si osserva un fenomeno troppo da vicino e, soprattutto, da un unico punto di vista. Del resto, una delle tante caratteristiche dello Spirito Santo che inventa e guida la Chiesa affinché divenga sempre segno visibile della presenza del Signore risorto, è quella dell’imprevedibilità, della creatività. Ciò significa che non solo non bisogna fissarsi troppo sui modelli ecclesiali sorti storicamente, ma anche e soprattutto, che bisogna essere attenti ai segni dei tempi e ai cambiamenti che questi segni esigono. La libertà dei figli di Dio, che lo Spirito Santo suscita, dovrebbe poter manifestarsi nella capacità di staccarci dalle forme religiose storiche, per essere pronti ad abbracciare quello che lo Spirito Santo suscita nella chiesa. Se c'è qualcosa che è chiaro e sorprendente leggendo i racconti delle prime comunità cristiane, è quello di essere sempre all'avanguardia nei tempi, anzi spesso e volentieri di essere qualche metro più avanti. Quelli allora che ci appaiono come problemi insormontabili, che non ci fanno dormire alla notte, alla luce della presenza misteriosa dello Spirito Santo, che soffia dove vuole e come vuole, dovrebbero sempre di più apparire come possibilità nuove, come cammini nuovi che il Signore ci sta presentando ai nostri occhi.

Se le caratteristiche delle comunità di base latinoamericane sono la partecipazione attiva dei laici e la centralità della Parola di Dio, quelle delle parrocchie italiane sono il sacerdote e l’Eucarestia. La parrocchia italiana nasce con la presenza del sacerdote residente. Su questo rapporto stretto tra parroco e parrocchia nasce e si sviluppa anche una specifica spiritualità, che vede nella comunità parrocchiale la sposa del parroco. Per questo, una volta entrato in parrocchia il parroco non si spostava più: era inamovibile. Non può, infatti, lo sposo abbandonare la sposa e per questo le rimane fedele fino alla morte. Questa identificazione stretta tra parroco e comunità parrocchiale è ben visibile anche nelle sagrestie parrocchiali nelle quali spesso viene riportato la lista di parroci che l’hanno servita. Se la comunità esiste quando c’è un parroco, è chiaro che non si è mai fatto nulla per mettere in grado i laici di guidare una comunità, di celebrare la Parola. Forse sarebbe meglio dire che non solo non si è fatto nulla, ma non è mai venuto in mente. Del resto, l’abbondanza impressionante di sacerdoti durante i secoli, non ha fatto mai sospettare la possibilità di un cambiamento tanto radicale come quello avvenuto negli ultimi decenni. Se la parrocchia è sempre stata pensata a partire dal parroco, è veramente molto difficile cambiare l’impostazione, anche perché nei secoli i fedeli si sono abituati a pensare la comunità in funzione di figure stabili, che risiedevano nella comunità per decenni e, spesso e volentieri, risolvendo tutte le problematiche legate alla vita di comunità. Che bisogno c’era, infatti, d’interessarsi della catechesi o della liturgia se in una parrocchia di 300 abitanti c’era il parroco residente? Nel tempo, la spiritualità della gente di una comunità ha sempre dipeso dalla spiritualità del parroco.

Le unità pastorali nascono esattamente in questa prospettiva, tentando, cioè, di rispondere a questo problema: in che modo le parrocchie possono essere servite dal sacerdote nell'epoca della crisi di vocazioni? Se la parrocchia dipende dalla presenza del sacerdote è chiaro che la comunità non esiste senza questa presenza. Nelle comunità di base latinoamericane il centro non è il parroco, ma il popolo di Dio, anche perché la comunità non s’identifica con una persona, ma con l’assemblea riunita attorno alla Parola. E' per questo motivo che il grande lavoro svolto nel cammino di Chiesa latinoamericano è avvenuto sulla formazione dei laici, per metterli in grado di celebrare la Parola, di svolgere le funzioni religiose della comunità, compresi i funerali e i matrimoni. Chiaramente, non si tratta di contrapporre dei modelli ecclesiologici, o di dire qual’è il migliore. Si stratta solo di guardare un problema da un altro punto di vista e provare ad ascoltare l’effetto che fa. Senza dubbio, guardare il problema pastorale, così come si sta configurando nella realtà italiana, dalla prospettiva latinoamericana fa un certo effetto. Infatti, dove in Italia si pone l’accento sulla crisi (di vocazioni) e dove tutte le problematiche pastorali sono viste in funzione o alla luce della suddetta, guardando questa crisi di vocazioni con il cannocchiale latinoamericano sembra si tratti, in realtà, di un’abbondanza.

La storia delle parrocchie italiane è antichissima. Ci sono parrocchie anche piccole che risalgono al secolo 12º o anche prima. Si percepisce molta sofferenza da parte delle persone di una piccola parrocchia che in poco tempo e quasi per decisione d’ufficio, viene accorpata ad altre, perdendo la sua identità e, per certi aspetti la sua storia. Bisognerebbe avere la pazienza di accompagnare le comunità parrocchiali verso il nuovo modello di comunità che si vuole mettere in atto. Non si può spazzare via una tradizione secolare solamente per rispondere a quelle che vengono percepite come esigenze impellenti. Guardare il problema da un altro punto di vista, può aiutare a percepire il fenomeno in questione, non tanto come un problema, ma come un segno dei tempi, che ha bisogno di essere letto e interpretato. Si tratterebbe, allora, non semplicemente di creare queste strutture ecclesiali impersonali, chiamate unità pastorali – impersonali perché non hanno un’identità ecclesiale specifica, non hanno storia: sembrano proprio nate a tavolino – per rispondere sempre al solito problema della presenza del sacerdote nelle parrocchie in questo nuovo contesto pastorale. Alla luce dell’esperienza latinoamericana si potrebbe leggere la situazione come un’occasione – un segno dei tempi? – che il Signore sta presentando alla sua chiesa per investire maggiormente sulla formazione dei laici. Questo non significa che sino ad ora non si è fatto nulla in questa prospettiva. Anzi, molto si è fatto anche in Italia, soprattutto dopo le indicazioni del Concilio Vaticano II. L’impressione, però, è che l’alto livello della formazione offerta, non corrisponda poi al coinvolgimento dei laici nelle comunità. Meno presenza dei sacerdoti nelle singole comunità, potrebbe significare la possibilità una presenza più qualificata, più ministeriale dei laici nelle suddette. Perché allora, laici debitamente preparati, non potrebbero celebrare la Liturgia della Parola domenicale, con la distribuzione dell’Eucarestia per opera dei ministri straordinari? E perché non potrebbero celebrare i funerali o organizzare in modo diverso e più comunitario le benedizioni alle famiglie? L’attuazione ministeriale effettiva nelle comunità parrocchiali, renderebbe più significativo il cammino di formazione proposto ai laici. Oltre a ciò, diverrebbe anche più visibile e, allo stesso tempo necessaria, una corresponsabilità sempre maggiore dei laici nella vita della comunità.


Mettersi dal punto di vista dell’altro aiuta a vedere meglio il proprio punto di vista. Non si tratta di copiare modelli pastorali per trasportarli da un posto all'altro, ma semplicemente di guardare assieme lo stesso fenomeno con occhiali diversi e cogliere così sfumature diverse. Il tanto agognato scambio di chiese, può divenire efficace quando apprendiamo a fidarci, a confrontarci serenamente, ad uscire dall’auto-referenzialità. Probabilmente, solo così potremmo scoprire che, quello che da un punto di vista appare come un problema che ci toglie il sonno, dall'altro sembra essere un’ottima occasione per crescere. 

lunedì 9 febbraio 2015

PERCHE' AGLI ADOLESCENTI NON PIACE LA MESSA?





Paolo Cugini

Ho incontrato in queste prime settimane di parrocchia italiana, vari educatori di gruppi del post cresima e spesso e volentieri hanno condiviso una difficoltà, vale a dire, la disaffezione dei ragazzi alla messa. L’altro giorno una mamma mi chiedeva su facebook alcuni consigli per convincere suo figlio adolescente ad andare a messa. Il problema non è di facile soluzione e pone interrogativi sia sul modo d’intendere la messa, sia sul percorso di formazione religiosa da compiere con gli adolescenti. Si capisce allora, che agli adolescenti non è vero che non gli piaccia andare a messa: gli fa proprio schifo!

La messa, nell’educazione religiosa de bambini, è spesso e volentieri rivestita di una serie di ricatti morali che gli adolescenti non accettano più. I genitori obbligano i propri figli ad andare a messa. Quante volte assistiamo alla pessima scena dei genitori, o di uno dei due, che arriva in macchina davanti alla chiesa e “scarica” letteralmente il proprio figlio per andare alla messa. E’ chiaro che, se la messa è presentata tra le pareti di casa come un dovere, un obbligo legato alla possibilità poi di ricevere i sacramenti, terminato l’itinerario obbligatorio termina anche la frequenza alla messa. Non è il contenuto che è rifiutato, ma le motivazioni esterne per “convincere” i figli a frequentare le messe domenicali. Un genitore trasmette contenuti e valori ai propri figli molto più con i gesti che con le parole. Se scarica il proprio figlio alla domenica davanti alla chiesa quel genitore sta comunicando che per lui la messa non vale nulla. E così il figlio che per anni è stato scaricato davanti alla chiesa, appena potrà non metterà più piede in quello spazio. Sappiamo bene che questo fenomeno avviene non solo per i ragazzi di genitori non credenti, ma anche di genitori assidui alla Chiesa. In questo caso la situazione è ancora più pesante perché si riveste di sensi di colpa. Se, infatti, i genitori non credenti se ne infischiano se i propri figli, dopo aver ricevuto il sacramento della cresima, non frequentano più la parrocchia, ben differente è la situazione dei genitori credenti, che non si danno pace quando i propri figli cominciano manifestare segni d’insofferenza con il mondo religioso. 

Il problema del rapporto trai ragazzi e i riti religiosi va ricercato più a monte. La proposta religiosa esige la libertà. Quando Gesù chiamava i suoi discepoli proponeva un cammino con un messaggio e non obbligava nessuno. Non si può legare, oggi più che mai, la proposta del Vangelo con il percorso scolastico. Non si può obbligare nessuno a credere in Dio, tanto meno un bambino. Questo a mio avviso è il centro del colossale paradosso religioso che la nostra epoca sta vivendo. La psicologia della religione c’insegna che il bambino è predisposto a cogliere Dio nella propria vita. Anche la filosofia della religione c’insegna che l’uomo e la donna sono ontologicamente religiosi. Se negli adolescenti sorge un dissapore con la chiesa e un’opposizione a Dio, ciò va cercato nel modo di comunicarlo. Sembra che ce la stiamo mettendo tutta per distruggere il naturale sentimento religioso dei ragazzi. Il dato drammatico è che coloro che stanno compiendo questa operazione scellerata siamo proprio noi che crediamo in Dio.  Se, ad un certo punto del cammino, Dio non è colto più come amore, come necessità intrinseca, ma come una cosa pesa e inutile, significa che qualcosa non è funzionato nel modo di accompagnare i bambini nel mistero di Dio.
Negli spazi parrocchiali, nei quali dovrebbe avvenire l’accompagnamento ai percorsi di fede a tutti i livelli, stiamo impartendo un insegnamento forzato, sapendo che (le statistiche ce lo ricordano tutti i giorni), terminato il cammino dell’iniziazione cristiana la stragrande maggioranza non metterà più piede in chiesa. Se questo modello catechistico poteva funzionare nei decenni passati, oggi non funziona più. La domanda che emerge immediatamente è la seguente: se lo sappiamo perché continuiamo a farlo? Se da decenni sappiamo che i ragazzi terminata la Cresima abbandoneranno la chiesa, perché continuiamo a proporre la proposta di Gesù in questo modo? Non sarebbe meglio cambiare modalità? Ci vuole così tanto a capire che è l’ora di cambiare? 

 Se siamo convinti che l’epoca della cristianità è finita, allora bisogna accompagnare questa presa di coscienza con scelte pastorali all’altezza dei tempi. Se dei genitori non credenti si sentono in dovere di costringere i loro figli a partecipare della messa domenicale e dei percorsi di catechesi, è perché la fede più che essere una risposta personale ad un appello, è un fenomeno collettivo, sociale. E allora, pur di far sentire i propri figli socialmente “normali”, i genitori non credenti o agnostici o indifferenti, si sottopongono a sette/otto anni di lavori forzati accompagnando i propri figli nei perimetri ecclesiali. Fino a quando i preti, i catechisti saranno costretti a perdere tempo per sorreggere questa barca di carta che fa acqua da tutte le parti? Fino a quando le parrocchia dovranno continuare ad offrire i servizi educativi più disparati pur di attrarre nei propri perimetri i ragazzi, che entrano in questi benedetti perimetri a fare tutto fuorché l’essenziale (religiosamente parlando)? Fino a quando dovremo continuare a sforzarci ad inventare qualcosa per attrarre bambini e ragazzi su qualcosa che poi abbandoneranno? Fino a quando dovremo mantenere in piedi un sistema catechistico per garantire qualcosa che sappiamo sin dall’inizio che non avrà seguito? 

Come sarebbe bello vivere l’esperienza del Vangelo come una proposta libera. Forse non ci sentiremmo stressati dal dovere costruire e poi di riempire spazi, anche perché forse capiremmo che il messaggio di Gesù andava esattamente dalla parte opposta.