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domenica 16 novembre 2025

Concluso il Vertice dei Popoli, alla COP 30

 



 Emerge "una chiave per la speranza"

 

Articolo di: Luis Miguel Modino

Sintesi e traduzione: Paolo Cugini

 

Il Vertice dei Popoli, il più importante movimento legato alla COP30, ha concluso le sue attività il 16 novembre. Più di 23.000 persone si sono registrate, provenienti da oltre 60 paesi, oltre a molti altri che hanno partecipato alle varie attività svolte presso l'Università Federale del Pará (UFPA). Tra loro c'erano rappresentanti di vari gruppi pastorali, movimenti e organizzazioni della Chiesa cattolica.

L'impegno della Chiesa verso gli emarginati.

Una presenza della Chiesa cattolica che il vescovo della diocesi di Brejo (Maranhão) e presidente della Commissione per l'azione socio-trasformativa della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB), Dom José Valdeci Santos Mendes, considera molto importante, "in questo senso di testimonianza, di impegno verso gli emarginati". Nel giorno in cui la Chiesa cattolica celebra la Giornata Mondiale dei Poveri, il vescovo ha sottolineato che "questo richiede da noi una testimonianza, un impegno e una lotta per la vita. E direi che questa lotta per la vita è una lotta per il territorio libero dei popoli, è una lotta per la dignità, è una lotta per i diritti, è una lotta affinché la giustizia sociale, la giustizia socio-ambientale si realizzino di fatto in mezzo a noi ".

Il vescovo Valdeci ha sottolineato che “i ministeri sociali, le organizzazioni del popolo di Dio, hanno questo grande impegno di intraprendere la lotta insieme ai movimenti popolari, a coloro che lottano per la vita, la vita umana e la vita del Pianeta”. In questa prospettiva, mentre il Brasile ospita la COP30, il vescovo ha insistito sul fatto che “la Chiesa cattolica deve ascoltare di più le comunità tradizionali, i popoli indigeni, e anche imparare, avere l’umiltà di imparare in modo da poter veramente svolgere il suo ruolo e testimoniare Cristo. Cristo che ha sofferto, Cristo che è stato perseguitato, e così sono anche i nostri popoli e le nostre comunità”.

Infine, il vescovo della diocesi di Brejo ha affermato che “dobbiamo assumere sempre più questa responsabilità, ascoltando il grido di tanti fratelli e sorelle che ancora oggi sono torturati ed emarginati. Dobbiamo compiere questo passo nell’impegno e nella fedeltà al Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo”.



La voce di Raoni Metuktire

La chiusura del Vertice dei Popoli ha visto la partecipazione di uno dei più grandi leader indigeni del Brasile e del mondo, Raoni Metuktire. Il leader indigeno del popolo Kayapó, ricevuto da Papa Francesco in Vaticano, ha invocato l'unità tra tutti, invocando "la continuità affinché possiamo combattere contro coloro che vogliono il male in questo universo, che vogliono distruggere questa Terra". Di fronte al cambiamento climatico e alle guerre, ha chiesto rispetto reciproco e la possibilità di vivere in pace su questa Terra.  Il capo Kayapó ha chiesto il dialogo con le autorità e gli stati per porre fine alla deforestazione, all'attività mineraria illegale e allo sfruttamento del territorio. Ha chiesto protezione e assistenza per le popolazioni indigene, soprattutto in ambito sanitario. Infine, Raoni ha riflettuto sulle conseguenze del cambiamento climatico, mettendo in guardia dal grande caos che potrebbe verificarsi "se non avremo la consapevolezza di difendere ciò che resta ”.

Dichiarazione del Vertice e Carta dei Diritti dell'Infanzia

Il Vertice dei Popoli ha redatto una dichiarazione in cui esprime la volontà di intraprendere "il compito di costruire un mondo giusto e democratico, con benessere per tutti", sottolineando che "siamo unità nella diversità". Il testo afferma che "non c'è vita senza natura. Non c'è vita senza etica e lavoro di cura". A tal fine, sono necessari scambi di conoscenza e saggezza, che costruiscono legami di solidarietà. Il testo analizza la realtà attuale in sette punti prima di formulare 15 proposte. Per avanzare su questa strada, hanno chiesto l'unificazione delle forze attraverso l'organizzazione dei popoli.

La Carta dei Bambini è stata presentata anche al Vertice dei Popoli, riunitosi a Belém (PA) per discutere del cambiamento climatico. Il testo denuncia l'aumento della temperatura e le sue conseguenze sulla vita dei bambini. Affermano che "Siamo natura, il pianeta è natura. La natura è tutto!", e chiedono "un futuro meraviglioso in cui vivere". A tal fine, "Dobbiamo prenderci cura e proteggere l'AMAZZONIA", sottolineano i bambini, avanzando una lunga lista di proposte e richieste, dato che: " vogliamo continuare a vivere! Crescere in un mondo meraviglioso, in un mondo che respira ancora. Con speranza e senza paura! "

Tenendo conto della società civile

Sia la dichiarazione che la lettera sono state presentate al presidente della COP30, l'ambasciatore André Corrêa do Lago, e al governo federale brasiliano, rappresentato dai ministri Sônia Guajajara, Marina Silva e Guilherme Boulos. Corrêa do Lago ha ricordato la richiesta del presidente Lula affinché la COP30 tenga conto della società civile. A questo proposito, ha sottolineato l'importanza dei testi, che saranno presentati alla riunione di alto livello in cui verranno prese le decisioni.

Sônia Guajajara ha insistito sul fatto che la democrazia ha bisogno della partecipazione del popolo, che deve essere ascoltato. La Ministra dei Popoli Indigeni ha definito i partecipanti al vertice come "i più grandi custodi della vita, sia nel territorio che nelle periferie delle grandi città, nei quilombos (insediamenti di schiavi fuggitivi)". Ha sottolineato la presenza indigena nella Zona Blu, con oltre 900 rappresentanti, che contribuiscono a spostare l'attenzione delle discussioni.

Messaggio del Presidente Lula

La Ministra Marina Silva ha letto il messaggio del Presidente Lula al Vertice dei Popoli. Ha affermato che "la COP30 non sarebbe realizzabile senza la vostra partecipazione", aggiungendo che " la lotta contro il cambiamento climatico richiede la mobilitazione e il contributo di tutta la società, non solo dei governi. Il vostro entusiasmo e il vostro impegno sono fondamentali per continuare questa lotta. Voi siete portatori della forza e della legittimità di coloro che aspirano al meglio".

Il presidente brasiliano ha insistito sull'urgenza del cambiamento e ha difeso lo sviluppo sostenibile e "un mondo in pace, più unito, meno diseguale, libero da povertà, fame e crisi". Per questo "non possiamo rimandare le decisioni che sono state dibattute per così tanti anni". A tal fine, ha chiesto "roadmap affinché l'umanità, in modo giusto e pianificato, possa superare la sua dipendenza dai combustibili fossili, fermare e invertire la situazione attuale e mobilitare le risorse". Pertanto, " non possiamo lasciare Belém senza decisioni ", il che rende fondamentali i negoziati fino alla fine della COP, forum a cui parteciperà.



Una chiave per la speranza

Marina Silva ha raccontato la sua storia di vita in Amazzonia, segnata fin dall'infanzia dalla povertà e dal lavoro semi-schiavo. La ministra ha descritto alcuni elementi che caratterizzano l'attuale realtà climatica e gli sforzi del governo brasiliano per ridurre incendi e deforestazione. Infine, ha fatto appello al coinvolgimento di tutti nella tutela dell'ambiente e ha affermato di considerare il Vertice dei Popoli "una chiave di speranza ".

Guilherme Boulos ha espresso la sua gioia per la Marcia dei Popoli tenutasi sabato 15 novembre, con la partecipazione di oltre 70.000 persone. Secondo il Ministro della Segreteria Generale della Presidenza, " avete fatto e state facendo la differenza in questa COP ". Si è congratulato con il presidente della COP30 per aver ascoltato gli appelli del Vertice dei Popoli. Boulos ha denunciato la responsabilità delle grandi aziende e dei Paesi del Nord del mondo di fronte all'attuale realtà climatica.

 

giovedì 10 settembre 2020

LO STUPORE DELLA SPERANZA

 



Ripropongo un brano preso da una bellissima poesia dello scrittore francese Charles Péguy sul tema della speranza. Penso ci possa aiutare per comprendere che la fatica di credere in un mondo migliore non è solo nostra: anche Dio spera per noi e con noi. Così si esprimeva Péguy nel 1911:

 

La fede non mi stupisce

Non è stupefacente

Risplendo talmente nella mia creazione.

Nel sole e nella luna e nelle stelle.

In tutte le mie creature…

La carità va da sé. Per amare il prossimo c’è solo da lasciarsi andare, c’è solo da guardare una simile desolazione. Per non amare il prossimo bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio.

Riprendersi. La carità è tutta naturale, tutta zampillante, tutta semplice, tutta alla buona. È il primo movimento del cuore. È il primo movimento che è quello buono. La carità è una madre e una sorella…

Per non amare il prossimo, bambina, bisognerebbe tapparsi

gli occhi e gli orecchi. A tante grida di desolazione…

Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.

Me stesso. Questo è stupefacente.

Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina.

Che vedano come vanno le cose oggi e che credano che andrà meglio domattina.

Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia della nostra grazia.

E io stesso ne sono stupito.

E bisogna che la mia grazia sia in effetti di una forza incredibile.

E che sgorghi da una fonte e come un fiume inesauribile. Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga. Perché le mie tre virtù, dice Dio. Le tre virtù mie creature.

(Charles Péguy, da Il portico del mistero della seconda virtù, 1911)

mercoledì 5 aprile 2017

CHIAMATI ALLA SPERANZA



IN CAMMINO CON GEREMIA

(GER 18, 1-10)
Riflessione di don Matteo Mioni

Sintesi: Paolo Cugini

Geremia c’invita a riflettere sulla vocazione alla speranza. Geremia è chiamato ad aprire il cuore del popolo alla speranza.
L’immagine del Vasaio: è nella bottega del vasaio che Geremia ascolta la Parola di Dio.

In questi termini: mi è stata rivolta la Parola attraverso un gesto, un atteggiamento. Riconoscere che dentro ciò che vediamo Dio ci parla. Linguaggio della parola e dei gesti. L’insegnamento di Dio è quello di chi mostra qualcosa d’importante. Nel Tempio Gesù si mise a sedere ed indicò ai discepoli quello che stava facendo una povera vedova. Gesù insegna spesso facendo vedere. Possiamo essere maestri facendo vedere qualcosa.
Geremia percepisce il linguaggio di Dio nelle opere del vasaio. Per essere gente di speranza dobbiamo essere dei contemplativi, che vedono come Dio sta dentro alle situazioni che vive, e si accorge come il cielo è venuto ad abitare sulla terra.

Che cosa contempla Geremia? Un Dio che lavora, che si sporca le mani con l’uomo, che dedica tanto tempo all’uomo. Il Vasaio impasta la creta, la modella, riprova. È una scena meravigliosa. Dio non dice di buttare via, ma riprova. Dio prova con l’uomo e riprova all’infinito. Dio ci prova. È bello avere un Dio che prova, no va sul sicuro. Con l’uomo Dio non può che provarci con pazienza, misericordia e pietà. Dio è il primo che vive nei confronti dell’uomo la speranza.
Quella del vasaio un’immagine che è sorgente inesauribile di speranza. Non è un segno di debolezza, ma della vera onnipotenza: un amore che non si ferma nemmeno dinanzi ai fallimenti della sua creatura. Quando vediamo che Dio con noi ha sempre voglia di riprovarci di nuovo, siam entrati entro il cammino della speranza di Dio, della sua fedeltà e misericordia. Non c’è nulla che ci blocca come la persona che ci dà una scadenza, e non ci dà la libertà di sbagliare. Possiamo gioire perché noi siamo suoi, gregge del suo pascolo: è questo il primo esito della speranza: la gioia di sentirci suoi vasi, la gioia di appartenere alla sua libertà.

Capacità del contemplativo: sa vedere dove nasce la speranza. È un grande dono. All’uomo non conviene resistere a Dio, ma lasciarci plasmare, lasciarci mettere le mani addosso. L’amore che ci offre ci costringe a cambiare.
Gioia di appartenere alle sue mani e la consapevolezza del potere che abbiamo di resistere al suo potere.
v. 5: doppia immagine. Dobbiamo accettare di litigare con quello che la Parola di Dio ci dice. Invito alla conversione.
Altro testo che invita alla vocazione del contemplativo è l’immagine del mandorlo. Cosa vediamo? Vedere nel ramo di mandorlo. Dio vigila sulla sua Parola. È il primo Dio che vigila sulla sua Parola. Colui che vigila è il primo che si accorge. La speranza fiorisce dove vedo i segni di Dio. Che rami di mandorlo siamo? Come siamo rami di mandorlo? Dov’è la nostra vocazione alla speranza in questo tempo?

Dio ci aiuta a riconoscere la speranza anche dove non ci aspetteremmo. Anche i rovi umani hanno la dignità della fioritura. Anche là dove vediamo solo un rovo, agli occhi del contemplativo può vedere la fioritura. Saper vedere la fioritura non solo del mandorlo, ma anche dei rovi. Dio attende i frutti anche dai rovi. La fedeltà di Dio su di noi è motivo di speranza.

Canestro dei fichi. Ger 24. Un cesto con dei fichi buoni e cattivi. È un’immagine che ci apre al giudizio universale. Dio non ha voglia di buttare i fichi cattivi. Dio ha voglia di trasformare i fichi cattivi in fichi nuovi. Nella natura è impossibile, ma per Dio nulla è impossibile. Nella prospettiva di Dio non dobbiamo vincere contro i cattivi, ma fare in modo che ciò che è cattivo diventi buono. Speranza di Dio: che la zizzania diventi grano buono. Chiamati a “sprecare” speranza per quei rovi umani che diventino qualcosa di bello. Siamo chiamati a diventare comunità della speranza, comunità che hanno il coraggio di osare, di non aver paura di amare troppo. È questa la vocazione alla speranza, che è anche l’itinerario di Geremia. Da vero uomo della Parola ha attraversato la passione, la persecuzione, le tentazioni e poi è diventato annunciatore di speranza, profeta, evangelizzatore.

Ger 31,31-34: La nuova alleanza. Una legge scritta nel cuore. Il profeta di sventura è diventato il profeta della consolazione. Questa è un’alleanza per sempre. Intimità che cerca universalismo. Sono le coordinate della nuova alleanza.



sabato 31 gennaio 2015

LA SPERANZA DELLA SALVEZZA IN CHARLES PEGUY





Paolo Cugini

La speranza non è una virtù come le altre. Nella speranza Péguy legge il mistero dell’amore infinito di Dio per le sue creature. La speranza dice anche il senso autentico e specifico del Dio di Gesù che è racchiuso nel mistero dell’Incarnazione. Il Dio che ha inviato il suo Figlio per la salvezza dell’uomo non può che essere il suo creatore. Lo si riconosce dall’amore, dalla sofferenza, dalla speranza con cui segue la sua creatura. Chi avverte la sofferenza di Dio nel proprio cuore, per la possibile dannazione della propria anima, non può che lasciarsi andare e correre verso le braccia dell’unico Padre. Questa profonda sensibilità spirituale è sottesa in tutta l’opera mistica di Péguy e inizia a manifestarsi con tutto il suo vigore nelle riflessioni che svolge a proposito della speranza. Il peccatore è la situazione spirituale che mostra chiaramente il punto nel qale Dio si è collocato: “Dio che è tutto ha avuto qualcosa da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore; Da quel nulla. Da noi. E’ stato messo a questo punto, in questa condizione da aver da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore. Colui che tutto ha bisogno di ciò che non è nulla. Colui che può tutto non può nulla senza colei che non può nulla”.

La speranza è la virtù più importante perché ha stravolto il senso della creazione. Da quando, infatti, esiste una pecora smarrita Dio si è messo al suo servizio: il Creatore dipende dalla sua creatura. Il senso di questo radicale stravolgimento è ancora più ampio se si pensa a ciò che Dio ha fatto e provato per lui nel momento dello smarrimento. Elei, la speranza, che ha fatto questo capovolgimento più forte di tutto, questo rivolgimento che tutto ciò che dobbiamo fare per Dio, è Dio che ci previene, che comincia a farlo per noi. L’uomo è libero di essere infedele a Dio e così facendo può perdersi, dannarsi. Dio freme per questa possibile dannazione e spera che l’uomo ritrovi la strada della salvezza. L’uomo può, così, mandare a monte il progetto di salvezza di Dio: l’uomo può far fallire i piani di Dio! L’uomo può, dunque, far fallire tutto perché può non essere presente nel giorno della sua chiamata. Péguy sembra quasi arrabbiarsi con Dio per quello che lui chiama un’imprudenza, un’eccessiva fiducia, una mancanza di previsione. Bisogna, però, aver fiducia anche perché in cielo con Dio vi sono due razze di santi – quelli che provengono dai giusti e quelli che provengono dai peccatori – a pregare affinché nulla vada perduto. 

Delle tre parabole sulla speranza – la parabola della pecorella smarrita, la parabola della dracma smarrita, la parabola del figliol prodigo – quest’ultima è per Péguy la più bella e la più cara. Nessuno può resistere alla grazia contenuta in questa parabola. La parabola del figliol prodigo racchiude in sé una forza particolare: “solo a pensarci un singhiozzo vi sale in gola”. Non solamente è la parola di Gesù che è arrivata più lontana, ma è la sola che il peccatore non ha mai fatto tacere nel suo cuore. Quando, infatti, il peccatore si allontana non ha più riguardo di nulla e getta via i beni più preziosi come una zavorra ingombrante. C’è, però, una parola che nemmeno il peccatore avrà la forza di gettare nei rovi e questa parola è la parabola del figliol prodigo, che ha come caratteristica peculiare quella di seguire l’uomo dovunque vada, persino nei più grandi allontanamenti.

La grandezza della parabola del figliol prodigo sta dunque nel fatto che è lei che insegna che non tutto è perduto. Ed è qui che il dilemma della dannazione eterna trova una risposta risolutiva. Questa parabola, infatti, insegna – così come la legge Péguy – che non esiste peccato tanto grande da far disperare Dio e di abbandonare per sempre la sua creatura. Dio spera che il figlio torni e, in questa attesa, soffre per il suo smarrimento. L’uomo non deve temere, non deve disperare perché troverà sempre, in qualsiasi momento lui vorrà, il Padre pronto ad accoglierlo tra le proprie braccia. 

Se Péguy insiste tanto sulla speranza è perché conosce molto bene in che condizione l’uomo vive la propria esistenza di ogni giorno. La legge della materia, infatti, è la degradazione e l’uomo rischia in ogni istante di ritenere che persino lo spirito partecipi a questa legge. Del resto, il progressivo invecchiamento, le abitudini non sono altro che l’esperienza quotidiana della finitudine che predispone l’uomo alla rassegnazione o, nel peggiore dei casi, alla disperazione. Ecco, allora, il grande compito della Speranza. Essa deve continuamente spezzare gli irrigidimenti che l’abitudine costruisce e che non permette alla grazia di penetrare, deve immettere la fiducia “che andrà meglio nell’indomani mattina. Proprio l’indomani mattina. Tutti i giorni da quando ci sono i giorni. E che si leverà un sole migliore”. Compito davvero ingrato quello della speranza, perché sono innumerevoli i giorni che possono smentire questa illusione, questa convinzione assurda che il giorno di oggi sarà un giorno migliore.

La speranza, però, non guarda all’apparenza e non ragiona secondo la logica dell’uomo. Differisce, inoltre, dalle altre due virtù, le sorelle maggiori, “che camminano come le persone grandi […] si comportano con decenza”. La speranza, invece, è come una bambina che partecipa ad una processione; “Lei non è mai stanca. Guardate un po’. Come cammina. Corre avanti venti volte, come un cagnolino, ritorna riparte, fa la strada venti volte. Lei si diverte con le ghirlande della processione[…] Vorrebbe camminare tutto il tempo. Andare avanti. Saltare. Danzare. Lei è così felice”. La speranza è il dono più grande che Dio poteva fare all’uomo, perché non gli dà pace. Non gli permette, infatti, di stancarsi della strada percorsa e di sedersi sulle macerie dei propri fallimenti, delle proprie disillusioni, delle proprie abitudini. La speranza prende continuamente l’uomo per mano e gli fa percorrere venti volte la stessa strada che è la strada che dallo smarrimento, passando per il pentimento, giunge al perdono. Se è vero che ad uno sguardo umano questo continuo ripercorrere gli stessi passi, la stessa strada può apparire un fallimento, dobbiamo stare attenti, però, a non traviare il senso che Dio vuole dare anche a questo modo di camminare. Sulla via della santità l’uomo non deve preoccuparsi di percorrere tante volte lo stesso cammino del pentimento. L’inganno che la speranza sembra operare ai danni dell’uomo in realtà si rivela come un lavoro preziosissimo per la sua salvezza. L’uomo, però, non subisce passivamente l’irruenza di questa bambina che lo prende per mano e sembra quasi obbligarlo a percorrere una strada che lui non vuole. In realtà segretamente nel nostro cuore ci facciamo suoi complici: “Affinché ci inganni. In fondo sappiamo benissimo cosa significhi tutto ciò. E quella sorda complicità che abbiamo con lei. E’ ciò che abbiamo in noi di più gradito a Dio”. Lasciarsi prendere per mano dalla speranza significa lasciarsi condurre alla propria essenza. A questo punto del discorso Péguy trova la risposta ad uno dei problemi fondamentali del suo pensiero: quale senso, quale direzione offrire all’inquietudine strutturale dell’uomo? Solo nel presente l’uomo può percepire ed ascoltare il fragore che l’Incarnazione del Verbo ha prodotto. Per potere cogliere i suoni di trascendenza presenti nella realtà, occorre all’uomo quel lungo tirocinio di spoliazione, di abbandono che solo la bambina speranza può produrre. Lo scopo della speranza consiste proprio nel fiaccare le resistenze dell’uomo, che tende a non fidarsi di nessuno se non di se stesso.  C’è una la logica perversa che attanaglia il cuore dell’uomo e gli fa credere che la vera saggezza sia contenuta nella massima: non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi stesso. È la logica che tiene sveglio l’uomo e non lo lascia dormire e così adagiarsi sul letto della Provvidenza divina, che si trova in una logica diametralmente opposta a quella umana: “E io dico: colui che sa rimandare al domani è quello che è più gradito a Dio. Colui che dorme come un bambino è anche colui che dorme come la mia cara Speranza. E io dico: rimandate a domani quelle preoccupazioni e quelle pene che oggi vi rodono e oggi potrebbero divorarvi. Rimandate a domani quei singhiozzi che vi soffocano quando vedete l’infelicità di oggi”.

Solamente l’uomo che ha già assaporato l’amore misericordioso di Dio, solamente colui che ha già percorso il cammino dell’abbandono e della spoliazione può indicare agli altri il coraggio di rischiare. Le pagine di Péguy qui commentate, possiedono quella forza che non è semplicemente persuasiva. E l’invito appassionato di un uomo che con sua grande sorpresa si trova avvolto da un amore immenso, insospettate e desidera che tutti partecipino alla sua gioia. E’ lo stupore del figliol prodigo che per tutto il tragitto del ritorno pensa a tutti i lavori più umili da eseguire pur di rimanere nei pressi della casa, e ritrova fra le braccia del Padre festeggiato da tutti.