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giovedì 27 ottobre 2022

Per un cristianesimo postcristiano. Guardando avanti

 



Paolo Cugini

 

Forse ha ragione Collin quando dice che il cristianesimo non esiste ancora[1]. Lo prendiamo come un auspicio e come l’indicazione di un camino, come per dire che, chi desidera vivere, sperimentare la proposta cristiana, deve andare nella direzione opposta di quello che era stato indicato nella cristianità, senza nostalgia del passato, ma guardando avanti con fiducia. In questo ultimo paragrafo, dopo aver analizzato alcune teorie che presentano uno sguardo nostalgico al tempo che fu e che non è più, cercheremo di abbozzare qualche linea di sviluppo nel futuro postcristiano.

A questo punto del discorso è importante fare una precisazione. La fine della metafisica non significa fine della religione, ma la fine di quella forma religiosa che ha utilizzato la metafisica per sistematizzare il proprio pensiero. La fine della metafisica più che essere la fine della religione, dunque, apre il cammino per nuove ed interessanti novità. Di seguito offro alcune brevi indicazioni che, senza dubbio, avranno bisogno di un approfondimento, ma che in ogni modo desiderano offrire un contributo al dibattito sul futuro del cristianesimo. Provo, quindi, ad indicare alcune piste di sviluppo che, a mio avviso, sono già in atto.

La prima di queste è la possibilità di un cristianesimo non istituzionale. Si potrebbe pensare che il protestantesimo abbia già percorso questo cammino e che, di conseguenza, non c’è nulla di nuovo nella proposta. In realtà sappiamo che le cose non sono proprio così. Se, infatti, è vero che all’inizio il protestantesimo ha preso le distanze dalle forme istituzionali della religione, il suo sviluppo storico lo ha riposato nell’alveo dell’istituzionalizzazione. Non è facile pensare e strutturare un’intuizione nuova. Non basta infatti l’intuizione, occorre anche un contesto che ne permetta la realizzazione. Quando Lutero ha iniziato la sua riforma, la cultura moderna stava mettendo le radici sul cammino tracciato dell’umanesimo e stava influenzando tutti i settori della società, compresa la religione. Gli sviluppi della teologia moderna per mantenere un dialogo con il mondo culturale circostante, prende come punto di riferimento il metodo scientifico. Che cosa significa, allora, un’impostazione non-istituzionale del cristianesimo? Come si dovrebbe configurare? Significherebbe un ritorno alle origini o, per lo meno, riprendere un cammino lasciato in sospeso. Il postcristianesimo apre la possibilità non per restaurare la cristianità, come vorrebbero, con sfumature diverse, Cuchet, Delsol e Dreher, ma per riprendere il cammino interrotto proprio dalla cristianità, non per riprodurlo, ma per prendere ispirazione dalle origini. Abbandonare i luoghi di culto istituzionalizzati, che diventano sempre più vuoti, per ritrovarsi a leggere la Parola di Dio in piccole comunità domestiche, in un movimento che si sviluppa dal basso, senza la necessità di un riferimento istituzionale, che spesso diviene la causa della lentezza del cammino delle comunità: è questo un primo sviluppo.

Possibilità di creare comunità in cui il principio di uguaglianza non è un’utopia, ma il clima naturale del cammino. Se l’istituzione controlla i contenuti e le modalità del cammino, la libertà in un percorso di base non istituzionalizzato metterebbe le basi per un’esperienza comunitaria in cui i membri hanno gli stessi diritti e doveri, compreso quello della presidenza nella celebrazione. In fin dei conti, il controllo delle relazioni in una cultura patriarcale diviene oppressivo ed esclusivo come forma per controllare il potere. La cristianità si è lasciata modellare dalla cultura patriarcale perché, sin dal suo sorgere, ha avuto pretese di potere. Al contrario, in una comunità alla quale non interessa alcun potere, ma solo ed esclusivamente il benessere delle persone, l’uguaglianza dei membri diviene un’esigenza implicita. In questa prospettiva, la comunità cristiana che verrà sarà come un punto di riferimento sicuro nel quale tutti potranno sentirsi parte, senza alcun tipo di esclusione. Comunità di questo tipo, modellate dallo stile del Vangelo, potranno divenire cammini costanti di umanizzazione, luoghi di accoglienza, di fraternità e di sororità.

La comunità che si struttura nell’epoca postcristiana, proprio perché non è istituzione, non ha bisogno di leaders, di guide. Tutti possono celebrare e tutti possono guidare la comunità, perché la prospettiva non è più piramidale, ma circolare. È tutta la comunità che diventa celebrante, anche perché il numero di componenti sarà esiguo e non ci sarà bisogno di un responsabile istituito. Saranno i membri della comunità a decidere come distribuire i compiti per il funzionamento della vita comunitaria. Relazioni ugualitarie, che generano anche l’esigenza che tra i membri non ci siano disuguaglianze sociali. In questo modo, si comprende bene che lo stile del vangelo esige un cammino in cui le relazioni siano guidate dalla ricerca costante dell’uguaglianza tra i membri, senza alcun tipo di discriminazione culturale e sociale. Il Regno di Dio annunciato da Gesù trova nel nuovo contesto culturale postcristiano una maggior possibilità di realizzazione, anche perché la post cristianità nasce sulle macerie dell’impostazione moderna della cristianità. Lo stile coercitivo tipico della modernità lascia necessariamente lo spazio ad uno stile dialogico e democratico.

Una caratteristica che ha segnato negativamente e in profondità la cristianità occidentale è stata il suo intreccio con il potere politico ed economico, spesso divenuto motivo di scandalo. La Chiesa come potenza del mondo ha tenuto lontano dai propri spazi coloro che invece avrebbero dovuti essere accolti. Le classi più povere della società, non solo non si sono sentite accolte dalla Chiesa, se non in alcune esperienze spesso ostacolate dall’istituzione ecclesiale[2], ma sono state prese di mira, penalizzate con tassazioni al limite della sopportazione.  Non solo, ma la rigidità dei suoi dogmi ha creato, di conseguenza, un numero significativo di persone escluse dalla comunità. Divorziati, separati, omosessuali, lesbiche transessuali: c’è tutto un mondo che si sente rifiutato da quella istituzione che avrebbe dovuto esprimere il segno tangibile dell’umanità accogliente di Gesù. Nell’epoca postcristiana che stiamo iniziando a vivere, ci sarà la possibilità d’impostare comunità che s’ispirano al Vangelo e che potranno proporsi come una vera e propria società alternativa alle logiche del denaro e a tutte le logiche di oppressione.

Un'altra caratteristica del cammino ecclesiale postcristiano è che è contaminabile. Se le strutture rigide, i sistemi onnicomprensivi che avevano la pretesa e, soprattutto, la presunzione di spiegare tutto, di dar ragione di ogni aspetto del reale, sono state tra le caratteristiche più significative della modernità e della cristianità moderna, nell’epoca postcristiana che sta facendo i primi passi, la cultura è fluida e, quindi, contaminabile. Mentre la caratteristica di una struttura rigida è quella di proteggersi dalle possibili contaminazioni che possono mettere in pericolo il sistema, in una cultura post moderna che è, allo stesso tempo, post-sistemica la fluidità consente ed esige la possibilità delle contaminazioni conoscitive. Trasportare queste intuizioni in campo teologico significa riconoscere la presenza dello Spirito Santo in ogni cultura e riconoscere che lo Spirito è già presente in tutto. Di questo dato teologico c’era conoscenza anche nell’epoca moderna, ma non si riusciva a viverla in pienezza a causa della rigidità della mentalità sistemica. La contaminazione in ecclesiologia, è un aspetto dell’inculturazione, che implica un atteggiamento di ascolto della cultura altra. Le comunità che si svilupperanno nella post cristianità saranno contaminate, perché non avranno più il problema di difendersi, di proteggere un’ortodossia. Inoltre, saranno contaminate perché riterranno i contenuti provenienti dall’esterno come una possibilità di arricchimento, di scambio e, di conseguenza di crescita e non una minaccia.

Il cambiamento non avverrà da un giorno all’altro: richiederà tempo. In ogni modo, il dato certo è che il cambiamento è in atto e la struttura moderna della cultura occidentale è ormai parte del passato. Siamo, quindi, in una specie di zona di mezzo, in cui non ci sono punti di riferimento e questo stato genera inquietudine, insicurezza, desiderio di attaccarsi ai ricordi del passato. Avere lo sguardo rivolto al futuro dove il Cristo vittorioso sulla morte si trova, significa fidarsi di Lui, della sua Parola, del suo Vangelo, di quello che sta operando in mezzo a noi. Mai come in questa epoca di passaggio verso il postcristianesimo, il mondo ha bisogno di comunità alternative, che sperimentano ogni giorno la bontà della proposta del Signore risorto.



[1] COLLIN, D. Il cristianesimo non esiste ancora. Brescia: Queriniana, 2020.

[2] Cfr. i movimenti pauperistici, ma anche le esperienze dei catari e dei valdesi.

lunedì 26 ottobre 2020

STANDARDIZZAZIONE E LIBERTA'

 


UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BERGAMO

GLOBALIZZAZZIONE E SCIENZE SOCIALI

Venerdì 23 ottobre 2020

 

Prof: Stefano Tomelleri

Sintesi: Paolo Cugini

 

 

Standardizzazione: standard è un format, un algoritmo che decide chi dobbiamo veder. Non abbiamo una logica del funzionamento dell’algoritmo, che però ha un’influenza sulla nostra vita. Lo standard ci crea un ambiente umanamente sostenibile. La tecnologia ha raggiunto un livello di sofisticazione tale che hanno prodotto delle antropologie implicite. Ciò significa che accettando gli standard proposti, si accoglie una particolare visione dell’uomo, un modo di essere. Dove c’è sicurezza e confort c’è anche perdita della libertà.

O siamo dentro allo standard o siamo fuori. Gli algoritmi selezionano le notizie, idee, e condizionano il nostro immaginario. La Cina ha necessità di controllare gli algoritmi. La dittatura teme le altre dittature. Qual è il ruolo delle agenzie che filtrano le notizie, le immagini che filtrano le notizie?

Coca cola ha fatto una campagna sul movimento. Per smaltire un litro di coca-cola ci vogliono 8 ore di attività fisica. Sono i paradossi dello standard.

La capacità dello Standard è quello di prevedere la realtà. Gli standard tolgono lo spazio di libertà, creando l’illusione della libertà. Ciò non significa che dobbiamo togliere lo standard, perché abbiamo bisogno di modelli capaci di prefigurare il futuro. Lo standard è stato pervertito in uno strumento di influenza sulle persone. Occorre capacità critica.

Delirio del non senso, l’arte della fuffa: “mandami un’email”. Questa è la riproduzione del modello che dobbiamo rendicontare. Chi è il responsabile dello standard? Scompare nel sistema della standardizzazione.



Mary Douglas, come pensano le istituzioni? (Bologna: Il mulino 1990). Pensano come sistemi organizzativi.

Uno dei grandi temi di Goethe è quello di rendere disponibile l’anima. Oggi si crea lo scalpore moralistico. Il punto: perché si ritiene che il tuo corpo diventi disponibile al commercio? È una dimensione culturale.

Marc Augé: c’è una sensazione di eterno presente, senza un futuro, nel senso che ad un certo punto scompare il pensiero sul futuro che aveva caratterizzato i grandi sistemi filosofici prodotti nella modernità.

Siamo sempre disponibili h 24. È assurdo. Si è creato il problema del flusso permanente: devi essere sempre connesso, se no sei fuori.

A questo punto del discorso il problema è: come possiamo riappropriarci del tempo? Abbiamo reso anche il futuro disponibile. Il passato non esiste più e quando neghi il passato neghi l’eredità, che è tutto ciò che portiamo dal passato e dice di un’identità.  L’idea della disponibilità assoluta è nociva alla performance. Porta all’esaurimento delle persone che sono in una organizzazione. Occorre fermarsi. Occorre spegnere il cellulare, dice Marc Augé.

L’immigrato arriva nel nostro flusso e ci arriva a piedi pari e rischia di essere travolto dal capitalismo, da un sistema economico e di pensiero che non gli appartiene.

Domanda: in questo contesto i legami sociali sono ancora possibili?