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mercoledì 16 luglio 2025

UNITA’ PASTORALI: PERCHÉ NON FUNZIONANO?

 





 

Paolo Cugini

 

Se le guardiamo da vicino le Unità Pastorali son un modo positivo di attualizzazione dell’ecclesiologia del Vaticano II. Il problema è che non funzionano: perché?

Non basta cambiare il modello ecclesiologico, ma occorre mettere mano anche al modello del ministero ordinato. Infatti, il tipo di presbitero che abbiamo oggi in Occidente è calibrato sul modello pastorale di parrocchia, la quale funziona con la presenza di un parroco. La nuova proposta pastorale avanzata con le Unità Pastorali esige un tipo di presbitero totalmente diverso. La domanda a questo punto potrebbe essere: che specificità dovrebbe avere il ministro ordinato nell’impostazione dell’Unità Pastorale?

Le Unità Pastorali sono un insieme di parrocchie e, di conseguenza, dovrebbero avere una guida pastorale capace di accompagnare le singole comunità. Questo è un primo importante aspetto del problema. Non si può pesare e pretendere, come invece purtroppo sta avvenendo, di accompagnare la vita pastorale delle Unità Pastorali come se fossero delle parrocchie: sarebbe la morte delle singole comunità. Il calo progressivo e inarrestabile di preti, che ha portato alla formazione delle Unità Pastorali, esige un ripensamento radicale del ministero presbiterale. Il rischio che stiamo già vedendo ogni giorno è pretendere dal prete che faccia tutto quello che avrebbe fatto, come se fosse il parroco di una parrocchia, mentre nell’Unità Pastorale a volte le parrocchie sono più di cinque. La conseguenza che è sotto gli occhi di tutti è il malessere dei nostri presbiteri, che devono correre come dei pazzi per chiudere tutti i buchi e, allo stesso tempo, il malessere dei parrocchiani che si sentono abbandonati perché, come dicono: “il prete non c’è mai”. Cambiare il modello pastorale senza cambiare il modello di presbitero sta producendo un’insoddisfazione generalizzata, che sta conducendo anche molti adulti ad abbandonare le parrocchie, anche perché, in quei baracconi senza identità che sono le attuali Unità Pastorali, non ci si riesce proprio ad identificare.

Ci vorrebbe un tipo di parroco totalmente diverso da quello attuale.  In primo luogo, bisognerebbe capire che è necessario accompagnare le singole comunità: questo è il punto di partenza. Se c’è una nuova identità pastorale identificata nell’Unità Pastorale, questa non può eliminare il cammino di parrocchie che, nella nostra realtà, hanno alle spalle secoli di storia. Occorre, allora un parroco capace di condurre più comunità nella comunione e nell’unità rispettando, però, le diversità dei cammini. Ciò sarà possibile solamente individuando collaboratori all’interno di ogni comunità, con la responsabilità riconosciuta di essere guide della comunità in collaborazione con il parroco.

Porre dei laici e laiche come guida di comunità è fondamentale per il buon esito del cammino dell’Unità Pastorale, ma non basta. Occorre, infatti, un duplice lavoro di formazione, In primo luogo occorre che il parroco dell’UP si metta in cammino con i responsabili di comunità indicati. Non basta indicare qualcuno e investirlo, investirla in un ruolo di guida: occorre aiutare ad assumere questo ruolo nel cammino quotidiano delle comunità. Il rischio è sempre il fantomatico clericalismo, che può infettare anche laici e laiche che, dopo essere stati investiti si un ruolo, si sentono i padroni delle comunità. Il secondo lavoro formativo è con i laici e le laiche delle comunità. Abituati da secoli ad avere come punto di riferimento un prete, occorrerà aiutarli ad entrare in questa nuova modalità pastorale.

Il problema, a questo punto è capire come formare i presbiteri al nuovo contesto pastorale? In primo luogo, dovrebbero capirlo i vescovi. Che cosa sta, infatti avvenendo, in questo nuovo contesto religioso? Siccome stanno scarseggiando i preti e non si riescono più a celebrare le messe domenicali come un tempo, si importano preti là dove le vocazioni sono in aumento, come l’Africa e l’India. Si fa questo perché si ha paura a cambiare modello, anzi, non ci si pensa proprio.

Ci sono diocesi, come quella di Reggio Emilia e Guastalla, che hanno investito pesantemente nelle missioni, inviando non solo laici, laiche, suore e religiosi, ma anche molti presbiteri. Solo in Brasile sono stati inviati più di trenta preti. Perché sottolineo questo aspetto missionario? Perché i presbiteri che hanno vissuto anni in Brasile sono stati abituati ad amministrare parrocchie con un grande numero di comunità. Non si apprende ad accompagnare tante comunità leggendo dei libri di ecclesiologia o di pastorale teologica, ma facendo pratica sul posto. I missionari fidei donum che sono stati in Brasile hanno appreso sul campo a valorizzare i laici e le laiche, a lavorare sulla loro formazione, a creare comunione tra le decine do comunità di una parrocchia valorizzando ogni singola comunità. Il vescovo della Diocesi di Ruy Barbosa, che ho servito per 15 anni, realizzava il sacramento della cresima in ogni singola comunità: non ha mai fatto l’ammucchiata, perché voleva dare valore al cammino di ogni singola comunità.

Siamo in una fase delicata del nostro cammino ecclesiale e nessuno ha la formula esatta in tasca. Il rischio è fare delle scelte con l’unico obiettivo si conservare ciò che si ha, senza avere il coraggio di cambiare rotta. Credo che l’attuale situazione ecclesiale offra chiare indicazioni della necessità di cambiare impostazione, di ascoltare i segni dei tempi e riconoscerli, uscire dalla mentalità che identifica la comunità con il presbitero per valorizzare i laici e le laiche in un nuovo cammino di comunione con i presbiteri. In questo nuovo cammino proviamo a metterci n ascolto dei missionari che hanno già sperimento questa nuova modalità pastorale. Ascoltare non significa riprodurre alla pari un’esperienza che appartiene ad un altro continente, ma semplicemente farsi consigliare, confrontarsi e capire, così, che nella ricerca di nuovi percorsi non siamo soli, perché lo Spirito Santo ha già preparato il terreno. Non chiudiamoci alla voce dello Spirito.

martedì 15 maggio 2018

CREDO NELLA CHIESA: IL CAMMINO DELLE UNITA’ PASTORALI






I MARTEDÌ TEOLOGICI

Regina Pacis 15 maggio 2018

Relatore: Valentino Blgarelli
Sintesi: Paolo cugini

La bellezza del noi della comunità cristiana.
Quali sono gli elementi che non dobbiamo perdere di vista
La finalità della comunità cristiana è l’evangelizzazione, l’annuncio del Vangelo (LG 1)
Non è una questione ad intra, ma il noi che dà delle buone notizie all’oggi.
Papa Francesco nell’Amoris Laetia traccia un modo di procedere della comunità cristiana. Siamo abituati ad un paradigma pastorale che funziona così: vedere, giudicare, agire. Papa Francesco cambia i termini. Primo non è vedere ma accompagnare. Vedere vuole dire che ti estranei che cosa c’è intorno.

Accompagnare significa che sei dentro la storia, cammini con delle situazioni. Non giudicare, perché significa che ti metti in una posizione nei confronti degli altri.

Il Papa dice: discernere. Che cos’è il discernimento? Non significa dice che cosa qualcuno deve fare, ma aiutare a leggere le situazioni e condure qualcuno a prendere una decisione dentro la situazione. Questo cambia la prospettiva della comunità cristiana. Insieme leggiamo, capiamo, comprendiamo e insieme cerchiamo di capire che cosa si può fare.
Terzo: Integrare, includere dentro un cammino che si fa.

Comunità pastorale. Dentro la comunità dobbiamo fare i conti con le fatiche di sempre. Non c’è un trionfo dell’evangelizzazione. Le vicende non sono semplici. Paolo deve fare i conti con delle fatiche esistenziali che non sempre riesce a risolvere. Cfr. 1-2 Corinzi.
C’è una modificazione antropologica decisiva in atto. Come comunità cristiana siamo spesso lenti. I nostri processi decisionali sono esasperanti.
A volte non siamo comunità vere; siamo molto formali. Ci fosse uno spirito di famiglia, certe cose sarebbero più agili. C’è un offuscamento della proposta di Gesù Figlio di Dio.

Perché vale la pena lasciarsi attrarre da Gesù? Che ci sia una proposta sfumata sull’originalità di Gesù è un dato di fatto. Questa sfumatura determina la formazione di un linguaggio che è lontano dalla vita.

Dobbiamo riprendere in mano le scritture.
Oggi la nostra preoccupazione è: come evangelizzare? Il come diventa una zavorra. Quando capita in parrocchia uno che si converte, che ritorna alla pratica cristiana. Paolo VI diceva che prima del come c’è la gestione del chiedersi cosa dice quel Vangelo a me oggi. Il come è una conseguenza del che cosa dice a me il Vangelo.
La comunità deve garantire la vivacità del Vangelo. Questo è il fine della comunità.
La comunità oggi nella sua configurazione deve salvaguardare due questioni:
1.      La persona
2.      Il noi della comunità

1.      La persona. E’ una grande istanza decisiva di quell’incrocio che è stato il fatto cristiano con l’educazione. Da Agostino sino a Maritain, il percorso è stato l’elaborazione della persona al centro del sistema educativo. Ciò ci deve portare alla comprensione di come funziona la persona. Quali sono le dimensioni costitutive della persona? Intelligenza, comportamenti affetti. Anche nell’annuncio del Vangelo abbiamo lavorato su queste dimensioni, ma non su tutte e tre. Abbiamo lavorato sull’intelligenza e sulla dimensione esperienziale. Non abbiamo lavorato sulla dimensione affettiva. La dimensione è in balia di tutto. E non c’è nulla che ci insegna ad amare e lasciarsi amare. Le situazioni più faticose sono quelle affettive. Siamo in presenza di comunità anaffettive.
 La comunità dovrebbe garantire la custodia della persona in tutte le dimensioni, compresa quella affettiva. Oggi la gente cerca relazioni vere, calde, non formali, dove ci si possa sostenere, accompagnare, dove non essere giudicati. Occorre evangelizzare gli affetti. Si tratta di prendere in mano le scritture e vedere tutte le dimensioni affettive che vengono descritte. Facciamo fatica a gestire l’affettività. Oggi quando ascoltiamo che Dio è amore, non ci fa più un grande effetto. Il Dio nel quale è amore e ci porta dentro questa relazione. E’ un Dio che si gioca negli affetti. Affetti, contenuti, dimensione comportamentale.

2.      Come possiamo permettere al noi della comunità di vivere le dimensioni della persona. Fare comunità significa fare dei passaggi, coltivare delle situazioni dove il noi sia riconoscibile.

a.      Cura della dimensione simbolica. E’ la grammatica del fatto cristiano. Il Vangelo è mettere insieme la mia vita con qualcuno. Il simbolo ci permette di unire. Abbiamo bisogno di recuperare la dimensione simbolica, per andare in profondità nei significati e non rimanere in superficie.
b.      Dimensione narrativa. La vita è ciò che puoi narrare. La comunità racconta una storia di cui è parte.
c.       Dimensione della gratuità. Oggi la gratuità spaventa.
d.      Creatività. Comunità che viaggiano sulla monorotaia. Non possiamo permetterci di rifare sempre le stesse cose allo stesso modo. Per salvare l’indifendibile stiamo perdendo di vista l’essenziale.
e.       Custodia. Le comunità dovrebbero oggi attivare il principio del prendersi cura gli uni degli altri.

Che cos’è la sinodalità? Sembra un tecnicismo della Chiesa. La sinodalità è l’identità, la natura della Chiesa. Syn - odos: camminare insieme. Tre articolazioni:
1.      Essere insieme.
2.      Fare le cose insieme.
3.      Camminare insieme con il Signore risorto.
La Sinodalità è una parola che tratteggia la realtà della Chiesa. Francesco parla di comunione dinamica.
La Sinodalità è il disegno di questo volto di chiesa dove viene valorizzato la figura del laicato. Nel Concilio Vaticano II la Chiesa è nella storia, e allora sono i laici che stanno nella storia ad evangelizzare. Rapporto tra preti e laici. Il prete non è colui che comanda e i laici eseguono. Secondo il Concilio i laici sono corresponsabili, insieme con carismi e situazioni diverse.
Cipriano (III sec. D. C.): non intraprendere nulla di mia iniziativa senza il consenso del popolo.
Il nuovo volto della comunità dev’essere attenta al:
1.      Fine. Che si declina senza dubbio in alcune attività concrete.
2.      La persona, gli affetti
3.      La sinodalità, cioè corresponsabilità
Che senso ha difendere una struttura che fa acqua da tutte le parti? Non pezze nuove sul vestito vecchio.


giovedì 11 gennaio 2018

LA CHIESA HA DAVVERO ANCORA BISOGNO DI PRETI?



[pubblicato su NOTICUM, gennaio 2018]


Paolo Cugini

Ogni contesto culturale produce i suoi protagonisti a tutti i livelli della società civile. C’è stata l’epoca delle contrade e l’epoca degli artigiani. C’è stato un tempo in cui il mondo romano era diviso tra patrizi e plebei. E mentre l’Occidente inventava la stampa, nelle culture andine dell’America Latina, la civiltà sviluppava una cosmogonia in cui uomo, donna, animali e piante erano in perfetta armonia. Oggi, invece, dominano i super mercati, perché rispondono meglio alle esigenze del nuovo modello globalizzato di società e di economia. Non a caso i supermercati li troviamo in ogni angolo del pianeta. In ogni latitudine del pianeta e in ogni epoca troviamo forme di religiosità con i suoi templi e i suoi sacerdoti. Ci sono dei dati antropologici universali come la religione e dei modi contestualizzati di viverli. Nella storia delle religioni gli attori che ruotano intorno al sacro non sono solo uomini, ma anche donne. Mutano le condizioni sociali, mutano allo stesso tempo gli attori del sacro.
Anche la Chiesa, che è un’istituzione umana che risponde a logiche del mondo e, di conseguenza, anche lei è soggetta a mutamenti nel corso dei secoli, ha mutato durante i secoli sia la ritualità attraverso cui esprime l’evento originario, sia la tipologia di coloro che sono addetti ai riti religiosi.  Certamente la Chiesa ha un mandato divino e si alimenta di Dio, ma il modo di gestirla utilizza criteri umani. Come tutte le istituzioni che durano nel tempo, anche la Chiesa fa fatica ad adattarsi ai mutamenti necessari. Il passare del tempo provoca assestamenti strutturali che vengono identificati come identitari e, di conseguenza, immodificabili. Tutto ciò avviene quando una tradizione culturale o religiosa perde il contatto con la sua origine, oppure quando tra l’origine e il presente della storia s’interpongono tradizioni di provenienza esterna, che modificano l’identità della struttura stessa. La mancanza di un gruppo di sapienti, che mantengono il contatto con l’origine e che può allertare la base di un movimento politico o religioso delle distorsioni in atto, provoca lentamente e progressivamente la base identitaria del gruppo. E così, può succedere e di fatto succede, che una religione o un gruppo politico con il tempo si trasforma, allontanandosi dalla sua origine da risultare pressoché irriconoscibile. Le mutazioni all’interno di una struttura sociale, religiosa e politica sono inevitabili e, per questo, occorre essere in grado di accompagnare i cambiamenti per non correre il pericolo di distruggere il contenuto originario.

Muta, in questa prospettiva, all’interno della religione cattolica in questa epoca denominata di post-cristianesimo, anche la figura del prete, il suo modo d’intenderlo, la sua funzione nella comunità. Questo cambiamento è nella regola delle cose della società civile. Sono i cambiamenti culturali che dettano le indicazioni per i cambiamenti di tutte le strutture che ne fanno parte e che non vogliono perdere il loro posto. Nelle epoche denominate di passaggio, come quella che stiamo vivendo, il pericolo consiste nel non coglierlo e nel non riuscire a intuire i cambiamenti necessari per permettere alla propria struttura di rimanere dentro. Che cosa, allora, dovrebbe cambiare nella modalità del prete cattolico di esercitare il suo ministero? Ancora di più è possibile chiedersi: è proprio necessaria questa figura nel nuovo quadro culturale e sociale che si sta configurando?

Se è vero, come c’insegnano i documenti della Chiesa e una lunga tradizione che deriva dai Padri della Chiesa, che è l’Eucarestia che fa la Chiesa, allora occorre mettere le comunità cristiane in grado di nutrirsi di essa. Nell’attuale contesto culturale è in atto, da alcuni decenni, una progressiva e inarrestabile diminuzione del clero, di coloro chiamati cioè a presiedere le comunità per celebrare l’Eucarestia. In Italia, ma non solo, già da qualche anno sono in atto nelle Diocesi delle proposte per arginare il problema. La più significativa è quella delle Unità Pastorali, che vede il raggruppamento di alcune parrocchie affidate ad un solo parroco. Con l’andare del tempo, questo nuovo modello di ristrutturazione delle parrocchie non permetterà più alle comunità di avere la possibilità dell’Eucarestia domenicale. Del resto, questo problema è già visibile nelle parrocchie delle nostre montagne e in altri paesi come la Francia.

Perché non cambiare sistema? Se il problema è permettere alle comunità cristiane di alimentarsi dell’Eucarestia perché insistere con il modello del prete celibe e votato alla Chiesa per tutta la vita? Perché non provare a proporre figure più al passo con i tempi, persone che offrono un servizio limitato nel tempo? Si potrebbero ordinare persone della comunità, di fede provata il cui carisma è riconosciuto dalla stessa comunità. Che tipo di persone? Persone celibi o sposate, uomini o donne. Si anche donne. E’ inutile, infatti, che la Chiesa continui a parlare di genio femminile, se poi esclude le donne dalla possibilità di guidare una comunità. Non può la Chiesa farsi da paladina della lotta contro le ingiustizie causate dalle disuguaglianze sociali, quando esclude le donne dalla possibilità di far parte dei quadri che dirigono le sorti della Chiesa. In fin dei conti si tratta di mantenere viva la fede del Popolo di Dio e, di conseguenza, occorre fare di tutto affinché i fedeli si alimentino del Signore.
Perché la Chiesa resiste così tanto al cambiamento? Non è un problema di Vangelo, ma di potere. Abituata da secoli ad essere significativa e incisiva in Occidente sul piano politico e sociale, avere totalmente a disposizione un schiara di uomini celibi per tutta la vita, qualificati e sottopagati, vuole dire molto. Togliere questo esercito di uomini che firma un giuramento di totale obbedienza all’istituzione, significa privarsi di quella struttura specifica che ha espresso il modo della Chiesa di stare nel mondo. A mio avviso la Chiesa non rinuncerà mai a loro. Si terrà stretta questa schiera di uomini celibi votati fino alla morte a Lei, sino al momento in cui ne rimarrà uno solo. Chi è abituato a comandare, fa fatica ad attorniarsi di persone con cui interloquire alla pari. Nel frattempo sarà la base, il Popolo di Dio che si organizzerà per mantenere viva la fede. L’ho visto fare in America Latina. Siccome il prete passa raramente nelle comunità, sono le persone stesse che vivono in comunità che si organizzano per leggere settimanalmente la Parola di Dio e celebrare alla domenica. La fede è più forte di qualsiasi istituzione. Questo lavoro di base contaminerà anche la struttura della Chiesa. Per ora, sarà importante modificare lentamente il cammino delle comunità per metterle in grado di sopravvivere. In questo modo la notizia della caduta del palazzo sarà meno rumorosa.

Per le Unità Pastorali, che avranno la tendenza in futuro di aumentare di dimensioni, si potrebbe pensare ad una figura che coordini il lavoro pastorale ed economico delle parrocchie coinvolte. Mentre per la guida della comunità, scelta tra il popolo delle comunità, si potrebbe pensare ad una remunerazione frutto del contributo della stessa comunità, per i coordinatori delle Unità Pastorali, che potrebbero essere svolti da laici debitamente preparati, si potrebbe pensare ad uno stipendio con il contributo dell’otto per mille. In questo modo, si uscirebbe dallo schema prevalentemente monastico della guida della comunità, che la vede separata dal popolo di Dio, per uno più conforme alle esigenze del tempo. Due figure, allora, si delineano nel cammino della Chiesa futura: quello del presidente dell’assemblea eucaristica, che celebra l’Eucarestia e quello del coordinatore delle Unità Pastorali. Queste figure pastorali esigono anche una spiritualità nuova che le alimenti e cammini formativi differenziati. Se le guide della comunità sono scelte tra coloro che vivono nella stessa e che probabilmente sono sposate, la spiritualità dovrà rafforzare il significato e il vissuto della vita matrimoniale. In questa prospettiva i seminari, così come oggi sono concepiti, non saranno più necessari, perché la formazione delle guide delle comunità avverrà all’interno della comunità stessa. Senza dubbio, si potranno prevedere percorsi formativi specifici, ma la maggior parte del percorso formativo è bene che sia realizzato nella comunità. Se fino ad ora la figura della guida della comunità aveva nel celibato il segno di un’appartenenza esclusiva a Dio e, per questo, viveva distante come stile di vita dal resto della comunità, ora è sempre più richiesta una figura di guida che condivida lo stile di vita della comunità.


Cambiando il tipo di figura della guida della comunità, cambia anche la spiritualità. Un presidente dell’Eucarestia preso fra il popolo e probabilmente sposato, non può alimentarsi con una spiritualità di stampo monastico, com’è quella del prete. La Chiesa dovrà provvedere ad elaborare una teologia laicale capace di andare incontro alle nuove esigenze. Oltre a ciò, pensando anche a presidenti dell’eucarestia donne, come del resto avviene da decenni anche in alcune chiese protestanti, si dovrà sviluppare sempre di più una teologia femminista capace di raccogliere le sfide dello sguardo femminile sulla realtà. Ci sarà, quindi, bisogno di una spiritualità meno di élite e più incarnata nella vita della gente. Probabilmente il tipo di teologia che elaborerà questo stile di Chiesa incarnato in mezzo al popolo di Dio, sarà meno esigente, meno propensa a porre dei pesi insostenibili alle persone – si pensi alla morale sessuale cattolica – e più al passo con la vita della gente. Ci troveremo dinanzi ad un cristianesimo che lavora meno sul sacro, ma avrà un volto più umano, molto più simile, cioè, al Gesù dei vangeli. Il mondo scristianizzato della nostra epoca post cristiana avrà la possibilità di vedere una chiesa più aderente al Vangelo, più alla ricerca dell’essenziale che della pompa. Come in tutte le cose e in tutte le istituzioni sociali e politiche, dallo stile dei capi si capisce il valore di un’istituzione. 

lunedì 3 luglio 2017

QUALE CONTRIBUTO DEI MISSIONARI RIENTRATI?




INCONTRO CON I COMBONIANI
PESARO 27 GIUGNO 2017
Paolo Cugini
Domande preliminari:
a.      Quali spazi e quale pastorale per i missionari rientrati?
b.      Che contributo possono offrire nel contesto della pastorale italiana?

Alcune indicazioni pastorali
Il primo importante contributo è l’attenzione alla singola comunità. C’è in atto in Italia un nuovo disegno della mappa pastorale. La maggior parte delle diocesi stanno ristrutturando la presenza pastorale attraverso le Unità pastorali, accorpando diverse parrocchie di un territorio. Spesso questo accorpamento porta con sé la crisi delle comunità locali. Il motivo di questa crisi è dovuto alla modalità del parroco dell’UP di gestire questa nuova configurazione pastorale. Occorrono alcuni passaggi che siano segno di un cambiamento di mentalità.

a.      Passaggio dalla centralità del prete alla centralità della comunità
b.      Dalla centralità dell’Eucarestia alla centralità del Battesimo

Mi sono chiesto: quali sono gli aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno orientando le nostre scelte pastorali.

1.      Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero. Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa. L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente della comunità.  Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è mai).

2.      Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti (della catechesi, della pastorale giovanile, famigliare, ecc.). Secoli in cui il parroco ha sempre deciso tutto da solo porta con sé la fatica di pensare insieme e di scegliere insieme. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti assembleari senza la necessità che il parroco sia presente. Aiutare i fedeli ad assumersi le loro responsabilità anche nella comunità ecclesiale così come fanno negli ambiti della vita quotidiana, è una delle grandi sfide della pastorale dei prossimi anni. Per attivare una sinodalità a tutti i livelli nella comunità è necessario un tipo di formazione che permetta ai presbiteri di decentrare sempre di più il loro potere pastorale, per vivere con maggiore serenità il loro ministero. Accompagnare questo cambiamento in atto, che prevede la trasformazione dei due attori in gioco, non sarà facile. La tentazione più immediata, che è già visibile in alcune diocesi italiane, è quella di ritornare al passato, importando preti dal sud del mondo, più come tappabuchi, che come progetto pastorale pensato e attuato. Sinodalità significa apprendere a pensare assieme alle persone, stare attenti ai processi che s’intende porre in atto e, così, uscire dai personalismi pastorali incentrati sui carismi del sacerdote, o sui suoi limiti.

3.      Ministerialità: per permettere alla comunità di vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è un primo livello della formazione che consiste nel porre un laico nella situazione di esercitare un servizio con una responsabilità effettiva. È brutto quando il laico si sente dire dal prete di turno che gli organismi ecclesiali sono solo consultivi. Il primo livello di formazione per aiutare i laici ad esercitare un ministero consiste nel metterlo nelle condizioni di assumersi delle responsabilità effettive. Altro aspetto della formazione è il cammino biblico. Abbiamo iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica. Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo. La ministerialità va di pari passo con la sinodalità. Quanto più i laici saranno responsabilizzati, tanto più entreranno negli organismi sinodali in modo attivo e costruttivo.

4.      Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire, la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio, catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità. Riuscire a contaminare positivamente tutta la pastorale sullo stile missionario. Pensare ad una pastorale in uscita come modalità normale di evangelizzazione. Difficoltà di pensare a chi è fuori dal tempio. Siamo così abituati ad evangelizzare chi entra nelle nostre strutture, che non riusciamo a pensare alle persone che non entrano. Il discorso non vale solo per gli adulti, ma anche per i giovani. Come pensare una pastorale giovanile animata dallo spirito missionario? Giovani che evangelizzano giovani. Ci stiamo pensando, ma ancora non è partito nulla di concreto.

5.      Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del Camerun, Togo e Congo. Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio provengono da tante nazioni (circa una ventina). È iniziato un progetto che si è poi trasformato in associazione nella quale opera un gruppo di persone con una proposta di sport educativo, rivolta ai bambini che frequentano il cortile degli oratori. L’Unità Pastorale ha deciso di investire su un educatore professionale indicato dalla Pastorale Giovanile Diocesana, che coordina i progetti sui cinque oratori. Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono esperienze in atto.



martedì 16 maggio 2017

COSTRUIRE COMUNITÀ ACCOGLIENTI-CONVEGNO





CENTRI MISSIONARI DELL'EMILIA ROMAGNA

IMOLA 16 MAGGIO 2017

Intervento di: Erio Castellucci, vescovo di Modena
Sintesi: Paolo Cugini

Punto di riferimento due documenti: Dalle feconde Memorie alle coraggiose prospettive; Evangeli Gaudium.
Comunità. Costruire comunità accoglienti significa cercare di capire cos’è una comunità. Quattro modelli di comunità:
a.      La mia comunità potrebbe essere, in primo luogo, l’insieme degli operatori pastorali.
b.      Comunità anticamente erano tutti coloro che si nutrivano dell’unico corpo di Cristo. I cristiani avevano una visione di chiesa radicata sull’Eucarestia. Per questo ci s’identificava con il Vescovo da cui ci si comunicava. Il primato di Roma nasce anche da questa esigenza di un punto di vista comune.
c.       Con comunità cristiana possiamo indicare anche l’insieme dei battezzati di un determinato territorio, che è molto più ampio dell’insieme dei praticanti e che fanno qualcosa in parrocchia. Occorre avere quest’orizzonte, se no la comunità diventa un gruppetto scelto. Se per esempio un parroco ha un’idea di comunità ristretto, ci sarà un tipo di comunità che lui ha in mente. Anche il significato di comunità come insieme di battezzati deriva dall’antichità, quando il battesimo era considerato la porta d’ingresso nella comunità.
d.       C’è poi la comunità civile, vale a dire l’insieme di tutti coloro che vivono in un teriritorio. Anche questo orizzonte è comunitario da tenere presente.
Quando parliamo di comunità non intendiamo un gruppo rigido, definito, ma intendiamo un’appartenenza che può vivere diversi livelli d’intensità. Con il principio di Evangeli Gaudium 225: il tempo è superiore alo spazio, papa Francesco ci dà la prospettiva che dobbiamo pensare in termini di processi. Nell’Amoris Laetitia parla di situazioni compiute e in cammino. Comunità non è una cittadella, ma un insieme di discepoli in cammino e quindi accoglienti dovrebbe essere inutile specificare che dovrebbero essere inutile. Nel concetto di comunità cristiana c’è già una possibilità di accoglienza, un’appartenenza dinamica. Quale contributo dei fidei donum?
Documento  CEI 2007, n. 9. Questa esperienza di scambio missionario porta la missione come una realtà vicino alla gente. Ha una ricaduta positiva sul presbiterio diocesano. È senza dubbio un compito. Si eredita una concezione di ministero presbiterale statica. Tutti siamo ordinati dentro una chiesa locale per la chiesa universale. Perché è la chiesa locale stessa che è soggetto della missione. Il Concilio ha superato l’idea del prete diocesano che per suo coraggio parte e fa il missionario. Questa idea è superata perché è la diocesi che è missionaria oppure tradisce la sua natura. È la chiesa che si apre a paesi che possono diventare dei fratelli per divenire scambi missionari. È la diocesi che si esprime, perché il soggetto è la diocesi. Il soggetto è il presbiterio nel caso dei presbiteri che partono. I presbiteri missionari sono stimolo per creare comunità di annuncio. Apporto attento alla centralità dell’annuncio. Abbiamo perso la semplicità dell’annuncio e delle relazioni. E’ tutto più macchinoso. I fidei donum ci richiamano il contatto con gli ultimi e i poveri e la religiosità popolare. I fidei donum ci mantengono con i piedi per terra. Vedere con i propri occhi per capire la realtà. Molte fasce di povertà non si affacciano alla vita liturgica ed eucaristica.
Conclusione:
Che cosa significa una conversione missionaria rispetto alla semplice conversione dell’esistente? Papa Francesco parla di riforma. Questa riforma ha tre livelli:
1.      La conversione del cuore. È il primo passo. La conversione è la sorgente di ogni riforma. Se il cristianesimo ha preso piede nella storia è perché non è partito proclamando rivoluzioni di strutture, ma partendo dalla conversione del cuore. Convertitevi e credete al Vangelo: è il punto d’inizio.

2.      Lo stile. La conversione del cuore deve riflettersi a livello personale e comunitario. Uno stile accogliente è lo stile di chi accompagna, discerne e integra. È di chi si mette al punto in cui l’altro è, gli si mette a fianco, lo accompagna. L’Amoris Laetitia contiene uno stile pastorale rinnovato, più che delle novità teologiche. Il tempo è superiore allo spazio. Poi discernere per capire le scelte da fare a partire dalla realtà. Lo stile significa arrivare ad una criteriologia evangelica, che non può non creare tensioni nelle comunità. Dobbiamo avere a cuore l’unità. A volte c’è da chiedersi se in alcuni momenti non sia più evangelico dare degli spintoni. A volte l’integrazione passa per la disintegrazione. Anche Gesù ha un po' disintegrato.


3.      Strutture. S’intende anche abitudini, organismi. Evangeli Gaudium dice di non adottare la frase: si è sempre fatto così. Il cambiamento è sempre difficile soprattutto per chi ha non ha fatto scendere il Vangelo in profondità.
L’esperienza ci deve aiutare a richiamare la riforma ai tre livelli.

Intervento di: Paolo Cugini
Mi sono chiesto: quali sono gli aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno orientando le nostre scelte pastorali.
1.      Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero. Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa. L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente della comunità.  Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è mai).

2.      Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti. La fatica di pensare insieme e di scegliere insieme. Esempio dell’accoglienza nel progetto Caritas: emergenza freddo. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti assembleari senza la necessità che il parroco sia presente.

3.      Ministerialità: per permettere alla comunità di vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è un primo livello della formazione che consiste nel cammino biblico. Abbiamo iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica. Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo.

4.      Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire, la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio, catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità.

5.      Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del Camerun, Togo e Congo.Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio provengono da tante nazioni (circa una ventina). Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono esperienze in atto.


lunedì 16 gennaio 2017

LA MINISTERIALITÀ NELLE NOSTRE COMUNITÀ


Paolo Cugini
Nel cammino di Chiesa che abbiamo intrapreso con le Unità Pastorali è importante capire la direzione che vogliamo imboccare. In questo cammino ci sono offerte delle indicazioni diocesane, che abbiamo già letto e fatto nostre. Soprattutto, però, il cammino che stiamo percorrendo, lo dobbiamo pensare insieme, lasciandoci ispirare dalla Parola di Dio e condurre dallo Spirito Santo. Pensare insieme significa essere presenti nei momenti di confronto, come i Consigli Pastorali o le Lectio del martedì. Essere cristiani adulti nella fede significa assumersi le proprie responsabilità, uscire dall’infantilismo spirituale che pretende sempre di ricevere tutto come qualcosa di dovuto. Costruire un cammino insieme, significa anche che nessuno ha la verità in tasca, ma che la dobbiamo cercare insieme. Inoltre, siccome il cammino indica una meta, significa che camminiamo in avanti e non indietro, guardando a ciò che c’è dinanzi a noi e non a ciò che c’è dietro.

 Il cammino lo costruiamo insieme, cristiani membri di più comunità, che provengono da esperienze diverse e, di conseguenza, abbiamo la possibilità di arricchirci di doni nuovi gli uni gli altri. Confrontandosi con altre esperienze pastorali si percepisce un rischio in questo nuovo cammino ecclesiale, vale a dire la possibilità di perdere il valore della comunità parrocchiale. Se l’Unità Pastorale, infatti, diviene il sostituto della parrocchia e tutto viene deciso in quella sede, il rischio grave è quello di perdere la propria identità di comunità, il rapporto con le persone che sono accanto a noi. Ecco perché dobbiamo interrogarci sulle modalità di ministerialità che la situazione pastorale attuale richiede alle nostre comunità, per mantenersi in vita. Questo vuole dire che, oltre ai sacerdoti e ai diaconi permanenti, occorre interrogarsi sui ministeri che oggi sono necessari per mantenere viva la comunità locale. Attraverso la parrocchia, la Chiesa è sempre riuscita a mantenere un contatto con le persone presenti nel territorio, arrivando loro attraverso i sacramenti e i cammini di evangelizzazione. Parrocchia che, per diversi secoli, si è identificata in Occidente con il parroco. 

L’attuale situazione ecclesiale chiede a tutti i cristiani di recuperare il significato profondo del proprio battesimo, per capire in che modo siamo chiamati ad esercitare i nostri doni profetici, sacerdotali e regali. Lo facciamo insieme, in ascolto di quel sensus fidei del quale tutti siamo dotati in virtù del battesimo. Ascolto che non si esaurisce in un Consiglio Pastorale, ma che richiede un atteggiamento costante di discernimento comunitario dei segni del tempo. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano che le prime comunità venivano denominate così: il Cammino. Comunità in cammino, allora, per essere un segno visibile nel mondo della presenza del Signore; comunità capaci di rimanere in ascolto del Signore che ci chiede di rimanere con lo sguardo fisso su di Lui, che si trova sempre dinnanzi a noi e non dietro. 

lunedì 21 novembre 2016

INTERVISTA AL PROGRAMMA UOMINI DI DIO



Nella sesta puntata di “Uomini di Dio”, l’ospite in studio è don Paolo Cugini, parroco della unità pastorale “Santa Maria degli Angeli” di Reggio Emilia, che comprende le parrocchie di Regina Pacis, Roncina, Spirito Santo, Codemondo, San Bartolomeo. Nel colloquio con Emanuele Borghi don Paolo parla del suo servizio di pastore di diverse comunità, come dell’impegno missionario, delle prospettive e delle sfide della Chiesa sulle strade indicate da papa Francesco.

lunedì 13 giugno 2016

PRIME EUCARISTIE: IL FRUTTO DI SCELTE PASTORALI




Paolo Cugini


Con la domenica 29 di maggio, abbiamo concluso le prime eucaristie nelle cinque comunità dell’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli. E’ giunto, allora il momento di fare qualche bilancio e proporre qualche riflessione. In primo luogo, abbiamo realizzato le prime comunioni in ogni comunità e non abbiamo riunito tutti i bambini in un’unica chiesa. Questa scelta è in linea con le scelte che stiamo realizzando all’interno del consiglio pastorale dell’Unità Pastorale, vale a dire di salvaguardare il cammino di ogni singola comunità e di vincere la tentazione dell’ammucchiata per facilitare le cose e guadagnare tempo. Senza dubbio durante questo primo anno di cammino insieme abbiamo attivato momenti comunitari, come le lectio di avvento, i coordinamenti per la pastorale giovanile, la catechesi e la Caritas, ecc. Abbiamo, però, soprattutto ascoltato il grido delle comunità, la loro storia, il loro cammino. La scelta è sulla linea di ciò che scrivevo il mese scorso, vale a dire che non è il prete che fa la comunità, ma il Signore. E allora, la grande sfida che è allo stesso tempo il grande obiettivo che abbiamo dinanzi in questo periodo di svolte pastorali è quello di non perdere il senso dell’orizzonte. Se è Cristo il centro di una comunità ciò significa che occorre fare di tutto affinché la comunità non perda la sua identità e che in questo nuovo cammino di chiesa, accetti di lasciarsi contaminare positivamente dai cammini delle altre comunità. 
Le prime eucaristie realizzate nelle cinque comunità hanno rappresentato il culmine di un percorso pensato dalla commissione catechesi dell’unità pastorale a partire dal mese di marzo dello scorso anno. Da uno stimolo educativo che mi era stato offerto durante un incontro con i responsabili scout di Reggio 4, abbiamo proposto una catechesi itinerante. Più che dire e spiegare che cos’è l’Eucarestia, abbiamo deciso di visitare dei posti dove l’eucarestia si vive quotidianamente e da lì procedere per la condivisione e la comprensione. Abbiamo poi chiesto a don Enrico Mazza di spiegarci il significato delle parole di Gesù pronunciate da Gesù nell’ultima cena. E’ sorto così il percorso di tre tappe rivolto a catechisti e genitori. Ascoltando don Enrico abbiamo capito che non sappiamo mai abbastanza sul mistero al quale partecipiamo tutte le domeniche. Mazza ha evidenziato, tra le altre cose, l’aspetto della comunione, delle relazioni nuove che devono sorgere tra coloro che partecipano al banchetto del Signore. Il “fate questo in memoria di me” non può essere appiattito nella ritualità o nel precetto, ma indica un cammino da compiere verso il Signore, per vivere come lui ha vissuto, per amare come lui ha amato. Tutto questo e altro è confluito nel giorno della celebrazione, che ha avuto una sintonia di stile nelle varie comunità, anche se ognuna poi l’ha vissuto e interpretata in modo diverso.
 La scelta di mettere i bambini attorno alla mensa – posta in mezzo alla chiesa – apparecchiata nell’ora dell’offertorio dai genitori con piatti e bicchieri, è stata molto di più di una scelta coreografica. Abbiamo voluto lasciare il segno di un momento di comunione, che è poi il significato che san Paolo sottolinea nelle sue lettere. Ci alimentiamo del Corpo del Signore, che ha portato giustizia pace e comunione in mezzo a noi, per poter essere anche noi strumenti di pace, Giustizia e comunione. Detto come sant’ Agostino diceva ai suoi ascoltatori: vivete ciò che ricevete. 

sabato 30 aprile 2016

DAL PRETE ALLA COMUNITÀ





NUOVI ORIZZONTI PASTORALI


Don Paolo Cugini
Ritengo importante riflettere sui cambiamenti in atto sia dal punto di vista culturale che pastorale, pur restando il fatto che si tratta solo di riflessioni e nulla di più. Parlare di unità pastorale non è la stessa cosa che parlare di parrocchia. Ciò significa che non è possibile trasferire le modalità pastorali utilizzate nella parrocchia sull'unità pastorale.
In questo processo di cambiamento di modalità pastorali un ruolo importante riguarda il parroco. Non è più possibile, infatti, il rapporto di uno a uno: un parroco una comunità. Essere presente su diverse comunità parrocchiali è la grande novità per molti presbiteri che si sono formati nei seminari per accompagnare una sola comunità alla volta. Il pensiero corre anche verso tutti quei presbiteri che per decenni hanno vissuto la propria esperienza pastorale a servizio di una comunità, identificando il proprio ministero con la stessa comunità.

Dicevo che non si può pretendere e, allo stesso tempo, non ha senso trasferire sulle unità pastorali le modalità progettuali e di relazione che avveniva nella parrocchia gestita dal parroco. Senza dubbia i parrocchiani abituati all'assistenza diretta del parroco si aspettano la continuità di quel modello. Si tratta di passare da un approccio pastorale personalizzato – è il parroco che fa le cose direttamente – ad un approccio più comunitario. Il parroco dell’unità pastorale dovrà avere la pazienza e l’intelligenza di attivare dei processi di evangelizzazione che non dipendano da lui, dalla sua presenza, ma di laici presenti sul posto. E’ vero che i laici, soprattutto le laiche – è sempre bene ricordarselo che le comunità parrocchiali hanno una presenza preponderante di donne nei settori chiave della pastorale – sono sempre stati presenti nelle parrocchie. Il problema, però non è la presenza o l’attività specifica, ma il modo di vivere un servizio.

Questo modo di abitare la pastorale, che richiede un presenza da parte del parroco meno da protagonista e più da stimolatore, coordinatore, ne orienta anche la spiritualità. Infatti, più che identificarsi con modelli di santi eroici, capaci di grandi gesti, protagonisti di imprese mirabolanti (alla Curato d’Ars, tanto per intenderci), dovrà ricercare un tipo di spiritualità che stimoli maggiormente cammini di condivisione, che provochi la capacità di mettersi da parte, di fare spazio. Creare spazi nuovi d’incontro e di evangelizzazione, nei quali chi agisce, chi è presente non è il parroco, ma i cristiani. La libertà dalla tirannia della presenza fisica a tutte le azioni pastorali è senza dubbio una delle conquiste più significative dei presbiteri che accompagnano le unità pastorali ed uno dei segni più evidenti della maturità sia della comunità che del presbitero. C’è da dire che non tutti, purtroppo, ci riescono: fanno fatica a non cedere alla tentazione gratificante di accontentare i parrocchiani.

Ciò vale anche per lo stile di accompagnamento spirituale, che dovrà essere sempre meno direttivo – che esige una presenza costante – e più orientativo, che fa leva cioè sia sulla libertà del laico di riferimento, che sulla maturità affettiva del presbitero.

Chiamati a servire comunità per un periodo circoscritto – i fatidici nove anni – e non più per tutta la vita, e a distribuire il proprio impegno pastorale su più comunità contemporaneamente, il presbitero dovrà apprendere a valorizzare al massimo i laici presenti sul territorio. Saranno, infatti loro a restare e a dar continuità ai progetti pastorali e di evangelizzazione messi in atto. L’esperienza insegna che quando i meccanismi non dipendono da qualcuno, ma hanno passato il vaglio di consigli pastorali, e degli strumenti pastorali che permettono un discernimento il più comunitario possibile, il progetto pensato rimane.