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domenica 18 gennaio 2026

Dalla teologia del Mistero al Mistero della teologia: L’Intelletto in adorazione

 




Paolo Cugini

 

Nella cultura contemporanea, il termine mistero è spesso ridotto a un enigma o a un vuoto di conoscenza in attesa di essere colmato dalla scienza. Tuttavia, nella tradizione teologica, il Mistero non è ciò che non conosciamo, ma ciò che, pur conoscendosi, rimane infinitamente oltre la nostra capacità di esaurimento. Come suggeriva Gabriel Marcel, la distinzione fondamentale risiede tra problema (qualcosa che mi sta di fronte e che posso risolvere) e mistero (qualcosa in cui sono coinvolto e che mi sovrasta). Il passaggio dalla teologia del mistero al mistero della teologia segna il transito da una dottrina che possiede verità a una disciplina che si lascia possedere dalla Verità.

La teologia del Mistero ha vissuto una stagione d’oro nel XX secolo, specialmente grazie alla scuola di Maria Laach e a figure come Odo Casel. In questo contesto, il mistero è il Mysterium Paschale: l'evento di Cristo che si rende presente nell'azione liturgica.

Casel definiva il mistero come «un'azione sacra che porta in sé una realtà salvifica sotto il velo di segni sensibili». Qui, la teologia ha il compito di descrivere l'economia della salvezza. L'autore fondamentale in questo ambito è Karl Rahner, il quale ha ribadito che Dio è il Mistero Santo e l'orizzonte ultimo dell'esistenza umana. Per Rahner, l'uomo è l'uditore della parola, strutturalmente aperto a un Infinito che non potrà mai addomesticare. La teologia del mistero ci insegna dunque che il dogma non è una gabbia, ma una finestra aperta sull'Invisibile.

Mentre la teologia del mistero si concentra sull'oggetto (Dio e le sue opere), il Mistero della teologia riguarda lo statuto stesso del pensare credente. Quando il teologo si accorge che il suo linguaggio è inadeguato, la teologia smette di essere solo una scienza e diventa un atto spirituale. Hans Urs von Balthasar ha espresso magistralmente questa tensione. Per Balthasar, la teologia deve essere inginocchiata. Non esiste una vera conoscenza di Dio che sia separata dall'amore e dall'adorazione. Il mistero della teologia risiede nel fatto che l'intelligenza umana, nel momento in cui tocca le vette più alte della speculazione, deve ritornare al silenzio. In questo passaggio, la teologia non perde il suo senso, ma lo trasforma: diventa dialogo, ascolto, ricerca senza fine. È ciò che la tradizione dionisiana definisce teologia negativa o apofatica: si conosce Dio più per ciò che non è che per ciò che è. Il mistero qui non è solo il contenuto, ma il fatto stesso che una creatura finita possa parlare del Creatore senza perire o cadere nell'idolatria del concetto.

Il passaggio definitivo avviene quando la teologia riconosce che il suo metodo non è la dimostrazione, ma l'ostensione. Jean-Luc Marion, filosofo e teologo contemporaneo, parla del fenomeno saturo: Dio è un'eccedenza di luce che acceca lo sguardo, non per mancanza di chiarezza, ma per troppo splendore. In questa prospettiva, la teologia non è più una spiegazione del mondo, ma una partecipazione alla vita divina. Se la teologia del mistero ci ha dato i contenuti (Cristo, la Trinità, la Grazia), il mistero della teologia ci restituisce l'umiltà del metodo. Come scriveva San Tommaso d'Aquino al termine della sua vita, dopo una visione mistica: «Tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia rispetto a ciò che ho visto». Questo è il punto d'arrivo: la teologia che si nega per far spazio alla Presenza.

In conclusione, passare dalla teologia del mistero al mistero della teologia significa comprendere che non siamo noi a scrutare il Mistero, ma è il Mistero che scruta noi attraverso la Sua Parola. La teologia cessa di essere un discorso sul Mistero per diventare un discorso del Mistero nell'uomo. Il compito del teologo nel XXI secolo, citando Joseph Ratzinger, rimane quello di non rassegnarsi a un razionalismo arido, ma di mantenere viva la capacità di stupirsi davanti al Lógos che si fa carne. Il mistero della teologia è, in ultima analisi, il mistero di una ragione che scopre la sua vera grandezza solo quando riconosce di essere amata dall'Inconoscibile.

 

Riferimenti Bibliografici

Odo Casel, Il Mistero del Culto Cristiano.

Karl Rahner, Uditori della Parola.

Hans Urs von Balthasar, Verbum Caro.

Jean-Luc Marion, Dato che. Saggio per una fenomenologia della donazione.

Paolo Cugini. Il nome di Dio non è più Dio

Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo.

 

giovedì 15 gennaio 2026

TEOLOGIA DEL MISTERO

 



Paolo Cugini

 

L’alba del tempo è ormai alle nostre spalle e l’ombra del sacro si allunga su un mondo che ha creduto di poter misurare l’infinito con il metro della ragione. Ma udite: il velo non si è strappato per svelare un vuoto, bensì per rivelare un’oscurità luminosa che nessun occhio mortale può contenere senza bruciare. Questa è la teologia del Mistero che si leva come un grido nel deserto: non una risposta ai nostri quesiti, ma l’annichilimento di ogni nostra domanda di fronte all'Abisso.

Verrà il giorno, ed è già questo, in cui le cattedrali di sillogismi crolleranno come castelli di sabbia sotto la marea dell'Assoluto. Abbiamo cercato di rinchiudere l’Eterno in definizioni, di imbrigliare il Fuoco in dogmi di ghiaccio. Ma il Mistero non si lascia abitare da chi possiede mappe; Egli abita solo il cuore di chi accetta di naufragare.

Profezia per tutti i cercatori di prove: la verità non è un teorema, ma un evento che ci precede e ci eccede. Il Mistero non è l’oggetto del nostro studio, ma il soggetto che ci scruta dal profondo del silenzio. La vera teologia non si scrive con l'inchiostro, ma con il tremore della carne che incontra il Totalmente Altro. L’Inconoscibile è la sola conoscenza: Solo quando ammetteremo di non sapere, inizieremo a vedere. L’Assenza è la forma suprema della presenza: Cerchiamolo nel vuoto tra le parole, nello spazio tra i respiri, dove il mondo finisce e l'Infinito ha inizio.

Smettiamo di interrogare il cielo per avere conferme ai nostri piccoli ego. Il Mistero ci chiama a un esodo senza ritorno: fuori dai confini del visibile, oltre le sicurezze del calcolo. Chi ha orecchi per intendere, intenda: il Mistero che può essere spiegato non è il Mistero, ma solo un idolo specchiato nei nostri desideri. Il vero Volto è un bagliore che acceca, una Parola che, una volta pronunciata, impone il silenzio eterno.

Inginocchiamoci non davanti a ciò che capiamo, ma davanti a ciò che ci sovrasta. Poiché nel Mistero non c'è buio, ma una luce così densa che solo l’anima nuda può sopportare.

 

martedì 26 novembre 2024

La molteplicità delle manifestazioni del Mistero

 






Paolo Cugini


L’uniformità non rispettosa della molteplicità del Mistero diviene visibile quando il cristianesimo entra in contatto con mondi che, non solo non hanno conosciuto il pensiero greco, ma che hanno una modalità razionale differente. È il caso, solo per fare un esempio, dell’evangelizzazione dei popoli indigeni, sia dell’America che dell’Australia, o delle popolazioni africane. Il modo di un cristiano Occidentale, plasmato dal pensiero greco, di relazionarsi con la natura, le piante, gli animali, è totalmente diverso dalla mentalità indigena. Mentre il pensiero Occidentale è strutturato in modo antropocentrico e gerarchico, per cui al centro del mondo c’è l’uomo (la donna rimane ai margini) e tutto il resto rimane non solo su gradini inferiori della scala naturale, ma anche a disposizione dell’uomo, nella cosmogonia indigena, l’uomo e la donna fanno parte e si sentono parte del mondo circostante. La cosmogonia rivela anche, un modo diverso di fare esperienza del Mistero, che esige anche modalità differenti di comunicarlo. La cultura azteca non trasmette i contenuti delle proprie esperienze, non solo religiose, ma anche storiche, attraverso dei testi scritti, ma con disegni. Questo aspetto della diversità della trasmissione dei contenuti della tradizione lo si constata in molti popoli. Anche in questo caso la Chiesa ha scritto pagine vergognose di inaudita violenza. Il processo di evangelizzazione dei popoli non è avvenuto solo con la predicazione, ma spesso e volentieri con la coercizione. Il dato peggiore è quando si è fatto di tutto per distruggere la cultura, la religione dell’altro. Come sostengono i teologi della liberazione, nei processi di evangelizzazione, non è solo il Vangelo che viene annunciato, ma anche il bagaglio concettuale specifico della cultura Occidentale, che ha plasmato la narrazione uniforme del Vangelo, trasformato in dottrina. 

Che cosa cela il modo in cui è avvenuto il processo di evangelizzazione nei confronti dei paesi latinoamericani e africani? Nasconde la non troppa velata presunzione di superiorità di una razza sull’altra, di una cultura che si arroga il merito di essere superiore delle altre. La forma di cultura espressa con la filosofia greca pensa di essere superiore alle culture che si sono affidate ad altri modo di trasmettere i saperi. È l’eterna lotta tra razionalità e arte, filosofia e poesia, ragione e passione, apollineo e dionisiaco. L’Occidente ha strutturato la propria cultura affidandosi ad un modo di pensare che sapesse creare ordine, un pensiero capace di dare sicurezza. Per questa operazione di tranquillità esistenziale, ha sacrificato il contenuto offerto dalla realtà in altri modi. Proprio questa operazione culturale manifesta la tendenza dominatrice e manipolatrice della cultura Occidentale così com’è venuta a strutturarsi nei secoli. Fin dai primi attimi in cui il logos si è imposto sul mito, debellando la religione popolare greca, si è percepito l’ebrezza della possibilità di controllare, dominare la realtà, manipolandola a proprio piacimento, per mettere tutto a proprio servizio. La realtà comprende anche la natura, le piante, gli animali, i fiumi, le montagne. La grande scoperta è stata quella di percepire che tutto poteva essere manipolato, perché il putno di partenza non era la realtà, ma l’uomo. L’antropocentrismo radicato sin nel midollo della cultura Occidentale ha portato a pensare che, chi viveva come parte della natura, non potevano che essere culture inferiori e, come tali, dovevano essere trattate. C’è stato un processo di modellamento della mentalità occidentale nel suo percorso di possibilità di manipolare la realtà. Il pensiero moderno, sorto sulle intuizioni della metafisica classica, esprime il massimo di possibilità della capacità di sistemare la realtà conforme a schemi prefissati dalla ragione umana. Rendere la realtà non solo intellegibile, ma proprio per questo, prevedibile, avrebbe voluto dire anticipare il futuro e orientare il presente in specifiche direzioni indicate dall’uomo. 

Aver identificato il contenuto del messaggio evangelico con un unico modo di dirlo, ha ridotto molto la possibilità creativa del Vangelo e della sua inculturazione. Gli effetti negativi di questa identificazione sono visibili soprattutto nella liturgia. Il processo di romanizzazione della liturgia in ogni parte del globo ha voluto esprimere l’identificazione della narrazione del Mistero con una sola possibilità e, contemporaneamente, la distruzione di altre forme possibili. La liturgia, più di ogni altro ambito, potrebbe essere lo spazio in cui è possibile manifestare le caratteristiche specifiche di una cultura. Entrando nello specifico dell’esperienza cristiana, il principio di Incarnazione del Verbo indica che il Mistero è entrato in un momento specifico della storia di un popolo, assimilandone la cultura. Se il cristianesimo vuole essere un messaggio universale deve intraprendere lo stesso percorso del verbo incarnato, vale a dire deve incarnarsi e inculturarsi nella cultura verso la quale intende rivolgersi. È nella liturgia che gli elementi culturali di un popolo divengono evidenti, perché la liturgia esprime il modo di un popolo di relazionarsi con il Mistero. Per giungere a celebrare liturgie inculturate occorre, prima di tutto, un lungo e lento lavoro di ascolto, per farsi consegnare quegli aspetti della cultura in grado di esprimere il Mistero celebrato in un determinato contesto. Se la liturgia è azione del popolo, perlomeno è questo il senso etimologico del termine, allora non è possibile un’azione che esprima il sentire del popolo senza osservare come si esprime, soprattutto quando entra in relazione con il Mistero. L’imposizione di un unico modello di liturgia valido per ogni popolo significa aver percorso il cammino contrario della manifestazione del Mistero, ma è chiaramente nell’ordine dell’imposizione della narrazione uniforme della sua interpretazione. La liturgia inculturata manifesta la bellezza della molteplicità in cui il Mistero si manifesta. C’è bellezza nella molteplicità, perché manifesta un cammino di libertà. C’è bruttezza nell’imposizione di un’unica forma liturgica, perché non riesce a nascondere la violenza frutto dell’imposizione. 


sabato 19 ottobre 2024

IL NOME DEL MISTERO

 




 

Paolo Cugini

Lo abbiamo sempre chiamato così: Dio. Sono secoli, millenni che il nome Dio risolve i problemi. Tutto ciò che non è possibile spiegare razionalmente o ragionevolmente può essere trasferito immediatamente alla parola Dio. Tutto ciò che di misterioso si è presentato nei secoli all’essere umano è stato risolto facendo appello a questa semplice parola: Dio. Quando gli eventi sono misteriosi, incomprensibili, difficili da spiegare, allora non ci resta altro che rifugiarci in Dio. Accade così anche oggi. Invochiamo Dio affinché ci aiuti in una determinata situazione della nostra vita divenuta complicata. Dio è un nome che se è vero, come vedremo, appartiene all’ambito religioso, ma è altrettanto vero che è sulla bocca di tante persone che non s’identificano con una specifica religione. È un aspetto così normale e spontaneo invocare il nome di Dio che, qualche filosofo, è arrivato a sostenere che è una idea innata, che troviamo dentro di noi al momento della nascita. Può darsi, anche, che a forza di pronunciare il nome di Dio da migliaia di anni, sia divenuto qualcosa di talmente presente alla nostra coscienza da renderlo reale.

Non c’è solamente, comunque, un’esperienza esterna di ciò che è misterioso che ci spinge a invocare Dio. Ci sono anche percorsi interiori dell’animo umano, che sperimenta la percezione di una realtà che non può essere classificata con i soliti criteri che mettiamo in atto nella vita quotidiana. Accade, per esempio, quando la malattia passa vicino a persone che amiamo e che ci spingono ad invocare quella forza che sembra essere capace di intervenire nella realtà modificandone l’orizzonte. Sono gli eventi estremi che ci spingono a pensare che esita una forza amica che può sistemare le cose, una forza nell’universo che ci conosce, sa cosa pensiamo e cosa sentiamo. Questa forza la chiamiamo Dio perché è il nome che abbiamo trovato nella nostra cultura e che viene utilizzato proprio in questi casi.

Il problema è che questo nome attraverso i secoli ha subito un tale rivestimento di significati da non riuscire più a coglierne l’essenza. Mi chiedo allora: è possibile dire Dio senza Dio? Sembra un gioco di parole, ma esprime una realtà molto profonda. È possibile provare a dire che cosa esprime il contenuto della parola dio mettendo da parte ciò che di Dio dicono le religioni?  C’è una forza nell’universo che, come tale, è immanente, cioè non è nel cielo così come l’hanno pensato gli antichi. Il cielo, di fatto, appartiene alla realtà immanente, perché fa parte dell’universo. è possibile dire Dio senza fare ricorso alla dimensione trascendente? Può sembrare blasfema una simile operazione anche perché da sempre Dio è stato pensato in questo modo: un essere trascendente che abita il cielo. Famose sono le parole di Aristotele che arriva a definire Dio come la causa di tutto, il motore immobile, che muove il mondo con la forza di attrazione. Un Dio, quello di Aristotele, così fuori dal mondo e dalla prospettiva immanente, da non poter pensare ciò che a lui è inferiore e da essere considerato come pensiero di pensiero. Interessante è notare che, proprio questa struttura filosofica, che è arrivata ad elaborare una concezione di Dio così mostruosa, è stata utilizzata dalla Chiesa cattolica per definire in modo sistematico i contenuti della propria esperienza di Dio: san Tommaso docet.

Ancora. È possibile dire Dio sganciandolo dalla prospettiva metafisica elaborata dalla filosofia greca? C’è un desiderio di liberazione, il desiderio, cioè, di liberare Dio dalla prigione dell’essere. Solo così, forse, è possibile iniziare una ricerca che riesca non tanto a dare un nome, ma un contenuto a quelle esperienze che possiamo definire spirituali, che vengono immediatamente associate ad una religione e, in questo modo, interpretata dai sistemi di concetti messi in atto da secoli. Per questo tipo di ricerca non ci si può affidare ai libri di teologia, ma a quelli di mistica e di spiritualità, anche se anche questi possono essere contaminati negativamente dalle scuole di pensiero teologico dell’epoca in cui sono stati scritti. E se andassimo da soli alla ricerca del senso di Dio? E se provassimo a liberarci in un colpo di tutti gli scaffali di libri che parlano di lui e provare a dire ciò che percepiamo con parole nostre, senza paura di essere giudicati? Solo a pensarci mi dà un brivido intellettuale spaventoso.

 

lunedì 14 ottobre 2024

COME DIRE IL MISTERO

 




 

Paolo Cugini

 

I problemi nascono quando si pensa di aver individuato il metodo per dire il Mistero e trasmetterlo in modo uniforme. Questo tentativo metodologico non è opera di coloro che ne hanno avuto esperienza, ma di coloro che desiderano sistemare e ordinare la realtà in tutte le sue manifestazioni.  Questo aspetto di un modo di dire univoco del Mistero in una griglia concettuale rigida e uniforme è avvenuto in modo particolare in Occidente ed ha riguardato la religione cristiana nella sua versione Cattolica. Secondo Ratzinger l’incontro del cristianesimo con il pensiero greco è stato provvidenziale e cioè non è stato semplicemente frutto del caso. Attraverso le categorie della filosofia greca, il cristianesimo ha pensato di spiegare ciò che con i semplici strumenti offerti dalla Bibbia non sarebbe mai riuscito a realizzare.

Il problema è che il Mistero non può essere detto in un modo e con un solo metodo. Proprio perché ci si trova dinanzi ad una realtà che è molto più complessa dei dati che incontriamo nella realtà e che riusciamo a spiegare con gli strumenti offerti dalla logica e dal discorso razionale, occorre lasciare aperto il campo ad altri modi di narrare il Mistero. Il cristianesimo ha veicolato un modo unico di dire il Mistero, autorizzando una unica proposta di pensiero, la filosofia classica, a fornire gli strumenti ermeneutici in gradi di spiegare gli aspetti rivelati del Mistero nella specifica esperienza cristiana. Per chi guarda dal di fuori e in modo distaccato il fenomeno, ci si rende conto di un’identificazione tra il Mistero e il modo di esprimerlo. Identificando il Mistero con l’essere dei filosofi, lo si è per così dire, incatenato, imprigionato, con l’aggravante che, chi ha imprigionato il Mistero identificandolo con l’essere, si sente l’unico garante della sua interpretazione.

C’è, dunque, una narrazione e una descrizione del Mistero, che non permette alternative. La dottrina prodotta per spiegare nei dettagli la natura del Mistero, facendo uso degli strumenti offerti dalla filosofia classica, è così univoca e rigida da non permettere la minima divergenza. La dottrina, per il fatto di avere la presunzione di dire il Mistero in modo certo, delegittima allo stesso tempo qualsiasi altro tipo di ricerca.