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mercoledì 14 settembre 2022

PERCHE’ LE COPPIE NON INVESTONO NELLA COMUNITA’ CRISTIANA?

 





Riflessioni a cuore aperto dopo il dialogo con i genitori che hanno chiesto di portare i loro figli al catechismo

Paolo Cugini

Sto terminando il colloquio con i genitori che hanno chiesto di introdurre i loro figli nel cammino della catechesi. Accanto ad alcune prese di coscienza, sto ponendomi anche alcune domande.

Pochissimi genitori dei bambini che sono stati iscritti al catechismo sono in chiesa alla domenica. C’è dunque, una scarsa relazione tra la richiesta fatta – chiedere che il bambino faccia la catechesi – e le scelte dei loro genitori. Questo dato mi lascia basito e mi chiedo: perché dei genitori che non frequentano l’eucarestia vogliono che i loro figli facciano il catechismo? Che senso ha? Perché costringono i loro figli a fare una cosa che non rientra nei loro progetti di vita? Perché portano i figli a messa mentre loro vanno al bar a bere un caffè? Che senso ha una cosa così? Non è una grande ipocrisia, una perdita di tempo?

 Senza dubbio in questi genitori non è chiaro che la messa è il centro della vita di fede, il culmine e la fonte da cui si genera la vita Cristiana. È stato Gesù Cristo, infatti a dire: fate questo in memoria di me. Il percorso del catechismo è un cammino che conduce ad approfondire la conoscenza di Gesù e della sua comunità, che si trova alla domenica per celebrarlo. Più chiaro di così! Devo disegnarlo?

Ho constatato il dato che pochissime coppie considerano la comunità parrocchiale una risorsa su cui investire, per un arricchimento spirituale e umano. Per la maggior parte dei genitori che ho incontrato, il catechismo dei propri figli è una cosa che va fatta e che la parrocchia deve dare. Non ci sono, dunque, motivazioni spirituali o ecclesiali, ma più che altro sociali: è giusto che mio figlio, mia figlia possa avere quello che gli altri hanno. Ho provato a spiegare che il catechismo non è obbligatorio, che lo Stato non interviene con l’esercito se un bambino non va al catechismo. La Chiesa è un’entità privata, con i suoi tempi, il suo calendario, i suoi riti. Facciamo delle proposte in linea con il Vangelo che c’ispira idee sempre nuove, ma aderisce chi vuole. Solo una signora si è messa in discussione sulle tante che ho incontrato. Nel catechismo noi proponiamo lo stile di vita di Gesù, che è una scelta libera: non è un obbligo.

In pochi c’è la consapevolezza di che cosa sia una comunità cristiana, che non è un’associazione e nemmeno la proloco. Pochissimi comprendono che la messa domenicale è il centro del cammino di fede di coloro che trovano in Gesù e nelle sue parole il senso della vita. Non a caso, nelle parrocchie i bambini con i loro genitori, spariscono letteralmente durante i mesi estivi. Ciò significa che, per queste famiglie, la catechesi non è altro che un corso come gli altri, che ha una sua durato e, alla fine, c’è il diploma. Ho provato varie volte a spiegarlo con il Vangelo alla mano che, in realtà, si tratta di un’altra cosa: non c’è verso.

 Forse è giunto il tempo per la Chiesa d’impostare una pastorale che non tenga conto dei numeri, che non stia più a preoccuparsi se tra i banchi c’è poca o molta gente. L’importante è che chi entra dalla porta della chiesa sia consapevole di ciò che sta facendo, sia desideroso di conoscere Gesù Cristo, il suo Vangelo. Forse arriveremmo ad avere comunità i persone che si vogliono bene, che si dedicano con gratuità e disinteresse al servizio dei fratelli e sorelle, soprattutto i più piccoli e bisognosi.  

martedì 10 maggio 2022

GENITORI FORTUNATI. VIVERE DA CREDENTI IL COMING OUT DEI FIGLI- UN LIBRO DA LEGGERE E MEDITARE

 





La Tenda di Gionata (a cura di), Genitori fortunati. Vivere da credenti il coming out dei figli, Effatà, Torino 2022.

Recensione di: Paolo Cugini

Non c’è verità più grande che quella sperimentata di persona. La forza della testimonianza personale non ammette discorsi che tentino di confutarla: è la forza dell’evidenza. È questo dato che si percepisce leggendo le testimonianze di alcuni genitori “fortunati”, per dirla con il titolo del libro, testimonianza che ribalta il modo di sentire comune, impastato di pregiudizi a basso prezzo. È il principio di realtà che è capace di scardinare le presunte certezze, che sembrano invincibili quando sono sorrette da dottrine religiose e supportate dalla cultura patriarcale. È il cuore di una mamma, l’amore di un padre che sono capaci di cogliere la realtà delle cose, comprendere la verità di un figlio, una figlia che fa coming out, liberandoli, così, dal dolore provocato dall’isolamento e dal giudizio del mondo circostante. Le testimonianze di Mara e Agostino, Dea, Corrado e Michela, Maria Rosaria, Anna, Serenella e Salvatore, in modi diversi sono rivelative, nel senso che manifestano la presenza del Mistero nelle situazioni più impensabili. Leggendo queste pagine si coglie tutta la sofferenza e il timore dei giovani che vanno dai loro genitori per dire-rivelare la propria identità e, dall’altra parte, la sofferenza, lo smarrimento di adulti impreparati dinanzi a tali rivelazioni. Pagine cariche di amore, di persone che decidono di lasciarsi guidare dal cuore, di dar valore ai propri sentimenti, le proprie sensazioni, di ascoltare la propria coscienza, per mettere in grado l’intelligenza di riconoscere ciò che è autentico e, in questo modo, iniziare il processo di smascheramento e di decostruzione delle pseudo verità assimilate inconsciamente dalla cultura e dalla religione. Accettare il coming out dei figl*, soprattutto per chi vive in un ambito religioso, esiger coraggio, amor proprio, fiducia in se stessi, fede in Dio e nei suoi progetti misteriosi, la percezione che non si è mai arrivati e che le verità più profonde esigono umiltà, disponibilità all’ascolto, la decisione intelligente di dedicare tempo alla novità emersa. Tutto questo percorso non è segnato esclusivamente dalla sofferenza interiore, da un malessere generalizzato, dalla sensazione di aver sbagliato tutto. Il cammino intrapreso da questi genitori li conduce ad essere persone nuove, a scoprire mondi nuovi e, così, a giungere a ringraziare Dio per il dono di una figlia lesbica, di un figlio omosessuale e di essere, in fin dei conti, dei genitori fortunati, sommamente fortunati, benedetti da Dio. C’è di più. Leggendo queste testimonianze e ascoltandole di persona, come in alcuni casi mi è capitato, c’è la percezione che questi genitori avvertono la responsabilità di non tenere solamente per sé questa gioia, questa preziosa scoperta inaudita, ma di comunicarla, di aiutare altri genitori ad avere l’umiltà e la pazienza di mettersi in cammino con i propri figl*.

Il volume, che era nato come raccolta di alcune testimonianze di genitori con figl* LGBT+, è stato in seguito arricchito da alcuni contributi significativi, che aiutano i credenti a cogliere più in profondità il fenomeno in questione. Tra questi, intendo evidenziarne due. Il primo, è del biblista di Torino Gian Luca Carrega, da anni impegnato ad accompagnare i cristiani LGBT+ della sua diocesi, analizza i testi che parlano nella Bibbia di omosessualità. In modo particolare, sono da segnalare l’analisi proposta per i due brani più famosi, che spesso vengono utilizzati dai cattolici tradizionalisti per sostenere tesi omofobe. Il primo è Genesi 19,1-11, che narra il tentativo da parte degli abitanti di Sodoma di abusare sessualmente di due ospiti della casa di Lot. Carrega fa notare che: “lo stupro degli ospiti non è legato ad una attrazione nei loro confronti, ma al desiderio di sottometterli fisicamente e di esprimere il dominio sugli stranieri” (p.70).  L’analisi comparata con un altro testo della Scrittura, vale a dire Giudici 19,15-28, mostra come i violentatori non fanno alcuna differenza tra maschi e femmine, “ma desiderano soltanto imporre la legge del branco che non tollera la presenza di stranieri nel proprio territorio” (p. 71). Uno dei grandi insegnamenti della Dei Verbum, il documento del Concilio Vaticano II sulla Parola di Dio, è stato proprio quello di uscire da una lettura fondamentalista della Scrittura, per imparare a contestualizzare i testi, per cercare di cogliere quello che Dio voleva dire alla comunità in quel determinato contesto culturale. Spesso il rischio, nelle comunità cristiane, abituate a leggere la Parola alla lettera, consiste nel far passare come parola di Dio ciò che, invece, ad una lettura attenta, emerge come dato culturale dell’epoca dell’autore. È proprio ciò che viene messo in risalto dall’analisi di Carrega del brano indicato e anche dall’altro brano famoso: Romani 1, 26-27. In questi versetti c’è un’affermazione piuttosto dura di Paolo nei confronti delle donne “che hanno cambiano i rapporti naturali in quelli contro natura”. Secondo Carrega, anche in questo caso occorre inquadrare il testo all’interno del contesto culturale del tempo di Paolo. “L’apostolo non biasima le donne che si concedono a questi rapporti, ma censura i loro mariti che permettono questi comportamenti” (p.75). In una società maschilista è l’uomo che deve vigilare sulla condotta della donna e, le sue eventuali trasgressioni, ricadono sotto la sua diretta responsabilità. Carrega aiuta il lettore, dunque, a leggere in modo più attento e approfondito questi e altri passi biblici, per imparare ad uscire dalla logica di forzare la Bibbia per ottenere un sostegno alle proprie presunte ragioni e immettersi, così, in un cammino di ascolto, che è l’unico modo per permettere alla Parola di penetrare nel cuore e cambiarlo.



L’altro contributo che desidero indicare come apporto significativo per la comprensione delle testimonianze, che si trovano nella prima parte del libro, è quello del giovane filosofo Damiano Migliorini: spunti di antropologia relazionale. Il tema dell’omosessualità chiama in causa non solo la prospettiva religiosa, ma anche l’idea di uomo, donna, in una parola: la prospettiva antropologica. Anche in questo caso, come per la Bibbia, molte idee strane ce le facciamo assorbendo dal contesto culturale e sociale in cui viviamo e, con questo armamentario superficiale, pronunciamo sentenze inappellabili su realtà che a mala pena conosciamo. Nonostante la giovane età, sono ormai alcuni anni che Migliorini sta proponendo una riflessione antropologica che prenda le distanze dal dualismo di tipo platonico, che ha modellato la cultura occidentale, per sperimentare il cammino della relazionalità, vale a dire, della percezione che la nostra identità si modella a partire dalle relazioni che vive. “Il soggetto è costitutivamente relazionale: dai gesti, alle esperienze nel grembo, attraverso tutte le interazioni soggettive” (p. 95). Facendo riferimento alla filosofa Martha Nussbaum, Migliorini ci ricorda che nelle relazioni entrano in gioco le emozioni che, a differenza di ciò che si pensa, non sono mai pure, ma anch’esse vengono costruite socialmente già al tempo dell’infanzia. C’è un cammino che compiamo nel quale abbiamo la possibilità di apprendere dalle nostre emozioni, provocate anche dalle relazioni che ci troviamo a vivere. Dalla complessa interazione di fattori corporei e psicologici “si determinano molte esistenze umane, varianti naturali dell’unica umanità: intersessuali, transessuali, omosessuali, eterosessuali…e la lista sarebbe piuttosto lunga” (p.102). La riflessione antropologica deve, a sua volta, aiutare l’etica a non formulare indicazioni astratte, ma che sappiano tener conto che, la definizione di ciò che è normale e patologico “è sempre legata al momento storico e ai dispositivi di potere in essi presenti”. Il discorso sull’omosessualità coinvolge aspetti culturali che, se non analizzati in profondità, rischiano di essere assolutizzati e condizionare il dibattito antropologico a scapito di una comprensione distorta della realtà delle cose. Questo pericolo è ben evidente tutte le volte che si entra nel campo della determinazione della natura dell’uomo. Spesso si spaccia come verità assoluta sulla natura umana, ciò che, in realtà, non è altro che, come ricorda Migliorini, un “deposito culturale”, una “curvatura epistemica” (p.105). Il contributo dell’antropologia culturale da una parte e delle scienze storiche dall’altra, hanno permesso al dibattito sul tema della natura umana, di non scivolare nelle sabbie mobili delle culture, per riuscire a portare il discorso sulla natura nell’ambito dell’antropologia relazionale, svincolandolo, in questo modo, da presupposti metafisici ormai obsoleti.



Il libro contiene anche alcune sagge raccomandazioni ai genitori con figli LGBT+, di Gianni Geraci, che da decenni accompagna il cammino ecclesiale di tanti cristiani LGBT+; le riflessioni della pedagogista Alessandra Bialetti sul coming out in famiglia e la toccante testimonianza di suor Jeannine Gramick, che condivide alcune considerazioni sull’esperienza fatta assieme a padre Robert Nugent con un gruppo di lesbiche e gay a Philadelphia. Si tratta, dunque, di un testo nuovo nel suo genere, che offre spunti di riflessione e un materiale approfondito, utile sia per la lettura personale che per cammini formativi con gruppi.

 

 

venerdì 29 aprile 2022

ADOLESCENTI, AFFETTIVITA’ E SESSUALITA’: PARLIAMONE




 Paolo Cugini

Il mondo degli adolescenti, da sempre, non è di facile accesso. È un periodo delicato della vita, fatto di cambiamenti, di formazione dell’identità e, in questo cammino, la dimensione affettiva e sessuale ha un ruolo rilevante. Su questi argomenti spesso gli adolescenti sembrano sicuri, a volte spavaldi, ma in realtà c’è molta confusione e insicurezza sull’argomento. È, inoltre, difficile incontrare persone competenti e capaci di accompagnare gli adolescenti in questa fase delicata della vita e, soprattutto, capaci di offrire loro più che delle risposte, degli strumenti in grado di aiutarli a comprendere il proprio vissuto affettivo.

Le parrocchie di Dodici Morelli, Galeazza, Palata Pepoli e Bevilacqua, hanno pensato di rivolgersi per questo tipo di servizio pastorale, a Elena Ferrari, pediatra e sessuologa di Reggio Emilia, madre di due figli e da anni presente sul territorio con questo tipo di attenzione. Abbiamo realizzato due incontri: uno con i ragazzi e uno con i genitori. L’obiettivo degli incontri è stato quello di sondare il terreno, vedere e capire che cosa sta bollendo nella pentola dell’affettività e sessualità adolescenziale negli adolescenti del nostro territorio e, inoltre, comprendere dai genitori la disponibilità ad un percorso formativo sul tema in questione. “Occorre aiutare gli adolescenti – ha affermato Elena Ferrari- a capire che affettività e sessualità sono un dono bellissimo che il Signore ci ha fatto.  Nessuno parla di come imparare a conoscersi e a conoscere l’altro.  Sessualità come valore e come dono, come rispetto di sé del proprio corpo e del corpo dell’altro. Abituarsi a confrontarsi con le emozioni, sentimenti, anche quelli che ci hanno fatto soffrire”.

Elena Ferrari, pediatra e sessuologa di Reggio Emilia


È questo un primo passo fondamentale, perché permette agli adolescenti un bagno di realtà su un tema che spesso viene presentato in modo artefatto e fuorviante. La pediatra ci ha ricordato che oggi il problema vero non è la sessualità vissuta, ma è la sessualità virtuale. Gli adolescenti, dicono le ricerche, fanno sempre più uso della sessualità in internet. Secondo alcune ricerche apparse recentemente sui giornali, In Italia l’età media di accesso al porno è 11 anni. “Non c’è niente di peggio che la pornografia perché crea dipendenza. Sarebbe importante – ha continuato la Ferrari - tenere aperto come genitori un canale di comunicazione, facendo passare un messaggio positivo sulla sessualità, senza demonizzare. Spesso i ragazzi sono soli”.

Oggi i ragazzi/e si sentono pronti per gestire delle relazioni intime, ma sono poco informati, molto confusi e mettono alla porta la dimensione affettiva. Gli adolescenti iniziano a sperimentare la sessualità in età sempre più precoce e senza consapevolezza dei rischi. Per questo è importante costruire attorno a loro punti di riferimento ai quali potersi rivolgere e, un percorso formativo di questo livello, non può che giovare sia loro che alla serenità dei genitori.

 Per arginare questa solitudine su un tema delicato come questo, nell’incontro con i genitori, alla fine del dibattitto con Elena Ferrari, si è deciso di dare continuità al percorso formativo e di estenderlo anche ai preadolescenti delle medie. Ci vediamo a ottobre. 

lunedì 24 gennaio 2022

IL TEMPO DEI FIGLI





 INCONTRO GENITORI QUATTRO PARROCCHIE

SABATO 22.1.2022 – ORE 15,30

 


 Paolo Cugini


1 Non fare troppo per i tuoi bambini. Non cercare di riempire la vita dei tuoi figli di decine di attività, anche se ti può sembrare utile per la loro crescita e per ottimizzare il tempo quando sei fuori per lavoro. Allo stesso tempo non riempirli di cose, di oggetti, di giochi con i quali passare il tempo, anche se sono giochi educativi. Se vuoi davvero educare e infondere i tuoi valori nei tuoi bambini, è meglio che passi del tempo con loro facendo attività insieme. Ci vuole pratica, ripetizione e soprattutto dedizione per avere un impatto positivo sullo sviluppo del carattere dei tuoi bambini. Lasciare degli spazi vuoti per stimolare la creatività dei figli. 

2 Impara a delegare. Uno dei più grandi sprechi di tempo nella tua famiglia è che tu, come genitore, cerchi di fare tutto. Delega! Ai bambini possono essere assegnate alcune faccende domestiche: se possono camminare e parlare, sono esseri umani capaci. Possono fare i loro letti, raccogliere i loro giochi, aiutarti a caricare la lavastoviglie, buttare nella pattumiera il pannolino che gli hai appena cambiato e con un po’ di inventiva e buon senso puoi coinvolgerli nelle attività quotidiane. Bisogna dar loro fiducia. 

3 Stabilisci le priorità. Quando dici sì a un’attività, stai dicendo no a qualcos’altro, perché non puoi fare tutto. Se la tua priorità è quella di trascorrere del tempo di qualità con i tuoi figli, allora dedicare la tua attenzione ad altre attività potrebbe non essere allineato con i tuoi valori. Devi prima decidere quali sono le tue priorità e cos’ha più valore nella tua vita. Poi, quando ti vengono presentate opportunità che richiedono tempo – e capita più spesso di quanto pensi – puoi essere più preparato per determinare a quali cose vuoi dire sì e quali vuoi rifiutare.

Imparare a organizzare le proprie attività quotidiane e a sfruttare bene il tempo è importante anche per i bambini. Andare a scuola, fare i compiti a casa e avere anche tempo per giocare… si può fare tutto con un po’ di pianificazione e se i genitori riescono a insegnare ai bambini che a ogni attività è riservato un momento preciso.

Gli orari di mamma e papà condizionano la vita quotidiana dei più piccoli. Quando entrambi lavorano tutto il giorno o quando solo uno dei due può occuparsi della casa, si tende a riempire la vita dei figli di attività. In questo modo si finisce per stravolgere completamente la loro gestione del tempo. Che i bambini saltino da un’attività all’altra, tuttavia, non significa che sappiano sfruttare bene il tempo. È anzi probabile che anche noi, in quanto genitori, non riusciamo a gestirlo al meglio. Eppure, insegnare ai bambini a organizzare il proprio tempo è senz’altro importante, trattandosi di una competenza che farà parte del loro bagaglio educativo.


 

1 Non fare troppo per i tuoi bambini. Non cercare di riempire la vita dei tuoi figli di decine di attività, anche se ti può sembrare utile per la loro crescita e per ottimizzare il tempo quando sei fuori per lavoro. Allo stesso tempo non riempirli di cose, di oggetti, di giochi con i quali passare il tempo, anche se sono giochi educativi. Se vuoi davvero educare e infondere i tuoi valori nei tuoi bambini, è meglio che passi del tempo con loro facendo attività insieme. Ci vuole pratica, ripetizione e soprattutto dedizione per avere un impatto positivo sullo sviluppo del carattere dei tuoi bambini. Lasciare degli spazi vuoti per stimolare la creatività dei figli. 

2 Impara a delegare. Uno dei più grandi sprechi di tempo nella tua famiglia è che tu, come genitore, cerchi di fare tutto. Delega! Ai bambini possono essere assegnate alcune faccende domestiche: se possono camminare e parlare, sono esseri umani capaci. Possono fare i loro letti, raccogliere i loro giochi, aiutarti a caricare la lavastoviglie, buttare nella pattumiera il pannolino che gli hai appena cambiato e con un po’ di inventiva e buon senso puoi coinvolgerli nelle attività quotidiane. Bisogna dar loro fiducia. 

3 Stabilisci le priorità. Quando dici sì a un’attività, stai dicendo no a qualcos’altro, perché non puoi fare tutto. Se la tua priorità è quella di trascorrere del tempo di qualità con i tuoi figli, allora dedicare la tua attenzione ad altre attività potrebbe non essere allineato con i tuoi valori. Devi prima decidere quali sono le tue priorità e cos’ha più valore nella tua vita. Poi, quando ti vengono presentate opportunità che richiedono tempo – e capita più spesso di quanto pensi – puoi essere più preparato per determinare a quali cose vuoi dire sì e quali vuoi rifiutare.

Imparare a organizzare le proprie attività quotidiane e a sfruttare bene il tempo è importante anche per i bambini. Andare a scuola, fare i compiti a casa e avere anche tempo per giocare… si può fare tutto con un po’ di pianificazione e se i genitori riescono a insegnare ai bambini che a ogni attività è riservato un momento preciso.

Gli orari di mamma e papà condizionano la vita quotidiana dei più piccoli. Quando entrambi lavorano tutto il giorno o quando solo uno dei due può occuparsi della casa, si tende a riempire la vita dei figli di attività. In questo modo si finisce per stravolgere completamente la loro gestione del tempo. Che i bambini saltino da un’attività all’altra, tuttavia, non significa che sappiano sfruttare bene il tempo. È anzi probabile che anche noi, in quanto genitori, non riusciamo a gestirlo al meglio. Eppure, insegnare ai bambini a organizzare il proprio tempo è senz’altro importante, trattandosi di una competenza che farà parte del loro bagaglio educativo.

 

venerdì 25 agosto 2017

ESSERE FIGLI NELLA SOCIETÀ POST CRISTIANA



RIFLESSIONI A PARTIRE DALL'ULTIMO LIBRO DI MASSIMO RECALCATI

Paolo Cugini

Con Il segreto del figlio[1], lo psicoterapeuta Massimo Recalcati porta a compimento una sorta di trilogia dedicata alle figure del padre[2]e della madre[3], nello sforzo di ripensare i ruoli del tessuto familiare alla prova dei nuovi paradigmi che la società post moderna sta imponendo. Ci sono dei cambiamenti in atto che non solo sono epocali, ma che stanno producendo dei cambiamenti così rapidi che esigono la necessità di essere compresi per non correre il rischio, come spesso accade, di trasferire nel presente modelli educativi ormai obsoleti.
Secondo Massimo Recalcati “mai nessun tempo come il nostro ha dedicato tanta attenzione premurosa al rapporto fra genitori e figli. Il figlio assomiglia sempre di più a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi”. Nell’epoca in cui si è sgretolata la figura del padre e la presenza della madre è sempre più ambigua, si cerca sempre di più, sino al parossismo, il dialogo con i figli, l’empatia. Questo sforzo ha prodotto con il tempo un’alterazione della differenza simbolica che distingue i figli dai genitori, al punto che i figli rivendicano la stessa dignità simbolica dei loro genitori, gli stessi diritti, le stesse opportunità. La perdita di significanza del fine, tipico della società post cristiana, assume i contorni della formazione di un nuovo paradigma culturale che sta contaminando tutti i settori della vita, compreso quello famigliare. È vero che oggi non esiste più lo sguardo severo e punitivo della Legge del padre, che per secoli ha schiacciato la vita del figlio sotto il peso della colpa. È vero anche che, in un certo senso, è alle spalle quel tempo in cui la società religiosa rivelava il volto repressivo esigendo il sacrificio morale del desiderio. È altrettanto vero, però, che sembriamo vivere il paradossale capovolgimento di questa situazione. “L’assenza della Legge e del senso di colpa – sostiene Recalcati – hanno generato una nuova forma di umanità insensibile alla vita dell’altro e alla sua differenza, capace d’interpretare la vita in una modalità esclusivamente predatoria”.
Il rischio di questa nuovo prospettiva è l’azzeramento di ogni senso di responsabilità. La vita del figlio sembra dover prodursi nel cammino di una realizzazione di sé che esclude il tempo necessario della fatica e della sconfitta. “La cultura oggi dominante dell’empatia e del dialogo incessante vorrebbe smussare gli spigoli duri della vita, consentendo ai nostri figli un cammino privo d’inciampi e di ostacoli”. Non si percepisce più che la vita per evolversi e svilupparsi ha bisogno d’incontrare ostacoli e che questi sono parte essenziale del cammino della crescita. Proteggere i figli dagli ostacoli significa non permettere loro di crescere, di misurarsi con la realtà, di attivare la propria capacità di adattamento alle situazioni. L’intelligenza, infatti, più che identificarsi con un voto scolastico, si manifesta nelle modalità messe in atto per adattarsi ai diversi ambienti e alle difficoltà incontrate. La cosa peggiore che può avvenire a dei genitori è pensare che comprendere i propri figli significhi fare di tutto per rendere loro facile la vita, sempre in discesa, priva di pericoli e di ostacoli. Sono, invece, proprio gli ostacoli, le difficoltà che permettono ai figli di crescere, di divenire, in altre parole, loro stessi. In un certo senso, è proprio affrontando i pericoli della vita che un figlio scopre la propria differenza, il proprio essere diverso dai genitori. È quello che Recalcati chiama il segreto del figlio, vale a dire il suo essere altro dai genitori, che l’illusione dell’empatia, dello sforzo d’immedesimazione messo in atto dai genitori verso i figli, vuole cancellare. Il figlio, per sua natura, si ribella all’eredità che gli altri gli hanno preparato.
Questa dinamica è ben visibile nella parabola del figliol prodigo raccontata nel Vangelo di Luca. “Dammi la parte che mi spetta”. Nella parabola di Luca il viaggio del figlio nasce con una falsa partenza, quella della proclamazione di una libertà che respinge il debito simbolico. “È il velleitarismo di molti adolescenti ribelli che fondano la loro libertà sul consumo di sostanze più che sull’interpretazione dell’eredità come compito, come riconquista soggettiva”. Il destino del figlio sembra sprofondare in un godimento dissociato dal desiderio. Nel suo viaggio non c’è amore, né conoscenza, né realizzazione professionale o umana. In ogni modo il viaggio del figlio esprime un dato incontrovertibile, vale a dire il fatto che la famiglia non può mai esaurire l’orizzonte del figlio. Appartenere ad una famiglia non significa e, soprattutto, non comporta l’identificazione. Recalcati, commentando il brano di Luca, sostiene che “appartenenza ed erranza sono due poli egualmente fondamentali del processo di umanizzazione della vita […] I figli necessitano di trovare nei propri genitori degli ostacoli anche quando questi non lo sono perché il conflitto custodisce la differenza simbolica tra le generazioni ed è dunque un passaggio indispensabile alla formazione della vita”.
Che cosa dice di significativo la figura del padre protagonista nella parabola del figliol prodigo? In primo luogo, che la Legge che lui incarna è a servizio della vita e non il contrario. Per questo lascia andare il figlio e lo asseconda nelle sue esigenze. È un padre che sa stare al proprio posto, che accetta la differenza del figlio, permettendogli, in questo modo, di realizzare il suo desiderio. Non lo condanna a morte, ma lo lascia andare; non gli chiude la porta di casa, ma lo avvolge nel silenzio che dice del rispetto di un’alterità che deve rimanere tale. 
Il viaggio ha cambiato il figlio, lo ha reso profondamente diverso da quello che era quando è partito. Possiamo dire che senza la rottura iniziale, senza il viaggio il figlio non avrebbe mai scoperto se stesso. Il viaggio ha trasformato il suo essere. “Solo l’erranza, non l’identità chiusa su se stessa, può generare conoscenza”. È lo scontrarsi con le situazioni della vita che permette al figlio di divenire altro, di scoprire se stesso, di capire chi è. Se fosse rimasto nella casa del padre – com’è successo all’altro figlio -, se fosse rimasto intrappolato dalla paura della Legge, non avrebbe mai avuto la possibilità di sapere chi era, nel bene e nel male. Il figlio che torna è molto diverso dal figlio che era partito: è un’altra persona. Recalcati sottolinea che, quando il figlio decide di ritornare a casa, l’incontro con il padre si rivela un’autentica sorpresa. Infatti, mentre il figlio si attendeva la punizione della Legge, riceve dal padre un’accoglienza carica d’affetto e d’amore. Da parte del padre non c’è nessuna applicazione inesorabile della Legge, ma un movimento, un correre che dice della logica dell’amore. Il perdono implicito del padre nell’abbraccio al figlio, rende possibile il pentimento come trasformazione autentica. Il perdono dona la possibilità di un’altra occasione, di un’altra possibilità. Il figlio ha potuto ritrovarsi perché si è perduto e perdendosi ha avuto la possibilità di conoscere la verità del padre. Non solo, ma perdendosi ha potuto vivere fino in fondo le asperità del reale. Al contrario, il figlio che rimane all’ombra del padre, non può fare la festa del ritrovamento. “Il padre di cui parla la parabola di Gesù – conclude Recalcati – è il padre che sa amare il segreto del figlio, che lo sa lasciare andare verso la sua strada e che lo sa anche attendere, amare, perdonare […] Il Padre che sa perdonare è il padre che sa amare, che sa esporsi senza riserve all’incognita del figlio, che sa tramontare”.
Il perdono non nasconde le crepe di una relazione interrotta, ma le valorizza, anche perché il figlio ritornato non è più lo stesso e il perdono non riporta alla situazione iniziale, ma sancisce la realtà di una presenza diversa del figlio. Il perdono del padre verso il viglio dice della sua libertà nei confronti del figlio, dice che in lui non è avvenuto un processo d’identificazione, ma che l’essere padre comporta che il figlio compi il suo cammino. Il perdono del padre non significa quindi, la ricostruzione del punto di partenza, ma l’accettazione delle rotture avvenute, nella consapevolezza che le lacerazioni e le rotture sono parte costitutiva del cammino.
Che cosa dice questa parabola ai genitori che vivono nell’epoca della post cristianità? Secondo Recalcati nel tempo in cui tramonta la Legge che punisce e castiga “il compito primo dei genitori è quello di aver fede nel segreto incomprensibile del figlio e nel suo splendore. Non esigere che la sua vita ripercorra le nostre orme, che condivida i nostri interessi, che ripeta la nostra vita. Lasciare invece che il figlio nel suo viaggio possa perdersi e smarrirsi, che possa conoscere la sconfitta e la ferita per trovare il proprio passo”.
È certamente questa di Recalcati un’affermazione in controtendenza, ma che mi trova d’accordo. Il figlio è un dono di Dio e, proprio per essere un dono, mantiene in sé non solo un aspetto di gratuità, ma anche di mistero. Il mistero del figlio racchiuso nel dono è un invito ai genitori per realizzare un cammino alla ricerca di sé stessi, delle proprie motivazioni, di ciò che nell’infanzia o nella giovinezza è stato represso o nascosto a se stessi. Il figlio come dice di una diversità che deve rimanere tale e che non può essere fagocitata e schiacciata nelle proiezioni affettive di paternità e maternità non risolte e insoddisfatte. Il mistero del figlio è un’occasione occasione donata da Dio ai genitori per riprendere il viaggio della conoscenza di se stessi, per riprendere in mano un cammino a volte interrotto a causa del vortice dei ritmi impressi dalla società nella quale ci si trova inseriti.




[1] RECALCATI, M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, Milano 2017
[2] ID., Che cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina ceditore, Milano 2011
[3] ID, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli, Milano 2015

lunedì 26 settembre 2016

LETTERA AI GENITORI CHE CHIEDONO I SACRAMENTI PER I LORO FIGLI






Carissimi mamma e papà,
avete bussato alla porta della Chiesa per chiedere i sacramenti per i vostri figli: a nome della comunità vi ringrazio per questo passo, perché significa che per voi la nostra proposta è positiva.
Ne approfitto, allora, per spiegarvi il gesto che avete compiuto.

Bussare alla chiesa per chiedere i sacramenti dei vostri figli significa, prima di tutto, il desiderio di permettere loro di entrare a far parte della nostra comunità, del nostro cammino. Noi siamo una comunità di persone che cercano di vivere il messaggio di Gesù Cristo. Per noi questo messaggio è una proposta di vita nuova, che trova nel Vangelo i suoi contenuti principali. Nella comunità ci sforziamo, pur consapevoli dei nostri limiti, di vivere il più possibile in comunione, cercando di creare ponti di pace con tutti coloro che ci circondano. Desideriamo un mondo di giustizia, per questo lottiamo contro le disuguaglianze, impegnandoci per un mondo più giusto e solidale. Come ci ha insegnato il Signore Gesù siamo attenti ai nostri fratelli e sorelle più deboli: ci organizziamo per aiutare i poveri (Caritas), per visitare i malati e le persone sole (ministri straordinari dell’Eucarestia). Nelle nostre strutture (Oratorio) accogliamo tutti i giorni i bambini di ogni nazione e religione, che chiedono aiuto per i compiti o che vogliono trascorrere qualche ora a giocare. Proponiamo ai ragazzi e ai giovani percorsi formativi per crescere in umanità e spiritualità.

Come ci ha chiesto il Signore (Fate questo in memoria di me) ci troviamo alla domenica per ascoltare la sua Parola e alimentarci di Lui. È questo il momento centrale nella comunità e una bambino che chiede di ricevere i sacramenti dovrebbe essere aiutato a capire l’importanza di partecipare. Prepariamo la messa domenicale con molta cura. Durante la settimana (al martedì dalle 21 alle 22 a Roncina) ci troviamo per leggere e meditare le letture della domenica successiva. La messa domenicale è poi animata da canti, da persone che leggono, da gente che si dà da fare affinché tutto proceda bene. Senza la domenica noi non siamo nulla. È una frase molto forte utilizzata dai cristiani delle prime comunità per esprimere l’importanza che loro attribuivano al giorno del Signore. È la domenica che ci dà l’identità di cristiani, perché ci permette di stare con Lui, ascoltare la sua Parola, sentire la sua presenza. Nella nostra comunità tutto nasce e si sviluppa dalla messa della domenica. Per questo più che un obbligo, noi cristiani lo sentiamo come una necessità, una priorità della nostra vita. Come faremmo, infatti, ad affrontare l’egoismo di questo mondo, le cattiverie, le gelosie, le invidie, le ingiustizie se non avessimo la possibilità d’interiorizzare il pensiero del Signore, di stare con Lui, di vivere come Lui e di Lui?

Per questo noi della comunità rimaniamo molto confusi quando constatiamo che i bambini che avevano chiesto di ricevere i sacramenti della comunione e della cresima, non frequentano la messa domenicale. Anche perché ricevere i sacramenti non è un obbligo, ma un desiderio di vivere lo stile del Signore. E allora ci chiediamo: perché chiedete che i vostri figli ricevano i sacramenti e poi non frequentano la comunità e, soprattutto, il giorno del Signore che è la fonte e il culmine di tutta la nostra vita, del nostro cammino? I sacramenti sono i segni che il Signore ha lasciato della sua presenza. Non sono quindi cose che si possono acquistare, ma doni che si possono solo accogliere e li accoglie chi li desidera e li desidera chi vuole seguire il Signore per stare con Lui e vivere di Lui.

La catechesi settimanale e la messa domenicale sono in sintonia tra di loro: l’una ha bisogno dell’altra. Infatti, durante la catechesi proponiamo percorsi che cercano di presentare quello stile di vita di Gesù che poi incontriamo alla messa della domenica.

Carissimo papà e carissima mamma, siamo molto contenti della vostra presenza. Se siete abituati a frequentare, queste parole hanno semplicemente rafforzato la vostra scelta. Se invece, per tanti motivi, non frequentate molto la Chiesa, queste parole hanno l’obiettivo di aiutarvi nel discernimento, nel capire se è proprio questo che volete per i vostri figli. Nel rispetto delle reciproche libertà vorremmo che prendeste sul serio queste parole. Ancora una volta vi diciamo: non siamo una bottega che distribuisce cose, ma una comunità felice di vivere il Vangelo del Signore.

A nome della comunità vi saluto. La pace del Signore sia con voi

Reggio Emilia, 26/09/2016 
Don Paolo Cugini


domenica 25 settembre 2016

ORIENTAMENTI PER L'ANNUNCIO E LA CATECHESI IN ITALIA


SINTESI




INCONTRIAMO GESÙ
 ( CEI - 2014)

Sintesi: Paolo Cugini

Incontriamo Gesù è un documento che vuole orientare la pastorale catechistica per quanto le compete aiutandola a ridefinire i suoi compiti all’interno dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, intesa come orizzonte e processo.

L’obiettivo dell’annuncio e della catechesi è la conversione e la formazione e l’assunzione del pensiero di Cristo: «Pensare secondo Cristo e pensare Cristo attraverso tutte le cose» (San Massimo il Confessore). Per questo l’azione catechistica necessita di legami integranti con l’esperienza celebrativa e con quella caritativa, nonché della valorizzazione di particolari momenti – quali la richiesta del Battesimo, della Confermazione e della prima Comunione – per un cammino di relazione e di incontro con la famiglia, in una prospettiva pastorale attenta a mantenere il carattere popolare dell’esperienza ecclesiale.
Il titolo «Incontriamo Gesù» esprime sinteticamente l’obiettivo cui tende la formazione cristiana: l’incontro di grazia con Gesù. Il verbo posto alla prima persona plurale sottolinea (come nei simboli di fede) la dimensione ecclesiale di questo incontro, intendendo mostrare sia la dimensione del discepolato sia la dinamica della testimonianza.

Incontriamo Gesù vuole aiutare le nostre chiese, oggi, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, a quarantacinque anni dal DB, nel tempo di una rinnovata evangelizzazione, e dopo l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, a rafforzare una comune azione pastorale nell’ambito della catechesi ed uno slancio comune nell’annuncio del Vangelo.
Il testo presenta un indice assai semplice. Una breve analisi di 1Ts 1-2 accompagna i singoli capitoli: si tratta di un testo denso di significato, probabilmente il più antico del Nuovo Testamento, che mostra come l’avventura dell’evangelizzazione sia una dimensione originaria nonché originante della Chiesa. In quattro capitoli Incontriamo Gesù vuole descrivere l’azione evangelizzatrice dalla comunità cristiana ed il primato della formazione cristiana di adulti e giovani (I cap.), si sofferma sul primo annuncio (II cap.), si concentra sull’Iniziazione cristiana (III cap.), ed infine  evidenzia (IV cap.).

Incontriamo Gesù presenta quattro caratterizzazioni fondamentali. L’assoluta precedenza della catechesi e della formazione cristiana degli adulti, e, all’interno di essa, del coinvolgimento delle famiglie nella catechesi dei piccoli. Si tratta di valorizzare tutta l’azione formativa (che comprende anche liturgia e testimonianza della carità) in chiave «adulta». L’ispirazione catecumenale della catechesi con una esplicita attenzione all’Iniziazione cristiana degli adulti (Catecumenato) ed insieme una forte attenzione al dono di grazia operato da Dio, alla scelta di fede, agli itinerari, ai riti, alle celebrazioni e ai passaggi che scandiscono il cammino. La formazione di evangelizzatori e catechisti e – in forma curriculare e permanente – la formazione dei presbiteri e dei diaconi. La proposta mistagogica ai preadolescenti, agli adolescenti ed ai giovani, caratterizzata da una non scontata continuità con la catechesi per l’Iniziazione cristiana ma anche dalla considerazione della realtà di «nuovi inizi» esistenziali.
Sono molto sottolineate alcune dimensioni. L’invito all’ascolto/lettura della Scrittura nella Chiesa, anche con attenzioni ad armonizzare tale prospettiva con un corretto approccio liturgico e catechistico. La dimensione kerigmatica, in chiave fortemente cristocentrica, dell’annuncio e della catechesi viene sottolineata come “cuore” dell’azione evangelizzatrice. La proposta che i padrini e le madrine siano figure veramente «scelte, qualificate e valorizzate».

La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio “diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale”. La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. (…) Lo studio della Sacra Scrittura dev’essere una porta aperta a tutti i credenti. È fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede.
I presenti Orientamenti desiderano stimolare una riflessione sulla centralità dell’annuncio, sugli itinerari per chi chiede il Battesimo, sul significato e la fisionomia dei percorsi di iniziazione cristiana dei piccoli e sull’importanza della catechesi in ogni fase della vita. Resta prioritario il riferimento alla famiglia, prima ed insostituibile comunità educante, autentica scuola di Vangelo.

CAPITOLO 1 - ABITARE CON SPERANZA IL NOSTRO TEMPO

La nuova evangelizzazione – dove l’aggettivo «nuova» ci stimola a recuperare, nei doni dello Spirito, energie, volontà, freschezza e ingegno – chiede a tutti i soggetti ecclesiali una verifica dell’azione pastorale, assumendo come punto prospettico il mandato missionario che è all’origine dell’istituzione della Chiesa da parte di Gesù (Mt 28,18-20). 
In concreto, questo esame intende stimolare e potenziare tre attitudini fondamentali:
v   la capacità di discernere, ovvero l'attitudine di porsi, come singoli e come comunità, dentro il presente, convinti che anche in questo tempo è possibile annunciare il Vangelo e vivere la fede cristiana;
v   la capacità di vivere forme di conversione della pastorale e di adesione reale e genuina alla fede cristiana, che testimoniano la forza trasformatrice di Dio nella nostra storia;
v   un chiaro ed esplicito legame con la Chiesa, in grado di renderne visibile il carattere apostolico e missionario.

La comunità cristiana
L’annuncio del Regno di Dio è, secondo la testimonianza unanime dei Vangeli, il centro della predicazione di Gesù, e le comunità cristiane devono sempre più prendere coscienza di essere a servizio del Regno, e delle sue prerogative: la comunione fraterna, la libertà, la pace, la gioia. Compito della Chiesa è, dunque, «portare la buona novella in tutti gli strati dell’umanità e con il suo influsso trasformarla dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa». Questa missione chiede di: 
v   annunciare l’amore di Dio, che si è rivelato in Gesù Cristo crocifisso e risorto e che ci chiama a collaborare per costruire il Regno e introdurre tutti gli uomini nella comunione con Lui;
v   permeare la cultura del nostro tempo con l’annuncio del Vangelo, per rinnovare stili di vita, criteri di giudizio, modelli di comportamento e ridare fondamento cristiano a quei valori che fanno parte integrante della nostra tradizione, ispirata dal cristianesimo; 
v   testimoniare fiducia, gioia e speranza: in tal senso la Chiesa è promotrice di «alleanze educative» con tutti coloro che hanno come finalità lo sviluppo armonico della persona e della società.
Tale dinamismo caratterizza – secondo le parole del Papa – una Chiesa  «in uscita», rendendola «comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano»; la comunità evangelizzatrice, preceduta nell’amore dal Signore, «sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva.
L’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro.
I quattro «pilastri» della catechesi 
I contenuti fondamentali della catechesi si possono intravedere anche nel rimando ai quattro «pilastri», che hanno caratterizzato la catechesi nella tradizione cristiana, gli stessi che strutturano il Catechismo della Chiesa Cattolica: il Simbolo, i Sacramenti, il Decalogo, il Padre nostro. Essi si qualificano come passaggi: esprimono il dinamismo dell’uomo cercato da Dio e in ricerca di Dio, per giungere ad una fede professata, celebrata, vissuta e pregata.
Prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti, non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità.
La comunità cristiana è l’origine, il luogo e la meta della catechesi. È sempre dalla comunità cristiana che nasce l’annunzio del Vangelo, che invita gli uomini e le donne a convertirsi e a seguire Cristo. Ed è la stessa comunità che accoglie coloro che desiderano conoscere il Signore e impegnarsi in una vita nuova.
In questa prospettiva di comunità, un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica. Essa, proprio come la Chiesa, è «uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia» e ha una «prerogativa unica: trasmette il Vangelo radicandolo nel contesto di profondi valori umani.
La parrocchia è, senza dubbio, il luogo più significativo, in cui si forma e si manifesta la comunità cristiana. Essa è chiamata a essere una casa fraterna e accogliente, dove i cristiani diventano consapevoli di essere popolo di Dio. Nella parrocchia, infatti, si fondono insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e si innestano nell’universalità della Chiesa. Essa è, d’altra parte, l’ambito ordinario dove si nasce e si cresce nella fede.

CAPITOLO 2 – ANNUNCIARE IL VANGELO

Si parla del primo annuncio.

CAPITOLO 3 - INIZIARE, ACCOMPAGNARE E SOSTENERE L’ESPERIENZA DELLA FEDE


Coinvolgimento dei genitori
Si tratta non solo di fissare veri e propri itinerari di catechesi per i genitori, ma anche e soprattutto di responsabilizzarli a partire dalla loro domanda dei Sacramenti. Molte esperienze in questi anni hanno mostrato l’efficacia che deriva dal coinvolgere genitori e figli nella condivisione di alcuni appuntamenti di preghiera, di riflessione e di approfondimento, suffragati da una sussidiazione semplice e mirata, vissuti in ambito domestico, in gruppi, nella comunità.
Fruttuosi sono pure quei metodi che convocano genitori e figli in appuntamenti periodici, dove si approfondisce il medesimo tema con attività diversificate, rimandando poi al confronto in famiglia. Si tratta di non lasciare sole le famiglie, ma di accompagnarle, aiutando i genitori a trasmettere ai loro piccoli uno sguardo credente con cui leggere i momenti della vita.

La celebrazione dei sacramenti
L’iniziazione alla vita cristiana è data dall’unità dei tre sacramenti e la piena partecipazione all’assemblea eucaristica costituisce il culmine a cui tendono il Battesimo e la Confermazione.


CAPITOLO 4 – TESTIMONIARE E NARRARE. FORMARE SERVITORI DEL VANGELO

IDENTITÀ E VOCAZIONE DEI CATECHISTI


 Credenti autentici 
Dal Concilio Vaticano II i contributi volti a specificare il ministero ecclesiale del catechista sono stati molteplici: il Direttorio  Generale per la Catechesi afferma che egli «è intrinsecamente un mediatore che facilita la comunicazione tra le persone e il mistero di Dio e dei soggetti tra loro e con la comunità». La Nota dell’UCN La Formazione dei catechisti per l'Iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi  (2006) afferma che è «una persona trasformata dalla fede che, per questo, rende ragione della propria speranza instaurando con coloro che iniziano il cammino un rapporto di maternità/paternità nella fede dentro un’esperienza comune di fraternità». 
In generale, il catechista è un credente che si colloca dentro il progetto amorevole di Dio e si rende disponibile a seguirlo; come testimone di fede, egli:
v   vive la risposta alla chiamata dentro una comunità, con la quale è unito in modo vitale, che lo convoca e lo invia ad annunciare l’amore di Dio; 
v   è capace di un’identità relazionale, in grado di realizzare sinergie con gli altri agenti dell’educazione; 
v   svolge il compito specifico di promuovere itinerari organici e progressivi per favorire la maturazione globale della fede in un determinato gruppo di interlocutori; 
v   con una certa competenza pastorale, elabora, verifica e confronta costantemente la sua azione educativa nel gruppo dei catechisti e con i presbiteri della comunità; 
v   armonizza i linguaggi della fede – narrativo, biblico, teologico, simbolico-liturgico, simbolico-esperienziale, estetico, argomentativo – per impostare un’azione catechistica che tenga conto del soggetto nella integralità della sua capacità di apprendimento e di comunicazione; 
v   si pone in ascolto degli stimoli e delle provocazioni che provengono dall’ambiente culturale in cui si trova a vivere. 

Uomo e donna della memoria
Il catechista è persona della memoria e della sintesi: dottrina e vita, annuncio e dialogo, accoglienza e testimonianza di fede trovano in lui una vera esperienza di carità: «Chi è il catechista? È colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; la custodisce in se stesso e la sa risvegliare negli altri.
Nell’ambito di una Chiesa che si fa compagna di viaggio dei contemporanei, il catechista e la catechista evangelizzano narrando la propria esperienza nella fede della comunità ecclesiale. Essi favoriscono l’apertura del cuore alla Parola di Dio, ne stimolano l’apprendimento, ne accompagnano l’interiorizzazione, ne mediano la personalizzazione, sostengono e accompagnano la maturazione della risposta di fede. In tale senso i catechisti sono evangelizzatori, perché chiamati ad annunciare la Parola che li plasma, e sono educatori perché il loro ministero si declina nell’accompagnare l’interiorizzazione della Parola annunciata, nella vita dei soggetti. Per questo ha un rilievo nodale la formazione pastorale nella Chiesa e in specie a livello di annuncio e catechesi: alla formazione vanno riservate le migliori energie in termini di dedizione, competenze e risorse.
 Non si capisce un catechista che non sia creativo. (…) Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. Saper cambiare. E perché devo cambiare? È per adeguarmi alle circostanze nelle quali devo annunziare il Vangelo. Per rimanere con Dio bisogna saper uscire, non aver paura di uscire.

Quattro dimensioni formative: essere, sapere, saper fare, saper stare con
Il Direttorio Generale per la Catechesi indica le dimensioni della formazione del catechista con tre verbi:  essere, sapere e saper fare. A queste ne va aggiunta una quarta: il saper stare con. Esse riguardano, rispettivamente, la maturazione umano-cristiana del catechista e le sue competenze a livello di conoscenze e di abilità metodologica nella trasmissione della fede. In particolare: l’essere sottolinea la maturazione di una vera identità cristiana, fondata su di una spiritualità cristocentrica; il sapere è inteso come intelligenza integrale dei contenuti della fede; il saper fare concerne l’acquisizione di una mentalità educativa e la maturazione della capacità di mediare l’appartenenza alla comunità ecclesiale, di animare il gruppo e di lavorare in équipe; il sapere stare con rinvia alla sfera relazionale, cioè alla capacità di comunicazione e di relazioni educative: «Il cuore del catechista vive sempre questo movimento di “sistole – diastole”: unione con Gesù – incontro con l’altro. Sono le due cose: io mi unisco a Gesù ed esco all’incontro con gli altri.
Il lavoro formativo di cui si è detto ha come meta la maturazione dei catechisti «nell’equilibrio affettivo, nel senso critico, nell’unità interiore, nella capacità di rapporti e di dialogo, nello spirito costruttivo e nel lavoro di gruppo.



martedì 19 gennaio 2016

EDUCARE ALLA LIBERTÀ



UNITA’ PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE
Progetto: percorsi formativi per adulti




Dott.ssa. Rompianesi Sandra (Presidente FISM provinciale)
Sintesi: Paolo Cugini

Educhiamo i figli a tante cose.
Due riferimenti che segnano dei confini che ci servono per dare alcune valutazioni.
Il primo riferimento: l’arte di desiderare, il tempo dell’attesa. Parte e si sviluppa dalla prima sponda di questo esodo. E’ caratterizzato dal tutto e subito. La prima sponda è l’arte di desiderare, l’attesa: concretizza passi di libertà.

A noi è dato il compito di trasmettere loro l’entusiasmino delle tappe. Indico un obiettivo, ma non posso indicare i modi e i tempi in maniera libera. Lasciare i figli liberi di sperimentare e anche di compiere le loro prove e anche i loro errori, i lori insuccessi.

Perché siamo così sensibili agli insuccessi dei nostri figli? Forse siamo intrappolati dal fatto che una figlia incapace d’imparare testimonia una madre incapace di insegnare. E’ una trappola. Il quadro lo devono dipingere loro, devono compiere le loro prove, noi mettiamo la cornice. Perché è così difficile per un genitore fermarsi alla cornice? Perché vuole continuamente dipingere il quadro dei propri figli?

Ciò che ci umanizza è la capacità di scegliere. Ognuno di noi deve imparare a scegliere. Ognuno ha le proprie indicazioni.
Quando siamo in preda all’istinto non siamo liberi.
La libertà è orientata con un noi. E’ più l’attesa che ci fa gioire, la trepidazione nella preparazione di una festa, che la festa in sé.
Sperimentiamo la gioia più grande nell’attesa, nel fatto che sappiamo mantenere la sospensione nell’attesa di una realizzazione. Il sacrificio ha un valore profondo perché dice della capacità di rinunciare a qualcosa per un fine maggiore. Siamo chiamati a dar loro i riferimenti alle cose belle della vita, stando attenti a non invadere il campo, dando loro la fiducia.
A noi non ci è dato di consegnare dei modi e dei tempi, ma dei valori.

Sei più importante tu che il risultato, quindi può darsi che il figlio vada a scuola senza compiti.
Perché abbiamo bisogno di appropriarci dello spazio dell’esperienza dei nostri figli? L’obiettivo della libertà è l’autonomia.

Di cosa abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno che i figli ci dicano: mamma senza di te non so come fare? I genitori hanno il compito di rendere i figli autonomi. Come genitori dobbiamo scomparire. I figli non ci sono dati a noi per sempre. Non possiamo appropriarci della loro vita. Dobbiamo imparare a metterci da parte e lentamente scomparire.
Se abbiamo bisogno di soddisfazioni andiamole a cercare da un’altra parte. Dobbiamo fare di tutto per consegnare il timone della vita dei nostri figli a loro, di metterlo nelle loro mani.

Figlio perfetto madre perfetta, madre perfetta figlio perfetto: abbiamo bisogno di questo? Perché non riusciamo a rendere autonomi i nostri figli? E’ importante che una mamma impari a retrocedere.
Possiamo ipotizzare che i nostri figli abbiano esperienze nelle quali noi non entriamo, dei cassetti che noi non apriamo? Questi spazi devono aumentare sempre di più.
Quali sono i settori della vita dei nostri figli nei quali non riusciamo stare fuori?