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sabato 18 febbraio 2023

Credo in Dio che custodisce la vita: la cura

 




PARROCCHIE DI: BEVILACQUA, DODICI MORELLI, GALEAZZA, PALATA PEPOLI

 

CICLO DI INCONTRI: IL CREDO DELLE DONNE


 

Venerdì 17 febbraio 2023

 

Relatrice: Lidia Maggi

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Proviamo a ridire le parole della fede. C’è un Dio che continua a prendersi cura di un Dio della vita, della storia.

La storia è abbandonata a se stessa? Oppure è accompagnata da un progetto? Dio si prende cura con la Parola che ci viene consegnata. Siamo stati creati con una voce che ci ha riconosciuto. Siamo affidati ad una Parola che per noi è di Dio. È una parola che ci strappa al nostro monologo ed è una parola che dice di tante voci, ci consegna delle narrazioni. Una Parola che ci circonda. Il canone biblico mette in scena una Parola dove Dio parla direttamente, dall’alto. Una Parola altra, che non ci appartiene, ma che comunica un messaggio per noi.

Poi c’è la parola dei profeti, che sono la bocca di Dio. Cercano di ridire la Parola nelle faccende storiche dove Israele s’incarta, per provare a trovare senso. Spesso i profeti usano un linguaggio del corpo. Poi ci sono i Sapienziali, in cui Dio parla attraverso la vita laica.

Tutte le volte che assolutizziamo un’immagine di Dio, rischiamo di farci un idolo. Rischio di fissarci su di un’immagine. Nella Bibbia troviamo mille modi di dire Dio. Occorrono tanti sguardi per dire Dio. Per troppo tempo Dio è stato detto in modo univoco, al maschile. Siamo diventati tutti un po' più ricchi quando abbiamo scoperto voci nuove, parole nuove. Una Parola che è un discorso complesso, non è Babele, non è un pensiero unico.

Dio che si prende cura: ci sono tante immagini. Alcune di queste sono legate alla genitorialità: Is 49: può una madre dimenticarsi del figlio? Dio viene raffigurato dal profeta come una madre che non può dimenticarsi dei figli.

Dio Padre. Gesù quando mette in scena il Dio che si prende cura lo fa per rialzare quelli che si sentono inutili. Uno sguardo diverso del potere capovolto. Gesù utilizza l’immagine della paternità per liberare dall’ansia di sopravvivere. Pensare che la vita è bella e Dio, come Padre, se ne prende cura. Si può entrare nella vita con fiducia.

Gesù vede la donna e la chiama a sé e le dice parole che le offrono visibilità. Attraverso il tocco che la confermano come donna liberata e diventa una predicatrice. Il gesto di cura di Gesù è un gesto di liberazione.

Esodo: è una grande storia di cura, perché è una storia di liberazione. Dio chiede aiuto a Mosè per liberare il suo popolo. A Mosè viene affiancato suo fratello Aronne. Prima di questo c’è un preambolo che mette in scena un pasto. Ci sono due donne che hanno ricevuto l’ordine di uccidere i bambini, ma non obbediscono all’ordine del faraone, e ascoltano la loro vocazione e custodiscono la vita.  Quando Dio entra in scena al capitolo tre di Esodo sembra richiamare i gesti che hanno fatto le donne nel capitolo precedente. È un Dio che sembra avere appreso la grammatica della liberazione attraverso le donne. C’è un’epopea di liberazione con un Dio vigoroso, condottiero. Dall’altra parte, c’è un Dio che si prende cura attraverso le braccia di levatrici. Il Dio della libertà: occorre mettere in atto una molteplicità diverse. In questa narrazione troviamo lo sguardo maschile e femminile. Anche Gesù fa lo stesso.

Lo si coglie quando Gesù cita il salmo 22 sulla croce: mio Dio perché mi hai abbandonato? Per ritrovare fiducia non basta la memoria collettiva, ma è necessaria la memoria personale dove l’immagine del divino è l’immagine di una levatrice: Cfr. Sal 22,9. Dio che si prende cura; Sal 91. Gesù riprende questa immagine del salmo come un lamento verso Gerusalemme. C’è una volontà di cura, che non sempre sono antropomorfiche.

C’è l’immagine della responsabilità nel gesto di cura c’è Dio. Il libro di Rut c’è l’esperienza di un Esodo laico. C’è una comunità che agisce e si assume la responsabilità di nutrire.

Sal 22: il pastore è un’immagine maschile. Però, Gesù accosta l’immagine della moneta, un’immagine femminile.

Dio ci consegna narrazioni, che ci risollevano dal sentirci impotenti. Dio custodisce il mondo con la cura.

Nei primi 11 capitoli della Bibbia c’è un Dio che continuamente ricrea il mondo. Dio riapre continuamente una possibilità. Quando l’umanità si perde, Dio la ricerca. Quando il mondo sembra implodere nel diluvio, Dio chiama un uomo per far riprendere la vita.

Fatica di una comunicazione che non sia semplicemente eco della mia voce. È in scena un Dio che offre continuamente una possibilità. È il Dio delle seconde volte più radicale. La vita risorge quando il peccato è perdonato, quando ci scambiamo misericordia, quando ci riconciliamo. Il Dio che si prende cura è il Dio che mi chiama. Dio riapre continuamente la vita. È il Dio delle seconde volte. È un Dio che riapre il giardino. Il Dio della cura è un Dio che non esclude.

Il Dio che continuamente ricrea e non si rassegna a tutte le chiusure.

Il tema del Dio personale, della relazione e del luogo privilegiato della Parola, non esclusivo. La Parola è umana e ci apre all’altro. Ci sono due opportunità per non farci delle immagini di Dio. Dove moltipliche le immagini crei delle possibilità di linguaggio.

 

 

venerdì 2 aprile 2021

SOPRAVVIVERE ALLE FERITE MORTALI

 

 

Paolo Cugini

Un conto sono le ferite lievi, quelle che le curi anche leccandotele, quelle ferite che lo vedi subito che non saranno troppo dannose e quasi ci ridi sopra. Poi, ci sono quelle un po' più profonde, quelle che lasciano il segno e un po' ti spaventano perché ti costringono a fermarti e non le puoi curare solamente con una leccata. Esigono una visita, un medico, delle cuciture: insomma, una cosa seria.

Poi, a volte, arriva il giorno della ferita, che capisci subito che sembra senza cura, sembra qualcosa d’irreversibile e che farai fatica a saltarci fuori. Ci sono degli eventi, che alcune persone vivono nella vita, che producono ferite di una tale forza, con una tale violenza, che non hanno cura, sono senza ritorno, definitive. Con il tempo, per chi sopravvive, si possono cicatrizzare, lenire, ma faranno per sempre male. Quante notti piangerai, quanti giorni passerai pensando a quegli eventi, a quel dolore che ti prende l’anima e non ti lascia in pace. In quanti momenti cercherai di capire com’è potuto succedere. Quanta disperazione invaderà il cuore, per la percezione che non c’è cura, non c’è rimedio, che il dolore sarà infinito, per sempre.

E allora c’è chi non resite, che non riesce ad aspettare. Come biasimarli. Anche perché è facile parlare del dolore dell’altro, dare consigli sul dolore altrui, quando tu non sai nemmeno che cos’è, non capisci neanche di che cosa si sta parlando. Se almeno tacessi, faresti meno male e farebbe meno male! C’è chi invece, ed è la maggioranza, cerca il cammino della dimenticanza, dello stordimento, proprio perché ha capito che non c’è cura ed è stufo di sentire il dolore venire su dall’anima.

Ci sono altri, infine, che proprio dentro questo cammino di eterno dolore, percepiscono la presenza di colui che solo può guarire le ferite mortali ed arrivano a gridare: felice ferita che mi ha permesso di rinascere!

giovedì 21 gennaio 2021

LA FERITA NON E' IL TUTTO




Paolo Cugini

 

È già il segno di un grande cammino spirituale ed umano riuscire a guardare senza paura la ferita che ci brucia dentro l’anima, senza cercare di nasconderla, come di solito facciamo. Quando poi impariamo a non identificare la ferita con il tutto della nostra identità vuole dire che di strada dentro di noi ne abbiamo fatta e tanta. La ferita, infatti, non è il tuto dell’esistenza, ma un aspetto del cammino. Vincere la tentazione di lasciare che il sangue della ferita ci devasti di paura richiede molta energia spirituale. Occorre avere chiaro l’orizzonte della propria esistenza per non farsi sorprendere dai sentimenti negativi del momento. Ed è proprio in questi attimi di possibile disperazione che emerge con forza il cammino fatto o non compiuto. Prendersi tempo per curare la ferita, per lasciarsela curare, per permettere all’amore di entrare là dove la paura ha preso il sopravvento. Tempo e amore vanno sempre in compagnia, perché non si ama davvero se non ci si dà il tempo di amare e lasciarsi amare. Ed è nel tempo che la ferita lentamente si chiude, lasciando probabilmente una lieve cicatrice, necessaria per ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

La ferita dell’anima è anche sintomo della vita che ci richiama ad un’armonia infranta. Nel vortice degli eventi della vita quotidiana a volte ci dimentichiamo di noi stessi. Un giorno, una ferita, ci obbliga a fermarci, a guardarla e, tanto più è profonda, tanto più necessita di cura. Benvenute le ferite profonde che ci obbligano a sederci, a piangere dal dolore, a pensare alle cause, a come è potuto succedere, infine, a pensare un po' a sé stessi. È curando le ferite che scopriamo che il tempo dedicato a noi stessi, non è un lusso che ci concediamo, ma un dono che tonifica l’esistenza. E allora, lentamente, le lacrime si trasformano in sorrisi, il pianto in allegria, il dolore in amore. Perché, come diceva Gesù, non possiamo amare gli altri se prima non amiamo noi stessi. Non possiamo chinarci sulle ferite degli altri, se non abbiamo imparato a curare le nostre.

Grazie, Signore, del dono della ferita. E della gioia della cura, che riempie il cuore e dona la forza di continuare il cammino con una maggiore consapevolezza di sé.

 

lunedì 28 dicembre 2020

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

 




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

 

Sintesi: Paolo Cugini

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

 

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.

 La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.

 


In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri.

 

 

venerdì 24 febbraio 2017

COSA FARE CON I GIOVANI-CONVEGNO DI ROVERETO 2017

SINTESI




CONVEGNO DI ANIMAZIONE SOCIALE
ROVERETO 24-25 FEBBRAIO 2017




AVER CURA PER GENERARE FUTURO
Rel: Luigina Mortari
Sintesi; Paolo Cugini

Non piegarsi alla violenza. C’è una violenza sottile che distrugge le coscienze, che comincia sui banchi di scuola, dove si riempiono le menti e non s’insegna a pensare. Hanna Arendt (Vita Activa), non c’è pericolo maggiore che smettere di pensare. Maria  Zambrano: non solo msettiamo di pensare, ma anche di sentire, per  cui l’altro rimane lontano e non ci tocca. Quando questo avviene il male avanza. Non facendoci toccare dal male non ci muoviamo. Stiamo nella vita senza essere attori politici.

Aristotele: L’Etica Nicomachea. Quando parla di Etica Aristotele parla di politica. La politica è prima di tutto etica, la ricerca del bene, riuscire a capire che cosa è bene.
Il bene è qualcosa che ci muove. Abbiamo il desiderio di realizzare quello che vorremo diventare. Nasciamo mancanti e quindi abbiamo sempre bisogno degli altri.

Quello che consente a noi di realizzarci è la cura. Abbiamo bisogno di cura perché siamo fragili e vulnerabili. Siamo fragili perché non dipendiamo da noi stessi. Zambrano: siamo consegnati alla realtà. Quando siamo vulnerabili abbiamo bisogno dell’altro, ma siamo vulnerabili perché l’altro può farci del male. Il lavoro di cui abbiamo bisogno è il lavoro della cura.

 Non preoccupatevi eccessivamente tanto da ingolfare l’anima e perdiamo il respiro dell’essere.
Azione sociale: procurare ciò che è necessario per fare della vita per essere vissuta.

Socrate, dice che ha cura dei giovani. L’Alcibiade 1. Se vuoi diventare un governante devi imparare ad aver cura di te. Occorre capire cos’è il sé, che è l’anima. SI ha cura dell’anima conoscendo se stessi, conoscere le tensioni fondamentali dell’essere per capire dove ci porta il desiderio di esistere.

Edith Stein: tutto quello che facciamo e per nutrire la forza, la passione di esistere. Quando viene meno c’è un dolore dell’esistenza che ci porta via la forza di essere.
La fatica dell’esistere è un peso che cade sull’anima.

Terapia: aver cura della persona umana nella sua interezza di corpo e di mente. Curare con la parola.
Qual è l’essenza della cura? L’etica è il cuore della cura. Essere etici è fare le cose giuste. Aver cura dell’altro affinché l’altro fiorisca.
Quando vedi che la realtà ha bisogno di te uno si butta.

Levinas: il volto dell’altro è un imperativo ad agire.
Il male dei nostri tempi è l’indifferenza. Il principio di responsabilità: essere pronti per l’altro che mi chiede di esserci.
Capacità di sentire che l’altro ha bisogno e nient’altro.
L’obbedienza alla realtà. L’etica è semplice. La povertà di spirito è la purezza di cuore: sentimento pochi ed essenziali.
Capacità di sentire l’altro: empatia. Far risuonare dentro di sé quello che è dentro l’altro.
Compassione. È una cosa come l’empatia: sentire l’altro quando vive una situazione di ingiustizia e mi porta ad agire per aiutarlo.

Oggi agiamo per affermare noi stessi, ma l’agire con compassione è mettersi al servizio dell’altro. Il servizio è una grande capacità. Essere insieme agli altri. La comunità è mettere insieme in dono. Abbiamo perso il senso della gratuità. La cura è la generosità.

Sentire l’altro e il coraggio di dire la verità. Prendere la parola contro il potere. 

mercoledì 30 dicembre 2015

DAL CONVEGNO NAZIONALE DI PAX CHRISTI - MOLFETTA 30 DICEMBRE 2015



CONVEGNO NAZIONALE PAX CHRISTI
30 DICEMBRE 2015 – MOLFETTA
Pomeriggio

Tavola Rotonda: LAUDATO SI, MI SIGNORE

Sintesi: Paolo Cugini
Don Mimmo Marrone (prof. Di teologia morale-Trani)
E’ il pianeta che aveva bisogno di Tonino Bello e papa Francesco. C’è molto silenzio della teologia sul tema ecologico. Ora è sempre più centrale. Le teorie e le pratiche della fede cristiana del nostro rapporto con il mondo si sono inaridite dall’interno. Noi Occidentali siamo testimoni e protagonisti di una profonda tristezza del creato. E’ l’oblio del poto che l’uomo occupa nel posto del creato. Separazione radicale tra uomo e cosmo, uomo che non si capisce più come parte del creato – antropocentrismo dispotico – ma super partes. L’uomo non riesce più a cogliere la sapienza el mondo. Siamo entrati in una logica manipolatoria. Di questo è complice anche la scienza e la filosofia. Infatti questa rottura risale a Cartesio.
Solo la liturgia ricorda a tutti che la salvezza di Cristo riguarda tutto di questo mondo. La sapienza liturgica ha sempre saputo coinvolgere gli elementi della natura. Da cristiani non bisogna aver paura di riconoscere la grammatica della creazione. L’uomo non può più abdicare a questo compito.
Papa Francesco ammonisce: l’indifferenza nei confronti dell’ambiente crea situazioni d’ingiustizia. Una ripresa cristiana della teologia della creazione è decisiva per tornare ad adorare la terra (cfr. San Agostino).

Tonino Bello e papa Francesco fanno emergere l’esigenza di consapevolezza e di responsabilità. La tensione ecologica di don TONINO attraversa tutta la sua produzione letteraria. Tonino Bello non è un teologo, ma un uomo di fede poliedrico. Il creatore e la creatura so no in una relazione indissolubile. Il messaggio di Tonino Bello ha a cuore ciò che accade alla terra. Difesa dell’ambiente e territorio è sempre a cuore di Tonino. E’ l’ecologia della ferialità che tra l’altro torna papa Francesco nella Laudato si. Atti d’amore che esprimono la nostra dignità e danno forma ad una cultura ecologica. Noi cattolici non abbiamo una cultura ecologica.
E’ affermata la visone cristiana del creato.
Oggi la natura ha perso la secolare unione di socia con l’uomo: è questo che sosteneva Tonino Bello. Emerge la proposta di un nuovo umanesimo, l’umanesimo del prendersi cura. Se la creazione è il frutto del prendersi cura di Dio nei confronti dell’uomo, allora l’uomo deve prendersi cura in modo responsabile della natura. L’intreccio tra uomo, terra e cielo costituisce l’armonia originale della creazione.
Il creato è da custodire e non da depredare. Occorrono nuove abitudini, nuovi stili di vita. Nuovi abitudini a partire della vita di ogni giorno.
Ecologia integrale. Occorre valorizzare i movimenti dal basso per cambiare le cose.
Alcuni assi portanti:
·         L’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta.
·         Convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso.
·         Cultura dello scarto.
·         Salvaguardia dell’ambiente è una questione morale. Nessuno può chiamarsi fuori dalla responsabilità di una casa in rovina.
Chiunque tu sia puoi diventare protagonista nella cura della terra che ha bisogno. Ognuno di noi deve tornare a sentire il fascino per il creato. Ci appassiona ancora l’idea della terra della casa comune? Ci emoziona l’immagine della convivenza tra i popoli? Passare da un umanesimo della signoria ad un umanesimo della diaconia: è questo il nostro compito.

Sergio Paronetto (Vicepresidente pax Christi)
Quattro teologie:
1.        Teologia, Cristologia L’universo si sviluppa in Dio. L’Eucarestia è un atto di amore cosmico. La natura diventa cibo per noi.
2.      Teologia trinitaria della casa comune. Tutto è collegato.
3.       Teologia conviviale della tenerezza
4.      Teologia profetica dello Spirito
Occorre risvegliare le domande della responsabilità. Occorre ridefinire l’umano attraverso l’esplorazione delle forze che sono dentro di noi. C’è bisogno di uno sguardo diverso. C’è bisogno di una resistenza contro l’inequità planetaria per affrontare il dominio della finanza. Occorre organizzarsi contro la corruzione.
Occorre tenere sempre acceso il fuoco della festa, per essere una sorgente di vita, per essere germoglio di una nuova dignità.

Guglielmo Minervini (Consigliere regionale Puglia)
La profezia entra nel ritmo delle persone.
Oggi è un tempo di grande opportunità. Ciascuno può essere protagonista del cambiamento. Diventiamo attori del cambiamento.
Occorrono politiche globali delle quali non ci sono tracce.
Il Sud è stato agito e pensato. Negli anni ’90 il meccanismo si è spezzato. Oggi il Sud si trova solo e quindi è una grande opportunità. Oggi stiamo guardando a quello che abbiamo, con le risorse di cui disponiamo che cosa possiamo fare? Il territorio non è una risorsa. La crisi è un’opportunità per risvegliare il senso di responsabilità: che cosa possiamo fare? Non è vero che non abbiamo nulla: possiamo fare un sacco di cose. Sta nascendo un modello di sviluppo d’integrazione con il territorio, di cura del territorio. Valorizzazione dei centri storici, delle chiese, della gastronomia, ecc.

Le prime risorse da valorizzare sono le persone. Qual è la politica che parla il linguaggio di Francesco? Ricucire il rapporto con il territorio. Esempio il Tarantismo: è stato valutato, e rilanciato come opportunità. Ci sono ragazzi che stanno sperimentando il cibo del futuro. Siamo chiamati a disporci all’inedito. La politica può essere attore del cambiamento è quella che attiva le risorse e le coinvolge i cittadini a valorizzarle. Oggi c’è bisogno di una politica che usa le proprie risorse per attivare le risorse della comunità.