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lunedì 19 gennaio 2026

L’INVIO DI 150 OPERATORI PASTORALI

 




Una parrocchia dal volto laicale

Paolo Cugini

 

Domenica 18 gennaio 2026 nella parrocchia san Vincenzo de Paoli situata nel quartiere Compensa della città di Manaus, circa 150 persone hanno ricevuto il mandato di operatori pastorali. Di che cosa si tratta?

L’archidiocesi di Manaus da decenni si è strutturata sull’esperienza delle Comunità Ecclesaili di Base (CEBs). Si tratta di comunità sorte dalla base, dall’esigenza delle persone di vivere un’esperienza di fede, anche senza la presenza fissa di un parroco. La parrocchia di san Vincenzo di Paoli, che servo da circa tre anni, è costituita da 8 comunità di base. Durate la settimana in tutte le comunità vengono svolte mote attività, sia di tipo specificamente religioso, come novene, rosari, adorazione eucaristica, condivisione della Parola, sia attività di tipo sociale come corsi di chitarra, teatro per ragazzi, attività fisica per anziani e altro. Al giovedì il parroco non può essere presente in tutte le otto comunità per guidare l’adorazione eucaristica. Ciò esige la presenza nella comunità sia di ministri straordinari dell’eucaristia, che di ministri della Parola.

I componenti dell'equipe parrocchiale


Ogni comunità ha due personaggi centrali che sono il coordinatore/coordinatrice pastorale e il responsabile dell’amministrazione. La coordinatrice – le donne sono la maggioranza in questo ruolo delicato – indicono il consiglio pastorale mensile e tengono le file della progettazione comunitaria. Il responsabile dell’amministrazione si occupa dei beni della comunità e della manutenzione degli spazi comunitari. Poi ci sono i responsabili dei vari settori della comunità: catechesi, giovani, liturgia, salute, Caritas, decima, fede e politica, formazione e progetti sociali.

Il direttorio pastorale dell’archidiocesi di Manaus, che verrà rinnovato proprio quest’anno, prevede la durata di due anni per ogni incarico, che può essere rinnovato per un mandato. Ciò significa che ogni persona può realizzare un servizio nella comunità per quattro anni e poi lasciare lo spazio ad altri. In questo modo, nell’arco di un decennio, la comunità si ritrova con varie persone con esperienza di leadership, arricchendo, in questo modo, la stessa comunità di persone con responsabilità pastorale.

Nei mesi settembre e ottobre sono avvenuti in tutte le comunità diversi incontri per stabilire il passaggio di consegne ai nuovi coordinatori delle viarie pastorali. Lo stile sinodale, indicato dai due sinodi sulla sinodalità svolti a Roma, è ben presente e radicato nel cammino delle comunità di base presenti a Manaus. L’abitudine a confrontarsi mensilmente nei consigli pastorali della comunità e settimanalmente per preparare la liturgia domenicale condividendo la Parola di Dio, ha plasmato le comunità in uno stile dialogico e sinodale.

L'incontro di formazione svolto al mattino con gli operatori pastorali


Una volta al mese avviene il consiglio pastorale parrocchiale, in cui ci incontriamo per verificare il cammino delle comunità e decidere insieme le strategie pastorali del mese successivo. Oltre a ciò, una volta al mese, incontro i responsabili di ogni settore delle comunità. Questo è il mio modo di essere presente nelle comunità: un accompagnamento pastorale costante con coloro che hanno assunto uno specifico incarico nella comunità.

Domenica durante la mesa della sera, in cui abbiamo realizzato l’invio delle nuove coordinazioni comunitarie, si respirava un bel clima di amicizia e la sensazione della bellezza di questo cammino di chiesa. In mezzo a tante sofferenze e drammi esistenziali è bello vedere come le comunità cristiane siano recepite come uno spazio sicuro, uno spazio di vita e di speranza.

 

martedì 26 agosto 2025

Il campo missionario di otto giovani reggiani nel quartiere Compensa di Manaus

 




Tre settimane di immersione nella realtà amazzonica, tra incontri, difficoltà linguistiche, accoglienza e nuove consapevolezze

 

 

Paolo Cugini

Otto giovani di Reggio Emilia, accompagnati e preparati dal Centro Missionario Diocesano, hanno vissuto tre settimane intense nel quartiere Compensa di Manaus, presso la parrocchia di san Vincenzo di Paola guidata da don Paolo Cugini, prete fidei donum della diocesi reggiana. Un’esperienza che si è conclusa, il 28 agosto 2025, con una verifica collettiva fatta di emozioni, interrogativi e proposte per il futuro.

Elena sottolinea come questa esperienza sia stata una ricchissima occasione di conoscenza, resa ancora più preziosa dall’ospitalità nelle famiglie locali. Tuttavia, la barriera linguistica ha rappresentato una difficoltà concreta: Elena suggerisce con convinzione la necessità di un minicorso di portoghese prima della partenza e desidera che in futuro si possano vivere periodi più lunghi nelle comunità riberinhas, dove il confronto con la realtà locale è ancora più diretto. Una riflessione che la accompagna riguarda la fede profonda degli abitanti, che però spesso si confronta con una povertà culturale dovuta all’assenza di altri libri oltre la Bibbia.



Maya confida che l’impatto iniziale sia stato molto pesante, ma presto la quotidianità condivisa con le famiglie ha permesso di cogliere la bellezza della semplicità e dell’essenzialità. Nascono in lei sentimenti contrastanti: senso di colpa per ciò che la storia europea ha lasciato su questa terra, rabbia per la gestione locale, gratitudine per la libertà e il benessere europeo. Maia riflette su quanto la libertà sia limitata nel quartiere e su come sia necessario vivere questa realtà per comprenderne la profondità. L’importanza di una guida durante l’esperienza viene evidenziata come fondamentale.

Lucia individua nella lingua la barriera maggiore, spesso aggravata dalla difficoltà degli altri a comprendere cosa si cerca di comunicare. Lucia racconta di aver incontrato persone dal passato difficile ma ricco, e nota una differenza di apertura tra Compensa e le comunità riberinhas, dove si percepisce più dialogo. Ciò che più la colpisce è la testimonianza viva della fede, che si concretizza nella vita di tutti i giorni, e l’accoglienza ricevuta, che le insegna a vivere con poco. Le case sulle rive del fiume sembrano lussuose in confronto a quelle del quartiere; la consapevolezza che per molti quella non sia una parentesi ma la vita di sempre la colpisce profondamente.

I giovani con alcune delle famiglie ospitanti


Federica racconta di aver fatto molta fatica a inserirsi e si interroga sulla mancanza di strumenti, nella gente, per porsi domande nuove. Tuttavia, la partecipazione all’incontro dei gruppi giovanili in parrocchia le regala uno dei momenti più intensi, grazie a un coinvolgimento affettivo forte e sentito.

Laura ricorda la paura iniziale e la sensazione di pericolo diffuso, che nel corso delle settimane lascia spazio a una visione più aperta e fiduciosa. L’accoglienza calorosa delle famiglie contribuisce a scardinare molti preconcetti, mentre la lingua resta un ostacolo importante. Laura considera prezioso anche il sostegno della comunità intorno alla parrocchia.

Davide viene colpito dalla sporcizia diffusa e dalla scarsa consapevolezza della stessa da parte della popolazione. Ammira il lavoro del parroco che cerca di rendere concreti gli insegnamenti evangelici nella vita quotidiana. Propone per il futuro maggiore collaborazione pratica con la gente, anche in attività semplici come la preparazione dei pasti.

Visitando una delle zone più degradante del quaritere Compensa 




Giuseppe descrive il clima come pesante e lascia l’Amazzonia con più domande che risposte. Ammira la capacità della comunità di incarnare il Vangelo, che si fa concreto nella solidarietà attorno alla parrocchia. Si interroga su quanto il benessere possa invece rendere le persone diffidenti e distanti e riflette su quanto sia difficile, per sé, abbandonare tutto come suggerisce il Vangelo, meditato con le comunità.

Simone evidenzia come la semplicità della vita e una diffusa ignoranza abbiano avuto su di lui un impatto forte, ma sottolinea anche la grande accoglienza e la differenza nel modo di vivere la fede, dalla messa alla preghiera.

Sulla torre del MUSA dalla quale si vede la foresta amazzonica


Domande, prospettive e sfide future

L’esperienza ha fatto emergere, in tutti i partecipanti, la necessità di una preparazione linguistica più solida. L’incontro con la povertà materiale e culturale, ma anche con la fede viva e la solidarietà concreta, ha lasciato segni profondi e domande aperte: come vivere con meno, come mettere al centro la comunità, come portare a casa uno sguardo nuovo sul benessere e la libertà. Il campo missionario a Manaus si è rivelato un’esperienza trasformante per tutti. Ognuno e ognuna dei giovani ha sperimentato i propri limiti, ha condiviso la vita semplice e autentica della gente di Compensa, ha vissuto il Vangelo incarnato nel quotidiano. E, tornando a casa, porta con sé non solo nuovi pensieri, ma la consapevolezza che il mondo - e il proprio modo di abitarlo - può essere visto con occhi diversi, più aperti e più grati.

 

giovedì 31 luglio 2025

Progetto di valorizzazione per i missionari rientrati nella Diocesi di origine

 



Idee, percorsi e proposte per una nuova fecondità pastorale

 

Paolo Cugini

Premessa

Il ritorno dei missionari e delle missionarie nella loro diocesi di origine rappresenta un dono prezioso e una risorsa spesso inesplorata per le comunità locali. Dopo anni di servizio missionario in contesti diversi, queste persone portano con sé un bagaglio umano, spirituale e culturale ricchissimo, che può contribuire a rinnovare la vita pastorale, la sensibilità ecclesiale e l’apertura al mondo. Tuttavia, la fase del rientro necessita di attenzione, ascolto e percorsi che permettano al missionario o alla missionaria di sentirsi nuovamente accolto/a e valorizzato/a. È a partire da questa sensibilità che provo ad elaborare e presentare una proposta, che possa aiutare da un lato, i missionari a rientrare nella diocesi di origine sentendosi accolti, voluti bene e, dall’altro, le diocesi a valorizzare la ricchezza di competenze acquisite negli anni di missione.

Il primissimo consiglio per una proficua valorizzazione del vissuto umano e spirituale dei missionari che rientrano dopo anni di servizio pastorale e sociale in mondi “altri”, potrebbe essere quella di accoglierli in comunità specifiche progettate e strutturate dal CMD locale e dal suo direttore, che prevede moment idi spiritualità, formazione e animazione missionaria. Mi sembra una grande mancanza di rispetto e di sensibilità gettare immediatamente nella pastorale locale persone che provengono da esperienze pastorali ed ecclesiali molto diverse, con la semplice preoccupazione di “coprire dei buchi scoperti”.

Obiettivi del Progetto

·         Accompagnare il reinserimento umano, spirituale e pastorale dei missionari rientrati.

·         Valorizzare e diffondere le competenze, le storie e i carismi maturati durante l’esperienza missionaria.

·         Sensibilizzare la comunità diocesana all’universalità della Chiesa e alla dimensione missionaria della fede.

·         Favorire nuove forme di impegno, testimonianza e animazione missionaria nelle parrocchie e nei diversi ambiti diocesani.

Percorsi di accompagnamento e accoglienza

·         Colloqui di ascolto e accompagnamento: Incontri personali con il vescovo, referenti diocesani e figure di supporto per raccogliere le esperienze vissute, accogliere eventuali fatiche e individuare percorsi di reinserimento personalizzati.

·         Laboratori di condivisione: Organizzazione di gruppi di confronto tra missionari rientrati e altri operatori pastorali per riflettere sulle sfide del ritorno e sulle potenzialità di servizio nella nuova fase della vita.

·         Momenti di preghiera e celebrazione: Liturgie di ringraziamento, testimonianze in assemblea, eventi pubblici per accogliere i missionari e far sentire il calore della comunità.

Valorizzazione delle competenze e delle esperienze

Nelle diocesi in cui è attivo un Centro Missionario Diocesano, potrebbe essere affidato a questo organismo l’organizzazione di alcuni momenti specifici come:

·         testimonianze nelle parrocchie e nelle scuole: organizzazione di incontri in cui i missionari possano raccontare la loro esperienza, sensibilizzando bambini, giovani e adulti all’apertura verso l’altro e alla missione.

·         Formazione missionaria: coinvolgimento dei missionari nei percorsi di preparazione di nuovi volontari, catechisti, operatori pastorali, con moduli dedicati alla mondialità, al dialogo interreligioso e alla giustizia sociale.

·         Partecipazione agli organismi diocesani: Inserimento dei missionari rientrati in équipe di formazione, commissioni pastorali, centri di ascolto e gruppi di lavoro per arricchire la progettualità della diocesi.

Iniziative di sensibilizzazione e coinvolgimento della comunità

·         Giornate missionarie: Promozione di eventi periodici dedicati alla missionarietà, con mostre fotografiche, mercatini solidali, testimonianze e laboratori interculturali. Il CMD potrebbe organizzare un calendario permanente di questi eventi che, allo stesso tempo, esigono una costante raccolta di materiale dalle missioni.

·         Animazione liturgica e catechesi: Inserimento di temi missionari nelle omelie, nella formazione liturgica, nelle catechesi e nei percorsi di formazione diocesana, valorizzando il contributo diretto dei missionari rientrati.

·         Collaborazione con associazioni e ONG: Attivazione di sinergie tra diocesi, organizzazioni missionarie e realtà del territorio per progetti di solidarietà, scambio culturale e volontariato internazionale. Questa è una caratteristica specifica dei missionari che, vivendo e attuando per anni i realtà sociali caratterizzate dalla povertà e dalla marginalizzazione, vengono a contatto con organismi, non solo ecclesiali,  presenti sul territorio con i quali collaborano in rete per risolvere assieme i problemi incontrati.

Proposte di coinvolgimento pastorale

Anni di servizio pastorale attivo dovrebbero aver condotto i missionari ad assumere competenze specifiche di tipo ecclesiale e sociale.

·         Valorizzare le competenze ecclesiali. Nel nuovo contesto pastorale costituito dalle Unità Pastorali, i missionari, soprattutto presbiteri, che per anni hanno accompagnato parrocchie formate da decine di comunità, possono aiutare i presbiteri locali a vivere in modo più sereno il loro compito, nel coinvolgimento dei laici e delle laiche.

·         Nuove responsabilità pastorali: affidare ai missionari compiti di coordinamento, formazione, animazione missionaria o accompagnamento dei giovani in discernimento.

·         Progetti di cooperazione internazionale: Sfruttare le reti e le relazioni costruite all’estero per avviare gemellaggi, scambi e progetti di sviluppo tra la diocesi e altre Chiese sorelle.

·         Accompagnamento spirituale: Offrire ai missionari spazi e tempi di accompagnamento spirituale, rilettura dell’esperienza e discernimento vocazionale per individuare nuovi cammini di servizio.

Conclusione

Valorizzare i missionari e le missionarie rientrati rappresenta una grande opportunità per l’intera diocesi: significa aprirsi all’universalità della Chiesa, arricchire le comunità con testimonianze vive e favorire percorsi di rinnovamento pastorale e spirituale. Il loro ritorno può diventare un seme di speranza e di rinnovamento per tutti e tutte, se accolto con attenzione, creatività e spirito di comunione. Crediamoci.

 

 

mercoledì 1 novembre 2023

AL CENTRO DEL MONDO

 

Una celebrazione liturgica animata e colorata



La missione diocesana in Amazzonia

 

Paolo Cugini

 

Lo diceva una mia carissima amica, che ha trascorso qualche mese nella missione diocesana a Santo Antonio do Iça: in Amazzonia c’è tutto. Lo diceva non solamente pensando alla biodiversità, alla ricchezza della flora e della fauna, ma a tutta un’altra serie di elementi che spesso ci sfuggono, per il semplice fatto che non li conosciamo. Del resto, l’Amazzonia per noi cattolici è venuta alla ribalda a causa del sinodo che si è tenuto a Roma nell’ottobre del 2018, proprio sul tema della Chiesa dell’Amazzonia. Senza dubbio, prima del sinodo sapevamo qualcosa di questo territorio immenso, dei suoi fiumi, della foresta immensa, del problema della deforestazione. C’è, comunque di più.  Non avrei mai pensato o immaginato che i fiumi di questo immenso territorio potessero seccarsi, eppure così è stato proprio recentemente. Ne sanno qualcosa don Gabriele Carlotti e don Gabriele Burani, che stanno attuando ai confini con la Colombia e che sono abituati a spostarsi sui fiumi. La siccità che ha colpito il territorio amazzonico, considerata la più grande siccità mai vista, ha provocato l’abbassamento impressionante degli affluenti del rio delle Amazzoni, con il conseguente arresto delle comunicazioni. Mercati vuoti a causa della mancanza dell’arrivo delle merci, un numero impressionante di pesci morti a causa della temperatura elevatissima dei fiumi. Il cambiamento climatico, i cui effetti si stanno sentendo dappertutto, è al centro del dibattito non solo sociopolitico, ma anche ecclesiale. Ne ha parlato Papa Francesco nell’enciclica Laudato sii e, più recentemente, nell’esortazione apostolica Laudate Deum. Affermando che: “Per quanto si cerchi di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono lì, sempre più evidenti.” E noi li stiamo vedendo bene, da vicino.

I responsabili della Facoltà Cattolica di Manaus


La Chiesa di Reggio Emilia e Guastalla è qui in Amazzonia e tocca con mano i disastri di un’economia predatoria, che non guarda in faccia a niente e a nessuno, pur di raggiungere i propri obiettivi. In queste settimane a Manaus, che è la capitale e in cui vivo da alcuni mesi, ci siamo spesso alzati alla mattina avvolti dal fumo causato dagli incendi, quasi sempre dolosi, nelle foreste limitrofe alla città. Essere a Manaus è importante non solo per il lavoro formativo svolto nella Facoltà Cattolica, in cui studiano anche i seminaristi di tutta l’area amazzonica, ma anche per accompagnare da vicino le attività della REPAM (Rete Ecclesiale Panamazzonica) e della CEAMA (Conferenza Ecclesiale dell’Amazzonia), un organismo ecclesiale che promuove la sinodalità e specifica linee di azione pastorale per creare comunità cristiane capaci di donarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino a dare alla Chiesa volti nuovi con caratteristiche amazzoniche, come ha detto Papa Francesco nell’Esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia.

Manifestazione per le strade della città da parte delle pastorali sociali della diocesi


E poi ci sono i popoli indigeni, che provocano la nostra riflessione. Alcuni giovani delle tribù indigene sono miei studenti. Nel corso di antropologia filosofica ho attivato un seminario in cui ho chiesto loro di riflettere sulla proposta di uomo e di donna elaborato nei secoli dalle comunità indigena. Dinanzi alla mia proposta mi hanno fatto subito notare, che non sono giovani di un’unica tribù, ma di varie, con lingue e culture differenti. È questa differenza che ci sfugge. Una diversità culturale, che i popoli indigeni hanno difeso e continuano a difendere dall’arroganza tipicamente Occidentale, che si ritiene superiore e migliore. Se la foresta Amazzonica, con tutta la sua ricchezza di biodiversità è ancora al suo posto, lo si deve ai popoli indigeni, che l’hanno difesa e continuano difenderla dall’aggressione vergognosa e predatoria delle grandi multinazionali che, pur di sfruttare il territorio, con le loro ruspe distruggono tutto ciò che si trovano dinanzi, compresi i villaggi dei popoli indigeni, che sono qui da sempre.

Animazione liturgica con alcuni simboli dell'Amazzonia


Camminare ecclesialmente in questo immenso territorio significa mettersi in ascolto, per non rischiare di compiere gli stessi errori di coloro che vengono in Amazzonia solo per sfruttare. Diceva Papa Francesco a Puerto Maldonado, in Perù nel giugno del 2018. “Grazie per la vostra presenza e perché ci aiutate a vedere più da vicino, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale, di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale, spirituale. Abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione”. Siamo qui in Amazzonia perché abbiamo bisogno di loro, per imparare a convivere con la natura, a rispettarla, ad amarla. Siamo qui per imparare a vivere il Vangelo in modo più semplice ed essenziale. Siamo qui per imparare a fare comunità mettendoci in cerchio, come fanno i popoli indigeni e come è avvenuto al Sinodo appena concluso, per ascoltare tutti e tutte. Siamo molto contenti di essere qui e di condividere questo cammino con voi. 

martedì 17 ottobre 2023

UNO SCAMBIO GENERATIVO

 






 

Paolo Cugini

Una cosa è certa: non ci s’improvvisa parroco di varie parrocchie. Siamo stati formati per secoli ad essere guide di una parrocchia. La gente stessa è abituata così. Ciò significa che, anche l’attuale esperienza delle unità pastorali, ha bisogno di un tempo prolungato per assestarsi. Inoltre, credo che abbia bisogno anche dell’esperienza dei missionari rientrati. In fin dei conti, siamo dei fidei donum, dei doni imprestati ad un’altra Chiesa per poi rientrare. Proprio su questo rientro mi sembra importante riflettere. Ci sono dei percorsi formativi per prepararsi all’entrata in nuovo contesto ecclesiale, in cui si viene orientati a cogliere lo specifico dell’esperienza in cui il missionario sarà coinvolto. C’è poi, soprattutto, l’attenzione al tempo necessario per l’adattamento alla nuova realtà. Non si viene, infatti, buttati subito nella mischia, ma c’è sempre qualcuno che accompagna nella nuova realtà. I primi anni di missione sono tempi di cambiamento, che esigono un cammino umano e spirituale molto profondo. La missione passa attraverso l’umanità del missionario e ognuno reagisce in modo diverso agli stimoli che il nuovo contesto propone. Questa differenza la si coglie dalle narrazioni, dai contenuti delle lettere, dalle testimonianze. C’è tutta una ricchezza ecclesiale e spirituale che viene mediata dall’umanità del missionario, dal lavoro che lui stesso svolge su di sé per imparare a camminare con il popolo di Dio incontrato. Per questo motivo siamo così diversi, per certi aspetti “strani” quando torniamo alla base. Anche al ritorno sarebbe necessario ipotizzare un periodo di formazione, per mettere in condizione chi rientra di riadattarsi lentamente alla realtà ecclesiale, sociale che, nel frattempo è molto cambiata. È in questa fase di rientro che sarebbe importante un percorso progettuale, per non disperdere tutta quell’esperienza ecclesiale e spirituale assimilata in tanti anni di missione e metterla a disposizione della diocesi. Tra queste nuove competenze apprese e che varrebbe la pena incanalare in un percorso progettuale, c’è la capacità di accompagnare la vita di parrocchie costituite da tante comunità, quelle che in Italia vengono chiamate Unità Pastorali. Guidare pastoralmente tante parrocchie non si apprende sui libri, ma nella vita quotidiana. Mentre in Italia si cerca di capire come fare, in altre parti del mondo questo stile di Chiesa è in atto da decenni. I missionari che hanno svolto la loro esperienza in Brasile hanno lavorato proprio in questo contesto ecclesiale. Sarebbe importante tenerne conto.



Nel passato ci sono state delle scelte, realizzate in primo luogo dal Vescovo Baroni e rinnovate dai suoi successori, scelte mosse dal clima di entusiasmo ecclesiale del dopo Concilio, che promuoveva una Chiesa popolo di Dio, che per sua natura è missionaria, queste scelte devono in qualche modo dire qualcosa alla Chiesa locale. L’aprirsi delle diocesi alle missioni è stato vissuto come la realizzazione del cammino conciliare. Le parrocchie delle aree missionarie sono state percepite come una realtà ecclesiale che ci appartiene, nel senso ecclesiale del termine. Così erano presentate le missioni diocesane negli incontri realizzati con gli studenti di teologia e anche delle superiori (quando c’erano: io c’ero). Chi si preparava al ministero presbiterale, sapeva che poteva essere chiamato a servire una delle nostre parrocchie in missione. Lo sapeva e per questo ci si preparava leggendo le lettere dei missionari, invitando i preti in rientro dalle missioni ad una celebrazione eucaristica, ad un incontro formativo o a predicare un ritiro spirituale. Ci si alimentava della spiritualità missionaria direttamente dalle fonti, i nostri preti diocesani fidei donum, perché si sapeva che si poteva essere chiamati per partire.  C’era la presa di coscienza del grande servizio che l’esperienza missionaria stava facendo non solo ai preti che partivano, ma soprattutto alle parrocchie della nostra diocesi.



Occorre ricordare, poi, che non solo preti sono partiti per le missioni, ma anche religiosi, religiose e molti laici e laiche. Una ricchezza ecclesiale incredibile che, anche se non è mai stato realizzato un progetto di ritorno, che aiutasse a valorizzare e incanalare questa ricchezza ecclesiale e spirituale, in ogni modo tutti coloro che sono rientrati dall’esperienza missionaria hanno contribuito ad arricchire le comunità parrocchiali di origine. Quante lettere, testimonianze, veglie di preghiera, messe missionarie sono state realizzate in tutti questi anni? Che dire poi, di tutti quei giovani che hanno fatto l’esperienza di un mese in missione, organizzato dal Centro Missionario Diocesano con percorsi formativi specifici. Spesso, molti di questi giovani non hanno alle spalle un cammino all’interno di una specifica comunità pastorale, ma si sentono spinti a fare un’esperienza in missione, perché, come sappiamo, le nostre missioni diocesane sono realizzate in luoghi nel mondo caratterizzati dalla povertà. Si coglie in questi giovani il desiderio di sperimentare il cammino di una Chiesa dei poveri, a contatto con realtà sociali che, in un modo o nell’altro, provocano una riflessione, soprattutto sul proprio stile di vita e stimolano la ricerca verso uno stile di vita più sobrio ed essenziale, in altre parole più conforme al Vangelo. Per questo, le missioni sono importanti nel nostro cammino di Chiesa, non solo per il prete o i religiosi che partono e ritornano con un bagaglio di esperienze ecclesiali e sociali che provocano in loro stessi un cambiamento, ma anche per coloro che rimangono, per le singole comunità parrocchiali. In tutti questi anni il Centro Missionario Diocesano ha lavorato tantissimo per mettere in circolo i contenuti provenienti dalle varie esperienze missionarie, contenuti che hanno contaminato positivamente il cammino delle nostre comunità parrocchiali.

 


Nella prossima puntata, che sarà l’ultima, proverò a spiegare perché la missione aperta in Amazzonia è di fondamentale importanza per il cammino della nostra Chiesa locale.

 

sabato 7 ottobre 2023

IN MISSIONE PER IMPARARE

 




 

Paolo Cugini

 

Mi ricordo come se fosse oggi la telefonata che ricevetti alle 23 di un giorno della settimana del febbraio del 1998 da don Tiziano Ghirelli, che allora era il segretario del Vescovo Paolo Gibertini. “Il vescovo Paolo ti aspetta domani alle 10. Mi raccomando, sii puntuale”. Passai tutta la notte a pensare il motivo di quella richiesta fatta a quell’ora. Senza dubbio, avevo combinato qualcosa (ogni tanto mi succede) che non era stata gradita nei piani alti. Arrivai piuttosto teso all’incontro con il Vescovo e, con mio grande stupore, non si trattava di un rimprovero nei miei confronti (stranissimo!), ma di una proposta. “Carissimo don Paolo, abbiamo bisogno di te in Brasile. Un nostro prete sta ritornando e tu sei un di quelli che ha dato la disponibilità per le missioni diocesane”. Mi ricordo benissimo che, quella del Vescovo Paolo non fu una domanda, una richiesta per una mia possibile disponibilità, ma una proposta. Il Vescovo Paolo mi stava chiedendo di andare come fidei donum nelle nostre missioni in Brasile. Non credevo alle mie orecchie: era veramente una proposta meravigliosa e ancora più bella perché assolutamente inaspettata. Mi disse che il mandato era per dieci anni (che poi diventarono quindici) e che era necessario un corso di preparazione della durata di due mesi, che si svolgeva ogni anno a Verona. Uscì da quell’incontro, che avrebbe trasformato totalmente la mia vita, con il cuore travolto dall’emozione e la mente stracolma di pensieri. Dieci anni, pensai, sono una vita.



I primi anni di missione sono stati veramente duri. Ero entrato in un mondo nuovo, a me totalmente sconosciuto. Non capivo la lingua, i modi di dire e di fare ma, soprattutto, non riuscivo a capire come funzionasse il cammino di Chiesa nel quale ero stato inviato. Non capivo come facessero don Piero e don Antonio - due preti reggiani da anni in missione in Ipirà della Diocesi di Ruy Barbosa con la quale la diocesi di Reggio collaborava da diversi anni - ad accompagnare, assieme ad un gruppo di suore, una parrocchia costituita da circa 110 comunità. Quelle che in Brasile chiamano comunità, corrispondono sia per numero di abitanti che per estensione, ad una nostra parrocchia. Piero, Antonio e le suore, oltre a visitare regolarmente le comunità, che avevano la possibilità della celebrazione eucaristica tre volte all’anno, svolgevano un grandissimo lavoro di formazione dei laici e delle laiche. Avevano costruito un centro di formazione e tutti i martedì realizzavano dei momenti formativi per mettere in grado i laici e le laiche di accompagnare le comunità nei vari servizi pastorali. Piero e Antonio, come del resto gli altri missionari, erano riusciti a liberarsi del modello di prete occidentale, per mettersi a servizio di un nuovo cammino di Chiesa, che esigeva un modello differente di prete. Non più il parroco come unico responsabile della parrocchia, ma i laici e le laiche in grado di celebrare la Parola alla domenica, di celebrare i funerali e tanti altri servizi nella comunità. La Chiesa, dunque, arrivava e continua ad arrivare in ogni singola comunità attraverso i laici e le laiche, grazie al lavoro formativo dei presbiteri e delle suore. Piero e Antonio erano divenuti capaci di accompagnare una parrocchia vasta come la diocesi di Reggio e Guastalla, composta da circa 110 parrocchie, con l’aiuto di un gruppo di suore. La grande rivoluzione pastorale è stata quella di mettersi al servizio di un nuovo modello di Chiesa.



Appena prete ero stato nominato curato e coordinatore della pastorale giovanile nella zona Pastorale di Castelnovo Sotto. A quel tempo, cioè circa trent’anni fa, c’era ancora un prete per ogni parrocchia. Don Danilo a Castelnovo, don Rino a Cogruzzo, don Eugenio a san Savino e io amministratore parrocchiale a Meletole. Eccetto il sottoscritto, questi preti sono già tutti nella casa del Padre e non c’è stato il ricambio. In questo cammino di Chiesa la comunità s’identificava con il parroco. Tutto passava dalle sue mani, ogni aspetto della comunità faceva riferimento a lui. Questo modo di essere nella parrocchia aveva stimolato un tipo di spiritualità specifico, quella del prete come “uomo mangiato” (padre Antonio Chevrier), totalmente dedicato alle sue pecorelle, delle quali non solo conosceva i nomi, ma anche tutte le vicissitudini. Del resto, quando rimani per tutta la vita in una parrocchia con un esiguo numero di abitanti, questa relazione di prossimità diventa possibile. Erano state queste le intenzioni del Concilio di Trento e cioè che la parrocchia doveva avere un’estensione e un numero di abitanti tale, che permettesse al parroco di visitarla speso. E così è stato.

Poi tutto è cambiato. Il numero dei giovani che entrano in seminario è cominciato a calare drasticamente al punto da arrivare ad affittare all’Università il prestigioso seminario di Reggio Emilia. Mi ricordo, una volta tornato dolorosamente dal Brasile, di una conferenza per i preti in cui don Moretto condivise una riflessione che trovai molto interessante (ogni tanto anche lui ne dice una buona): “In questo cambiamento così repentino ci siamo dimenticati di formare i laici per aiutarli a comprendere e accompagnare il cambiamento in atto”. In uno dei miei ultimi incontro con il Cardinale di Bologna Matteo Zuppi, che stimo tantissimo per la sua umanità e per la sua capacità straordinaria di vedere lontano, di percepire i segni dei tempi, mi disse a questo riguardo: “La CEI non ha mai trattato il tema delle Unità Pastorali in uno dei suoi incontri. Sono i parroci che lo stanno affrontando”.

Nella prossima puntata proverò a spiegare come mai l’esperienza dei missionari fidei donum può essere utile al nuovo modello di parrocchia che si sta strutturando in Occidente.

 

lunedì 18 settembre 2023

DA DUE MESI IN MISSIONE A MANAUS

 


Il parroco don Candido e il diacono Riccardo a sinistra della foto (non solo della foto)

Notizie per le parrocchie di Bevilacqua, Dodici Morelli, Palata Pepoli e Galeazza

Paolo Cugini

 

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando sono arrivato a Manaus, capitale dello Stato dell’Amazzonia in Brasile. L’adattamento è stato rapido e tranquillo. Rapido perché il parroco don Candido dell’area missionaria Sacra Famiglia, composta di quattro comunità, una settimana prima del mio arrivo è dovuto correre a San Paolo per aiutare il padre gravemente ammalato. Don Candido è un giovane prete di 46 anni molto attivo e pieno di energia, ha alle spalle diverse esperienza missionarie in zone diverse dell’Amazzonia. Da sette anni collabora con il diacono Riccardo e sua moglie, che insieme aiutano nel fine settimana nelle varie attività liturgiche e pastorali dell’area missionaria. Appena arrivato mi ha colpito l’età media piuttosto bassa (rispetto all’Italia) di coloro che partecipano all’eucarestia domenicale. Mi hanno colpito i tanti giovani e le giovani coppie che frequentano e che sono anche attivi in vari servizi pastorali. Mi ha colpito la cura della liturgia e, in modo particolare, del canto liturgico. Devo dire che sulla liturgia non hanno molto da insegnare alle quattro parrocchie che ho lasciato in Italia.

Il parroco don Candido è in questa area missionaria da circa due anni ed ha già realizzato un progetto pastorale veramente degno di nota. In primo luogo, ha ristrutturato i consigli pastorali e rinnovato i ministri e ministre dell’eucarestia e della parola. “Vedevo le persone che frequentavano la messa domenicale – mi ha raccontato domenica scorsa – e me li segnavo su un foglio poi cercavo i loro indirizzi e i loro numeri di telefono. Poi li ho invitati personalmente e ho fatto loro la proposta”. Don Candido ha avuto il coraggio di porre a coordinare le quattro comunità quattro donne suscitando non poche polemiche (da parte di qualche maschietto: ndr.). Una chiesa ministeriale dal volto femminile: di meglio non potevo trovare. In questi due mesi di assenza del parroco, che si faceva presente per telefono con i vari leaders, le comunità non si sono fermate, anzi. Più di tanto durante la settimana non potevo aiutare, essendo impegnato nelle lezioni alla Facoltà Cattolica dell’Amazzonia dal lunedì al venerdì. Mi ha colpito lo spirito d’iniziativa, la presa di posizione delle leaders dinanzi ad alcune situazioni che richiedevano una risposta immediata.

Faccio un esempio e poi chiudo. In una di queste comunità c’è stata la festa del patrono (non ho fatto nessuna processione!) La signora Stella, che è la coordinatrice della comunità Vergine della Pietà, che si celebra il 15 settembre, mi ha spiegato che, dopo aver riunito il Consiglio Pastorale (l’ha indetto lei), hanno deciso di dividere il momento religioso dalla festa. E così durante nove giorni tutte le sere si sono trovate nella piazzetta della comunità o davanti ad alcune case per un momento di celebrazione della Parola, gestita da loro fino al giorno 15 della festa con messa solenne (celebrata da un altro prete perché ero occupato con l’università). La festa mangereccia la faranno sabato 7 ottobre e la organizza il Consiglio Pastorale e non gruppi esterni alla comunità (come succede stranamente da altre parti).

Vi saluto di cuore e vi auguro un cammino ecclesiale all’insegna della comunione con il vostro carissimo e simpatico parroco don Marco. 



martedì 18 gennaio 2022

LA MISSIONARIETA’ DELLA COMUNITA’ POST-CRISTIANA

 



 

Paolo Cugini

 

     Affermare che è finita l’epoca della cristianità non significa dire che il cristianesimo è finito: anzi. Forse mai come in questa epoca è possibile davvero vivere con maggiore autenticità e intensità il messaggio cristiano, perlomeno, così come era presentato alle origini e vissuto nei primi secoli. Del resto, è proprio il lavoro svolto durante il Concilio Vaticano II, considerato da molti un Concilio di rottura con la tradizione, mentre, in realtà, la grande rivoluzione operata in esso è stata quella di riprendere i contenuti dei Padri della Chiesa, grazie all’impulso degli studi della Nouvelle Teologie, che per decenni ha tradotto non solo i testi di questi Padri, ma ne ha proposto degli approfondimenti, delle ricerche.

Il problema maggiore, consiste nell’accompagnare questa fase estremamente delicata di passaggio epocale, nella quale mentre vediamo la fine di un’epoca storica, che ha segnato per secoli l’occidente, dall’altra si tratta di riprendere, per così dire un discorso interrotto da secoli, quello di comunità evangeliche, che non cercano di contare qualcosa nel mondo o di incidere nella società, ma si sforzano di vivere il Vangelo nella vita quotidiana. In questo cammino anche il ruolo della guida della comunità va ridimensionato o meglio, riportato al suo significato iniziale.

Un aspetto significativo che ha caratterizzato le comunità cristiane nel loro sorgere, è stata la dimensione missionaria. Paolo, il protagonista dei primi viaggi missionari documentati non solo dalle sue lettere ma anche dal libro degli atti degli Apostoli, non riusciva a tenere per sé il grande incontro che lui stesso aveva fatto con il Risorto sulla strada di Damasco (cfr. At 9): sentiva il desiderio di comunicarlo a tutti. La verità dell’incontro con il risorto sembra essere il desiderio di comunicarlo a tutti. La dimensione missionaria della fede è intrinseca al cammino della comunità cristiana. L’uscita prima dalla comunità di Antiochia e poi dalla comunità di Gerusalemme, conduce Paolo a scoprire una delle novità più significative della Chiesa degli inizi: anche i pagani sono chiamati alla salvezza attraverso il Vangelo. Paolo non avrebbe mai scoperto questa novità se fosse rimasto chiuso tra le mura della comunità. La scoperta di Paolo e del suo compagno di Viaggio Barnaba, sarà fondamentale nella discussione avvenuta nell’assemblea di Gerusalemme (At 15) sulla necessità di non imporre le Leggi mosaiche a coloro che entravano nella comunità cristiana provenendo da un contesto pagano, perché a partire da Gesù, dalla sua passione morte e risurrezione – è questo il kerigma che Paolo annunciava nei suoi viaggi – è solo la grazia che salva. 

È uscendo dalla comunità per andare a portare il kerigma a coloro che ancora non lo conoscono che la Chiesa scopre cose nuove e permette, in questo modo di crescere, arricchendosi di contenuti e significati nuovi. L’aspetto missionario è, dunque, uno dei primi e fondamentali elementi che il nuovo contesto che si sta creando con la fine della cristianità, permette di recuperare e valorizzare. Nell’epoca della cristianità la parrocchia ha identificato il cammino della comunità e la sua caratteristica, oltre a voler controllare il territorio sul piano religioso, è una chiusura asfittica, al punto che ogni parrocchia era un mondo chiuso a se stante. Il campanilismo è la malattia cronica delle parrocchie, comunità chiuse e autoreferenziali, con il desiderio di comunicare agli altri l’annuncio del risorto, praticamente azzerato. Riprendere in mano la dimensione missionaria significa, in primo luogo, fare esperienza del risorto, sentirne la presenza per poi muoversi verso l’esterno, e penare cammini di nuova evangelizzazione o, meglio, di rievangelizzazione. 

Non si tratta di processi d’indottrinamento, né di catechizzazione a tappetto, ma di condivisione del motivo centrale che dà gioia alla propria vita. Come per Paolo, la verità dell’incontro con il risorto, si manifesta nel desiderio, che diventa necessità di dire agli altri il motivo della propria gioia, della propria rinascita. Quando questo avviene, è nei consigli pastorali della comunità che si decide in che modo uscire e come. La comunità che esce a portare al mondo circostante il Vangelo della gioia sente la necessità di rimettere, per così dire, ordine in “casa”. Si esce per annunciare il Vangelo e, allo stesso tempo, s’invitano le persone incontrate a partecipare della nostra festa della domenica, che è il giorno del Signore. Lo slancio missionario della comunità provoca, come conseguenza, il riordino della liturgia, lo svecchiamento in cui spesso e volentieri si trovano i nostri culti i cui protagonisti sono sempre le stesse persone, che compiono gli stessi gesti e cantano le stesse canzoni. 

L’uscita verso l’esterno della comunità provoca, come conseguenza, la necessità di un riassetto interno. Chi infatti, invita qualcuno a casa, la ripulisce, la sistema: la vuole presentare bella. È questo un effetto significativo della dimensione missionaria della comunità: produce un movimento di ripulitura.

 

mercoledì 16 ottobre 2019

Amazzonia Casa Comune Eventi di condivisione e di ascolto durante il Sinodo sull’Amazzonia





Paolo Cugini

Città del Vaticano. In vista del Sinodo sull’Amazzonia, è cominciato un processo di articolazione che raccoglie alcune istituzioni e organizzazioni della Chiesa con il proposito di creare uno spazio per il dialogo e l’ascolto, che accompagna il Sinodo sull’Amazzonia in svolgimento a Roma. Come ricorda Roberto Carrasco Rojas, OMI, uno dei membri del comitato di coordinamento, “non si tratta solamente di presentare varie attività, si tratta piuttosto di un esercizio in comunicazione e dialogo interculturale, un’interazione con ciò che è nuovo, diverso, ancora sconosciuto”.

Amazzonia Casa Comune – è questo il nome dell’iniziativa -, è un impegno a rendere presente la vita dell’Amazzonia e chi vi abita.  Nell’Amazzonia, maloca è il posto in cui le comunità indigene si siedono per semplicemente essere, ascoltare, celebrare e essere capaci di capire quello che succede nella vita della comunità.  I fratelli e le sorelle indigeni e altri rappresentanti del territorio, assieme alla presenza ecclesiale in quel territorio, sono gli attori e protagonisti di questo spazio.

Amazzonia Casa Comune è, dunque, uno spazio ecclesiale in cui vengono discussi temi che i fratelli e le sorelle dell’Amazzonia considerano prioritari. Concretamente questo spazio ha come punto di riferimento costante la Chiesa di Santa Maria in Traspontina dov’è attivata una mostra fotografica permanente sulla realtà amazzonica e dove avvengono le principali celebrazioni liturgiche durante il Sinodo. Oltre a questo spazio, altri eventi stanno avvenendo presso l’Istituto Consolata e presso il Centro Internazionale della Gioventù San Lorenzo.

Tra gli eventi in programma ne segnalo alcuni. Il primo è il percorso organizzato all’Istituto Consolata dal titolo: I Volti dell’ad Gentes. Tra i vari interventi, significativi sono stati quelli di padre Livio Girardi e di suor Amelia Gomes. Padre Livio Girardi ha proposto una riflessione sulla metodologia dei missionari nella terra Indigena Raposa Terra do Sol, in cui si è passati dal progetto di sacramentalizzazione, tipico dell’impostazione missionaria prima del Concilio Vaticano II, ad un maggiore sforzo d’inculturazione. Come ha sostenuto padre Girardi: “nel 1974 i missionari della Consolata decidono di dedicarsi totalmente ai popoli indigeni e spinsero la Chiesa di Roraima (Brasile) a fare lo stesso”. Dal canto suo, suor Amelia Gomes ha evidenziato il processo d’inculturazione messo in atto nel cammino di evangelizzazione di alcune comunità della Guinea Bissau. “Il nostro stile di missione– ha sottolineato suor Amelia - è basato sulla semplicità, privilegiando la cura delle relazioni. Questi gesti ci hanno permesso di conoscere la tradizione e la cultura del popolo. Partecipando della loro vita, ci ha permesso di essere accolti. Per mezzo della vicinanza e del dialogo abbiamo iniziato un percorso di evangelizzazione. Abbiamo osservato, ascoltato senza fretta, progettando la missione con pazienza senza fretta”.

Il confronto che sta avvenendo nello spazio di Amazzonia Casa Comune sui diversi modelli di missione attuati dai missionari nelle terre indigene, è di estrema importanza perché può aiutare ad uscire da quei processi di colonizzazione missionaria denunciati da Papa Francesco in questi giorni. In questa prospettiva, toccante è stata la testimonianza condivisa da alcuni rappresentanti dei popoli indigeni presenti in questi a giorni a Roma per accompagnare il Sinodo sull’Amazzonia, sulla figura del laico spagnolo Vicente Canãs, che ha attuato per molti anni nel territorio amazzonico in difesa dei popoli indigeni. Il cacique (capo indigeno) José Luis, intervenuto nella tavola rotonda organizzata all’Istituto Consolata venerdì 11 ottobre sul tema: Il protagonismo dei popoli indigeni, ha condiviso la sua testimonianza con le seguenti parole: “Ho accompagnato il lavoro del CIMI in Rondonia e ho visto che sono persone che sono venute per aiutarci. Vicente Canas ci ha aiutato molto. I missionari sono persone che si donano per gli altri, si dimenticano di sé stessi, si consegnano spiritualmente, si distaccano dai beni. Oggi il mondo ha bisogno di persone così”. Mentre i Padri sinodali si confrontano sulle linee pastorali da adottare per dei cammini di evangelizzazione sempre più inculturati da attuare nei territori amazzonici, negli spazi di Amazzonia Casa Comune il confronto sta avvenendo su percorsi d’inculturazione già sperimentati e, il dato sicuramente più interessante, è la testimonianza diretta di alcuni rappresentanti dei popoli indigeni. Parole significative perché testimoniano la bontà del Vangelo come proposta possibile di un modo diverso di entrare in relazione con popoli e culture “altre” che, piuttosto della violenza e della soppressione, sceglie il cammino dell’ascolto e della valorizzazione. Come ha sostenuto l’indigena Ernestina, sempre nello spazio del dibattito sul protagonismo dei popoli indigeni: “I missionari rispettano la cultura indigena e non hanno mai impedito i nostri rituali, le nostre celebrazioni.” Ascoltare queste parole in un contesto politico in cui le conquiste di tanti anni di lotta in Brasile sono messe a dura prova dalla brutalità del neo presidente Bolsonaro, imprime forza e coraggio a coloro che vivono in queste zone ricche di tensioni.

Molti sono ancora gli eventi in programma ad Amazzonia Casa Comune. Chi fosse interessato può consultare il sito: amazonia-casa-comun.org