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lunedì 4 maggio 2026

Il Grido profetico di Papa Leone: la pace come cuore del Vangelo

 



 

Paolo Cugini

 

 

Dopo una fase iniziale di pontificato segnata da una prudenza, che alcuni osservatori avevano interpretato come un silenzio fin troppo cauto, Papa Leone ha impresso una svolta decisiva al suo ministero. Negli ultimi mesi, la sua voce si è levata con una forza nuova, dissipando ogni dubbio: la sua non era assenza, ma una riflessione profonda che oggi sfocia in una presa di posizione netta e inequivocabile contro l'orrore della guerra.

Questo cambiamento di passo non rappresenta una rottura, bensì una matura continuità. Papa Leone si riallaccia non solo al magistero di Papa Francesco, ma a tutta la Tradizione della Chiesa. Il Papa, infatti, non è un attore politico in cerca di consensi, ma il custode di un mandato millenario: far risuonare nel mondo il Vangelo di Gesù. In questo senso, il suo richiamo alla pace non è un’opzione diplomatica, ma la declinazione concreta dell’annuncio della misericordia infinita del Padre. È il dono gratuito della pace offerto a chiunque sia disposto ad accoglierlo.

Il contesto attuale rende questo messaggio quanto mai urgente. Viviamo in un’epoca devastata da conflitti alimentati da una classe politica spesso irresponsabile, accecata dalla sete di potere e dal desiderio di egemonia. In questo panorama desolante, le parole di Papa Leone si trasformano in un grido profetico. Egli non parla solo ai cattolici, ma si rivolge alla coscienza dell’intera umanità, denunciando come la violenza sia la negazione stessa della dignità umana.

La forza del magistero di Leone risiede nel riconoscere che la pace non è un astratto equilibrio geopolitico, ma un anelito che nasce dal profondo del cuore umano. È il desiderio intrinseco di ogni individuo di vivere in libertà e con dignità. Richiamando costantemente il mondo alla cessazione delle ostilità, il Pontefice si fa interprete di chi non ha voce: le vittime, i poveri, coloro che subiscono le decisioni di pochi potenti.

Il dovere di un Papa è testimoniare la Verità senza paura né tentennamenti. Papa Leone ha scelto di farlo mettendo al centro la questione della pace come cardine della fede cristiana. È un richiamo giusto, doveroso e necessario, che ricorda a tutti noi come, la costruzione di un mondo più umano, passi inevitabilmente per il rifiuto della logica delle armi e l’abbraccio della fraternità universale.

 

venerdì 6 marzo 2026

IL MONDO CONTAMINATO CAMMINO PER LA PACE

 




Paolo Cugini

 

1.      La contaminazione culturale conseguenza della cultura del dopo

La possiamo definire così: cultura del dopo. È il cammino che l’occidente ha imboccato sin dall’inizio del suo modo de argomentare, di raziocinare, di porsi nei confronti del mondo. Sono tanti i percorsi che oggi vengono nominati con il prefisso: post. Ciò significa che il presente considera il pensiero moderno come superato per sempre, con tutto ciò che questo superamento comporta. Epoca moderna fa riferimento al periodo in cui si consuma la separazione definitiva tra fede e ragione, che aveva caratterizzato il cammino del periodo medievale, verso un modo di abbordare la realtà che non fa più riferimento alle argomentazioni metafisiche e nemmeno cerca appoggio sui dati rivelati, ma si fida solamente del metodo sperimentale e dell’osservazione. Il dibattitto causato dall’impostazione eliocentrica di Copernico, che in poche battute aveva scalzato la concezione astronomica geocentrica, che per molti secoli aveva dominato il modo di vedere il posto della terra e del sole nell’universo, conduce la cultura occidentale a pensare un nuovo modo d’intendere la scienza. D’ora innanzi, può definirsi scientifico un discorso basato su osservazione e sperimentazione e che possa essere espresso con la matematica. È stato per prima Keplero, che aveva utilizzato le misurazioni fatte da Tycho Brahe sulla distanza terra Marte per comprendere che il movimento dei pianeti non poteva essere un cerchio come voleva Aristotele, ma un’ellisse, e poi Galileo che aveva applicato la matematica alle osservazioni fatte al telescopio. Numeri, dunque, e non più metafisica che, a detta di Bacone, non serviva a nulla perché formulava discorsi che poi non avevano un’attinenza concreta con la realtà.

Dopo che cosa, allora, dice l’espressione che ha come prefisso il post? Dopo il fallimento di un pensiero che aveva l’arroganza di descrivere la realtà in modo apodittico, senza errori al punto da potersi dire in grado di prevedere il futuro nei minimi dettagli. I grandi sistemi filosofici nati nella modernità sono sorti con questa pretesa che, allo stesso tempo è una forma di arroganza culturale. Hanno preteso di ingabbiare la realtà senza ascoltarla, senza conoscerla a fondo e, per questo, ad un cero punto del percorso, si è ribellata. L’epoca attuale è testimone del fallimento del progetto della modernità occidentale e, per questo motivo, assistiamo ad una radicalizzazione delle proposte culturali che stanno sorgendo. Il prefisso “post” ha questo significato del desiderio di andare oltre che, allo stesso tempo indica una presa di distanza radicale dalle modalità di approccio alla realtà messe in atto dalla modernità. Il problema maggiore al quale stiamo assistendo è la percezione drammatica che forse ci manca il tempo necessario per riuscire ad aggiustare i danni realizzati dai sistemi moderni.

Che cosa comporta la crisi delle strutture moderne, la disgregazione dei valori assoluti della modernità, la fine delle grandi narrazioni, in altre parole, lo svuotamento del concetto di verità? In primo luogo, la possibilità costante e quotidiana di qualsiasi tipo di contaminazione: culturale, filosofica, teologica. Sono cadute le difese dei grandi bastioni dei sistemi filosofici e teologici, che non hanno retto all’urto della realtà e allora qualsiasi sincretismo diventa possibile, qualsiasi mistura può rientrare nell’ordine del giorno. Non solo, ma proprio quelle parole che sino ad allora erano considerate negative, come appunto, contaminazione, sincretismo e mistura, ora assumono non solo un valore positivo, ma addirittura indicano un nuovo cammino, anzi, il cammino.

La cultura, infatti, d’ora innanzi non può che essere contaminata, campo aperto e libero per ogni possibile e plausibile contaminazione. Non ci sono, infatti, più quelle regole fisse e precostituite a tavolino che impedivano il libero scambio di idee, di intuizioni. Ora tutto è possibile, tutto è interscambiabile, tutto può essere assimilato e modificato, anche perché tutto è in connessione con tutto e ogni elemento della vita, della natura, della realtà rimanda all’altro. Questa presa di coscienza che è stata prima di tutto scientifica, diviene il terreno culturale specifico che ogni sapere è chiamato a percorrere. Non solo, ma questo dato così importante della realtà è stato compreso solamente dopo la dissoluzione del sapere metafisico e sistematico. Questo è uno dei grandi paradossi del cammino della cultura Occidentale. Per secoli la metafisica ha definito ciò che era verità da ciò che non lo era. La teologia cattolica ha fatto suo il paradigma metafisico indicando in modo apodittico ciò che veniva da Dio e ciò che era sicuramente il male. Questo modo di argomentare assertivo e apodittico fondato su presupposti aprioristici indiscutibili ha prodotto dei cammini culturali chiusi. Non solo, ma il mondo culturale moderno non ha fatto altro che erigere fossati, roccaforti, protezioni nei confronti delle culture altre. In un mondo siffatto non potevano che esserci guerre, per difendersi dai baluardi altrui, dalle idee e culture altre, che potevano correre il rischio di contaminare e, di conseguenza, corrompere le presunte verità elaborato a tavolini e irrispettose della natura. Un mondo, una cultura contaminata può divenire un cammino di pace.

 

martedì 14 ottobre 2025

AMORE E PROFEZIA

 



l’insolubile legame Che Trasforma il Mondo

 

Paolo Cugini

In un’epoca in cui spesso ci si ferma alle apparenze e le relazioni rischiano di diventare superficiali, accostare le parole amore e profezia può sembrare quasi un ossimoro. Eppure, queste due dimensioni sono unite da un vincolo profondo e inscindibile: solo chi ama davvero riesce a vedere oltre ciò che è immediatamente visibile agli occhi. L’amore, infatti, non si limita a sentimenti passeggeri o a emozioni effimere, ma diventa una forza capace di penetrare le tenebre e di percepire la luce, anche quando tutto sembra buio.

Amore e profezia. Sembra strano, ma è un binomio strettissimo. Solo chi ama riesce a vedere oltre l’apparenza. Amare non significa accettare passivamente ciò che ci circonda, ma saper scorgere i segni nascosti di speranza e cambiamento anche nei momenti più difficili. L’amore autentico ci rende capaci di ascoltare il cuore della realtà e di riconoscere la promessa dell’aurora anche nell’oscurità più profonda. Solo chi ama profondamente desidera una giustizia che vada oltre il proprio interesse personale. Solo chi ama desidera la giustizia, perché non sopporta le disuguaglianze e grida contro ogni forma di sopruso. L’indifferenza è il vero nemico della profezia: chi ama non può voltarsi dall’altra parte di fronte all’ingiustizia, ma diventa voce che denuncia e braccia che costruiscono. Amare significa anche non tacere di fronte al male, ma prendere posizione, rischiare, impegnarsi in prima persona.

Questi sono i tratti del profeta, che viene da una profonda esperienza d’amore, dalla ricerca quotidiana del volto del mistero che intravede nella storia. Il profeta non è un visionario isolato o un semplice predicatore, ma una persona che, attraverso l’amore, si mette in ascolto del Mistero che abita la realtà. È la passione per il bene e la ricerca costante di senso che lo spinge a leggere la storia con occhi nuovi e a intravedere possibilità laddove gli altri vedono solo limiti. È il profeta, che è l’uomo o la donna dell’amore profondo del Mistero, ad essere portatore di pace, costruttore di ponti, lavoratore instancabile per costruire alleanze.  In un tempo segnato da divisioni, diffidenze e conflitti, il profeta è colui che sa abbattere i muri e gettare ponti tra le persone. La sua è un’opera silenziosa ma straordinaria: cerca la pace, semina speranza, costruisce alleanze durature perché radicate nell’autenticità dell’amore.

In un mondo che ha bisogno di profeti, ognuno di noi può scegliere di amare con profondità, guardando oltre le apparenze e impegnandosi per una giustizia vera e una pace possibile. La profezia, allora, non sarà solo parola, ma vita vissuta, testimonianza concreta che un altro mondo è possibile quando l’amore diventa la nostra luce guida.

mercoledì 19 luglio 2023

MESSAGGIO DEL CARD. MATTEO ZUPPI PER LE ESEQUIE DI MONS. LUIGI BETTAZZI

 


 


 

Mi dispiace non potere essere presente. Non mi è possibile solo a causa di un impegno per la pace. Sono sicuro che Mons. Bettazzi, assetato di pace e giustizia e di convinta non violenza, mi avrebbe raccomandato di fare tutto “l’impossibile”. Ci aveva abituato alla sua presenza, solare, determinata, libera, evangelica, sempre in cammino, entusiasmante, piena di vita. Pur conoscendo bene il galateo ecclesiastico - educato com’era alla scuola di Nasalli Rocca e Lercaro - non ha mai smesso di portare con libertà il Vangelo ovunque, perché per tutti Gesù è venuto. E si è raccomandato piuttosto di andare a cercare, non di starcene fermi ad aspettare. È stato un Vescovo del Concilio Vaticano II.

 Non è mai entrato, né prima né dopo, nella folta schiera dei profeti di sventura, coloro che “non senza offesa” al successore di Pietro preferivano e preferiscono continuare ad usare le armi del rigore credendole indispensabili per difendere la verità e evocando improbabili periodi passati senza imparare dalla storia. Era libero perché amava Dio e la Chiesa. Cercava il dialogo non perché ambiguo, facile, ma proprio perché convinto della propria identità, senza ossessioni difensive che vedono il nemico dove non c’è e non lo riconoscono dove, invece, si annida. Ascoltava per rispondere e non parlare sopra. Comunicava la gioia di essere cristiano e annunciava la chiamata a tutti ad esserlo. Amabile, instancabile, gentile ma per niente affettato, scomodo, ironico, colto senza mai essere supponente, parlava della Chiesa e dei poveri perché la Chiesa è di tutti, ma specialmente dei poveri e perché “le ansie e gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

 «La rivoluzione copernicana contenuta nella Gaudium et spes (non l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità) e quella della Lumen gentium (non i fedeli per la gerarchia, ma la gerarchia per i fedeli) stentano ad affermarsi», ripeteva. Lui non ha smesso di sognare. «Il mio “sogno” è che ogni cristiano si renda conto della sua vocazione “missionaria”. «La gioia più grande? Essere prete», aggiungeva. Ebbe il premio Unesco per l’educazione alla pace, perché non si devono subire i violenti e perché la tendenza alla violenza è comune e porta a imbracciare l’arma mentre la non violenza interpone la diplomazia. Fin dagli anni Sessanta ha scommesso sui laici, «non secondo i propri interessi, ma secondo l’interesse dell’intero cosmo per contribuire non solo a mantenerlo in essere…ma anche a svilupparlo nell’interesse comune».

Mons Bettazzi ai tempi del Concilio


Sì, ha chiesto a tutti noi, tutti, opportune et inopportune, di «essere discepolo che dà gioia», convinto che «il regno di Dio è l’umanità come Dio la vuole». Grazie don Luigi, benedizione con la tua lunga vita, perché non hai smesso di sognare e non ti sei stancato di farci vivere la primavera del Concilio. Grazie e continua a pregare per noi e con noi. In pace e con il sorriso.

 

Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna

Presidente della Cei, Roma, 18 luglio 2023

mercoledì 22 febbraio 2023

VENERDI 24 FEBBRAIO A RENAZZO PREGHIERA PER LA PACE ORE 21

 


A un anno dalla scoppio della guerra in Ucraina ci troviamo tutti in chiesa a Renazzo per chiedere il dono della pace.

mercoledì 27 aprile 2022

CARDINALE MATTEO ZUPPI: PROMUOVIAMO LA PACE CON LA RICONCILIAZIONE

 



“Esiste il diritto alla legittima difesa, ma ancora di più c'è il diritto alla pace. La spada non la vinci con la spada. Anzi, una nuova spada produce altre spade. Certo non possiamo considerare mai allo stesso modo la vittima e il carnefice. Occorre promuovere la pacificazione attraverso la riconciliazione, in modo da fermare l'aggressore e salvare la gente. Ogni minuto quanti sono uccisi, feriti, sfollati? La prima mossa deve essere - oltre alla preghiera e al nostro, personale, disarmo interiore - umanitaria: proteggere i più deboli, le vittime. E poi cercare attivamente il modo di interrompere la catena malefica dell'occhio per occhio. Per questo il simbolo del pensiero cristiano sono Irina, infermiera ucraina, e la sua amica Albina, studentessa russa, che insieme hanno portato la croce con il Papa. Simbolo decisivo nel presente che aiuta a preparare il futuro." (Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna 24 aprile 2022).

domenica 27 febbraio 2022

DCIAMO NO ALLA GUERRA - TONINO BELLO

 



Diciamo NO alla guerra.

Un NO risoluto, senza cedimenti,

senza interpretazioni riduttive.

Il NO che si pronuncia

davanti alle follie più criminali

e sotto l'incalzare delle tragedie

più torbide della storia.

Se, non volendo sprecare,

il vostro NO

lo tratterrete in gola

per un occasione più tenebrosa

di questa,

state certi che non esploderà più:

perchè non c'è peccato

più sacrilego della guerra.

La guerra è un'avventura

senza ritorno,

il declino dell'umanità.

Non può essere un mezzo adeguato

per risolvere i problemi esistenti

tra le nazioni.

Non lo è mai stato

e non lo sarà mai.

Coraggio amici.

Non lasciatevi cadere le braccia.

Lo scatenarsi della sufficienza

dei dotti non può smontare

le faticose costruzioni di pace

che in questi anni avete

faticosamente realizzato.

mercoledì 22 dicembre 2021

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

 



1° GENNAIO 2022

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura

 

1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». 

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri».  Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale.

D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. 

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.

Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura.  Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media».  È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature».  Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. 

Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. 

4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.

In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale».  Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.

Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2021


Francesco

 

lunedì 28 dicembre 2020

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

 




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

 

Sintesi: Paolo Cugini

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

 

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.

 La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.

 


In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri.

 

 

domenica 6 ottobre 2019

DARSI PACE - INCONTRO INIZIALE 2019




DARSI PACE-LA VISA DEL RITORNO
ROMA 6 OTTOBRE 2019

Marco Guzzi


Sintesi: Paolo Cugini
Pensare ad eventi di massa in cui non è necessario gridare.
Darsi pace significa possiamo godere.
Movimento di liberazione interiore per la trasformazione del mondo.
Uso della telematica di tipo spirituale e di tipo politico. Movimento rivoluzionario inedito: gioia, libertà e tecnica. Il rivoluzionario de XXI secolo non-violento è felice, saprà smascherare l’inganno e per farlo occorre essere bravi.

Oggi festeggiamo vent’annidi Darsi Pace, che iniziò nel mese di ottobre del 1999.
Il percorso che proponiamo dura sette anni e dopo si può iniziare a ragionare dei temi importanti.
Ci sono dei responsabili regionali e gruppi di creatività culturale (scienza, religione, rapporto fra psicoterapia e spiritualità). C’è anche il movimento giovanile.
Darsi Pace nasce da un’intuizione che continua ad essere centrale: ci troviamo in un momento decisivo della storia, per tanti aspetti ultimativo.

Karl Jung nel 1955: nessuna persona capace di usare il cervello vorrà sostenere che lo stato presente sia un punto di arrivo durevole. Tutti sono convinti che il ritmo della trasformazione è incredibile e non è proprio possibile come una sintesi superiore potrebbe realizzarsi attraverso una forma presente. Occorre qualcosa di diverso. Ci vuole un cambiamento radicale delle istituzioni.

J Liftig: potremmo essere vicini alla fine di questa fase della storia e all’inizio di una fase nuova. Tutto il ciclo storico potrebbe essersi esaurito. Sono studi sulla felicità che dicono questo. L’attuale struttura sociale non ci rende felici.

Siamo in un punto cruciale della storia. Ognuno di noi sta vivendo una crisi radicale d’identità e di senso. Questo sembra non interessare nessuno. Si parla di crisi solo con la metafora economica ed ecologica. C’è qualcosa di più radicale che sta cambiando. Che cosa stiamo facendo qui? Che cosa ci stiamo a fare sul pianeta terra?

Piedi per terra e testa nel cielo. La crisi è fame di senso e di parole. Noi siamo qui per darsi pace. Lo spirito che guida questo movimento è uno spirito positivo. La buona notizia è che questa grande crisi è però una grandiosa crisi di crescita. Studiando la crisi a fondo si capisce che è una crisi di crescita. Ci stiamo liberando da forme vecchie, per questo non c’è nulla da rimpiangere. [Gioacchino Belli].
René Girard conferma questa tesi. Capiremo con il corpo questa possibilità di crescita. Lo capiremo quando ci alziamo alla mattina. Parliamo di conoscenza iniziatica. Tutto il cristianesimo è iniziatico. Capire trasformandoci. La conoscenza iniziatica si differenzia dalla conoscenza scientifica perché ti dice: tu vuoi conoscere questo mistero bisogna cambiare la mente. Occorre accettare il cambiamento di sé stessi e scoprire le profondità, cambiare punto di vista.
Forma dei nostri incontri con quattro principi ispiratori:
1.      Ci prendiamo cura delle persone subito e ci diamo pace subito. Teniamo conto delle persone che abbiamo vicino. Darsi pace è il metodo, ora. Dobbiamo ammorbidire per capire il senso iniziatico. Il rinvio è la forma mentis del piccolo io. Il rinvio è il trucco dell’ego.

2.      Noi non tergiversiamo, non parliamo d’altro. Rischio della noia delle chiacchere culturali, religiose, ecc. Non si parla di ciò che è essenziale che c’inquieta. Stando sul pezzo possiamo raccontare il senso delle cose. Occorre stare sul punto e non muoversi mai. Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e il resto sarà dato in sovrappiù.

3.      Noi accogliamo la sofferenza così com’è. Non abbiamo presupposti, non ci sono precondizioni. C’interessa accogliere l’umano in crisi. Siamo convinti che la crisi è di crescita. La crisi che stiamo vivendo non è un errore, ma una cosa sensata e positiva. Tutto il resto è falso. A volte siamo costretti a non essere noi stessi. Tutte le strutture hanno bisogno di essere modificati.

4.      Nei nostri laboratori nessuno è solo uno spettatore, ma tutti praticanti. Giochiamo tutti, tutti elaborano il loro pensiero. Siamo abituati sin da bambini ad essere spettatori. Rischio d’indebolire la capacità d’immaginazione. Occorre uscire dalla passività dello spettatore per essere attori e praticanti.
Contenuto: Cerchiamo d’integrare tre strutture conoscitive che normalmente sono separate tra di loro e abbiamo fame di:
a.      Livello culturale. Parole sensate, cultura. Il livello del praticare è lo studio come pratica spirituale. Dagli anni ’60 in poi c’è un declino della cultura. Abbiamo bisogno di chiavi interpretative adeguate. Studio come luogo della libertà.

b.      Livello esistenziale. Abbiamo fame di una liberazione profonda. Abbiamo pratiche autoconoscitive per sciogliere le difese e i blocchi accumulati nella vita.

c.       Livello spirituale. Pratiche spirituali serie. Occorre dedicare tempo alle pratiche spirituali. L’umiltà è la meta. L’umiltà non è la mediocrità. La piccolezza evangelica è un’altra cosa. I piccoli sono i discepoli che tornano bambini, morire e rinascere nello spirito.
Cerchiamo parole vere, nuove. L’arte consiste nell’integrare i tre livelli.
Strumenti che utilizziamo:
·         Siti riservati
·         Manuali
·         Gruppi territoriali/regionali
·         Gruppi di creatività culturale
·         Percorsi in internet (YouTube, Facebook, ecc.)




lunedì 31 dicembre 2018

Per una politica di pace: quali scelte? Seconda giornata del convegno di Pax Christi 2018




don Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia Politica presso Università Gregoriana, Roma – Presidente di Cercasi un fine.
Sintesi: Paolo Cugini
Il Papa cita 10 vizi della politica nel suo discorso di inizio d’anno. C’è una crisi epocale riguardo al potere che deriva dai processi di populismo e sovranismo messi in atto. La politica è diventata una preda e quindi ci sono dei predatori. È una generalizzazione che può essere pianificata. Le persone che vivono la politica come servizio sono pochissimi. La politica locale in Italia in generale è migliore della politica nazionale. In Italia abbiamo dei buoni sindaci e consiglieri. Siamo circondati da predatori, persone per cui prego che vada in galera il più presto possibile. Dobbiamo apprendere a rispettare la liturgia dello Stato.
Quali sono le prede della politica?
Il potere e le risorse finanziarie. Il Magistero sociale della Chiesa ha un suo linguaggio e parla sete di potere e avidità di denaro. Le prime prede intercambiabili sono il potere e il denaro. È finita la classe politica di persone legate al potere e disinteressate dal denaro. Oggi chi cerca il potere cerca il potere. Anche le istituzioni democratiche sono una preda. In questo momento storico i partiti non fanno congresso, che è un meccanismo per selezionare una classe dirigente.
Il consenso è un’altra preda. Nell’80% i politici leggono i testi preparati da altri. Non c’è nessun twit di un politico, né post, né comunicato stampa che non sia stato preparato per carpire consenso. Tutto è prodotto di marketing.
I poveri, gli ultimi, gli stranieri: sono delle prede. Non si fanno differenze fra immigrati, perché sono cose da intellettuali. Queste cose non attirano consenso e quindi si prende il pacchetto intero e lo si fa diventare una preda.
La situazione è peggiore del governo Berlusconi e del governo Renzi. L’emergenza non è politica, ma è culturale. È una battaglia che ha iniziato la Civiltà Cattolica agli inizi degli anni ’90 quando si parlava che le questioni morali e politiche sono…

Ai giovanissimi che cosa diciamo? Siamo dinanzi ad un vuoto culturale impressionante. Le eccellenze non fanno un Paese, perché l’eccellenza culturale e scientifica vengono da percorsi di sacrifici personali, ma non dicono la situazione generale delle nostre scuole, non dicono la vergogna dei docenti universitari che non insegnano e fanno altro. Questa è l’emergenza culturale. Occorre trovare il bandolo della matassa e questo sta nel cuore delle persone.

Le cose che dice Salvini le dice la gente. Salvini è uno dei tanti in ottima compagnia in questo Paese. Ci sono preti e vescovi che la pensano come Salvini.
Francesco: la crisi attuale fonda le radici in una crisi etica e antropologica.
Proposta: la tentazione dinanzi ad un quadro di crisi è di creare i gruppi ristretti di resistenza. Lo strumento del discernimento deve diventare una categoria fondamentale della nostra azione, assieme a quella della pazienza.
Discernimento: Francesco lo ha ripreso. Discernere i segni dei tempi, che prima vanno letti. Il discernimento non è automatico. È cresciuta la velocità tecnologica, ma non quella dell’intelligenza. Il discernimento ha bisogno di tempo e chi non si concede tempo rischia di diventare un predatore. I predatori sono velocissimi.

Il discernimento serve per cercare ciò che è gradito a Dio. Decidersi per ciò che è buono. Ciò che Dio ha creato è buono, anche se poi si è pervertito. Occorre coniugare i verbi del discernimento: valutare, capire, scegliere. La politica va capita, perché mette in campo dei meccanismi, ha delle regie note ed occulte. La buona politica è fatta di persone competenti, e anche di cittadini. È un esercizio di studio.
Pazienza. Occorre pazienza nel dialogo e nell’offrire parole. Il razzismo è radicato. Non abbiamo il compito di convincere qualcuno, ma di evangelizzare e, per questo, ci vuole molta pazienza. Non si fa la formazione funzionale all’emergenza. La formazione è costante nel tempo. Dobbiamo mirare non a risolvere il problema emergente, ma ad un cammino costante. L’inasprimento delle tasse colpirà i piccoli ma non i grandi. La formazione porta alla coerenza evangelica in campo politica. Milani diceva che dobbiamo spiegare le parole con pazienza.

La buona politica si basa sull’apprendimento delle parole, concetti e sul confermare quelle che abbiamo nel cuore e nella mente. Le politiche sociali sono l’attuazione del bene comune. Spesso si vuole mantenere il discorso su un livello retorico, per non entrare in profondità. Le parole devono riprendere i loro significati. Ci dev’essere un cammino di smascheramento fatto con intelligenza. Facebook non è un luogo di discussione, ma di armi bianche. Ci sono delle logiche di presenza e non formative. Dobbiamo capire gli strumenti che abbiamo in mano. Non si apprendono parole su Facebook, si lanciano.

La parola pace che cosa significa oggi nella testa delle persone? Bobbio: la filosofia della pace è una delle filosofie più deboli nel nostro contesto italiano. Che cosa so io di pace? Quale legame esiste tra politica e pace? Oggi il problema è la funzione sociale (Milani) che noi abbiamo come persone che rendono in contenuti significativi. Si potrebbero prendere alcuni numeri del testo del Papa e ragionare assieme.
Oggi le parole sono svuotate.

domenica 30 dicembre 2018

LA BUONA POLITICA A SERVIZIO DELLA PACE-CONVEGNO PAX CHRISTI 2018


Convegno Nazionale di Pax Christi MATERA - 30/31 dicembre 2018





Renato Sacco e Gianni Novello ci introducono al messaggio del Papa per la Giornata mondiale della Pace

Santeramo in Colle


Sintesi: Paolo Cugini

I vescovi della Sardegna sono impegnati nella lotta contro la costruzione delle armi.

Siamo a pochi passi da Matera, candidata come sede della 51 marcia della Pace. Matera è capitale europea della cultura 2019.

Non siamo soli perché anche la Diocesi di Altamura ci è vicina.

Gianni Novello: rilettura del messaggio del Papa di quest’anno: “la buona politica a servizio della pace”. Viviamo in solidarietà con la popolazione del Congo che vive immersa nella violenza. Il messaggio del Papa va letto con gli occhi delle vittime della non-pace. L’obiettivo della pace va unito alle situazioni di dolore e sofferenza.

Dopo il funerale di Romero in Salvador, un vecchietto nascosto in un sotterraneo chiedeva di ricordare all’Europa che siamo qui. Se siamo attenti alle persone che vivono in quelle situazioni, il mondo sa meno d’inferno. A volte la scommessa di tutti noi è di unire la buona politica con il quotidiano che sa ascoltare le sofferenze.
Il discorso del Papa tiene conto del primo articolo dello statuto dell’UNESCO: le guerre nascono prima di tutto nello spirito degli uomini. Pax Christi è un cenacolo di resistenza. Il Papa fa un messaggio che sembra senza mordente. Il suo messaggio è un insieme dei messaggi già fatti in precedenza. C’è dentro la Laudato Sii, l’Evangelii Gaudium. Il dovere della buona politica è affrontare i diritti che diventino doveri.

Il Papa inizia il suo messaggio con il tema della casa comune, che è ogni famiglia, ogni paese, ogni continente. Pace a questa casa: pace a tutte le case. Dietro la buona politica della pace ci dev’essere un lavoro educativo di consapevolezza.
Il Papa cita Paolo VI: la buona politica è manifestazione della carità. Il dovere della politica è il dovere della pace. Richiama a pratiche di virtù: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la fedeltà, la continuità. Occorre mettere insieme il Vangelo e la Costituzione a servizio delle vittime della non-pace. Il servizio del bene comune è a cominciare dai più poveri, perché ci sono peccati strutturali che emarginano. Ci sono strutture che impoveriscono. Il Papa dice che occorre riprendere questi temi affinché non cadano nel vuoto.ù

Il Papa ci mette in guardia contro i vizi della democrazia che mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione è il peggiore di questi vizi. Corruzione e produzione di armi, il commercio di armi vanno a braccetto. Altro vizio è la negazione del diritto e l’arricchimento illegale. Il Papa ricorda che l’Europa ha scelto più Macchiavelli che Erasmo da Rotterdam.

Il Papa ricorda gli esiliati, che trovano fili spinati. Per il Papa è un fenomeno provocato da cattive politiche: colonialismo e neocolonialismo. Faremo dei laboratori proprio per cercare di mettere insieme idee per far fronte a queste problematiche.
Cosa fare per l’ambiente: è uno dei problemi più scottanti. Anche il problema della cultura è delicato. Stiamo diventando un po’ tutti fascisti: stiamo troppo in casa e non volgiamo far parte di aggregazioni. Occorre elaborare un progetto di società.
Occorre avere il coraggio di avere visioni di futuro. Disarmare: La Chiesa, la cultura, la scuola, ecc.  Vedere la società come un poliedro e non una sfera. Cultura della differenza. Dobbiamo cercare le minoranze per tutelarle.

Non dobbiamo avere paura dei cambiamenti, ma dobbiamo entrarci e accompagnare i cambiamenti. Pax Christi come un gruppo di persone per elaborare progetti. Studio, preghiera e azione.
I vescovi sardi dicono: con facilità si vende fumo seguendo ideologie. Gli slogan e le promesse non aiutano a creare un clima distensivo. Buona politica è anche far crescere il lavoro. La produzione e il commercio delle armi non contribuiscono alla costruzione della pace.
La democrazia è in crisi. I diritti anche quelli della Costituzione hanno bisogno di vigilanza.