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venerdì 21 agosto 2026

Che cosa pensa un profeta?

 

Il profeta attinge il suo pensiero dalla relazione intima e silenziosa con il mistero e dall'immersione profonda nel tempo presente. Egli interpreta gli eventi quotidiani alla luce di questo legame spirituale, trovandovi un senso ed evitando di farsi sopraffare dalla negatività. Oggi, tuttavia, i profeti sono assenti e in attesa di un segnale, poiché le macerie del mondo rendono troppo difficile interpretare la storia.




Paolo Cugini

 

 

Che cosa pensa un profeta? Non pensa come pensa il mondo, né misura la realtà con il metro corto dell’utile, dell’immediato, del visibile. Il pensiero del profeta nasce in una zona profonda dell’essere, là dove la vita smette di essere rumore e diventa ascolto, là dove la coscienza non cerca più di possedere il Mistero, ma si lascia possedere da esso. Il profeta pensa a partire da una ferita luminosa: un incontro antico, avvenuto spesso nella giovinezza, quando il cuore era ancora capace di stupore e l’invisibile ha fatto irruzione come una presenza più reale delle cose reali.

Vi sono due sorgenti del pensiero profetico. La prima è la relazione personale con il Mistero. Il profeta è colui, colei, che un giorno ha sentito dentro di sé una chiamata senza voce e tuttavia più forte di ogni parola. Non è stata un’idea, non una dottrina appresa, non una convinzione costruita lentamente per ragionamento. È stata una presenza. Qualcosa, o Qualcuno, si è mostrato nell’intimo come attrazione, come gravità, come fuoco. Da quel momento la vita non ha più potuto tornare a essere semplice successione di giorni: è diventata risposta.

Il profeta non vive di curiosità religiose, ma di relazione. Coltiva il Mistero come si custodisce una fiamma nella notte. Sa che il Mistero non si concede alla persona distratta, non attraversa l’anima superficiale, non parla nel mercato delle parole vuote. Per questo il profeta impara presto la disciplina del silenzio. Dedica ore, giorni, settimane all’ascolto. Si sottrae, non per disprezzo del mondo, ma per non essere divorato dal mondo. Si isola, non per fuggire gli uomini, le donne, ma per poter tornare a loro con una parola che non sia soltanto sua.

Il tempo del profeta non è tempo perduto. È tempo scavato. Mentre gli altri corrono, egli rimane. Mentre gli altri accumulano notizie, egli cerca il significato. Mentre gli altri reagiscono agli eventi, egli li porta nel grembo del Mistero, finché essi non rivelano la loro domanda nascosta. Il profeta sa che ciò che è essenziale non si impone con violenza: matura lentamente, come seme sotto la terra, come parola che prima di essere detta deve essere purificata dal silenzio.

La seconda sorgente del pensiero profetico è il tempo presente. Il profeta non è un sognatore disincarnato, non abita un cielo astratto, non si nutre di visioni separate dalla polvere della storia. Al contrario, è immerso nelle vicende quotidiane con una intensità rara. Ascolta le persone, osserva le ferite, conosce le paure, intuisce i desideri repressi dei popoli, legge i movimenti profondi della società. Dove molti vedono soltanto fatti, il profeta avverte dinamismi; dove molti registrano eventi, egli discerne segni; dove molti si fermano alla superficie della cronaca, egli scende nel sottosuolo della storia.

La novità del profeta non consiste nel conoscere più cose degli altri, ma nel vedere diversamente ciò che tutti hanno davanti agli occhi. Egli interpreta il presente alla luce della relazione con il Mistero. Non separa mai l’ascolto interiore dall’ascolto della storia. In lui il silenzio e la piazza, la solitudine e il popolo, la preghiera e la cronaca non sono mondi opposti, ma due rive dello stesso fiume. Il profeta porta il mondo davanti al Mistero e porta il Mistero dentro il mondo.

Per questo il profeta non si lascia sopraffare dalla negatività degli eventi. Non perché sia ingenuo, non perché ignori il male, non perché addolcisca la durezza della storia. Il profeta vede le macerie, le conta, le tocca, ne sente l’odore. Ma non concede alle macerie l’ultima parola. Anche quando tutto sembra dissolversi, egli cerca il frammento che indica un cammino, la crepa da cui può entrare la luce, il segno umile di una presenza che continua ad accompagnare l’umanità perfino quando l’umanità sembra aver smarrito se stessa.

Il profeta non è un ottimista. L’ottimista spesso chiude gli occhi davanti all’abisso. Il profeta, invece, li tiene aperti. Egli guarda la notte senza negarla, ma dentro la notte ascolta il respiro dell’aurora. Sa che la storia non è soltanto il luogo della rovina, ma anche il luogo della chiamata. Ogni crisi, per lui, è una domanda rivolta alla coscienza. Ogni caduta è anche rivelazione di ciò che non regge più. Ogni deserto è lo spazio in cui l’uomo può finalmente distinguere le voci che lo ingannano dalla voce che lo chiama alla vita.

Oggi i profeti sembrano assenti. Ma forse non sono scomparsi. Forse sono nascosti. Forse tacciono perché il rumore è diventato troppo grande, perché le parole sono state consumate, perché il mondo ha imparato a trasformare ogni grido in opinione e ogni visione in contenuto da consumare. I profeti ci sono, ma camminano tra macerie troppo alte. Vedono l’accumularsi delle ingiustizie, delle guerre, delle solitudini, delle idolatrie tecnologiche, delle povertà spirituali. E davanti a questa massa di rovine comprendono quanto sia difficile oggi interpretare la storia senza tradirla, indicare un cammino senza semplificarlo, pronunciare una parola che sia vera e non soltanto efficace.

I profeti tra loro parlano. Si cercano nel silenzio, si riconoscono senza clamore, si confrontano sulle ferite del tempo. Nessuno pretende di possedere da solo la direzione. Tutti attendono. Attendono una voce che ancora non arriva, un segnale capace di aprire una strada dove ora si vede soltanto nebbia. Ma questa attesa non è passività. È vigilanza. È la forma più alta della responsabilità, perché chi non ascolta prima o poi parlerà a vuoto, e chi parla a vuoto aggiunge confusione alla confusione.

Forse il compito dei profeti di oggi è proprio questo: custodire l’attesa, impedire che l’umanità si abitui alle macerie, mantenere aperta la domanda quando tutti cercano risposte facili. Essi non devono inventare la luce, ma restare rivolti verso di essa. Non devono produrre visioni per saziare l’impazienza del mondo, ma preparare occhi capaci di riconoscere il segno quando verrà. Perché il Mistero non ha smesso di parlare; siamo noi, forse, ad aver smarrito le condizioni dell’ascolto.

Il profeta pensa dunque con due orecchi: uno rivolto al Mistero, l’altro appoggiato al cuore del tempo presente. Se perde il Mistero, diventa analista tra gli analisti. Se perde il presente, diventa visionario senza carne. Ma quando le due sorgenti si incontrano, nasce una parola rara: una parola che non consola falsamente e non condanna sterilmente; una parola che ferisce per guarire, denuncia per aprire, tace per non mentire, parla per servire la vita. E forse, proprio nel tempo in cui i profeti sembrano assenti, il mondo ha più bisogno che mai di uomini e donne capaci di tornare al silenzio, di attraversare le macerie e di attendere, senza disperare, il segnale della strada.

 



giovedì 6 luglio 2017

EVANGELIZZARE: COMPITO E COMPITI DELLA CHIESA



CUM VERONA 6 LUGLIO 2017


Relatore: don Luciano Meddi (Università Urbaniana)
Sintesi: Paolo Cugini

Alcuni nodi sono a livello d’interpretazione delle parole fondative. SI deve ritornare a discutere sulla realtà che è alla base dell’evangelizzare.
Evangelizzazione:
·         un termine in discussione
·         questione teologica
Un termine in discussione. Nella chiesa post conciliare abbiamo utilizzato diverse espressioni significa che non c’è un consenso su questo termine. Evangelizzazione:
·         predicare, evangelizzare
·         annunciare
·         proporre
·         comunicare
·         trasmettere
·         nuova evangelizzazione
Il sinodo del 2012 è per la trasmissione della fede nonostante i teologi sostengono che si tratti invece di testimonianza.
Alcune polarizzazioni:
-          Rinnovamento del messaggio: Parola di Dio
-          Rinnovo delle azioni

La nuova evangelizzazione si dice che non è nuova per il contenuto, ma per le strutture, i modi. Forse questa analisi dice della morte dell’evangelizzazione. Il grande problema è il rinnovamento del messaggio. Ci siamo dimenticati di altre due indagini importanti:
-          Chi è il soggetto dell’evangelizzazione? Non è la Chiesa, che ha un compito.
-          Il dinamismo. Come funziona l’evangelizzazione? Non in senso pratico, ma il dinamismo teologico.
Disambiguare la tradizione? C’è tutto il peso dell’interpretazione mandato missionario.
Chi sono i soggetti: Dio e l’uomo. L’evangelizzazione è il percorso che va dall’uno all’altro e quindi è un processo.
Qual è la dinamica? Illuminazione (cultura) ed esperienza salvifica. Dinamica di comprensione e illuminazione. L’evangelizzazione è una proposta culturale. Il contenuto è la storia personale e del mondo.

Il processo è ermeneutico. C’è evangelizzazione quando le persone interpretano se stessi e la storia in modo salvifico.
Il Contenuto è il Vangelo.
Riportare l’Evangelizzazione al Vangelo (EG).
Chi evangelizza è la trinità e non la Chiesa. Propone buone soluzioni. Questa attività di Dio sta dentro alla libertà della persona. È la logica del: se vuoi. La chiesa ha un ruolo di mediazione.
Il problema è capire quale idea di Trinità ho.

Come Evangelizza il Padre? Ponendo se stesso come fondamento, come termine della storia del cosmo. L’uomo se vuole ha un punto di riferimento per la sua realizzazione. Le tracce di questa evangelizzazione le trovo nel cosmo e nei processi di liberazione umana.

Come evangelizza lo Spirito? In quanto energia presente nel cosmo e nella storia. Ci sono delle tracce:
-          Le forme di coscienza in evoluzione
-          Le conversioni interiori
-          Le guarigioni interiori
-          I processi di unificazione e donazione
Come evangelizza Gesù?
Attraverso la sua testimonianza e la sua collaborazione al Padre
Tracce:
-          Nel Vangelo vissuto
-          Le sue azioni
-          Segno di liberazioni inaugurati
Gesù si è lasciato evangelizzare dallo Spirito: mosso dallo Spirito…
Evangelizzazione come azione trinitaria.

Il contenuto dell’evangelizzazione: Dio è nella storia degli uomini. La buona notizia è che Dio è presente nella storia.
Parlando dell’evangelizzare della Trinità a livello di significato si utilizza il significato al termine rivelazione. Il Vaticano II non ha dato un testo fondativo sull’evangelizzazione, in realtà il fondamento dell’evangelizzazione si trova in Dei Verbum. L’evangelizzazione nel suo mostrarsi diventa rivelazione e la rivelazione è un’evangelizzazione. Attraverso l’approfondimento della rivelazione possiamo comprendere ancora di più. Rivelazione non è un sostantivo ma un verbo: l’agire di Dio. È un dinamismo. Dei Verbum ci ha fornito alcune indicazioni: manifestazione, comunicazione di energia. L’evangelizzazione letta come rivelazione: applichiamo gli stessi criteri che applichiamo alla rivelazione. Entra nei processi umani e poi diventa contenuto, ma anzitutto è un processo.

La rivelazione è comunicazione ma soprattutto interpretazione. È la comunità che rilegge e interpreta. L’evangelizzazione è un’interpretazione: è la capacità di leggere la realtà in un determinato modo.
L’evangelizzazione è un’ermeneutica.
L’evangelizzazione diventa scrittura attraverso l’intervento di una comunità. Questo in Gesù è presente.
Paolo: ora possediamo il modo di pensare.

L’uomo uditore della Parola. Il processo di evangelizzazione come rivelazione dio senso è già scritto nel cuore dell’uomo.
-          Il soffio
-          La struttura conoscitiva
-          La struttura spirituale
-          Le religioni da millenni stanno cercando di comprendere Dio
-          La fede

L’uomo come essere bisognoso di Dio. Abbiamo bisogno del Vangelo. Il Concilio (GS, AG) riconosce che nella struttura umana c’è una serie di aspirazioni. È lo Spirito che ci mette dentro alcuni desideri. C’è rivelazione perché ne ho bisogno e me ne accorgo perché dentro di me ci sono delle inquietudini. La crescita umana si distingue da quella animale perché c’è bisogno di orientamento.

L’evangelizzazione funziona se lo metto dentro il progetto della persona. L’evangelizzazione funziona all’inizio come intuizione: vivere così mi fa bene.
Poi c’è l’abilitazione. Mi abilito a. Se capisco che i soldi possono rovinarmi mi abilito a.
Poi tutto ciò diventa scoperta come continua presenza di Dio nella vita della persona. Qui c’è la penetrazione del dibattito culturale.

Dio è fondamento, orizzonte, senso della vita. Ho intuito che lì c’è il mio bene.
Pericolo: cercare lo slogan che cattura di più.

Processo dell’evangelizzazione non è separabile dal processo d’interpretazione. Negli ultimi trent’anni è stato bloccato questo processo.
L’evangelizzazione è servizio all’auto comunicazione di Dio. È un dato precedente alla chiesa
L’evangelizzazione è realtà spirituale. È dinamica. È orientamento, è il dono di capire la realtà. È promessa e impegno. 

martedì 13 settembre 2016

LA QUESTIONE DELL'ANDROGINO NEI PRIMI CAPITOLI DELLA GENESI





ASSOCIAZIONE BIBLICA ITALIANA

SETTIMANA BIBLICA NAZIONALE
FACCIAMO L’ESSERE UMANO MASCHIO E FEMMINA
12-16 SETTEMBRE 2016 PONTIFICIO ISTITUTO BIBLICO – ROMA

LA RELAZIONE UOMO E DONNA E IL CONTESTO FONDATIVO DELLA STORIA BIBLICA DELLE ORIGINI

Rel: Federico Giuntoli
Sintesi: Paolo Cugini

Gen 1: questione dell’androgino.
Senofane: se i cavalli avessero le mani raffigurerebbero li dei come tali.
I primi due capitoli della Genesi si sono prestati ad interpretazioni conflittuali sino ad oggi. Si rappresenta l’altro a partire da sé stessi. In questi racconti fondativi assistiamo ad un Dio che mette in scena l’uomo, ma anche a più uomini che hanno messo in scena il Dio che ha messo in scena loro stessi, facendo saltar fuori il disegno di un Dio diverso. E’ possibile partire dalle ideologie di coloro che hanno scritto i primi due capitoli di Genesi? I testi che cosa dicono circa la creazione dell’umano, dall’androgino? Come il Dio creatore ha concepito l’umano?

Gen 1,27: Dio crea un umano androgino, uomo-donna che poi si divide in Gen 2. Dovendo divenire una sola carne ritornano all'idea originaria di androgino. Il mito dell’androgino è antichissimo, lo troviamo in campo babilonese. Nella cultura greca si fa riferimento a Platone.
Con Origine, Gregorio di Nissa e Massimo il Confessore l’idea di androgino è arrivato nel cristianesimo. La creazione androgina sarebbe la creazione originale prima del peccato. La sessualizzazione e peccato andrebbero a braccetto.
Questa interpretazione androgina è presente nei nostri testi?
Maschio e femmina: in tutta la bibbia ebraica compare poche volte e solo nella genesi e sempre in narrazioni sacerdotali.
Gen 6,19: si riferisce agli animali.
Maschi e femmina vuole dire una sessualità differenziata, come nel diluvio indica una coppia.
Gen 5,1-2: il P (Codice Sacerdotale) mette in essere uno stesso identico schema. P presenta schemi sacerdotali abbastanza fissi.
Tra le versino antiche solo quella etiopica in 1,27 riporta il singolare: maschio e femmina lo creò: il doppio sesso è presente in una persona.

Anche una versione recente legge il pronome al singolare: uomo e donna lo creò.
L’uomo e la donna risultano essere differenziati nell’atto creaturale di Dio.
Adam: nel senso onnicomprensivo, generale.
Da molto tempo viene fatto osservare che nel racconto P il nome Adam si trova sia determinato che indeterminato. Si sostiene che il nome Adam senza articolo sarebbe il maschio, ma sena articolo sarebbe l’umanità. Se fosse vero in Gen. 5,1 saremmo in presenza di un androgeno. Anche in 1,27 è la stessa cosa.

Anche questo argomento non regge. La Bibbia usa Adam in entrambi i significati. La teoria dell’androgino non regge.
Il sostantivo Adam mai significa uomo nel senso sessuale, ma essere umano, persona, individuo.
Nel secondo racconto Adam indeterminato è facilmente assimilabile ad un uomo. Forse è partito da qui l’ambiguità delle interpretazioni.
P: Gen 9,6: riprende la creazione dell’umano dove si vede bene che P usa Adam sia in senso determinato che indeterminato.
P. ha necessità di una differenziazione dell’umano perché essa è parte integrante del suo progetto teologico, vale a dire la fertilità.
Non esiste un essere androgino nella tradizione biblica: è questo che ho voluto dimostrare.
Per P. l’uguaglianza tra maschio e femmina è su base ontologica e non funzionale. Le antropogonie di quei tempi non parlano mai alla reazione della donna. Solamente una recensione assira parla di ciò. A differenza con i testi biblici è assente la creazione separata di uomo e donna.

Quasi da subito l’antica esegesi giudaica ha ridisegnato la riflessione sino ai nostri giorni.
Il mito dell’androgino servì al mondo giudaico per armonizzare i due racconti di Gen. Il disegno originario è stato ridisegnato dal giudaismo. Filone soprattutto è colui che ha utilizzato l’idea di androgino che ha preso dalla letteratura greca per leggere i testi su Genesi.
Androgino e grazia diviene un’identità. Ecco perché il sesso viene identificato con il peccato. Gregorio di Nissa dice che la divisione è una presa di distanza dal prototipo.
Massimo il confessore: la divisione è associata al peccato.
La divisione dei sessi viene sempre più associata al peccato.






martedì 6 settembre 2016

COME UN SOLO UOMO




LA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELLA COMUNITÀ
RONCINA 6 SETTEMBRE 2016

(Neemia 8,1s)
Giovanna Bondavalli
Sintesi: Paolo Cugini
Obiettivo è che le comunità dell’unità pastorale apprendano a camminare con la Parola di Dio. Che cosa significa incontrare la Parola di Dio come comunità? Ci facciamo aiutare da un testo: Neemia 8. Come fino adesso abbiamo vissuto il nostro rapporto con la Parola di Dio.
Il testo racconta una realtà che accade spesso anche in mezzo a noi. Ci troviamo spesso ad ascoltare la Parola e qualcuno ce la spiega.
Ci sono anche delle cose nuove.
Il popolo si raduna alle porte delle acque: non siamo in chiesa, ma all’aperto. C’è stato un momento difficile in cui Gerusalemme è stata attaccata e molte persone sono andate all’esilio. Alcune tornano e trovano Gerusalemme trasformata. Questa scena si svolge quando le persone che erano in Esilio tornano e cominciano a pensare alla ricostruzione. Occorre ripartire e ricostruire. Il problema non è solo rimettere le cose come erano prima, ma il perché ricominciare. Esdra e Neemia incitano a ripartire e lo fanno a partire dall’ascolto della Scrittura. Prima di tutto ascoltiamo la scrittura insieme. Una delle espressioni che torna di più nel brano è la seguente: tutto il popolo. Sono gli ebrei insieme che trova la Parola: tutti insieme. Quelli che leggono lo fanno ad alta voce affinché tutti possano capire. Tutti capiscono. E’ una comunità che si raccoglie intorno alla Parola dove tutti hanno un ruolo. E tutta la comunità chiede allo scriva di portare il libro. Qui non è il prete che decide, ma la comunità. La comunità nasce attorno ad un libro. E’ la comunità che ha bisogno del libro.

C’è un’altra cosa importante che accade nella narrazione. Il libro è uno, ma il lettore non è unico: ce ne sono diversi. Le persone che leggono vengono nominate per nome. Dio parla alla comunità attraverso persone della comunità. I lettori leggono e spiegano la Parola di Dio. Leggevano in ebraico e spiegano in aramaico. Negli Atti degli Apostoli c’ una narrazione in cui Filippo spiega la Parola ad un Etiope. Importante è leggere la Bibbia, ma è molto importante trovare qualcuno che ce la spieghi. Come faceva Gesù quando raccontava le parabole e poi le spiegava agli apostoli. La Parola di Dio ci viene sempre incontro attraverso qualcuno.

La lettura è integrale dall’inizio alla fine: dall’alba fino a mezzogiorno. Quel giorno non c’erano altre cose da fare. La festa continua per alcuni giorni e si continua a rileggere tutto il libro della legge. Non si trascura niente della Bibbia e non si legge a caso: dall’inizio alla fine e si legge così com’è. Si legge anche secondo alcuni criteri.
La lettura non si ferma solo a leggere un libro, ma che va oltre il libro e tocca la vita della comunità ed è capace di cambiarla. Il primo segno che ci viene incontro come reazione alla lettura è il versetto 9: tutto il popolo piangeva mentre ascoltava la lettura della legge. Perché questa Parola è una Parola che brucia, che tocca il cuore, perché fa ricordare il legame del popolo con il Signore. È una Parola che tocca il cuore perché ci fa capire dove siamo, che cosa è successo; ci fa capire le nostre perdizioni. Soprattutto però leggendo la Parola capiscono chi è il Signore. È una Parola che ci prepara ad una conversione. La questione centrale è che bisogna lasciarsi commuovere.

L’altra reazione è quella della gioia, della festa: si riscopre la bellezza dello stare insieme. Scopriamo che il Signore è la nostra forza. Ascoltando insieme avevano capito.
10-12: mandate porzioni a quelli che non hanno niente di preparato. La festa diventa condivisione. La festa dev’essere allargata a tutti, soprattutto a quelli che non ne hanno.

Considerazioni
L’incontro con la Parola di Dio è sempre l’incontro con la vita di noi e come chiesa, come comunità. La scrittura ci dice chi siamo, a fare memoria e a fare un progetto. Nel testo letto tutto parte da un fallimento. Si riparte da ciò che non ha funzionato. Come ripartiamo dai nostri fallimenti? Chi ci aiuta ad uscirne? Il tempo del fallimento è il tempo in cui si riparte meglio.

Questa comunità che si costruisce attorno al libro è variegata con persone diverse che incontrano la Scrittura in modi diversi. È una comunità in cui c’è qualcuno che aiuta gli altri a comprendere la Parola. Ci sono i nomi. Ci sono dei testi che leggiamo con la nostra vita.
Neemia ci ricorda che di scrittura bisogna masticarne tanta. Occorre provare a fare un po' fatica sui testi. Occorre apprendere a leggere in modo integrale la Scrittura.

La Parola di Dio ci viene incontro per commuoverci, per bruciarci dentro il cuore. È una Parola che fa muovere perché fa commuovere e chiede sempre di continuare a metterci in relazione, ad andare fuori di noi verso gli altri. È una Parola che fa il suo lavoro fino in fondo quando la facciamo diventare festa e condivisione. È una Parola che aiuta a capirci e diventa testimonianza: non tiene ferma la gente.