Paolo
Cugini
C’è stata, nel cuore
del mondo ebraico, una contaminazione che nessuna legge ha potuto arrestare,
nessun confine ha saputo contenere, nessuna autorità è riuscita a soffocare.
Non fu la contaminazione oscura della corruzione, ma quella luminosa dell’acqua
viva: la presenza di Gesù. Egli attraversò villaggi, case, sinagoghe e strade
polverose lasciando dietro di sé una domanda che bruciava: che cosa resta delle
nostre costruzioni religiose quando il Mistero si presenta senza maschere? La
sua parola non cadeva dall’alto come un discorso estraneo alla vita; nasceva
dai suoi gesti, dal suo sguardo, dal suo modo di avvicinarsi agli esclusi. In
lui parola e azione coincidevano. Per questo la sua voce non si limitava a
spiegare il mondo: lo metteva a nudo.
Gesù era cristallino.
Non perché fosse ingenuo, ma perché nulla in lui era doppio. Non parlava di
misericordia per ottenere consenso: si fermava davanti al ferito. Non
proclamava la dignità dei poveri da una posizione di privilegio: condivideva la
loro tavola e la loro precarietà. Non invocava Dio per consolidare un potere:
chiamava Dio Padre e restituiva a ogni persona la libertà di sentirsi figlia.
Proprio questa limpidezza rendeva insopportabile ogni finzione. Davanti a lui
l’ipocrisia perdeva il trucco, la devozione esibita rivelava il proprio vuoto,
la legge usata come arma mostrava il volto della violenza. La sua autenticità
era un giudizio senza tribunale: bastava che egli fosse presente perché ciò che
era falso cominciasse a incrinarsi.
La vita di Gesù fu come
acqua limpida versata in un recipiente antico. Non distrusse la sete d’Israele:
la riportò alla sorgente. Non cancellò la storia, le Scritture, l’attesa e la
speranza del suo popolo: le attraversò, separando ciò che dava vita da ciò che
era diventato peso, privilegio, mercato o paura. Questa è la contaminazione del
Vangelo: entra senza chiedere permesso nei sistemi chiusi e li costringe a
respirare; penetra nelle parole consumate e restituisce loro carne; raggiunge i
riti e domanda se custodiscano ancora l’uomo oppure soltanto sé stessi. Da
allora quell’acqua continua a scorrere. Ha incontrato popoli e lingue, ha
attraversato culture e religioni, talvolta è stata imprigionata in istituzioni
che pretendevano di possederla; eppure, ha continuato a filtrare dalle crepe, a
riemergere nei giusti, nei poveri, nei misericordiosi, in coloro che hanno
scelto la verità quando la menzogna sembrava più conveniente.
Ed ecco lo scandalo che
il mondo non ha ancora compreso: a cambiare la storia non fu un sovrano, non un
generale, non un uomo protetto dall’oro o dalle armi. Fu un uomo semplice e
povero, senza eserciti, senza palazzi, senza monete coniate con il proprio
volto. Non fece ricorso a poteri spettacolari per dominare le coscienze; non
comprò fedeltà, non minacciò castighi per assicurarsi obbedienza. La sua forza
fu la coerenza. La sua autorità nacque dal servizio. Il suo trono ebbe la forma
di una tavola condivisa e, infine, di una croce. Là dove il potere mondano
occupa, egli fece spazio; là dove il denaro misura il valore, egli dichiarò
beati coloro che non contano; là dove la paura impone silenzio, egli restituì
parola agli invisibili. Per questo ha sconvolto il mondo: non sostituendo un
dominio con un altro, ma sottraendo al dominio la sua pretesa di essere
l’ultima parola.
Dopo duemila anni, la
sua presenza è ancora in mezzo a noi. Forse è proprio qui che si apre uno dei
significati più profondi del mistero della risurrezione: la morte fisica di
Gesù non ha interrotto l’opera di autenticità, giustizia, amore e misericordia
da lui inaugurata. Coloro che lo condannarono credettero di aver chiuso una
vicenda; avevano invece spalancato un varco. Il suo corpo non percorre più le
strade della Galilea, ma il suo Spirito entra nella vita interiore di chi si
lascia raggiungere dal suo modo di essere. Risorge ogni volta che qualcuno
rinuncia alla vendetta, quando una coscienza preferisce la verità al vantaggio,
quando un escluso viene accolto, quando la dignità di una persona vale più di
una regola usata senza misericordia. La risurrezione non è soltanto memoria di
un prodigio: è il rifiuto divino di lasciare che l’amore venga archiviato come
una sconfitta.
Non ci sono dunque mura
capaci di fermare l’azione del Logos. Non bastano i confini delle religioni, le
fortezze delle ideologie, le dogane delle culture, le censure dei potenti. Il
Logos non invade: lievita. Non annienta: trasfigura. Non umilia ciò che incontra:
ne porta alla luce il significato più profondo. Passa attraverso la storia come
un seme custodito nella terra, come acqua che cerca ostinatamente una fessura,
come luce che non domanda il permesso alle tenebre. Ma guai a noi se riduciamo
questa forza a una formula innocua, a un’abitudine domenicale, a un segno
identitario da opporre agli altri. Il Cristo vivente non viene a confermare le
nostre messe in scena; viene a smascherarle. Non viene a proteggere il nostro
tornaconto; viene a liberarci da esso.
Ogni volta che la fede
cerca prestigio, il Nazareno torna povero; ogni volta che la religione benedice
l’oppressione, egli torna accanto alle vittime; ogni volta che la verità viene
venduta, la sua parola risuona libera. Egli è ancora qui, non come reliquia del
passato, ma come futuro che preme alle porte del presente. E continuerà a
contaminare il mondo con la purezza, a ferire la menzogna con la verità, a
inquietare i tranquilli e a consolare gli oppressi, finché l’uomo comprenderà
che il senso profondo della storia non è dominare, possedere o apparire, ma
diventare autentici nell’amore. Il Logos trasforma tutto, perché nulla di
veramente umano gli è estraneo e nulla di falso può resistere per sempre alla
sua luce.

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