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giovedì 9 gennaio 2025

LA STRANA PROPORZIONE: MAGGIORE E’ IL NUMERO DI CHIESE TANTO MAGGIORE E’ LA DISUGUAGLIANZA SOCIALE







Paolo Cugini


Giovedì 9 gennaio 2025. In mattinata visita alla comunità di san Vincenzo. Anche qui come in santo Ignazio, c’è un mare di stradine, di vicoli. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Infatti, il quartiere Compensa di Manaus è nato negli anni ’70 del secolo scorso frutto di continue invasioni di terreno che continuano anche oggi in altre zone di Manaus. Quando s’invadono terreni si costruisce quel tanto che può garantire un minimo di copertura dalle intemperie, senza pensare ad un piano regolatore o a chiedere permessi. Come in altre zone di Manaus, anche nella Compensa è entrato il traffico per comprarsi - si fa per dire - i terreni e le case e rivenderle a chi arrivava dalle campagne, cioè dalla foresta. I quartieri poveri di Manaus, che sono delle immense favelas, sono costruiti in questo modo improvvisato, dominato dai trafficanti di droga, che entrano per controllare il territorio e garantire un minimo di protezione degli abitanti. 

“Qui la polizia non ci entra”, diceva sorridendo Raimundo, un signore di circa ottant’anni, che da sempre ha frequentato la chiesa di san Vincenzo, coprendo, tra l’altro, vari ruoli, com’è costume da queste parti. Tutte le volte che visito la comunità di san Vincenzo mi fermo da lui, anche perché è una grande fonte d’informazioni. Raimundo vive in una casa abbastanza grande con sua moglie e qualche nipote. Non ho ancora capito quanti figli abbia. “Oggi c’è in casa mia figlia che abita dall’altra parte della città, mentre le mie figlie che abitano qui vicino raramente passano per visitarmi”. 


Uno dei tanti vicoli stretti del quartiere san Vincenzo


Domenica ero a pranzo di una famiglia della comunità di santo Antonio e la padrona di casa era madre di 12 figli, mentre sua sorella ne ha avuti 20. Famiglie numerose, come quelle incontrate nella Bahia. Anche le famiglie che incontro in questi quartieri vengono tutte dalle zone interne dell’Amazzonia. Ho già incontrato famiglie che vivono da anni nella Compensa e che provengono da Santo Antonio do Iça, che è la città dove la diocesi di Reggio Emilia è presente dal 2019. 

Ho salutato Raimundo per continuare la vista al quartiere, ma un bambino mi ha riconosciuto, mi è corso incontro e ha voluto che entrassi nella sua casa. Lì ho incontrato il padre, la madre e la sorella. Il padre lavora in una zona delicata dell’Amazzonia, vicino alla città di Coarì, a circa 400 km da Manaus. Zona delicata e polemica perché si tratta di un’area in cui avviene l’estrazione del petrolio. Alcuni mesi fa ho partecipato ad un incontro che si è tenuto a Manaus dove spiegavano le zone critiche dell’Amazzonia, in cui viene sfruttato il sottosuolo per estrarre Gas e petrolio e, entro questi luoghi, era stato citato anche Coarì. 


Le multinazionali entrano nei territori amazzonici illudendo la gente che vi abita, affermando che porteranno occupazione e soldi per tutti, mentre in realtà, dove questo processo è già avvenuto, quello che rimane è solo distruzione, inquinamento e impoverimento della popolazione. Non sono venuto sull’argomento e abbiamo parlato di altro. 

Con il Movimento Fede e Cittadinanza, fondato lo scorso anno per monitorare il processo delle elezioni municipali nel nostro quartiere, abbiamo deciso che continueremo il lavoro di coscientizzazione sociale e politica interessandoci anche di temi ambientali. Abbiamo già messo in agenda una giornata ecologica a fine febbraio. In un contesto, che è quello del quartiere Compensa, in cui non esiste un sistema fognario, dove mentre cammini per strada devi stare attento a non pestare una delle miglia DI merde di cane che incontri, oltre ad uno slalom tra i mucchi di immondizia sparsi qua e là, sarà già molto mantenere all’ordine del giorno dei nostri incontri parrocchiali il tema della protezione della casa comune. 


Mentre scrivo queste cose penso alle centinaia di chiese che incontro mentre cammino per le stradine della favela e mi chiedo: a che cosa serve tutta questa religione? Sembra che maggiore sia il numero di chiese in un territorio, maggiore è il livello di disuguaglianza sociale e d’impoverimento. È una strana e triste considerazione, ma è quello che sto incontrando e vedendo.





giovedì 14 settembre 2023

IMPORTANTE DIBATTITO ECOLOGICO A MANAUS

 

Ambientazione per la celebrazione liturgica con acuni simboli dei popoli indigeni


 

 Paolo Cugini

L’Arcidiocesi di Manaus ha ospitato mercoledì sera 13 settembre 2023, presso il Centro di Formazione Maromba, l'apertura del Seminario di Ecoteologia, organizzato dalla Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam-Brasile).

Secondo Dom Leonardo Steiner, Cardinale di Manaus, si è trattato di un evento per: "approfondire il problema dell'ecologia legata all'evangelizzazione. C’è il desiderio di conoscere il mistero di Dio in tutta la creazione di cui siamo parte. Dopo la Laudato sii di Papa Francesco, il problema ecologico non può più essere assente dalle nostre riflessioni teologiche e nemmeno dalla nostra azione evangelizzatrice".

Momento di spiritualità guidato da un prete indigeno


Mons José Ionilton Lisboa de Oliveira, vescovo della prelatura di Itacoatiara e segretario della Repam-Brasile è andato oltre affermando che: “occorre che il tema ecologico entri nella liturgia, nella catechesi, nella pastorale e nei movimenti. La difesa della casa comune per preservare l'Amazzonia è fondamentale per la sopravvivenza dell'umanità”.

Padre Hudson Ribeiro, direttore della Facoltà Cattolica dell’Amazzonia, ha sottolineato l'importanza di un incontro che rende possibile "produrre ecoteologia ed eco-spiritualità della sororità, della buona vita, dell’ascolto e del dialogo, per denunciare la violenza, la distruzione del bioma e dei popoli amazzonici. Occorre avere la speranza nel risorto che è nel mezzo di noi e che cammina con noi, e che è un segno di resilienza, espressione di resistenza, ma anche testimone martire, di valorizzazione e riconoscimento del popolo, conoscenza e spiritualità amazonici, e soprattutto di fede nel Dio che ci chiama a difendere questa vita e a promuoverla in tutte le circostanze”.

La professoressa Iraildes Caldes Torres


In seguito, sono state presentate alcune esperienze di pratiche ecologiche indigene, minacciate dalla perdita di cultura e altre realtà. il professor Afonso Murad ha sottolineato la necessità di avere consapevolezza ecologica, per un cammino di conversione che ci aiuti a vedere la natura con occhi nuovi e attenti.

Infine, la professoressa Iraildes Caldas Torres parlando del tema dell’ecologia legato alla politica, ha sostenuto che la scienza non dovrebbe dettare scelte politiche. È necessario cercare alleanze politiche per giungere, nei grandi incontri in cui sono in gioco i grandi temi dell’ecologia, a qualche risultato concreto. “Non servono a nulla soluzioni ideali perfette, ma non accettate dai paesi; Equità economica e sociale, tengono conto dei diritti degli stati e degli individui”. Ha, poi, sostenuto che "è necessario avere una politica di controllo delle specie umane", evidenziando il ruolo fondamentale della chiesa nell'organizzazione e la formazione di comunità all'interno dell'Amazzonia.

mercoledì 22 maggio 2019

EVANGELIZZARE IN AMAZZONIA: LA QUESTIONE ECOLOGICA





Paolo Cugini


Non è possibile riflettere sui cammini di evangelizzazione nel grande territorio amazzonico senza tener in conto il tema dell’ecologia. Lo stesso documento preparatorio al Sinodo Panamazzonico che si terrà nel mese di ottobre 2019, fedele all’impostazione della Chiesa Latinoamericana, apre la propria riflessione presentando una panoramica della realtà ecologica dell’Amazzonia, per aiutare gli operatori pastorali ad elaborare cammini di evangelizzazione tenendo conto la realtà. Il bacino amazzonico rappresenta per il nostro pianeta una delle maggiori riserve di biodiversità (dal 30 al 50 % della flora e fauna del mondo), di acqua dolce (20% dell’acqua dolce non congelata di tutto il pianeta); possiede più di un terzo dei boschi primari del pianeta e, benché i maggiori serbatoi di carbonio siano in realtà gli oceani non per questo si può ignorare il lavoro di raccolta di carbonio in Amazzonia. Ciononostante, questi dati non delineano una regione omogenea. «Costatiamo come l’Amazzonia abbia al suo interno molti tipi di Amazzonie. In tale contesto è l’acqua, attraverso le sue vallate, i fiumi e i laghi, a configurarsi come l’elemento articolante e unificante, considerando come asse principale il Rio delle Amazzoni, il fiume che è madre e padre di tutti» (Documento Preparatorio- DP, 1).
 Nella foresta amazzonica non troviamo solamente una grande varietà di specie di animali e di piante, ma la stessa foresta è differenziata. Esiste, infatti, una foresta situata in aree basse, che soffre inondazioni periodiche, conforme alle piene dei fiumi. I terreni di queste zone sono particolarmente fertili a causa dei sedimenti lasciati dai fiumi. Le specie che incontriamo in questa zona della foresta amazzonica sono: andiroba, jatobá, seringueira e samaúma. Esiste anche la foresta così detta igapò, localizzata in aree ancora più basse e, a causa di ciò, soffre maggiori inondazioni e spesso si trova allagata. Per sopravvivere in queste condizioni le piante nei secoli hanno elaborato diverse strategie ben conosciute dai popoli indigeni. Esempio di queste specie sono: vitórias-régias, buritis, orchidea e bromelia. Esiste, infine, la foresta di terra ferma: non soffre inondazione a causa della sua posizione alta rispetto al resto del territorio. La vegetazione che s’incontra in queste zone della foresta è definita di grande peso, come ad esempio i castagneti. La biodiversità della foresta amazzonica è esuberante e i suoi numeri sono impressionanti. Più di 1300 specie di uccelli; più di 3000 specie di pesci; più di 30000 specie di piante; 1800 specie di farfalle; 427 specie di anfibi; 378 specie di rettili; più di 3000 specie di api; 311 specie di mammiferi. Occorre poi sottolineare che molte di queste specie esistono solo in Amazzonia[1]. Per questo motivo la conservazione dell’Amazzonia è di grande importanza. I maggiori problemi ambientali che attingono la foresta amazzonica sono: il disboscamento, la creazione di zone esclusive per far pascolare il bestiame, la monocultura, la guerra per ottenere le terre, la caccia e la pesca illegale. Non è possibile un cammino di evangelizzazione in Amazzonia senza tener conto di questa realtà, della complessità delle problematiche che questo territorio presenta. Il pericolo sarebbe un’evangelizzazione ceca, incapace di affrontare i problemi reali, offrendo soluzioni pastorali inadeguate.


Il documento preparatorio fa ampio riferimento alla Laudato Sì (LS) di papa Francesco per indicare alcune chiavi di lettura per la soluzione delle problematiche indicate. «Il Regno che viene anticipato e cresce tra di noi riguarda tutto» (EG 181), ricordandoci che «tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS 16) e che pertanto «il principio del discernimento» dell’evangelizzazione è collegato a un processo integrale di sviluppo umano (cf. Evangelii Gaudium - EG 181). Questo processo si caratterizza, come segnala LS (cfr. n. 137-142), per un paradigma relazionale denominato ecologia integrale, che articola fra loro i vincoli fondamentali che rendono possibile un vero sviluppo. Se questo paradigma vale in generale per i problemi ecologici, ancora di più per la complessità dei problemi del territorio amazzonico e, per questo, merita un approfondimento. L’ecologia integrale è un nuovo modo d’intendere la relazione profonda esistente tra tutte le creature del nostro pianeta. Quando si osserva la devastazione che l’intervento irresponsabile dell’uomo sta causando nel territorio amazzonico, non si può che concludere che c’è qualcosa di sbagliato nel modello economico adottato. Il papa afferma e dimostra nella Laudato Sì che tutto è interconnesso (LS, 138s).

L’ecologia integrale indica come cammino di comprensione della realtà che tutto è interconnesso e, di conseguenza, non si può pensare all’Amazzonia come una realtà geografica separata dal contesto. Il sistema di piogge della foresta interferisce in altre ragioni del mondo. Tutto è in legame con tutto. La pastora Nancy Cardoso Pereira[2], in un incontro organizzato dal CUM di Verona il 25 settembre 2018, all’interno di una serie d’interventi in preparazione al Sinodo di ottobre[3], ricordava come il sistema idrico dell’Amazzonia dipende dalle Ande, e dalla savana brasiliana, che è la culla delle acque. C’è un sottosuolo di acqua, l’acquifero Guaranì, molto grande. «Tutto dialoga con tutto: le Ande dialogano con le foreste brasiliane. L’Amazzonia riceve, metabolizza e dà. Sempre di più sta avvenendo lo scioglimento dei ghiacciai delle Ande: è una crisi. L’Amazzonia è come un grande frigorifero che raffredda le arie calde»[4].


A proposito di questa interconnessione che esiste tra gli elementi della realtà, punto cruciale dell’ecologia integrale e sul quale la REPAM[5] sta lavorando in questi mesi di preparazione del Sinodo Panamazzonico, il Documento Preparatorio ricorda che il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. «Dato che come esseri umani siamo parte degli ecosistemi che favoriscono le relazioni che danno vita al nostro pianeta, prendersi cura di questi ecosistemi – nei quali tutto è interconnesso – è fondamentale per promuovere sia la dignità di ogni individuo che il bene comune della società, sia il progresso sociale che il rispetto dell’ambiente» (DP, 9). Ciò significa che non è possibile un percorso sociale di valorizzazione del territorio amazzonico senza tener conto del patrimonio culturale acquisito nei secoli dai popoli indigeni, veri custodi della foresta amazzonica. Di conseguenza, il processo di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non può prescindere dalla promozione e dalla cura del territorio (natura) e dei suoi popoli (culture). Per questo, ha bisogno di stabilire ponti che possano articolare i saperi ancestrali con le conoscenze contemporanee (cf. LS 143-146), «particolarmente quelle che riguardano l’utilizzo sostenibile del territorio e uno sviluppo coerente con i sistemi di valori e con le culture dei popoli che abitano questi luoghi, da riconoscere come loro autentici custodi, e in definitiva come loro proprietari» (DP, 9).

Ecologia, economia e politica, sono legati nella prospettiva di una ecologia integrale indicata da papa Francesco e questo legame ci aiuta a comprendere meglio le sfide di un’evangelizzazione inculturata in Amazzonia. Sin dal periodo dell’invasione iberica, la regione amazzonica è stata in balia di politiche coloniali. 

Tra i secoli XVI-XIX il colonialismo estrattivo ha avuto grandi incidenze sui popoli autoctoni e sui beni naturali attraverso un’ingiusta espropriazione. Nei secoli successivi, con l’avvento degli Stati moderni, le pratiche e le mentalità coloniali continuano attraverso lo sfruttamento delle popolazioni, delle culture e dei territori di questa immensa regione. L’Amazzonia, ha ricordato Mons Evaristo Spengler in un recente seminario di studi sul tema in questione, ha già resistito ai grandi progetti delle monoculture e della corruzione[6]. Per quanto riguarda il Brasile, Mons Spengler ha ricordato che nel 1926 Henry Ford comprò tre milioni di ettari di terra lungo il fiume Tapajos, contrattò più di tre mila operai, distrusse la foresta, pianto settanta milioni di piantine di alberi di caucciù per estrarre il caucciù. Un fungo invisibile, con una grande capacità di moltiplicarsi, portò il progetto al fallimento. La monocultura, nonostante si trattasse di una pianta amazzonica, fu rigettata dalla foresta. In questo stesso articolo Mons Evaristo ci ricorda che oggi sono attivi in Amazzonia, due modelli di sviluppo. Uno è predatorio, di estrazione della legna, dei minerali, del petrolio e dell’energia, che ha come conseguenza il disboscamento (20% della foresta amazzonica è già stata disboscata), la concentrazione dei redditi, il lavoro schiavo, l’avvelenamento del suolo e delle acque, i conflitti di occupazione con l’espulsione dei popoli della foresta, la mancanza di rispetto delle leggi, la morte dei leaders ambientalisti e degli agenti di pastorale. L’altro modello è socio-ambientale, ecologico nella direzione dei popoli della foresta. Questo secondo modello ha come conseguenza la distribuzione del reddito, la preservazione della foresta e della biodiversità, la socializzazione della terra e dei fondi, la preservazione dei popoli tradizionali, l’incentivo al mercato locale. Questo modello dev’essere rafforzato attraverso anche il lavoro pastorale.


I missionari che evangelizzano in questo contesto accompagnando le comunità ecclesiali, non possono ignorare la complessità di questi problemi. Il rischio sarebbe un’evangelizzazione disincarnata, fuori dal contesto, che produce una religione alienata, che non aiuta i fedeli ad incontrarsi con il Dio che si manifesta nella realtà concreta del suolo amazzonico. Il documento preparatorio del Sinodo Pan Amazzonico prendendo come riferimento la proposta di Papa Francesco che, nell’enciclica Laudato Sì parlava di conversione integrale, ci ricorda che: «quando avremo coscienza di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, di commerciare, di consumare affettano la vita del nostro ambiente e della nostra società, solo allora potremo iniziare una trasformazione con orizzonte integrale» (DP, 53). Queste parole indicano che la fede ha sempre più bisogno di una nuova spiritualità, che si allontani giorno dopo giorno da ogni forma di antropocentrismo e d’individualismo, per raggiungere una spiritualità incarnata che aiuta ogni persona a riconoscere la propria responsabilità nei confronti della creazione. Un cammino di comunità in cui le persone sono aiutate ad assumere questo livello di coscientizzazione potrà produrre eucarestie più autentiche e consapevoli del cammino di trasformazione al quale la Chiesa è chiamata da Cristo. L’ecologia integrale, dunque, ci invita a una conversione integrale. «Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze» e le omissioni con cui «offendiamo la creazione di Dio», e chiede di «pentirsi di cuore» (LS 218).

Il Documento Preparatorio, ponendosi sulla linea della conversione integrale come conseguenza immediata dell’ecologia integrale proposta da papa Francesco nella Laudato sì, invita a riflettere sul livello di coscientizzazione dei cristiani sugli stili di vita adottati sia personalmente che comunitariamente. C’è un modo di produrre, commerciare, consumare che influenza la vita dell’ambiente e della società. Il percorso di preparazione al Sinodo sull’Amazzonia dovrebbe aiutare le comunità cristiane a porre in atto delle scelte rispettose dell’ambiente, che stimolino la società civile e politica alla presa di coscienza della necessità e dell’urgenza di un tale cammino di conversione ambientale.






[1] I numeri sulla biodiversità amazzonica si trovano in: http://floresta-amazonica.info/biodiversidade-da-amazonia.html
[2] Pastora metodista, è laureata in sacra Scrittura. È stata consulente del Centro biblico Verbo, di San Paolo (Brasile), ed è attualmente coordinatrice nazionale della Commissione pastorale della terra. Vive a Rio de Janeiro con il figlio e la figlia. Partecipa al collettivo editoriale della Revista Latino Americana de Interpretação Bíblica ed è vicepresidente dell’Associazione brasiliana di ricerca biblica.
[3] La Fondazione CUM, Centro Unitario Missionario, è un organismo della Conferenza Episcopale Italiana che si cura della formazione dei missionari italiani attraverso varie iniziative rivolte sia ai preti fidei donum, religiosi e religiose, ed anche ai laici. Cura in modo particolare i sacerdoti fidei donum italiani all'estero impegnati in scambi e cooperazione tra le chiese e i fidei donum stranieri in Italia inseriti in servizi pastorali. 
La Fondazione CUM nasce ufficialmente il 18 dicembre 1997 (cfr.: http://www.fondazionecum.missioitalia.it/contenuti.php?id=1#.XOUA3MzVLIU).

[4] La sintesi dell’intervento di Nancy Cardoso Pereira si trova in: https://regiron.blogspot.com/2018/09/verso-il-sinodo-amazzonia-nuovi-cammini.html.
[5] La REPAM, fondata nel settembre 2014 a Brasilia (Brasile), è la Rete Ecclesiale Pan Amazzonica che si propone di ascoltare, accompagnare, appoggiare, formare, stimolare e unire le forze per rispondere alle grandi sfide socio-ambientali. È un organismo che cerca di coinvolgere i popoli indigeni per la difesa della casa comune. Gli enti fondatori sono i seguenti: Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB). Segreteria della Caritas dell’America Latina e Caraibi (SELACC), Conferenza Latino-americana e Caraibi dei Religiosi e Religiose (CLAR). Il sito che raccoglie le proposte e i progetti della REPAM è il seguente: http://repam.org.br.
[6] Parole di Mons Evaristo Spengler, vescovo della Prelazia di Marajò (Brasile) nel Seminario organizzato dalla Segreteria Generale del Sinodo per l’Amazzonia nel mese di febbraio 2019 dal titolo: Rumo ao Sínodo Especial para a Amazônia: dimensão regional e universal. Il testo del suo intervento si trovano in:   http://www.ihu.unisinos.br/587026-a-amazonia-nao-precisa-ser-conquistada-precisa-ser-respeitada-afirma-dom-evaristo-spengler.


lunedì 25 marzo 2019

ULTIMISSIMA TAPPA: ATALAIA DEL NORD



La chiesa di Atalaia del Nord


Domenica, 24 marzo. È un giorno speciale, è il ricordo del martirio di mons. Oscar Romero, martire della Chiesa, dichiarato santo nell’ottobre dello scorso anno. Per tanti motivi sono particolarmente legato a questo santo al punto da dedicare l’Unità Pastorale a cui ero stato affidato proprio a lui. Le reiterate proteste, però, di alcuni laici e soprattutto, con mia grande sorpresa, di alcuni giovani, mi condussero a decidere di non insistere su questo nome davvero scomodo, ma segno della Chiesa che amo, quella che si sporca le mani e si schiera senza mezzi termini dalla parte dei poveri. Lo scorso anno, alla fine di agosto, ho trascorso una decina di giorni a san Salvador con un gruppo di preti e suore, guidati da Maria Soave Buscemi, sulle orme della Chiesa dei martiri salvadoregni. Romero è, infatti, il personaggio più conosciuto di una Chiesa che è stata letteralmente massacrata durante dodici lunghissimi anni di dittatura militare, che ha visto la morte di circa settantamila persone, tra i quali preti, suore, laici impegnati nelle comunità di base e, soprattutto, tantissimo contadini poveri. Il martirio di Romero va ricordato perché la sua santificazione rischia di annacquare la forza del suo messaggio, di vescovo e pastore assassinato durante una messa per il suo impegno a favore dei contadini poveri della sua diocesi di San Salvador.
Un giovane Oscar Romero


 Forse il suo martirio più profondo è avvenuto dopo la sua morte, quando una fetta significativa della Chiesa salvadoregna ha imposto un vero e proprio ostracismo sulla vita e la morte di mons. Romero, ostracismo spezzato solamente da papa Francesco pochi anni fa. La sua morte è un grido dentro alla storia contro tutti gli impostori, tutti i potenti che non hanno il minor scrupolo a schiacciare i poveri indifesi e senza parole. Romero è morto per questo, perché ha dato voce con il suo esempio e il suo impegno a quelli che non hanno voce, è stato l’anima di un popolo povero e umiliato. La morte di Romero è anche il grido di Dio contro quella Chiesa che non si fa scrupolo di abbandonare il gregge, soprattutto le sue pecorelle più indifese, per andare a braccetto con i potenti, per trarne qualche beneficio. Romero con il suo sangue sparso per i poveri dice al mondo e alla Chiesa che è Cristo il Signore della storia, è a Lui che bisogna guardare ed è Lui solo che occorre seguire e dinnanzi al quale dobbiamo piegare le ginocchia: a Lui solo.

Le "scorciatoie" di Tebito

Giornata trascorsa nell’ultima parrocchia della diocesi di Alto Solimões: Atalaia del Nord. Il viaggio in barca per giungere ad Atalaia è stato il più suggestivo realizzato sino ad ora. Siamo partiti alle sei del mattino per riuscire ad essere presenti per la messa delle otto del mattino. Per arrivare in tempo ci siamo affidati all’esperienza di Tebito, l’autista della lancia-barca della diocesi che ci ha fatto passare in mezzo alla foresta amazzonica, attraversando ben sei scorciatoie. All’arrivo ci hanno accolti i due preti saveriani- Alberto e Pino – che da pochi mesi sono a servizio della parrocchia di Atalaia. Pino è una figura incredibile che ho conosciuto lo scorso anno nel mese di agosto a san Bartolomeo. 

Padre Pino (si intravede in fondo alla foto), padre Alberto e padre Gabriel

Padre Pino Leoni è un saveriano che è arrivato in Brasile nel 1968 e dopo 46 anno era stato richiamato in Italia dal suo ordine. In Italia è durato poco, sino a quando il Vescovo Adolfo, anche lui saveriano, conoscendo la “fibra” di padre Pino, gli ha chiesto di venirlo ad aiutare. Dicevo che Pino l’ho conosciuto lo scorso anno a san Bartolomeo in un modo stranissimo. Ci eravamo messaggiati alcune volte nei mesi precedenti perché padre Pino era venuto a sapere che stavo preparando le valige per l’Amazzonia. Una mattina presto padre Pino mi telefona dicendomi che sarebbe arrivato a Reggio verso le 11, per venirmi a trovare a san Bartolomeo. Verso le 9,30 sento suonare il campanello della canonica. Mi affaccio e che c’è alla porta? Proprio lui, padre Pino che dalla stazione di Reggio prese un tram per arrivare a Coviolo e da lì è venuto a piedi – sì proprio a piedi – a san Bartolomeo. Padre Pino ha 77 anni. Questa storia la riporto volentieri perché è un grande insegnamento. Quando vedo ragazzi di 16-18 anni pretendere dai loro genitori di scarrozzarli qua e là, mi viene in mente questo missionario sorridente che bussa alla mia porta dopo essersi fatto 5 km a piedi senza tante balle.

Paola e Ilaria


Mentre parliamo dopo la messa con le persone del posto, mi accorgo che ci sono due ragazze con l’accento italiano. Sono Ilaria di Firenze e Paola di Salerno. La mamma di quest’ultima è amica di vecchia data di padre Alberto e da parecchi anni desiderava fare un viaggio in Brasile. Quest’anno ha deciso di coinvolgere la sua amica di studi – Scienza della Pace a Pisa (facoltà che non avevo mai sentito nominare) – e così eccole qua a trascorre due mesi della loro giovane vita nella terra brasiliana. Dopo qualche giorno a San Paolo sono arrivate ad Atalaia del Nord, che è una città di 76 mila Kmq e conta circa 20 mila abitanti. Sono state Paola ed Ilaria a condurci sulla riva del fiume Yavarì per mostrarci le imbarcazioni di alcuni popoli indigeni che arrivano in città per ricevere i soldi del governo, fare la spesa, e altre attività, vivendo nel periodo che stanno in città sulle loro barche, che si trasformano in case ambulanti.

Le barche in cui vivono le famiglie dei popoli indigeni quando vengono in città


La caratteristica di questa parrocchia, che è la più grande del mondo, è il suo territorio immenso, percorsa dal fiume Yavarì che è lungo 1200 km. Chiaramente le tre suore e i due preti più una laica saveriana spagnola (Marta) non riescono a coprire con il lavoro di evangelizzazione tutto questo territorio immenso. Per ora, cercano di dare continuità al servizio pastorale avviato in città. L’immenso territorio che si trova sulle rive del fiume Yavari è abitato da sei popoli indigeni. Solamente gli agenti pastorali del CIMI (Consiglio Indigenista (pro Indios) Missionario) riescono ad entrare periodicamente a contatto con questi popoli, grazie ad un progetto di Mani Tese spagnolo. Il lavoro dei tre agenti del CIMI ha come obiettivi di aiutare i popoli indigeni ad avere coscienza dei loro diritti, ad offrire orientamenti sulla salute, oltre ad un accompagnamento sul modo di coltivare alcuni prodotti. È bene ricordare che in questo immenso territorio, oltre ai sei popoli indigeni ricordati prima, ce ne sono anche sedici che non voglio nessun contatto con il mondo
Nel ritorno breve visita all’esperienza delle quattro suore di tre congregazioni religiose, che avevamo visto nel mese di giugno nella comunità di Islandia che si trova in Perù. In casa ne abbiamo trovato solo due: Emilia e Fatima. Diversamente dal nostro primo incontro, in cui manifestavano una certa pesantezza del loro lavoro pastorale, a causa della resistenza dei popoli indigeni incontrati, ore le cose sembrano migliorate. “Primo del nostro arrivo – ci dice suor Emilia- le comunità indigene venivano vistate raramente: non c’era un accompagnamento religioso e pastorale regolare. Ora che andiamo almeno una volta al mese e a volte due, la gente si sta abituando alla nostra presenza: ci aspetta e ci riconosce”.

Andremo a lavorare in ina diocesi, se il Signore vorrà, dove non mancano le sfide. Credo sia importante per la Chiesa di Reggio mantenere aperta una finestra sul cammino della Chiesa latinoamericana e, in modo particolare, ora, sulla Chiesa in Amazzonia. La ministerialità della Chiesa ci interpella per la strutturazione di comunità che dovrebbero sempre più vedere la corresponsabilità di laici e laiche. L’incontro con i popoli indigeni, l’attenzione alla loro cultura e religiosità, ci stimola a confrontarci sempre con le diversità che incontriamo, per sfuggire alla tentazione di modellare la Chiesa a tinta unica, la tinta di coloro che sono la maggioranza, escludendo le minoranze. Infine, Il cammino con la Chiesa in Amazzonia ci ricorda ogni giorno che dobbiamo prenderci sempre cura di un pianeta che stiamo distruggendo e che l’attenzione con il creato, opera di Dio, è il primo modo di dire sì alla vita.

mercoledì 20 febbraio 2019

ECOTEOLOGIA AMAZONICA - NUOVI CAMMINI DI EVANGELIZZAZIONE INCULTURATA






CORSO SULLA REALTÀ AMAZZONICA

MANAUS - 20 FEBBRAIO 2019



Prof: Padre Riccardo Gonçalves Castro

Sintesi: Paolo Cugini


Il cristianesimo è la religione più antropocentrica dell’umanità. Il cristianesimo deve chiedere perdono alla natura. Ecologia integrale. Dio non può essere solo in un altro mondo.

Regno di Dio e creazione. Questo significato si trova nelle parabole di Gesù. La realtà del Regno si percepisce da come Gesù guarda la creazione. La libertà di Dio continua nella creazione e nella storia. C’è una dinamica fraterna di crescita, trasformazione e scoperta. Il Regno è esperienza della scoperta, della misericordia, è compassione, è fonte di vita.

Il simbolo del bambino per il Regno di Dio è un simbolo della natura. Bambini come elemento della sapienza. Il bambino deve giocare e così sperimenta l’allegria di vivere. È questo che perdiamo quando diventiamo adulti. Nella vita adulta spesso perdiamo il significato ludico della vita, le dinamiche dell’immaginazione.


La foresta è una fonte grande della rivelazione di Dio. Nella foresta è impossibile essere agnostici. Qui la relazione con Dio è semplice e spontanea. La foresta permette di avere i piedi sulla terra, il contatto con la realtà, percepire la compatibilità della terra con la natura umana. Siamo terra, pianta, alberi: c’è una dimensione vegetale che dev’essere recuperata (indicazione del libro di Genesi).
Ci sono esperienze che parlano di un’unione vegetale: AYAWASKA. La natura ci insegna nella contemplazione. La foresta è fonte di sapienza, possiede un’anima che può insegnarci. La contemplazione della natura aiuta ad entrare in contatto con Dio. Agli indios è stata negato di vivere la loro spiritualità, le loro espressioni religiose e culturali e questo ha lasciato un grande impatto negativo sui popoli indigeni.
Nel ritmo dei fiumi. L’Amazzonia vive sui fiumi. Ci sono momenti di piene e di secche. La vita cambia quando un fiume riempie. Cambia l’alimentazione, i ritmi degli animali e degli uomini. In Amazzonia dovrebbe esserci una liturgia differente, ritmata dai tempi dei fiumi. La liturgia deve accompagnare la vita e quindi i ritmi della natura. Non può Roma capire i ritmi del popolo amazzonico e, quindi, imporre dei ritmi che non conosce. C’è una liturgia del fiume, dei suoi tempi e momenti.

C’è anche la mescolanza tra indigeni e popoli di provenienza africana, che occorre tenere in considerazione. L’indo e l’afro e poi il cattolicesimo tradizionale.
La grande sfida è conservare le acque: ci vuole una teologia dell’acqua, che ha una dimensione religiosa, perché sostiene tutta la creazione. Dobbiamo ringraziare il Signore per la sorella acqua. Spesso non rispettiamo l’acqua anche nei riti religiosi. Nel Candomblè e nell’umubanda l’acqua è molto più valorizzata. Sarebbe interessante portare la gente vicino al fiume per il battesimo dei bambini. L’Amazzonia è un ambiente che permette di recuperare la sacralità dell’acqua.
Ci sono delle forme sincretiche che troviamo in Amazzonia.



Pajelança: è una forma di xamanismo. Gli sciamani hanno rituali che pretendono una connessione con la Madre Natura e il mondo spirituale. Gli spiriti possono essere alleati o avversari. Questa è una dinamica fondamentale nei popoli indigeni. La pajelança è un sistema di cura e di credenze: c’è una specie di sincretismo con le forme religiose del cattolicesimo popolare.

Xamanismo: la realtà è piena di spiriti
Xamano: è colui che entra in contatto con lo spirito.
Il Xamano entra in transe attraverso l’uso di allucinogeni e invoca gli spiriti.

Cultura ribeirina (dei villaggi dei fiumi). Qui s’incontra una mistura di riti e usanze mescolate con le devozioni importate dai portoghesi.

Incantados: gli spiriti della foresta che incantano le persone. Sono questi incantati che fanno un bambino diventare ammalati o che lasciano ammalate le persone. Si possono togliere questo tipo di malattia con color che sono addetti a benedire.
Pegadores: fanno massaggi.

Sono tutte pratiche con un fondo religioso. C’è tutto il discorso del malocchio.

Il santo cattolico ti toglie i problemi dentro questa religiosità: c’è tutto il discorso del pagare le promesse. Quando si passa al pentecostalismo entra la logica della decima. C’è una base una religiosa che transita per forme religiose moderne.

Mescolanza – interculturazione: La ricchezza autentica dell’Amazzonia è nella mescolanza che esiste tra biodiversità, cultura e religiosità tradizionale dei suoi popoli. Questo impone alla Chiesa in Amazzonia un cammino, una mistica, un progetto di vita che dev’essere incarnato nelle metodologie dell’evangelizzazione. Ci dev’essere, dunque, un riscatto della cultura, dell’identità amazzonica a partire della mitologia e del simbolismo religioso. Occorre promuovere un’educazione teologica, spazi di riflessione affinché si possa elaborare una teologia amazzonica, una spiritualità e teologia della sequela di Gesù nel contesto amazzonico.

Senza cammino di inserimento non riusciamo a camminare con il popolo amazzonico.

Equilibrio: è fondamentale nella mitologia amazzonica. C’è una necessità di compensazione. Come la natura, tutto è necessario convivere con il suo opposto: luce e tenebra. Il giorno ha bisogno della notte e viceversa.



Chiesa evangelizzatrice in Amazzonia: C’è il desiderio dell’ascolto della Parola di Dio che si comprende con la dinamica dell’incarnazione. La Chiesa, come il Logos, deve incarnarsi in Amazzonia, rivestirsi dei suoi elementi sacramentali, dei suoi codici linguistici, della sua corporeità, della sua percezione della creazione. Nel superamento del modello della chiesa colonizzatrice, la comunità ecclesiale desidera la valorizzazione e l’autonomia creativa per ascoltare la Parola, relazionare con la sua vita e applicare a partire del suo modo di essere nella realtà locale.
La chiesa in Amazzonia vuole comprendere la sua natura e missione a partire dal paradigma della creazione. Una comprensione più profonda della relazione tra fede e creazione è la base affinché la Chiesa amazzonica sviluppi attitudini e strategie attente alla biodiversità.

Impegno interecclesialePorto Velho (2014). Camminiamo o con il popolo di Dio accogliendo tutte le espressioni della vita. Ci impegniamo a rafforzare le lotte dei movimenti sociali popolari. Ci impegniamo a promuovere modelli economici alternativi.


domenica 17 giugno 2018

DOCUMENTO PREPARATORIO PER IL SINODO SULL’AMAZZONIA (Sintesi)




Paolo Cugini

Venerdì 8 giugno 2018 il Vaticano ha emanato il documento preparatorio per il sinodo sull’Amazzonia dal titolo: “Amazonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Sin dall’introduzione c’è la presa di coscienza che nella foresta amazzonica, di vitale importanza per il pianeta, si è scatenata una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una «cultura dello scarto» (LS 16) e una mentalità estrattivista. Oltre a ciò, viene sottolineata la diversità non solo di bioma ma anche di culture e tradizioni religiose, che spesso vengono calpestate e che occorre apprendere a tenere in considerazione. Come solitamente vengono strutturati i documenti della Chiesa Latinoamericana, anche questo segue il metodo del: vedere, giudicare e agire.
I.                   VEDERE

1.      Il territorio. Il bacino amazzonico rappresenta una delle più grandi riserve di biodiversità. Si tratta di più di sette milioni e mezzo di chilometri quadrati, con nove Paesi che si spartiscono questo grande bioma. Per questo motivo si deve parlare di diversi tipi di Amazzonie il cui denominatore unico è l’acqua e, in modo particolare, il rio delle Amazzoni.

2.      Varietà socio-culturale. l’Amazzonia è una regione in cui vivono e convivono popoli e culture diverse, con differenti stili di vita. Per una questione di sopravvivenza la popolazione ha appreso ad addensarsi sulle rive dei fiumi, dedicandosi soprattutto alla pesca. A causa delle colonizzazione molti popoli dovettero fuggire all’interno per poter sopravvivere. Questi popoli vigilano sui fiumi e hanno cura della terra, nello stesso modo in cui la terra ha cura di loro. Sono i custodi della foresta e delle sue risorse. Gli interessi economici delle grandi multinazionali hanno devastato negli anni ampi territori, contaminando con agrotossici fiumi e laghi. Altro fattore di preoccupazione sociale è il grande traffico di droga. Anche le città si caratterizzano per le disuguaglianze sociali. La povertà che si è prodotta lungo la storia ha ingenerato rapporti di sottomissione, di violenza politica e istituzionale, aumento del consumo di alcool e di droghe. Il 70-80% della popolazione amazzonica risiede in città. Molti di questi indigeni non hanno documenti o sono irregolari, rifugiati, abitanti delle rive dei fiumi o appartengono ad altre categorie di persone vulnerabili. Di conseguenza cresce in tutta l’Amazzonia un atteggiamento xenofobo e di criminalizzazione verso i migranti e i profughi. La crescita smisurata delle attività di disboscamento ed estrattive ha impoverito la regione danneggiando la ricchezza ecologica.

3.      Identità dei popoli indigeni. Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”. In aggiunta, negli ultimi tempi, sta facendo la sua comparsa una nuova categoria costituita dagli indigeni che vivono nel tessuto urbano, alcuni dei quali restano riconoscibili mentre altri in quel contesto tendono a dissolversi e per questo sono chiamati “invisibili”.

4.      Memoria storica ecclesiale. L’inizio della memoria storica della presenza della Chiesa in Amazzonia si può situare nello scenario dell’occupazione coloniale della Spagna e del Portogallo. L’incorporazione dell’immenso territorio amazzonico nella società coloniale e il suo successivo passaggio di proprietà agli Stati nazionali è un lungo processo durato più di quattro secoli. Ciò che spaventa è che fino a oggi, dopo 500 anni dalla conquista, dopo all’incirca 400 anni di missione ed evangelizzazione organizzata e dopo 200 anni dall’emancipazione dei Paesi che compongono la Panamazzonia, le tendenze di sfruttamento continuano a svilupparsi sul territorio e tra i suoi abitanti, vittime oggi di un neocolonialismo feroce, «mascherato da progresso».  Le culture precolombiane hanno offerto al cristianesimo iberico che accompagnava i conquistatori molteplici ponti e possibili elementi di contatto, «come l’apertura all’azione di Dio, il senso della gratitudine per i frutti della terra, il carattere sacro della vita umana e la valorizzazione della famiglia, il senso di solidarietà e di corresponsabilità nel lavoro comune, l’importanza del culto, il credere in una vita ultraterrena e tanti altri valori».

5.      Giustizia e diritti dei popoli. La cultura imperante del consumo e dello scarto trasforma il pianeta in una grande discarica. La minaccia contro i territori amazzonici «viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli (e sorelle) amazzonici che la abitate. La situazione del diritto al territorio dei popoli indigeni in Panamazzonia ruota intorno a una problematica costante, quella della mancata regolarizzazione delle terre e del mancato riconoscimento della loro proprietà ancestrale e collettiva. Proteggere i popoli indigeni e i loro territori è un’esigenza etica fondamentale e un impegno fondamentale per i diritti umani. Per la Chiesa ciò si trasforma in un imperativo morale coerente con la visione di ecologia integrale di Laudato Si.

6.      Spiritualità e saggezza. Per i popoli indigeni dell’Amazzonia, il “buon vivere” esiste quando si vive in comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. I popoli indigeni, infatti, vivono all’interno della casa che Dio stesso ha creato e ha dato loro in dono: la Terra. Le loro diverse spiritualità e credenze li portano a vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte. I vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o chamanes , hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo. Tutti costoro «sono memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della Casa Comune» (Fr. PM). Gli indigeni amazzonici cristiani comprendono la proposta del “buon vivere” come vita piena nel segno della collaborazione all’edificazione del Regno di Dio. Questo buon vivere potrà essere raggiunto solo quando si realizzerà il progetto comunitario in difesa della vita, del mondo e di tutti gli esseri viventi.

II. DISCERNERE. VERSO UNA CONVERSIONE PASTORALE ED ECOLOGICA
1.      Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione biblico-teologico. Ogni realtà creata esiste per la vita e tutto quello che conduce alla morte si oppone alla volontà divina. In secondo luogo, Dio stabilisce un rapporto di comunione con l’essere umano «creato a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26), al quale affida la salvaguardia della creazione (cf. Gen 1,28; 2,15). Allo stesso tempo, i racconti biblici testimoniano che nella creazione ferita è piantato il germoglio della promessa e il seme della speranza, perché Dio non abbandona l’opera delle sue mani. La provvidenza del Padre e la bontà della creazione raggiungono il loro culmine nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, che si fa vicino e stringe in un abbraccio tutte le situazioni umane, ma soprattutto quelle dei più poveri. La Pasqua porta a compimento il progetto di una “nuova creazione” (cf. Ef 2,15; 4,24), rivelando che Cristo è la Parola creatrice di Dio (cf. Gv 1,1-18) e che «tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Col 1,16). La tensione fra il “già” e il “non ancora” coinvolge la famiglia umana e il mondo intero: «L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.

2.      Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione sociale. L’opera evangelizzatrice di ricevere e trasmettere l’amore di Dio comincia con il desiderio, la ricerca e il prendersi cura degli altri (cf. EG 178). Pertanto, l’evangelizzazione implica l’impegno in favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, per migliorare la vita comunitaria e così «rendere presente nel mondo il Regno di Dio» (EG 176), promovendo nel e per tutto il mondo (cf. Mc 16,15) non una «carità à la carte » (EG 180), ma un vero sviluppo integrale, cioè per tutte le persone e per tutta la persona. Già nelle storie bibliche della creazione emerge l’idea che l’esistenza umana si caratterizza per tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Per questo l’opera dell’evangelizzazione ci invita a lavorare contro le disuguaglianze sociali e la mancanza di solidarietà mediante la promozione della carità e della giustizia. Questa dimensione sociale – e in ultima analisi cosmica – della missione evangelizzatrice è particolarmente rilevante nel territorio amazzonico, nel quale l’interconnessione fra vita umana, ecosistemi e vita spirituale è stata e continua a essere chiara per la maggior parte dei suoi abitanti.

3.      Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione ecologica «Il Regno che viene anticipato e cresce tra di noi riguarda tutto» (EG 181), ricordandoci che «tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS 16) e che pertanto «il principio del discernimento» dell’evangelizzazione è collegato a un processo integrale di sviluppo umano (cf. EG 181). Questo processo si caratterizza per un paradigma relazionale denominato ecologia integrale, che articola fra loro i vincoli fondamentali che rendono possibile un vero sviluppo. Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Riconoscere il territorio amazzonico come bacino, al di là delle frontiere tra i Paesi, aiuta ad avere uno sguardo integrale sulla regione, essenziale per la promozione di uno sviluppo e di una ecologia integrali. Pertanto, il processo di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non può prescindere dalla promozione e dalla cura del territorio (natura) e dei suoi popoli (culture). Per questo, ha bisogno di stabilire ponti che possano articolare i saperi ancestrali con le conoscenze contemporanee (cf. LS 143-146), particolarmente quelle che riguardano l’utilizzo sostenibile del territorio e uno sviluppo coerente con i sistemi di valori e con le culture dei popoli che abitano questi luoghi, da riconoscere come loro autentici custodi, e in definitiva come loro proprietari. L’ecologia integrale c’invita ad una conversione integrale. Questa conversione non può essere solo personale, ma deve tradursi. in comportamenti sociali.

4.      Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione sacramentale. Uno sguardo ecclesiale contemplativo e una pratica sacramentale coerente sono le chiavi per l’evangelizzazione dell’Amazzonia. Nell’Eucaristia la comunità celebra un amore cosmico, in cui gli esseri umani, accanto al Figlio di Dio incarnato e a tutta la creazione, rendono grazie a Dio per la vita nuova in Cristo resuscitato (cf. LS 236). In questo modo, l’Eucaristia costituisce la comunità, una comunità pellegrina festiva che diventa «fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato».

5.      Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione ecclesiale-missionaria. In questo ascolto reciproco tra il Papa (e le autorità ecclesiali) e gli abitanti del popolo amazzonico si alimenta e si rafforza il sensus fidei del Popolo e cresce il suo essere ecclesiale: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire». L’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il Popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi».

III. AGIRE. NUOVI CAMMINI PER UNA CHIESA DAL VOLTO AMAZZONICO

1.       Chiesa dal volto amazzonico. «Essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115). L’universalità o cattolicità della Chiesa si trova dunque arricchita mediante «la bellezza di questo volto pluriforme» (NMI 40) delle diverse manifestazioni delle Chiese particolari e delle loro culture. La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità ponendosi in ascolto della saggezza dei popoli che la compongono. Così, rivolgendo l’attenzione alla realtà locale e alla diversità delle microstrutture concrete della regione, la Chiesa si rafforza costituendosi come un’alternativa di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza e alla logica uniformizzante incentivata da tanti mezzi di comunicazione, così come a un modello economico che non è solito rispettare i popoli amazzonici e i loro territori.

2.      Dimensione profetica. Bisogna superare la miopia, la frettolosità e le soluzioni di corto raggio. È necessario mantenere una prospettiva globale e andare oltre gli interessi propri o particolari, per poter condividere ed essere responsabili di un progetto comune e globale. I popoli amazzonici, nella loro concezione dialogica della vita sociale, sono mossi dallo Spirito Santo. Per questo Papa Francesco ha affermato che «è necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro» e dalle loro culture, e che il compito della nuova evangelizzazione richiede di «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche [siamo chiamati] ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198). Di conseguenza, i loro insegnamenti potrebbero indicare la direzione delle priorità per i nuovi cammini della Chiesa in Amazzonia.

3.      Ministeri dal volto amazzonico. I nuovi cammini per la pastorale dell’Amazzonia esigono di «rilanciare l’opera delle Chiesa» (DAp 11) nel territorio e di approfondire il «processo di inculturazione» (EG 126), che domanda alla Chiesa amazzonica di avanzare proposte «coraggiose», fatte con «audacia» e «senza paura», come ci chiede Papa Francesco. Il profilo profetico della Chiesa si mostra oggi attraverso il suo profilo ministeriale partecipativo, capace di rendere i popoli indigeni e le comunità amazzoniche i «principali interlocutori» (LS 146) all’interno di tutte le questioni pastorali e socio-ambientali del territorio. E’ urgente valutare e ripensare i ministeri che oggi sono necessari per rispondere agli obiettivi di «una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno» (Fr. PM). Una priorità è quella di precisare i contenuti, i metodi e gli atteggiamenti di una pastorale inculturata, capace di rispondere alle grandi sfide del territorio. Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

4.      Nuovi cammini. C’è bisogno di una spiritualità di comunione fra i missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori, per imparare insieme ad accompagnare le persone, ascoltando le loro storie, partecipando ai loro progetti di vita, condividendo la loro spiritualità e facendo proprie le loro lotte. Una spiritualità con lo stile di Gesù: semplice, umano, dialogante, samaritano, che permetta di celebrare la vita, la liturgia, l’Eucaristia, le feste, sempre rispettando i ritmi propri di ogni popolo. Incoraggiare lo sviluppo di una Chiesa dal volto amazzonico implica, per i missionari, la capacità di scoprire i semi e i frutti del Verbo già presenti nella concezione del mondo dei popoli della regione. Per fare questo è necessario assicurare una presenza stabile e conoscere la lingua autoctona, la cultura e l’esperienza spirituale di quei popoli. Soltanto così la Chiesa potrà rendere presente tra di essi la vita di Cristo.