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domenica 29 dicembre 2024

IL PADRE DI FAMIGLIA: IL SOLO AVVENTURIERO AL MONDO

 




Charles Péguy


C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,

Chi sarà tanto prode, o tanto temerario? Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ventesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nessuno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché naviga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. Sono corsari. Sono a secco di vele.

Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immensamente larga, lui solo non può assolutamente passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coinvolto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infischiarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio. Che importa agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guerre straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischiano mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città presente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discendenza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella città futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il temporale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco. Gli altri scantonano sempre. Sono carene leggere, sottili come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico. È il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti dell’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla fortuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un volume incredibile. Non è coinvolto solo nella città presente. È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale decadenza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceranno, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri  si sentono così pienamente, così assolutamente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indifferente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore di chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bambino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, chi non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E, coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono tutti  ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano, sono circospetti, sono prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprezzano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili, scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scantonano con districamenti eroici, con districamenti d’audacia. Temporali, scantonano verso la carriera e le dominazioni temporali. Spirituali, scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici, scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo.

II padre di famiglia è solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scantonare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella politica e non riesce nell’audacia… È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e concorrenza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermiscono; sordamente, involontariamente congiurano contro di lui.

 Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Preferenzialmente. E quello che chiamano la carità. Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi abbindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più comune, l’errore più frequente, quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silenziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di famiglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo è lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diametralmente il contrario. La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coinvolto nel mondo, nella storia e nel destino del mondo quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus, non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblicista, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubblico delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria temporale, onore temporale; niente, meno di niente. Avanzamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’operazione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demografica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un popolo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di considerazione li lascia abbastanza freddi. Sono abbastanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito. Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscuramente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsabilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la creazione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particolari, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazione stessa, al mistero, al segreto della creazione; una colpevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali.

Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midollo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la sua regola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni pericolose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle mani, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamente più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamente concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infinitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra. 

Allora, ringalluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo avverte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più sicuri, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgoglio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinitamente più vicino al pubblico peccatore; e reciprocamente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunione è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’altro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insieme l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostaggio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di famiglia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardito, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven¬turiero, che vive di avventure.

Invece è l’uomo di famiglia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costantemente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tessuto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti¬diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.


venerdì 5 maggio 2023

CREDO IN DIO PADRE - IL CREDO DELLE DONNE

 


 


Con

PAOLA CAVALLARI[1]

VENERDI 5 MAGGIO 2023

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Primo punto: Quale Dio? Narra un testo preso dal Processo di Kafka. È un racconto che ha un sottotesto che evoca una certa immagine di Dio. C’è una parentela tra Dio e super Io. Dio spesso è identificato con la Norma, la Legge. Ci sono stati trasmessi i Dieci comandamenti. Poi la parola Deuteronomio, invece di Parole. Il segno linguistico Dio s’iscrive nell’area della semantica della Legge, della severità. Pietro Citati: la Colpa è un sentimento maschile e non femminile. La Colpa rimane sospesa in un abisso pur apparendo cifra della coscienza dell’uomo, frutto della libertà e solo lui può accedervi. C’è qualcosa nell’uomo che fa resistenza…

Secondo Punto: l’immagine di Dio è nel maschio? Come mai Dio è rappresentato al maschile? Dio è oltre alla differenza sessuale. L’immagine di Dio corrisponde a ciò che i maschi preferirebbero fosse: figura forte, guerriero. Dio è dalla parte del patriarcato. Decretum Gratiani: l’immagine di Dio è nel maschio. Questa dottrina è smentita a parole sole dalla Mulieris dignitatem (1988) di Giovanni Paolo II, senza chiedere scusa. Per 2000 anni la donna è stata defraudata dall’essere ad immagine di Dio.

Terzo punto: credo in Dio padre? Credere ci obbliga ad una fede matura, ma anche compagna di vita. La fede diviene matura da coloro che hanno vissuto conflitti. Fede matura di Bonhoeffer, Giobbe. Dio e il Padre. Sensazione strane. Se Dio è padre significa che è di genere maschile. Si dà forma ad un immaginario androcentrico. Tutto il linguaggio dei vangeli andrebbe ricontestualizzato secondo metodi rispettosi della coscienza contemporanea, come si è fatto con il Padre Nostro. Occorre applicare una critica delle fonti in una prospettiva di genere. Nel libro di Schüssler Fiorenza, In memoria di Lei: dice che la famiglia di Gesù non ha spazio per i padri e respinge il loro potere. Nella comunità messianica le strutture patriarcale sono abolite. Rottura radicale con questo sistema. Il contesto in cui emerge il credo Niceno cost. è frutto delle dottrine dei Padri della Chiesa, coloro che hanno inquinato in modo significativo la proposta autentica del Vangelo.

Punto quattro: può una donna? Può una donna unirsi nella preghiera corale? Perché la spiritualità ascetica definisce il peccato come insubordinazione, fa della donna un simbolo del peccato. L’inferiorità della donna è peccaminosa. Tertulliano e Agostino hanno scritto cose assurde sulla donna. La donna è rappresentata come figura materna in dedizione assoluto per il figlio. Oppure è rappresentata come perversa. La teologia dell’onnipotenza di Dio ha come conseguenza lo svilimento della donna.

Quinto punto: lo Spirito soffia. Ma la fede non è un complesso di formule. La fede non contempla un Dio tappabuchi, ma si situa nell’orizzonte della libertà. Simone Weill: da una realtà situata fuori dell’universo mentale dell’uomo corrisponde l’esigenza di un bene assoluto. La fede ci abita: Gv 3,8: lo Spirito soffia dove vuole e non è oggettivabile. Ciò che non si stanca di ripetere di teologia femminista quando parla di ruhà.

Sesto punto: un Dio amico, amica, non un Dio padre. La sapienza può entrare in anime sante e formare amici e amiche. Nella teologia della sapienza anche Dio può essere chiamato come amico e madre.

Dialogo con l'autrice. 

Non ci sono soluzioni. La teologia femminista non ha un parere univoco. È un mondo in ebollizione. È un cambiamento di paradigma molto grande. Detto questo occorre affrontare lo smarrimento. Abitare il dubbio.

Il dubbio va posto. C’è un disagio e poi la contraddizione. Si dice che è idolatrico raffigurare Dio in immagine, però poi lo si fa. C’è da scardinare un paradigma. Nella prospettiva di liberazione dagli stereotipi fa bene anche agli uomini.


Testi consigliati per continuare a riflettere:

LAZZARINI, PAOLA, Non tacciano le donne. Agire da protagoniste nella Chiesa. Torino: Effatà, 2021.

CAVALLARI, PAOLA (a cura di), Non solo reato ma anche peccato. Religioni e violenze sulle donne. Torino: Effatà, 2018.

GREEN, ELISABETH, Cristianesimo e violenza contro le donne. Torino: Claudiana, 2015.

SCHUSSLER, FIORENZA, In memoria di lei. Una ricostruzione femminista delle origini cristiane. Torino: Claudiana, 1988.

 



[1] Docente di storia e filosofia e pubblicista, ha inaugurato nel 2015 le tavole rotonde interreligiose su Religioni e violenza contro le donne (Bologna) e promosso l’Osservatorio interreligioso contro le violenze sulle donne. Redattrice da più di vent’anni del periodico «Esodo», ha collaborato con diverse altre riviste («Sottosopra – Esperienze dei gruppi femministi in Italia» e «Lapis, percorsi della riflessione femminile» diretta da Lea Melandri). Partecipa attivamente al Coordinamento Gruppo Donne delle Comunità cristiane di base, al SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) e al Coordinamento Teologhe Italiane. Per i tipi di Servitium ha pubblicato Tardi ti ho amato, prefazione di A. Casati (2016). 

giovedì 18 ottobre 2018

NEL SILENZIO DEL PADRE. INDICAZIONI PER USCIRE DALLA RELIGIONE MALATA






Paolo Cugini

Me lo chiedo spesso ultimamente e non riesco a trovare una risposta, una qualsivoglia ragione plausibile, perché molto probabilmente ragione non c’è. Ci saranno delle motivazioni estetiche, erotiche, pansessuali, ma di evangelico non si vede nulla all'orizzonte. Mi chiedo, allora, come mai ci sono cristiani che hanno bisogno di eventi miracolosi per sentire la presenza di Dio? Come mai, ci sono persone che si dicono cristiane e che cercano costantemente l’apparenza pomposa, le manifestazioni eclatanti, lo sfarzo liturgico come segno del sacro? Pensavo che tutta questa roba, dopo il Concilio Vaticano II, fosse finita ammuffita in soffitta. E invece no, ci sono i nostalgici di turno che la ritirano fuori, la ripuliscono e se la mettono anche addosso, dimostrando un cattivo gusto demodé ma, soprattutto, manifestando un’incapacità cronica di accompagnare i tempi, di leggere dentro la storia i segni dei tempi, di una presenza di Dio che esige altro per essere identificata e, quindi, incontrata. Come si fa a pensare che per essere cristiani occorre tenere le manine giunte, il capo chino, vestire una cotta con dei pizzi inamidati, inginocchiarsi nel modo giusto? Pensavo, ripeto, che la storia di Gesù che viene nel mondo non in un palazzo regale, ma in una mangiatoia, fosse servita a qualcosa, fosse stato chiaro come d’ora innanzi Dio avesse deciso di farsi incontrare che, tra l’altro, è il modo che da sempre il Dio biblico desidera essere incontrato: e invece no. Ci sono strutture culturali formatesi nei secoli che sono durissime a morire, anzi per certi aspetti non muoiono mai, ma riappaiono sotto forme diverse nelle nuove strutture. Una di queste è il sacro, che sopravvive al cristianesimo e riappare nelle sue forme più pagane soprattutto nei momenti di crisi della civiltà, momenti in cui la paura dell’ignoto e dell’imprevedibile esige delle rappresentazioni sacrali che il cristianesimo ha cancellato per sempre, ma che la dimensione istintuale dell’uomo esige. Il sacro è, per certi aspetti, la pancia della religione.

Se c’è bisogno di pontificali per dimostrare la trascendenza di Dio nella storia, significa che abbiamo abbandonato il cammino del mistero. Se per mostrare che Dio esiste c’è bisogno di pizzi e merletti, di sontuose processioni con tanto di candelabri e crocefissi d’oro e una pompa sfarzosa per far vedere qualcosa di differente da ciò che è umano, allora siamo arrivati alla frutta della religione. Anzi siamo arrivati proprio al cuore della religione, a quella religione che non è cristianesimo; a quella religione che Gesù ha combattuto durante la sua attività pubblica e, per causa di questa lotta è finito in croce. E’, difatti, la religione dell’uomo, costruita dalle sue mani, elaborata dalla sua fantasia, voluta da lui. È la religione pagana, una manifestazione dell’ateismo o dell’antropomorfismo mascherato per qualcosa di sacro, quando di sacro non vi è nulla. È la religione che l’uomo si costruisce per sentirsi bene, per calmare i sensi di colpa. Si tratta dunque, di un farmaco e, nella fattispecie, un analgesico, che si prende in dosi costanti, sotto forma di riti, quindi, per mantenere sotto controllo il mal di testa. Riti e feste così dette religiose, elementi di quella cultura pagana retaggio dell’ancestrale bisogno di protezione dalle forze oscure del cosmo che, nonostante la tecnologia e la scienza, ancora oggi sono necessarie per una salutare presenza serena nel mondo. Lo sappiamo molto bene che chi vive sotto prescrizioni farmacologiche significa che proprio bene non sta. C’è tutta una religione che serve per tranquillizzare l’angoscia del vuoto prodotto dall'insoddisfazione della vita, dalle carenze affettive, che bruciano dentro di noi e non ci lasciano dormire. Abbiamo bisogno di riempirci la pancia di qualcosa per sentirci pieni e non soffrire troppo. Abbiamo bisogno di sballare la mente, quando non abbiamo avuto la pazienza di ricucire le ferite della vita con il balsamo dell’amore, cadendo in quella disperazione profonda che sembra senza fine. E allora, corriamo alla ricerca di qualcosa che possa lenire il dolore, anche solo per un po'. Sento una profonda pena per quell'umanità disperata che si riversa nelle chiese alla ricerca di quella cura miracolosa, che possa produrre un po' di quella pace che sarebbe dovuta venire se avessimo curato maggiormente la nostra interiorità, dedicando un po' più del nostro tempo a noi stessi, ad ascoltarci, a cercare risposte profonde e non analgesici immediati. Provo una grande tristezza quando vedo le chiese traboccanti di gente accorsa da tutte le parti per ascoltare l’ultimo ciarlatano di turno, pronto ad offrire esorcismi, a scacciare demoni, in altre parole, ad offrire l’ennesima scorciatoia della vita per chi questa bellissima vita dono di Dio, l’ha riempita di cose, svuotandosi l’anima. Quando la religione serve per silenziare i sensi di colpa, significa che Dio è sparito dall'orizzonte della nostra esistenza.

Guardare a Gesù, a come Lui ha affrontato la vita, a come si è messo in relazione con il Padre: è il nostro compito attuale per uscire dalla religione come analgesico e riscoprire l’autentico cammino della fede. Guardare a Gesù, al tempo che ha dedicato alla meditazione, al silenzio, alla riflessione, alla solitudine, per uscire dai cammini disperati delle masse anonime, che vogliono a tutti i costi riempirsi la pancia del divino. Guardare a Gesù, per imitarlo nel suo modo di mettersi in silenzioso ascolto del Padre, per assimilare quella Parola capace di comprendere il cammino da compiere in ogni momento dell’esistenza. Guardare a Gesù, per imparare da Lui a gustare l’amore del Padre che viene al nostro incontro senza che noi ce ne accorgiamo. Perché Lui sa di che cosa abbiamo bisogno: basta solo cercarlo e trascorrere del tempo con Lui. In silenzio.