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lunedì 4 novembre 2024

Dal caos al cosmo, ossia: della durezza

 





Paolo Cugini


Come descrivere il cammino della cultura occidentale se non come un cammino di semplificazione e di progressivo irrigidimento? C’è stata come un’intuizione originaria che ha percepito la possibilità di vivere in modo tranquillo organizzando l’universo, ordinandolo, toglierlo, cioè dal caos apparente. Potremmo leggere la nascita della filosofia greca proprio in questa prospettiva: l’esigenza di mettere ordine al caos apparente. Anche se Eraclito aveva mostrato nei suoi aforismi di sapore mistico che era difficile porre ordine ad una realtà in continuo movimento e che sfugge alla possibilità organizzativa della mente, la direzione presa è stata tutta verso la ricerca di punti fermi e chiarificatori. 

In primo luogo, c’è stata la ricerca di un principio primo, che fosse riferimento di tutta la realtà, un principio come sforzo razionale capace di porre un fondamento nel mondo. Anche questo è un dato interessante. La cultura occidentale si struttura a partire dalla ragione e non sul sentimento, sui calcoli e non sull’arte, sull’apollineo e non sul dionisiaco. Sono contrapposizioni che escludono una sintesi, una possibilità di convivenza, contrapposizioni che, dunque, indicano una scelta ben precisa mossa dall’istinto di sopravvivenza, che evita complicazioni, perdite di energia e punta all’evidenza immediata. 

Lo sforzo ordinatore della realtà ha prodotto con il tempo, un modo rigido di vedere il mondo. Se ogni effetto ha una causa, così pensano i filosofi, allora il centro di questo processo razionale non può che produrre una serie di principi chiarificatori la cui evidenza costringe il pensiero a riconoscerne la validità. Il principio di non contraddizione è nella direzione del principio d’identità: una cosa non può che essere quella cosa. È tutto molto semplice e chiaro, è tutto molto logico. Se piove significa che ci sono le nubi e quando sorge il sole significa che è terminata la notte e che ogni giorno sarà così. Sono le conclusioni che si deducono dalle cause, che permettono la certezza delle affermazioni. C’è una verità che viene verso di noi attraverso le sensazioni, che ci permettono di astrarre dalla realtà idee certe e sicure per sempre. Le argomentazioni di tipo apodittico hanno strutturato la c conoscenza occidentale, da qualsiasi parti si osservi il fenomeno. Infatti, sia la conoscenza induttiva che deduttiva forniscono lo stesso tipo di materiale conoscitivo, vale a dire verità necessarie per la vita. 

Con il tempo, la grammatica, la logica, la matematica sono le materie che vengono insegnate nelle scuole, che si sviluppano nel medioevo e che formano le prime generazioni di studenti universitari. Apprendere le regole di come si osserva in un determinato modo il mondo è fondamentale per imparare a difendersi e a proteggersi dalla realtà. 

Ordinare la realtà, dividerla in scomparti, determinare ciò che è maggiore e minore, importante e meno importante, spingere la ragione sino a comprendere il mondo con categorie razionali precostituite. È questo il cammino del pensiero Occidentale, che per secoli ha perfezionato una modalità specifica di relazionarsi con il mondo, mettendo da parte i sentimenti, promovendo percorsi di semplificazione e organizzazione. La cultura moderna ha prodotto sistemi di pensiero così sofisticati da pensare di credere di essere riuscita a comprendere tutto il reale. Quando si leggono questi tentativi viene un sorriso e, allo stesso tempo, un sentimento di tristezza perché si coglie la boria di un pensiero arrogante che ha pretesa di capire il mondo, di dire in che direzione deve andare e, soprattutto, l’arrogante pretesa di definirlo nei minimi dettagli. Colpisce la sfacciataggine di un metodo strutturato non sul desiderio di conoscere l’universo, ma d’interpretarlo.

Questo modo di pensare il mondo e le cose produce un materiale rigido, duro, statico e, allo stesso tempo, persone rigide, intolleranti, incapaci di accettare il pensiero diverso. Si può leggere in questa prospettiva l’incontro del mondo Occidentale con le altre culture. La presunzione di possedere la narrazione giusta e vera ha fatto cadere nel giudizio di ignoranza tutti quei popoli che nei secoli avevano elaborato una narrazione differente, considerata meno razionale e, dunque, ingenua, non all’altezza. Questo giudizio negativo ha giustificato percorsi d’imposizione, di violenze efferate e, soprattutto, la distruzione della cultura dell’altro. Il pensiero rigido non riesce a porsi in un atteggiamento di ascolto, di accettazione della verità dell’altro: è intollerante. Quando la cultura non viene distrutta, viene manipolata. È ciò che la ricercatrice aborigena Linda Tuhiwai Smith ci ha recentemente descritto su ciò che è avvenuto con la narrazione culturale del proprio popolo. Non solo non è stata accettata, ma addirittura, trasformata. Gli invasori si sono impossessati della narrazione culturale incontrata, modificandola, trasformandola, in una parola: deturpandola. I problemi si complicano quando la narrazione forte diventa un sistema politico in cui le leggi hanno lo stesso spessore del sistema culturale dominante. Quando, poi, il sistema politico forte si allea ad una religione, la miscela di potere e violenza diviene inarrestabile. È ciò che l’Occidente ha potuto accompagnare nel periodo del Sacro Romano Impero, che in nome di Dio ha costretto popoli a convertirsi all’unica religione e a prostrarsi all’unico imperatore, naturalmente cristiano. 


martedì 22 ottobre 2024

LA CRISI DELLA CRISTIANITA’ OCCIDENTALE TRA SMASCHERAMENTO ED ERMENEUTICA

 






 

Paolo Cugini

 

Gli ultimi decenni sono stati un progressivo processo di smascheramento prodotto dalla cultura occidentale, che ha ridotto il cristianesimo a forma vuota, inutile per la vita. Il fallimento delle metanarrazioni moderne, per dirla con Lyotard, hanno manifestato il limite del metodo deduttivo, incapace di cogliere la realtà. Per secoli la cultura Occidentale ha preteso di orientare la realtà a partire da schemi concettuali predefiniti. La profonda crisi climatica che sta devastando il pianeta, la costante crisi economica frutto del modello neoliberale che sta aumentando giorno dopo giorno il fosso da i pochi ricchi e una moltitudine di poveri, la crisi delle democrazie segnate da un’avanzata impressionante degli schieramenti politici di estrema destra, sono alcuni sintomi di un crollo definitivo della proposta moderna, della possibilità di controllare l’evoluzione della storia a partire da idee predefinite. In questo percorso la Chiesa ha le sue responsabilità e, per questo, la crisi globale la sta intaccando in profondità. Tutte le volte che si è irrigidita trincerandosi nella difesa di principi assoluti, ha perso la possibilità di mettersi in ascolto della realtà e percepire la voce del Verbo Incarnato. Si è lentamente sfaldato, sgretolato il castello esteriore di sicurezze precostituite, che non ha retto all’impatto della realtà, che ha evidenziato il fallimento di un metodo, di una modalità di abitare la realtà. Processo di smascheramento che ha una duplice direzione. Da un lato rivela il fallimento di un’idea; dall’altro indica un cammino. Per questo motivo la fase di passaggio che stiamo vivendo è estremamente delicata. Solo rendendoci conto del cambiamento in atto possiamo avere il coraggio di cambiare rotta.

Accanto allo smascheramento, l’occidente ha vissuto anche l’epoca dellermeneutica, che ha progressivamente indebolito la forza della verità metafisica. È questa una chiave di lettura importante, necessaria per cogliere la direzione che sta prendendo la cultura Occidentale. L’ermeneutica ha sostituito la metafisica: è questo uno degli esiti, a mio avviso positivi, del cambiamento in atto. I sistemi rigidi elaborati nell’epoca moderna, hanno mostrato il grande limite di irrigidire la verità, mostrandone solo un aspetto, che emerge dalla definizione. La verità manifestata dal Mistero è per sua natura molteplice, poliedrica, come ho già ricordato nella pima parte. La definizione del Mistero può avere un aspetto pedagogico, ma non può avere la presunzione di dire tutto il Mistero. Se questo discorso vale in genarle, ancora di più assume un significato quando in gioco c’è la Verità del Mistero manifestata da Gesù Cristo, il Verbo che si è fatto carne, è venuto ad abitare in mezzo a noi, camminando con noi. In questa prospettiva, la storicità dell’evento non può essere dimenticata, per non correre il rischio, come di fatto è avvenuto in passato con il pensiero metafisico, di ridurre l’evento dell’Incarnazione ad un concetto astratto. La rivelazione del Mistero in Gesù Cristo, richiede un costante sforzo ermeneutico, perché la verità, d’ora innanzi, prima di essere un concetto astratto, è una persona viva che cammina con noi, che dev’essere accolta così com’è e come si manifesta e non intrappolata in rigidi rivestimenti concettuali. È proprio questo uno degli aspetti più positivi dell’attuale contesto post-moderno: la possibilità di pensare la verità nel suo contesto storico e non di coglierla come un’idea astratta. Tutto ciò ha conseguenze immediate nel camino della comunità, conseguenze che analizzeremo nella terza parte.

Che cosa lascia dietro di sé la scomparsa della cristianità? Un vuoto incolmabile. Forse, soprattutto, la percezione di un tempo perduto in cose senza senso, soprattutto da parte di coloro che ci hanno creduto, di coloro, cioè, che hanno creduto che la forma cristiana fosse portatrice del divino, di qualcosa, dunque, di assoluto, eterno. Possiamo, invece, tranquillamente dire, che si è trattato di una grande mistificazione, di un enorme sopruso, di una grande manipolazione del Mistero. Abbiamo trascorso secoli identificando il Mistero rivelato in Gesù Cristo, con quel sacro e quella struttura religiosa che Gesù era venuto a scardinare. Come ci dimostrano alcuni studi di Patristica e di storia della liturgia, in pochi decenni abbiamo rimesso le cose apposto, abbiamo risistemato in ordine quello che Gesù aveva, a detta loro, disordinato, sconquassato, destrutturato. Sono tutti sinonimi di un unico processo metto in atto da Gesù per manifestare la grande manipolazione realizzata dagli uomini del culto in Israele: identificare il Mistero con il sacro, la religione con la fede, le tradizioni umane con la Parola di Dio. Secoli di manipolazioni sacrali hanno prodotto una religione materiale dominata da una casta sacerdotale che ha ridotto la religione a pura formalità rituale, impedendo in questo modo al popolo di Dio di fare esperienza del Volto del Mistero manifestato in Gesù.  

Con gli occhi di poi possiamo dire: non era proprio da buttare via il grande critico della cristianità: Friedrich Nietzsche. Aveva già detto tutto, o quasi. Aveva percepito in profondità la fine dell’epoca cristiana e intravisto la nuova, in cui gli uomini avrebbero dovuto imparare a vivere senza appoggiarsi a Dio, ovvero, al Dio inventato dagli uomini, al dio analgesico, al rifugio dalla durezza della vita. Aveva capito che il Dio costruito nei secoli dall’occidente era ormai morto. Nietzsche percepiva tutta la tragicità di questo annuncio, anche perché era consapevole del disastro che la struttura religiosa aveva provocato nell’anima d’intere generazioni. Secoli di pietismo religioso hanno lasciato il segno: era questa la preoccupazione di Nietzsche. Secoli di fuga dalla realtà, hanno manifestato un’infedeltà alla terra, per dirla sempre con Nietzsche, che ha avuto come conseguenza immediata la creazione di una religione incapace di dialogare con il mondo. Lo smantellamento delle strutture forti della modernità permette alle attuali generazioni di uscire dal tempio per assaporare la vita e costruire percorsi in cui sia visibile la fedeltà alla terra, il rispetto delle culture altre, la creazione di spazi affinché tutti e tutte possano manifestare la loro diversità senza preclusioni o preconcetti.

 

sabato 10 febbraio 2018

IL DEVOZIONISMO RELIGIOSO E I MALI DELLA SOCIETÀ OCCIDENTALE





Paolo Cugini

La devozione è sorta e si è sviluppata in un periodo in cui i dati biblici e patristici erano andati dispersi. E’ questo che c’insegnano i recenti studi storici. La devozione si è, dunque, alimentata della superstizione, della paura del sacro. La devozione tocca il sentimento e manifesta il timore di Dio, un Dio percepito come terribile, capace di punire in ogni momento e ad ogni ora per ogni forma di disobbedienza. Per poter controllare il potere del Dio distruttore, del Tremendum, per dirla con Rudolf Otto, il devozionismo ha messo in atto un sistema di precetti e di doveri che il fedele deve eseguire per non essere travolto dalla forza di Dio. Eseguiti i precetti il devoto è a posto, pronto per poter fare nella vita ciò che vuole. La devozione agisce sulla separazione tra sacro e profano. Il sacro esige sacrifici, riti, precetti in un contesto sacrale. L’esecuzione dei riti permette al fedele di viere nel mondo profano in modo fedele e sicuro. La devozione offre sicurezza al devoto, quella sicurezza interiore che gli dà la certezza di avere fatto tutto quello che deve fare per stare in pace con Dio e, soprattutto, per fare in modo che Dio non lo colpisca. La relazione tra sacro e fedele è stimolata dal senso di colpa, incentivata dal sentimentalismo devozionale, che mette in atto una serie di meccanismi che non permettono al fedele di sfuggire alla logica dei precetti. La devozione rende l’uomo e la donna schiavi dei riti, dei precetti. In cambio ottengono la sicurezza della salvezza e la possibilità di controllarla. Non è cosa da poco.

La cultura borghese, sorta in Occidente all’epoca del tardo medioevo e poi rafforzatasi con l’avvento della rivoluzione industriale, si è alimentata del devozionismo religioso. Potremmo affermare che non è mai esistito un connubio così stretto tra la dimensione spirituale della vita personale e quella sociale. Il borghese capitalista che sfrutta gli operai, arricchendosi sulle loro spalle, non si sente in colpa, ma anzi si sente confermato nel suo lavoro per il semplice fatto che compie alla perfezione tutte le prescrizioni previste dalla devozione religiosa. Ci sono dei borghesi che vanno a messa tutte le domeniche o addirittura tutti i giorni. Borghesi che recitano il rosario, fanno le novene dei santi a cui fanno riferimento. Sono generosi elargendo significative offerte ai luoghi di culto. C’è poi lo stile borghese della persona che vive la sua vita tranquilla tra lavoro e famiglia. E’ il modello sociale propagato con l’avvento dell’era industriale in tutte le sue fasi ed è quello stile oggi indicato con la classe media. Quando si passa dalla società agricola alla società industriale, il modello borghese prende il sopravvento trovando nella religione devozionale il supporto per giustificarla. Vita serena, tranquilla. Una volta realizzato il lavoro c’è tempo per Dio e per la propria vita. Possibilità di organizzare il tempo libero a proprio piacimento, con ferie e settimane bianche. Il modello borghese chiude le persone in una sfera del mondo, non permettendo di cogliere il legame tra i mondi. Se, infatti, c’è una parte che sta bene, questo benessere è il prodotto delle lacrime e delle sofferenze di un’altra parte del pianeta. C’è tutto un sistema che non permette di sentire questo legame intrinseco. Anche la devozione moderna contribuisce a rendere sordo e cieco il devoto, la devota. Chiusi nella necessità dell’osservanza, i devoti non si preoccupano del loro stile di vita agiato e tranquillo, anzi lo incentivano. Non a caso è l’Occidente devoto che ha elaborato il più criminale sistema economico mai esistito, vale a dire il neoliberalismo. Questo modello sta producendo giorno dopo giorno masse enormi di diseredati, di esclusi dal lauto banchetto dei pochi che possono beneficiare di tutto. E’ vergognoso leggere ogni anno le classifiche stilate dalla rivista Forbes degli uomini e di qualche donna più ricchi del mondo, che arricchiscono sempre di più anno dopo anno, mentre allo stesso tempo aumentano i disperati, i senza tetto, i poveri, coloro che perdono tutto, o che pur lavorando si vedono assottigliare il salario rendendo difficile la loro sopravvivenza e delle loro famiglie. C’è una religione che è complice di questo massacro che si sta perpetuando e diffondendo in tutto il mondo; è la religione dei devoti, di coloro che restringono il campo dell’azione di Dio nel loro cuoricino che diventa sempre più piccolo e ottuso, per non sentire le grida dei disperati del mondo. E’ la religione dei moderati, di coloro che con le loro devozioni attutiscono la forza dirompente del Vangelo di Gesù, che annuncia il Dio che non fa differenza di persone e la comunità in cui nessuno vive nel bisogno, perché chi ha di più condivide con chi ha meno.

Questo modello sociale e religioso tipicamente Occidentale produce una massa enorme non solo di rifiuti materiali, ma soprattutto di rifiuti umani. E’ questa un’espressione forte utilizzata per la prima volta dal sociologo polacco Zygmunt Bauman. E’ un’espressione forte che, però, esprime bene il significato profondo di questo modello sociale e religioso. Quando una società si allea con la religione per cercare un proprio benessere a scapito di altri, vuole dire che c’è qualcosa che non va, che non funziona. Una grande massa di rifiuti umani si trovano ormai nelle nostre città, nei nostri quartieri. Masse di persone che provengono di paesi impoveriti a causa dalla presenza Occidentale. Questo è il grande paradosso della società Occidentale: ci sono paesi ricchi di ogni ben di Dio sia nel suolo che nel sottosuolo, ma che sono divenuti strapieni di poveri a causa della violenza dell’uomo Occidentale che è entrato in casa loro per depredare tutto a costo zero. Per stare bene noi a casa nostra, c’è molta gente che a casa loro sta male. Le montagne di rifiuti che vediamo non solo nelle discariche, ma ormai ai cigli delle strade, sono il simbolo della nostra società disorientata, una società opulenta, grassa, una società che ha smarrito il cammino. Se da un lato c’è una società che produce rifiuti in quantità spaventosa, dall’altra c’è la società che si ciba di questi. C’è qualcosa di spaventoso e d’irrazionale in tutto ciò, segno che manca un pensiero umano alla guida del mondo, in coloro chiamati a guidare le sorti dell’umanità. Le chiese, in questa prospettiva, non possono limitarsi a celebrare riti per i devoti di turno, ma devono fare tuonare la voce profetica del Vangelo attraverso scelte radicali che dicano esplicitamente la rottura con il sistema perverso neoliberale.

Purtroppo non abbiamo ascoltato i profeti che, già all’inizio del secolo scorso ci mettevano in guardia. Charles Péguy, ad esempio, ci allertava sul pericolo di elaborare progetti politici e sociali senza tener conto della realtà. Camminare nella storia con i piedi per terra, ascoltando la realtà che si manifesta come molteplice e quindi non in modo uniforme, significa elaborare percorsi sociali e politici in cui la diversità non sia un’eccezione, ma trovi posto con tutta la sua dignità. Mettersi in ascolto della realtà oggi significa ascoltare il grido dei diseredati, dei rifiuti umani e creare degli spazi affinché si possano esprimere e indicare a noi nuovi cammini di salvezza. Lo stesso Emmanuel Mounier che nel 1932, in mezzo alla più grande crisi economica del secolo scorso, lanciava sulla rivista Esprit da lui fondata un appello contro lo sfacelo della cultura borghese, incapace di salvaguardare i valori della persona. Non a caso, proprio sulle pagine di questa rivista Mounier e i suoi collaboratori, elaborarono il progetto del personalismo comunitario, mostrando come non sia possibile salvaguardare la dignità della persona umana senza un riferimento alla comunità. E’ proprio la comunità il problema che diviene evidente in questo passaggio della cultura Occidentale. Comunità, infatti, che non riesce più a costruire legami in cui tutti possano realizzare le loro potenzialità. Constatiamo, infatti, giorno dopo giorno, una comunità di persone diseguali, una società in cui pochi stanno bene, a scapito di un sempre maggior numero di persone che stanno male. Quella grande donna che è stata Simone Weil ci allertava, in uno dei suoi diari, sulla necessità di educarci all’attenzione come modalità per rimanere in contatto con la realtà e non perderla di vista. Se c’è un dato che invece è chiaro è che il mondo Occidentale ha costruito tutto un armamentario che lo rende ogni giorno sempre più distratto e, in questo modo, diviene incapace di ascoltare il reale, sordo al grido dei disperati, chiuso nel proprio benessere, insensibile dinanzi ai drammi umani che accadono attorno a noi, incapace di elaborare percorsi che siano attinenti alla realtà fatta di uomini e di donne e non di numeri.

Lo scriveva Péguy più di un secolo fa: la rivoluzione sarà morale e spirituale o non sarà. Non saranno progetti politici a cambiare la direzione di questa storia malata d’individualismo. In questo percorso di rivoluzione spirituale la comunità cristiana ha senza dubbio un compito importante a patto che sappia mettere al centro il Vangelo di Gesù, la sua Parola e che si lasci ispirare da Lei.

martedì 31 ottobre 2017

INCANTO E DISINCANTO. UN LIBRO DI CHARLES TAYLOR









 TAYLOR, CHARLS, Incanto e disincanto. Secolarità e laicità in Occidente, Dehoniane, Bologna 2014 p.100
Analisi storica del termine secolare (19-30)
Il modello deista ha contribuito a definire la religione buona o accettabile per gran parte della discussione occidentale degli ultimi secoli […] La religione può essere quindi utile all’ordine sociale se inculca i principi giusti, ma deve evitare di diventare una minaccia a tale ordine sfidandolo dall’esterno (31).
Le formule per una convivenza reciprocamente vantaggiosa si sono evolute in molte tradizioni religiose differenti e no sono il monopolio di quanti hanno adottato una prospettiva plasmata dalla diade occidentale moderna, in cui il secolare rivendica l’esclusiva sulla realtà (35).
Uno dei vettori principali della civiltà medievale nel corso degli ultimi sei o sette secoli è stata l’enfasi crescente su una religione dell’impegno personale, in contrapposizione a forme maggiormente centrate sui rituali collettivi. Lo si può constatare nella crescita di una religione più cristocentrica nell’alto medioevo [,..] Ulteriori prove sono offerte dai movimenti devozionali. Un esempio storico famoso è rappresentato dalla decisione del Concilio Lateranense del 1215 di esigere da tutti i credenti la confessione e l’assoluzione di un prete per poter ricevere la comunione almeno una volta all’anno (38).
Come molti hanno notato, un aspetto sorprendente della marcia occidentale verso la secolarità è che fin dall’inizio si è intrecciata con questa spinta verso una religione personale (40).
Cap. 3: analisi della nascita e sviluppo delle religioni a spiritualità assiali (è una definizione di Karl Jaspers).
Nelle così dette religioni arcaiche le persone erano profondamente radicate nelle loro forme di vita […] Nelle religioni primigenie ci si rapportava a Dio anzitutto come società(56).
Quel fenomeno che ho definito radicamento sociale è quindi in parte un problema identitario. Dal punto di vista del senso di sé individuale, significa l’incapacità d’immaginarsi al di fuori di una certa matrice (59).
Ciò che le persone domandano quando invocano o placano la divinità e le potenze è la prosperità, salute, una lunga vita, o la fertilità; ciò da cui chiedono di essere preservate è la malattia, la carestia, la sterilità, la morte prematura. E’ all’opera qui una certa concezione della prosperità umana che è immediatamente comprensibile e che appare del tutto naturale (61).
Nel cristianesimo o nel buddhismo è presente una concezione del nostro bene che oltrepassa la prosperità umana e che noi possiamo raggiungere anche se falliamo completamente dal punto di vista della fioritura umana, persino grazie a tale fallimento. Il paradosso del cristianesimo, rispetto alle religioni precedenti, è che sembra affermare l’incondizionata benevolenza di Dio verso gli umani (62).
L’aspetto sorprendente delle religioni assiali […] è che esse diedero origine a una frattura in tutte e tre le dimensioni del radicamento: ordine sociale, cosmo, bene umano (63).

L’epoca assiale non modificò d’emblée e totalmente la vita religiosa di intere società, ma rese possibile una religione non radicata (67).
Sembra che le spiritualità assiali non siano riuscite a produrre in tot il loro effetto di sradicamento perché, per così dire, vennero arginate dalla forza della vita religiosa maggioritaria, rimasta saldamente ancorata al vecchio stampo. In Verità esse hanno generato una certa forma d’individualismo religioso (70).
Mi preme almeno menzionare due diverse tipologie di compromesso, che meriterebbero una disanima molto più approfondita, ma a cui posso dedicare qui solo qualche pensiero. L’equilibrio in tensione della cristianità latina emerge e diventa evidente nel Carnevale e in festività analoghe (74).
La progressiva imposizione di un ordine stabile e razionale del cristianesimo moderno, sancì la fine dell’instabile equilibrio postassiale. S’infranse, perciò, il compromesso tra, da un lato, la religione personale fatta di devozione, obbedienza o di una virtuosità concepita razionalmente e, dall’altro, i rituali collettivi, spesso cosmo centrici, della società nel suo complesso, a tutto vantaggio della religiosità individuale. Il disincanto, la Riforma e la religione personale procedettero di pari passo. Come la chiesa era tanto più perfetta quando ciascuno dei suoi membri vi aderiva in maniera individuale e responsabile […] così la società stessa finì per essere reinterpretata come un’associazione d’individui. Il grande sradicamento che era già implicito nella rivoluzione assiale, raggiunge qui la sua conclusione logica. Il presupposto di questo cambiamento fu la crescita e il consolidamento di una nuova auto comprensione della nostra esistenza sociale in cui venia attribuita un’importanza storicamente inedita dell’individuo (78-79).
A mio modo di vedere è questo il progetto di trasformazione che è stato portato avanti all’interno della cristianità latina. I vettori dell’impegno e del disincanto hanno preso forma attraverso una serie di tentativi di riforma. L’obiettivo era trasformare alla radice le vite dei cristiani e anche il loro ordine sociale, conformandoli alle richieste dl Vangelo (81).
La mia tesi è che l’effetto del tentativo cristiano, o stoico-cristiano, di ristrutturare la società dando vita al moderno “individuo nel mondo” fu molto persuasivo e articolato. Esso contribuì a spingere prima l’immaginario morale e quindi quello sociale in direzione del moderno individualismo (83).
Ai due vettori collegati dell’impegno personale e del disincanta mento se ne possono aggiungere due, altrettanto strettamente connessi: quelli dei movimenti di riforma e sradicamento, o la nascita dell’individualismo moderno. E questi ultimi sono a loro volta collegati a un quinto vettore, che è a mio avviso uno degli aspetti basilari (84).
Che cosa è dovuto succedere perché prendesse piede questo genere di atmosfera secolare? Prima di tutto era indispensabile la comparsa di una cultura basata su una distinzione netta tra il naturale e il soprannaturale. In secondo luogo doveva diventare concepibile una vita vissuta interamente all’interno della sfera naturale (85).
La crisi della fede in Dio si è prodotta in simbiosi con questa fede in un ordine morale di individui titolari di diritti destinati ad agire per il beneficio reciproco […] Questa visione dell’ordine ha plasmato in profondità le forme dell’immaginario sociale prevalenti nell’Occidente moderno: l’economia di mercato, la sfera pubblica, il popolo sovrano. In altre parole, il cambiamento cruciale verificatosi in questo contesto potrebbe essere descritto come la nascita della possibilità di vivere entro un ordine puramente immanente (87).
I vettori della religione personale e del disincanta mento hanno contribuito alla marginalizzazione dei rituali collettivi (89).
Davvero tutte le religioni del mondo sono destinate a muoversi verso la condizione della modernità occidentale, con un mondo disincantato, un forte senso di un ordine immanente autosufficiente e un’identità decisamente schermata? […] Un conclusione che si potrebbe trarre dalla narrazione alternativa abbozzata in queste pagine è che tutti i movimenti in avanti hanno un costo: le rivoluzioni assiali con le loro concezioni del bene superiore; la riforma occidentale con la su abolizione dell’incanto e la repressione dei rituali collettivi; la creazione dell’ordine immanente (92).

“Il saggio, concepito espressamente per il pubblico italiano, illustra la direzione che ha assunto negli ultimi anni la riflessione di Charles Taylor sulla secolarità. Da un lato il filosofo canadese sembra interessato a contestualizzare ulteriormente la traiettoria secolarizzante moderna proiettandola sull'orizzonte di un ampio tempo storico. Poiché i successi incontestabili della modernità occidentale hanno da sempre esercitato, al suo interno e all'esterno, un fascino quasi ipnotico, per lo studioso è importante resistere al loro potere di suggestione diluendone l'impatto e la significatività grazie all'effetto calmierante della lunga durata. La seconda leva utilizzata da Taylor per rendere meno ovvio l'orientamento secolarista della mentalità moderna consiste nella moltiplicazione dei significati della modernità, della reiterazione del suo progetto in una prospettiva globale: in una parola, nel "provincializzare l'Europa". Davvero esiste un unico modello di laicità? O un solo prototipo di libertà, individualismo, autorealizzazione? Per chi è scettico riguardo alla pretesa arrogante della civiltà occidentale di aver esaurito l'intero spettro delle possibilità di espressione umane, una delle principali fonti di interesse è rappresentata proprio dagli effetti imprevedibili, e spesso rigeneranti, della migrazione da un angolo all'altro del pianeta delle teorie e pratiche escogitate in risposta a specifiche difficili sfide storiche “(fondo di copertina).