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giovedì 10 aprile 2025

PERCHE’ È COSI’ DIFFICILE ACCETTARE LA DIVERSITA’? In cammino per un mondo accogliente



Paolo Cugini

Tutti i giorni assistiamo non solo nei dibattiti pubblici sul tema delicato dell’accoglienza dei migranti, ma anche nelle discussioni quotidiane tra persone amiche o conoscenti, ad una recrudescenza dell’intolleranza nei confronti di chiunque si presenti come diverso dai modelli stereotipati che abbiamo in mente. Sembra difficile pensare ad un mondo in cui ci sia spazio per tutti. Soprattutto, però, sembra difficile pensare nella costruzione di un mondo in cui chi è povero sia percepito con la stessa dignità di chi è ricco. 

Uno dei maggiori problemi che l’occidente sta vivendo in questo delicato passaggio epocale consiste nella difficoltà non solo di convivere con la diversità, ma di considerarla naturale. Sfogliando le pagine dei libri di storia si comprende molto bene l’origine di questo malessere, di questa incapacità. Veniamo da molti secoli in cui c’è sempre stato qualcuno – un re, un popolo, una tribù, ecc. – che ha voluto imporsi sugli altri. La storia dell’Occidente la si può leggere come una sequenza in cui si sono alternati imperi, usurpatori, imperatori e re. Questa successione è avvenuta attraverso violenze, guerre, imposizioni di qualcuno sugli altri. In questo processo storico di violenze e soprusi, tutte le realtà sono state coinvolte: economia, arte, educazione, politica e religione. 

La proposta di Gesù consiste nel riportare ad una dimensione umana il progetto di un’umanità in cui la diversità più che essere un problema da affrontare è un valore, anzi è il senso della storia. Il Regno di Dio, che è il centro del messaggio di Gesù, è l’umanità in cui chiunque trova spazio accogliente e in cui nessuno viene escluso, perché tutti siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio. Il cammino che Gesù ha tracciato nella sua vita è il cammino dell’amore, che si manifesta nella relazione con gli altri, nell’accoglienza di tutti. 

Il desiderio è discutere su questi temi e dei contenuti di alcuni libri pubblicati in questi ultimi due anni:

1. La fuga di Elia. Riflessioni postmoderne sulla religione e il senso della vita. Reggio Emilia: Edizioni San Lorenzo 2020.

2. Visoni postcristiane. Dire Dio e la religione nell’epoca del cambiamento. Bologna: Edizioni Dehoniane 2019. 


I testi sono disponibili in Internet (Feltrinelli, IBS, Amazon, ecc.)




domenica 7 agosto 2022

Ermeneutica e storia

 



Paolo Cugini

L’interpretazione riconosce che ogni contenuto, come ogni fenomeno, si manifesta nella storia. Anche lo stesso dato rivelativo riconosciuto dalla tradizione ebraico-cristiana non sfugge a questa intuizione. Ciò significa che per cogliere il significato del fenomeno che s’intende conoscere occorre ripulirlo dai contenuti culturali presenti nell’epoca in cui si è manifestato. Riconoscere il dato storico degli eventi sembra una cosa banale, ma tanto banale non è. Lo stesso vale per i contenuti di tipo filosofico, scientifico, teologico. Affermare che ogni tipo di verità deve passare il vaglio dell’ermeneutica e della critica storica, è un passaggio che non tutti accettano. Com’è possibile, infatti, sostengono i detrattori dell’ermeneutica, che affermazioni indicate con il titolo di verità debbano assoggettarsi ad una verifica di tipo ermeneutico? L’obiezione deriva da un pregiudizio di fondo che è, allo stesso tempo, un errore di prospettiva.

Il problema, a questo punto del discorso, che può essere posto è il seguente: esistono verità che incontriamo nella storia è che non vengono intaccate dal fluire del tempo? Esistono delle verità nella storia che permangono immobili, sempre le stesse, in ogni epoca? In altre parole, esistono delle verità che non dipendono dallo sguardo e dalla interpretazione di qualcuno? La risposta a questa domanda è complessa e non immediata. Senza dubbio le verità di tipo matematico corrispondono a questa immutabilità. Che due più due fa quattro è un dato immediato e incontrovertibile. Lo stesso non si può dire per le verità religiose. Dio rimane un oggetto difficilissimo da dimostrare. Ha bisogno di una coscienza che lo percepisca e ne condivida l’esistenza. La teologia cattolica si è servita di strumenti della filosofia e, in modo specifico, della metafisica per sostenere l’oggettività del dato rivelato, per arrivarne a dimostrare la sua immutabilità, onnipotenza, onniscienza. La metafisica, però, non ha nulla di scientifico, di apodittico o assiomatico; le sue proposizioni sono tutte proiezioni artificiali umane. Tutte le volte che la cultura occidentale ha preteso di rendere oggettivo e immobile il discorso su dio, ha costruito un idolo che, con il passare del tempo, si è corroso.

Forse il cammino di coloro che cercano a tutti i costi qualcosa di oggettivo su cui appoggiare le proprie insicurezze potrebbe essere quello d’imparare a confrontare i diversi modi di narrare l’oggetto osservato, senza creare contrapposizioni, ma gustando la molteplicità delle possibilità. Abitare la diversità è un esercizio quotidiano che ci avvicina alla realtà, che è molteplice e sfugge ad ogni tentativo di fissazione. Abitare la diversità nel cammino della vita ci rende lentamente tolleranti, capaci di guardare la narrazione dell’altro non con il sospetto di un antagonismo, ma con la gioia condivisa di una ricchezza nuova. Abitare la diversità è come camminare in un campo ed ammirare la bellezza della varietà dei fiori, dove il problema non è scoprire qual è il più bello, ma imparare ad apprezzare la bellezza di tutti.

 

martedì 16 marzo 2021

POLIEDRO


 


Paolo Cugini

 

Deriva dal greco: polis, molti e èdron, faccia, quindi molte facce. Si tratta, dunque, di un solido geometrico limitato da superfici piane poligonali. Ci sono, poi, i poliedri regolari, costituiti da facce uguali, e i poliedri irregolari. È una figura che esercita un certo fascino perché valorizza le specificità. E’, infatti, nella prospettiva dell’unità nella diversità. La valorizzazione delle parti, invece, non viene attuata dalla sfera che, per sua caratteristica specifica, annulla qualsiasi spigolo, perché nella sfera tutto dev’essere omogeneo. Poliedro e sfera indicano, dunque, delle modalità d’intendere la relazione tra singolo e comunità, o tra diverse comunità in relazione tra di loro.

Questa figura geometrica è spesso citata da Papa Francesco per indicare la sua visione di Chiesa, come un’unione di tutte le parzialità che nell’unità mantiene l’originalità delle singolarità.  È l’esatto contrario in ciò che avviene nella sfera in cui la superficie non presenta sbavature. Tutte le volte che la Chiesa s’impone sui fedeli senza nessuna possibilità di ascolto o di replica, manifesta la sua intenzione di livellare la relazione affinché appaia un’uniformità, che lascia tranquilli chi detiene il potere, ma genera tensioni e ribellioni in chi le subisce. San Paolo, in questa prospettiva, in più di una circostanza ha manifestato il desiderio di costituire comunità cristiane seguendo il modello del poliedro, vale a dire, cercando di raggiungere l’unità salvaguardando le diversità. San Paolo era convinto che proprio lo Spirito Santo è colui che suscita le diversità, manifestando alle persone che lo accolgono i carismi specifici che permettono alla comunità cristiana di esistere ad immagine del Cristo.

Sul piano sociale e politico poliedro e sfera indicano due modi d’intendere le relazioni all’interno di una comunità, una nazione. Mentre, infatti, nel modello della sfera il cittadino si annulla o, spesso e volentieri, è annullato da misure autoritarie e violente, nel modello del poliedro il cittadino conserva la sua peculiarità. Il modello del poliedro permette al cittadino d’interagire con la struttura socio politica mantenendo una propria autonomia. Si percepisce lo stile poliedrico di governare un paese nell’antica polis greca, una delle rare esperienze politiche in cui i governanti non solo agivano per il bene dei cittadini, ma li coinvolgevano nelle decisioni da prendere. Mentre il modello sferico annulla la parte, la singolarità a beneficio del tutto, il modello poliedrico la valorizza e crede che ogni singolo cittadino è chiamato a dare il meglio di se stesso per il bene della comunità e riesce a farlo proprio perché è sollecitato nelle sue specificità.

Amo il poliedro e detesto la sfera. Mi piace essere coinvolto e coinvolgere le persone sui progetti che mi frullano per la testa. Non mi piace quando incontro sulla mia strada persone con una mentalità “sferica”, che asfaltano le volontà dei singoli per imporre la propria. La cosa peggiore è quando questo modello sferico si vede attuato nella Chiesa facendolo passare come volontà di Dio stracciando, in questo modo, pagine su pagine di Vangelo.

giovedì 4 luglio 2019

VISIONI POST-CRISTIANE: dire Dio e la religione nell'epoca del cambiamento





Presentazione

Paolo Cugini

In uscita alla fine di settembre 2019

Il testo: “Visioni postcristiane” è nato sulle strade percorse dall’autore in questi ultimi anni. Strade diverse, come diversi sono i percorsi della vita. Le strade delle parrocchie di una delle tante Unità Pastorali, che dicono di un’esperienza di Chiesa che tenta cammini nuovi per portare il vangelo nelle periferie. Le strade di tanti adulti e di tante coppie che cercano ogni giorno il volto del Signore nelle scelte che compiono, scelte che spesso e volentieri incontrano la difficoltà di far entrare il Vangelo nei percorsi educativi proposti ai propri figli. Sono anche i cammini dei tanti studenti universitari africani incontrati in questi anni. Giovani del Camerun, del Togo e del Congo alla ricerca di una possibilità nuova nella vita. Cammini che hanno trovato pronte comunità cristiane nell’esperienza dell’ascolto e dell’accoglienza, manifestando che c’è ancora un po' di umanità in mezzo a noi, grazie alla forza disarmante del Vangelo. E poi ci sono le piazze dei tanti bambini stranieri carichi di mille problematiche familiari che si riversano rumorosi nei nostri cortili parrocchiali e richiedono quell’attenzione che non sempre è scontata. Cammini quotidiani della diversità, che dicono della fatica di scrollarsi di dosso la tentazione di chiudersi dietro i pregiudizi culturali, la cui veridicità si fa fatica dimostrare. È quello sperimentato nel cammino con i cristiani LGBT che, oltre ad un profondo cammino di fede, hanno messo a dura prova il senso delle eucaristie domenicali di tanti cristiani trovati impreparati dalla novità.

Le pagine che presentiamo costituiscono una sorta di diario spirituale ed esistenziale, nelle quali si cerca di dare ragione della forza del Vangelo, capace di dire qualcosa di significativo nelle complicate situazioni culturali ed esistenziali del nostro tempo. Sono pagine che analizzano le criticità di comunità cristiane che fanno fatica a scrollarsi di dosso metodi e stili che vengono da molto lontano e che rischiano d’intralciare il cammino dello Spirito che viene a noi attraverso i tanti mondi diversi che l’epoca postcristiana ci offre. Riflessioni sorte sul cammino e che hanno già vissuto un primo confronto attraverso i blog dell’autore, come articoli in alcune riviste e come percorsi educativi realizzati con i tanti giovani incontrati. I cammini della diversità obbligano a riflettere sul significato della diversità, dei cammini educativi proposti, oltre al contenuto che la religione può offrire nelle situazioni di un mondo sempre più complesso. Riteniamo, allora, che le pagine proposte in questo libro, possono dire ancora qualcosa ed offrire spunti di riflessione per tutti coloro che prendono sul serio il viaggio affascinante della vita.

venerdì 2 febbraio 2018

SIAMO TUTTI DIVERSI




L’intervento di Teresa Forcades al Ciclo di Teologia della donna organizzato a Reggio Emilia
 
Paolo Cugini

Giovedì primo febbraio si è svolto presso l’hotel Astoria di Reggio Emilia il secondo dei quattro incontri del ciclo: “Teologia delle donne”, organizzato dalle amiche del gruppo di cristiani LGBT della stessa città. A prendere la parola, in una sala davvero gremita di gente, segno di un bisogno grande di ascoltare parole nuove e diverse sul tema della sessualità e della diversità, è stata la teologa spagnola suor Teresa Frocades. La serata è stata una boccata di aria fresca, anche perché questa suora benedettina non ci ha parlato di ascesi o di castità, ma di sessualità in un modo nuovo, proponendo una visone antropologica nella quale tutti e tutte si sentano accolti. Teresa Forcades è una monaca benedettina di origine catalana. E’ medico (ha studiato negli Stati Uniti), teologa (dottorato a Barcellona e a Berlino); si interessa di psicoanalisi e di femminismo.

 Che cosa ci ha comunicato durante la serata? La sete di verità di una donna innamorata del Signore e della sua Parola, una donna dotata di un’intelligenza straordinaria, che comunica i risultati delle sue ricerche con molta semplicità e umiltà. I punti del suo intervento sono stati sostanzialmente due. Nel primo Teresa ci ha aiutato ad entrare nel mistero della sessualità umana, sforzandosi di mettere da parte le teorie e le teologie, per concentrarsi sulla realtà. Ebbene, nella realtà non esiste solamente una struttura binaria della sessualità – maschio e femmina -, ma ogni tanto si presentano persone che non rientrano in questo schema. Forcades ci ha mostrato che, sino ad ora, sia la medicina che la teologia hanno sempre fatto di tutto per fare in modo che ciò che si presentava come minoranza sessuale, fosse esclusa, repressa, modificata per mantenere inalterata la teoria della presenza binaria della sessualità. Per quale motivo? La struttura binaria della sessualità è retaggio della cultura patriarcale, che indica la supremazia dell’uomo sulla donna, esigendone la sottomissione. Sono dinamiche di potere che esigono delle prese di posizione antropologiche e teologiche. Ascoltando la realtà ci si rende conto che, quando si tratta di persone e non di cose, il criterio della maggioranza non serve più, anzi è nocivo. “Occorre un’antropologia teologica – ha ribadito la Forcades -  per la maggioranza o per tutti? Per tutti. E’ la teoria che deve adattarsi alla all’esperienza. Basta una persona per provocare il cambiamento della teoria. Non è la quantità l’importanza”.

Come ci ricorda papa Francesco nell’Evangeli Gaudium, la realtà è più importante dell’idea e la precede. Teresa Frocades ha applicato questo principio alla sessualità umana, per farci comprendere che le teorie sessuofobe e omofobe, nascono da un non ascolto della realtà, dall'ottusità di voler rivestire la realtà con la camicia di forza delle proprie ideologie per giustificare una specifica visione del mondo oppressiva, in cui il più forte domina sul più debole (struttura binaria sociale e politica). I casi concreti narrati da Teresa durante l’incontro, avevano l’intento di mostrare come la natura si ribella tutte le volte che non la rispettiamo e non l’ascoltiamo, tutte le volte che la imprigioniamo nei nostri schemi ideologici.
La prospettiva binaria della cultura Occidentale non riesce a descrivere la realtà e, di conseguenza, occorre fare lo sforzo di ripensare la teoria per renderla il più umana possibile. E’ in questa direzione che si è mossa Teresa Forcades nella seconda parte della serata, approfondendo il cuore dell’antropologia cristiana che vede l’uomo e la donna creati ad immagine di Dio. Che cosa significa questa immagine? Se Il tempo e lo spazio sono elementi fondanti della struttura umana, così come ci ha insegnato Kant, elementi che non si trovano in Dio, come si fa a pensare che siamo ad immagine di Dio se Dio non ha tempo, spazio, sesso? Se l’antropologia binaria creata dalla cultura patriarcale ha incentivato la proposta della complementarietà identificando la libertà con la mascolinità e l’amorevolezza con la femminilità, con tutte le conseguenze negative di un’impostazione infelice come questa, l’antropologia attenta alla realtà deve guardar altrove per cercare ispirazione. Teresa Forcades ha trovato nel mistero della Trinità, che ha studiato per anni per la realizzazione del suo dottorato in teologia, il punto di riferimento per la sua nuova impostazione antropologica. L’amore trinitario non ha nulla a che vedere con la complementarietà. “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone distinte: questo è il centro del pensiero trinitario nella storia. Sono differenti, ma non nel senso di uno che completa l’altro”.
Amare, in questa prospettiva trinitaria, non significa andare alla ricerca di qualcosa che ci manca e quindi ci completa. Dio non ci ama perché ne ha bisogno, per completarsi: la gratuità è centrale nell’amore trinitario e nel cristianesimo in generale. Per comprendere meglio il senso dell’amore trinitario Forcades fa appello ad un termine teologico: pericoresi, che significa fare spazio intorno. L’amore trinitario, come amore pericoretico, produce spazio intorno alle persone. In questa prospettiva, è comprensibile come l’amore autentico non solo esige, ma produce libertà per la persona amata. “Percepisco che qualcuno mi ama quando sento che nella relazione, accanto a quella persona, lo spazio attorno a me si amplia. In questo tipo di relazione posso anche essere me stessa in qualcosa che ancora non so di me, si schiude uno spazio nuovo attorno a me in cui oso entrare. Questo spazio è la migliore definizione dell’amore”.

Amare significa fare spazio all’altro in modo tale da permettergli di essere ciò che deve essere. Tutte le volte che la relazione si chiude nella complementarietà duale, rischia di collassare. La dinamica della pericoresi garantisce all’amore un dinamismo creativo. In questa prospettiva antropologica, come si capisce, non c’è più spazio per il dominio di una parte sull’altra e la successiva richiesta di sottomissione. L’amore esige libertà, spazio. “Dio non ha complementarietà – ha concluso Teresa Forcades -, ma reciprocità, verità, fuoco. E allora, quando due persone si amano con impegno, non può essere la differenza sessuale ad ostacolare questo amore”.


Il numeroso pubblico presente alla serata sarebbe rimasto ancora a lungo ad ascoltare le profondi riflessioni di questa suora speciale. Il desiderio, è comunque di continuare la riflessione affinché le idee condivise possano col tempo modificare le pratiche violente in atteggiamenti amorevoli e di pace. 








mercoledì 24 gennaio 2018

LA TEOLOGA TERESA FORCADES A REGGIO EMILIA


A Reggio Emilia continua il ciclo di conferenze sulla Teologia delle donne, di cui sono protagoniste teologhe donne che con la loro capacità di analisi riescono a caratterizzare e dare un valore specifico al pensiero teologico, per offrire un punto di vista nuovo, differente, rinnovante, inclusivo  rivolto a chi si sente ai “margini” della chiesa.

Giovedì 1 febbraio 2018, alle 20.45, Suor

 Teresa Forcades presenta il suo libro: 

Siamo tutti diversi! Per una teologia queer


Maria Teresa Forcades è una suora di clausura benedettina di Montserrat (Barcellona), laureata in medicina ed in teologia fondamentale, saggista nel campo della medicina sociale, della teologia trinitaria e di quella femminista. Nei suoi libri ha intrecciato studi, vissuti e riflessioni che ne fanno un singolare spirito libero.

sabato 16 dicembre 2017

CHIESA E PERSONE OMOSESSUALI: LA RIFLESSIONE DI TERESA FORCADES



Paolo Cugini

L’opera della teologa catalana Teresa Forcades[1] fornisce diversi spunti significativi nel cammino della ricerca sul rapporto tra omosessualità e chiesa. In primo luogo, la Forcades inserisce il discorso sull’omosessualità all’interno della teologia queer, della quale è una delle più importanti promotrici e sostenitrici. Queer è un concetto antropologico utilizzato dalla Forcades per affermare il carattere unico e originale di ogni individuo e: “l’affermazione dell’impossibilità di utilizzare, nell’ambito della persona, qualsivoglia categoria, che sia di genere, di classe o di razza. Le categorie che classificano l’essere umano sono, per così dire, opacità, che non consentono di vederlo nel suo tratto di originalità”[2].

Questo cammino teologico intende fare i conti con la diversità sessuale senza esprimere nessuna condanna a priori, per aprirsi ad ogni possibile comprensione. Punto di partenza di questa riflessione teologica è la percezione dell’identità della persona intesa non in modo statico, ma dinamico. Il riferimento di questa intuizione è l’idea di creazione continua. Essere creati ad immagine e somiglianza di Dio, significa assumere la responsabilità di collaborare all’opera della creazione, che è in continuo divenire. In questa prospettiva, l’identità personale non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una possibilità che ci viene offerta. Adulti si diventa grazie ad una costante assunzione delle proprie responsabilità e alla capacità di porsi in modo libero e creativo dinanzi alle strutture culturali, che assimiliamo e che ci fanno credere di essere in un modo invece che in un altro. “Uomini e donne – sostiene Forcades – sono chiamati ad avventurarsi in un processo personale che li porta in uno spazio che io chiamo queer, uno spazio aperto in cui l’identità è da cercare, non è qualcosa di già dato”[3].
Il fato che la differenza sessuale sia un dato transculturale, non significa che una persona deve rimanere all’interno di questa identificazione iniziale. Secondo Frocades, l’errore della società patriarcale e di un certo tipo di femminismo, è pensare che quell’origine debba rimanere costante nel corso della vita. Ciò significa che il punto di partenza ha un genere, mentre il punto di arrivo no. “La mia identità infantile ha un genere (femminismo della differenza); la mia identità matura (o cristica) è transgender o queer[4]. C’è quindi, un cammino, un esodo che ogni persona è chiamata a compiere se vuole divenire pienamente umana, un cammino che si realizza durante tutta la vita. Essere adulto significa cammino in divenire, vincendo la tentazione di fissarsi su di un modello culturale identitario, per mantenersi aperti alla novità possibile. In questa prospettiva la diversità, lungi dall’essere un problema o una difficoltà, diviene una possibilità. Dobbiamo conquistare la nostra identità tutti i giorni.

Nel capitolo dedicato al tema del rapporto tra fede e gender, Forcades fa appello al senso della realtà, nella linea indicata da Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium. Se parlare di gender significa prendere in considerazione la comprensione culturale e soggettiva della sessualità, allora quando sul piano della realtà s’incontrano delle differenze, sono proprio queste che vanno ascoltate. Non può più accadere, come invece purtroppo accade soprattutto in questo ambito così delicato, che sia la teoria a interpretare e a leggere la realtà. Quando in gioco ci sono le persone, il primato dev’essere sulla realtà e non il contrario. La teoria dev’essere il momento successivo all’ascolto della realtà. Se, allora, è vero che esistono tre dimensioni del sesso biologico, vale a dire il sesso cromosomico, il sesso gonadico e quello genitale, già al primo livello la realtà manifesta che non vi sono solo due possibilità xx (femmina) e xy (maschio), ma diverse opzioni. Seconda Forcades anche se esistesse una sola persona al mondo dotata di una differenza cromosomica, sarebbe sufficiente per mettere in discussione la teoria. Dinanzi all’unicità della persona umana non c’è teoria che tenga, ma è questa che provoca le domande di senso. Non è, infatti, la persona per così dire diversa, che deve adattarsi alla teoria, ma è la teoria che dev’essere modificata a partire dalla diversità osservata. Le sindromi di Klinefelter (xxy) e di Turner (x0) dimostrano che nella realtà, in natura non tutto rimane collocato nella dicotomia maschile e femminile, provocando la domanda: sono femmine o maschi?
Questa diversità, che va al di là della dualità, non esiste solamente a livello cromosomico, ma anche a livello gonadico. Succede, infatti, che a volte uno abbia senza saperlo, una gonade che al tempo stesso è tessuto ovarico e tessuto testicolare. “Non volgiamo vedere la complessità della realtà che ci circonda, ma è importante prenderne visione affinché la nostra teoria ne tenga conto[5]. Anche a livello genitale esiste la diversità, che non è possibile catalogare entro la dualità maschio e femmina. Forse, comunque, il livello più complesso è quello psicologico. Ci sono persone che, pur avendo un sesso biologico maschile a livello cromosomico, gonadico e genitale ed essendo considerati quindi dalla società maschi, hanno una coscienza femminile e viceversa: questo è il transessualismo. Spesso questa realtà, sostiene Forcades, la si ignora perché è difficile affrontarla. I cristiani, però, non possono chiudere gli occhi dinanzi alla realtà e non possono fasciarsi la testa dalle teorie culturali della società in cui vivono, perché sono ristrette e non tengono conto dell’interesse del singolo individuo. Sempre sul piano psicologico è importante tener conto di quello che avviene a livello del desiderio. Può succedere, allora, che emerga un desiderio verso una persona dello stesso sesso. Una teologia che si mantenga aperta alla realtà come manifestazione del divino, non può immediatamente ricorrere alla teoria del peccato quando appare una differenza, ma deve porsi in ascolto della complessità e non chiudersi nelle facili semplificazioni teoriche. Troppe volte il desiderio verso una persona dello stesso sesso è stata considerata come patologia. “Certo sono diverse dalla maggior parte delle persone – nel modo in cui le intendiamo normalmente – ma questo non significa che dobbiamo leggere questa differenza in modo negativo […] Alcune di queste persone non hanno complicazioni mediche e conducono una vita pienamente compiuta, stanno bene e non presentano problemi se non quelli di carattere sociale, dal momento che spesso non vengono accettate[6].
La grande sofferenza delle persone omosessuali non è, dunque, causata da problemi di tipo medico o psichiatrico, ma sociale, vale a dire, dal fatto che la struttura patriarcale e maschilista della nostra società non accetta la differenza sessuale, la complessità della realtà, rifiutandosi così di ascoltarla, accompagnarla, integrarla. A detta della Frocades, il cui impegno in campo politico si è profuso su diversi temi, la comprensione della complessità della realtà dovrebbe allo stesso tempo condurre ad un cambiamento non delle persone così dette diverse, ma della società nel suo insieme, per fare in modo che nessuno si senta escluso.
Prendere sul serio la problematica delle persone omossessuali in un contesto sociale com’è quello occidentale fortemente omofobo, comporta di non rimanere solamente sul piano della tolleranza, o dell’accoglienza, ma esige passi sempre più chiari verso l’integrazione delle persone omosessuali sia sul piano giuridico che religioso. Interessanti sono, a questo proposito, le riflessioni che la Forcades propone per motivare il suo essere a favore del matrimonio omosessuale. L’idea di complementarietà che solitamente viene utilizzata per spiegare il senso del matrimonio non solo cristiano, secondo la nostra autrice non funziona, perché esprime in malo modo il senso autentico dell’amore. Il concetto di complementarietà, è infatti secondo al Forcades, la riduzione del concetto di amore che deriva dalla prospettiva binaria. Amare una persona non può voler dire cercare una persona che ci completi. Per cogliere in profondità il significato autentico dell’amore occorre uscire dagli stereotipi che provengono dalle semplificazioni della visione binaria della sessualità, ma occorre, in un certo senso, abitare la complessità. Teresa Forcades, a questo proposito, utilizza la riflessione elaborata durante il lavoro di dottorato svolto sul tema della Trinità. Dove possiamo trovare il significato autentico dell’amore di Dio se non osservando da vicino il mistero della Trinità? E’ allora, a questo mistero che dobbiamo rivolgere la domanda sul significato dell’amore umano e non alla dottrina della Chiesa. L’amore trinitario non ha nulla a che vedere con la complementarietà. “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone distinte: questo è il centro del pensiero trinitario nella storia. Sono differenti, ma non nel senso di uno che completa l’altro[7]. Amare, in questa prospettiva trinitaria, non significa andare alla ricerca di qualcosa che ci manca e quindi ci completa. Dio non ci ama perché ne ha bisogno, per completarsi: la gratuità è centrale nell’amore trinitario e nel cristianesimo in generale. Per comprendere meglio il senso dell’amore trinitario Forcades fa appello ad un termine teologico: pericoresi, che significa fare spazio intorno. L’amore trinitario come amore pericoretico, produce spazio intorno alle persone. In questa prospettiva è comprensibile come l’amore autentico non solo esige, ma produce libertà per la persona amata. “Percepisco che qualcuno mi ama quando sento che nella relazione, accanto a quella persona, lo spazio attorno a me si amplia. In questo tipo di relazione posso anche essere me stessa in qualcosa che ancora non so di me, si schiude uno spazio nuovo attorno a me in cui oso entrare. Questo spazio è la migliore definizione dell’amore[8].
Amare significa fare spazio all’altro, in modo tale da permettergli di essere ciò che deve essere. Tutte le volte che la relazione si chiude nella complementarietà duale, rischia di collassare. La dinamica della pericoresi garantisce all’amore un dinamismo creativo. E’ per questo motivo, per il modo d’intendere l’amore, che la Forcades afferma di essere a favore del matrimonio omosessuale. Non basta smettere di discriminare o diventare tolleranti nei confronti delle persone omosessuali. Occorre avere il coraggio di compiere un passo ulteriore. “Sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone sia etero sia omosessuali, a patto che fra di loro vi sia un amore autentico fatto del riconoscimento di quello spazio che circonda ogni persona e la comprensione che il matrimonio riguarda anche la comunità nella quale vivono[9].

Uscire dallo schema della sessualità duale, imposto dalla cultura incapace di elaborare un pensiero a partire della realtà che si manifesta nella sua complessità, permette di elaborare proposte sino ad ora impensabili. Elaborazione concettuale, che diviene significativa perché non sgorga dal nulla, ma dalla riflessione sull’amore pericoretico, così come si manifesta nel mistero della Trinità. In ogni modo, la Forcades non si ferma alla possibilità del sacramento del matrimonio per le persone omosessuali, ma arriva persino a criticare il matrimonio eterosessuale. Se, infatti, la santità appartiene a Dio, allora l’amore santo prima di provenire da una relazione di complementarietà, si manifesta in quelle relazioni in cui l’amore non è un bisogno, ma una possibilità che offre spazio per un cammino di autenticità. C’è dunque santità anche nell’omosessualità. “L’omosessualità in sé non è più santa dell’eterosessualità, né vale il contrario, ma per il solo fatto che esiste (a prescindere dalla qualità morale della singola persona omosessuale) è una benedizione e apre alla diversità in un modo che arricchisce la nostra ricerca teologica”[10].
 Affermazioni forti, che dicono di una chiarezza di vedute sul tema del delicato rapporto tra Chiesa e omosessualità, in linea con le argomentazioni sopra riportate. Senza Dubbio per la Forcades l’omosessualità prima di essere un problema è un dono, perché permette alla Chiesa e all’umanità un punto di vista differente per osservare il proprio cammino nella storia e, in questa prospettiva, l’arricchisce di nuovi significati.


[1] Teresa Forcades è una suora di Barcellona, medico e con un dottorato in teologia. Insegna da alcuni anni Teologia queer a Berlino. Si è impegnata molto nel suo Paese nella lotta contro le multinazionali farmaceutiche. E’ a favore della separazione della Catalogna dalla Spagna e, per questo, è entrata per alcuni anni in politica. E’ autrice di diversi libri sia su temi di medicina che di teologia.
[2] FORCADES, T., Siamo tutti diversi. Per una teologia queer, Castelvecchi, Roma 2016, p. 56-57
[3] Ivi. P. 71
[4] Ivi., p. 72. Sul tema cfr. FORCADES, T., La teologia femminista nella storia. Il ruolo delle donne e il diritto all’autodeterminazione femminile, Nutrimenti, Roma 2015
[5] Ivi., p. 120
[6] Ivi. P. 122. Su questa riflessione cfr. anche: FORCADES, T., Fede e libertà, Castelvecchi, Roma 2017, p. 69-71
[7] Ivi., p. 123
[8] Ivi., p. 33
[9] Ivi p. 125
[10] Ibidem

sabato 11 novembre 2017

CONVEGNO DIOCESANO CARITAS 2017






SABATO 11 NOVEMBRE 2017
I POVERI NON SONO UN PROBLEMA

Sintesi: Paolo Cugini

Come l’esperienza della Caritas parrocchiale può contaminare positivamente la comunità.

Tavola rotonda:
Domanda: si tratta di valorizzare la vota delle persone fragili come soggetti attivi dell’azione apostolica. Non si può considerare i poveri solo oggetto della Carità. Abib, quando sei entrata in Casa di Carità ti sei sentita accolta?
Abib: vengo dall’Albania. Subito ho avuto paura. Un ospite mi è venuto a dare un bacio e questo mi ha sorpreso. Non ho fatto fatica ad inserirmi nella casa. Il parroco è divenuto per Nicola un punto di riferimento, un papà per mio figlio. Significativi sono stati certi incontri. Ad esempio Marina, una mamma ucraina con un tumore. Mi sono sentita ospite tra gli ospiti; le persone della casa sono divenute miei fratelli e sorelle. Ho trovato una nuova famiglia. Chi mi ha ascoltato ha capito i motivi della nostra fuga. Ho chiesto per me e mio figlio il cammino per ricevere il Battesimo. Nella Casa di Carità ho capito cosa vuole dire essere Chiesa.

Domanda: Non pensiamo ai poveri solo come qualcosa che ci permette di fare volontariato. Deve nascere una condivisione. Che cosa ha fatto la comunità con i profughi che sono arrivati?
Alfredo: un anno fa è arrivato un gruppo di ragazzi del Mali, tra i 17 e i 20 anni. Questi ragazzi alloggiano in una casa della parrocchia. Abbiamo cominciato a conoscerli nei campi estivi. E’ divenuta un’opportunità. L’arricchimento umano è stato reciproco. Ci hanno aiutato a crescere.

Domanda: da persona ospitata sei diventata ospitante. Cosa ne pensi che cosa ha detto il Papa?
Anonimo: sono stato accolto dalla Caritas e ho trovato persone molto umane. Poi mi sono prodigato ad aiutare gli altri e adesso gestisco il dormitorio Caritas. Il dono genera reciprocità.

Passare dall’assistenza alla relazione.

Calcaterra: dobbiamo uscire dal paradigma dell’io, per arrivare al paradigma del noi, e cioè facciamo assieme. Dobbiamo pensare ad arricchirci umanamente insieme.

DON ADOLFO MACCHIOLI
Direttore Caritas diocesana di Savona.
1 Gv 1, 1-4a; Lc 10, 21-22. Due quadri per incominciare. Queste due immagini c’introducono al tema della gioia. Non possiamo essere cristiani tristi. La gioia innanzi tutto la riceviamo. Nella relazione esiste la diversità. E’ la gioia che rende possibile la condivisione. La Carità non è una prestazione, non è l’eccellenza. Finché la gioia non è condivisa, la gioia è mancante. Con Papa Francesco la profezia è lui, è lui che ci anticipa. In ogni modo anche noi abbiamo un compito di profezia, dobbiamo dire l’esigenza di Dio oggi. L’unica profezia significativa è l’amore, perché dice di Dio. L’essere prossimo a chi è nella solitudine, perché è questa la povertà più grande. E’ possibile ancora vivere fidandosi: è questa la grande missione. Madre Teresa non faceva dire dei rosari i poveri, ma lo lavava e li asciugava. E’ il gesto che parla. Dio si fa prossimo e cammina con noi. Il nostro servizio è rendere possibile la reciprocità. Non è un problema di metodo la carità, ma di contenuto e di relazione. Il servizio non può essere misurato dal bisogno, ma della relazione che abbiamo attivato. Il servizio ha senso nella misura che abbiamo attivato relazioni. Ascoltare le fragilità della vita.

 Jean Vanier: la comunità luogo del perdono e della festa. Non esiste la comunità ideale. La comunità è fatta di persone con le loro ricchezze e povertà. Amare significa diventare deboli e vulnerabili, lasciare entrare gli altri dentro di sé.

Henri Nuven: il guaritore ferito, Queriniana. Guarisci gli altri se scopri la tua ferita. Dentro alla relazione o ci si scopre vulnerabili, o si fallisce la relazione. Essere e stessi vuole dire scoprire la propria fragilità. L’altro deve poter vedere la mia fragilità.
Essere amati: se non sei amato il cuore s’indurisce. Nella relazione scopriamo che l’amore esiste perché qualcuno ci ha amato, altrimenti scopriamo la durezza. L’amore è una questione dell’esserci. Chi dorme in strada la famiglia non ce l’ha più.

Criteri dell’Evangeli Gaudium nella prospettiva di costruire una comunità:
1.        Il tempo è superiore allo spazio: non dobbiamo privilegiare gli spazi di potere. Perché uno che è nel bisogno non può scegliere? Dove parte lo spazio di potere? Dal fatto che facendo un servizio ho un potere. Dipende come lo vivo. Ci vogliono le regole. Se diventa uno spazio che devo difendere, diviene uno spazio di dittatura. Occorre preferire i processi. La Caritas avvia dei processi o tende a conservare la nostra idea. In certi posti i poveri non ci vanno. Privilegiare i processi: oltre il pacco che porto devo bussare alla porta del vicino. Chiedere la carità è umiliante. Coinvolgo il quartiere e le persone. Avviare processi che tolgono la paura.

2.      L’unità è superiore al conflitto, anche se il conflitto va accolto. Accogliere l’altro significa lavorare sulla paura che genera conflitto, resistenze. Occorre evitare di essere giudicanti. E’ un lavoro difficile che può iniziare se siamo capaci di abitare le nostre paure.

3.       La realtà è superiore all’idea. Dobbiamo lavorare con il reale. E’ il bisogno a guidare il progetto. Non ha senso fare dei progetti su realtà inesistenti. Osservatorio delle povertà. Occorre mettersi a ragionare sulla realtà che ci circonda.

4.      Il tutto è superiore alla parte. La parte deve contribuire a far crescere il tutto, la comunità. Lavoriamo nel piccolo dentro ad un’animazione più grande: quartiere, parrocchia, condominio. E’ il tutto nel quale inserisco la persona. Tenere presente il tutto significa condurre le persone verso la comunità, relazioni nuove e non solo di aiuto.
Indicazioni:
·         Abbiamo il compito di comunicare il bene senza cercare di affermare noi stessi. Il dono crea relazione. Anche il povero deve avere questa possibilità.
·         Il poco che abbiamo, basta e avanza se lo mettiamo nelle mani di Dio.
·         Costruire è saper rinunciare alla perfezione.




mercoledì 10 maggio 2017

ARCOBALENO


La diversità segno dell’alleanza con Dio
Paolo Cugini

È stato Isaac Newton a scoprire che il bianco, più che essere un colore, era l’insieme dei colori dell’arcobaleno. Lo Ha scoperto quando, giovane studente, leggendo e riflettendo sulle teorie di Boyle, si rese conto che c’era ancora qualcosa da capire. Lo studioso italiano Maurizio Mamiani, leggendo i taccuini del giovane Newton, ha scoperto come procedeva nella ricerca. Mentre leggeva le pagine di Boyle si domandava se era proprio così come lui diceva, poneva nel suo taccuino delle domande che divenivano delle indicazioni di ricerca. Fu così che un giorno decise di andare al mercato per comprare un prisma. Tornato a casa fece in modo di orientare un raggio di luce che, ponendolo dinanzi al prisma scoprì, con sua grande meraviglia, che la luce bianca veniva rifratta nei colori dell’arcobaleno. Non soddisfatto del tutto dell’esperienza, tornò al mercato la settimana seguente per comprare un altro prisma, che mise dinanzi alla luce rifratta, che si ricompose nel fascio unico di luce. Fu in questo modo che Newton scoprì che il bianco, in realtà era l’insieme dei colori dell’arcobaleno. Fece questa scoperta non fidandosi delle idee di un grande scienziato come Boyle, ma volle provare nella realtà quello che i libri dicevano e scoprì che non sempre i libri ci prendono, che non sempre le idee coincidono con la realtà, anzi.

Come ci ha ricordato il filosofo tedesco Wilhelm Weischedel anche per quanto riguarda il problema di Dio occorre procedere in modo scettico, vale a dire in modo riflessivo, “guardando intorno scrutando”. Non si tratta di sfiducia nella ragione, ma di abituare l’anima a non fidarsi troppo dell’apparenza, a non aderire in modo sconsiderato a ciò che appare come ovvio, scontato. Un po' di scetticismo aiuta a prendere per mano la ricerca su ciò che viene presentato alla nostra coscienza dal pensiero comune come un dato immediato, per sviscerarlo e, soprattutto, confrontarlo con la realtà. “Ciò che nell’interrogare si raggiunge come conoscenza ultima è che la realtà, che si dimostra problematica, si presenta come mistero”.

Come Newton che procedendo in modo scettico sulle osservazioni scientifiche sulla teoria dei colori di Boyle scoprì che il bianco più che essere un colore era dato dalla somma di tutti i colori dell’iride, così anche l’uomo occidentale deve imparare a procedere in modo scettico nei confronti del pensiero unico, di tutte le forme di pensiero totalizzanti, che riducono la molteplicità del reale in un’idea fissa e statica. Del resto il filosofo francese Charles Péguy già all’inizio del secolo scorso ci ammoniva sull’abbaglio che la cultura Occidentale aveva preso da secoli nel considerare la realtà in modo uniforme. Contro una tradizione di pensiero ostinatamente attenta ad elaborazioni sintetiche ed uniformi della realtà – i sistemi filosofici – Péguy afferma l’esigenza di accogliere il reale per come esso si manifesta nella mobilità del presente, cioè nella sua pluralità. “Il reale – afferma Péguy – ci presenta non solo delle dualità, ma delle pluralità. La realtà ci appare e si presenta divisa in molte parti”.

La filosofia greca, culla dalla cultura Occidentale, nasce come lo sforzo di cercare l’unità nella diversità, il principio unificatore della realtà. I primi sistemi metafisici tentano di rispondere al problema considerato cruciale nella filosofia, vale a dire: com’è possibile che dall’Uno si dia il molteplice? Con lo sguardo di color che sono venuti dopo possiamo dire che la cultura Occidentale nasce sin dall’inizio da un’aporia, da un errore d’impostazione, che ha condizionato pesantemente lo sviluppo successivo. Sappiamo, infatti, con il senno di poi, che il problema non sta tanto nel capire come dall’Uno si dia il molteplice, ma come il molteplice possa darsi ed esprimersi come tale. Ogni cammino verso l’uno, verso una sintesi, è la negazione della realtà, una forzatura innaturale, che provoca sofferenza e, quando accade, la natura si ribella. Solo nell’Uno come manifestazione e trasparenza delle diversità, la realtà si sente rappresentata. Quando invece il cammino verso l’uno avviene con la violenza, con la soppressione del diverso per imporre un modo unico di essere, un pensiero unico, allora la natura si ribella, prima o poi.

In questa prospettiva ci viene incontro anche la Parola di Dio. Infatti, in una delle prime pagine dell’Antico Testamento, quando Dio rinnova l’alleanza con l’umanità tramite Noè, il segno di questa alleanza è l’arcobaleno. “E Dio disse: «Ecco il segno del patto che io faccio tra me e voi e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni a venire. Io pongo il mio arco nella nuvola, e servirà di segno del patto fra me e la terra” (Genesi 9,12-13). Per ristabilire l’alleanza distrutta dall’uomo e dalla donna, Dio sceglie un simbolo che indica una direzione, un modo di stare al mondo, un segno della sua presenza nella storia. Ebbene, questo segno non è nella linea del pensiero unico che la filosofia greca alcuni secoli dopo inizierà ad elaborare, ma è nell’ottica della pluralità. In un certo modo attraverso quel simbolo è come se Dio avesse voluto dire all’umanità che, per incontrarlo dovevano percorrere il cammino della molteplicità.

Un mondo plurale rispecchia il sogno di Dio, il suo pensiero, ciò che lui ha voluto esprimere con il segno dell’alleanza: l’arcobaleno. Molteplicità di colori, perché non può essere identificata con un colore la stessa realtà che Dio ha creato che è a tanti colori. Arcobaleno dice naturalità nell’abitare la pluralità, nel pensare la diversità, nell’accogliere la molteplicità. Arcobaleno significa compresenza di elementi diversi senza la necessità che tutto sia ridotto ad uno. Arcobaleno significa libertà di espressione, libertà di coscienza, libertà di esprimere un modo di essere diverso dall’altro senza paura di essere giudicato. Se la nuova alleanza è l’arcobaleno allora il cammino che l’umanità è invitata a compiere consiste nell’apprendere a convivere con le diversità perché la diversità è la cifra della realtà.

Gesù è l’esempio di questo cammino. Non a caso è presentato nel Nuovo Testamento come colui che realizza la Nuova alleanza. In primo luogo, annuncia il Vangelo facendosi accompagnare da uomini e donne e sino alla fine convive con loro. Poi lo troviamo costantemente al fianco di coloro che soffrono, delle persone discriminate dalla società, al lato degli esattori delle tasse, dei lebbrosi, delle prostitute, di tutto ciò che la società non considera come degno di attenzione. In Gesù tutti trovano riparo, tutti si sentono accolti, ascoltati, protetti. “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, perché io vi ristorerò”. In Gesù tutti trovano spazio, perché accostandosi a Lui tutti percepiscono che la differenza non è un problema, ma un’esigenza, un arricchimento. Gesù muore come uno di loro, crocefisso come un brigante, umiliato e malmenato come se fosse un ladro. In un mondo incapace di abitare la diversità, Gesù annunciando l’Alleanza della pluralità, della convivenza della molteplicità, è stato punito, ucciso barbaramente. La sua morte è il segno di un’umanità incapace di accogliere la diversità, modellata sul pensiero unico, sulla forza di coloro che stanno al potere e che esigono che tutti la pensino allo stesso modo.

La chiesa che nasce sotto la croce è la chiesa che sgorga dall’arcobaleno e porta il segno di un duplice significato: la continuazione dell’annuncio della Nuova Alleanza rinnovata da Gesù e la sofferenza che questo annuncio provoca nelle culture monotematiche. La chiesa maestra di umanità, discepola del Signore è quella che permette alle diversità di esprimersi, che rimane continuamente aperta a tutti, che si pone al fianco soprattutto di quelle diversità che fanno più fatica a manifestarsi. La chiesa è maestra di umanità, segno della Nuova Alleanza, testimone dell’Arcobaleno tutte le volte che fa sì che la molteplicità del reale si realizzi. Quando invece la chiesa si rinchiude per difendere una forma, un pensiero, una teologia, rischia di forzare la realtà e di ferire chi rimane fuori dal sistema proposto. Aiutare la chiesa ad essere spazio della diversità per essere fedele alla missione di Gesù è il compito di ogni cristiano.

Com’è difficile questo cammino. C’è da disintossicarsi di tutto quel fardello che si è accumulato nell’anima, fardello fatto di idee, di teologie, di catechismi, di filosofie e metafisiche, di pensieri fissi che interpretano la realtà e non la lasciano respirare. Che voglia di aria pura, di colori, di relazioni autentiche non deformate dalle convenzioni culturali, sociali, etiche. A volte mi chiedo se esiste un luogo così. Lo sognavo da giovane. L’ho desiderato abbracciando il ministero. L’ho intravisto nella preghiera. L’ho rincorso lottando contro i corrotti. Non riesco a vederlo nei volti duri di coloro che sanno già tutto e, per questo, condannano coloro che non si allineano. Quel sogno vagheggiato lo rivedo in Francesco. Speriamo il bene.




sabato 15 aprile 2017

ALLA SCUOLA DELLA DIVERSITA'




IN CAMMINO VERSO LA SINODALITA’

Paolo Cugini
Non è facile pensare e decidere insieme. Non è facile perché, prima di tutto, non ci siamo abituati. Non possiamo, poi pretendere che un’istituzione come la chiesa si metta a sinodalizzare (passatemi il neologismo) dopo secoli di monologo. Che lo metta tra i suoi obiettivi è bello e simpatico, ma che lo faccia realmente è un altro capitolo della storia. Gli piacerebbe, ma non ci riesce fino in fondo. Sinodalità richiama, infatti, ad un concetto fondamentale della chiesa di Gesù Cristo, vale a dire il principio di uguaglianza, che considera tutte le persone della comunità come fratelli e sorelle. La chiesa è sinodale quando non solo ascolta tutti, ma non giudica nessuno inferiore, non mette nessuno nell’impossibilità di poter esprimere il proprio parere.  Già da queste prime battute si comprende come tra il dire e il fare, il desiderio e la realtà, ci sia molto mare in mezzo. Peter Neuner nel suo recente studio: Per una teologia del Popolo di Dio (Queriniana, Brescia 2016), mostra come già alla fine del primo secolo il termine fratello e sorella, utilizzato nelle prime comunità tra i membri delle stesse, sparisce dal linguaggio. Cipriano, infatti, nella sua prima lettera datata all’incirca nel 96 del I secolo, attribuisce il termine fratello solamente i suoi colleghi vescovi.

Per sedersi attorno allo stesso tavolo per prendere delle decisioni insieme – è questo il senso della sinodalità – occorre che nessuno si consideri superiore dell’altro. Questo è il problema. C’è una relazione tra i membri della chiesa che è venuta lentamente e progressivamente sgretolandosi e distanziandosi e ancora oggi porta il peso di questa distanza. Del resto, se uno degli interlocutori detiene il diritto di dire sempre l’ultima parola, si capisce bene come il dialogo diventi complicato. A questo proposito, sempre Neuner dimostra che la contrapposizione laici/clero non faceva parte delle origini. Infatti, il termine laos viene usato per indicare tutti i cristiani e non per indicare i laici contrapposti ai sacerdoti. “Visto in questo modo, laos e il nostro termine laico, che da esso deriva, sono per la terminologia biblica i termini onorifici più alti che possono essere dati a un cristiano”. Tutti coloro che appartengono al popolo sono laici e lo sono anche sia i ministri ordinati che color che sono dotati di un carisma particolare. In realtà, accompagnando gli sviluppi del Nuovo Testamento, la differenza a cui rimanda la parola Laos, è quella tra i credenti e i non credenti e quindi non una differenza riguardante classi diverse all’interno della chiesa. Dal punto di vista prettamente storico, il concetto di laico si è imposto in ambito ecclesiale nel III secolo. Sarà poi con la svolta costantiniana del IV secolo che la contrapposizione laici/clero non solo si confermerà, ma si radicalizzerà, anche perché i rappresentanti della chiesa riceveranno una posizione sociale onorifica. Contrapposizione che ha passato i secoli e che è giunta sino ai nostri giorni con tutto il suo peso storico che fa fatica ad attenuarsi.

 È umanamente difficile vivere la novità che Gesù è venuto a portare al mondo. Per chiamare le persone di una comunità fratelli e sorelle, per considerarli uguali, occorre compiere un cammino di conversione radicale, un cambiamento di mentalità, un passaggio da un modo di concepire la realtà ad un altro. Il Vangelo è, infatti, prima di tutto uno stile, un modo di stare al mondo, un modo di rapportarsi con gli altri. Gesù continuamente sollecita i suoi discepoli e le sue discepole ad essere differenti, a non utilizzare le stesse logiche del mondo: “tra di voi non sia così, ma chi vuole essere il primo sia l’ultimo”. Se nella vita quotidiana siamo continuamente immersi e sollecitati da logiche di potere, da relazioni di arroganza in cui ci viene sempre ricordato in modo implicito od esplicito che siamo inferiori rispetto a qualcuno che ha più potere di noi, con Gesù tutto questo non accadeva. Infatti, Il Signore metteva a proprio agio chiunque, lo faceva sentire bene, un fratello, una sorella. Molti poveri lo seguivano non solo perché faceva miracoli, ma per le parole che uscivano dalla sua bocca, per il modo inclusivo ed accogliente di manifestarsi al mondo. In Gesù nessuno si sentiva giudicato o condannato. Lo diceva continuamente lui stesso: non giudicate, non condannate, siate misericordiosi. Anche nella relazione con i peccatori Gesù ha sempre mostrato molta delicatezza. Non li ha mai accolti, infatti, buttandogli addosso il peso delle loro colpe, ma si dirigeva loro con amore e misericordia e, solo alla fine della relazione, ricordava loro di non tornare a peccare.

 Non sono dettagli da poco e non è una questione di virgole e di punteggiatura. Si tratta di capire che cos’è più importante per noi, se salvare una persona o la difesa dei valori non negoziabili. Lo diceva lo tesso Papa Francesco in questi giorni che, dinanzi ad un figlio, non ci sono valori non negoziabili da difendere. Dinanzi ad un figlio, ad una figlia non si può rimanere chiusi in un atteggiamento di durezza. Gesù è venuto al mondo e ci ha presi così come siamo, non ci ha fatto la morale, è morto per noi e ci ha indicato una via: la sua vita. Ha considerato ogni persona nella sua dignità, l’ha valorizzata per quello che era: ha dato a ciascuno di noi la possibilità di rialzarsi e riprendere il cammino. Non ha creato delle differenze di grado, non si è mai fatto servire, ma lui steso si è abbassato per servire i suoi discepoli e le sue discepole sino al punto da lavargli i piedi. Il problema viene da coloro che pensano di stare in piedi da soli, pensano di non essere mai caduti, credono di non avere bisogno di nessuno e, per questo, disprezzano la fragilità altrui, le cadute, non tollerano che si possa cadere. Contro questi perfetti ha sbattuto il muso anche Gesù. Chi nasce e cresce nella bambagia, protetto all’estremo dalle temperie del modo, non conoscendo le difficoltà reali della vita, ritiene inconcepibile la possibilità di sbagliare. Chi è stato formato dalle classi alte, quando sarà adulto riprodurrà lo stesso schema di società diviso in due: chi comanda e chi obbedisce. È brutto vedere anche questo schema nella chiesa. È poco evangelico vedere coloro che si fanno chiamare pastori, amare la distanza dal popolo, amare di essere considerati superiori, difendere a denti stretti il diritto di dire sempre l’ultima parola.

La sinodalità dice di uno stile di relazione che considera tutte le persone uguali, che non fa distinzione tra uomini e donne, bianche e neri, ricchi e poveri. Fino a quando la gerarchia della chiesa è solo maschile sarà impossibile una forma sinodale, che si regge sul principio di uguaglianza tra uomini e donne. Gesù ha dimostrato con l’esempio che è possibile costruire un cammino di sinodalità abbassandosi, mettendosi a livello dell’interlocutore, camminando con loro, condividendo le gioie e le sofferenze. Molto spesso nei dialoghi con gli scribi e i farisei Gesù raccontava delle parabole per coinvolgere i loro interlocutori affinché fossero loro stessi a trarre le conseguenze delle loro scelte. Una chiesa sinodale è possibile quando assomiglia allo stile di Gesù, che si è abbassato, si è fatto uno di noi, non aveva titoli o paramenti che lo differenziavano. Una chiesa è sinodale quando, sull’esempio di Gesù, non si mette in cattedra, ma con umiltà si mette in cammino con le persone, coinvolgendole nei processi formativi.  Sembrano dettagli da poco, invece sono importanti, perché dicono di una differenza e indicano un cammino.

In questo percorso i poveri, gli esclusi, coloro che vivono ai margini della società sono i nostri maestri, sono coloro che ci possono annunciare il Vangelo della sinodalità, sono gli unici che ci possono salvare dall’idolatria del potere, che snatura le relazioni e produce l’arroganza di chi pretende di dominare sugli altri. Ascoltare ed accogliere con tenerezza coloro che portano i segni del disprezzo sociale, può insegnarci molto. In questa prospettiva le persone omosessuali, che possiamo considerare i nuovi lebbrosi della nostra società Occidentale, hanno molto da insegnarci. Come dev’essere pesante per un cristiano LGBT pregare il Dio di una chiesa che lo tratta come malato da guarire. Eppure si riuniscono per meditare la Parola, per alimentare la speranza, per trovare conforto nel Signore della misericordia infinita, nonostante il disprezzo che ricevono anche da membri o da gruppi della chiesa. Metterci alla scuola di Gesù che scendeva dalla cattedra di Mosè, per mettersi a livello della gente, ascoltarli, accoglierli, valorizzarli e, soprattutto, per condividerne le sofferenze: è questo il percorso da compiere. La chiesa sinodale è quella che sa mettersi in ascolto del grido dei disperati, dei maltrattati dalla storia, che sa considerare ogni persona LGBT come fratello e sorella.

Oppure come dev’essere difficile per gli africani dalla pelle nera abitare in un paese di bianchi. Come dev’essere difficile per gli africani sopportare tutti i giorni l’arroganza di coloro che si sentono superiori per il fatto di avere la pelle bianca. Come dev’essere pesante per un giovane africano venire a cercare fortuna nella terra di coloro che da secoli stanno devastando i loro paesi, sfruttando vergognosamente le loro risorse, ammazzando i loro bambini, stuprando le loro donne. Come dev’essere gravoso guardare negli occhi gli uomini bianchi che per il fatto di essere nati con la pelle bianca si sentono in diritto di guardare tutti dall’alto in basso, animati da un complesso di superiorità che non lascia spazio alle differenze di manifestarsi alla pari.  Ascoltare queste sofferenze, che provengono dal profondo dell’anima, ascoltare il male che da secoli subiscono per il semplice fatto che sono nati così, ci può aiutare ad uscire dalla schiavitù del complesso di superiorità e capire finalmente, che siamo tutti fratelli e sorelle e che la dignità più grande che abbiamo è quella di essere figli e figlie di Dio, amati da un unico Padre.
Sinodalità significa abitare la pluralità e questo è possibile solamente se accettiamo la differenza come elemento costitutivo del progetto di Dio. È lui, infatti, il colpevole! È Lui che ci ha fatti diversi e ci ha chiamati all’unità. Nella comunità cristiana, specchio della Trinità, l’unità non s’identifica con l’uniformità, ma esige la diversità. Il Vangelo, in questa prospettiva, è il miglior collirio che cura le nostre rigidità, che lenisce le nostre durezze, che ci porta ad accogliere l’altro per quello che è, liberandoci dalle nostre precomprensioni culturali. Evangelizzare le culture significa fare in modo che la novità del Vangelo contamini positivamente ogni aspetto della realtà che ci circonda e la trasformi in amore. Lasciarci contaminare dall’amore di Dio che si è manifestato nella persona di Gesù Cristo significa seguire il suo cammino di abbassamento, di svuotamento per fare spazio a tutti.