lunedì 7 settembre 2026

Il sacerdozio comune nella Lumen Gentium

 



 


Paolo Cugini

 

 

Il Vaticano II ha dischiuso a tutti i battezzati, a tutti coloro che sono nella Chiesa, la pienezza dell’essere cristiani. Attraverso il tema del sacerdozio comune il concilio ha aperto una via che permette ai cristiani di riscoprire la gioia e la pienezza della risposta all’appello di Dio, sia a livello personale che comunitario. Nonostante questa dottrina abbia un fondamento biblico, e benché non sia mai stata dimenticata nella tradizione della Chiesa e nel corso della storia, «per quanto riguarda il sacerdozio comune si potrebbe e si può parlare di una lacuna nella nostra coscienza di cristiani membri della Chiesa».[1] Bisognerebbe aggiungere che a discapito di questa dimenticanza, per secoli il modo d’intendere il sacerdozio ministeriale ha offuscato il sacerdozio comune: ciò che il concilio Vaticano II ha presentato nella Lumen Gentium è un modo d’intendere il battesimo presente nella tradizione, ma dimenticato. Per questi motivi, e proprio perché silenziato per secoli, tale aspetto ci appare un punto nodale per comprendere il significato della Chiesa come popolo di Dio.

Nel contesto della LG il tema del sacerdozio comune è elemento caratterizzante dell’identità del popolo di Dio. Secondo Vitali, «il tema diventa l’architrave che sostiene l’intera visione ecclesiologica proposta dalla LG e questo per il solo fatto – semplicissimo eppure decisivo - di essere menzionato nel testo prima del sacerdozio ministeriale».[2] Infatti, il ribaltamento dell’ordine determina che il sacerdozio ministeriale risulti vincolato necessariamente al sacerdozio comune, e che questo diventi il termine di riferimento obbligato per comprendere la relazione tra le due forme di partecipazione al sacerdozio di Cristo. È nella Lumen Gentium che troviamo per la prima volta in una costituzione conciliare un accenno al sacerdozio comune, dopo il breve accenno della Sacrostantum Concilium (SC) al n. 6:

Cristo Signore, pontefice assunto in mezzo agli uomini (cf. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo “un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre” (Ap 1,5). Infatti, per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo, i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici e per far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cf. 1Pt 2,4-10). Tutti i discepoli di Cristo, quindi, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cf. At 2, 42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradita a Dio (cf. Rm 12,1) e a chi la richiede rendano ragione della speranza che è in loro della vita eterna (cf. 1Pt 3,15) (LG,10).

La descrizione trasferisce al nuovo popolo di Dio il titolo e la proprietà di “popolo sacerdotale” che Es 19,6 attribuiva a Israele. Tale condizione costituisce i battezzati in regno e sacerdoti per Dio, suo Padre, in dimora spirituale e sacerdozio santo con il compito di offrire sacrifici spirituali a Dio. È la totalità dei battezzati il soggetto chiamato a compiere tale offerta. Il culto spirituale reso a Dio non è un atto individuale, bensì della Chiesa come universitas fidelium, che manifesta questa identità soprattutto nell’assemblea liturgica. Il testo di LG 10, poi, continua spiegando il rapporto tra sacerdozio comune e ministeriale, che rivela i tratti dello schema del De Ecclesia:

Il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano per essenza e non per grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno secondo la modalità propria, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà propria di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona Christi e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all’oblazione dell’Eucarestia ed esercitano il sacerdozio con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità (LG, 10).

Bisogna dire che a non tutti è piaciuto questo testo. Alcuni hanno affermato che lo schema del De Ecclesia era migliore, perché rispettava e descriveva meglio il sacerdozio comune. Il testo, infatti, sembra rispondere ancora al modello ecclesiologico piramidale, dove i laici hanno un ruolo subalterno di collaborazione con la gerarchia.[3] Si tratta, in effetti, di due realtà radicalmente diverse: il sacerdozio comune è una condizione derivante dal battesimo, il sacerdozio ministeriale è invece una funzione di servizio al popolo di Dio che deriva dal sacramento dell’ordine. «L’una unisce al sacrificio che Cristo fa di se stesso al Padre, l’altra rende presente Cristo in modo che il popolo di Dio possa realmente offrire spirituali sacrifici graditi a Dio» (Vitali, 2013, p. 137).  In ogni modo, proprio questa differenza per essenza istituisce una circolarità e complementarità tra le due forme di partecipazione al sacerdozio di Cristo: per rendere possibile l’esercizio comune esiste il sacerdozio ministeriale, come forma radicata di servizio al popolo di Dio.

Dal punto di vista dell’analisi del testo, appare chiaro, come ha fatto notare Walter Kasper, che la citazione della Prima lettera di Pietro assume un ruolo centrale nella definizione del sacerdozio universale. La Prima lettera di Pietro è senza dubbio un’esortazione ai neo-battezzati, in cui la Chiesa è descritta con l’immagine della casa di Dio, costruita sulla pietra di scarto, che è Gesù. I battezzati sono, allora, le pietre vive che formano un edificio spirituale. I battezzati vengono contraddistinti con denominazioni onorifiche del popolo veterotestamentario, e qualificati come «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato». Alla comunità cristiana vengono attribuite le affermazioni fondamentali del popolo dell’antica alleanza. Tutta l’argomentazione del testo è costruita cristologicamente. «Il sacerdozio neotestamentario è caratterizzato dal sacrificio di Cristo offerto una volta per sempre, sacrificio mediante il quale siamo inseriti con il battesimo in tale sacerdozio che dobbiamo esercitare mediante una vita, che deve far diventare pienamente efficace la realtà battesimale».[4]

Le affermazioni della Prima lettera di Pietro ebbero una vasta risonanza nella letteratura Patristica. Origene, ad esempio, parla diffusamente del servizio reso in veste di sacerdoti dai cristiani, soprattutto mediante la loro preghiera per il bene di tutti.[5] Anche Agostino, in un noto passo del De Civitate Dei afferma: «il nostro altare è il nostro cuore, su cui offriamo il sacrificio dell’umiltà e della lode mediante il fuoco di un amore ardente».[6] Sempre in questo testo, Agostino afferma che non solo i vescovi e i presbiteri sono sacerdoti, ma tutti i fedeli: «perché come li chiamiamo tutti cristiani per il mistico crisma, così sono tutti chiamati sacerdoti, perché sono le membra dell’unico sacerdote».[7] A differenza, dunque, della gnosi, nella comunità cristiana non ci possono essere due classi di cristiani, i fedeli normali e i perfetti. A questo punto Kasper fa notare che i Padri della Chiesa non traggono conseguenze concrete sulla cooperazione o sui poteri sacramentali dei laici. «Quel che a loro interessa – finalizza Kasper – è l’ideale di santità della Chiesa antica, un sacerdozio da esercitare all’altare del cuore sempre ardente di dedizione di Dio».[8]

Significativo notare come la teologia della Prima lettera di Pietro appaia già sviluppata nella liturgia dei primi secoli, vale a dire nel Canone Romano. Infatti, la prima preghiera eucaristica non dice solo che l’Eucarestia è offerta per tutti i presenti, ma dice pure che: «anch’essi offrono questo sacrificio di lode». Si tratta, dunque, di un sacrificio di tutta la famiglia di Dio e di una memoria di tutto il popolo santo. Interessante notare che la liturgia ha conservato fino ad oggi l’idea del sacerdozio comune di tutti i battezzati.

Per cogliere la profondità e, allo stesso tempo, il valore delle scelte operate dal concilio, occorre soffermare la nostra attenzione sull’interpretazione di Lutero a proposito del sacerdozio universale. Lutero, infatti, non interpretò il testo della Prima lettera di Pietro da noi preso in considerazione nel senso del sacerdozio comune, ma nel senso del sacerdozio universale di tutti i battezzati, sviluppato come competenza di tutti i cristiani nell’interpretazione della Parola di Dio. Dalla Prima lettera di Pietro e dall’Apocalisse, Lutero deduce che tutti i cristiani sono consacrati mediante il battesimo, sacerdoti. «Quanto è scaturito dal Battesimo può infatti gloriarsi di essere già consacrato sacerdote, vescovo, papa».[9] Sappiamo come nel pensiero teologico di Lutero ci sia stato uno sviluppo, per cui negli scritti successivi a quelli giovanili, egli annovera l’ordinazione e la chiamata dei vescovi, parroci e predicatori tra i segni, in base ai quali è possibile riconoscere la Chiesa. In questo caso, Lutero non deduce il ministero dal popolo, ma dall’istituzione da parte di Cristo. Questo modo d’intendere il problema è entrato anche nella Confessione di Augusta del 1530, ed è diventato normativa per il luteranesimo fino al XIX secolo.[10] A motivo di questa diversità di pensiero, la dottrina di Lutero sul sacerdozio universale è stata interpretata all’interno del luteranesimo in modi diversi e anche oggi continua ad essere controversa.[11]

Nei documenti conciliari, come abbiamo visto, il testo della Prima lettera di Pietro svolge un ruolo preminente, al punto da diventare la magna charta del sacerdozio comune di tutti i battezzati. La differenza rispetto all’interpretazione luterana risulta chiara già dal punto di vista puramente linguistico, perché il Concilio non parla di sacerdozio universale, ma di sacerdozio comune di tutti i battezzati, vale a dire di tutti i membri della Chiesa. Il sacerdozio comune dei battezzati rende obsoleta la vecchia dicotomia tra laici e clero e ricorda che la missione della Chiesa è affidata alla Chiesa nella sua totalità e, quindi, congiuntamente a tutti i cristiani. Kasper ricorda che: «Il sacerdozio comune fonda la Chiesa, unica famiglia di Dio, la fratellanza di tutti».[12] Questa comunanza fondamentale di tutti i battezzati non può essere interpretata in un senso democratico profano, come invece è avvenuto soprattutto nelle prime due decadi del dibattito del dopo Concilio.

 



[1] Mitterstieler, «Il sacerdozio comune di tutti i battezzati», 34.

[2] Vitali, Popolo di Dio, 134.

 

[4] De Rosa, «Voi siete un sacerdozio regale», 320.

[5] Origene, Contra Celsum VIII, 73-75.

[6] Agostino, De Civitate Dei X, 3.

[7] Agostino, De Civitate Dei XX, 10.

[8] W. Kasper, Chiesa Cattolica. Essenza, realtà, missione, 322.

[9] Lutero, Scritti politici, UTET, Torino 1959, 408.

[10] Cf. Kasper, Chiesa Cattolica. Essenza, realtà, missione, 324.

[11] Cf. W. Pannenberg, Teologia sistematica 3, Queriniana, Brescia 1996, 399-408.

[12] Cfr. W. Kasper, Chiesa Cattolica. Essenza, realtà, missione, 327.

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