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sabato 9 ottobre 2021

Alcune riflessioni in margine agli ultimi casi di pedofilia emersi in Francia




 CHIEDERE PERDONO? VA BENE, MA CI VOGLIONO FATTI


 

Paolo Cugini

 

Le parole non servono più. Nemmeno le richieste di perdono non hanno più senso, anzi, possono sembrare una presa in giro, soprattutto quando non si accompagna la parola di perdono con scelte chiare di rottura con ciò che ha causato il male. È questo che viene da pensare dopo l’ennesimo scandalo dalle proporzioni mostruose, che ha investito la Chiesa cattolica. Più di trecentomila minori abusati da circa tremila preti negli ultimi settant’anni in Francia: è terribile. È questo che ci consegna il: Rapport de la Commission indépendante sur les abus sexuels dans l’Église en France, pubblicato all’inizio del mese di ottobre 2021, coordinato da Jean-Marie Sauvé e da una commissione composta da una ventina di persone con competenze specifiche in diversi campi. Una sofferenza infinita, che non sembra terminare mai, perché questi ultimi casi si aggiungono a tanti altri emersi negli ultimi anni in luoghi diversi (Stati Uniti, Cile, Australia, Irlanda, Olanda, Germania, Belgio, Regno Unito). Tante vite spezzate, perché un abuso sessuale su un minore rovina la vita, lascia dei segni indelebili, difficili da eliminare. La domanda immediata che sale dal cuore dopo la lettura del succitato rapporto è la seguente: che cosa dobbiamo aspettare, ancora, perché ci si muova verso una riforma radicale della Chiesa e, in modo speciale, della sua gerarchia?

Ormai è chiaro che non si tratta più di casi sporadici, ma di una realtà che è frutto di un sistema, prodotto da un sistema, che si è costruito nei secoli e che dev’essere cambiato. La Chiesa sin dagli inizi, si è lasciata plasmare da quella cultura patriarcale contro la quale Gesù aveva fatto prevalere il suo Vangelo di uguaglianza. La comunità di discepole e discepoli uguali voluta dal Maestro è durata poco. La struttura maschile della gerarchia della Chiesa è un prodotto della cultura patriarcale, più che dallo stile voluto da Gesù. È la cultura patriarcale che si è insinuata nei secoli modificando il massaggio di Gesù, che va colpita alla radice. Colpire la struttura patriarcale della Chiesa significa porre in atto un cantiere capace nel tempo di eliminare tutti i suoi derivati: maschilismo, misoginia e omofobia. Una struttura dominata dal maschio produce relazioni diseguali con le donne, gli omosessuali, le lesbiche, i trans. La disuguaglianza delle e nelle relazioni è la negazione del messaggio che Gesù ci ha lasciato nel Vangelo.

Su un dato è importante soffermare l’attenzione e da qui partire per una riforma strutturale della Chiesa. Non è tutta la Chiesa coinvolta in questi scandali di pedofilia, di abusi di minori, ma la sua gerarchia. Ciò significa che è questo settore della Chiesa che dev’essere ristrutturato radicalmente. I casi di pedofilia che da anni stanno devastando la Chiesa e che trovano coinvolti uomini appartenenti alla sua gerarchia, devono poter incontrare delle scelte radicali capaci di cambiare quel sistema che è alla base di tutto ciò. Il Sinodo, che è già in atto, potrebbe prendere sul serio la revisione della formazione dei presbiteri, promovendo un percorso più umano e al passo coi tempi, per coloro che un giorno dovranno guidare le comunità cristiane. Abbandonare la struttura patriarcale della cultura dominante, per la Chiesa dovrebbe voler dire la possibilità di un cambiamento radicale nella scelta e formazione dei suoi leaders. Occorrerebbe, prima di tutto, abbandonare i seminari come luogo di formazione, per incentivare una preparazione sul campo, vale a dire nella comunità, a contatto con quelle persone che un giorno saranno chiamati a servire. Formazione sul campo significa aprire lo spazio a tutti coloro che manifestano il desiderio di servire la comunità, indipendentemente dall’identità sessuale, a tutti coloro che sentono il desiderio di servire il Vangelo, di collaborare alla realizzazione del regno di pace, giustizia e amore inaugurato da Gesù.

Se è vero che è nella gerarchia della Chiesa cattolica che troviamo le persone responsabili degli abusi sessuali non solo in Francia, ma in tutti i Paesi in cui si è svolta una ricerca sul problema in questione, è prevedibile che, dalla stessa gerarchia, non verranno scelte che la metta in discussione. Difficilmente una struttura opera scelte che la possono danneggiare. Al massimo, verranno proposte alcune modifiche al percorso formativo nei seminari, ma nulla che possa intaccare quella struttura maschilista, che è la fonte del male in questione. Ciò significa che la spinta innovatrice dovrà venire dalla base, da quella parte del popolo di Dio che sono i fedeli laici. Non saranno riunioni o conferenze a cambiare la struttura maschilista della Chiesa cattolica, ma esperienze poste in atto dalla base stessa che, nel tempo, possono cambiare dall’interno il sistema. Comunità cristiane guidate da donne, da religiose, da coppie di sposi sono esperienze pastorali già presenti in varie parti del mondo: occorre moltiplicarle per farle divenire consuetudine e non un’eccezione. Una Chiesa di comunità nelle quali i fedeli sono i protagonisti della trasmissione della fede, che sanno celebrare la Parola, condividere con i più poveri, lottare per la giustizia e l’uguaglianza.

Per non sentire più notizie terribili come quelle ascoltate in questi giorni dai giornali francesi, che coinvolgono tutte le comunità cristiane, non possiamo più lasciare che il problema sia risolto dalla gerarchia, da coloro che sono anche indirettamente coinvolti. Tutta la comunità deve sentirsi interpellata; tutti i fedeli devono sentire la responsabilità di uscire dall’omertà e, quando è necessario, di denunciare. Quest stile nuovo di comunità di fedeli che assumono la responsabilità, di laiche e laici che si fanno promotori di cammini di trasparenza, non è per nulla facile, soprattutto in occidente. Secoli di monopolio autoritario delle comunità da parte dei chierici maschi, abituati a decidere da soli, considerando gli strumenti in cui è possibile elaborare decisioni comunitarie, come semplici organi consultivi, hanno appiattito al ribasso la spinta alla sinodalità, vale a dire, alla possibilità di decidere insieme. Un problema grave come quello della pedofilia operata per lo più dai membri maschi della gerarchia, sta mettendo a nudo i limiti di un cammino comunitario sbilanciato sulla dipendenza della comunità dal capo maschio. Bisogna cambiare rotta. Subito. 

martedì 28 maggio 2019

PREPARANDOSI ALLA VEGLIA DI PREGHIERA PER LE VITTIME DELL'OMOFOBIA





Le Lettere di Alex – Cattolici LGBT 2019: in frontiera alla veglia annuale di preghiera per il superamento dell’omofobia

Omofobia, xenofobia e violenza di genere: problematiche unificate sotto la medesima sensibilità che deriva dai medesimi dolori, quelli dell’esclusione. Lo spirito del mondo e lo Spirito di Dio ispirano atteggiamenti diametralmente opposti nei confronti del “diverso”, nei confronti cioè dei frutti multicolori del creato, che in Cristo trova la sua massima realizzazione emergendo dal peccato. Il dramma è che spesso si traveste lo spirito del mondo con le mentite spoglie di uno spirito di dio (minuscole volute) al servizio della nostra ignoranza, delle nostre fobie, dei nostri interessi, della nostra violenza o indifferenza. La frontiera, luogo della marginalità, punto d’incontro col “diverso”, è però il luogo privilegiato da Gesù in tutto il Vangelo. È luogo di Gesù, nella sua somiglianza e vicinanza agli ultimi e nella sua cura verso tutte le espressioni dell’amore. Cura che lentamente si sta manifestando nella sua Chiesa.

Non temere perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni, sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo (Isaia 43, 1-4).

Le veglie annuali per il superamento dell’omofobia, transfobia e delle intolleranze attraversano, a metà maggio, numerose città italiane e al momento paesi come Malta, Ungheria, Spagna e Cile. I dolcissimi versetti di Isaia 43, 1-4 sono quelli che Dio ha rivolto quest’anno ai suoi figli LGBT. Suor Anna Maria Vitagliani segue un gruppo di preghiera di persone appartenenti all’associazione di credenti LGBT “Ponti Sospesi”. Alla veglia di Napoli, celebrata domenica 19 Maggio 2019 al Tempio Valdese di Via Dei Cimbri, la suora milanese ha parlato di Spiritualità delle frontiere: «Frontiera è una parola che, soprattutto oggi in questi tempi, si associa spesso a muri e a luogo non pacifico. L’accezione di ‘frontiera’ intesa dalla Spiritualità delle frontiere ha origine dalla Bibbia: qui, fin dall’inizio, la frontiera è il luogo in cui il primo uomo si incontra con la donna, con l’altro e quindi la frontiera è il luogo dell’uomo di fronte all’altro uomo, uomo che per definizione è “altro da me”.

È quindi luogo d’incontro dell’alterità, qualunque essa sia. E può essere luogo d’incontro nella fiducia, nella pace, nell’ascolto reciproco, oppure anche, e spesso purtroppo è così, luogo di scontro caratterizzato dalla paura, paura dell’altro, di ciò che è diverso da me, che genera sofferenze, fatiche e conflitti. Questa frontiera può essere geografica, luogo di incontro tra popoli diversi. E ci sono anche le frontiere esistenziali, quelle che – in fondo – ognuno di noi porta dentro e che oggi si può dire siano quei luoghi abitati da persone che ancora si sentono e vivono in una situazione di frontiera o periferia esistenziale; persone che abbiamo ascoltato in questa veglia con le loro testimonianze». Per suor Anna Maria «è una fortuna ascoltare e accompagnare persone che oggi – e speriamo che questo non sia per sempre – abitano queste frontiere esistenziali, come le persone LGBT, i migranti e le persone separate in situazione di nuova unione».

L’équipe di Spiritualità delle frontiere è nata alcuni anni fa, composta oltre che da suor Anna Maria, da padre Pino Piva, gesuita, e don Christian Medos. Essa è partita dall’intuizione legata all’accezione di ‘frontiera’ e dalla considerazione che «la prima persona che ha abitato una frontiera esistenziale, una frontiera geografica, è stato lo stesso Gesù. Perché Gesù è vissuto a Nazareth di Galilea. Nella Palestina del tempo la Galilea era periferia e Nazareth era la periferia della periferia. Nel Vangelo stesso, Natanaèle si domanda: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” Si! È venuto Gesù di Nazareth, proprio dalla frontiera, dalla periferia. E quando Gesù risorge, lo abbiamo letto nei Vangeli di Pasqua proprio poche settimane fa, un angelo si manifesta alle donne – altra “periferia” – e dice: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Quindi ogni frontiera, ogni periferia è già abitata dal Signore Risorto, e dal suo Spirito che precede chiunque vada verso quella frontiera. Questo è molto importante perché vuol dire che andare in una frontiera geografica o esistenziale significa prima di tutto mettersi in ascolto di chi la abita e dello Spirito del Signore che, in quella frontiera e nel cuore di quella persona, già sta lavorando. E quindi io non debbo portare Dio o una parola che sia già la risposta a tutte le domande possibili, ma mettermi prima di tutto in ascolto delle persone e dello Spirito che in quelle persone, in modo privilegiato direi, già lavora. Gesù è stato un uomo di frontiera, e negli Atti degli Apostoli vediamo lo Spirito Santo che spinge gli apostoli ad andare verso le frontiere e, quando gli apostoli ci arrivano, scoprono che lo Spirito già sta lavorando. Lo devono solo riconoscere e assecondare».

“Spiritualità delle frontiere” significa questo per l’équipe di suor Anna Maria, che si occupa soprattutto di accompagnamento spirituale di persone che quella frontiera la abitano e di formazione degli operatori pastorali che, in ascolto, giungono in quella frontiera, preceduti dallo Spirito. La vocazione di suor Anna Maria, con le persone LGBT, consiste infatti nel «mettersi in ascolto di queste persone, delle loro realtà, dei loro vissuti, della loro esperienza del Signore e accompagnarli a crescere e rifiorire pienamente in umanità e nella fede in quel Dio che già abita ciascuno e di cui ognuno ha già esperienza, a partire dalla propria condizione». A giugno di tre anni fa, su TV2000, suor Anna Maria insieme a padre Pino Piva e ad Antonio De Chiara (presidente di “Ponti Sospesi”) ha potuto raccontare un importante tragitto del suo percorso in frontiera, ricevendo “ufficialmente” dalla “TV dei vescovi” un profondo ascolto, proprio quell’ascolto di questo Spirito che predilige la frontiera e che in essa mostra la ricchezza delle diversità e la grandezza e la varietà imperscrutabile dei misteri della vita e dell’uomo. Misteri a cui lo spirito del mondo spesso si avvicina con paura e addirittura disprezzo, ma che lo Spirito Santo sta lentamente mettendo in luce, accompagnando col Suo amore il cammino della civiltà.


domenica 6 gennaio 2019

GENERE E TEOLOGIA - II CICLO DI CONFERENZE: LA TEOLOGIA DELLE DONNE






Paolo Cugini



Anche quest’anno il Gruppo Amiche legato al cammino dei cristiani LGBT di Reggio Emilia propone un ciclo di conferenze di Teologia delle Donne. Il successo dello scorso anno, sia per i contenuti proposti che per la partecipazione, hanno fatto sì che il gruppo ritenesse opportuno un nuovo cammino di riflessione. Che cos’è che ha colpito maggiormente nel percorso proposto lo scorso anno? Senza dubbio, lo sguardo diverso del pensiero femminile sui temi del delicato rapporto tra sessualità e teologia e, in modo particolare, la riflessione teologica sull’omosessualità. Le teologhe invitate hanno proposto cammini che hanno il coraggio di osare sentieri nuovi, senza trascurare quelli già battuti. In fin dei conti, l’idea del Gruppo Amiche consiste proprio nel proporre percorsi nuovi, osservando il tema della sessualità e dell’omosessualità da angolature diverse. Uscire dal pensiero unico, dalla teologia delle cose già dette e risapute, per mettersi in ascolto di ciò che Dio desidera dirci in questo nuovo contesto culturale post-cristiano e secolarizzato: è questo l’obiettivo dei cicli di teologia delle donne. Mettersi sul serio ad ascoltare la sofferenza di tanti fratelli e sorelle maltrattati e umiliati per il semplice fatto di essere nati diversi; capire che cosa Dio ha da dire dinanzi a queste sofferenze, che cosa c’insegna con la diversità sessuale. La proposta è quella di affidare alla teologia femminile non tanto delle risposte definitive sul tema così delicato, quanto di offrirci il loro sguardo diverso, il loro modo di approcciare il problema.

Nella prima serata, vale a dire VENERDI 18 GENNAIO 2019 alle ore 20,45, sarà con noi la teologa Selene Zorzi. Selene è stata nostra ospite anche lo scorso anno quando la invitammo a presentare un suo significativo libro: Il genere di Dio. La Chiesa e la teologia alla prova del gender. Selene ha un dottorato in teologia e insegna dal 2006 filosofia e teologia. Ha ottenuto il Diploma da Coach presso la U2Coach Academy si è certificata ACC presso la ICF, specializzandosi in Team Coaching.

Tutti gli incontri di questo secondo ciclo di Teologia delle donne si svolgeranno presso il Palazzo Dossetti dove ha sede l’università di Reggio Emilia (Via Antonio Allegri, 9. Aula D 0.1).

L'Associazione la Tenda dio Gionata e la collana Cammini della diversità delle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia, appoggiano l'iniziativa, con l'intenzione di pubblicare in un testo l'intero percorso. 

Il Gruppo Amiche di Reggio sta realizzando un servizio alla città di grande spessore culturale, oserei dire innovativo: aprire lo spazio al pensiero teologico femminile. Grazie infinite per questa opportunità.

sabato 16 dicembre 2017

CHIESA E PERSONE OMOSESSUALI: LA RIFLESSIONE DI TERESA FORCADES



Paolo Cugini

L’opera della teologa catalana Teresa Forcades[1] fornisce diversi spunti significativi nel cammino della ricerca sul rapporto tra omosessualità e chiesa. In primo luogo, la Forcades inserisce il discorso sull’omosessualità all’interno della teologia queer, della quale è una delle più importanti promotrici e sostenitrici. Queer è un concetto antropologico utilizzato dalla Forcades per affermare il carattere unico e originale di ogni individuo e: “l’affermazione dell’impossibilità di utilizzare, nell’ambito della persona, qualsivoglia categoria, che sia di genere, di classe o di razza. Le categorie che classificano l’essere umano sono, per così dire, opacità, che non consentono di vederlo nel suo tratto di originalità”[2].

Questo cammino teologico intende fare i conti con la diversità sessuale senza esprimere nessuna condanna a priori, per aprirsi ad ogni possibile comprensione. Punto di partenza di questa riflessione teologica è la percezione dell’identità della persona intesa non in modo statico, ma dinamico. Il riferimento di questa intuizione è l’idea di creazione continua. Essere creati ad immagine e somiglianza di Dio, significa assumere la responsabilità di collaborare all’opera della creazione, che è in continuo divenire. In questa prospettiva, l’identità personale non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una possibilità che ci viene offerta. Adulti si diventa grazie ad una costante assunzione delle proprie responsabilità e alla capacità di porsi in modo libero e creativo dinanzi alle strutture culturali, che assimiliamo e che ci fanno credere di essere in un modo invece che in un altro. “Uomini e donne – sostiene Forcades – sono chiamati ad avventurarsi in un processo personale che li porta in uno spazio che io chiamo queer, uno spazio aperto in cui l’identità è da cercare, non è qualcosa di già dato”[3].
Il fato che la differenza sessuale sia un dato transculturale, non significa che una persona deve rimanere all’interno di questa identificazione iniziale. Secondo Frocades, l’errore della società patriarcale e di un certo tipo di femminismo, è pensare che quell’origine debba rimanere costante nel corso della vita. Ciò significa che il punto di partenza ha un genere, mentre il punto di arrivo no. “La mia identità infantile ha un genere (femminismo della differenza); la mia identità matura (o cristica) è transgender o queer”[4]. C’è quindi, un cammino, un esodo che ogni persona è chiamata a compiere se vuole divenire pienamente umana, un cammino che si realizza durante tutta la vita. Essere adulto significa cammino in divenire, vincendo la tentazione di fissarsi su di un modello culturale identitario, per mantenersi aperti alla novità possibile. In questa prospettiva la diversità, lungi dall’essere un problema o una difficoltà, diviene una possibilità. Dobbiamo conquistare la nostra identità tutti i giorni.

Nel capitolo dedicato al tema del rapporto tra fede e gender, Forcades fa appello al senso della realtà, nella linea indicata da Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium. Se parlare di gender significa prendere in considerazione la comprensione culturale e soggettiva della sessualità, allora quando sul piano della realtà s’incontrano delle differenze, sono proprio queste che vanno ascoltate. Non può più accadere, come invece purtroppo accade soprattutto in questo ambito così delicato, che sia la teoria a interpretare e a leggere la realtà. Quando in gioco ci sono le persone, il primato dev’essere sulla realtà e non il contrario. La teoria dev’essere il momento successivo all’ascolto della realtà. Se, allora, è vero che esistono tre dimensioni del sesso biologico, vale a dire il sesso cromosomico, il sesso gonadico e quello genitale, già al primo livello la realtà manifesta che non vi sono solo due possibilità xx (femmina) e xy (maschio), ma diverse opzioni. Seconda Forcades anche se esistesse una sola persona al mondo dotata di una differenza cromosomica, sarebbe sufficiente per mettere in discussione la teoria. Dinanzi all’unicità della persona umana non c’è teoria che tenga, ma è questa che provoca le domande di senso. Non è, infatti, la persona per così dire diversa, che deve adattarsi alla teoria, ma è la teoria che dev’essere modificata a partire dalla diversità osservata. Le sindromi di Klinefelter (xxy) e di Turner (x0) dimostrano che nella realtà, in natura non tutto rimane collocato nella dicotomia maschile e femminile, provocando la domanda: sono femmine o maschi?
Questa diversità, che va al di là della dualità, non esiste solamente a livello cromosomico, ma anche a livello gonadico. Succede, infatti, che a volte uno abbia senza saperlo, una gonade che al tempo stesso è tessuto ovarico e tessuto testicolare. “Non volgiamo vedere la complessità della realtà che ci circonda, ma è importante prenderne visione affinché la nostra teoria ne tenga conto”[5]. Anche a livello genitale esiste la diversità, che non è possibile catalogare entro la dualità maschio e femmina. Forse, comunque, il livello più complesso è quello psicologico. Ci sono persone che, pur avendo un sesso biologico maschile a livello cromosomico, gonadico e genitale ed essendo considerati quindi dalla società maschi, hanno una coscienza femminile e viceversa: questo è il transessualismo. Spesso questa realtà, sostiene Forcades, la si ignora perché è difficile affrontarla. I cristiani, però, non possono chiudere gli occhi dinanzi alla realtà e non possono fasciarsi la testa dalle teorie culturali della società in cui vivono, perché sono ristrette e non tengono conto dell’interesse del singolo individuo. Sempre sul piano psicologico è importante tener conto di quello che avviene a livello del desiderio. Può succedere, allora, che emerga un desiderio verso una persona dello stesso sesso. Una teologia che si mantenga aperta alla realtà come manifestazione del divino, non può immediatamente ricorrere alla teoria del peccato quando appare una differenza, ma deve porsi in ascolto della complessità e non chiudersi nelle facili semplificazioni teoriche. Troppe volte il desiderio verso una persona dello stesso sesso è stata considerata come patologia. “Certo sono diverse dalla maggior parte delle persone – nel modo in cui le intendiamo normalmente – ma questo non significa che dobbiamo leggere questa differenza in modo negativo […] Alcune di queste persone non hanno complicazioni mediche e conducono una vita pienamente compiuta, stanno bene e non presentano problemi se non quelli di carattere sociale, dal momento che spesso non vengono accettate”[6].
La grande sofferenza delle persone omosessuali non è, dunque, causata da problemi di tipo medico o psichiatrico, ma sociale, vale a dire, dal fatto che la struttura patriarcale e maschilista della nostra società non accetta la differenza sessuale, la complessità della realtà, rifiutandosi così di ascoltarla, accompagnarla, integrarla. A detta della Frocades, il cui impegno in campo politico si è profuso su diversi temi, la comprensione della complessità della realtà dovrebbe allo stesso tempo condurre ad un cambiamento non delle persone così dette diverse, ma della società nel suo insieme, per fare in modo che nessuno si senta escluso.
Prendere sul serio la problematica delle persone omossessuali in un contesto sociale com’è quello occidentale fortemente omofobo, comporta di non rimanere solamente sul piano della tolleranza, o dell’accoglienza, ma esige passi sempre più chiari verso l’integrazione delle persone omosessuali sia sul piano giuridico che religioso. Interessanti sono, a questo proposito, le riflessioni che la Forcades propone per motivare il suo essere a favore del matrimonio omosessuale. L’idea di complementarietà che solitamente viene utilizzata per spiegare il senso del matrimonio non solo cristiano, secondo la nostra autrice non funziona, perché esprime in malo modo il senso autentico dell’amore. Il concetto di complementarietà, è infatti secondo al Forcades, la riduzione del concetto di amore che deriva dalla prospettiva binaria. Amare una persona non può voler dire cercare una persona che ci completi. Per cogliere in profondità il significato autentico dell’amore occorre uscire dagli stereotipi che provengono dalle semplificazioni della visione binaria della sessualità, ma occorre, in un certo senso, abitare la complessità. Teresa Forcades, a questo proposito, utilizza la riflessione elaborata durante il lavoro di dottorato svolto sul tema della Trinità. Dove possiamo trovare il significato autentico dell’amore di Dio se non osservando da vicino il mistero della Trinità? E’ allora, a questo mistero che dobbiamo rivolgere la domanda sul significato dell’amore umano e non alla dottrina della Chiesa. L’amore trinitario non ha nulla a che vedere con la complementarietà. “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone distinte: questo è il centro del pensiero trinitario nella storia. Sono differenti, ma non nel senso di uno che completa l’altro”[7]. Amare, in questa prospettiva trinitaria, non significa andare alla ricerca di qualcosa che ci manca e quindi ci completa. Dio non ci ama perché ne ha bisogno, per completarsi: la gratuità è centrale nell’amore trinitario e nel cristianesimo in generale. Per comprendere meglio il senso dell’amore trinitario Forcades fa appello ad un termine teologico: pericoresi, che significa fare spazio intorno. L’amore trinitario come amore pericoretico, produce spazio intorno alle persone. In questa prospettiva è comprensibile come l’amore autentico non solo esige, ma produce libertà per la persona amata. “Percepisco che qualcuno mi ama quando sento che nella relazione, accanto a quella persona, lo spazio attorno a me si amplia. In questo tipo di relazione posso anche essere me stessa in qualcosa che ancora non so di me, si schiude uno spazio nuovo attorno a me in cui oso entrare. Questo spazio è la migliore definizione dell’amore”[8].
Amare significa fare spazio all’altro, in modo tale da permettergli di essere ciò che deve essere. Tutte le volte che la relazione si chiude nella complementarietà duale, rischia di collassare. La dinamica della pericoresi garantisce all’amore un dinamismo creativo. E’ per questo motivo, per il modo d’intendere l’amore, che la Forcades afferma di essere a favore del matrimonio omosessuale. Non basta smettere di discriminare o diventare tolleranti nei confronti delle persone omosessuali. Occorre avere il coraggio di compiere un passo ulteriore. “Sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone sia etero sia omosessuali, a patto che fra di loro vi sia un amore autentico fatto del riconoscimento di quello spazio che circonda ogni persona e la comprensione che il matrimonio riguarda anche la comunità nella quale vivono”[9].

Uscire dallo schema della sessualità duale, imposto dalla cultura incapace di elaborare un pensiero a partire della realtà che si manifesta nella sua complessità, permette di elaborare proposte sino ad ora impensabili. Elaborazione concettuale, che diviene significativa perché non sgorga dal nulla, ma dalla riflessione sull’amore pericoretico, così come si manifesta nel mistero della Trinità. In ogni modo, la Forcades non si ferma alla possibilità del sacramento del matrimonio per le persone omosessuali, ma arriva persino a criticare il matrimonio eterosessuale. Se, infatti, la santità appartiene a Dio, allora l’amore santo prima di provenire da una relazione di complementarietà, si manifesta in quelle relazioni in cui l’amore non è un bisogno, ma una possibilità che offre spazio per un cammino di autenticità. C’è dunque santità anche nell’omosessualità. “L’omosessualità in sé non è più santa dell’eterosessualità, né vale il contrario, ma per il solo fatto che esiste (a prescindere dalla qualità morale della singola persona omosessuale) è una benedizione e apre alla diversità in un modo che arricchisce la nostra ricerca teologica”[10].
 Affermazioni forti, che dicono di una chiarezza di vedute sul tema del delicato rapporto tra Chiesa e omosessualità, in linea con le argomentazioni sopra riportate. Senza Dubbio per la Forcades l’omosessualità prima di essere un problema è un dono, perché permette alla Chiesa e all’umanità un punto di vista differente per osservare il proprio cammino nella storia e, in questa prospettiva, l’arricchisce di nuovi significati.


[1] Teresa Forcades è una suora di Barcellona, medico e con un dottorato in teologia. Insegna da alcuni anni Teologia queer a Berlino. Si è impegnata molto nel suo Paese nella lotta contro le multinazionali farmaceutiche. E’ a favore della separazione della Catalogna dalla Spagna e, per questo, è entrata per alcuni anni in politica. E’ autrice di diversi libri sia su temi di medicina che di teologia.
[2] FORCADES, T., Siamo tutti diversi. Per una teologia queer, Castelvecchi, Roma 2016, p. 56-57
[3] Ivi. P. 71
[4] Ivi., p. 72. Sul tema cfr. FORCADES, T., La teologia femminista nella storia. Il ruolo delle donne e il diritto all’autodeterminazione femminile, Nutrimenti, Roma 2015
[5] Ivi., p. 120
[6] Ivi. P. 122. Su questa riflessione cfr. anche: FORCADES, T., Fede e libertà, Castelvecchi, Roma 2017, p. 69-71
[7] Ivi., p. 123
[8] Ivi., p. 33
[9] Ivi p. 125
[10] Ibidem

venerdì 15 settembre 2017

OMOSESSUALITÀ DONO DI DIO





Ho ricevuto da don Eugenio questa bellissima e profonda omelia del vescovo brasiliano Carlos Cruz Santos, che pubblico volentieri nel mio blog




Mons. Antonio Carlos Cruz Santos, Vescovo di Caicò (Rio Grande do Norte – Brasil), ha sostenuto, nella sua omelìa nella Messa del 30 luglio 2017, che la omosessualità è un dono di Dio.
(traduzione di don Eugenio Morlini)

In questa settimana, mercoledì giorno di Sant'Anna, nel programma di Marcos Dantas c'è stata una intervista che mi ha preoccupato. Marcos Dantas ha intervistato il professor Eldes Dos Santos Filhos sulla sua discussione di dottorato; questa era la sua tesi: “prevalenza e fattori associati all'idea suicida tra i travestiti e i transessuali.
La tesi che questo professore sosteneva era presentare il numero dei suicidi tra i travestiti e i transessuali”.
Dopo aver assistito a questo reporter ho pensato a quei tanti fratelli e sorelle con orientamento affettivo che si sentono incompresi e non amati da noi, che siamo della Chiesa, dalle loro famiglie, dalla società e pure da se stessi, proprio come capitava nel tempo della schiavitù.
Ho ricordato in questi 25 anni di ministero pastorale le tante storie di sofferenza di fratelli e sorelle con orientamento affettivo che sono venuti a confidarsi da noi, portando il loro dolore e sopratutto il dolore di non sentirsi accolti e amati.
Mi ricordo di un fatto. Una volta una mamma mi cercò perché il suo figlio giovane gli aveva rivelato il suo orientamento (la sua tendenza) omoaffettiva (omosessuale). Questa donna aveva una posizione sociale di un certo prestigio ed ella non riusciva ad accettare questa tendenza del figlio. Come mamma voleva bene, ma per il peso della cultura insita in essa, per il peso della società, non riusciva ad accettare. Ella comprendeva che la tendenza del suo figlio era una tendenza negativa nella confortevole società in cui si trovava. Ho tentato di fare con questa mamma un cammino, ma non è facile fare un cammino quando siamo davanti a queste situazioni. Mi proposi accompagnare il figlio che però non mi ha mai cercato. Poco tempo dopo questa mamma ebbe un tumore, possibilmente quel tumore era frutto della somatizzazione del dolore che aveva nel non accettare la tendenza del suo figlio, e questo tumore la condusse alla morte. Quando andai a fare le esequie il figlio stava al mio fianco ed egli mi disse, piangendo, io so che sono colpevole della morte di mia mamma. Gli dissi di venirmi a trovare, ed egli non è venuto. Pensai molto nel dolore che questo figlio porta dentro di se di questa colpa che egli non ha: la colpa non era della sua tendenza, ma era della sua mamma per non aver superato i suoi preconcetti.

Tutti voi sapete che c'è un problema che mi preme molto ed è il tema del suicidio attorno a noi, e questa intervista che ho ascoltato mi ha colpito molto.
La statistica ufficiale ci dice che il 90% della nostra popolazione si dice cattolica, quindi il 90% della gente beve questo brodo della cultura cattolica e lo conferma la vostra numerosa presenza in questa festa di Sant'Anna. Allora mi chiedo se questo non è una sfida per noi, che abbiamo dentro questa cultura cattolica, il dare una buona notizia per questi nostri fratelli e sorelle che tanto soffrono come questa mamma ha sofferto, che soffrono come questo figlio ha sofferto, che con certezza ci stanno ascoltando e sono anche qui in mezzo a noi, e molte volte attendono da noi una buona parola, una buona notizia.
Il Vangelo per eccellenza è vangelo della inclusione; il Vangelo è una porta stretta, è esigente, ma è una porta sempre aperta: Dio non chiude mai la porta per nessuno; per questo forse è il momento; così come siamo stati capaci di intendere meglio il vangelo e vincere la schiavitù; non è giunta l'ora di intendere meglio, nella prospettiva della fede, e superare i preconcetti contro i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive (omosessuali). Pensiamo sinceramente, con una prospettiva di fede, quando noi osserviamo la omosessualità, noi non possiamo dire che l'omosessualità è un opzione, una scelta. Una scelta è una cosa che tu liberamente scegli, e l'orientamento, la tendenza, nessuno la sceglie, un giorno uno si scopre con questa o con quella tendenza; la scelta riguarderà soltanto la maniera come tu vivrai nella tua tendenza, se in una forma degna, etica o in una forma promiscua, ma la promiscuità si può vivere in qualsiasi tendenza, orientamento, che uno ha (eterosessuale o omosessuale).
Considerato che non è una scelta, che l'Organizzazione Mondiale della salute non lo considera più come una malattia, nella prospettiva della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un dono è dato da Dio. Non c'è verso, se non è scelta, non è malattia, è dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri, e si diceva che i neri non avevano l'anima, il nostro preconcetto non permette di percepire questo dono.
È un preconcetto, gente, ed un preconcetto avviene prima della cosa, dell'esperienza.
Come il preconcetto ha reso possibile la schiavitù, come il preconcetto di fronte ai profughi in Europa, come un preconcetto a volte rende insensibili tanti politici del nostro Paese davanti al dolore dei più poveri, come il preconcetto rende possibili leggi ingiuste per le comunità indigene… tanti e tutti preconcetti gente mia.
Papa Francesco è visto da tanta gente della Chiesa come colui che rende povera la dottrina cattolica e la svende; in verità ciò che Pappa Francesco desidera è che il punto di partenza della dottrina cattolica sia la misericordia… e la misericordia costa molto cara, Cristo ha pagato un prezzo molto caro e anche noi paghiamo questo prezzo caro per essere fedeli al Maestro Gesù.

Quando Papa Francesco per la prima volta è stato qui in Brasile nella Giornata Mondiale della Gioventù nel 2013, ritornando a Roma, nella solita intervista che concede sull'aereo, una giornalista brasiliana fece una domanda rispetto a quello scandalo omosessuale che avvenne nel Vaticano in quei giorni. Nella risposta egli ci diede una perla preziosa nel comportamento verso i nostri fratelli omosessuali: se una persona è gay e cerca il Signore ed ha buona volontà, chi sono io per giudicare? il catechismo della Chiesa Cattolica dice che non si devono marginalizzare queste persone ma devono essere integrate nella società. Nell'ultimo sabato del 2015, in una udienza privata (l'ha rivelato la persona stessa) il Papa ha ricevuto il transessuale Diego Nerìa Leharrada e la sua compagna. Come è avvenuto questo incontro? Il Papa ha ricevuto una sua lettera che parlava del dolore che soffriva e del preconcetto che soffriva nella sua comunità cattolica. Allora il Papa gli telefonò e fissò l'udienza; e dopo l'udienza questo ragazzo diede una intervista. Diceva che nella sua comunità era chiamato dal parroco e dalla gente come figlio del diavolo. Papa Francesco, sensibilizzato, volle accogliere colui che non era stato accolto dalla Chiesa.

Papa Francesco nell'Enciclica “Amoris laetitia” dedica tutto il capitolo 8° per le situazioni irregolari; ed egli propone tre passi per accompagnare questi fratelli. Mi chiedo se quei tre passi noi possiamo percorrerli con i nostri fratelli omo-affettivi (omosessuali): accompagnare, discernere, integrare. Non sarebbe questa la sapienza salomonica che dovremmo imparare da Gesù, non sarebbe questa la misericordia che abbiamo ricevuto in eredità da Dio; non siamo tutti, indipendentemente dalla nostra tendenza, immagine di Cristo? Quando Cristo ci ama, non guarda i nostri organi genitali, ma guarda il nostro cuore, e quando ci chiama, ci chiama per il cuore e noi andiamo con tutto, compresa la nostra tendenza, e siamo immagine del Signore. Non è questa la perla preziosa che Sant'Anna ci sta dando oggi, come ci ricorda il Vangelo, la perla della misericordia del suo nipote, del suo Dio e del nostro Dio, del Figlio di Maria, del Figlio di Dio, nostro fratello. Che Sant'Anna ci insegni come ha insegnato a Maria, a fissare gli occhi nel trapassato Gesù e nello sguardo misericordioso per i trapassati nella storia; ed oggi vorrei contemplare come trapassati nella storia i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive (omosessuali) che non sono accolti e né amati da noi. Che Sant'Anna ci mostri il cammino verso Gesù.

domenica 7 maggio 2017

A REGGIO EMILIA UNA VEGLIA DI PREGHIERA PER LE VITTIME DELL'OMOFOBIA



Paolo Cugini

E’ da undici anni che vengono proposte in molte città del mondo veglie di preghiere per le vittime dell’omofobia, transfobia e di ogni vittima di discriminazione. La preghiera è la forma più semplice e spontanea che abbiamo per comunicare con il Padre, per chiedere aiuto quando non sappiamo più a chi chiederlo, per invocare e perdonare. È facile perdonare un amico che ci ha fatto uno sgarbo. Più difficile pregare e perdonare colui che ci offende, colui che non ci accetta per quello che siamo. “Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (Romani 12,14). Sarà questo versetto, scelto da un sondaggio via internet, a dettare il tema della veglia di preghiera di quest’anno. Versetto che dice del desiderio di essere differenti, d’interrompere la catena dell’odio e del male, con gesti e parole di perdono.

Il rischio di rispondere all’odio con l’odio è sempre una grande tentazione, la risposta che ci viene più naturale. C’è troppa violenza nel mondo, violenza che si manifesta non solo con le guerre o con la forza fisica, ma anche con le idee e la ragione. Quando non accettiamo che gli altri siano diversi da noi e vogliamo a tutti i costi curarli, farli a nostra immagine e somiglianza, facciamo violenza. Quando non ascoltiamo la realtà, che è plurale e molteplice, ma vogliamo imporre alla realtà le nostre idee e le nostre teologie, allora la violenza è dietro l’angolo. C’è troppa gente nel mondo che soffre a causa delle discriminazioni. Gesù ha insegnato che siamo tutti fratelli e sorelle, ci ha insegnato che siamo tutti figli e figlie di Dio. Una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia e di ogni forma di discriminazione nasce dal desiderio di voler interrompere la catena dell’odio, dal sogno che è possibile un mondo dove le persone si accettano, un mondo in cui nessuno impone all’altro il proprio stile, la propria religione, il proprio modo di pensare. Vegliamo in preghiera anche perché desideriamo una chiesa sempre più inclusiva, una chiesa della misericordia più che della condanna, una chiesa in cui chiunque può sentirsi a casa, protetto e accolto. 

Sono tante le città che si stanno organizzando per realizzare questo momento di preghiera. Per chiedere a Dio di vincere con l’amore il clima di odio di cui, tra l’altro, sono vittima le persone omosessuali e transessuali.  Unisciti a noi domenica 14 maggio alle ore 21 presso la chiesa di Regina Pacis a Reggio Emilia. Sarà Maria Soave Buscemi, scrittrice, animatrice di gruppi biblici con il metodo della Lettura Popolare della Bibbia che guiderà la riflessione domenica sera.  Ti aspettiamo.