Paolo
Cugini
È
diventata la mia vocazione. Non ci riesco a camminare sulla strada, al suolo.
Ho bisogno di vedere le cose dall’alto, per capire che cosa c’è sotto. Ho
bisogno di rischiare di cadere, ma perlomeno vedere con i miei occhi, senza che
qualcuno me lo racconti. Il filo è teso da un punto ad un altro. Invita i
temerari a camminarci sopra, a sfidare l’ignoto, il rischio di cadere e
fracassare al suolo. C’è tanta vita nel rischio. Chi rischia sa di potersela
giocare, di potercela fare. Lo sa perché se lo sente dentro. Chi cammina sul
filo non riesce a capire come si faccia a vivere senza rischiare, come sia
possibile non sentire il desiderio del brivido che scorre nelle vene al solo
pensiero di camminare sul filo.
Poi
ci sono loro, i conigli, Tutti quelli che, impauriti dalla vita, non smettono
di consigliare a coloro che intendono camminare sul filo, di non farlo, di non
provarci, perché è rischioso, ci si può fare male. Loro, i conigli, i seduti
della storia, coloro che non hanno fatto altro che puntare a poltrone ben fatte
per sederci per il resto della vita – non è drammatico? - non sanno che ci sono
persone che vengono al mondo esattamente per questo: per camminare sul filo.
Non sanno che per loro è inconcepibile passare la vita seduti comodamente da
una parte, con tutti i confort che la seduta eterna comporta. Quelli che per
alcuni è vita, per altri è una morte anticipata. Come si fa a stare sempre
sottomessi, si chiedono gli spavaldi camminatori sul filo. Com’è possibile
pensare di vivere obbedendo ciecamente a precetti che, per altro, non sono
stati verificati, ma semplicemente e supinamente accettati? C’è, allora chi
decide, un giorno, di alzarsi, e provare a cercare qualcosa di nuovo,
rischiando di scandalizzare i seduti, coloro che hanno identificato la realtà
con il sofà.
Cammina
sul filo chi cerca di aprire strade nuove, non per il gusto di cose nuovo, ma
per il semplice fatto che si è accorto che la realtà presente sta spingendo il
pensiero altrove. Cammina sul filo, rischiando di persona, chi ama il prossimo
al punto di aiutarlo ad uscire dai cammini asfittici della storia, che non
esprimono più vita, ma solo ricordi passati. Cerca cammini nuovi chi, ad un
certo punto, comprende che il sistema in cui vive non funziona più, non è più
attento alla vita delle persone, ma cerca solo di auto-mantenersi. Esce dal
recinto chi ama la vita al punto tale da rischiare la propria per potere offrire
aria nuova agli amici e amiche. Per questo, sono così osteggiati dai capi di
una comunità perché uscendo, stanno smascherando il vuoto, la morte spacciata
per vita.
Ogni
tanto mi chiedo: se i martiri della chiesa dei primi secoli avessero saputo che
coloro per i quali sono morti, vale a dire la chiesa attuale, avrebbero costruito
una realtà statica, che imprigiona le persone in un reticolo di norme e
precetti, sarebbero morti lo stesso? Avrebbero rischiato comunque la loro vita?
In altre parole, avrebbero rischiato di camminare sul filo?