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domenica 30 settembre 2018

ABITARE LA VISIONE





Paolo Cugini

Non c’è nulla di puro. Non esiste un mondo dove tutto è bello e coerente. E’ la realtà, e lo sappiamo bene, che è ibrida, mescolata, e dobbiamo abituarci a questa mescolanza. La realtà è plurale, molteplice, si presente multiforme. Cerchiamo di ingabbiarla, di precederla, di anticiparla con i nostri schemi uniformi, ma non c’è nulla da fare. Appena apriamo gli occhi della vita e facciamo i primi passi, entriamo in un mondo in cui è difficile distinguere i colori, le sfumature. Difficoltà che cresce a dismisura man mano che passa il tempo, quando iniziamo ad entrare nel mondo fatto dagli uomini e dalle donne, un mondo che percepiamo essere non solo mescolato, ma contorto, ambiguo, confuso. Sembra che lo facciano apposta; sembra che facciano tutto il possibile per complicare ciò che è semplice, mescolare ciò che è molteplice, confondere ciò che è plurale. Apprendere a convivere nella confusione senza perdersi, è l’arte della vita. Riuscire a valorizzare ciò che s’incontra di buono nella mescolanza delle cose, è sintomo di grande capacità di adattamento.

Il dramma dei puri è proprio quello di non riuscire ad adeguarsi alla mescolanza e, allora, passano tutta la vita a rincorrere il sogno di un mondo luminoso, puro, senza sbavature. Per questo sono spesso arrabbiati con il mondo intero, perché non sanno cedere, non vogliono pensare che non esista un pezzo di mondo che non sia contaminato dalla stupidità e dall’ignoranza. Li vediamo, allora, insoddisfatti, perché costantemente alla ricerca di un mondo che non esiste se non nelle loro teste. Eppure, sono questi insoddisfatti, questi perenni sognatori, questi puri, questi visionari, che rendono il mondo più bello per tutti, perché ci mostrano degli sprazzi di luce, di quella realtà che normalmente nella vita reale non riusciamo a vedere. Loro, i puri, la vedono e la cercano: la esigono. La rincorrono in ogni momento della giornata. La sognano di notte e la vogliono di giorno. Loro, i puri, non sanno stare fermi e non conoscono rassegnazione: ci credono sempre e non ci mollano mai. Pur vivendo nel presente, hanno visioni sul futuro. Hanno occhi penetranti che li conducono continuamente in un’altra dimensione. Per questo, ad un certo punto, confondono la realtà con la visione e ci rimangono male quando qualcuno glielo fa notare. I puri, i sognatori, gli uomini e le donne abitate dalle visioni, capiscono, ad un certo punto della vita, che dovranno viaggiare da soli e che la solitudine sarà la dolce e amara compagna della vita.

Anche Gesù non c’è riuscito. Ha protetto il suo gruppo di discepoli e discepole dalle contaminazioni egoistiche e corrotte del mondo. Li aveva tenuti protetti dalle contaminazioni negative degli uomini del tempio, dagli uomini del potere, dalle sopraffazioni meschine degli uomini della politica e dell’economia. Che cos’era, infatti, il gruppo di discepoli e discepole se non un pezzettino di umanità incontaminato, puro, le cui logiche erano tutte all’insegna dell’amore, dell’uguaglianza, del rispetto reciproco, dell’attenzione all’altro, vissuto in uno spirito di apertura e di accoglienza, liberi dalle leggi ingiuste degli uomini. Purtroppo, come sappiamo, il sogno di Gesù è durato tre anni. Nemmeno Lui ci è riuscito. In ogni modo ci ha lasciato un grande insegnamento, vale a dire, che non c’è prezzo al mondo che possa pagare la dignità umana. Ci ha insegnato a vivere fino in fondo il proprio sogno, a non svendere al primo che capita le proprie visioni, a non lasciarsi tramortire dall’arroganza feroce di chi pensa solo a se stesso, di che pensa un mondo chiuso. Gesù ci ha insegnata che la libertà dei figli e delle figlie di Dio ha un prezzo da pagare molto alto in questo mondo di schiavi della materia, schiavi del dio denaro, schiavi del potere, servi del proprio egoismo. Amare e abitare il sogno di un mondo diverso, un mondo di giustizia e amore: è questa la grande eredità di Gesù e di tutti i sognatori e visionari come lui. Ama e fa ciò che vuoi. Vivi amando e ama vivendo: è questo il grande sogno di Gesù, che ha vissuto amando sino all’ultimo respiro della sua vita.

Ci sono spiriti liberi che non riescono a vivere in un mondo contaminato. Gesù era uno di questi. C’è gente che non ce l’ha fa a vivere tappandosi il naso. Ha i polmoni troppo fini; ha soprattutto voglia di respirare aria pura. E poi si sa che quando uno si abitua a respirare aria viziata pensa e crede che l’aria sia tutta così, che l’aria viziata sia l’aria e allora si adegua, non combatte per poter respirare aria pura e, così, lentamente muore, in tutti i sensi. Arriva persino a contrastare coloro che fanno di tutto per ripulire l’aria, per aiutare tutti a respirare l’aria pulita. Gesù era uno di questi che non ci mollava mai, che non accettava l’aria viziata degli uomini del tempio, che viziavano la religione con le loro regole opportunistiche. Gesù ha trascorso l’adolescenza e la gioventù ad ascoltare, a vedere e ad osservare attentamente il mondo degli adulti e lentamente si è accorto che era un modo dominato dall’ipocrisia, dalla falsità, della ricerca dei propri interessi. Gesù aveva capito che rimanere fedeli ai propri sogni di un mondo fatto di giustizia, di un mondo plurale che ti porta ad essere attento a tutti e ad accogliere tutti, non  solo non paga, ma ti isola. E infatti, sappiamo com’è andata finire quella storia esemplare che tutti i visionari del mondo prendono come puto di riferimento: Gesù è morto da solo in croce, abbandonato dai suoi, tradito da un suo discepolo, rinnegato da colui che aveva scelto come capo del gruppo. Nonostante ciò, non si è arreso, non ha rinunciato alle proprie visioni ma, proprio per questo, proprio per questa suo fedeltà assurda, le ha rese possibili per tutti.

giovedì 12 marzo 2015

LETTERA AI SEMINARISTI

ARCHIVIO BRASILE







Pintadas-Ba, 18 giugno 2011

Carissimi amici del seminario di Reggio Emilia,
Giacomo mi ha sollecitato di scrivere due righe per riprendere le riflessioni-provocazioni scambiate nel nostro incontro lo scorso anno. Lo faccio volentieri, anche perché mi permette di condividere un cammino con coloro che faranno parte della stessa famiglia sacerdotale. Mi aveva dato come scadenza l’11 giugno: purtroppo non ce l’ho fatta. Chiedo scusa.

1. La prima forte provocazione che ho ricevuto dal contesto che ero chiamato a servire é stata la povertà. Chi arriva a Salvador – capitale della Bahia – rimane ben impressionato per i palazzi sul lungo mare: sembra una città occidentale. Spostandosi di poche centinaia di metri verso l’interno ecco apparire le favelas, montagne di case, chiamiamole così, in cui si percepisce la presenza di un’umanità che lotta tutti i giorni per la sopravvivenza. Arrivato nel gennaio del 1999, dopo tre anni emmezzo di sacerdozio (sono diventato prete in giugno del 1995), avevo cominciato a girare i quartieri poveri per cercare di capire come viveva questa gente. Mi colpiva il niente che incontravo. Annotavo sul mio quaderno tutto quello che stavo incontrando, un mondo totalmente nuovo al quale non avevo mai pensato e nemmeno immaginato. Soprattutto non capivo come riuscissero a vivere queste persone, senza un lavoro, senza un conto in banca: come facevano a mantenere tanti figli?  Domande ingenue tipiche di colui che analizza una realtà con gli occhi del mondo di provenienza, senza aspettare di ascoltare la realtà per come è. Mi chiedevo anche come era possibile risolvere tutti i problemi che incontravo.

Questo impatto con tanta povertà provocò in me tantissime domande sul senso della vita, del mondo, sulla misericordia di Dio, l’ingiustizia umana, la disuguaglianza sociale. Non riusciva a farmi una ragione del perché di tanta differenza, tanta disuguaglianza. E allora decisi di incentivare quel percorso sul quale stavo lavorando sin dai tempi del seminario: la preghiera personale. Siccome ero ancora nella fase di conoscenza della lingua e della cultura, dopo cena, cioè alle 18, potevo organizzarmi come volevo. Decisi cosi, di dedicare due ore dopocena alla lettura di romanzi brasiliani, che mi permettessero di comprendere meglio la cultura locale e di andare a dormire presto – verso le 21 – per alzarmi presto. La bellezza della preghiera mattutina é stata una delle più belle scoperte della mia vita spirituale. Dedicare prima di aprire la porta di casa due o tre ore al Signore, dà una forza interiore incomparabile. È stato in questo primo anno di missione che mi sono innamorato della mistica ortodossa. Cercavo, infatti, dei libri che mi aiutassero a vivere la contemplazione, mi aiutassero a capire la vita nello Spirito. In un contesto di grande povertà, frutto di una disuguaglianza sociale fuori di misura, mi è successo di avvicinarmi ancora di più al Signore, di cercarlo con tutte le mie forze.

2. La seconda provocazione che ho ricevuto nella diocesi di Ruy Barbosa è stata lo stile di Chiesa e, di conseguenza, il modo di essere sacerdote. Como vi ho raccontato, le parrocchie dalle nostre parti sono costituite da comunità, chiamate comunità di base. Pintadas, per esempio, che è la parrocchia nella quale vivo ora, é composta di cinque comunità nella città e 32 nella zona rurale. La vita del sacerdote consiste accompagnatore la vita delle comunità, sia celebrando l’Eucaristia e i sacramenti, che dedicando tempo per la formazione dei liders di comunità. Passavo da una situazione ecclesiale – Reggio Emilia – in cui in parrocchia c´’e una messa, o quasi, tutti i giorni, ad un contesto, per esempio Ipirá che è una parrocchia formata da quasi 100 comunità,  nelle quali si celebra l’Eucaristia ogni due o tre mesi. Potete capire lo sconvolgimento mentale e spirituale che ho vissuto i primi mesi.  Da uno stile di parrocchia fatto di piccoli movimenti – canonica, oratorio, piazza, chiesa – ad uno stile di parrocchia fatto di distanze enormi; da uno stile di parrocchia fatto di rapporti personali con persone che vedi quasi tutti i giorni, ad uno stile di parrocchia dove incontri le persone 4 o 5 volte durante l’anno. Vacci a capire qualcosa! Confesso che i primi mesi ho fatto molta fatica. Era come se tutto quello che avevo appreso e vissuto non servisse assolutamente a nulla: non è una bella sensazione. Il primo anno di Brasile é stato come morire, seppellire quello che ero per fare il posto a qualcosa d’altro, Passare da una parrocchia concentrata in poco spazio, il cui lavoro pastorale consiste nell'attendere le persone che arrivano negli spazi pastorali, ad uno stile di chiesa decentrato in territori spesso vastissimi (la nostra diocesi è grande come l’Emilia Romagna e siamo 18 sacerdoti: ok?!). Per me si é trattato di una vera e propria conversione pastorale: deporre il modello di Chiesa e di sacerdote che avevo assimilato e vissuto sino a quel tempo, per assumerne uno totalmente nuovo, che non conoscevo e del quale nemmeno avevo sentito parlare.

Altro dato significativo del nuovo stile di Chiesa incontrato é la presenza dei laici. Nelle comunità chi svolge un ruolo effettivo di guida sono i laici. Chi celebra la Parola alla domenica, chi dirige il consiglio pastorale della comunità, chi risolve i problemi nella comunità sono i laici, che esercitano una funzione effettiva dentro la comunità. L’incontro con questo stile di chiesa ministeriale e laicale dal volto femminile ( la maggior parte dei liders delle comunità sono donne) mi ha aperto gli occhi sullo stile di prete che avevo dentro e cioè autoritario e autoreferenziale. Nei nostri consigli pastorali occidentali l’ultima parola spetta sempre al prete. In tutte le cose che avvengono in una parrocchia é il prete che decide. Nelle nostre parrocchie brasiliane o, meglio baiane, questo sistema non funzionerebbe. Il decentramento della parrocchia nelle comunità di base, ha come conseguenza immediata la necessità di valorizzare il laicato locale e, per questo, concentrare gli sforzi sulla loro formazione permanente. A Pintadas, per esempio, c’è un incontro mensile di formazione cristiana aperto a tutti, un corso di formazione mensile per ministri della parola, ministri dell’Eucaristia, catechisti, in giorni diversi. Oltre a ciò tutti i lunedì alla sera ci troviamo per leggere la Bibbia assieme. Nelle comunità incontro persone e famiglie semplici, per lo più contadini che lavorano nel piccolo pezzo di terra che possiedono o, spesso e volentieri, lavorano nelle fazendas per guadagnare qualche soldo. Tutto questo per dire che nelle comunità di base non incontriamo dottori, avvocati, banchieri, professori. Sottolineo questo perché, per me, é uno dei grandi paradossi della vita ecclesiale. Assumono, infatti, molto più responsabilità i poveri che incontriamo nelle nostre comunità, persone che spesso sono analfabete o quasi, che i professionisti delle parrocchie di Reggio Emilia. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Aiutare i laici, che per la maggior parte dei casi dalle nostre parti sono donne, a svolgere bene il loro servizio nelle comunità di appartenenza, é la nostra grande sfida. Apprendere a deporre lo scettro per concederlo a coloro che vivono nella comunità é un esercizio spirituale che fa molto bene al ministero. Un ministero sacerdotale più di servizio, più attento a stimolare i carismi delle persone incontrate e meno concentrato su di sé, sulle proprie capacità, sul “potere” ricevuto: fa molto bene alla Chiesa e al mondo . Per me non si tratta di esportare un modello di Chiesa, ma di scambio di doni. Un dono bellissimo che la Chiesa Latinoamericana ha da offrire alla Chiesa Cattolica é questo modo di vivere la comunità, di valorizzare le persone e d’intendere il ministero sacerdotale. Una Chiesa piú democratica e meno autoritaria guadagna in umanità e perde in arroganza. E poi fa molto bene a noi preti, che ci sentiamo investiti di chissà quali poteri e, in virtù di questi trattiamo i laici spesso e volentieri come delle marionette.

Anche con i giovani il lavoro pastorale é diverso. Non possiamo organizzare campeggi, settimane bianche o gialle, ritiri spirituali di tre giorni da qualche parte, viaggio a Madrid con il Papa, per il semplice fatto che le famiglie non hanno condizioni economiche per sostenere simili esperienze. Inventare qualcosa di valido e formativo con i mezzi che ci sono a disposizione: é questa la grande sfida della pastorale giovanile dalle nostre parti. Oltre a ciò, la difficoltà maggiore del lavoro pastorale con i giovani è il fenomeno migratorio. Nelle nostre città del Nordes baiano non c’è nulla. E allora i giovani verso i 16/17 anni, terminate le scuole superiori – che in Brasile durano solo tre anni – se ne vanno nelle grandi città (San Paulo, Rio de Janeiro, Brasilia, Salvador, ecc.) in cerca di opportunità migliori di vita. Ciò significa che tutti gli anni il lavoro di pastorale giovanile deve ripartire da zero, o quasi. Facciamo fatica ad organizzare un cammino vero di accompagnamento spirituale con i giovani. Quasi non esiste la confessione ( il perché ve lo spiego un’altra volta), la direzione spirituale non si sa cosa sia (ho provata a metterla in piedi nella prima parrocchia che ho accompagnato, ma ho capito che chi ha a che fare con problemi di immediato interesse, non ha molto tempo da dedicare alla vita spirituale). Come strumenti formativi ho messo in pedi  alcuni progetti tra i quali segnalo uno studio biblico per giovani che sto realizzando nelle comunità. Altro dato importante. Quando parliamo di giovani dalle nostre parti ci riferiamo soprattutto agli adolescenti di 13-17 anni. Dopo questa data è difficile seguirli. Molti si sposano presto (più che altro si mettono insieme, anche perché lo sposarsi presuppone un progetto di vita che le scarse condizioni economiche non permette di elaborare), altri, come ho già detto vanno via e, chi rimane, si deve arrangiare per riuscire a fare qualcosa. Se la pastorale vocazionale ha fatto fatica a decollare nelle parrocchie della nostra giovane diocesi (52 anni!), è anche dovuto alla difficoltà di un lavoro pastorale formativo a lunga distanza con i giovani.

3. La solitudine. Ci sono delle giornate che non passano mai, sembrano infinite, lunghissime. In un contesto poi che non offre nulla, la situazione diventa ancora piú pesa. Ho scoperto sulla mia pelle che non è vero, come dicono alcuni saggi, che la preghiera risolve tutto. Ci sono, infatti giorni, che neanche la preghiera sembra bastare. Ho passato giorni che avrei avuto voglia di scambiare chiacchiere umane con persone normali. Ho passato serate che mi sarebbe piaciuto giocare a briscola in compagnia di amici. Il problema è che in contesti di povertà, come sono i nostri, è difficile instaurare rapporti alla pari, disinteressati di amicizia. Chi ci cerca é sempre per qualcosa di materiale e, alla distanza, pesa, soprattutto svuota. Per questo, dopo tanti anni di missione le persone amiche le conto sulle dita di una mano. Ci sono delle situazioni nella missione che ho scoperto solamente sul posto: una di questa é la solitudine. Ho impostato la missione in modo tale da essere sempre in mezzo alla gente. Ma ció non significa nulla, o quasi. Anche tra noi preti in missione è difficile incontrarci: le distanze sono enormi. Quando ci troviamo é sempre un momento molto bello e piacevole. Anche in questo caso per sopperire alla difficoltà di rapporti umani autentici ho incentivato il rapporto con il Signore, dedicando settimane di deserto in alcuni monasteri della regione. Come ho già scritto sopra non sempre la preghiera riesce a sopperire alla mancanza di rapporti umani veri. Per questo coltivo i pochi rapporti che sono riuscito ad intessere qui e i pochi che si sono mantenuti con l’Italia. Quando ero in Italia e sentivo la notizia di qualche prete che si sposava rimanevo profondamente scandalizzato. Ora, vivendo qui, in una realtà spesso disumana, fatta di rapporti interessati, non mi scandalizzo più. Come diceva Totó: siamo uomini e non caporali! Su questo punto, tanto delicato, avrei voglia di scrivere altre cosette, ma le lascio per una prossima occasione.

Dai sacerdoti baiani ho imparato a rilassarmi, a prendermi i miei tempi (anche se rimango strutturalmente una persona tesa). Nei primi cinque anni di missione non mi sono praticamente schiodato dalla parrocchia, vittima della spiritualità del sacrificio, o meglio del massacro ereditata a Reggio Emilia. Poi mi sono svegliato. Qui dalle nostre parti nel mese di gennaio (che corrisponde al mesi di agosto italiano)  si chiude la baracca. Le suore vanno nelle case madri delle congregazioni e i preti vanno in ferie a trovare amici e parenti. Questi preti sono venuti su in un modo e in un mondo differente, valorizzando i momenti umani della vita. Non c’è bisogno di spiegare ai preti che incontriamo nelle parrocchie baiane che sono uomini: lo sanno benissimo. Mi ricordo l’impressione sconvolgente che ho avuto partecipando di una festa di lettorato e accolitato in seminario a Feira de Santana. Dopo la cerimonia solenne svolta con tutta la pompa necessaria al caso, è iniziata la festa nel cortile del seminario. E qui la festa bisogna intenderla nel senso letterale della parola. Sono rimasto impietrito vedendo sacerdoti, seminaristi, suore parenti e amici ballare sorridenti! Qualcuno aveva avuto il coraggio d’invitarmi e io, un pó indignato, ho declinato l’invito. Il vescovo André e l’Arcivescovo di Feira Santana erano presenti, non ballavano, ma chiaramente approvavano. È la cultura. Contesti differenti in culture differenti dalle quali c’è sempre da apprendere qualcosa. Un ministero un pò più umano non significa meno santo.  Questa è stata una delle scoperte più belle della missione, che senza dubbio voi sapete già. E così, come dicevo, mi prendo i miei tempi, come fanno i sacerdoti baiani. Nel mese di gennaio - che é il mese nel quale le mie parrocchie lavorano di più a causa dei progetti che in questi anni ho messo in piedi – ne approfitto per un pò di preghiera e per aggiornarmi. Il mese di gennaio é anche il periodo dei Forum Sociali ( ho già partecipato a due Forum Sociali Mondiali, uno regionale e uno continentale), che si sono rivelati esperienze stupende, sia per le nuove conoscenze che si riescono ad intessere, sia per i dibattiti che avvengono. Sempre in gennaio, poi avvengono gli incontri dei preti Fidei Donum presenti in America Latina o in Brasile, tutte occasioni utili per scambiare esperienze e respirare aria nuova. Non so se, tornando in Italia, riuscirei a prendermi i miei tempi. Da un lato, c’è la spiritualità del sacrificio che ci frega, dall'altra ci sono i laici che non ti lasciano respirare. Quando la scorsa domenica ho annunciato che nel mese di luglio sarei andato a visitare mia sorella, che vive a Toronto, varie persone si sono avvicinate dicendomi: “Padre, ci porti con lei nella valigia!”. Se fossi stato in Italia probabilmente mi avrebbero detto: “Sei sempre in giro”. In una parrocchia nella quale i laici assumono i servizi pastorali come funerali, battesimi, matrimoni, celebrazioni, il prete può anche permettersi il lusso di visitare i parenti e, ogni tanto ritirarsi per aggiornarsi un pó. Meditate gente, meditate.

4. Mi ricordo che nell’incotro che avevamo avuto qualcuno mi aveva chiesto perché ho chiesto di andare in missione. In realtà non ho mai desiderato di andare in missione, anche perché ho sempre avuto dinnanzi, sin da piccolo, il modello di prete diocesano, che mi bastava e avanzava. Quando negli anni settanta e ottanta passavano in seminario nel mese di ottobre i missionari, quel modo di essere sacerdote, che loro presentavano, non mi attraeva più di tanto. Anche durante gli studi di teologia il mio ardore missionario non era molto elevato. Tutto è cominciato quando, durante la preparazione al diaconato, ho deciso di dare la disponibilità anche per le missioni diocesane, più per un entusiasmo del momento, che per una vera convinzione missionaria. Dopo due anni di sacerdozio, nella quaresima del 1997, mi aveva colpito un articolo apparso sulla Libertà di don Luciano Pirondini, che a quel tempo era direttore del Centro Missionario, in cui si lamentava del fatto che pochissimi sacerdoti avevano dato la loro disponibilità per le missioni diocesane. Il giorno dopo andai direttamente al Centro Missionario per parlare con don Luciano e lui mi invitò di rinnovare la mia disponibilità alle missioni con il vescovo. Detto e fatto. Fu così che l’anno successivo, era il febbraio del 1998, il vescovo Paolo mi chiese se ero disponibile ad andare in Brasile a sostituire don Antonio Davoli, che aveva chiesto di rientrare dopo 17 anni di missione. Ricordo la sensazione di freddo polare che entrò dentro di me, sensazione di qualcosa che avrebbe cambiato radicalmente la mia vita. Il Signore si serve proprio delle briciole che gli offriamo per realizzare il so progetto.

Vi saluto, augurandovi di passare gli esami (in bocca al lupo) e di trascorrere sane vacanze. Aquele abraço
Pe Paolo Cugini



martedì 17 febbraio 2015

LA SOLITUDINE CHE UMANIZZA






Paolo Cugini

Non sempre ci pensiamo, ma c’è una solitudine che fa bene all’anima, che è necessaria alla nostra esistenza. Certamente c’è tutta una solitudine che ci fa male, che può aprire il cammino alla disperazione e alla frustrazione, ma ce n’è un’altra che, al contrario, può aiutarci a definire meglio la nostra esistenza, il nostro cammino. Per comprendere meglio ciò che intendo dire prendiamo come punto di riferimento un brano di Vangelo: Mc 1, 43s. Questo testo presenta una specie di dittico, due figure che vivono la stessa situazione esistenziale della solitudine, ma in maniera opposta. Da una parte, infatti, troviamo il lebbroso, che vive la solitudine per costrizione e, dall’altra, Gesù che la vive per scelta. Il lebbroso vive la solitudine come conseguenza del suo stato d’impurità. Dice, infatti, il libro del Levitico: “Sarà impuro finché durerà in lui il male; e impuro se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento” (Lev 13, 46). Il lebbroso potremmo indicarlo come il simbolo di tutte quelle situazioni di solitudine causate dal contesto sociale e culturale nel quale si vive, la cui tipologia è in continuo cambiamento. 

Ci sono solitudini che nascono dalla difficoltà d’inserirsi nel contesto sociale, o altre che si producono per la difficoltà ad entrare nei meccanismi competitivi. Forse, però, le solitudini che più feriscono e che lasciano profonde tracce nell’anima sono quelle che nascono dai sentimenti o dalle passioni. Quante persone separate vivono il dramma di una solitudine non voluta e non cercata e si trovano sole a causa della decisione del partner. Quante persone, poi, non riescono a trovare la persona con la quale condividere la propria esistenza. Non è facile uscire da queste solitudini. C’è la solitudine degli anziani, delle persone chiuse nei meccanismi del vizio, o a causa della condizione economica precaria. La società Occidentale si è costruita attorno a dei parametri di appartenenza molto rigidi, parametri culturali ed economici che tendono a creare costantemente nuove solitudini. Certamente dietro a tante solitudini ci sono responsabilità personali, scelte non fatte, paure e chiusure. In ogni modo, chi entra in un percorso di solitudine fa fatica a vivere serenamente e a venirne fuori.

Dall’altra parte c’è Gesù che viene dalla solitudine dell’adolescenza e della giovinezza e la cerca continuamente durante gli anni della sua attività pubblica. Per Gesù la solitudine non è un peso o una condanna ma, al contrario, una necessità. La cerca per ascoltare il Padre. E’ questo che lo riempie: l’amore del Padre. Lo vediamo nei momenti sia di grande successo per le opere realizzate, che nei momenti di tensione con i capi religiosi cercare luoghi isolati per consegnarsi alla preghiera. Per Gesù la ricerca della solitudine, lo stare da solo significa soprattutto questo: preghiera. La preghiera per Gesù si realizza nel dialogo con il Padre. E allora Gesù cerca la solitudine per stare da solo con il Padre, per riempirsi del suo amore. Gesù, quindi, non cerca la solitudine per fuggire dagli altri o dal mondo, ma per starci con qualcosa di significativo, per poter stare nel mondo con gli altri non in modo superficiale, ma pieno di significato. 

Il lebbroso sembra accorgersi di questa pienezza che emana la persona di Gesù, per questo si rivolge a Lui. Gesù non tratta il lebbroso come un ammalato da curare, ma come una persona da liberare. Si tratta, infatti, di una persona resa impura dal contesto sociale e religioso, situazione che di fatto lo ha isolato, rinchiuso dentro una solitudine. Che cosa fa Gesù per liberarlo? Prima di tutto lo ascolta, un ascolto che provoca il sentimento di compassione che penetra fin dentro la sua anima sino a condurlo verso di lui, per toccarlo e condividere la sua sofferenza. In questo modo Gesù riesce a consegnare al lebbroso una parola che lo libera, che lo rimette in piedi, che gli dona il coraggio di stare nuovamente assieme agli altri e, così, realizzare pienamente la sua umanità. 

Questa relazione profondamente umana tra Gesù e il lebbroso, relazione così umana e profonda che si trasforma in cammino di liberazione, è quello che la tradizione ha chiamato miracolo. Rifugiarsi nel miracolismo, nell’inusitato è una fuga spirituale per non assumere le proprie responsabilità nei confronti delle sofferenze del mondo. Il miracolismo esasperato diviene un modo per esigere l’intervento soprannaturale di Dio là dove Lui steso desidera che siamo noi ad intervenire. Del resto, che uomini e donne siamo, se non riusciamo a metterci in sintonia con le persone che soffrono, se non sappiamo ascoltarle, condividerne i dolori? La preghiera è autentica quando ci umanizza, quando cioè ci rende tali da condividere le sofferenze delle persone che ci sono vicine per potere consegnare loro una parola di salvezza. Parola che riceviamo dall’alto e che ci aiuta a reinterpretare la nostra esistenza, il nostro vissuto quotidiano affinché possa sempre di più assumere un significato nuovo. E’ la Parola di Dio il dono che ci aiuta ad umanizzarci, ad uscire dai cammini di morte che quotidianamente incontriamo in noi ed attorno a noi; è questa Parola che ci offre lo strumento per dare significato alle scelte che facciamo, un orizzonte entro il quale muoverci. E’ questa Parola che Gesù offre al lebbroso, non un semplice versetto, ma una Parola che riesce a mettersi in sintonia con il vissuto del lebbroso, anche perché Gesù prima di consegnargli la Parola si mette in cammino verso di Lui. 

E’ di queste parole che abbiamo bisogno. Sono queste parole che i cristiani dovrebbero saper dire al mondo, per quel cammino di umanizzazione che il Signore è venuto ad iniziare e che lo Spirito Santo continua ad operare dentro la storia. Questo cammino comporta l’abbandono degli spiritualismi disincarnati per abbracciare un cammino di fede più responsabile con se stessi e con il mondo che ci circonda.