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martedì 14 ottobre 2025

AMORE E PROFEZIA

 



l’insolubile legame Che Trasforma il Mondo

 

Paolo Cugini

In un’epoca in cui spesso ci si ferma alle apparenze e le relazioni rischiano di diventare superficiali, accostare le parole amore e profezia può sembrare quasi un ossimoro. Eppure, queste due dimensioni sono unite da un vincolo profondo e inscindibile: solo chi ama davvero riesce a vedere oltre ciò che è immediatamente visibile agli occhi. L’amore, infatti, non si limita a sentimenti passeggeri o a emozioni effimere, ma diventa una forza capace di penetrare le tenebre e di percepire la luce, anche quando tutto sembra buio.

Amore e profezia. Sembra strano, ma è un binomio strettissimo. Solo chi ama riesce a vedere oltre l’apparenza. Amare non significa accettare passivamente ciò che ci circonda, ma saper scorgere i segni nascosti di speranza e cambiamento anche nei momenti più difficili. L’amore autentico ci rende capaci di ascoltare il cuore della realtà e di riconoscere la promessa dell’aurora anche nell’oscurità più profonda. Solo chi ama profondamente desidera una giustizia che vada oltre il proprio interesse personale. Solo chi ama desidera la giustizia, perché non sopporta le disuguaglianze e grida contro ogni forma di sopruso. L’indifferenza è il vero nemico della profezia: chi ama non può voltarsi dall’altra parte di fronte all’ingiustizia, ma diventa voce che denuncia e braccia che costruiscono. Amare significa anche non tacere di fronte al male, ma prendere posizione, rischiare, impegnarsi in prima persona.

Questi sono i tratti del profeta, che viene da una profonda esperienza d’amore, dalla ricerca quotidiana del volto del mistero che intravede nella storia. Il profeta non è un visionario isolato o un semplice predicatore, ma una persona che, attraverso l’amore, si mette in ascolto del Mistero che abita la realtà. È la passione per il bene e la ricerca costante di senso che lo spinge a leggere la storia con occhi nuovi e a intravedere possibilità laddove gli altri vedono solo limiti. È il profeta, che è l’uomo o la donna dell’amore profondo del Mistero, ad essere portatore di pace, costruttore di ponti, lavoratore instancabile per costruire alleanze.  In un tempo segnato da divisioni, diffidenze e conflitti, il profeta è colui che sa abbattere i muri e gettare ponti tra le persone. La sua è un’opera silenziosa ma straordinaria: cerca la pace, semina speranza, costruisce alleanze durature perché radicate nell’autenticità dell’amore.

In un mondo che ha bisogno di profeti, ognuno di noi può scegliere di amare con profondità, guardando oltre le apparenze e impegnandosi per una giustizia vera e una pace possibile. La profezia, allora, non sarà solo parola, ma vita vissuta, testimonianza concreta che un altro mondo è possibile quando l’amore diventa la nostra luce guida.

sabato 6 agosto 2022

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME

 



Tema degli esercizi spirituali

Galeazza 1-4 settembre 2022

Paolo Cugini

 

Secondo il sociologo francese Guillaume Cuchet, una delle cause del processo di scristianizzazione in atto nel mondo occidentale, è la fine della religione del precetto, “l’uscita dalla cultura della pratica obbligatoria”. A mio avviso, c’è del vero in questa affermazione. Liberi dall’obbligo del precetto, finalmente abbiamo la possibilità di scoprire il significato profondo della consegna che Gesù ha fatto la sera dell’ultima cena, quando ai sui discepoli (e, probabilmente, alle sue discepole) ha detto: fate questo in memoria di me.

Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1). Il Vangelo è una storia d’amore. Gesù ha comunicato il suo messaggio creando delle relazioni amicali, vivendo con i suoi amici e le sue amiche, stando con loro, dedicandogli tempo, disponibilità per rispondere alle loro domande e perplessità. Sembrano riflessioni banali o, uno sforzo di voler mostrare a tutti i costi il lato umano di Gesù.

Il problema è che secoli e secoli di obblighi, precetti, imposizioni, minacce, penitenze – tutta roba che con il Vangelo e il messaggio di Gesù non ha nulla a che fare – ci hanno fatto perdere di vista l’essenziale, il cuore del vangelo, vale a dire che la divinità Gesù ce l’ha comunicata con la sua umanità. Chi non riesce a staccarsi di dosso la religione dell’obbligo e dei precetti fa tantissima fatica a mandare giù queste affermazioni. Chi si è abituato a vedere il sacro nella forma, nei pizzi dorati, nei candelabri, nei piviali ricamati, trova impossibile pensare che la dignità di Dio si possa trovare negli stracci puzzolenti di un povero, oppure, nel gesto umano di uno sguardo, un sorriso, una mano tesa.

Trascorrere tre giorni a sfogliare le pagine del Vangelo, rimanere in silenzio, meditare, scrivere su un quaderno le nostre riflessioni- è questa la proposta degli esercizi spirituali-, non è tempo perso. Può, invece, aiutarci a riscoprire il tesoro nascosto, la perla perduta, il dono che il Signore ci ha fatto della domenica, creata non per finire i lavori rimasti indietro, ma per riposarci in Lui, fare esperienza della sua presenza, del suo amore.

 

 

martedì 10 maggio 2022

BAUMAN E IL CONSUMISMO

 



Festival della filosofia – Modena 2012

 

Sintesi: Paolo Cugini

Affaticamento da soddisfazione. Diritto di escludere e gettare.

Problema: quando trasferiamo i criteri di come usiamo le cose alle relazioni umane.

Oggi un elemento fondamentale è il principio del piacere, che trasferiamo nel consumismo.  Se l’unico obiettivo è la soddisfazione anche nei rapporti, quando non c’è più soddisfazione, ci sentiamo liberi di andarcene. Si cerca la soddisfazione per arrivare all’obiettivo, poi si esce dalla relazione per cercare un’altra soddisfazione.

Atto di liberazione: libero di uscire da un rapporto. L’atto di liberazione crea situazioni pesanti, stato di ansia. Se la controparte ci abbandona cosa succede?  Rischio di diventare una cosa, di essere gettabile, sostituibile.

Problema: mancanza di forza nei rapporti di oggi che genera l’ansia permanente, il timore di essere scartato. Viene a meno la reciprocità. Sgretolabilità delle relazioni di oggi.

Rete: è facile entrare come è facile uscire. Comodità, convenienza. Tutto ciò sgretola la logica delle relazioni di un tempo. Non c’è più bisogno di dare spiegazioni.  L’aspetto morale di ciò è nascosto, meso da parte. La superficialità delle relazioni, tutto è molto più debole. Stiamo scivolando sulla superficie delle cose, non abbiamo i piedi fissi per terra. Oggi è difficile fare promesse in questo contesto consumista.  Tranquillanti morali. Non c’è più colpa. Ogni singolo essere umano ha questa nuova modalità di morale interna.  Trascuriamo i doveri che abbiamo.

L’amore è al contrario della cultura del consumismo. L’amore significa impegno eterno, richiede sacrificio, cedere parte di sé.  Oggi ci viene fatto credere che la felicità si trova attraverso il consumo.

Vecchio modo per raggiungere la felicità: chiacchierare, stare con gli amici, la famiglia, un lavoro ben fatto.  I mercati ci offrono tentazioni continue. A livello sociale il problema è ancora più profondo. Non ci sono più modelli comunicativi se non l’aumento del PIL.

Soluzioni: ricordiamoci che siamo umani, diversi da tutti gli altri, siamo capaci di pensare, parlare, possiamo scegliere, capire la nostra situazione.  Possiamo darci un taglio a consumare. Il cittadino del XXI secolo morirà a causa di guerra che qualcuno vuole qualcosa che noi abbiamo.

giovedì 21 ottobre 2021

TI APSETTO NEL SILENZIO




Paolo Cugini 

Cammino su quel sentiero che costeggia il canale, immerso nei miei pensieri di sempre, che scorrazzano tra passato e futuro, lasciando in disparte il presente. Non cerco delle risposte. Le ho già avute. Non cerco nemmeno delle certezze. Non ne ho bisogno e poi non sono reali. Cerco Te.

Vorrei sentirti, percepirti. Vorrei sentirti in quel modo palpabile che non lascio spazio a dubbi, quel modo che riempie in un istante l’anima, la mente. Percepirti in quel modo che mi fa muovere immediatamente verso di Te, in modo esclusivo, in quell’esclusività che diventa spazio per tutti e tutte.

Ti cerco di notte nel silenzio di una chiesa buia. Non c’è nessuno e questo mi emoziona. Non c’è nessuno, per questo sono qui. Ti sento nel silenzio del buio di una chiesa. Sento il Tuo respiro, il Tuo sguardo su di me, che mi ridona vita, mi fa sentire amato, voluto, desiderato.

Ed è questo amore sensibile che riempie la mia anima in un istante, che riorganizza i miei pensieri, li toglie dall’affanno di cercare altrove, dona al tempo una bellezza che diviene voglia di vivere adesso. Smetto di pensare altrove, di perdermi nelle immagini di un futuro ipotizzato, semplice fuga momentanea per ingannare quel tempo che ora si è riempito di senso.

Per questo ti cerco. Nel silenzio. 

martedì 23 febbraio 2021

IL TUTTO NEL FRAMMENTO

 



Paolo Cugini

 

 

Non avere paura di ciò che è piccolo, di ciò che sembra minore, perché la grandezza non s’identifica con la qualità.

Non avere vergogna dell’umiltà della tua casa, perché la bellezza è nelle persone con cui vivi.

Non pensare di essere sfortunato, perché la massima fortuna è nel tuo respiro.

Non cercare altrove ciò che hai vicino a te.

Non disprezzare i frammenti che incontri nella vita, perché in ognuno di loro c’è il tutto che vai cercando.

Tutto l’amore nel frammento della mia casa, del mio paesello, della mia famiglia, della mia comunità. Per questo, non ha senso cercare altrove ciò che si trova sotto il naso. Occorre solo porre un po' più di attenzione, per accorgersi che il dono è esattamente lì dove vivo.

Vincere, allora, la tentazione di credere che la felicità sia lontana da dove viviamo, che occorre cercarla altrove, mentre, in realtà, l’altrove è proprio dove si vive, dove s’intessono le relazioni quotidiane, che esigono tempo, pazienza, dedicazione.

Il tutto dell’amore in quelle persone che incontri ogni giorno.

Il tutto dell’amore nel frammento di un fiore.

Il tutto della vita nel frammento di un passero che vola.

Il tutto della gioia del mondo, nel frammento del suolo che calpesti ogni giorno.

Il tutto della gioia di vivere è nel frammento del tuo cortile.

E allora, se vuoi gustare il tutto, osserva i frammenti.

giovedì 21 gennaio 2021

LA FERITA NON E' IL TUTTO




Paolo Cugini

 

È già il segno di un grande cammino spirituale ed umano riuscire a guardare senza paura la ferita che ci brucia dentro l’anima, senza cercare di nasconderla, come di solito facciamo. Quando poi impariamo a non identificare la ferita con il tutto della nostra identità vuole dire che di strada dentro di noi ne abbiamo fatta e tanta. La ferita, infatti, non è il tuto dell’esistenza, ma un aspetto del cammino. Vincere la tentazione di lasciare che il sangue della ferita ci devasti di paura richiede molta energia spirituale. Occorre avere chiaro l’orizzonte della propria esistenza per non farsi sorprendere dai sentimenti negativi del momento. Ed è proprio in questi attimi di possibile disperazione che emerge con forza il cammino fatto o non compiuto. Prendersi tempo per curare la ferita, per lasciarsela curare, per permettere all’amore di entrare là dove la paura ha preso il sopravvento. Tempo e amore vanno sempre in compagnia, perché non si ama davvero se non ci si dà il tempo di amare e lasciarsi amare. Ed è nel tempo che la ferita lentamente si chiude, lasciando probabilmente una lieve cicatrice, necessaria per ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

La ferita dell’anima è anche sintomo della vita che ci richiama ad un’armonia infranta. Nel vortice degli eventi della vita quotidiana a volte ci dimentichiamo di noi stessi. Un giorno, una ferita, ci obbliga a fermarci, a guardarla e, tanto più è profonda, tanto più necessita di cura. Benvenute le ferite profonde che ci obbligano a sederci, a piangere dal dolore, a pensare alle cause, a come è potuto succedere, infine, a pensare un po' a sé stessi. È curando le ferite che scopriamo che il tempo dedicato a noi stessi, non è un lusso che ci concediamo, ma un dono che tonifica l’esistenza. E allora, lentamente, le lacrime si trasformano in sorrisi, il pianto in allegria, il dolore in amore. Perché, come diceva Gesù, non possiamo amare gli altri se prima non amiamo noi stessi. Non possiamo chinarci sulle ferite degli altri, se non abbiamo imparato a curare le nostre.

Grazie, Signore, del dono della ferita. E della gioia della cura, che riempie il cuore e dona la forza di continuare il cammino con una maggiore consapevolezza di sé.

 

martedì 29 dicembre 2020

LO SGUARDO




Paolo Cugini

 


 

Ci sono sguardi e sguardi. Non tutti gli sguardi sono uguali.

Ci sono sguardi anonimi e altri che ti fanno emozionare. Sguardi che ti prendono e altri che ti lasciano. Sguardi che scivolano via come la pioggia sulle foglie, e sguardi che penetrano come la pioggia sulla terra riarsa. Ci sono sguardi che ti feriscono e altri che ti danno la vita. Ci sono sguardi che ti lasciano indifferente e altri che ti portano via.

Lo sguardo dell’altro è il balsamo nella vita. Senza lo sguardo dell’altro non so chi sono e rischio di essere avvolto dalle illusioni, dalle idee su me stesso e non dalla realtà. Senza uno sguardo sincero non divento ciò che posso essere. E se quello sguardo è carico d’amore, allora potrò divenire finalmente me stesso. Per favore, guardami.

Se nessuno mi guarda la solitudine uccide la vita. Se qualcuno mi guarda la vita torna a sgorgare nelle vene e provoca la voglia di organizzare il futuro, di fare progetti.

Il tuo volto io cerco: non lasciarmi senza il tuo sguardo.

lunedì 28 dicembre 2020

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

 




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

 

Sintesi: Paolo Cugini

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

 

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.

 La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.

 


In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri.

 

 

sabato 12 settembre 2020

ANNUNCIARE IL VANGELO OGGI

 




FONDAZIONE MIGRANTES

 

ENZO BIEMMI

Roma 12 settembre 2020

 

Sintesi: Paolo Cugini

 

Attraverso una vita donata al Vangelo provo a dire ciò in cui credo.

1.Il cambiamento d’epoca e la figura di un cristianesimo di libertà e di scelta. È finito per il cristianesimo nella sua forma sociologica, quel cristianesimo nel quale non si poteva essere nient’altro che cristiani.

Tre passaggi:

1.       Si diventa cristiani

2.      Si nasce cristiani e non si può non esserlo

3.      Non si nasce più cristiani, si può diventarlo

 Ci sono altre forme per vivere bene la propria vita. La vita cristiana torna al suo statuto originario di proposta libera. La cultura attuale trasmette la libertà religiosa. La risposta negativa è quello della nostalgia: moltiplicare le azioni per riportare la situazione a quando il cristianesimo era la maggioranza. Oggi abbiamo l’opportunità di offrire il Vangelo come scelta.

2. Siamo una minoranza, ma gioiosa. In questo contesto plurale siamo tornati ad essere quello che eravamo all’inizio. Minoranza gioiosa. Dopo la monocultura, l’appello dello Spirito è quello di abitare la biodiversità culturale e religiosa. Recuperare lo spirito della lettera a Diogneto. Il problema del cristianesimo è quello di decidere quale minoranza vogliamo essere. Non siamo una setta, un rifugio rispetto alla complessità della storia. Non vogliamo essere una minoranza contro, prigioniera del risentimento. È la tentazione più forte per chi è stato a lungo una maggioranza.

Siamo chiamati ad essere una minoranza a favore, inserendo una profezia, una differenza che segnala che il Vangelo può donare qualcosa agli uomini e alle donne di oggi.

Il cristianesimo della grazia. Gesù è il salvatore di tutti. Lo Spirito Santo comunque è incluso in tutti i cuori. La fede come adesione esplicita non condizione l’amore dello Spirito e non è necessario per la salvezza. Lo spirito non è legato ai sacramenti.

Gaudium et spes 22: Cristo è morto per tutti. Dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo lavora per entrare in contatto con tutti con il mistero pasquale.

3.La fede cristiana è in se stessa nell’ordine del non necessario per quanto riguarda la salvezza. La gente non la ritiene più necessaria per vivere. È Dio stesso che in Cristo Gesù ha deciso di rendersi non necessario. È in sé disponibile senza mai imporsi e non condiziona la risposta. Ha donato a tutti lo Spirito. Ciò che è necessario a tutti alla salvezza è l’amore, la carità. Non saremo giudicati sulla fede ma sull’amore. In tutti e tutte c’è una grazia prima o una fede elementare, una fede pratica, fede di seconda mano e che in qualcuno, per una grazia seconda (Gv 1,17) di aver incontrato il Signore Gesù. Oppure la fede del discepolo o la fede confessante. Qualcuno. Gesù nel Vangelo ha 12 apostoli, delle discepole e tante persone che lo seguono. Non c’è una sola forma di vivere la fede. Testimoniare la fede in un contesto secolarizzato segnato dalla pluralità dai percorsi umani. Una fede fatta passare come necessaria non ha più senso oggi. Il vangelo ci precede.




4. La necessità dell’evangelizzazione. Si può vivere senza incontrare la perla rara, ma quando la s’incontra cambia la vita. Non possiamo rinunciare ad annunciare il Vangelo. L’evangelizzazione è necessaria:

a.     Per noi stessi che abbiamo ricevuto la grazia seconda. Siamo nello spazio dell’esigenza intrinseca.

b.    1 Gv: perché la nostra gioia sia piena. Manca qualcosa alla nostra gioia finché questo non è condiviso.

c.     EG: perché non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo. È per questo che noi evangelizziamo.

5. il Vangelo come grazia di umanità. Arriviamo e Dio è già li. La fede cristiana è un dono a tutti per diventare più umani e rendere più umano il mondo. Al centro del credo c’è un’affermazione: per noi uomini e per la nostra salvezza: per l’umano e per la sua pienezza. Conseguenza: lavorare ispirati dal Vangelo per rendere più umano la vita di un fratello e una sorella è sufficiente. C’è bisogno di qualcuno che esca e che lavori per l’umano ispirato dal Vangelo. C’è un umano che è portatore di un Vangelo.

6. La chiesa luogo ospitale di racconti. La fede cristiana non è una filosofia di vita, è una relazione che prende forma nella storia: una relazione in corso. La Chiesa è prima di tutto uno spazio di narrazione, una casa nella quale risuonino i racconti delle storie delle salvezze. Luogo che protegge e favorisca i racconti e intreccia le grandi narrazioni delle meraviglie di Dio, con le proprie storie di salvezza. Gli altri devono vedere in noi la verità dei racconti che facciamo e fanno spazio ai loro racconti. La Chiesa come locanda dei racconti.

7. Il contenuto della catechesi: la persona di Gesù, il Kerigma. Francesco EG 154: Gesù Cristo ti ama ed è vivo al tuo fianco. Dobbiamo annunciare questa cosa. C’è bisogno di qualcuno che ci dica: guarda che Gesù Cristo ti ama. Non sarà completo, ma è generativo. Altro termine del Kerigma che Francesco indica è: misericordia.

8. I contenuti della catechesi. Nella Tradizione della Chiesa sono stati custoditi i contenuti, che hanno la funzione di salvaguardare il contenuto e di non deturpare il volto di Gesù. C’è stato un grande sviluppo. Tutti questi contenuti sono le esplicitazioni cognitivi, morali, rituali, etiche che scaturiscono dalle Scritture. Il libro della catechesi è la Sacra Scrittura. Gli altri testi sono sussidi, mediazioni. Quattro sintesi: Credo, Sacramenti, comandamenti. Padre nostro.




9. La fede: una fiducia intelligente. Dio si è consegnato ai nostri racconti e anche alla nostra intelligenza. L’annuncio regge al dialogo con le grandi domande della vita e della cultura. La ragionevolezza della fede è esigenza di tutti e di tutte. L’annuncio è pertinente in questa condizione culturale? È questo che mi devo porre come domanda. Ho desiderato vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto (Agostino). Il pensare è costitutivo della fede per riconoscere l’identità di colui che ci è venuto incontro. Sensatezza dell’atto del credere, la sensatezza della speranza. In questo orizzonte c’è spazio per il dubbio. Occorre autorizzare ad essere sempre critici. Paul Claudel: il dubbio è un omaggio della libertà di Dio all’uomo.

10. Per una fede popolare. Legittimazione di una figura di fede vivibile da tutti, in particolare dalle persone più semplici, che sgorga dai problemi della vita, con tutte le dimensioni della vita (gesti, affetti, ecc.). Valore della religiosità popolare. La religiosità popolare è sorta come antidoto a forme di espressioni della fede tropo dotte. È alimentata da tre esigenze:

a.      semplicità del rapporto con Dio.

b.      Possibilità di una relazione diretta, e non solo mediata dai sacerdoti. Immediatezza

c.      Relazione utile.

C’è una profezia nella religiosità popolare. Recuperare un cristianesimo popolare che entri in rapporto di reciprocità con il cristianesimo tradizionale e dotto.

 

 

 

 

martedì 28 maggio 2019

PREPARANDOSI ALLA VEGLIA DI PREGHIERA PER LE VITTIME DELL'OMOFOBIA





Le Lettere di Alex – Cattolici LGBT 2019: in frontiera alla veglia annuale di preghiera per il superamento dell’omofobia

Omofobia, xenofobia e violenza di genere: problematiche unificate sotto la medesima sensibilità che deriva dai medesimi dolori, quelli dell’esclusione. Lo spirito del mondo e lo Spirito di Dio ispirano atteggiamenti diametralmente opposti nei confronti del “diverso”, nei confronti cioè dei frutti multicolori del creato, che in Cristo trova la sua massima realizzazione emergendo dal peccato. Il dramma è che spesso si traveste lo spirito del mondo con le mentite spoglie di uno spirito di dio (minuscole volute) al servizio della nostra ignoranza, delle nostre fobie, dei nostri interessi, della nostra violenza o indifferenza. La frontiera, luogo della marginalità, punto d’incontro col “diverso”, è però il luogo privilegiato da Gesù in tutto il Vangelo. È luogo di Gesù, nella sua somiglianza e vicinanza agli ultimi e nella sua cura verso tutte le espressioni dell’amore. Cura che lentamente si sta manifestando nella sua Chiesa.

Non temere perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni, sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo (Isaia 43, 1-4).

Le veglie annuali per il superamento dell’omofobia, transfobia e delle intolleranze attraversano, a metà maggio, numerose città italiane e al momento paesi come Malta, Ungheria, Spagna e Cile. I dolcissimi versetti di Isaia 43, 1-4 sono quelli che Dio ha rivolto quest’anno ai suoi figli LGBT. Suor Anna Maria Vitagliani segue un gruppo di preghiera di persone appartenenti all’associazione di credenti LGBT “Ponti Sospesi”. Alla veglia di Napoli, celebrata domenica 19 Maggio 2019 al Tempio Valdese di Via Dei Cimbri, la suora milanese ha parlato di Spiritualità delle frontiere: «Frontiera è una parola che, soprattutto oggi in questi tempi, si associa spesso a muri e a luogo non pacifico. L’accezione di ‘frontiera’ intesa dalla Spiritualità delle frontiere ha origine dalla Bibbia: qui, fin dall’inizio, la frontiera è il luogo in cui il primo uomo si incontra con la donna, con l’altro e quindi la frontiera è il luogo dell’uomo di fronte all’altro uomo, uomo che per definizione è “altro da me”.

È quindi luogo d’incontro dell’alterità, qualunque essa sia. E può essere luogo d’incontro nella fiducia, nella pace, nell’ascolto reciproco, oppure anche, e spesso purtroppo è così, luogo di scontro caratterizzato dalla paurapaura dell’altro, di ciò che è diverso da me, che genera sofferenze, fatiche e conflitti. Questa frontiera può essere geografica, luogo di incontro tra popoli diversi. E ci sono anche le frontiere esistenziali, quelle che – in fondo – ognuno di noi porta dentro e che oggi si può dire siano quei luoghi abitati da persone che ancora si sentono e vivono in una situazione di frontiera o periferia esistenziale; persone che abbiamo ascoltato in questa veglia con le loro testimonianze». Per suor Anna Maria «è una fortuna ascoltare e accompagnare persone che oggi – e speriamo che questo non sia per sempre – abitano queste frontiere esistenziali, come le persone LGBT, i migranti e le persone separate in situazione di nuova unione».

L’équipe di Spiritualità delle frontiere è nata alcuni anni fa, composta oltre che da suor Anna Maria, da padre Pino Piva, gesuita, e don Christian Medos. Essa è partita dall’intuizione legata all’accezione di ‘frontiera’ e dalla considerazione che «la prima persona che ha abitato una frontiera esistenziale, una frontiera geografica, è stato lo stesso Gesù. Perché Gesù è vissuto a Nazareth di Galilea. Nella Palestina del tempo la Galilea era periferia e Nazareth era la periferia della periferia. Nel Vangelo stesso, Natanaèle si domanda: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” Si! È venuto Gesù di Nazareth, proprio dalla frontiera, dalla periferia. E quando Gesù risorge, lo abbiamo letto nei Vangeli di Pasqua proprio poche settimane fa, un angelo si manifesta alle donne – altra “periferia” – e dice: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Quindi ogni frontiera, ogni periferia è già abitata dal Signore Risorto, e dal suo Spirito che precede chiunque vada verso quella frontiera. Questo è molto importante perché vuol dire che andare in una frontiera geografica o esistenziale significa prima di tutto mettersi in ascolto di chi la abita e dello Spirito del Signore che, in quella frontiera e nel cuore di quella persona, già sta lavorando. E quindi io non debbo portare Dio o una parola che sia già la risposta a tutte le domande possibili, ma mettermi prima di tutto in ascolto delle persone e dello Spirito che in quelle persone, in modo privilegiato direi, già lavora. Gesù è stato un uomo di frontiera, e negli Atti degli Apostoli vediamo lo Spirito Santo che spinge gli apostoli ad andare verso le frontiere e, quando gli apostoli ci arrivano, scoprono che lo Spirito già sta lavorando. Lo devono solo riconoscere e assecondare».

“Spiritualità delle frontiere” significa questo per l’équipe di suor Anna Maria, che si occupa soprattutto di accompagnamento spirituale di persone che quella frontiera la abitano e di formazione degli operatori pastorali che, in ascolto, giungono in quella frontiera, preceduti dallo Spirito. La vocazione di suor Anna Maria, con le persone LGBT, consiste infatti nel «mettersi in ascolto di queste persone, delle loro realtà, dei loro vissuti, della loro esperienza del Signore e accompagnarli a crescere e rifiorire pienamente in umanità e nella fede in quel Dio che già abita ciascuno e di cui ognuno ha già esperienza, a partire dalla propria condizione». A giugno di tre anni fa, su TV2000, suor Anna Maria insieme a padre Pino Piva e ad Antonio De Chiara (presidente di “Ponti Sospesi”) ha potuto raccontare un importante tragitto del suo percorso in frontiera, ricevendo “ufficialmente” dalla “TV dei vescovi” un profondo ascolto, proprio quell’ascolto di questo Spirito che predilige la frontiera e che in essa mostra la ricchezza delle diversità e la grandezza e la varietà imperscrutabile dei misteri della vita e dell’uomo. Misteri a cui lo spirito del mondo spesso si avvicina con paura e addirittura disprezzo, ma che lo Spirito Santo sta lentamente mettendo in luce, accompagnando col Suo amore il cammino della civiltà.


giovedì 30 agosto 2018

UNA CHIESA BAGNATA DAL SANGUE DEI MARTIRI

Immagine che si trova nella cappella della UCA




Paolo Cugini

Il nostro viaggio continua visitando i luoghi del martirio di una chiesa che ha pagato un prezzo durissimo per aver abbracciato la croce di Cristo e vissuto fin in fondo il Vangelo.

Abbiamo visitato la parrocchia in cui il 20 gennaio 1979 padre Octavio Ortiz, un giovane prete di 34 anni e quattro giovani che partecipavano ad un ritiro spirituale, furono barbaramente uccisi da un grande contingente della forza di sicurezza nazionale. Il costante lavoro nelle Comunità Ecclesiali di base di padre Octavio è stato il motivo per accusarlo di sovversivo e comunista. I regimi dittatoriali non tollerano qualsiasi tipo di pensiero contrario e, di conseguenza, colpiscono ogni forma che possa indurre il popolo a pensare e cioè ad aprire loro gli occhi. Ebbene, i quadri del potere politico e militare, interpretarono le giornate di ritiro spiritale, che padre Octavio stava realizzando con un gruppo di quaranta giovani dai 13 ai vent’anni, come un momento di riunione sovversiva, comunista e, quindi, anti-governativa. Nella sala parrocchiale sono affissi i quadri di padre Ottavio e dei quattro giovani uccisi. L’obiettivo è mantenere viva la memoria, anche perché, uno degli strumenti più forti della dittatura è la menzogna, il fare di tutto per eliminare le prove dei loro misfatti. I tanti morti che il popolo salvadoregno ha sofferto negli anni della guerra civile (1980-1992) sono dovuti anche al tentativo costante di eliminare qualsiasi testimone.

Immagine di padre Octavio Ortiz nella parete del salone parrocchiale

Poema in memoria di pe Octavio

Pomeriggio alla UCA (Università del Centro America, fondata dai gesuiti nel 1965) teatro di uno dei più violenti e impressionanti massacri da parte della forza di sicurezza nazionale. Come ci ha spiegato la prof.ssa Suyapa si è trattato di un vero e proprio agguato studiato a tavolino e organizzato, affinché non fuggisse nessuno di quelli che il potere aveva deciso di uccidere, di togliere di mezzo. Da un settore ultra-conservatore dei comandanti militari dell’esercito salvadoregno, i padri gesuiti, che detenevano l’alta direzione e la cattedra all’interno dell’università, erano considerati sospetti di appoggiare la Teologia della Liberazione e, di conseguenza, di appoggiare i guerriglieri del FMNL (Fronte per la liberazione della Nazione) e per questo sovversivi. Il 16 novembre del 1989 in un attacco ben orchestrato dalle forze dell’esercito, vengono uccisi sei sacerdoti della Compagnia di Gesù (gesuiti), assieme a due impiegate domestiche. Gli autori del crimine, oltre ad aver bruciato il Centro Oscar Romero, lasciarono prove false per accusare la guerriglia del misfatto. Le vittime furono:

·         Ignacio Ellacuria (spagnolo, rettore dell’Università)
·         Ignacio Martin Barò (spagnolo, vicerettore accademico)
·         Segundo Montes (spagnolo, direttore dell’istituto dei Diritti Umani dell’UCA)
·         Juan Ramon Moreno (spagnolo, direttore della biblioteca di teologia)
·         Armando Lopez (spagnolo, professore di filosofia)
·         Joaquin Lopez y Lopez (salvadoregno, fondatore dell’università e stretto collaboratore)
·         Elba Ramos (Salvadoregna, impiegata domestica)
·         Celina Ramos (salvadoregna, impiegata domestica)

Entrando nella cappella dell’università sono ben visibili sulle pareti pitture raffiguranti persone torturate. Sempre all’interno dell’UCA è stato riservato uno spazio che mantiene viva la memoria del martirio dei gesuiti, dei massacri e delle torture realizzate in quegli anni. C’è, infatti, un museo, non solo con gli oggetti personali dei gesuiti, ma anche un archivio di foto terrificanti delle persone uccise e torturate. E’ la testimonianza di una violenza spaventosa con l’obiettivo unico di far tacere per sempre i testimoni della verità, facendo di tutto per cancellare le prove. C’è un canto della liturgia brasiliana che dice: “se fate tacere la voce dei profeti, le pietre parleranno”. E’ proprio questo che è successo a San Salvador. Il potere politico- militare non sopportava le accuse dei gesuiti, che costantemente lo accusavano delle ingiustizie nei confronti dei poveri e dei contadini.

La prof.ssa Puyapa ci spiega gli eventi avvenuti nella UCA

Immagini che ritraggono i sei gesuiti e le due domestiche morte nell'agguato del novembre 1989

Cappella della UCA

Diceva Ignacio Ellacuria, considerato la mente del gruppo dell’UCA: “Occorre fare tutto il possibile affinché la libertà sia vincente sull’oppressione, la giustizia sull’ingiustizia, e l’amore sull’odio”. Parole che sanno di Vangelo e che, per questo, davano fastidio a chi aveva la coscienza sporca, per chi sfruttava i poveri contadini per il proprio profitto. La prof.ssa Suyapa ci ricordava che Ignacio Ellacuria: “era uno stretto collaboratore di Monsignor Oscar Romero; e quando fu assassinato, la sua voce di denuncia, la radicalizzazione del suo impegno verso i più poveri, la critica dell'oligarchia, del potere politico e militare, crebbero così tanto da divenire scomodi allo Stato e alla classe dirigente che lo uccisero assieme ai suoi compagni di lotta. La sua morte, lungi dall'affogare il suo pensiero, è diventata un'eco che ha risuonato, non solo nel popolo salvadoregno, che non lo dimenticherà mai, ma in tutto il mondo, diffondendo e studiando il suo lavoro, acquisendo nuove dimensioni di rilevanza sociale, significato intellettuale e influenza religiosa”.

Parete centrale della cappella della UCA

Ascoltando le testimonianze di questa chiesa martirizzata del Centro America, testimonianze che fanno eco ai martiri della chiesa sudamericana, fa molto pensare la piega carismatica che ha preso il cammino ecclesiale di questa regione. Mi chiedo: com’è stato possibile? Com’è possibile passare da un cammino di chiesa che si fa povera per camminare assieme ai poveri al punto di rischiare la propria vita, cammino che incarna il Vangelo, denunciando senza paura le ingiustizie dei potenti, ad una cammino ripiegato nel tempio, riducendo il rapporto con Dio alla sfera intimistica, senza alcun rapporto con la realtà circostante, anzi infischiandosene proprio? Per non parlare, poi, dello stile ecclesiale che troviamo a casa nostra in Italia, che per esprime la relazione con Dio abbiamo bisogno di liturgie sfarzose, i famosi pontificali. Eppure, i martiri salvadoregni, c’insegnano che il cammino tracciato da Gesù e da loro fedelmente incarnato e contestualizzato, si realizza non nel tempio, ma sulla strada, non con liturgie e canti che parlano di un divino tutto schiacciato sullo spirituale, ma di un Dio incarnato nella vita dei poveri. Il sangue dei martiri salvadoregni ci richiama al Vangelo di Gesù, al suo amore per noi, all’amore di Gesù per il Padre, un amore che, facendosi carne, diviene denuncia contro le forme di oppressione e di sopruso. E’ di questo Vangelo che abbiamo bisogno. E’ la fede nel Dio che si è manifestato in Gesù Cristo che deve alimentare la nostra anima, e non la religione alienante, che ci distoglie dai problemi che esigono, invece tutta la nostra attenzione e la nostra capacità di discernimento. E’ il sangue dei martiri che da sempre fa la chiesa, perché la riporta alla sua origine, l’amore crocefisso di Cristo, alimento della nostra vita che dà significato ai nostri giorni.