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domenica 27 ottobre 2019

LA DONNA NEL CORANO ISLAM E CONDIZIONE FEMMINILE




Reggio Emilia 27 ottobre 2019

Sintesi: Paolo Cugini

Ferial Mouhanna (scrittrice)
Paolo Branca (professore universitario)

Questo tema è molto dibattuto. Il libro cerca di andare alle radici del problema. Spesso si parla solo di un aspetto del problema. La questione di genere sta mutando in tutto il mondo e il cambiamento di ruolo della donna non è solo un problema della cultura islamica. Ferial è mussulmana e quindi affronta il problema dall’interno.

È un libro impegnativo perché espone la complessità della questione. Tutte le relazioni sono problematiche. La relazione di genere è la prima relazione di generalità in cui ci troviamo inseriti. Altra questione importante è quella della fratellanza. Bisogna prendere le distanze dalla lettura buonista della fratellanza. Essere fratelli non è sempre comodo. La questione di genere è così delicata che in tutta la storia dell’umanità c’è stato un problema nel rapporto maschio e femmina.

Il linguaggio in cui è scritto il Vangelo è maschilista. Es.: la mamma de figli di Zebedeo: è senza nome. Es.: suocera di Pietro, non c’è traccia della moglie di Pietro e del nome della suocera. C’è una struttura patriarcale. Nel Corano non c’è la lapidazione dell’adultera, nella Bibbia sì. Anche nel cristianesimo le donne consacrate si nasconde la femminilità.
Ferial Mouhanna: Il sistema religioso viene costruito pian piano e fa un percorso autonomo e si confronta e interagisce con l’ambiente esterno. Il sistema religioso mussulmano è diventato un sistema chiuso, creando contraddizione con l’ambiente esterno. Per quanto concerne la donna il Corano ha sancito una parità assoluta fra uomo e donna. Il Corano è un libro che interveniva in tutti gli affari della comunità. Alcuni versetti si può intravedere una certa discriminazione a danno della donna. Questi versetti sono circostanziali, parziali, non appartengono alla dottrina islamica, ma fanno parte di versetti di opportunità. Dopo la morte di Maometto è cominciato un processo involutivo dove l’universale coranico è stato fatto cadere in oblio, hanno universalizzato alcuni concetti circostanziali. in poco tempo viene spogliata da tutti i suoi diritti coranici, divenendo priva di qualsiasi tutela. La donna divine una mezza testimone e non a pieno titolo. Viene accusata di avere una mezza mente. La donna viene accusata di essere una mezza credente.

Questo sistema religioso arriva ad essere in contraddizione con l’’ambiente esterno. Ci sono pensatori che hanno criticato questo sistema religioso chiuso. Fino ai giorni nostri la donna è privata da tutti i diritti conferitegli dal Corano. C’è stata la denuncia a questo immobilismo e stagnazione della donna mussulmana. La donna ha dovuto subire la poligamia. Nel Corano non esiste la poligamia: è un’invenzione, manipolando alcuni versetti. La donna ha dovuto subire di essere collocata nei gradini più bassi della società. Nel mio libro cerco di entrare in questo sistema religioso chiuso. Tutta la letteratura teologica islamica sulla donna è stata retta sul sistema di schiavitù. I detentori di a questa religione si rifiutano di superarlo. Occorre entrare per rompere questo sistema diventato impermeabile al mondo.

Ci deve essere una lotta. La donna mussulmana in primo piano deve svolgere questa lotta per riavere i suoi diritti. Questa lotta può essere fatta solo all’interno. E’ una lotta difficile e complessa. Però la donna dev’essere decisa a liberarsi. Per liberare la donna bisogna liberare il Corano. La donna ha fatto delle lotte sia nell’ambito del femminismo classico, però queste lotte erano fatte accettando il principio della poligamia, cercando di alleggerire il peso delle donne. Ha cercato di conquistare un po' di tutela. I risultati sono scarsi, più di forma che di sostanza. Il lavoro d’interpretazione ha concesso alla donna la tutela dei minori. La tutela maggiore sino ad esso non è stata concessa alla donna. La lotta della donna è sempre stata nel quadro di discriminazione nei suoi confronti. La donna deve cambiare completamente.

Come deve fare? La donna deve partire dal Corano in prima persona. La donna mussulmana deve abbattere il sistema di schiavitù vigente tutt’ora nel mondo islamico.

La sostanza del mio libro: metto nelle vostre mani prove inconfutabili che il sistema di schiavitù dev’essere abbattuto e dev’essere considerato obsoleto, perché è nel Corano, Dio non solo dà delle indicazioni chiare, ordina e intima i mussulmani a superare il sistema di schiavitù. Il volere di Dio è la donna libera. La donna deve conquistare una coscienza di sé e per sé con un contatto diretto sul Corano. La donna deve osare e riconquistare tutti i suoi diritti. La donna non può farlo da sola, ma deve farla assieme all’uomo.

sabato 28 settembre 2019

SOTTO LA TENDA DEL SULTANO

FESTIVAL FRANCESCANO

BOLOGNA 2019

Con Giuseppe Buffon e Paolo Bizzeti




Sintesi: Paolo Cugini
Giuseppe Buzzon. Ha scritto un libro: Francesco l’ospite folle. Massignon era un archeologo francese che viene accusato di spionaggio, condannato a morte e salvato da una famiglia mussulmana. Questo evento gli ha permesso di compiere un cammino di riscoperta delle religioni.

Ernoul 1227-29 è un cronista favorevole al dialogo con l’Islam.

Jacopo da Vitry 1220-25 era convinto che attraverso la predicazione della crociata si potevano calmare i crociati. È critico nei confronti di Francesco prima della sconfitta dei crociati. “Sono le armi o la nudità il fattore più importante per entrare in dialogo con l’Islam”. SI rende conto che la mondanità della Chiesa non ha nessuna via d’uscita. E’ l’umiltà di Francesco che conquista e permette il dialogo.

Francesco d’Assisi 1221-1225 I frati non devono portare nulla per il viaggio. È il vangelo sine glossa. Non solo ospiti, ma sottomessi nella casa in cui i fratelli sono ospitati. Francesco chiede ospitalità. Sudditi anche delle bestie. La conflittualità va gestita con la pace.

Capitolo XVI prima regola: i frati che vanno tra gli infedeli devono evitare liti e dispute ed essere soggetti a tutti e confessino di essere cristiani. C’è un modo di fare missione essendo sottomessi a tutti.

Biografi: desiderio di martirio. Come mai Francesco è santo ma non è martire?
Enrico D’Avranches 1232. Per lui Francesco è un retore, ma Francesco rifiuta quest’arte in Europa e la utilizza con i popoli mussulmani. Francesco è un folle per questo motivo.

Bonaventura di Bagnoregio 1221-1274 Parla di un frate illuminato che accompagna Francesco. Per la prima volta inventa il fuoco. Tra Francesco e il Sultano non c’è disputa ma il fuoco. In un’immagine è un prete che fugge con il fuoco.
Francesco non vuole discutere sulla fede con la ragione. Per Bonaventura non c’è problema di Martirio e l’incontro di Francesco con il sultano prepara le stigmate.

Angelo Clareno. Il sovrano si converte. Il problema dell’incompatibilità riguarda l’ordine dei frati minori in cui comincia il dissidio. Il martirio diventa convivenza con i confratelli.

Vera e perfetta letizia: il problema del rapporto con l’altro è interno.
La grande disputa con l’islam riguarda la disputa che riguarda la nostra Europa. Per i protestanti i frati sono come l’Islam e Francesco come Maometto. Francesco è l’emblema della follia cristiana. Voltaire dirà di Francesco che è un venerabile folle, un fanatico e un demente.
La follia è la chiave di lettura della realtà occidentale. In oriente trovano che i cristiani convivono con i maomettani. Secondo Chesterton la follia di Francesco è stata l’occasione perduta della storia.

Massignon: recupera l’idea del fuoco che è una ripresa di ciò che è accaduto con Maometto.
Senza la pazzia non c’è incontro e senza la pazzia non c’è la richiesta di ospitalità. Poveri e pellegrini sono l’immagine autentica di Cristo.

Paolo Bizzeti, gesuita:
Se volgiamo parlare di dialogo occorre parlare stabilendo una relazione. Abbiamo voglia di stabilire una relazione? Francesco fa una scelta: si fa ospitare.
Esperienza in Turchia. Quando parliamo di dialogo dobbiamo prima di tutto domandarci: chi sono io? È impossibile dialogare senza una chiara identità. C’è chi pensa che essere cristiano appendere un crocifisso e recitare un rosario. Prima di tutto: chi sono io? Cosa vuol dire essere discepolo di Cristo.
Cristiano fa riferimento a Gesù, al suo Vangelo. Prima di dialogare con l’altro, il cristiano deve incominciare a dialogare con Gesù Cristo.

Abbiamo delle statistiche. Nel XVI secolo fu fatto un censimento e oltre ¼ erano cristiani. Se oggi i cristiani siano percentualmente molte basso dipende da situazioni politiche.
I cristiani sono divisi: pochi e poveri e non contano nulla in Turchia. Siamo bravi a divederci tra di noi e poi ci dividiamo con gli altri. Il paino di Dio, la volontà di Gesù? Quale Chiesa ha fondato Gesù? La chiamata alla salvezza è per tutti, ma non vuol dire diventare tutti cattolici. Noi abbiamo un potere non risolto sul potere. Facciamo fatica a pensare al cristianesimo come lievito, piccolo gruppo, semente.

C’è un progetto babelico del dialogo consiste nell’avere una sola lingua. Questo è un progetto demoniaco. Babele è un progetto religioso: è far diventare tutto cielo. Oggi il progetto della globalizzazione è attuato, anche se scricchiola da tutte le parti. Stanno sorgendo, infatti, i particolarismi. Siamo ammalati di questo sogno religioso che tutti diventino come noi. Una volta che si è arrivati a definire che cos’è la verità, l si vuole imporre a tutti.

Verremo valutati sull’amore, sull’attenzione agli altri, ai poveri. In Turchia ci sono giornalisti, avvocati, professori che sono disponibili a perdere ciò che hanno, a rimetterci la vita, perché non vogliono venire a compromessi con il potere, possiamo domandarci: chi è il vero martire?
Chi è il testimone della verità? Chi la proclama con esattezza, o chi ama il fratello o la sorella? Guardare a quanto nelle persone la Verità viene prima della propria vita. 

giovedì 23 giugno 2016

DAL CALIFFATO AGLI STATI NAZIONALI






CORSO ISLAM

CUM VERONA 20-23 GIUGNO 2016




Prof. Celeste Intartaglia (PISAI)
Sintesi: Paolo Cugini




IV. Verso un nuovo califfato? 
            La terminologia politica: califfato, sultanato, stato, nazione, umma 
            Le “primavere arabe” e i nuovi riassetti regionali
            L’Isis e la sua lettura del califfato
             

Nel loro desiderio di vedere risorgere il califfato, i musulmani non tengono conto dell’evoluzione geopolitica e sociale. Sognano un califfato dei tempi dei Ben guidati, ma questa visioni è in contrato con il sentimento nazionalista e con le aspirazioni alle libertà individuali e ai diritti dell’uomo. 
Da qualche tempo, l’evidenza dimostra che la resistenza all’egemonia occidentale ha preso aspetti spaventosi attraverso le azioni di gruppi che si qualificano come fondamentalisti, estremisti sul piano religioso e di terroristi sul piano politico. Fra questi citiamo gli Shebab in Somalia, Boko Haram in Nigeria, la “galassia” di al-Qaïda (al-Qā‘ida), e infine il Daesh con la sua proclamazione dello stato islamico sotto un nuovo califfato autoproclamato. 

Molti musulmani hanno preso le distanze da questi gruppi, ma molti altri li sostengono, soprattutto finché contrasteranno gli interessi dell’Occidente, ritenuto colpevole delle umiliazioni inflitte ai musulmani. È questo forse l’unico punto che mette d’accordo i musulmani e fa dimenticare le loro divisioni interne. 


Le primavere arabe e i nuovi assetti regionali


La primavera araba è una espressione che fa riferimento all’ondata di protesta che ha attraversato i regimi del mondo arabo nel corso del 2011 e in vari casi si è trasformata in vera e propria rivoluzione con conseguente crollo del regime (ruolo dei bloggers). 

La prima, ed emblematica, è quella della Tunisia, dove si colloca simbolicamente l’inizio della rivolta: il gesto di protesta di Mohamed Bouaziz, un giovane venditore ambulante, che nella cittadina di Sidi Bouzid si è dato fuoco per protestare contro le vessazioni da parte delle forze di polizia locali. La protesta successiva si è diretta contro il dispotismo e la corruzione del regime del presidente Ben ‛Alī, al potere dal 1987 (successore di Bourguiba), nonché come movimento di denuncia di uno stato di crisi economica generale, e ha provocato l’immediata caduta del regime (il 14 gennaio Ben ‘Ali si rifugia con la famiglia in Arabia Saudita). Si forma in breve un governo provvisorio di coalizione, che porta allo scioglimento, nel mese di marzo, del partito di Ben ‘Ali (Rassemblement constitutionnel démocratique) e al riconoscimento dei partiti al bando. Inoltre, viene legalizzato il movimento islamista Ennahda (Rinascita), vicino ai Fratelli Musulmani che dai primi anni Novanta era al bando; il leader Rachid al-Ghannuchi, ritorna nel paese.  Si apriva un delicato  processo di transizione democratica e costituzionale in cui un ruolo decisivo era ricoperto dall’Alta autorità per il raggiungimento degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, un comitato costituito il 18 febbraio e composto da rappresentanti delle forze politiche e sindacali, da esponenti della società civile e da organizzazioni e associazioni di carattere nazionale, al fine di assistere il governo nella transizione costituzionale in vista delle elezioni per l’Assemblea costituente. Queste elezioni, previste per il mese di luglio e poi rinviate al  23 ottobre, provocarono altre proteste di giovani e cittadini delusi dalla lentezza del processo democratico e dal pericolo di una deriva autoritaria. Le elezioni del 23 ottobre fecero registrare una grande affluenza (oltre il 90% ) e sancirono il successo di Ennahda, ma anche l’importante affermazione dei partiti laici tra cui il Congresso per la Repubblica, guidato da uno dei leader storici dell’opposizione, Moncef Marzouki, presidente della Lega tunisina per i diritti umani.

L’anno successivo al-Ghannouchi ha accettato di non menzionare nella nuova costituzione la sharī‘a come fonte legislativa; e nella costituzione del gennaio 2014, approvata a larga maggioranza, la shari ‘a non viene esplicitamente citata e si garantisce libertà di fede e di coscienza. Nonostante ciò, le elezioni parlamentari dell’ottobre successivo sono state vinte dal partito “laico” Nidaa Tounes. 

A una settimana dalla caduta di Ben ‛Alī, anche in Egitto le piazze si riempirono di manifestanti che chiedevano la fine dello stato d’emergenza e le dimissioni del presidente Hosni Mubārak, al potere da trent’anni. Ad animare la protesta erano soprattutto i giovani che si erano politicizzati al di fuori dei partiti tradizionali, la sinistra più radicale, i segmenti democratici della classe media, operai e piccoli agricoltori. La richiesta di democratizzazione della vita politica si sposava alla centralità della questione sociale, in un paese dove cresceva la disoccupazione e la povertà e dove la corruzione aveva premiato la grande borghesia cittadina alleata del regime. Il 25 gennaio venne indetta sul web la ‘giornata della collera’ e nelle piazze del Cairo decine di migliaia di cittadini si riunirono per protestare; il 28 gennaio imponenti manifestazioni paralizzavano il centro della capitale, dove piazza Tahrir divenne il centro delle manifestazioni. 

Mentre la rivolta appariva ormai inarrestabile e la repressione si faceva sempre più violenta, tornò a far sentire la sua voce tra i manifestanti  l’organizzazione fondamentalista dei Fratelli musulmani nel tentativo di incanalare la contestazione per assumerne a tempo debito le redini. Intanto Mubarak rinunciò al potere (11 febbraio),  lasciando le redini del paese nelle mani del Consiglio supremo delle Forze armate guidato da Mohammed Hussein Tantawi (comunque legato al regime e segno di continuità con il passato. Nel mese di agosto, intanto, si apriva il dibattimento a carico di Mubarak, agli arresti da aprile, accusato della morte di circa 800 manifestanti durante le contestazioni che avevano portato alla sua deposizione, oltre che di arricchimento illecito e corruzione. 
Nel corso dell’anno emergevano in Egitto alcuni preoccupanti segnali di una involuzione della vita politica e di un innalzamento delle tensioni interreligiose: a settembre l’assalto con morti e feriti all’ambasciata d’Israele al Cairo, a ottobre il massacro di cristiani copti negli scontri con la polizia. 

Il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi vinse le elezioni presidenziali del gennaio 2012, ma nel giugno successivo, la corte costituzionale egiziana ha invalidato le elezioni parlamentari, e l’anno successivo, il 3 luglio 2013, a seguito di un’ondata di proteste di massa, Morsi è stato destituito. Ha preso il potere il generale ‘Abd al-Fattah alSisi, allora Ministro della Difesa, mentre Morsi è stato sottoposto a processo e condannato a morte, ma la sentenza è passibile di revisione. Anche qui la protesta riguardava un articolo della Costituzione che faceva riferimento alla sharī‘a come principale fonte della legislazione, che avrebbe portato a ridefinire il diritto egiziano, in particolare per lo status dei non musulmani e in campo penale.  

In Libia la protesta scoppiava il 15 febbraio nella città costiera di Bengasi, in Cirenaica, la regione da sempre ostile al controllo politico di Tripoli. Mentre la ribellione nelle piazze si allargava, pur non essendo né troppo violenta né troppo numerosa, in Cirenaica la ribellione si trasformò presto in insurrezione armata con l’adesione di ufficiali dell’esercito e di molti reparti militari. All’inizio di marzo i ribelli avanzarono verso sud e conquistavano Brega, sul golfo della Sirte, sede di uno dei principali impianti petroliferi del paese intorno alla quale nel corso dei mesi successivi si riaccendeva più volte la battaglia tra gli insorti e le forze governative fedeli al colonnello Gheddafi. A differenza degli altri paesi, in Libia si vede da subito l’ingerenza dei paesi occidentale. La Francia è il  primo paese a riconosce l’autorità del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), l’organismo politico che controllava i territori in mano ai ribelli, autoproclamandosi unico legittimo rappresentante della repubblica libica, e fa pressioni sull’Onu per poter prendere iniziative . per proteggere i civili. Si crea una no-fly zone e si rafforzava l’embargo sulle armi. Dopo i primi bombardamenti aerei contro le forze governative che cercavano di riconquistare Bengasi, il 31 marzo la Nato assumeva il comando delle operazioni contribuendo al successo dell’avanzata degli insorti in Tripolitania. Nel mese di aprile anche l’Italia partecipa alle operazioni, mentre i ribelli conquistavano Misurata (maggio). Una lunga fase di stallo caratterizzava le operazioni di guerra tra giugno e luglio ma nel mese di agosto, sostenuti dalle tribù berbere, i ribelli entravano a Tripoli mentre le truppe lealiste e Gheddafi, ricorso a più riprese all’impiego di mercenari centrafricani, ripiegavano a Bani Walid e Sirte. Dopo un lungo assedio, il 20 ottobre i ribelli entrarono in Sirte e catturarono Gheddafi, dopo che il convoglio con il quale era in fuga era stato colpito dagli elicotteri della Nato. Con la morte di Gheddafi si apriva una fase delicatissima per il paese: antagonismi e debolezze del Cnt, già emersi durante il conflitto, e l’incognita delle forze islamiste, la cui presenza determinate nel campo degli insorti è stata spesso taciuta, sono solo alcuni dei problemi da affrontare. L’assenza di una società civile, dei partiti, di un’amministrazione centralizzata e l’enfatizzazione della tribù come unica istituzione ufficiale e riconosciuta della società durante la dittatura di Gheddafi, hanno fatto della Libia un paese senza stato dove sarà difficile avviare la ricostruzione sotto la minaccia delle ingerenze dei paesi confinanti e degli interessi economici e geopolitici di Francia e Gran Bretagna. Queste previsioni si sono avverate con l’arrivo in Libia di formazioni di jihadisti affiliati all’Isis.

L’Isis e la sua lettura del califfato

All’inizio del 2014 l’Isis ha assunto in modo stabile il controllo della città di al-Raqqa (nord della Siria) e, nel mese di giugno, quello della città di Mosul, la metropoli nord irachena che conta oltre due milioni di abitanti. Alla fine dello stesso mese, la conquista di uno dei tre valichi ufficiali di frontiera tra Iraq e Siria ha offerto all’Isis l’occasione per assumere la nuova denominazione di “Stato islamico” (Is / Daesh = Al-dawla al-islāmiyya fī al-‘Irāq wa-l- Shām); e Ibrahim al-Baghdadi è stato proclamato “califfo”. 


Per l’estensione del territorio che controlla, l’accesso a risorse come il petrolio, la riscossione di tasse e il ricorso all’estorsione, Daesh è ormai una delle più potenti organizzazioni estremiste della storia recente. Il suo successo e l’uso della violenza – senza remore e ignorando totalmente le garanzie del diritto islamico classico – hanno procurato un notevole afflusso di jihadisti nelle sue fila, sia dai paesi arabo-islamici che da quelli occidentali. 
Al seguito di Daesh si sono poste altre organizzazioni islamiste di altre regioni, per esempio i “Partigiani di Gerusalemme” (Anṣār Bayt al-Maqdis), che operano nella penisola del Sinai e hanno proclamato quest’area “provincia” (wilāya) dello “Stato islamico”. 
Con al-Zawahiri (al-Qā‘ida) la rottura risale al 2014, e fra le due organizzazioni esiste una forte rivalità internazionale nel reclutamento di seguaci, ma anche su questo terreno Daesh sta ormai eclissando al-Qā‘ida, la quale  conta ancora su alcune organizzazioni affiliate:
-                     Aqap (al-Qā‘ida in the Arabian Peninsula), formatasi a partire dal 2003, collegata alla componente saudita del nucleo storico di al-Qā‘ida e nel 2009 unificatasi con il ramo yemenita. È il gruppo che ha rivendicato la responsabilità dell’attentato alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo (7 gennaio 2015).  
-                     Aqim (al-Qā‘ida in the Islamic Maghreb), formatasi nel 2007 come evoluzione del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento che affonda le radici nella guerra civile algerina degli anni 1992-1999, e che ha esteso le sue attività al Mali e al Niger. 

-Boko Haram
Il gruppo, che ha nome ufficiale di Ğamā‘at ahl al-sunna li-l-da‘wa wa-l-ǧihād, ma che è noto con il nome hawsa di Boko Haram, è stato fondato a Maiduguri tra il 2001 e il 2002 da Muhammad Yusuf con l’obiettivo di imporre la šarī‘a nel Bornu, con il sostegno dell’allora governatore Ali Modu Sheriff. Era in origine un centro religioso con moschea e scuola aperta a ragazzi provenienti da famiglie povere, anche dei vicini Niger e Chad. In questa scuola si parlava solo arabo; presto il centro si dà obiettivi “politici” e recluta futuri jihadisti. Nel 2004 il centro si trasferisce a Kanamma, vicino al confine con il Niger. Il gruppo è diventato noto a livello internazionale a partire dal 2009, con attentati a chiese cristiane, ad università, ed altri attentati anche contro occidentali. Nel 2015 ha dichiarato la propria fedeltà a  Daesh, il cui portavoce Abu Muhammad al-‘Adnani, ha rilasciato un messaggio audio in cui accoglie la bay ‘a (pegno di fedeltà) di Boko Haram e lo considera come un ampliamento di Daesh in Africa occidentale. 

Come si costruisce la figura del “Califfo” 

Ibrāhīm ‘Awād al-Ibrāhīm al-Badrī, autoproclamatosi “califfo” nel 2014 con il nome di Abū Bakr al-Baghdādī, è nato a Samarra nel 1971. Militante anti-americano, ha combattuto a lungo nei ranghi di al-Qā‘ida in Iraq, fino a diventarne il principale esponente. Nel 2009, dopo aver trascorso cinque anni da prigioniero nel campo di internamento americano Camp Bucca (sito presso Umm Qasr, Iraq), è stato liberato; ha  fatto perdere le proprie tracce, e ha dato vita ad una formazione denominata ISI (Islamic state of Iraq), che si è presto distinta per le centinaia di vittime tra le popolazioni sciite, sunnite e occupanti occidentali in tutta l’area di Baghdad. Dopo lo scoppio della guerra civile in Siria, la formazione è stata rinominata ISIS (Islamic State in Iraq and Siria), in arabo Daesh (al-Dawla alislāmiyya fī al-‘Irāq wa-l-Šām).
Daesh ha assunto con la forza l’egemonia sulle altre forze di insorti in Siria, ha rotto ogni legame con al-Qā‘ida e ha cominciato una vasta campagna di reclutamento. 
La figura di al-Baghdadi si distingue da altre figure, quali ad esempio Bin Laden o alZarqawi: a differenza di questi due, è colto, ha un dottorato e sa comunicare. La scelta del nome si può interpretare a vari livelli: il nome “al-Baghdadi” contiene in sé un appello e un progetto: continuare la guerra contro il Governo dell’Iraq fino alla conquista della capitale Baghdad, con un messaggio diretto a tutti quegli iracheni che, con la Seconda Guerra del Golfo e la caduta di Saddam Hussein, hanno perso lavoro e posizione sociale, e circondatosi di ex-alti ufficiali iracheni delle forze armate, della Guardia Repubblicana e dei servizi di informazione di Saddam Hussein, e appoggiano il progetto di Daesh nell’intento di «riprendersi il Paese» ed espanderne il dominio alla Siria e al Libano. Dal punto di vista simbolico e dottrinale, è ancora più significativa la scelta del nome Abu Bakr, che riconduce direttamente al primo successore del profeta Muhammad (632-634). 
Anche le modalità della prima apparizione pubblica di Abu Bakr al-Baghdadi come neo proclamato Califfo è simbolica: si è presentato nelle vesti nere che richiamano la dinastia Abbaside (750-1258); ha pronunciato il suo primo discorso in pubblico – come un imam predicatore combattente - in una moschea durante la preghiera. E anche il luogo  è simbolico: si tratta della Grande Moschea al-Nuri, costruita da Nūr al-Dīn Zangī (11181174 d.C.), che mobilitò i musulmani al jihād contro i Franchi (crociati).

Un altro tratto non privo di interesse, è l’uso che il neo-Califfo fa di alcune fonti storiche. Ad un certo punto del suo discorso inaugurale dalla Jāmiʿal-Nūrī, al-Baghdadi fa intendere di voler restaurare i confini di massima estensione del Califfato Abbaside, fino al Maghreb e alla Spagna, includendo però anche «Roma». Ora, la «Roma» di cui parlavano gli antichi dominatori Abbasidi non era l’attuale Capitale italiana (e sede dello Stato Vaticano), bensì Bisanzio (Costantinopoli), sede della «Roma d’Oriente» – fino alla sua caduta nel 1453 per mano dei Turchi Ottomani guidati da Maometto II. 

La predicazione di un nuovo “califfato”

La nascita di una nuova entità territoriale che si proclama entità statuale è una relativa novità nella galassia della violenza politica di matrice fondamentalista. È la prima volta che una formazione terrorista insorgente rivendica come propria una vasta estensione territoriale e mette in atto un proprio potere amministrativo. Questo si pone in aperto antagonismo e dissenso, fino alla rottura dichiarata, con gli obiettivi strategici di al-Qā‘ida di una guerra antioccidentale di matrice islamica volta a «liberare i luoghi santi dalla presenza dei Crociati». Si ha dunque il passaggio da un’ideologia guerriera di tipo «reattivo» a un progetto di espansione che, perlomeno nelle sue intenzioni, è il ritorno allo spirito originario della predicazione espansiva del Profeta.
Oggi Daesh governa vaste aree dell’Iraq centrale e della Siria settentrionale e rivendica ambizioni di tipo trans-nazionale, percorrendo la strada dell’affiliazione e del riconoscimento reciproco con varie formazioni estremiste islamiche che vanno dalla Nigeria all’Africa Occidentale, dall’Iraq alla Siria all’Algeria. Lo strumento simbolico per compiere questa operazione di legittimazione dottrinale è la formulazione di un progetto di nuovo Califfato. La natura di questa predicazione non è congruente con i lineamenti dell’istituzione storica califfale, ma ha una enorme forza di attrazione per le popolazioni mediorientali e per i mass media. 
Il Califfato storico (fino al 1924) ha avuto come caratteristiche la legittimazione da parte di vaste comunità di credenti e dei loro governatori, e il riconoscimento da parte di uno o più autorevoli centri di preghiera o di studio dottrinale. 
Oggi Daesh non può contare su alcuna legittimazione al di fuori dei confini che controlla direttamente, pur predicando il progetto di un Dār al-Islām che vada dalla Spagna al Maghreb a tutti i paesi di lingua araba e turca fino a Siria e Iraq, né il riconoscimento dei “dotti” musulmani (espressi dagli ìulama’ delle moschee più autorevoli, quale ad esempio al-Azhar).
La legittimazione di al-Baghdadi è puramente “combattente”, derivante dal potere armato; le sue milizie animate da un fanatismo dai toni messianici, di diversa provenienza: 
oltre agli arabi iraqeni e siriani, una folta milizia proviene dalle fila dei guerriglieri ceceni che per decenni si sono opposti alla Russia, molti afghani e turchi, molti europei. 

A differenza di al-Qā‘ida che durante la sua permanenza in Afghanistan e Pakistan ha usato come mezzo di comunicazione la lingua araba e riservato alle lingue locali (Daari, Pashtun, Urdu) il valore di puro scambio orale per le comunicazioni quotidiane di minore impatto simbolico, nel Daesh si parla e si comunica anche a livello ufficiale sia nell’arabo classico (o perlomeno in un accettabile arabo standard), sia in inglese. E l’inglese è anche la lingua franca in cui comunicano tra loro i combattenti. Questo rende la comunicazione pubblica del Daesh più pervasiva e di maggior impatto per l’Occidente. Molti esperi di comunicazione di lingua inglese, giovani che provengono dalle periferie di Londra e di altri paesi occidentali producono video-comunicati e proclami scritti di grande impatto “spettacolare” e simbolico. Ad esempio, i video in cui i neo-guerrieri muhajirīn si rivolgono direttamente al primo ministro inglese e al presidente degli Stati Uniti chiamandoli per nome sono una novità assoluta nei toni e nei registri di comunicazione fino ad ora riscontrati nella “galassia jihadista”. La configurazione della minaccia assume toni da film popolare, con un fortissimo impatto sul pubblico giovanile. 
E, pur rivendicando una filiazione diretta dal salafismo e dal wahhabismo sunnita, propone una nuova «teologia della liberazione», apocalittica e combattente. I protagonisti sono  sostanzialmente ragazzi e ragazze che scelgono di lasciarsi alle spalle le metropoli occidentali o arabe in cui la modernizzazione è imperante e di ricominciare da un “anno zero” della Storia. La predicazione associata alla nascita del nuovo Califfato giunge a presentare Shām  come una nuova Terra Promessa. E il messaggio è di tipo apocalittico: siamo ormai vicini alla fine dei tempi e che la battaglia finale con le forze occidentali è ormai vicina. Essa avrà luogo, secondo la i proclami di Daesh, nella città di Dābiq. 
È importante sottolineare che, grazie alla sua consistenza reale come «insediamento territoriale», Daesh è un progetto attrattivo proprio per tutti coloro che, in Occidente o in Medioriente, non si sentono più «a casa». Combattenti e reduci, estremisti ricercati e perseguiti dalle polizie e dalle forze di sicurezza dei Paesi arabi, giovani musulmani emarginati, e anche giovani convertiti della borghesia europea piccolo-media, che sentono il bisogno di riscattare la loro esistenza con un grande «salto di qualità». In sostanza, tutte queste reclute di Daesh dichiarano che preferiscono «combattere o morire per il Profeta» piuttosto che accettare lo stato di cose esistente. E questo costituisce un grande motivo di allarme soprattutto in questo periodo di crisi economica, in cui i giovani stentano a integrarsi nel mondo del lavoro e a costruire una famiglia, su entrambe le sponde del Mediterraneo.

L’imposizione del potere e la distorsione del concetto di Ridda.
L’imposizione del nuovo potere califfale del Daesh avviene come è noto applicando una violenza indiscriminata contro tutti coloro che non si adeguano immediatamente a una formulazione della sharīʿa intesa nel senso più assolutistico, come vero e proprio “terrore rivoluzionario”. Anche in questo caso la nuova classe dirigente che si raccoglie intorno ad al-Baghdadi cerca legittimarsi citando un versetto del Corano (Q. 4, 89) e diversi Hadith che, secondo molti interpreti, autorizzano la condanna a morte «per apostasia» (ridda). La realtà è ben diversa da quanto però predicato nei testi storici. I guerriglieri ricorrono in realtà a una giustizia sommaria, cioè passano per le armi senza alcun processo sia i musulmani sciiti, sia le numerosi minoranze etniche e confessionali che popolano l’Iraq: curdi, yazidi, assiri (cristiani), turcomanni  sciiti  vengono deportati e massacrati, e le donne sono ridotte in schiavitù e assegnate come concubine, o vendute come schiave alla forza combattente. 
Invece di pretendere un’ imposta speciale da parte dei non-musulmani, come più volte praticato nella storia politica dell’Islam, Daesh passa all’esproprio diretto e totale di immobili, depositi bancari e ogni altro bene appartenente ai non musulmani. Questo esproprio permanente tocca in alcuni casi, sullo stile di un esercito di occupazione più che di un potere legittimo, le stesse popolazioni sunnite delle zone di Mosul e Raqqa. Insomma, la violenza apocalittica del nuovo Califfato, piuttosto che «amministrare i credenti», scatena flussi di migliaia di profughi terrorizzati.

Nel settembre 2014 oltre 120 studiosi musulmani di tutto il mondo hanno indirizzato una lettera aperta al Califfo, rifiutando le interpretazioni che egli dà del Corano e degli Hadith per giustificare le sue azioni. Nella lettera si definiscono queste azioni come dei veri e propri «atroci crimini di guerra», accusando il Califfo di fomentare la Fitna, ovvero la contrapposizione e la guerra civile tra musulmani.

La neo-economia califfale

Un altro aspetto innovativo, ma al contempo tradizionale del Daesh consiste nel fatto di affiancare alle tradizionali forme di finanziamento del ǧihād sunnita anche una propria autonomia economica: alle appropriazioni e confische si somma la conquista di pozzi petroliferi nel nord della Siria. La grande disponibilità di risorse e attività dà autorevolezza e consistenza inedite al nuovo messaggio Jihadista.
Mentre al-Qā‘ida è basata su una rete transnazionale di militanti costantemente impegnati a non farsi localizzare, mimetizzandosi tra le popolazioni locali in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, ecc., Daesh al contrario si insedia e si localizza in una vera e propria economia territoriale di tipo para-statuale. Capitale della nuova entità è al-Raqqa, dove i nuovi dominatori hanno ripristinato l’erogazione dell’energia elettrica, dei servizi sociali di base e dei trasporti.
Inoltre, tra le comunicazioni divulgate dagli uffici amministrativi del Califfato vi è il progetto di coniazione di un nuovo «Dinaro Islamico». Gesto per il momento solo simbolico, che però afferma il diritto formale del Dāʻsh di emettere una moneta legittima. D’altra parte, chi si aggiunge a Daesh, ottiene lasciapassare e documenti amministrativi rilasciati dal nuovo centro di potere.

Ideologia confessionale

La matrice ideologica e confessionale di partenza della nuova compagine è parzialmente affine all’ideologia jihadista di al-Qā‘ida. Vi affluiscono spezzoni dell’ideologia remota degli integralisti islamici tunisini dello scorso secolo, e dei Fratelli Musulmani egiziani, che furono i primi a formulare nella modernità la necessità del ǧihād mondiale (prima di convertirsi a un progetto di conquista del potere per via legale). Vi sono poi elementi della predicazione che si rifanno al salafismo hanbalita (risalente agli scritti di Ahmad b. Hanbal, 780-855) e wahhabita (risalente agli scritti di Muhammad b. al-Wahhab, 17031792). Questa corrente afferma il «ritorno alle origini» delle prime comunità di credenti, e rivendica il diritto di un accesso diretto nell’interpretazione in proprio del Corano e della sunna profetica, senza accettarne le versioni moderne. Applica al Corano una rilettura e una interpretazione in chiave «autentica e letterale», che viene adattata con grande agilità a tutte le esigenze della vita moderna: vengono riscritti i programmi scolastici, si applicano divieti estensivi verso la musica pop, il fumo di sigarette, e perfino del narghilé, che pure sono pratiche diffusissime in tutto il mondo islamico. La volontà di «purificare» la comunità impone il velo integrale o niqāb a tutte le donne, cui viene prescritto di rimanere in casa salvo casi di necessità. . In alcune aree della nuova amministrazione territoriale si è arrivati a proibire lo studio della matematica in età infantile, sostituendola con l’apprendimento a memoria del Corano. Sono proibiti anche la maggior parte degli sport, e l’assistere a spettacoli sportivi anche in Televisione.
L’applicazione integrale della sharī’a, può incontrare simpatie e sostegni dall’estero, come in parte dell’opinione pubblica saudita, che vi vede un rispetto letterale dell’ideologia di origine wahhabita propugnata dalla dinastia al potere. L’aspetto più attraente, sul piano della simpatia e del sostegno ideologico, rimane comunque il ripudio della modernità occidentale.
L’aspetto più paradossale riguarda invece la grande disinvoltura con cui i nuovi capi guerrieri, che proibiscono nel loro territorio l’accesso ai mass media, fanno uso di Internet e dei social media per la loro propaganda mondiale. In decine di video confezionati con grande perizia produttiva si enunciano i principi di combattimento, o si mostrano dei macabri rituali di decapitazione di ostaggi (perlopiù occidentali). Quest’ultima attività, oltre a destare orrore e sgomento nelle opinioni pubbliche occidentali, ha anche una valenza di comunicazione e di rivendicazione inter-islamica: al pari della Casa regnante saudita, che ha tra i propri privilegi la comminazione di pene corporali severissime, e di decapitazioni trasformate in spettacoli pubblici, Daesh rivendica in questo modo la propria «legittimità statuale» mostrando delle «pubbliche esecuzioni» su Internet.

La frattura generazionale

Un tratto fortemente innovativo di Daesh, e del nuovo jihadismo in genere, è l’età media di poco superiore ai vent’anni della maggior parte delle nuove reclute. Ma soprattutto il fatto che molti dei capi combattenti irridano apertamente ai centri di elaborazione universitaria, agli imām e ai maestri di studi coranici anziani, ripudiandoli come «venduti e schiavi dell’Occidente». Alcuni «predicatori combattenti» del Dāʻsh hanno un’età di 24-25 anni, cosa inedita nel mondo dell’estremismo confessionale, che in pochi mesi ha fatto apparire alcuni capi terroristi, come Ayman al-Zawahiri (al-Qā‘ida) come dei relitti del passato.


             
Bibliografia 



CAMPANINI, M., Islam e politica, il Mulino, Bologna 2003 . 

CAMPANINI, M.,  Il pensiero islamico contemporaneo, il Mulino, Bologna 2005.

CAMPANINI, M.,  Oltre la democrazia. Temi e problemi del pensiero politico islamico, Mimesis, Milano 2014. 

GELVIN, J. L., Storia del Medio Oriente moderno, Einaudi, Torino 2009. 

HAARMANN U. (ed.), Storia del mondo arabo, Einaudi, Torino 2010. 

LEWIS, B., Il linguaggio politico dell’Islam, Laterza, Roma-Bari 2005. 

MERAD, A., Le Califat, Desclée de Brouwer, Paris 2008 

MERVIN, S.,  L’Islam. Fondamento e dottrina, Bruno Mondadori, Milano 2001.

SCHULZE, R. Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, Feltrinelli, Milano 2004 . 


NAPOLEONI , L., ISIS. Lo stato del terrore. Chi sono e cosa vogliono le milizie islamiche che minacciano il mondo, Feltrinelli, Milano 2014.

ORSINI, A., ISIS. I terroristi più fortunati del mondo e tutto ciò che è stato fatto per favorirli, Rizzoli 2016. 



mercoledì 22 giugno 2016

CORSO INTRODUTTIVO AL DIRITTO ISLAMICO




CUM-VERONA 22-23 GIUGNO 2016

Dott.ssa Rosanna Budelli
Sintesi: Paolo Cugini

La legge islamica è l’aspetto più importante della religione, anche della teologia. Occorre pensare come i mussulmani guardano la religione. Hanno un rapporto fideistico: accettazione in toto quello che c’è nel Corano. La teologia islamica è apologetica ed è stata influenzata dalla filosofia greca. Erano pochissimi coloro che si sono dedicati alla teologia. La prima scuola teologica aveva una tendenza razionalista dell’Islam.

La legge islamica ha la pretesa d’investire tutti gli aspetti della vita dell’uomo, anche il rapporto con Dio. La preghiera appartiene alla legge islamica: se non prega c’è la punizione. Anche il comportamento minimo, come si sta a tavola, o l’abbigliamento, ecc.
La legge è un tentativo di sacralizzare l’atto umano in ogni suo aspetto.
Saria: insieme di norme che è stato dedotto dal Corano e dal Profeta. E’ la via da seguire.
Il fatto di avere tutta la vita basata su delle regole è molto confortante per molti credenti.
Ibadat: atti di culto.
Mu amalat: rapporti tra gli uomini.
La legge islamica segue il credente ovunque vada: non ha base territoriale.
Sura: mecca
Corano: 600 versetti dedicati a questione giuridica, in gran parte concentrati sulle sure medinesi.
Eventuali incongruenze tra versetti sono risolte con la teoria dei versetti abrogati e abroganti di cui parla lo stesso Corano.
Il Corano non è organizzato cronologicamente. Le ultime sure son le più antiche. Ci sono due tipi di sure: meccana o medinese.
I versetti abrogati sono di solito i più restrittivi.
I versetti medinesi sono più severi.

 Il Corano è considerato come la Parola di Dio trasmessa al Profeta senza mediazione e dunque eterna e increata. Da qui il valore metastorico delle norme in esso contenute, secondo la lettura più radicale. E’ la comunità islamica che deve adattarsi alla legge e non viceversa.
Ci sono sempre tentativo di ritorno alla lettera del Corano.
La Sunna: costume del Profeta. È rappresentata dall’insieme delle raccolte di hadit, ossia le brevi notizie biografiche che riferiscono dei detti, dei fatti o dei silenzi del Profeta in determinate occasioni. I mussulmani ritengono che ci sono solo 6 hadit autentiche, tra queste due su tutte.
Hadit rispetto al Corano è quello che sono i Vangeli rispetto la Bibbia. Nei hadit c’è stata mediazione.

L’ijma: è l’accordo degli esperti su precise questioni. Il principio è giustificato da un famoso detto del Profeta: La mia comunità non si accorderà mai su qualcosa di sbagliato.

Il qiyas: analogia. Indica l’applicazione del ragionamento analogico quando occorrono casi giuridici che sono simili, ma non propriamente identici a quelli contemplati nelle fonti.
Qualsiasi cosa che è al di fuori dei testi è già una novità e quindi non va bene. Anche l’analogia può essere un esempio che può manipolare la legge.

Ra’y: opinione personale del giudice. Solo alcune scuole lo aggiungono.

Fiqh: applicazione del diritto. Le fonti del diritto rientrano negli usul al fiqh (i fondamenti della giurisprudenza), mentre l’applicazione pratica dei principi generali rientra nei furu (le branche della giurisprudenza).
Le scuole giuridiche divergono sui furu.
Il Corano non prevede tutti i casi giuridici. Quando manca il testo si creano nuove leggi.

Ijtihad: attività ermeneutico-deduttiva dei giuristi.
Si considera l’ijtihad oramai chiuso, a partire dal XI-XII secolo d. C. Da quel momento storico invalse il taqlid (l’imitazione pedissequa degli antichi).
E’ con il califfato abbaside che i giuristi hanno cominciato a raccogliere la legge, cioè a partire dall’8 secolo.
La materia è chiusa. Ormai ci siamo allontanati troppo dall’epoca del profeta. Più ci allontaniamo dalla vita del profeta e più infedeli siamo. Allora non abbiamo più il diritto d’intervenire sulla legge.
La vita del profeta è stata l’epoca d’oro dell’Islam. Occorre imitare l’epoca d’oro delle origini.

LE PRINCIPALI SCUOLE GIURIDICHE
(MADAHIB)
SCUOLE SUNNITE
1.      HANAFITA: è considerata la più aperta. Divenne la scuola ufficiale degli Ottomani. Prevede un ampio ricorso all’opinione personale del giurista, alla consuetudine e a valutazioni di opportunità.
  1. Mälikita, fondata da Mälik Ibn Anas (m. 795), è la più seguita nell'Africa Nord-occidentale (Maghreb). Ammette il ricorso, in casi eccezionali e particolarissimi, al principio del "bene supremo della comunità" (maslaka) che consente di superare alcuni ostacoli della Legge. LA comunità è un bene superiore al singolo.

  1. šãfi'ita, da Muhammad al-šäfi'ï (m. 820). Riduce l'uso dell'analogia e dà più importanza alla Sunna, ma solo in quelle parti direttamente risalenti al Profeta (si escludono i hadït che hanno come referente ultimo un compagno del Profeta). È diffusa soprattutto in Egitto, ma anche in Bahrein, Yemen, India, Indonesia, Africa Orientale.

  1. Hanbalita, il suo maestro Ibn Hanbal (m. 855) sosteneva la supremazia dei testi rispetto alle altre fonti. E’ considerata la scuola più severa in assoluto.  Rifiutava il ragionamento personale e l'analogia come fonti del diritto. È la scuola cui si ispira la corrente wahhabita (fondata da 'Abd al-Wahhãb nel XVIII secolo) diffusa in Arabia Saudita.

L’Islam sunnita non ha una vera e propria gerarchia, ma ci sono le università teologiche che hanno l’ultima parola. L’università del Cairo è considerata la più importante dei sunniti.

Ai giudici islamici è, tuttavia, consentito rivolgersi alla scuola giuridica che comporta pene più favorevoli all'imputato.

Le scuole sciite:
Gli sciti aggiungono i detti, hadit di Ali.
1)      La scuolaja'farita (Libano, Iran, Iraq)
2)      La scuola bätinita (Oman)
3)      La scuola zaydita (Yemen)
Il diritto sciita non differisce molto da quello sunnita se si fa eccezione per alcuni furü ', sia nella sezione del culto (rituale della preghiera, festa dell'ašura') sia per quanto concerne le mu 'ämalät (diritto successorio, testimonianza femminile )
Per quanto concerne il diritto di famiglia, una differenza importante è nel riconoscimento da parte della scuola ja' farita del matrimonio mut 'a ("matrimonio di piacere" o "temporaneo").
Gli sciti sostengono che Mohamed è venuto a portare la legge ed Ali a portare l’interpretazione spirituale. Ali ha assunto una dimensione in alcune situazione d’importanza maggiore del profeta.
A livello escatologico i sunniti sostengono che sarà Gesù a giudicarci.
Gli sciti sostengono che sarà l’ultimo iman che verrà.
Dal punto di vista giuridico i punti sono più o meno gli stessi.

L’Islam vuole sacralizzare tutti gli atti umani.

Definizione di atto umano:
Ogni atto dell'uomo rientra nella sfera giuridica e può essere classificato in base a queste categorie:
wãjib (obbligatorio): se non lo si compie si merita una punizione in questo e nell'Altro mondo. L'obbligo può essere individuale (fard 'ayn), come la preghiera, o collettivo (fard kifäya) come il jihad;
I.tarãm (vietato): se 10 si compie si merita una punizione in questo mondo e nell'Aldilà. Comprende reati gravi come (apostasia, furto, bere vino, ecc. ).
mandüb (raccomandato): se non lo si compie non si merita alcuna punizione, se lo si compie si sarà ricompensati in Paradiso (ad esempio gli atti caritatevoli).
makrül.t (biasimevole): atto lecito, per cui se lo si compie non si merita alcuna punizione, ma se non lo si compie si ha una ricompensa nell'Aldilà (es. il ripudio).
mubãl.t (indifferente): atto permesso, ma moralmente indifferente; non si merita né punizione né ricompensa ne110eseguirlo.

"I limiti di Dio" ("udüd Allah),

Hadd PI. hudüd (limite, confine). Sono i reati per cui è prevista un' esplicita punizione nel Corano.
Tra i reati-hadd si trovano:
1.    Apostasia e blasfemia
2.    Le relazioni sessuali illecite
3.    Falsa accusa di adulterio
4.    Furto
5.    Ribellione contro i governanti
L'elenco è in Cor. LX, 12, riferito, in quel caso, specialmente alle donne.
Per l'omicidio è previsto il     ("taglione") oppure una compensazione (diya, prezzo del sangue), cfr. Cor. 11, 178-179, 194; V, 45; XVII, 33; XLII, 39-41.
Le pene che non sono previste esplicitamente nel Corano sono punite con il ta'zïr, la discrezionalità del giudice: ad es. per l'usura, il gioco d'azzardo, ecc.

Gli Statuti Personali

Nelle legislazioni moderne la šarï'a è applicata soprattutto nei campi concernenti il diritto della persona, i cosiddetti Statuti personali, che si occupano specialmente di famiglia, filiazione, diritto ereditario (sura 4).

Applicabilità della šarï'a

A differenza del concetto di legge che prevale nella civiltà occidentale e cioè il "diritto positivo" che regola specialmente il rapporto tra le persone e che vige in un determinato ambito politico-territoriale e in un preciso spazio di tempo, la Legge islamica, nella sua interpretazione più radicale, si pone in una dimensione metafisica e metastorica.
Interpretazioni più moderate parlano di una legge come "riferimento morale" o dividono i versetti coranici in meccani e medinesi, dando un'interpretazione storicistica della II parte della rivelazione.
Il mondo arabo ha conosciuto un processo di laicizzazione nel novecento. Le donne non portavano il Velo. Dagli anni ’90 in poi c’è stato una maggiore contrapposizione al modello Occidentale e quindi un restringimento.
I versetti meccani sono più spirituali e i versetti medinesi sono più concreti e quindi non sono più adatti alla società moderna. Oggi assistiamo ad un restringimento rispetto ad un recente passato.

Bibliografia

F. Castro, Diritto musulmano, Torino 1990
J. Schacht, Introduzione al diritto musulmano, Torino, Fondazione Agnelli, 1995, p. 121 D.
Santillana, Istituzioni di diritto musulmano mälichita con riguardo anche al sistema sciafiita, Roma, IPO, 1926, 2 voli.