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martedì 25 giugno 2024

L’Eucarestia non può essere negata a un battezzato

 



In un recente articolo pubblicato su Rassegna di Teologia (65\2024 pp. 181-205) il filosofo Damiano Migliorini avanza una tesi poco esplorata teologicamente nella Tradizione della Chiesa: l’Eucarestia non può essere negata a un battezzato. Infatti, riconsiderando e valorizzando la polivalenza di significati dell’Eucaristia presenti nella Tradizione (sacramento di guarigione, di nutrimento e di perfezione), non ci sono ragioni biblico-teologiche per negare a una persona battezzata, in qualsiasi situazione irregolare ella si trovi, l’accesso alla comunione eucaristica nella celebrazione liturgica. 

Per leggere l’ articolo clicca su:

https://www.academia.edu/121408332/Prendete_e_mangiatene_tutti_ripensare_lEucaristia_nel_terzo_millennio

sabato 30 settembre 2023

QUALE EUCARESTIA IN QUALE COMUNITA’?





Essere cristiani nell’epoca postcristiana

Incontro con l’Unità Pastorale Divina Misericordia (RE)

Paolo Cugini

 

Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
19Ecco, faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43, 19)

 

Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5)

Noi ci lamentiamo di Dio perché non sta più riproducendo il passato e noi ci ostiniamo a riempire il nostro presente ecclesiale con le cianfrusaglie del passato e, in questo modo, impediamo allo Spirito Santo di realizzare le cose future che necessitano della nostra collaborazione.

 

Inizio da alcune esperienze concrete. Ieri sera nell’appartamento in cui viviamo il parroco don Candido ed io, ci siamo trovati per verificare il cammino ecclesiale con le quattro coordinatrici delle comunità (Luzimery, Angelica, Sandra e Estela). Una chiesa al volto femminile. Mi hanno chiesto che cosa ne pensavo del loro cammino. Ho evidenziato gli aspetti positivi:

1.      Liturgie preparate

2.      Coinvolgimento di molti laici

3.      Autonomia delle coordinatrici e dei coordinatori

4.      Presenza significativi di giovani e giovani coppie

La Chiesa brasiliana è molto cambiata, nel senso che ormai è venuta meno la spinta profetica che l’ha caratterizzata soprattutto negli anni ’70 e ’80. Ora è stata travolta dall’onda carismatica. In ogni modo, il DNA specifico che caratterizza questo cammino di chiesa c’è ancora ed è ben visibile.

Per capire dove siamo e dove stiamo andando è sempre importante ricordarsi da dove veniamo, perché è esattamente questo materiale che orienta il nostro pensiero e le nostre scelte sull’oggi e le nostre proiezioni sul futuro. Sono i nostri ricordi, le modalità assimilate nel passato che guidano i pensieri e le azioni del presente. Se non c’è un lavoro costante su di sé di purificazione del materiale proveniente dal passato verificato dall’analisi storico-critica.

 Lo diceva anche Thomas Khun[1] che le strutture culturali si formano lentamente nel tempo, plasmano le mentalità, si sedimentano e, di conseguenze, anche dinanzi a mutamenti epocali come quelli che stiamo vivendo, la struttura precedente non sparisce da un giorno all’altro.

Nel nostro cammino di Chiesa ci sono elementi culturali che hanno segnato e continuano a segnare negativamente la proposta. Come hanno dimostrato molto bene alcune teologhe, cito fra tutte Selene Zorzi[2], la Chiesa si è lasciata plasmare sin dagli inizi dalla cultura patriarcale forgiando una struttura maschilista, fortemente misogina e omofobica. Questa mentalità patriarcale viene plasmata nei seminari che formano le nuove generazioni di guide di comunità Interessante a questo proposito il libro di Giancarla Codrignani[3], un libro pubblicato nel 2005 che è stato riproposto nel 2020, che mostra il dramma di vite umane massacrate da modelli culturali desueti, ma che vengono riproposti.

Ci sono alcuni temi su cui la cultura Occidentale è molto attenta e agguerrita, come il tema del genere, dell’uguaglianza uomo-donna, sul tema dell’omosessualità. Non si può parlare del futuro delle nostre comunità senza prendere in mano il tema delle guide di comunità, la loro esperienza umana, anche perché la comunità dovrebbe riprodurre i tratti dell’umanità di Gesù. Su questi temi la Chiesa dovrebbe essere avanti, con proposte significativa di umanità e di uguaglianza e invece si trova impreparata, in difesa.

Sono proprio queste problematiche che troviamo presenti nelle nostre comunità. Dinamiche relazionali segnate dal maschilismo, in cui le donne non hanno nemmeno spazio per condividere le proprie riflessioni (il diritto canonico proibisce alle donne di fare l’omelia). La struttura patriarcale ha modellato nei secoli i ruoli del maschile e del femminile che riverberano anche nelle comunità e che riproducono dinamismi di disuguaglianza.

La nostra storia specifica hai poi modellato la figura del prete come uomo ontologicamente diverso per cui ci si rivolge a lui come ad un essere speciale, di natura divina, sacrale. Con questo modello di prete non si va avanti, soprattutto non si costruiscono comunità modellate sul Vangelo.

Il problema centrale, in questa prospettiva, è il seguente: perché siamo messi così? Perché non ci capiamo più niente? Perché le cose sono cambiate così rapidamente e stanno stravolgendo e travolgendo tutto?

Come dice il filosofo e teologo Ceco Tomas Halik in un suo recente libro: è nelle situazioni di crisi che si colgono i cammini della speranza cristiana. Occorre mettersi a sedere ed ascoltare queste possibilità nuove che il Signore sta ponendo dinanzi ai nostri occhi per ascoltarle. Gli sconvolgimenti in atto – il calo spaventoso dei giovani che entrano nei seminari e delle ragazze che entrano nei conventi – è un problema grave se lo guardiamo con gli occhi foderati di mentalità passata, ma in una prospettiva di fede questi sconvolgimenti esigono l’atteggiamento dell’ascolto, dell’intelligenza che lo Spirit del Signore sa suscitare nei suoi fedeli, per interpretare i segni dei tempi. Ogni interpretazione esige l’attivazione non di una memoria storica capace solo di guardare il passato, ma l’intelligenza che sa guardare avanti con il cuore pieno di speranza.

Il cammino spirituale nel quale siamo inseriti dovrebbe liberarci da quei blocchi culturali che non ci permettono di cogliere la novità che la realtà sta manifestando. Paradosso: il mondo la vede, noi no.

Poi, dal punto di vista ecclesiologico, liturgico e pastorale ci sono i sotto problemi:

1.      Come mai facciamo fatica ad assimilare e fare mia la proposta ecclesiale di papa Francesco della Chiesa in uscita, della chiesa inclusiva e misericordiosa, dell’attenzione al tema ecologico e al tema del genere? Perché riteniamo che questi temi, per così dire sociali, non hanno nulla a che vedere con il Vangelo?

 

2.      Perché nonostante il nuovo contesto ecclesiale sia cambiato in modo rapido e radicale, non riusciamo a pensarci in un altro modello di Chiesa che non sia quello che ho nella mente, il modello della Chiesa gerarchica in cui il laico obbedisce fedelmente alle indicazioni della gerarchia?

3.        Come mai il laicato non riesce ad assumere delle responsabilità chiare nella comunità?

Per rispondere a queste domande e così cercare di situarci sono importanti due movimenti:

a.       Ascoltare la realtà. Credere in Gesù Cristo, significa credere nell’incarnazione del Verbo, nella presenza del Mistero nella storia quotidiana degli uomini e delle donne. Se questo è vero, allora è nel vissuto quotidiano, attraverso eventi, incontri reali che Gesù viene al nostro incontro e smonta le nostre teologie. Penso alla conversione di Simone Weil e di Edith Stein, che è avvenuta ponendo attenzione a situazioni concrete. La realtà non solo precede l’idea, come ci ricorda spesso papa Francesco, ma è più forte dell’idea, perché la verità che manifesta è evidente. Si possono fare vari esempi.

·         La presenza delle donne nelle CEBs.

·         L’incontro con il mondo LGBT.

 

b.       seguire il grido del Concilio Vaticano II: ritornare alle fonti. si tratta di riprendere in mano le fonti bibliche. È proprio questo percorso all’indietro alla ricerca dei fondamenti della fede e della comunità cristiana, che hanno guidato le pagine del libro: Eucarestia domani.

Mi sono posto alcune domande:

a.       Che cosa sto celebrando?

b.      Per chi sto celebrando?

c.       Qual è il senso del rito che celebro?

Ho rivolto queste domande alle pagine del Vangelo.

Prima domanda: che cos’ha voluto dire Gesù quando nell’ultima cena ha detto ai sui discepoli e discepole: fate questo in memoria di me? Che cosa significa: fate questo?

Seconda domanda: che cosa ha voluto dire e a chi si è rivolto Gesù quando ha detto: prendete e mangiatene tutti e prendete e bevetene tutti? Chi sono questi tutti?

Terza domanda: perché Gesù nel vangelo di Matteo ripete per ben tre volte la frase: misericordia io voglio e non sacrifici? I sacrifici, i riti che non conducono ad una vita di misericordia non hanno senso. La liturgia deve riprodurre i tratti dell’umanità di Gesù (Goffredo Boselli), perché d’ora innanzi la divinità passa attraverso l’umanità. È questo che va curato nella celebrazione domenicale, i tratti umani nelle nostre celebrazioni, la cura nelle relazioni.

Quarta domanda: che comunità nasce dall’eucaristia voluta da Gesù? Lo si comprende leggendo Atti 2,42s.

 

Problema: Come celebrare l’eucarestia tenendo conto il recupero dei dati neotestamentari?

Attenzione al linguaggio

Celebrare in una Chiesa che è popolo di Dio? Che cosa significa e che cosa comporta dal punto di vista liturgico, ecclesiale?

“(Il presente) è il primo punto non ancora impegnato, non ancora fermato, il punto ancora in corso di acquisizione, in corso di inscrizione, la linea mentre la si scrive e la si inscrive. E’ il punto che non ha ancora le spalle afferrate nelle mummificazioni del passato”.

Vivere nel presente per riuscire ad ascoltare e percepire la presenza del Verbo che c’invita a guardare avanti, ad interpretare positivamente gli eventi e capire che cosa ci stà chiedendo: Ecco io faccio nuove tutte le cose!.

 



[1] La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino: Einaudi, 2009.

[2] Al di là del «genio femminile». Donne e genere nella storia della teologia cristiana- Carocci, 2014.

[3] L’amore ordinato, Torino: Effatà, 2020. 


lunedì 26 giugno 2023

EUCARESTIA DOMANI - RECENSIONE DI ANTONIO DE CARO




Antonio De Caro

RECENSIONE a P. Cugini,

L’Eucarestia domani. Inculturazione e inclusività della liturgia,

Cantalupa (TO) Effatà 2023

 

I numeri parlano chiaro: le chiese si svuotano, molti uomini e donne di oggi non si riconoscono più nella fede cristiana o cattolica. Si tratta di un profondo cambiamento culturale che ci spinge a parlare di epoca post-cristiana. È ancora possibile, pertanto, proporre una riflessione sull’Eucarestia? La fede e la liturgia possono incontrare uomini e donne di oggi e di domani solo se riescono a dialogare con loro “per la strada”, cioè nei contesti concreti dove si svolgono le loro vite e dove nascono le loro domande di senso e il loro bisogno di conforto e speranza. La liturgia non ha senso se non entra e non rimane in un rapporto circolare e dinamico con la vita di tutti e di ciascuno.

Dai Vangeli emerge che l’Eucarestia è vita e dà vita, ma spesso la liturgia che si è codificata nei secoli soffoca questa energia e questo messaggio, che andrebbero invece riscoperti attraverso un ritorno alla semplicità essenziale delle origini. Il saggio di Paolo Cugini, pertanto, si propone il disvelamento dell’autentico tesoro d’amore che Gesù ha nascosto nelle parole dell’ultima cena (p. 7).

 

I Vangeli sinottici rappresentano in modo esplicito i gesti di Gesù sul pane e sul vino, cioè l’istituzione del sacramento. Il Vangelo di Giovanni, invece, omette questa scena e vi sostituisce quella della lavanda dei piedi. In tal modo viene portato alla luce il profondo significato etico e teologico dell’Eucarestia per la Chiesa: espressione della kénosis, cioè dell’abbassamento del Figlio che ha assunto la natura umana, essa si configura come una coerente scelta di amore che Gesù fa “fino alla fine”, pur rispettando la nostra libertà e quindi l'eventualità che noi possiamo rifiutare questo dono. Gesù si dona pur essendo consapevole della nostra fragilità (Dio si propone ad una coscienza libera e accetta la debolezza del rifiuto, p. 16), perché per lui conta maggiormente uno sguardo pieno di speranza sulla persona, sul futuro e sulla nostra salvezza. Ricevere l’Eucarestia vuol dire rendere proprio questo sguardo di misericordia che alimenta l’impulso verso il servizio vicendevole. Fare Eucarestia non è una devozione privata, ma una crescita nella dimensione comunitaria, che presuppone un cammino insieme e la capacità di condividerne le gioie e i dolori. Non si tratta del “premio dei perfetti”, ma del nutrimento per continuare il viaggio, senza abbattersi di fronte alle difficoltà, e prendersi cura gli uni degli altri. Di conseguenza, non può che rivolgersi a tutti e tutte, in un abbraccio di uguaglianza. La visione inclusiva ispira all’autore pagine meravigliose (pp. 47-59) sull’accoglienza delle persone LGBT+ nella comunità cristiana e nella comunione eucaristica: Gesù intendeva demolire la “religione del Tempio” con i suoi pregiudizi e i suoi privilegi per mettere al centro l’ascolto delle persone e la loro ricerca di amore. Se l’insegnamento della Chiesa perpetua una dolorosa distanza fra la dottrina e la vita, esso tradisce l’invito universale alla misericordia fatto dal Signore.

 

La bellezza e la forza dell’Eucarestia vanno riscoperte e riproposte proprio in un mondo dove essere cristiani non è più un’abitudine scontata o un dovere, ma una scelta personale che la coscienza può fare liberamente solo a patto di cogliere, nel messaggio evangelico e nella vita comunitaria, l’autentica risposta alle domande profonde dell’esistenza. Ormai nessuno può più credere o praticare una fede come precetto, ma solo per una sincera motivazione etica e spirituale. È giunto il momento che la fede perda la sua connotazione metafisica per diventare ermeneutica della vita in cui il soggetto umano sia pienamente ascoltato, coinvolto, liberato. Ma per questo è necessario che la liturgia sia attenta alla vita concreta del presente, valorizzando la comunità dei credenti come popolo di Dio: è, di fatto, il messaggio del Concilio Vaticano II, che intende superare il peso delle incrostazioni imperiali e tridentine per ritornare alle fonti genuine della fede cristiana. La Scrittura e i Padri, infatti, mostrano chiaramente che l’Eucarestia ha senso solo nel contesto della vita comunitaria, in cui i battezzati condividono la dignità sacerdotale e la chiamata universale alla santità. Da questa consapevolezza deriva la necessità che il popolo di Dio sia attivamente coinvolto nella celebrazione.

 

Per partecipare attivamente al mistero eucaristico occorre comprenderlo bene. Gesù ci consegna il suo corpo, cioè la sua umanità che si rende visibile con la sua fatica e la sua passione per le relazioni con le persone che incontrava “per la strada”. Il corpo e il sangue di Cristo sono il segno del suo desiderio di entrare in comunicazione con gli esseri umani, apprezzandone le sfumature e le differenze; e sono anche il segno del suo desiderio di donarsi ai poveri di ogni genere, abitando le periferie e i frammenti esistenziali. La grandezza della nostra vita non dipende da un discorso di quantità, ma di qualità… Capire questa grandezza è uno dei doni più belli della vita, che ci conduce ad abitare con gioia i frammenti esistenziali, nella consapevolezza che è proprio in questi frammenti che il Signore ha nascosto la sua grandezza (p. 32). “Prendete e mangiate, prendete e bevete” equivale allora ad assimilare questo modo di essere di Gesù per sfamare il bisogno dell’uomo.

 

Se il mistero di Dio si è rivelato attraverso l’umanità di Gesù, allo stesso modo la liturgia dev’essere fedele al modo di questa rivelazione (p. 125). La comunità cristiana è chiamata a proseguire la presenza visibile e corporea di Cristo, dono permanente del Padre. Questa dimensione comunitaria, che l’autore fonda su numerosi e solidi riferimenti biblici e patristici, è uno dei temi centrali del Concilio Vaticano II sulla liturgia, che quindi non può più limitarsi ad essere una devozione individuale. Nel modello intimista, triste retaggio del Concilio di Trento, prevale l’idea del sacrificio di Cristo, vittima immolata a causa dei nostri peccati. In questa visione i sacerdoti costituiscono i mediatori della Grazia: possiedono uno status superiore e meritano una posizione gerarchica separata, visibile attraverso l’architettura, l’abbigliamento, la lingua; l’apparenza esteriore deve veicolare il senso del sacro, inteso come dimensione sovraumana. Si tratta di una interpretazione formalista e ritualista del sacramento, che rievoca un fasto pagano ma rimane così distante dalla vita. Se togliamo dalla liturgia ciò che c’è di autenticamente umano, togliamo allo stesso tempo ciò che c’è di autenticamente divino (G. Boselli, citato alle pp. 126-127). Inoltre questa idea suscita nei fedeli un disperato senso di colpa o un atteggiamento di superbia, per cui essi possono accostarsi al sacramento solo se ritenuti degni e meritevoli. Ma soprattutto, il modello della liturgia come devozione intimistica contraddice il dono dell’incarnazione con cui il Signore cerca la relazione con tutti per creare e rafforzare relazioni di fraternità. Infatti, nel modello esistenziale e comunitario i fedeli partecipano attivamente al culto e vi riversano la propria vita, ricevendo la vita di Cristo che costruisce la comunione. “Fare questo in memoria” significa dunque seguire nella vita l’esempio di Gesù, che si dona per il bene della famiglia umana. Quello che celebriamo alla domenica deve avere un legame con le relazioni che intessiamo durante la settimana… Il miracolo che l’eucarestia compie nella vita delle persone che cercano il Signore è la luce che illumina di vita nuova le loro esistenze (pp. 82-83).

 

Come per i discepoli di Emmaus (pp. 73-85: il passo evangelico vi è spiegato con poetica delicatezza), incontrare il Signore significa passare dalla tristezza alla gioia e al bisogno di annunciare il Risorto: ma ciò presuppone la disponibilità ad abbandonare le idee sbagliate su un Dio di potere e accettare la prospettiva di un Dio di amore. Gesù ha amato e basta. È questo amore infinito, vero, autentico che noi assimiliamo ogni volta che ci accostiamo all’altare (p. 94). Da questo incontro nasce l’impulso a condividere il dono ricevuto, a sanare le ingiustizie nel concreto mondo degli uomini, in una fedeltà alla terra che è anche preparazione del Regno. L’Eucaristia alimenta una spiritualità relazionale che diventa cura della comunità umana e cammino di liberazione (pp. 88-107).

 

L’autore ritiene, quindi, fondamentale ritornare alla prospettiva del Concilio Vaticano II e proseguirne la lezione. L’abbandono del latino e l’uso delle moderne lingue nazionali nella liturgia novi ordinis dipendono proprio dall’intenzione di annunciare il Vangelo alle donne e agli uomini di oggi. Ma le comunità umane, come peraltro gli individui, non sono uguali in ogni tempo o in ogni luogo: per questo è necessario che l’annuncio e la liturgia assumano le caratteristiche culturali delle società a cui si rivolgono, in quanto l’inculturazione permette ad una comunità di riconoscersi nella liturgia, superando il retaggio del colonialismo religioso. Rispettare le diverse civiltà umane vuol dire anche riconoscere che a ciascuna di esse lo Spirito ha elargito un tesoro, cioè una visione del mondo e una sensibilità che si approssimano al Vangelo. Proprio per questa ragione la Chiesa, negli scorsi decenni e soprattutto adesso con papa Francesco, sta abbandonando una prospettiva eurocentrica (la pretesa, cioè, che il Vangelo vada annunciato solo con i linguaggi e nelle forme di una certa identità storica, quasi fosse superiore alle altre) per valorizzare le culture di tutti i popoli e i loro specifici carismi, come ad esempio l’attenzione per l’armonia del creato e il rispetto della natura che connotano la mentalità dei popoli amazzonici.

 

Il superamento di barriere secolari, che ormai costituiscono un ostacolo all’annuncio del Vangelo, è un compito urgente anche nell’Occidente post-cristiano, come sostiene Ch. Péguy; l’Eucaristia ha bisogno di una liturgia meno formale e più relazionale, in cui le comunità e i presbiteri locali possano partecipare nel modo più attivo e creativo possibile, per esempio riguardo la spiegazione della parola di Dio, la preghiera dei fedeli, la preghiera eucaristica. Di fronte alla scarsità di presbiteri, propone l’autore, le fedeli e i fedeli laici andrebbero invitati a ricoprire ruoli sempre più ampi, in forza del sacerdozio battesimale da cui nessuno è escluso, e che dovrebbe riconoscere anche alle donne, finalmente, piena dignità per il sacerdozio ministeriale ordinato.

 

Le donne e gli uomini di oggi, come non si stanca di spiegare papa Francesco, non comprendono più un annuncio del Vangelo che si affida a linguaggi desueti, specialmente se questi veicolano un’immagine di Dio che non è quella rivelata da Gesù di Nazaret: questo è il motivo per cui, nella liturgia ma non solo, Dio non andrebbe più chiamato “onnipotente” ma “misericordioso”; allo stesso modo, l’idea dell’Eucaristia come “sacrificio” va sostituita dall’idea dell’Eucaristia come “dono” e sul senso del “peccato” dovrebbe prevalere quello della “responsabilità”. Misericordia, dono, responsabilità: questi sono i valori che l’Eucaristia dovrebbe alimentare nelle comunità cristiane, per far sì che poi i fedeli ne siano autentici testimoni nella vita quotidiana, prendendosi cura dell’umanità e soprattutto dei poveri e dei sofferenti di ogni genere, poiché la sofferenza è il luogo massimo dell’umanità (p. 130), che Gesù ha condiviso fino in fondo.

 

Il libro di Paolo Cugini sviluppa queste idee con una grande coerenza, che si coglie sia nell’articolazione interna sia nei riferimenti teologici, pastorali e liturgici, ispirati al Concilio Vaticano II, ai padri della Chiesa e soprattutto alle Sacre Scritture, alle quali è riservato uno spazio che -giustamente- prevale su quello dei contributi umani nel corso dei secoli: la bibliografia elencata alla fine del volume è assai ricca, ma nelle note è ridotta al minimo. Nello stesso tempo, l’autore cita e commenta con abbondanza il magistero di papa Francesco (soprattutto Evangelii Gaudium, ma anche Misericordiae vultus e Querida Amazonia) di cui viene evidenziata la continuità con il Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, Lumen gentium, Sacrosanctum Concilium).

Ciò nonostante, il testo è molto utile anche perché fornisce indicazioni utili a chi desidera approfondire alcune tematiche: la realtà come luogo di manifestazione del mistero (J. L. Marion, p. 18 nota 1); il Concilio Vaticano II e il ritorno alle fonti (M. Faggioli, p. 22 nota 5); umanità e divinità in Cristo (Massimo il Confessore, p. 69 nota 7); il cristianesimo come liberazione dalla falsa religione (Ortensio di Spinetoli, p. 92 nota 4); la bellezza e la festa come segni della presenza di Cristo (D. Bonhoeffer, p. 102 nota 2); il cristianesimo nell’epoca del cambiamento (P. Cugini, p. 181 nota 13).

Ma non deve sfuggire che il discorso tecnico, persino nelle pagine più accademiche, procede in modo fluido e comprensibile e attraverso un tono amichevole, talvolta persino sussurrato. La prosa, sempre concreta, raggiunge in alcuni punti melodie emotive e toccanti (come nelle pagine dedicate ai discepoli di Emmaus, alle donne, alle persone LGBT+) e, grazie all’alternanza di frasi brevi e lunghe, un ritmo lirico, quasi salmico. Questi effetti stilistici derivano anche dall’umanità dell’autore e alludono al suo personale dialogo con la presenza di Cristo nella vita delle persone: sono, a mio giudizio, il segno di un innamoramento che ciascuno e ciascuna di noi siamo chiamati a vivere.

 

Antonio de Caro è docente di scuola secondaria superiore presso "Scuola per l'Europa" di Parma. È autore del libro: La violenza non appartiene a Dio. Relazioni omosessuali e accoglienza nella Chiesa, Calibano 2021. Acquistabile qui:

 

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lunedì 8 maggio 2023

IL CREDO DEI BAMBINI

 


PRIME EUCARESTIE 4 PARROCCHIE 6-7 MAGGIO 2023

 

Credi che sia possibile realizzare un mondo dove non ci sono poveri, dove non ci sono bambini che piangono per la fame, credi alla possibilità di un mondo in cui tutti hanno il pane sulla tavola, un mondo giusto?

E allora sei disposto a smettere di fare capricci quando non vuoi finire di mangiare e lasci il cibo nel piatto? Rinunci ai capricci?

 

Credi sia possibile collaborare alla realizzazione di un mondo senza odio, senza violenza, senza guerre: credi che quella pace che Gesù è venuto a portare sia possibile?

E allora prometti che starai attento a non offendere i tuoi amici di scuola, a non offendere nessuno quando sei arrabbiato e a chiedere scusa quando ti lasci andare?

 

Credi che sia possibile vivere in comunione, realizzare il sogno di Gesù di una comunità di fratelli e sorelle che si vogliono bene, che si aiutano quando sono nel bisogno, che si prendono cura gli uni degli altri, che aiutano soprattutto gli amici più poveri e deboli?

Prometti, allora, che fai di tutto per non isolarti, a chiuderti in camera a farti gli affari tuoi? Prometti che ti sforzi per fare in modo che tutti coloro che vivono accanto a te sia felici e contenti?

 

Questo è quello che Gesù voleva e noi ci impegniamo ogni giorno a realizzarlo. Amen

Don Paolo


Qui si trova l'omelia del giorno della prima comunione:

 https://riflessio.blogspot.com/2023/05/omelia-domenica-delle-prime-comunioni.html

 

 

martedì 28 marzo 2023

EUCARESTIA DOMANI. INCULTURAZIONE E INCLUSIONE NELLA LITURGIA

 



L’eucarestia è vita. È questo il dato che emerge quando leggiamo i Vangeli: emanano vita. I riti che celebrano l’eucarestia spesso non emanano vita, perché sono ricoperti, ingolfati, soffocati da norme liturgiche, suppellettili inutili, ritualismi obsoleti, che offuscano il messaggio vitale di Gesù. Riflettere, allora, sul senso dell’eucarestia facendo riferimento non ad una tradizione obsoleta che il clima culturale postcristiano ha messo definitivamente nel baule dei ricordi da guardare senza troppa nostalgia, può aiutare la comunità cristiana a riscoprire quel tesoro d’amore che Gesù ha nascosto nelle parole dell’ultima cena. C’è vita nel Vangelo, vita autentica, ma che per troppo tempo è stata sequestrata da riti religiosi che non sempre corrispondono alle intuizioni del Maestro. Occorre, allora, mettersi in cammino per un percorso di disvelamento dell’autentico che è, allo stesso tempo, un cammino di riscoperta di ciò che è stato coperto, nascosto. Questo cammino non lo possiamo compiere da soli. Senza dubbio, nella vita spirituale c’è una dimensione personale che è importante. Per quanto riguarda l’eucarestia, invece, la dimensione comunitaria è fondamentale.

Durante l’ultima cena Gesù ha parlato ad un gruppo di persone che non erano lì a caso, ma che provenivano da un cammino, da una risposta ad un appello accolto. È possibile cogliere il valore del tesoro contenuto nei gesti e nelle parole di Gesù nell’ultima cena se si è mossi dal desiderio di conoscerlo, di stare con lui e di condividere questa esperienza con i fratelli e le sorelle che sono sulla stessa strada. Possiamo cogliere la profondità del messaggio di Gesù quando accettiamo il suo invito di uscire dalla solitudine del nostro egoismo, per camminare dietro di Lui per vivere fratelli e sorelle, per formare comunità. Siamo così abituati a pensare all’eucarestia come un momento personale della nostra vita spirituale, che facciamo fatica a percepirla nella sua dimensione originaria di comunione tra fratelli e sorelle. Eppure, l’origine è questa, il contesto originario nel quale si è svolta l’ultima cena è una relazione amicale che Gesù ha voluto, prima di morire, con color che avevano accolto il suo invito e camminato con Lui per le strade della Palestina. È difficile credere che non fossero presenti in quel contesto così forte dal punto di vista delle emozioni, anche quelle donne che l’avevano seguito per tutto il tempo del suo cammino verso Gerusalemme. Ascoltare le parole di Gesù in questo contesto postcristiano, deve voler dire anche spezzare il giogo della cultura patriarcale che a più riprese ha deformato il messaggio di uguaglianza di Gesù. Anche questa è una sfida che accompagnerà le pagine che seguono.

L’eucarestia è speranza. Nelle parole che Gesù ha pronunciato nell’ultima cena, nei suoi gesti, c’è uno sguardo profondo sul futuro della storia. Durante il suo cammino verso Gerusalemme Gesù non ha mai creduto che la sua morte potesse dire la fine sul suo messaggio di vita nuova. C’è speranza nelle parole di Gesù, perché c’è fiducia nell’uomo e nella donna, nella loro possibilità di lasciarsi trasformare dalle sue parole d’amore cariche di vita. È questa la grande forza di Gesù: non ha avuto timore ad affidare la continuità del suo messaggio di vita nuova, ad un gruppo di persone che, come noi, erano fragili, timorose, incapaci di comprendere quello che il Maestro intendeva dire. Eppure, Gesù non ha avuto difficoltà a consegnare loro quelle parole vere e profonde, pronunciate nell’ultima cena, perché il suo sguardo andava lontano, non si fermava al presente della storia, non considerava come definitivo la debolezza umana dei suoi discepoli e discepole. Ha creduto in loro, nonostante tutto. La sua grande fiducia nella bontà del suo messaggio, lo ha condotto a non considerare un impedimento il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’abbandono degli altri.

L’eucarestia ci consegna questo sguardo penetrante di misericordia, capace di andare al di là delle apparenze, delle meschinità consumate nel presente della storia. Accettare di alimentarsi di Lui significa diventare portatori di questo sguardo nel mondo, che non si ferma dinanzi a nulla, che riesce a penetrare i fallimenti umani, per scorgere delle possibilità. Accogliere il Signore della storia, credere nella sua Parola carica di speranza, significa aver capito che la comunità che lui ha fondato, non è fatta dei migliori, o di coloro che si presumono tali, ma di tutte e di tutti. L’eucarestia è il primo profondo principio di uguaglianza che qualcuno, nel nostro caso il Maestro, ha conficcato nella storia, per sempre. È lì, alla portata di tutti e tutte. Basta desiderarlo. Basta mettersi in cammino. Quel cammino che nasce dalla consapevolezza di essere poca cosa e che nemmeno tutto l’oro del mondo può donarci un briciolo di dignità.

C’è tenerezza nell’eucarestia. È uno sguardo tenero che emana quel corpo spezzato sulla croce che, prima di essere il simbolo di un sacrificio, è il più grande inno d’amore che un essere umano abbia saputo pronunciare. Certamente ce ne sono stati altri, ma un amore così non si è mai visto. C’è tanto amore su quel legno insanguinato. Facciamo fatica a vederlo, a comprenderlo perché i nostri occhi sono annebbiati da liturgie che, invece di celebrare il mistero della vita, così com’è stato, lo hanno rivestito di orpelli, pizzi, di ori. Proprio Lui, è questo il misfatto, la più grande aberrazione! Hanno riempito di vesti dorate proprio Lui, il Signore della storia e della vita che queste vesti, simbolo di nobiltà, se le era tolte per rivestirsi delle vesti umili dei poveri. Non solo. Facciamo fatica a vedere nel legno insanguinato della croce l’immenso amore di Gesù, perché è stato interpretato male, è stato visto come un sacrificio. È vero che leggendo i testi ci sta anche questa interpretazione sacrificale, ma distorce quello che è stato il gesto libero di Gesù, una scelta d’amore, un dono affinché tutte e tutti possano accedere e accogliere fino alla fine dei tempi.

Anche nell’ultima cena, così come ce l’ha trasmessa l’evangelista Giovanni, Gesù ha depositato le vesti, per cingersi di un asciugamano e lavare i piedi ai discepoli. Questi sono i panni sacri di cui siamo chiamati a rivestirci quando partecipiamo all’eucarestia, i panni del servizio ai poveri, dell’attenzione agli ultimi. Generazioni di donne e di uomini hanno assistito passivi ai riti che avrebbero dovuto celebrare il Signore della vita, ma quella vita nuova rimaneva sepolta sotto il peso delle vesti sontuose e i pizzi dorati. C’è speranza in questo mondo postcristiano perché ci permette di poter osare cose nuove, di aprire i testi sacri con la curiosità del bambino, la curiosità di leggere le sacre parole e rimanerne abbagliati. Quello che viene considerato un periodo di crisi epocale, può trasformarsi in una grandissima occasione per tutti coloro che, leggendo il Vangelo, vedono la luce, un cammino di speranza. Benvenuta, allora, la post-cristianità che velocemente sta spazzando via secoli di rivestimenti sacrali che hanno impedito di cogliere il Mistero ad intere generazioni e che permette ora un incontro nuovo o, perlomeno, la possibilità di questo incontro il meno possibile filtrato.

Si percepisce la sofferenza di tutti e tutte coloro che per secoli hanno creduto che il messaggio di Gesù fosse proprio quello che gli veniva raccontato, fatto di riti, processioni, di liturgie gestite solamente dagli uomini. Quanta sofferenza in quelle persone anziane che, leggendo per la prima volta il Vangelo si sono accorte che il messaggio di Gesù è un’altra cosa, non riguarda dei riti, ma un modo di vivere, non fatto di ori e di pizzi, ma di semplicità e di attenzione ai più deboli. Che stupore deve creare in coloro che per la prima volta si accostano al Vangelo e scoprono che l’eucarestia non è una questione di parole dette bene, ma di amore, di lavarsi i piedi gli uni gli altri. Benvenuta epoca post-cristiana che ci permetti di mettere al centro l’essenziale e lasciare in disparte la forma.

Parlare di eucarestia nel mondo occidentale non è un compito facile. C’è una stratificazione secolare di riti, di visioni sacrali e, soprattutto, di letture devozionali che hanno ridotto il messaggio originale, per certi aspetti modificato e, a mio avviso, persino deturpato. È importante non confondere la devozione, che poi si è sviluppata nell’epoca moderna, con la religiosità popolare. Si tratta di due realtà e di due cammini diversi, direi opposti. Mentre, infatti la devozione moderna ha stimolato l’individualismo religioso, identificando il cammino di fede con le conquiste personali, fatte di fioretti, sacrifici per ottenere – meritare - la salvezza, ben diversa è ciò che sgorga dalla religiosità popolare. Lo dice la parola stessa: popolare. È un cammino di popolo, per lo più semplice e povero, che percepisce la presenza della Signore, che non abbandona i piccoli, i poveri, ma li protegge e li accompagna nel difficile cammino della vita. L’eucarestia, vissuta in questo contesto di religiosità popolare, è percepita non come un merito, ma un dono, non come una conquista personale, ma come una presenza misteriosa che stimola la comunità a continuare il cammino, a non abbattersi dinanzi alle sofferenze vissute. Riportare l’eucarestia in quell’ambito di relazioni amicali di persone che hanno fatte delle scelte nella direzione del Vangelo, è la grande sfida che abbiamo dinanzi.

Le pagine che seguono sono il frutto di due esperienze diverse. Nella prima parte riporto alcune riflessioni, frutto di un corso di esercizi spirituali tenuto ai fedeli laici e laiche delle parrocchie che accompagno da alcuni anni. Nella seconda parte, invece, confluiscono le considerazioni di alcuni incontri realizzati negli ultimi due anni sul tema della liturgia nella vita della comunità. Questa precisazione sull’origine del testo che presentiamo, ci consente di collocare il contenuto come una condivisione di un cammino svolto dall’autore assieme ad alcune comunità, che non hanno alcuna pretesa, se non quella di contribuire alla crescita spirituale e culturale del singolo lettore. Buona lettura.

 

INDICE

Introduzione

Abbreviazioni

 

PARTE PRIMA: LA MENSA DEL SIGNORE. RIFLESSIONI SPIIRTUALI

Preludio.

Rifiutare il Mistero. Smantellare la religione per percepire la presenza del Mistero. Tra precetto e dono. Il ritorno alle fonti per liberarci dalle mistificazioni.

 

Capitolo 1: Questo è il mio corpo.

 Gesù consegna il suo corpo. L’intuizione di Paolo e del Vangelo di Matteo. Il tutto nel frammento.  Prendete e mangiate.

 

Capitolo 2: È dato per voi. La dimensione comunitaria dell’eucarestia.

Un po' di storia. Per formare un solo corpo. La testimonianza della prima comunità cristiana: 

 

Capitolo 3: Prendete e mangiatene tutti. Nessuno è escluso.

Un’esperienza personale. L’insegnamento di Gesù. Gesù realizza le profezie.  Il sacramento della penitenza e il “tutti” dell’eucarestia. Le donne nella vita della comunità cristiana.

 

Capitolo 4: Fate questo. Le due interpretazioni del comando di Gesù e le conseguenze sul piano spirituale.

L’interpretazione ritualista. L’interpretazione esistenziale. Conseguenze sulla vita spirituale.

 

Capitolo 5: L’abbiamo riconosciuto.

Gesù portatore di pace. Riconoscere il Signore. Fare spazio. Tra strada e banchetto. Una nuova agenda pastorale e formativa.

 

Capitolo 6: ogni volta che mangiate…Annunciate. La dimensione missionaria.

 Gli spazi di Gesù.  La motivazione. Gesù, il liberatore dalla falsa religione. L’eucarestia come processo di smascheramento. Annunciamo l’amore del Signore.

 

Capitolo 7: Nell’attesa della tua venuta. La dimensione escatologica dell’eucarestia.

L’incontro che genera pace e gioia. La vita nel presente della storia.

 

PARTE SECONDA: LA LITURGIA IN UN MONDO OCHE CAMBIA. RIFLESSIONI PASTORALI

Introduzione

Capitolo 1: Un tuffo nella storia.

Passaggi di un’epoca di cambiamento. L’architettura liturgica. Tra Sacro Romano impero e messa tridentina.

 

Capitolo 2: Una liturgia con i tratti dell’umanità di Gesù.

L’umanità di Gesù e il principio d’incarnazione. Il sacro spogliato nei gesti di Gesù. Fede e vita.

 

Capitolo 3: Le intuizioni del Concilio Vaticano II sulla liturgia.

La scomoda eredità. Ritorno alle fonti. L’intimismo devozionale.

 

Capitolo 4: Liturgia ed ecclesiologia.

Temi significativi della Chiesa come popolo di Dio.  Una Chiesa tutta ministeriale: e le donne?

 

Capitolo 5: Liturgia e cultura.

Papa francesco e l’inculturazione del Vangelo. Un passo avanti: Querida Amazonia.

 

Capitolo 6. Liturgie inculturate in Occidente.

 Una necessaria presa di coscienza. Alcuni cambiamenti. Dalla parrocchia ai parrocchioni. Alimentare la fede

 

Capitolo 7. La liturgia per sua natura è inclusiva.

Un linguaggio inclusivo. Onnipotente? Tra sacrificio e dono. Il peccato nella liturgia. Lo stile accogliente.

 

Conclusione

Bibliografia

 

Acquistabile qui:

Ibs: https://www.ibs.it/eucarestia-domani-inculturazione-inclusivita-della-libro-paolo-cugini/e/9788869299742?queryId=12752032fbd503215fbb8b39e6331951

Amazon: https://www.amazon.it/Leucarestia-domani-Inculturazione-inclusività-liturgia/dp/8869299740/ref=sr_1_7?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&crid=1LAA3BJTA6JBT&keywords=paolo+cugini&qid=1679988212&sprefix=paolo+cugini%2Caps%2C146&sr=8-7


sabato 6 agosto 2022

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME

 



Tema degli esercizi spirituali

Galeazza 1-4 settembre 2022

Paolo Cugini

 

Secondo il sociologo francese Guillaume Cuchet, una delle cause del processo di scristianizzazione in atto nel mondo occidentale, è la fine della religione del precetto, “l’uscita dalla cultura della pratica obbligatoria”. A mio avviso, c’è del vero in questa affermazione. Liberi dall’obbligo del precetto, finalmente abbiamo la possibilità di scoprire il significato profondo della consegna che Gesù ha fatto la sera dell’ultima cena, quando ai sui discepoli (e, probabilmente, alle sue discepole) ha detto: fate questo in memoria di me.

Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1). Il Vangelo è una storia d’amore. Gesù ha comunicato il suo messaggio creando delle relazioni amicali, vivendo con i suoi amici e le sue amiche, stando con loro, dedicandogli tempo, disponibilità per rispondere alle loro domande e perplessità. Sembrano riflessioni banali o, uno sforzo di voler mostrare a tutti i costi il lato umano di Gesù.

Il problema è che secoli e secoli di obblighi, precetti, imposizioni, minacce, penitenze – tutta roba che con il Vangelo e il messaggio di Gesù non ha nulla a che fare – ci hanno fatto perdere di vista l’essenziale, il cuore del vangelo, vale a dire che la divinità Gesù ce l’ha comunicata con la sua umanità. Chi non riesce a staccarsi di dosso la religione dell’obbligo e dei precetti fa tantissima fatica a mandare giù queste affermazioni. Chi si è abituato a vedere il sacro nella forma, nei pizzi dorati, nei candelabri, nei piviali ricamati, trova impossibile pensare che la dignità di Dio si possa trovare negli stracci puzzolenti di un povero, oppure, nel gesto umano di uno sguardo, un sorriso, una mano tesa.

Trascorrere tre giorni a sfogliare le pagine del Vangelo, rimanere in silenzio, meditare, scrivere su un quaderno le nostre riflessioni- è questa la proposta degli esercizi spirituali-, non è tempo perso. Può, invece, aiutarci a riscoprire il tesoro nascosto, la perla perduta, il dono che il Signore ci ha fatto della domenica, creata non per finire i lavori rimasti indietro, ma per riposarci in Lui, fare esperienza della sua presenza, del suo amore.

 

 

venerdì 16 agosto 2019

ASSEMBLEE SINODALI E ACCOGLIENTI


   






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è eloquenza della comunità cristiana. Non si può dire che la crisi della liturgia ha causato la crisi della vita ecclesiale: le due cose vanno insieme. Occorre riflettere sull’assemblea cristiana, che è la vita cristiana che diventa soggetto di comunione nello spezzare il pane. Leggendo le problematiche dell’assemblea possiamo interrogarci sul futuro della liturgia.

Tentazioni: clericalizzazione del laicato, laicizzazione del clero. L’assemblea è il luogo dell’Altro e dell’altro, il luogo dell’esperienza di Dio, dell’alterità, dell’incontro con il suo mistero; ma anche il luogo dell’esperienza dell’incontro con le persone, di chi ci è accanto. L’assemblea cristiana va vista nella sua realtà di assemblea umana, raduna uomini e donne e dev’essere capace di vivere la fraternità e la sororità. Se un’assemblea liturgica non è capace di esprimere ciò, allora non è abilitata ad essere assemblea cristiana. Il Signore non vuole solo un insieme di riti religiosi, o un’auto celebrazione intimistica o collettiva. Nell’assemblea domenicale va cercato lo stile della fraternità e della comunione. La giusta posizione di uomini e donne che non si riconoscono, che nell’assemblea liturgica non s’incontrano, rimanendo estranei gli uni agli altri, causa lo svuotamento dei gesti, che si vorrebbero di accoglienza reciproca. Sono ferite inferte all’assemblea eucaristica.

La liturgia eucaristica deve permettere il costituirsi della fraternità e della sororità. Convenire nello stesso luogo, pregare insieme, dev’essere un esercizio di fraternità, nel riconoscimento dell’umanità dei gesti. Quando manca lo spessore umano, l’assemblea fa fatica ad essere tale. È il dramma che vive la comunità alla messa domenicale: manca spesso l’umanità. C’è il rito senza l’umanità, il coinvolgimento attivo delle persone presenti che restano estranee le une alle altre. Così non si costruisce la Chiesa, che non si costruisce con dei riti. C’è un problema più radicale del linguaggio liturgico, che è la qualità umana dell’assemblea, delle persone che si trovano attorno alla mensa eucaristica. Se tutto è anonimo, se non c’è condivisione e corresponsabilità nella liturgia, come si fa a parlare di assemblea?



Diamo troppo per scontato che l’assemblea domenicale sia cristiana anche quando manca lo spessore dell’umanità per viverla. C’è gente solitaria in chiesa, giustapposta, ad assistere la messa celebrata dal sacerdote, in un consumo spirituale privato. Se la liturgia non s’incarna nel vissuto dei partecipanti, che cosa significa? Che cosa servono le posture ieratiche, le manifestazioni imperiali. I pontificali? Gesù non aveva nessuna preoccupazione di abiti liturgici. Anche le prime comunità non avevano queste preoccupazioni: c’era molta cura delle relazioni umane. I riti sono necessari all’uomo, ma sono strumentali all’interno del cristianesimo. I iriti non salvano: lo dicevano i profeti. La qualità cristiana di un’assemblea è data dalla conformità all’umanità di Gesù. La liturgia saprà parlare all’uomo e alla donna di oggi se assomiglia all’umanità di Gesù.

È decisivo che noi cristiani riusciamo ad avere una fede cristiana e non semplicemente appartenere ad una religione. La nostra fede cristiana dice che Dio si è fatto carne, terra, uomo. La carne è molto più del corpo: è il respiro, i dolori, le fatiche, tutto ciò che viviamo è la nostra carne. Il corpo è l’umanità. Il vero attentato che c’è stato nella storia cristiana è nell’incarnazione, nel farsi carne di Dio. Il grande problema è riconoscere Gesù nella carne. Dio si è fatto carne, si è fatto la nostra umanità. Nella liturgia dobbiamo trovare l’umanità di Gesù nella nostra. Non è vero che tutto ciò che è religioso è spirituale. Dobbiamo guardare la terra e non il cielo, perché Dio si è fatto carne, si è fatto Gesù di Nazareth. È la carne che è salita in cielo, cioè tutta la vita dell’uomo.

Ippolito di Roma: il vero mistero cristiano è che il verbo si è fatto uomo come noi uomini. Se non fosse così invano ci avrebbe chiesto di imitarlo.  

Tertulliano: caro cardo salutis (la carne è il cardine della salvezza).

Dobbiamo abbandonare ogni spiritualismo. Cercare nella carne di Gesù la resurrezione che vince la morte. La nostra fede cristiana deve vivere la vita umana di Gesù. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi più umano.

Nella liturgia dobbiamo smettere di essere sedotti dal divino, dal potere, ma dobbiamo tornare al Vangelo, che narra di Dio fatto uomo, terrestre, fatto carne. Ridare qualità umana alle nostre assemblee: è il compito più urgente.

In Francia, Belgio, Germania: per rifare l’assemblea cristiana occorre rifare il contesto dell’assemblea. Accanto alla chiesa sempre c’è una sala. Prima di andare in assemblea, si ritrovano in una sala con il prete e poi insieme si va alla messa. Alla fine ci si ritrova per un caffè, per un momento di fraternità: è una disposizione delle conferenze episcopali locali. Diventa un’assemblea in cui non consumiamo qualcosa di religioso, ma si lavora per fare comunità. 



Un’assemblea liturgica dev’essere sinodale. Papa Francesco sta cercando di avviare processi che portino alla sinodalità, che è il termine chiave del ministero di Papa Francesco. O ci sarà una Chiesa sinodale, o non ci sarà più la Chiesa. Sinodo significa camminare insieme. Quando il papa parla di sinodalità non sta parlando dell’assetto istituzionale, di un particolare sinodo. Quello che chiede papa Francesco è la sinodalità come stile, facendo camminare tutto il popolo di Dio con i suoi pastori, in una corresponsabilità che sia reale, concreta, È un compito che richiede tempo, ma soprattutto una conversione profonda nel vivere la Chiesa. È possibile pensare una Chiesa sinodale senza un’assemblea liturgica che non sia sinodale? Il legame tra sinodo e liturgia è fondamentale. Nella Chiesa antica il sinodo era sempre un atto liturgico. Ratzinger: il Concilio tende all’unità che viene dalla parola di Dio. Il sinodo è sempre riferito all’eucarestia. Un popolo di Dio che cammina sinodalmente, deve corrispondere ad un’assemblea eucaristica sinodale. La liturgia eucaristica deve avere come soggetto l’assemblea celebrante e non il presbitero, che semplicemente presiede. Dossetti: non solo comunità, ma comunità tutta gravitante nel suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea.

L’ecclesia e la koinonia devono avere una manifestazione eucaristica. L’assemblea deve attuare un ascolto sinodale. Oggi abbiamo assemblee fervorose, ma lontane dalla partecipazione in atto come voleva il Concilio. Ci vorrà audacia e creatività, ma il cammino è ineludibile. Siamo ancora lontani da assemblee sinodali.

Altra urgenza. Oggi dev’essere prevista dalla chiesa normata, dalla Chiesa a chi è riconosciuto portatore del dono della parola, di esprimere la qualità profetica del popolo di Dio con interventi nell’omelia. All’estero si fa. Dare la parola ai laici nell’omelia. Poi ci sono gli eccessi quando c’è la clericalizzazione del laicato. Il vero problema è che ci sia la possibilità di un’omelia partecipata. La comunità di Dossetti e a Bose si è sempre praticato la possibilità di esprimersi sul Vangelo. Non si può sentire sempre la stessa persona per anni e anni. Sarebbe bello sentire la buona novella al femminile! Nella Chiesa ci sono delle patologie che bloccano il fermento liturgico del Concilio. Il problema è come esprimere la sinodalità nella liturgia. La sinodalità deve diventare uno stile liturgico.

Un’assemblea liturgica ospitale. C’è urgenza di questo. La tavola del Signore: 1 Cor 10,21. La tavola è la forma primaria dell’eucarestia, e chiede la commensalità tra fratelli e sorelle attorno alla tavola. Atti 2,42s: l’eucarestia è un sedersi alla tavola della cena del Signore. I cristiani battezzati senza distinzione di sesso, etnia, livello culturale e sociale sono gli invitati alla cena del Signore. La dimensione della condivisione è celebrazione dell’alleanza del Signore con la sua Chiesa, come partecipazione del corpo unico. La tavola del Signore è la tavola dell’incontro di Gesù e tutti gli uomini e le donne. Gesù ha voluto sedere alla tavola dei peccatori, ha condiviso la tavola con gli esclusi. Quando pensiamo alla tavola del Signore dobbiamo pensare alla tavola della misericordia. Rischio di essere come i farisei che si scandalizzavano di Gesù. Le nostre liturgie sono capaci di accogliere cristiani battezzati di confessione diversa dalla nostra?

La nostra assemblea eucaristica deve diventare tavola ospitale verso i poveri e verso i peccatori.