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venerdì 26 settembre 2025

Identità e contaminazione culturale

 




 

Paolo Cugini

 

Il tema dell’identità e della contaminazione culturale è oggi più che mai attuale, in un mondo globalizzato dove le culture si intrecciano e si trasformano reciprocamente. Da sempre filosofi, scrittori e pensatori hanno riflettuto su questo rapporto, offrendo spunti preziosi per comprendere come la nostra identità si definisca e si arricchisca attraverso il contatto con l’alterità. È nel contesto attuale postmoderno che inizia a scricchiolare l’idea forte e monolitica del concetto di identità personale elaborato nella modernità sia in campo religioso che pagano. La proposta moderna identificava il valore di una persona con l’aderenza all’identità proposta dalla cultura che aveva come caratteristica la permanenza nelle scelte fatte. In questa prospettiva moderna, la persona che desista dal proprio cammino, viene considerata negativamente. In un contesto frammentato, debole e liquido, com’è definita la cultura postmoderna, la proposta di identità assume prospettive diverse.

L’identità non è mai qualcosa di statico, ma piuttosto un processo in continuo divenire. Come scrive il filosofo Zygmunt Bauman: “L’identità è una domanda, non una risposta; la somma delle domande che uno si pone circa se stesso, non la somma delle risposte che trova”. Questa visione mette in luce come l’identità sia una ricerca continua, che si confronta costantemente con il nuovo e il diverso. Questa dinamica rompe definitivamente con la durezza identitaria proposta nella modernità, perché considera il dato storico dell’uomo e della donna e la capacità di reinventarsi a partire dalle provocazioni che il presente dona. In questa prospettiva postmoderna entra in gioco il concetto di contaminazione, come possibilità di accogliere nel cammino della vita le novità che gli incontri esistenziali si presentano nella vita. Contaminazione culturale che è possibile solamente abbandonando di una forma definitiva la mentalità rigida tipica della modernità.

La contaminazione culturale, spesso vista con sospetto da chi teme la perdita delle proprie radici, come avveniva nella modernità, può invece essere fonte di grande arricchimento. Lo scrittore Italo Calvino sosteneva: “La contaminazione delle culture è la condizione stessa della creatività”. In altre parole, solo attraverso l’incontro e il confronto nascono nuove idee e nuove forme di espressione. Non c’è più il desiderio di contrappore un’idea con le altre, in un costante atteggiamento apologetico. La postmodernità sta creando le basi per percepire positivamente la possibilità positiva dell’apporto dei contenuti che provengo altrove, fuori dai nostri cammini. L’identità, in questa muova prospettiva, diviene una possibilità di crescita costante, perché in un continuo atteggiamento di ascolto, attenzione, capace di cogliere la bontà di verità altre.

Anche Tzvetan Todorov, saggista e teorico della letteratura, ha sottolineato come la purezza culturale sia un mito: “Non esiste cultura che sia rimasta pura: ogni cultura è il risultato di molteplici incontri, scambi e contaminazioni”. Questa riflessione ci invita a guardare alla contaminazione non come una minaccia, ma come un elemento costitutivo delle identità stesse. Del resto, è lo stesso processo che osserviamo nella Bibbia, che è tutto fuorché un libro statico. Il Testo Sacro è tutto fuorché un libro derivato da un’unica cultura, da un’unica religione, ma è un crocevia di incontri, di intrecci culturali e religiosi. Chi decide di porre il testo biblico come fonte ispiratrice della propria vita, dovrebbe essere disponibile ad incontrare costantemente altri mondi, capace di accogliere chiunque entri nel nostro orizzonte con parole di significato, anche se non proviene dai nostri recinti.

Lo scrittore francese Albert Camus descriveva il viaggio come metafora della trasformazione identitaria: “Viaggiare è dare un senso alla propria vita, viaggiare è dare vita ai propri sensi”. Nel percorso di incontro con l’altro, la nostra identità si arricchisce, si mette in discussione e trova nuove possibilità di espressione. Camus scriveva questo negli anni ’50 del secolo scorso. Oggi, in un mondo fatto di molti popoli che migrano, l’aspetto del viaggio come elemento che struttura identità nuove, è ancora più vivo. Non viaggia colui o colei che pensa che l’identità sia un valore eterno che dev’essere difeso. Si pone in viaggio, al contrario, colui o colei che ha compreso che l’identità personale è un viaggio, nel senso che ci sono tantissime possibilità di crescita fuori dai nostri percorsi e che esigono di essere colte. Non le potrà recepire le novità della vita chi non si pone in viaggio e rimane seduto nelle proprie sicurezze.

La filosofa contemporanea Martha Nussbaum invita a pensare l’identità come un dialogo aperto: “L’identità non è un confine, ma una soglia: un luogo da attraversare, non da difendere”. Solo attraverso il dialogo e la contaminazione possiamo costruire società più aperte, inclusive e creative. Nussbaum pone al centro del dibattito identitario postmoderno un aspetto fondamentale: il dialogo. Persone dialoganti sono coloro che rimangono aperte al nuovo, che apprendono ad accogliere il positivo di cui è composta ogni cultura. Dialoga chi è disposto/a mettersi in gioco, a lasciarsi contaminare da ciò che proviene da altrove. Dialoga chi ha compreso che la contaminazione è il cammino per essere persone nuove, più autentiche perché plasmate dalla vita.  In un’epoca di grandi migrazioni e scambi culturali, il rapporto tra identità e contaminazione culturale rappresenta una sfida e un’opportunità. Forse il primo passo è proprio quello di accogliere la contaminazione come parte integrante della nostra identità, aprendoci al nuovo senza paura di perdere noi stessi, ma con la consapevolezza di poterci sempre ritrovare, più ricchi e più veri. 

sabato 21 dicembre 2024

ASSOCIAZIONE CULTURALE MORINGA DI TAPIRAMUTA’: UNA STORIA ESEMPLARE

 





Paolo Cugini


Sono trascorsi quasi vent’anni da quando l’Associazione Moringa, fondata a Miguel Calmon per sostenere la biblioteca, si era insediata anche a Tapiramutà. 

Moringa è il nome di una pianta che purifica le acque oltre ad avere proprietà antiossidanti che possono aiutare a regolare lo stress ossidativo, riducendo i livelli di zucchero nel sangue e a proteggere le cellule del corpo. Quando con Gianluca, all’inizio della nostra avventura brasiliana, eravamo alla ricerca di un nome da dare all’associazione culturale che stavamo formando, scoprendo la pianta moringa non abbiamo avuto più dubbi: l’associazione si chiamerà moringa. 

L’idea che stava alla base del progetto moringa era quello di fornire strumenti, soprattutto ai giovani che incontravamo provenienti dai ceti più poveri, per poter costruire il proprio futuro. Il primo progetto è stato quello di una biblioteca, nata s richiesta dei giovani che incontravamo. Attorno allo spazio della biblioteca, costruito sistemando un edificio della parrocchia di Miguel Calmon, sorsero molti progetti di tipo culturale, come il corso in preparazione all’accesso all’università, assieme ad altri corsi, alcuni fatti in collaborazione con l’università della vicina città di Jacobina. 

Prof Luzia, coordenadora del progetto Moringa a Tapiramutà


È attraverso l’associazione Moringa che è stato possibile attivare una seria significativa di corsi di formazione politica e di coscientizzazione che ha inciso profondamente in tutta la regione. Da queste esperienze sono sorti i movimenti fede e politica a Miguel Calmo e Tapiramutà e il movimento Moringa a pintadas. 

Questa idea culturale ha portato frutti diversi nelle città in cui è stata piantata. A Pintadas e Ruy Barbosa, per esempio, non è andata molto bene e si è estinta. Il luogo in cui l’associazione Moringa ha sino ad ora, portato più frutti è stata Tapiramutà. Attorno al progetto biblioteca, infatti, a Tapiramutà si sono sviluppato alcuni progetti direzionati ai minori di strada, in collaborazione con la parrocchia e, in modo speciale, alla pastorale degli adolescenti. 

Un'azione del Movimento fede e politica di tapiramutà nella città di Miguel Calmon


Una chiave di svolta della Moringa è stata la scoperta dell’organismo che elargisce fondi dello Stato della Bahia alle entità che elaborano progetti sociali per i ceti più poveri della società. Questo contatto ha prodotto nel tempo la possibilità di realizzare corsi professionalizzanti di varia natura: muratori, elettricisti, parrucchieri, ecc. Il contatto con lo Stato è stato cercato. Questo è un punto importante. Troppo spesso, infatti, i progetti messi in piedi in terra di missione, da missionari italiani, sono finiti quando il missionario è tornato nella propria patria, anche perché i progetti attivati solitamente dipendono dai soldi provenienti dall’Italia. Con Gianluca, sin dall’inizi, avevamo le idee chiare, anche grazie ad alcune letture che ci avevano chiarite le idee. 

Elenildes, prima a sinistra e Rosana, terza da sinistra: due protagoniste di questa stupenda storia
La ragazza tra le due è l'attuale bibliotecaria (non so il nome)


Il primo l’ho letto durante il primo viaggio Milano Salvador: Il banchiere dei poveri di Yunus, premio per la pace nl 2006. L’ho letto perché in una recensione lo indicava come un libro fondamentale per i missionari. Yunus insegna come attivare il microcredito in zone di povertà. I soldi non si regalano, ma devono essere investiti per produrre. Si tratta di mettere le persone povere in condizioni di uscire dalla povertà imparando a lavorare, produrre e uscire da una mentalità di elemosina.

In questa direzione va anche il secondo libro che ci aveva aperto gli occhi: La carità che uccide, dell’economista zambiana Dambisa Moyo. Dambisa sostiene che chi ha distrutto l’Africa, riducendo gli africani alla povertà sono stati gli aiuti umanitari. Può sembrare un paradosso, ma non è. Infatti, la Moyo, con dati alla mano, sostiene che i miliardi di dollari elargiti dalle grandi potenze e da entità beneficenti, sono finiti nelle tasche dei politici corrotti dei paesi africani. Questi aiuti, nel tempo, hanno dunque contribuito a mantenere al potere da politici corrotti e dittatori senza scrupoli, impedendo agli africani di zelare del proprio territorio. 

Un momento della confraternizzazione


Dopo solo tre anni dalla fondazione dell’Associazione Moringa Gianluca aveva lasciato non solo la direzione, ma la stessa associazione. Io l’ho seguito poco dopo. L’idea alla base di questa scelta era nell’ordine di ciò che avevamo letto e meditato: lasciare che il popolo brasiliano gestisca i progetti creati da loro indicazioni specifiche e, soprattutto, non creare nuove forme di dipendenza coloniale. 

A Ruy Barbosa e Pintadas l’esperienza è durata poco. Nonostante le apparenze e i tanti progetti realizzati, non interessava più di tanto. A Miguel Calmon l’esperienza è ancora attiva, soprattutto legata alla biblioteca. Attualmente si trova in una fase di stallo e avrebbe bisogno di una rinnovata, soprattutto nel personale che gestisce l’esperienza.

Differente è il discorso di Tapiramutà. In questa città chi ha tenuto le redini sono un gruppo di persone, quasi esclusivamente donne, che hanno sposato la causa, ritenendo non solo importante il progetto, ma necessario per la propria città. Tra queste donne ce ne sono alcune di condizioni economiche significative e con un atteggiamento critico con la classe politica. Come diceva il domenicano Frei Betto, uno dei protagonisti del cammino delle Comunità ecclesiali brasiliane: l’opzione preferenziale per poveri la fa la classe media e, senza di lei, è difficile provocare cambiamenti radicali. E così è stato a Tapiramutà.

Oltre ad attivare un contatto con il comune per pagare gli stipendi dei funzionari dei progetti, queste donne hanno saputo coinvolgere molte persone – circa ottanta – per sostenere il progetto, anche economicamente. Sono ormai vent’anni che questo gruppo di persone accompagna i progetti, ne chiude alcuni, ne attiva altri e Sin dall’inizio abbiamo sempre cercato d’inserire i vari progetti in collaborazione con le pastorali sociali delle parrocchie e, di conseguenza, utilizzando i suoi spazi. L’associazione, col il contributo dei suoi membri, si impegna a mantenere in ordine e a ristrutturare gli spazi che utilizza. 



In questi giorni ho ricevuto le foto della festa di confraternizzazione Natalina dell’associazione Moringa presente a Tapiramutà. Molte persone in festa, felici di contribuire nella realizzazione di un sogno: aiutare i poveri a mettersi in piedi e a camminare con le proprie gambe, senza sperare tutta la vita di ricevere l’elemosina. Tra coloro che in questi anni sono passati dall’avventura ACMOR (Associazione Culturale Moringa) ci sono muratori, elettricisti, parrucchieri, ma anche ingegneri, architetti, farmacisti e addirittura due medici. La soddisfazione più grande per me è che in questo progetto c’ero solo all’inizio: il resto ci hanno pensato loro. 


lunedì 4 novembre 2024

Dal caos al cosmo, ossia: della durezza

 





Paolo Cugini


Come descrivere il cammino della cultura occidentale se non come un cammino di semplificazione e di progressivo irrigidimento? C’è stata come un’intuizione originaria che ha percepito la possibilità di vivere in modo tranquillo organizzando l’universo, ordinandolo, toglierlo, cioè dal caos apparente. Potremmo leggere la nascita della filosofia greca proprio in questa prospettiva: l’esigenza di mettere ordine al caos apparente. Anche se Eraclito aveva mostrato nei suoi aforismi di sapore mistico che era difficile porre ordine ad una realtà in continuo movimento e che sfugge alla possibilità organizzativa della mente, la direzione presa è stata tutta verso la ricerca di punti fermi e chiarificatori. 

In primo luogo, c’è stata la ricerca di un principio primo, che fosse riferimento di tutta la realtà, un principio come sforzo razionale capace di porre un fondamento nel mondo. Anche questo è un dato interessante. La cultura occidentale si struttura a partire dalla ragione e non sul sentimento, sui calcoli e non sull’arte, sull’apollineo e non sul dionisiaco. Sono contrapposizioni che escludono una sintesi, una possibilità di convivenza, contrapposizioni che, dunque, indicano una scelta ben precisa mossa dall’istinto di sopravvivenza, che evita complicazioni, perdite di energia e punta all’evidenza immediata. 

Lo sforzo ordinatore della realtà ha prodotto con il tempo, un modo rigido di vedere il mondo. Se ogni effetto ha una causa, così pensano i filosofi, allora il centro di questo processo razionale non può che produrre una serie di principi chiarificatori la cui evidenza costringe il pensiero a riconoscerne la validità. Il principio di non contraddizione è nella direzione del principio d’identità: una cosa non può che essere quella cosa. È tutto molto semplice e chiaro, è tutto molto logico. Se piove significa che ci sono le nubi e quando sorge il sole significa che è terminata la notte e che ogni giorno sarà così. Sono le conclusioni che si deducono dalle cause, che permettono la certezza delle affermazioni. C’è una verità che viene verso di noi attraverso le sensazioni, che ci permettono di astrarre dalla realtà idee certe e sicure per sempre. Le argomentazioni di tipo apodittico hanno strutturato la c conoscenza occidentale, da qualsiasi parti si osservi il fenomeno. Infatti, sia la conoscenza induttiva che deduttiva forniscono lo stesso tipo di materiale conoscitivo, vale a dire verità necessarie per la vita. 

Con il tempo, la grammatica, la logica, la matematica sono le materie che vengono insegnate nelle scuole, che si sviluppano nel medioevo e che formano le prime generazioni di studenti universitari. Apprendere le regole di come si osserva in un determinato modo il mondo è fondamentale per imparare a difendersi e a proteggersi dalla realtà. 

Ordinare la realtà, dividerla in scomparti, determinare ciò che è maggiore e minore, importante e meno importante, spingere la ragione sino a comprendere il mondo con categorie razionali precostituite. È questo il cammino del pensiero Occidentale, che per secoli ha perfezionato una modalità specifica di relazionarsi con il mondo, mettendo da parte i sentimenti, promovendo percorsi di semplificazione e organizzazione. La cultura moderna ha prodotto sistemi di pensiero così sofisticati da pensare di credere di essere riuscita a comprendere tutto il reale. Quando si leggono questi tentativi viene un sorriso e, allo stesso tempo, un sentimento di tristezza perché si coglie la boria di un pensiero arrogante che ha pretesa di capire il mondo, di dire in che direzione deve andare e, soprattutto, l’arrogante pretesa di definirlo nei minimi dettagli. Colpisce la sfacciataggine di un metodo strutturato non sul desiderio di conoscere l’universo, ma d’interpretarlo.

Questo modo di pensare il mondo e le cose produce un materiale rigido, duro, statico e, allo stesso tempo, persone rigide, intolleranti, incapaci di accettare il pensiero diverso. Si può leggere in questa prospettiva l’incontro del mondo Occidentale con le altre culture. La presunzione di possedere la narrazione giusta e vera ha fatto cadere nel giudizio di ignoranza tutti quei popoli che nei secoli avevano elaborato una narrazione differente, considerata meno razionale e, dunque, ingenua, non all’altezza. Questo giudizio negativo ha giustificato percorsi d’imposizione, di violenze efferate e, soprattutto, la distruzione della cultura dell’altro. Il pensiero rigido non riesce a porsi in un atteggiamento di ascolto, di accettazione della verità dell’altro: è intollerante. Quando la cultura non viene distrutta, viene manipolata. È ciò che la ricercatrice aborigena Linda Tuhiwai Smith ci ha recentemente descritto su ciò che è avvenuto con la narrazione culturale del proprio popolo. Non solo non è stata accettata, ma addirittura, trasformata. Gli invasori si sono impossessati della narrazione culturale incontrata, modificandola, trasformandola, in una parola: deturpandola. I problemi si complicano quando la narrazione forte diventa un sistema politico in cui le leggi hanno lo stesso spessore del sistema culturale dominante. Quando, poi, il sistema politico forte si allea ad una religione, la miscela di potere e violenza diviene inarrestabile. È ciò che l’Occidente ha potuto accompagnare nel periodo del Sacro Romano Impero, che in nome di Dio ha costretto popoli a convertirsi all’unica religione e a prostrarsi all’unico imperatore, naturalmente cristiano. 


martedì 22 ottobre 2024

LA CRISI DELLA CRISTIANITA’ OCCIDENTALE TRA SMASCHERAMENTO ED ERMENEUTICA

 






 

Paolo Cugini

 

Gli ultimi decenni sono stati un progressivo processo di smascheramento prodotto dalla cultura occidentale, che ha ridotto il cristianesimo a forma vuota, inutile per la vita. Il fallimento delle metanarrazioni moderne, per dirla con Lyotard, hanno manifestato il limite del metodo deduttivo, incapace di cogliere la realtà. Per secoli la cultura Occidentale ha preteso di orientare la realtà a partire da schemi concettuali predefiniti. La profonda crisi climatica che sta devastando il pianeta, la costante crisi economica frutto del modello neoliberale che sta aumentando giorno dopo giorno il fosso da i pochi ricchi e una moltitudine di poveri, la crisi delle democrazie segnate da un’avanzata impressionante degli schieramenti politici di estrema destra, sono alcuni sintomi di un crollo definitivo della proposta moderna, della possibilità di controllare l’evoluzione della storia a partire da idee predefinite. In questo percorso la Chiesa ha le sue responsabilità e, per questo, la crisi globale la sta intaccando in profondità. Tutte le volte che si è irrigidita trincerandosi nella difesa di principi assoluti, ha perso la possibilità di mettersi in ascolto della realtà e percepire la voce del Verbo Incarnato. Si è lentamente sfaldato, sgretolato il castello esteriore di sicurezze precostituite, che non ha retto all’impatto della realtà, che ha evidenziato il fallimento di un metodo, di una modalità di abitare la realtà. Processo di smascheramento che ha una duplice direzione. Da un lato rivela il fallimento di un’idea; dall’altro indica un cammino. Per questo motivo la fase di passaggio che stiamo vivendo è estremamente delicata. Solo rendendoci conto del cambiamento in atto possiamo avere il coraggio di cambiare rotta.

Accanto allo smascheramento, l’occidente ha vissuto anche l’epoca dellermeneutica, che ha progressivamente indebolito la forza della verità metafisica. È questa una chiave di lettura importante, necessaria per cogliere la direzione che sta prendendo la cultura Occidentale. L’ermeneutica ha sostituito la metafisica: è questo uno degli esiti, a mio avviso positivi, del cambiamento in atto. I sistemi rigidi elaborati nell’epoca moderna, hanno mostrato il grande limite di irrigidire la verità, mostrandone solo un aspetto, che emerge dalla definizione. La verità manifestata dal Mistero è per sua natura molteplice, poliedrica, come ho già ricordato nella pima parte. La definizione del Mistero può avere un aspetto pedagogico, ma non può avere la presunzione di dire tutto il Mistero. Se questo discorso vale in genarle, ancora di più assume un significato quando in gioco c’è la Verità del Mistero manifestata da Gesù Cristo, il Verbo che si è fatto carne, è venuto ad abitare in mezzo a noi, camminando con noi. In questa prospettiva, la storicità dell’evento non può essere dimenticata, per non correre il rischio, come di fatto è avvenuto in passato con il pensiero metafisico, di ridurre l’evento dell’Incarnazione ad un concetto astratto. La rivelazione del Mistero in Gesù Cristo, richiede un costante sforzo ermeneutico, perché la verità, d’ora innanzi, prima di essere un concetto astratto, è una persona viva che cammina con noi, che dev’essere accolta così com’è e come si manifesta e non intrappolata in rigidi rivestimenti concettuali. È proprio questo uno degli aspetti più positivi dell’attuale contesto post-moderno: la possibilità di pensare la verità nel suo contesto storico e non di coglierla come un’idea astratta. Tutto ciò ha conseguenze immediate nel camino della comunità, conseguenze che analizzeremo nella terza parte.

Che cosa lascia dietro di sé la scomparsa della cristianità? Un vuoto incolmabile. Forse, soprattutto, la percezione di un tempo perduto in cose senza senso, soprattutto da parte di coloro che ci hanno creduto, di coloro, cioè, che hanno creduto che la forma cristiana fosse portatrice del divino, di qualcosa, dunque, di assoluto, eterno. Possiamo, invece, tranquillamente dire, che si è trattato di una grande mistificazione, di un enorme sopruso, di una grande manipolazione del Mistero. Abbiamo trascorso secoli identificando il Mistero rivelato in Gesù Cristo, con quel sacro e quella struttura religiosa che Gesù era venuto a scardinare. Come ci dimostrano alcuni studi di Patristica e di storia della liturgia, in pochi decenni abbiamo rimesso le cose apposto, abbiamo risistemato in ordine quello che Gesù aveva, a detta loro, disordinato, sconquassato, destrutturato. Sono tutti sinonimi di un unico processo metto in atto da Gesù per manifestare la grande manipolazione realizzata dagli uomini del culto in Israele: identificare il Mistero con il sacro, la religione con la fede, le tradizioni umane con la Parola di Dio. Secoli di manipolazioni sacrali hanno prodotto una religione materiale dominata da una casta sacerdotale che ha ridotto la religione a pura formalità rituale, impedendo in questo modo al popolo di Dio di fare esperienza del Volto del Mistero manifestato in Gesù.  

Con gli occhi di poi possiamo dire: non era proprio da buttare via il grande critico della cristianità: Friedrich Nietzsche. Aveva già detto tutto, o quasi. Aveva percepito in profondità la fine dell’epoca cristiana e intravisto la nuova, in cui gli uomini avrebbero dovuto imparare a vivere senza appoggiarsi a Dio, ovvero, al Dio inventato dagli uomini, al dio analgesico, al rifugio dalla durezza della vita. Aveva capito che il Dio costruito nei secoli dall’occidente era ormai morto. Nietzsche percepiva tutta la tragicità di questo annuncio, anche perché era consapevole del disastro che la struttura religiosa aveva provocato nell’anima d’intere generazioni. Secoli di pietismo religioso hanno lasciato il segno: era questa la preoccupazione di Nietzsche. Secoli di fuga dalla realtà, hanno manifestato un’infedeltà alla terra, per dirla sempre con Nietzsche, che ha avuto come conseguenza immediata la creazione di una religione incapace di dialogare con il mondo. Lo smantellamento delle strutture forti della modernità permette alle attuali generazioni di uscire dal tempio per assaporare la vita e costruire percorsi in cui sia visibile la fedeltà alla terra, il rispetto delle culture altre, la creazione di spazi affinché tutti e tutte possano manifestare la loro diversità senza preclusioni o preconcetti.

 

mercoledì 28 agosto 2024

Il Programma dell’Università Amazzonica (PUAM)

 





Valorizzare e rafforzare la conoscenza locale come strumento per ridurre al minimo il divario educativo

 

Paolo Cugini

Manaus è stato in questi giorni l'epicentro dei futuri cammini della Chiesa in Amazzonia. Si è svolto il V Incontro della Chiesa nell'Amazzonia brasiliana, che riunisce 58 Chiese locali, la II Assemblea della Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia (CEAMA) e, il 27 e 28 agosto, l'incontro del Consiglio della Programma dell'Università dell'Amazzonia (PUAM) ).

Più di 20 rappresentanti di varie università, organizzazioni e istituzioni, provenienti da diversi paesi, cercano di portare avanti un cammino iniziato nel 2022. Il cardinale Pedro Barreto, arcivescovo emerito di Huancayo (Perù) e presidente della CEAMA, ha detto loro che è molto  importante avere “una visione panoramica dell’intero processo che stiamo costruendo. Il cardinale ha sottolineato il passo intrapreso 10 anni fa, che ha significato il passaggio dall'annuncio del Vangelo “nelle isole” al convogliamento di esperienze diverse e alla creazione di un canale di comunione nella diversità.

E' necessario lavorare insieme, articolati, uniti in qualcosa che è uno dei sogni di Dio, come espresso da Papa Francesco nella Querida Amazônia. Il cardinale peruviano ha ricordato che il PUAM nasce da una proposta del Sinodo per l'Amazzonia, in collaborazione con il CEAMA, sottolineando che si tratta di un mandato del Magistero pontificio e indica una linea per tutta la Chiesa. La PUAM è l’espressione del cammino concreto della Chiesa in Amazzonia per l’educazione di tutti coloro che vivono in Amazzonia, con particolare attenzione alle popolazioni indigene, che sono le più colpite.

I consiglieri sono stati informati sui passi compiuti nel progetto educativo PUAM, sulla sua struttura, divisa in tre capitoli, partendo dal contesto, passando per un progetto educativo in Panamazzonia, fino ad arrivare alle linee pedagogiche.

Lo studio di fattibilità territoriale, educativa e finanziaria del Programma Educativo PUAM “Gestione Integrata del Territorio Amazzonico” mette in luce il lavoro svolto sul territorio. L’analisi della realtà educativa di ciascun Paese in cui la PUAM è presente mostra che, in Brasile, ad esempio, si è verificata una diminuzione dell’analfabetismo e della necessità di accesso all’istruzione superiore, la necessità di affrontare l’inclusione e la diversità socioculturale, la mancanza di programmi di sviluppo sostenibile di conservazione ambientale e formazione professionale.



La realtà colombiana mostra il basso tasso di copertura dell’istruzione superiore, le sfide derivanti dalle condizioni geografiche e socioculturali, la mancanza di programmi educativi adeguati e le disuguaglianze economiche e di risorse. Queste situazioni si ripetono in Ecuador, dove il tasso di abbandono è elevato, si registrano disuguaglianze nella distribuzione dell’offerta educativa e difficoltà di adattamento ai bisogni regionali, che richiedono il rafforzamento dell’identità e dell’autonomia culturale. Anche in Perù, dove mancano risorse e offerte formative, soprattutto contestualizzate, si registrano queste stesse carenze educative. Una disuguaglianza più evidente è stata sottolineata in Venezuela, conseguenza della crisi economica e sociale, aggravata da strategie educative incomplete e politicizzate.

In fin dei conti si tratta di una realtà che è decisamente influenzata dai problemi sociali della regione amazzonica, che riguardano l’istruzione, la sanità, i trasporti, l’invasione dei territori, la mancanza di leadership, la migrazione, la mancanza di sicurezza, l’ambiente e la perdita di cultura, tra gli altri.

Si percepiscono, comunque,  sogni e aspirazioni di formazione, ricerca di condizioni di vita dignitose per i giovani, formazione tecnologica, rafforzamento delle identità, non perdita di ciò che è indigeno, ricerca del bene comune e della combinazione della Chiesa con ciò che è indigeno. Allo stesso modo, emergono bisogni formativi che hanno come punti fondamentali la leadership, il rafforzamento della cultura, l’educazione interculturale, la gestione dei conflitti, gli strumenti di comunicazione e monitoraggio.

All'incontro ha partecipato l'arcivescovo di Manaus, cardinale Leonardo Steiner, che ha ripercorso la storia di oltre 50 anni dell'arcidiocesi nel campo dell'educazione, non solo per il clero, ma anche per i laici, frutto del Meeting di Santarém 1972. Fu in quel periodo che nacque il Centro di Studi sul Comportamento Umano (Cenesc), che, insieme all'Università Federale dell'Amazzonia, erano all'epoca gli unici centri universitari di Manaus. Il cardinale ha detto che, purtroppo, non sono stati fatti passi avanti per trasformarla in una grande università cattolica.

Il cardinale Steiner ha parlato dell'importanza della presenza della Chiesa cattolica nel dibattito economico e sociale per poi ricordare che la Chiesa si è sempre distinta nel campo dell'educazione, anche in ambito universitario, sottolineando la necessità di essere una presenza evangelizzatrice nel campo educativo.

martedì 9 gennaio 2024

UNA BIBLIOTECA PER LA FACOLTA’ CATTOLICA DELL’AMAZZONIA

 

Un evento culturale organizzato dalla FCA con al centro Mons Steiner, Cardinale di Manaus



 

Paolo Cugini

 

Lavoro da circa sei mesi nella Facoltà Cattolica dell’Amazzonia (FCA) con sede a Manaus e mi colpisce la voglia dell’equipe coordinatrice del progetto, di costruire una realtà formativa creativa e attenta al territorio. Nell'equipe c'è il direttore della facoltà padre Hudson che recentemente è diventato vescovo ausiliare di Manaus e che contiunerà a svolgere il servizio in Facoltà.

La FCA nata lo scorso anno, ha già ottenuto il riconoscimento dallo Stato brasiliano con il massimo dei voti. In questi primi mesi di attività, sta pianificando il lavoro dei prossimi anni. L’obiettivo principale consiste nel divenire un’entità formativa su tutto il territorio amazzonico, con una particolare attenzione alle fasce sociali più deboli, come gli abitanti delle comunità che vivono sul Rio delle Amazzoni e coloro che vivono nei quartieri più poveri.

La FCA desidera dedicarsi allo studio della realtà amazzonica, essendo uno spazio di dialogo interdisciplinare, interreligioso, interculturale ed ecumenico, alla ricerca di nuovi percorsi verso un'ecologia integrale. Intende articolare un rapporto di solidarietà e reciprocità con la comunità, attraverso attività di estensione, attività pastorali, corsi e progetti di estensione.

Per poter svolgere questo fondamentale lavoro formativo la Facoltà Cattolica deve divenire al più presto autonoma dal punto di vista economico. Per questo sta pensando di aprire nei prossimi tre anni nuovi corsi di pedagogia, giurisprudenza, psicologia, mantenendo sempre aperta l’attenzione allo specifico del territorio, ai temi che lo caratterizzano come l’ecologia, la grande diversità di popoli e lingue, la situazione di povertà di una grande fascia di popolazione.



Per riuscire a raggiungere gli obiettivi proposti, la FCA ha bisogno di aggiornare il Fondo Generale della Biblioteca a favore della strutturazione del corso di Filosofia e Teologia, e essere di sostegno all'insegnamento, all'approfondimento e alla ricerca.  Attualmente il patrimonio della Biblioteca della FCA è piuttosto carente, costituito per lo più da libri che provengo da donazioni. Si tratta, dunque di un materiale non aggiornato.

Gli studenti che arrivano in Facoltà spesso non sono in condizioni id comprarsi dei libri, anche perché devono già fare un grande sforzo per pagare la tassa mensile. Avere una biblioteca ben fornita e attualizzata è di fondamentale importanza per il buon esito dei percorsi formativi degli studenti. Altro dato interessante per comprendere la situazione culturale di Manaus è che in una città di più di due milioni di abitanti non esiste una sola libreria. Ci sono alcuni negozi di cartoleria che vendono anche libri, ma non esiste attualmente un luogo in cui si vendono solo libri. Questo dato, a mio avviso, dice molto della situazione culturale di questo popolo e delle politiche che sono state pensate in questi anni.

Dall’esperienza acculata in tanti anni di missione in zone povere so benissimo che le persone che vivono in Occidente, storcono il naso quando il missionario chiede offerte per dei libri da mettere in una biblioteca pubblica. È un pregiudizio che viene da molto lontano, che considera la cultura come un lusso. Ho scoperto che la realtà è esattamente il contrario, vivendo in mezzo ai poveri, parlando con giovani che mi chiedevano libri, possibilità di studiare, come unico cammino per uscire da un destino di povertà e esclusione. Per questo motivo, negli anni trascorsi in Bahia (Brasile) assieme ad un mio amico, abbiamo costituito un’associazione (che esiste ancora) che negli anni ha messo in piedi quattro biblioteche e attivato vari corsi professionali o di preparazione all’esame di entrata all’Università. Adesso sono in Amazzonia e sono stato subito coinvolto in un progetto culturale di grande respiro, che abbraccio con tutto il cuore, perché capisco quanto sia importante un libro, per imparare a sognare, ad avere un’opinione propria, a contrastare le menzogne che il mondo politico ed economico raccontano per mantenere il popolo schiacciato in una povertà disumana.



Se desideri contribuire a questo progetto culturale entra in contatto con Il Centro Missionario Diocesano di Reggio Emilia e riceverai tutte le istruzioni.

Intanto, a nome della Facoltà Cattolica dell’Amazzonia, ti ringrazio di cuore.

CMD Reggio Emilia:

indirizzo: Via Vittorio Veneto, 6, 42121 Reggio Emilia RE, Italia

E-mail: missioni@cmdre.it

Tel.: +39 0522 436840

Numero cellulare del responsabile (Roberto): +39 320 071 4445

Sito­: https://cmdre.it/

 

Oppure potente inviare direttamente alla FCA:

Associação Amazônica para a Pesquisa e Educação Cristã Cristã-AAPEC

CNPJ 07.864.772/0001-10

Indirizzo: Travessa Maromba, 79 Bairro Chapada

CEP 69050-150 Manaus-AM

 

Dati bancari della FCA

Banco Bradesco S.A

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sabato 28 settembre 2019

Dell’umana fratellanza e altri dubbi


FESTIVAL FRANCESCANO
BOLOGNA 2019


Adnane Mokrani e Brunetto Salvarani

modera Giuseppe Caffulli

Due teologi, uno cristiano (Brunetto Salvarani) e uno musulmano (Adnane Mokrani), si confronteranno sul rapporto tra le religioni, dal Concilio Vaticano II al “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.
Sintesi: Paolo Cugini

Il documento sulla fratellanza spinge sulla cultura della pace e della tolleranza. Francesco dice che la pace non è solo il contrario della guerra.

Adnane: “Le religioni non incitano alla guerra e non invitano alla violenza”. Questa conferma così chiara, ha suscitato dubbi. Nella storia in tanti casi, le religioni sono state usate come strumenti di guerra. La religione dovrebbe essere strumento di pace e realizzazione. Nella storia la religione è stata usata per servire il potere.

Salvarani: Tre considerazioni. La prima è sul tema della fratellanza. Giacobbe ed Esaù, due fratelli che litigano. Peer dirsi fratelli occorre fare un percorso insieme. La storia di Genesi è utile perché dopo molti momenti di conflitti, alla fine, quando s’immagina che Esaù è esasperato, alla fine c’è un abbraccio. La fratellanza ha dei prezzi da pagare. Due sorelle: Lia e Rachele, mogli di Giacobbe. L’esito della fratellanza non è scontato. Quell’abbraccio finale non viene fatto. Qui c’è una fratellanza solo sulla carta. Occorre passare dalla carta alla carne, pagando dei prezzi. La seconda considerazione: è un documento laico. Si parla poco di teologia. Il tema è di far emergere la dimensione sociale del dialogo. Ultima considerazione: faccio fatica ad usare il termine tolleranza, perché la fratellanza prevede un medesimo livello, e quindi si tratta di educarci alla gestione dei conflitti. Dobbiamo recuperare una responsabilità corale e globale.
Giuseppe: tema della povertà e giustizia. Uno dei problemi del mondo è legato agli squilibri economici. Come si declina il tema della giustizia?

Adnane: nel documento si parla di un unico destino dell’umanità. “Abbiamo condiviso gioie e tristezze nel mondo contemporaneo”. C’è un’emergenza che necessita solidarietà, unità, resistenza. Viviamo un’epoca di globalizzazione anche dei problemi che non permettono visioni monistiche. La religione dovrebbe essere la coscienza critica dell’umanità, strumento di liberazione. Il documento parla di valori condivisibili. Credere in Dio significa credere nella gente che soffre: la solidarietà è il frutto diretto nella fede in Dio. C’è un cerchio tra Dio, popoli, umanità e valori fondamentali.

Salvarani: religioni come coscienza critica. La gente che soffre: in un ambito francescano fa venire in mente il testamento di Francesco. Qui racconta che si è convertito baciando il lebbroso. Questo è fondamentale, perché è un messaggio importante. È in quel lebbroso che si trova l’immagine più realistica di Dio. Oggi ci sono due tesi: da una parte c’è chi identifica le religioni come responsabili del fanatismo. Dall’altra c’è chi dice che le religioni non c’entrano. Sono entrambi risposte sbagliate. Non possiamo dimenticare le nostre responsabilità nei colonialismi vecchie e nuovi. Quello che non possiamo sopportare è il sistema di iniquità economica che produce disuguaglianze esplosive. Dove sono le religioni in una stagione storica così delicata? Dovrebbero essere li dove si dice che occorre recuperare la dignità umana per tutti.
Giuseppe: Il documento di Abudabi cerca di mantenere una riflessione condivisa tra cattolici e mussulmani. Esistono, però dei codici diversi d’interpretazione. Come si dialoga a partire dalle differenze?

Adnane: ci sono differenze non solo tra Occidente e Oriente, ma anche dentro l’Islam e anche dentro il cristianesimo. La vera differenza è quella tra oppressori e oppressi, tra dittatori e quelli che subiscono la dittatura. Nel mondo arabo c’è sete di libertà e democrazia. La dittatura nel mondo arabo non è separata dal tema del denaro. I potenti coprono le situazioni di disuguaglianza. C’è una solidarietà del male. Dobbiamo rispondere con la solidarietà del bene. Nel documento si capiscono i valori postivi condivisi. La libertà come dono e il pluralismo come fatto positivo: questa è una novità teologica. Dio ci vuole diversi. L’interpretazione dei testi sacri ci aiuta molto, perché ci aiuta a capire che Dio può parlare in diverse lingue e culture e ogni credente può imparare da tutti.

Salvarani: Un passaggio di questo testo del documento di Abudabi apre ad una posizione teologica che non c’era stato in un nessun documento cattolico. “Il pluralismo di fedi, culture, di sesso, è sapiente volontà divina”. Sparisce il paradigma inclusivista e esclusivista: Dio ha creato il plurale. Sono una sapiente volontà divina. In Europa si ha l’impressione che quella che oggi non ci aiuti è la crisi della politica. Oggi la politica dovrebbe rendersi conto che il fatto che le religioni vogliono essere presenti sullo spazio pubblico è una benedizione. Siamo in una stagione fatta di paure e strumentalizzazioni. Dobbiamo ricostruire un tessuto di comunità. È possibile camminare insieme.
Giuseppe: viviamo il problema delle differenze interne nelle nostre culture. A partire da quello che siamo, come impostare un dialogo autentico? Quale Islam oggi e come superare le differenze?

Adnane: da mussulmano posso parlare, analizzare la crisi del mondo islamico, ma sono anche interessato gli sviluppi dentro il cristianesimo e in particolare la missione di Papa Francesco. Occorre trovare nuovi linguaggi, nuovi cammini. Francesco sta in mezzo ad una tempesta, senza cambiare via, senza lasciarsi travolgere dalle tempeste negative. Sunniti e sciti hanno il compito per dire che non c’è nessuna giustificazione per la guerra e la violenza.

Salvarani: attenzione nei confronti di quanto sta succedendo oggi nel cristianesimo. Oggi tutte le religioni stanno vivendo una lotta durissima al proprio interno. C’è una spinta verso l’idea che la tradizione sia il tradizionalismo, mentre la Tradizione significa coltivare le cose che vengono dal passato con la novità della contemporaneità. La Chiesa si fa colloquio. Novembre 2015 a Firenze, Francesco diceva che noi siamo in un’epoca del cambiamento. Noi siamo gli ultimi cristiani di un certo modo di essere cristiani. Non sono più sufficienti i rosari, le devozioni, per essere credibili. Oggi il mondo non ha bisogno di parole, ma di uno stile. Il problema è come vive il cristiano. Le difficoltà, le perplessità sono pane quotidiano di un cammino di fede. Oggi non si può più identificare il cristianesimo con l’Occidente. Se c’è una forza nel Vangelo è quella di rompere le appartenenze culturali. Il Vangelo va oltre. Balducci parlava di uomo planetario.




giovedì 28 febbraio 2019

QUESTIONE DI STILE. Riflessioni personali dal corso sulla realtà amazzonica



Paolo Cugini


Nel mese di febbraio si sta svolgendo (finisce venerdì 1° marzo) a Manaus il corso annuale sulla realtà amazzonica, aperto a tutti i missionari in partenza verso l’Amazzonia. Quest’anno il corso si arricchisce con le tematiche emergenti della preparazione del Sinodo Pan Amazzonico che si svolgerà a Roma nel mese di ottobre. Il corso si svolge presso gli ambienti del seminario san Giuseppe di Manaus, che è anche sede della Facoltà Claretiana e della REPAM, la rete di associazioni che sono coinvolte nella preparazione del sinodo. Partecipanti del corso, oltre a sei sacerdoti diocesani italiani – tre di Padova e tre di Reggio Emilia -, sono religiose, religiosi e preti di varie parti del Sud America (Messico, Argentina, Ecuador, Brasile), oltre ad una religiosa della Burkina Faso, due dell’India e un sacerdote della Nigeria.

Desidero condividere alcune riflessioni maturate in questi giorni. Da lontano si vedono le cose in un modo diverso. La distanza aiuta nella percezione della prospettiva e, quindi, a valorizzare e anche a relativizzare le esperienze che si vivono.

La prima è sul contenuto che è stato somministrato, che riguarda per la maggior parte dei casi, argomenti sulla situazione sociale e politica. Questo aspetto merita la nostra attenzione perché dice di un modo d’intendere la Chiesa e del suo posto nel mondo. Se questo corso o uno simile, fosse stato realizzato in Italia, senza dubbio la maggior parte degli argomenti avrebbe riguardato i temi interni alla Chiesa, come la liturgia, il modo di celebrare, la correttezza degli argomenti teologici. In fin dei conti si tratta di un corso di evangelizzazione di una realtà, corso rivolto a missionari, quasi tutti preti e suore. Il problema è come concepiamo il mandato missionario. In certe situazioni è possibile cogliere che cosa c’è dietro le nostre scelte e le nostre tante parole.



In Brasile, in America Latina il punto di partenza è sempre la realtà, il contesto socio-politico-culturale. Dietro questa impostazione c’è la grande lezione del Concilio Vaticano II della Chiesa come Popolo di Dio, di una Chiesa immersa nel mondo, chiamata ad essere semente e fermento affinché il Vangelo trasformi la realtà. Una Chiesa, dunque, chiamata a leggere e ad interpretare i segni dei tempi, per cogliere la presenza del Signore nella storia.  Affinché questo progetto si realizzi, e il Vangelo possa penetrare la storia, il principio che il Concilio ha preso come riferimento è l’incarnazione del Verbo, il cammino di abbassamento, il farsi carne e l’abitare in mezzo a noi. L’evangelizzazione per essere incarnata esige, dunque, che si conosca la realtà che si desidera incontrare. È questo che è avvenuto durante il mese di febbraio a Manaus. Si sono succeduti ricercatori, professori universitari, membri di associazioni umanitarie in difesa dei popoli indigeni e della foresta amazzonica, tutti preoccupati di aiutarci a capire dove stiamo mettendo i piedi, per non fare troppi danni e, soprattutto, per inculturare il messaggio del Vangelo nelle realtà in cui verremo a trovarci. 
Questo aspetto, che avevo già visto in Bahia dove ho trascorso 15 magnifici anni della mia vita, mi ha fatto riflettere molto. Ho trascorso, infatti, gli ultimi 5 anni in un contesto di Chiesa in cui il punto di partenza dell’Evangelizzazione non è la realtà da incontrare, ma il contenuto da offrire. Penso a come sarebbe stato significativo realizzare qualche consiglio pastorale dell’Unità Pastorale chiamando assistenti sociali o persone che lavorano sul territorio, per mostrarci le dinamiche socio-politiche del territorio. In realtà qualche volta ci ho pensato, ma ne stavo combinando così tante che ho lasciato perdere. Non si tratta di sapere chi è il migliore o chi ha ragione, ma semplicemente capire che lo Spirito Santo agisce in forme diverse e con una ricchezza e creatività incredibile. La missionarietà di una diocesi serve anche per questo, per mettere in circolo quelle esperienze di evangelizzazione incontrate, affinché possano contaminare positivamente un cammino e arricchirlo.


L’altra riflessione è su ciò che è accaduto in una di queste sere. È stata organizzata una notte culturale, come è costume da queste parti. Molte delle suore presenti si sono presentate con gli abiti del proprio paese (India, Sri Lanka, Burkina Faso, ecc.) e poi ogni paese ha presentato musiche e danze tipiche. Suore e presbiteri danzare insieme con tanta allegria: che spettacolo! Mentre vivevo la serata e io stesso con grande difficoltà provavo ad inserirmi nei passi di danza, pensavo che una scena come quella che stavo vivendo sarebbe stata improponibile nel contesto ecclesiale italiano, non solo per i preti e le suore, ma anche perché diversi laici bacchettoni (e ce n’è a chili nelle nostre parrocchie!) sarebbero rimasti scandalizzati. E così, mentre in un contesto ecclesiale si passa il tempo ad applicare a puntino la rubrica liturgica, rompendo l’anima ai poveri laici che adesso non possono nemmeno più uscire dal banco per darsi la pace (ma non ci sono dei problemi in Italia per cui valga la pena occuparsi? Mah), dall’altra parte del mondo si danza e si canta, anche nelle celebrazioni liturgiche, offrendo ai fedeli la possibilità di sentirsi a casa, liberi di muoversi perlomeno nella casa del Signore.





venerdì 11 gennaio 2019

NUOVI ORIZZONTI DELLA MISSIONE





Sintesi: Paolo Cugini
Nel libro di Mario Menin: Missione, Cittadella editrice, Assisi 2016, presentato a Reggio Emilia nel mese di novembre 2018, in un evento organizzato dal Centro Missionario Diocesano, l’autore, dopo aver presentato i diversi modelli di missione che si sono succeduti nel tempo e dopo aver approfondito i documenti magisteriali più significativi sul tema della missione, si sofferma a riflettere sulle nuove prospettive della missione a partire dal nuovo quadro socio. - culturale. E’ su questa, a mio avviso, interessante analisi, che intendo soffermare l’attenzione.

A cinquant’anni dalla fine del Concilio la missione è molto cambiata. È possibile individuare tre sfide che il nuovo contesto culturale propone alla Chiesa.

a.       Con quale Chiesa? Il problema consiste nel capire in che modo la Chiesa è chiamata ad essere presente nel mondo nel nuovo contesto culturale scristianizzato che alcuni definiscono come epoca post-cristiana. Si tratta di inserire la Chiesa nell’orizzonte del mondo, perché possa rendere ragione di sé dall’interno della storia. La sfida missionaria dell’Europa consiste nel riportare il Vangelo nella vita quotidiana delle persone e nei suoi nuovi areopaghi culturali. In questa prospettiva non basta esserci come Chiesa. La semplice presenza non è più di per sé garanzia di evangelizzazione. Occorre un nuovo rapporto vangelo-culture, un ritorno della Chiesa al Vangelo e del Vangelo nella società. Ciò richiede un costante processo di inculturazione della fede e di evangelizzazione delle culture, attraverso un approccio più mirato e attento alle persone per riconoscere l’intima sete di senso che esse sperimentano e soffrono, aiutandole a discernere tale sete nella loro vita, presentando il Vangelo non come un pacchetto di norme canoniche da osservare, ma come risposta inclusiva della loro ricerca e sofferenza. Ciò richiede una Chiesa più modesta, più umile, più decentrata sulla Parola e sull’altro come aveva proposta il Concilio. Non si tratta di rinunciare all’istituzione Chiesa, quanto piuttosto di ripensarla a partire dalla sua natura missionaria, da quella “attività” che fino al Vaticano II era considerata periferica e riservata a pochi.

b.      Con quale Cristo? L’avvento del pluralismo religioso e del dialogo interreligioso hanno provocato un profondo ripensamento nel modo d’intendere la missione. Il tentativo attuale consiste nel ricomprendere il pluralismo dentro l’unico piano salvifico di Dio, dal momento che non si può escludere l’opera di Dio da nessun contesto e da nessuna esperienza umana. Ciò non significa imboccare la via della relativizzazione del mistero di Cristo, ma piuttosto di una rinnovata intelligenza, dall’interno della fede, della sua unicità sia a livello teologico, sia a livello storico. Con il passaggio dal cristocentrismo conciliare alle posizioni teocentriche e pluraliste del post-concilio, il rischio è quello di relativizzare il Gesù della storia rispetto al Logos eterno di Dio. La missione nell’orizzonte delle religioni rischia di trasformarsi in una missione senza Cristo. Il problema a questo punto diventa il seguente: con quale Cristo essere presenti nell’orizzonte delle religioni? Non certo con il Cristo che le esclude aprioristicamente tutte, ma con quello che tutte le interpella e da tutte si lascia interpellare attraverso l’incontro, l’ascolto, il dialogo e il cammino insieme. L’unicità di Cristo, scrive C. Theobald, non è escludente, ma ospitale, inclusiva, nel senso che dà compimento all’unicità di ciascuno.

c.       Con quale cultura? Fino al Concilio la Chiesa di Roma immaginava che la propria maniera di inculturare il Vangelo avesse un valore paradigmatico assoluto. La nuova autocomprensione della Chiesa nei confronti del mondo in ordine alla salvezza e soprattutto la scoperta di essere per la prima volta una “chiesa mondiale e multiculturale hanno incrementato gli interventi del magistero sulla questione, ora per frenare eccessivi entusiasmi, ora per lanciare la missione verso nuovi orizzonti. Il magistero si è mosso tra richiami per garantire l’unità della fede e della chiesa e nuovi progetti di inculturazione; tra avvenimenti per salvaguardare il ricco patrimonio del cristianesimo occidentale e appelli per non imporlo sic et simpliciter a tutte le chiese locali. Il processo di scristianizzazione del continente europeo ha costretto l’Occidente cristiano a porsi la domanda sulla propria identità cristiana. Non si è cristiani solo culturalmente, una volta e per sempre, ma grazie ad una costante rigenerazione nella fede, soprattutto in un continente di antica evangelizzazione, che vede svilupparsi nuovi areopaghi culturali, in cui è più difficile comunicare e trasmettere il Vangelo. Se per incarnarsi il vangelo deve entrare nell’orizzonte del mondo, delle culture e delle religioni, va però detto che l’utopia del Regno di Dio che esso annuncia non si esaurisce in un progetto politico, per quanto nobile, e nemmeno in una cultura, per quanto elaborata. C’è una differenza, eccedenza del Vangelo rispetto a tutte le culture e religioni.