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martedì 25 ottobre 2022

L’opzione Benedetto di Rod Dreher

 

Rod Dreher



 

Paolo Cugini

Non sono molte le proposte religiose che sanno offrire uno sguardo rivolto al futuro sul passaggio epocale che stiamo vivendo e che stiamo analizzando. La maggior parte delle analisi sulla post cristianità, oltre ad indicare le cause e l’origine del cambiamento in atto, fanno fatica ad elaborare una proposta nuova. C’è, dunque, una tendenza all’analisi negativa e, soprattutto a guardare al passato con nostalgia. Non mancano, poi, i tentativi di restaurazione di ciò che c’era e che ora non esiste più, tentativi a volter parziali, ma sintomo di quella confusione generale che non riesce a scrollarsi di dosso e il passato e che, per questo, non sa cogliere le opportunità che il cambiamento in atto porta con sé. Una di queste proposte religiose che guardano al passato è quella dello scrittore americano Rod Dreher, autore del libro: L’opzione Benedetto[1].

La tesi di fondo dell’opera di Dreher è che in un mondo come il nostro, molto simile a quello che vide la fine dell’Impero Romano, è necessario fare come Benedetto da Norcia, separarsi dall’impero per poter ritrovare e conservare le proprie origini, radici e identità. Non si tratta della fine del mondo, ma della fine di un mondo, sta finendo un certo tipo di cristianità, quella europea occidentale. La proposta di Dreher non è una fuga dal mondo, una separazione radicale, com’era avvenuto nei primi secoli del cristianesimo, ma d’imparare a stare nel mondo senza farsi condizionare.  L’autore approfondisce le radici filosofiche e teologiche che hanno portato alla frammentazione della nostra società. Nello stesso tempo definisce le virtù cristiane presenti nella regola di San Benedetto un manuale monastico che ha preservato la cultura cristiana nel corso di molti secoli e possono aiutare oggi molti credenti. Secondo Dreher l’Occidente moderno vive come se Dio non esistesse. La nostra società alla deriva si definisce per lo scoppio, la paura e la perdita dei punti di riferimento. La scomparsa della cultura cristiana è una grande perdita per il mondo:

Da quando la modernità ci ha fatto perdere la religione cristiana, abbiamo perso la sola cosa che ci univa, che ci legava ai nostri vicini, che ci ancorava alla fede nell’ordine eterno e nell’ordine temporale… Abbiamo perso il nostro cammino[2].

Si tratta, allora, di riscoprire il passato. I moderni pensano che i modi di servire Dio trasmessi dai predecessori rappresentavano un freno all’autenticità. Al contrario, dovremmo apprendere come lodare Dio in modo da adottare uno stato di spirito veramente cristiano. L’autore cita il teologo riformato Hans Boersma secondo il quale la perdita del sacramentale è la prima causa della rovina della Chiesa moderna. Senza partecipazione all’eterno, cioè senza la coscienza che il mondo materiale e il tempo sono profondamente radicati nell’Essere di Dio, allora la Chiesa è incapace di resistere alle correnti della società liquide. Guardando ai monaci benedettini l’autore non fa altro che riproporre i classici temi della spiritualità cristiana: “La loro tradizione insegna come obbedire alla Parola di Dio e lasciarsi portare dallo Spirito Santo e soprattutto li libera dal fardello che pesa su coloro che devono costantemente adattarsi al cambiamento”.



Come si concretizza la proposta di Dreher nel riproporre l’opzione di san Benedetto? Nella seconda parte il libro analizza lo stile di vita cristiano che è presente nella Regola e che può essere adattato alla vita dei laici cristiani moderni di tutte le chiese e confessioni. Secondo l’autore la Regola di San Benedetto offre soluzioni sul modo di porsi di fronte alla politica, alla fede, all’istruzione e al lavoro. Anzitutto, è una proposta che tiene conto di tutti gli aspetti della vita sociale delle persone e che, di conseguenza, coinvolge il vissuto quotidiano che va dalla famiglia, agli amici, la comunità e ogni tipo di attività. Il principio di fondo della proposta dio Dreher è che coloro che s’identificano con la proposta cristiana devono organizzarsi in modo tale da proteggere i propri valori specifici dal contagio negativo del mondo. Interessante, in questa prospettiva, è il capitolo quinti in cui l’autore configura in modo dettagliato quello che dovrebbe essere e incarnare l’ideale di un villaggio cristiano conforme all’opzione Benedetto.

La sorte della religione è strettamente legata a quella della famiglia e, quella della famiglia, a quella della comunità. Il focolare dev’essere come un monastero, interamente rivolto verso Dio. Le famiglie cristiane amano credere di mettere Dio al primo posto, quando in realtà questo è molto raro. I genitori posso considerarsi come l’abate o la badessa del loro piccolo monastero e creare una vita di famiglia che incoraggi ogni membro a conoscere e servire Dio prima di ogni cosa[3].

Valorizzare la famiglia significa anche, secondo l’autore, recuperare la priorità alla parrocchia e ciò comporta ritirare i figli da un corso di sport che organizza delle partite all’ora della messa. Ancora più importante è che i bambini devono vedere i loro genitori a fare la stessa cosa. I monasteri mantengono lontano dalle pareti ciò che può nuocere alla loro ragione d’essere. Secondo Dreher, nelle scelte quotidiane delle famiglie cristiane non si deve aver paura di far sapere agli altri i fondamenti del proprio credo: non si deve aver vergogna di mostrare efficacemente la propria diversità che deriva dall’adesione al cristianesimo. Tutto ciò non è snobismo; semplicemente far prendere coscienza ai bambini che in questa famiglia, che ci sono certe cose che non si fanno e che è molto positivo così. Per questo occorre fare in modo di assicurarsi che i propri figli abbiano un buon gruppo di amici, che condividono gli stessi valori morali. Occorre, allora, vivere in prossimità dei membri della comunità, per fare in modo di creare legami con coloro che sono in sintonia di pensiero e, così, creare una protezione nei confronti del mondo liquido.

La Chiesa è allo stesso tempo un’arca e una sorgente, e dobbiamo tener conto di queste due realtà. Dio ci ha donato l’arca della Chiesa per aiutarci a prevenire nell’annegamento delle onde furiose della tempesta, ma ci ha donato anche la sorgente della Chiesa perché ci siamo immersi in un annegamento simbolico, al fine di rinascere a vita nuova, nutriti dal torrente della sua grazia[4].

Se non si cambia strada c’è il rischio di far scomparire i vestigi della fede cristiana, della sua civiltà. Per rendere testimonianza, i cristiani dell’era post-cristiana dovranno semplicemente essere la Chiesa, con tutta l’intensità e la creatività possibile. Per questo, occorre riproporre la liturgia, perché ci ricorda che il cristianesimo non è una filosofia, ma un modo di vita che ingloba tutto… La liturgia non si accontenta di trasmettere un’informazione a proposito di Dio: essa forma la nostra immaginazione e il nostro cuore. L’analisi di Dreher non è nuova. Richiama, infatti, alla memoria le analisi che negli anni Ottanta del secolo scorso  lo studioso inglese MacIntyre aveva proposto quando parlava di un mondo che si stava definendo senza tener conto del percorso morale Occidentale al punto da condurre l’autore a parlare di: dopo le virtù: “L’occidente ha abbandonato la ragione e la tradizione delle virtù, consegnandosi al relativismo che sta dilagando nel mondo di oggi” In una società post-virtuosa gli individui detengono la massima libertà di pensiero e d’azione, e la società stessa diventa un assembramento di estranei, ciascuno che persegue i propri interessi sottoposto a vincoli minimi.  Si raggiunge questa situazione quando si abbandonano le norme morali oggettive, quando si rifiuta qualsiasi narrazione religiosa e culturale, quando si rifiuta la memoria del passato. Dreher suggerisce ai lettori la vita ordinata della regola di san Benedetto per resistere al disordine del mondo moderno. Dreher ci tiene a precisare che nell’opzione benedetto non stiamo cercando di annullare sette secoli di storia, come se un’operazione simile fosse possibile. Né stiamo tentando di salvare l’Occidente. Stiamo solamente provando a costruire uno stile di vita cristiano che si erga come un’isola di santità e di stabilità in mezzo all’alta marea della modernità liquida. Occorre che i cristiani interiorizzino cosa davvero significhi porsi in posizione di minoranza. Cominciare a pensare in questi termini è davvero decisivo. “Se non lo faremo, continueremo ad operare in base a regole del gioco che hanno pochissimo a che fare con la partita che si sta effettivamente giocando”.

 Nelle parole di Dreher si percepisce la visione del mondo in toni fortemente negativi e pessimistici, un mondo dal quale ci si deve solo proteggere. Las post cristianità non è vista come possibilità per ripensare qualcosa di nuova anche in termini di fede, ma come minaccia.

 



[1] DREHER, R. Comment être chrétien dans un monde qui ne l’est plus. Le Pari Bénédictin. Paris : Artège, 2017.

[2]Ivi, p. 86.

[3] Ivi, p. 184.

[4] Ivi, p. 344.

mercoledì 5 gennaio 2022

POSTCRISTIANITA' E IL NUOVO CAMMINO DEL CRISTIANESIMO

 



 

Paolo Cugini

 

Dove il cristianesimo svanisce ritornano le forme pagane (Chantal Delson).

Quali sono gli elementi che ci possono indurre a pensare che l’epoca della cristianità è finita? In primo luogo, il fatto che la Chiesa non incide più nella società, non è più un tutt’uno con essa. La cristianità ha modellato per secoli la società al punto che anche i riti religiosi erano parte del tessuto sociale, che identificava un popolo. Oggi, chiaramente e, possiamo tranquillamente dire, fortunatamente, non è più così, al punto che molti si dichiarano atei. Anche coloro che si dichiarano credenti, hanno una scarsa partecipazione alla vita religiosa. La cristianità è stata l’involucro che ha ricoperto dall’esterno la cultura occidentale, ne ha plasmato anche alcuni valori, ne ha dato un’identità, nel bene e nel male.

Com’è potuto avvenire questo crollo epocale, questa fine di uno stile sociale così significativo? Sono tanti i fattori che contribuiscono ad offrire elementi per questa risposta. Si tratta, senza dubbio, di un cambio epocale, di un cambiamento di paradigma che, per avvenire, necessita della convergenza di quei fattori che l’avevano caratterizzata. La fine della cristianità porta via con sé un tipo di cristianesimo, un modo di pensare e di vivere il rapporto con Dio. Dopo il IV secolo d.C. la distanza dalle fonti della prima comunità cristiana segna il passo dell’avvento della cristianità, che s’identifica progressivamente con una forma politica e sociale: il Sacro romano Impero. Del cristianesimo primitivo, cioè quello delle origini, rimangono i contorni esterni, assieme ad alcuni contenuti, che acquisiscono significato per il servizio che offrono al mantenimento di una specifica impostazione culturale.

I temi del peccato, della salvezza, assieme a quelli del pentimento, della conversione e della penitenza, temi evangelici ma svuotati del loro significato profondo e, soprattutto, sganciati dal messaggio di misericordia di Gesù, sono serviti per secoli a mantenere il popolo ignorante sottomesso al potere della Chiesa. La cristianità è stata dunque una religione asservita al potere politico, che ha creato un sistema di riti, una liturgia, una morale e una teologia in grado di mantenere il popolo sottomesso, in perenne senso di colpa, necessitato del perdono, che solo i funzionari della chiesa potevano elargire. Peccato, colpa, penitenza, salvezza: sono i temi che hanno modellato la cristianità, la sua struttura politico- sociale. Non è un caso che, una volta crollata l’impalcatura esterna della cristianità, gli stessi contenuti da lei elaborati e propugnati, si sono svuotati di significato e la gente si è allontanata da quella struttura, che la teneva sottomessa.

Se la cristianità come struttura sociale è svanita in poco tempo e nessuno ne sente più la mancanza, ben diversa è la situazione sul piano prettamente religioso. Secoli di riti, predicazioni, liturgie segnate dal tema del peccato e della paura dell’inferno, hanno lasciato un segno profondo nella coscienza del popolo religioso, hanno plasmato una mentalità. Non è bastato il Concilio Vaticano II a scalfire il disastro spirituale perpetrato nel periodo della cristianità. Non sono bastati i contributi delle più avanzate ricerche teologiche, esegetiche e storiche, per dimostrare come tutto quello che era stato spacciato di cristiano, in realtà non era altro che un grande inganno, una grande impostura, la grande invenzione di una religione a servizio del potere. Secoli di inchini, di turiboli, di culti dal linguaggio incomprensibile per la maggior parte, hanno fatto credere in modo definitivo che la religione proposta dal Vangelo aveva quella specifica forma. E così, mentre le cattedrali vengono chiuse e molte chiese vendute perché i fedeli le hanno abbandonate, permane la religione che la cristianità ha plasmato.

Basteranno ancora pochi decenni per spazzare via i detriti di questa religiosità per fare posto al Vangelo? La risposta non è facile. Di certo, quello che si vede oggi, è la resistenza di coloro che non vogliono perdere la loro identità plasmata dall’epoca della cristianità. Questo è il problema centrale. Chi identifica la proposta di Gesù con quella specifica forma religiosa, non accetta il cambiamento. E così, assistiamo al ritorno delle talari, delle liturgie pontificali, dei prelati che con discorsi duri, dimostrano che vogliono ancora contare. In realtà, questo stile religioso, non dice più nulla alla società, serve solo ai pochi adepti, chiuso in loro stessi, per paura di quello che accade fuori. Ciò che invece si sta delineando, è lo spazio per un nuovo modo di vivere il Vangelo ed è proprio su questa nuova possibilità che va posta l’attenzione.